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Salutequità su assistenza oncologica: recuperare il terreno perso su prevenzione e cure a causa Covid-19

A causa del Covid-19 sono 10 le Regioni che nel 2021 hanno visto peggiorare rispetto al 2019 la loro capacità di eseguire entro il termine di 30 giorni gli interventi chirurgici di classe A per tumori maligni: Liguria, Puglia, Marche, Molise, Veneto, Calabria, Umbria, Piemonte, Emilia-Romagna, P.A. Trento.

 

Secondo un’indagine Iqvia, nel 2021 le nuove diagnosi sono diminuite dell’8% rispetto al 2019; anche l’accesso ai nuovi trattamenti si è contratto (-9%) così come i ricoveri per la somministrazione delle terapie (-13%).

 

Importante contrazione anche per gli screening oncologici organizzati. Nel periodo gennaio 2020-maggio 2021 la riduzione di donne esaminate per cancro della cervice uterina è stato pari al -35,60% rispetto al 2019, -28,5% di donne esaminate per screening mammografico e -34,30% di soggetti esaminati per screening colorettale.

 

È quanto emerge dal 9° Report di Salutequità “Equità di accesso in oncologia” nell’ambito dell’Osservatorio permanente sullo stato dell’assistenza ai pazienti non-covid e presentato nel corso del seminario realizzato con il contributo non condizionato di Merck Serono SPA.

 

Per garantire qualità, sicurezza ed equità di accesso alle cure oncologiche con l’Intesa Stato-Regioni del 30-10-2014 è stata prevista l’istituzione delle Reti Oncologiche Regionali (ROR), ma nel 2020 sono ancora 4 le Regioni che non le hanno formalizzate con un proprio atto regionale: P.A. Trento, Abruzzo, Molise e Basilicata.

 

Solo Piemonte, Toscana e Veneto nel 2020 hanno formalizzato un piano economico-finanziario che assicuri la sostenibilità della continuità operativa delle Reti oncologiche, così come solo Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna e Calabria dichiarano di redigere annualmente un report sui risultati del monitoraggio dei Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA) sviluppati dalle reti e degli audit effettuati.

 

“È necessario recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19 e abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni. Per questo è fondamentale che nella prossima Legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste di attesa. Si approvi velocemente il “Decreto tariffe sui nuovi Lea” al fine di ridurre le disuguaglianze e permettere un nuovo aggiornamento dei LEA, includendo ad esempio i Next Generation Sequencing (NGS) e le terapie di supporto nutrizionale per i pazienti oncologici – dichiara Tonino Aceti, Presidente di Salutequità – L’accesso ai farmaci deve essere più tempestivo continuando a ridurre i tempi di approvazione dell’AIFA, quelli di trasmissione in Gazzetta Ufficiale ed eliminando i Prontuari Terapeutici Ospedalieri Regionali (PTOR) vincolanti. Infine, c’è bisogno che l’Italia si doti velocemente di una solida strategia sul cancro attraverso l’approvazione del Piano Oncologico Nazionale 2022-2027, il quale però dovrà poter contare su uno specifico finanziamento finalizzato alla sua attuazione”.

 

Per l’accesso ai farmaci i pazienti devono ancora confrontarsi con tempi di approvazione da parte dell’AIFA pari in media a 251 giorni nel 2020 (per quelli non generici), ai quali vanno aggiunti ulteriori 64,5 giorni per la trasmissione in Gazzetta Ufficiale e ulteriori mesi per la concreta messa a disposizione delle Regioni.

 

Per garantire sostenibilità ed equità di accesso i pazienti possono contare su due Fondi nazionali per i farmaci innovativi oncologici e non oncologici (dal 2022 i fondi sono unificati) dei quali però nel 2021, in piena fase di recupero delle cure mancate a causa della pandemia, non stati spesi rispettivamente circa 40 milioni di euro e oltre 307 milioni.

 

Inoltre, oggi possiamo contare fortunatamente anche su “terapie oncologiche mirate” attraverso l’esecuzione di Next Generation Sequencing (NGS), test che individuano la presenza di eventuali alterazioni genetiche che possono essere bersaglio proprio di queste terapie, garantendo allo stesso tempo un importante livello di appropriatezza terapeutica.

Dall’indagine nazionale svolta dalla Società Italiana di Patologia (SIAPeC) NGS Network

emerge però che più della metà dei centri (57%) che eseguono NGS si trova a Nord mentre circa l’80% al Centro-Nord: 14 laboratori si trovano all’interno di Centri di Ricerca Universitari, 8 negli ospedali maggiori, 7 fanno parte di IRCCS e uno in un centro privato.

Inoltre, attualmente il SSN non ha ancora inserito i test NGS all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza, limitandosi invece a stanziare fondi inadeguati alla loro esecuzione (5 mln di euro nel 2022 e 5 mln nel 2023).

 

Circa 1 paziente su 3 al momento della diagnosi di tumore presenta una condizione di malnutrizione. Secondo la Società Italiana di Nutrizione clinica e Metabolismo (SINuC) 1 paziente su 5 muore di malnutrizione prima che di tumore e il 9% dei pazienti è già malnutrito in prima visita oncologica, ovvero ancora prima di iniziare le terapie antitumorali. Purtroppo, però, anche in questo caso, l’accesso da parte dei pazienti oncologici alle terapie di supporto nutrizionale è disomogeneo tra Regioni e all’interno delle Regioni, oltre al fatto che non sono ancora inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza.

 

Per quanto riguarda il cancro nell’infanzia e nell’adolescenza, tra il 2016 e il 2020 sono stati diagnosticati in Italia 7.000 neoplasie nei bambini e 4.000 negli adolescenti (15-19 anni).

Al di sotto dei 14 anni, circa 1 caso su 3, riguarda una nuova diagnosi di leucemia.

Riguardo al trapianto di midollo che rappresenta un importante trattamento per i tumori ematologici il reclutamento dei donatori interessa in misura maggiore la P.A. di Trento e

il Veneto; seguono con significativo margine Emilia-Romagna, FVG e Puglia. Fanalino di coda alcune regioni del Sud (Calabria, Basilicata e Sicilia) mentre al Centro è particolarmente negativo il dato dell’Umbria.

Se la sostenibilità passa dal Green procurement

Si chiama strategic procurement e non si tratta di un obbligo cui adempiere, ma di un vero cambio di visione: l’idea è di ridisegnare il processo di acquisto passando da un’ottica burocratica a una strategica. In altre parole, l’appalto diventa un’occasione per l’amministrazione di accelerare il raggiungimento dei propri obiettivi ambientali e sociali, e di soddisfare il fabbisogno di servizi, prodotti e lavori pubblici, in maniera più efficace. E più sostenibile. Come si stanno sviluppando in questo senso la produzione normativa e la pratica? Quali esperienze si possono prendere a modello in ambito sanitario e quali prospettive per il futuro?

Ne parliamo con Anna Lupi, esperta di appalti sostenibili della Commissione Europea, e Andrea Sabbadini, direttore della Direzione Regionale Centrale Acquisti della Regione Lazio, che da tempo porta avanti iniziative in termini di Green public procurement e Gender procurement.

Ospiti:

  • Anna Lupi
    Esperta di appalti sostenibili della Commissione Europea
  • Andrea Sabbadini
    Direttore della Direzione Regionale Centrale Acquisti, Regione Lazio

Conduce:

  • Adriana RiccomagnoAdriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Dove arte e medicina si incontrano: il progetto Health Humanities dell’Istituto Superiore di Sanità

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Il Laboratorio di Health Humanities nasce al Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità ormai più di 15 anni fa, come Laboratorio di medicina narrativa. La medicina narrativa è entrata in ISS con Nephird, un Network di Istituzioni Pubbliche dedicate alle Malattie Rare, finanziato come progetto dall’Unione europea. Si tratta di un’iniziativa centrata sulla partecipazione e creata proprio per dare visibilità ai diritti e ai bisogni delle persone con patologie la cui prevalenza non è superiore ai 5 casi su 10 mila persone.

Le malattie definite “rare” sono circa 8/9 mila nel mondo: oltre ad avere una bassissima prevalenza, sono caratterizzate dall’impossibilità di essere trattate da un singolo professionista. Per la loro specifica natura e il loro carattere cronico, necessitano di un approccio altamente multidisciplinare, che all’equipe di professionisti della medicina ha da sempre affiancato psicologi, psicoterapeuti. I medici si sono accorti però di come la percezione della malattia stessa da parte del paziente, ancor più in queste patologie, sia risultata molto presto centrale nell’applicazione di una terapia di successo, in grado di migliorare veramente la qualità di vita dei pazienti.

Da qui la necessità di sviluppare quella metodologia chiamata medicina narrativa, protagonista delle Health Humanities portate avanti dal laboratorio dell’ISS.

Dalla medicina narrativa alle Health Humanities

La medicina narrativa è un approccio di cura nato nella cultura anglosassone, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, derivato inizialmente dalla convinzione che le sofferenze dei pazienti con malattie croniche possano essere alleviate creando una connessione fra le persone che vivono la stessa esperienza. E questa connessione possa essere d’aiuto ai clinici per meglio entrare in empatia con loro.

Questo metodo di intervento si basa sull’uso della narrazione dei punti di vista di tutti gli attori coinvolti nel processo di cura: pazienti, medici e famigliari

A livello clinico-assistenziale questo metodo di intervento si basa sull’uso della narrazione dei punti di vista di tutti gli attori coinvolti nel processo di cura (pazienti, medici e famigliari) per aiutare l’equipe medica a creare un percorso di cura altamente personalizzato e costruito sulla personale percezione che il paziente ha della propria malattia. Il fulcro non è quindi il sintomo, ma la percezione di esso e la risposta individuale di ciascuno.

 

In Italia, è nel 2015 che vengono pubblicate le “Linee di indirizzo sull’utilizzo della medicina narrativa nell’ambito clinico-assistenziale per le malattie rare e cronico-degenerative” promosse dall’ISS, chiarendone la definizione, le metodologie e gli ambiti di intervento.

A differenza della psicoterapia, che è una disciplina e può essere praticata solo da specifici professionisti abilitati, la medicina narrativa può essere utilizzata da diversi professionisti dell’equipe di cura, valorizzando l’importanza dei vari punti di vista coinvolti nel percorso del paziente, anche a livello tecnico-pratico.

 

Amalia Egle Gentile

“Il progetto dell’Istituto Superiore di Sanità dedicato alle Malattie Rare nasce proprio come laboratorio di medicina narrativa, con la raccolta e lo studio delle storie dei pazienti e dei caregiver, efficaci racconti di come le cure venivano da loro vissute, utili anche per i curanti”, ha spiegato la dottoressa Amalia Egle Gentile, psicologa e psicoterapeuta, ricercatrice responsabile del Laboratorio dell’ISS.

“Ben presto però ci siamo accorti che si stava andando oltre questa mission – ha proseguito Gentile -. Nel 2019 il laboratorio ha ‘ampliato’ la propria identità, definendosi, in maniera più completa ed esaustiva sulla base delle attività portate avanti nel tempo, come laboratorio di Health Humanities”.

Il gruppo è formato da diversi professionisti, medici, psicologi, antropologi, pedagogisti, matematici, ingegneri e ricercatori universitari, che collaborano più o meno stabilmente con la dottoressa Gentile su diversi progetti che ormai utilizzano non più solo la narrazione, ma anche le arti e le discipline umanistiche, sia nell’incontro clinico, al fine di migliorare la relazione di cura, sia a 360 gradi nella promozione della salute.

 

Le Health Humanities, non si occupano però solo ed esclusivamente del percorso terapeutico in senso stretto, ma coniugano humanities e scienze per promuovere la salute, che è più ampia della medicina.

I progetti e gli ambiti di applicazione

Uno degli scopi delle attività promosse dal Laboratorio di Health Humanities dell’ISS è la valorizzazione della relazione di cura, non solo dei pazienti o del team di cura. I vissuti, i processi di pensiero, il senso di impotenza di fronte ad una malattia cronica e poi l’accettazione, nelle sue declinazioni singolari e soggettive, sono oggetto di interesse dei vari progetti, all’interno di una officina virtuale in cui si incontrano arti, discipline umanistiche e scienze.

 

“Gli ambiti di applicazione che abbiamo sviluppato nei diversi progetti fanno riferimento a tre macroaree: la ricerca, la formazione e la comunicazione”, ha spiegato la dottoressa Gentile.

Uno degli scopi delle attività promosse dal Laboratorio è la valorizzazione della relazione di cura, non solo dei pazienti o del team di cura

Fra le iniziative più recenti sviluppate nel primo ambito della ricerca, il laboratorio dell’ISS sta portando avanti il progetto dal titolo “PandemicaMente. Le narrazioni come risorsa in tempo di pandemia”.

Coordinato dall’ISS, dall’ASL di Biella e dall’Università Bicocca di Milano, questo progetto vede la realizzazione di interviste agli operatori sanitari che hanno fronteggiato il Covid allo scopo di comprendere e valorizzare le pratiche di narrazione nelle diverse aree geografiche che abbiano sperimentato l’essere diventate aree di rischio ad alto impatto (zone rosse): “Una volta raccolte tutte le interviste – ha spiegato Gentile – le analizzeremo sia per fornire agli operatori un feedback rispetto alla loro esperienza sia per realizzare un report che valorizzi le pratiche narrative da loro esperite durante la pandemia, in modo che possano essere utili in altre situazioni emergenziali”.

Formazione e comunicazione

Spiega la referente di Health Humanities: “Nell’ambito della formazione e delle attività scientifico-divulgative lo scorso settembre, nel contesto della Notte Europea dei Ricercatori, insieme alla professoressa Agata Polizzi dell’Università di Catania (membro del nostro Laboratorio di Health Humanities) abbiamo promosso un’iniziativa che coniugava contenuti di neuroscienze con metodologie relative alle humanities (Philosophy for children e STEAM) per lavorare con gli studenti della scuola dell’infanzia, della primaria, della secondaria di primo grado per comprendere come il cambiamento climatico possa avere effetti sullo sviluppo cerebrale. A questo momento formativo è poi seguito un questionario di gradimento su alunni, insegnanti e genitori”.

 

Le opere in concorso dovranno essere ispirate al tema della pace lasciando spazio a esperienze di vita, riflessioni e pensieri correlati al mondo delle malattie rare

L’aspetto della comunicazione è invece al centro della XV edizione del Concorso letterario, artistico e musicaleIl Volo di Pegaso”.  Chiosa Gentile: “Promosso dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità, il concorso ha l’obiettivo di fornire spazi espressivi alle persone con malattie rare e promuovere la sensibilizzazione su questo tema. Quest’anno il tema prescelto non poteva che essere la pace”.

Categorie, criteri di ammissione e selezione, unitamente a modalità di selezione e premiazione, sono presenti nel bando di concorso. La scadenza è stata prorogata al 1° dicembre 2022. La giuria sarà costituita da personalità del mondo scientifico, artistico e culturale.

Nadef 2022, il Sindacato Medici Italiani: al SSN servono più risorse

“La nuova nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2022 (Nadef) prevede un decremento di stanziamenti per la spesa sanitaria dello 0,1%, passando così dal 7,1% al 7% nel 2022, dal 6,7% al 6,6% nel 2023 e dal 6,1% al 6,0% nel 2025, mentre la stima del 2024 risulta invariata al 6,2%. Non erano queste le scelte che ci aspettavamo dal Governo dopo le debolezze, mostrate con la gestione della pandemia da Covid 19 dal nostro Servizio Sanitario Nazionale”. Così Pina Onotri, Segretario Generale dello SMI sul Nadef in discussione oggi alla Camera dei Deputati.

 

“Nei prossimi anni andranno in pensione migliaia di medici specialisti e medici di famiglia lasciando così il SSN senza la possibilità nell’immediato di un completo ricambio con giovani professionisti. Allo stesso tempo proliferano in tutto il Paese cooperative, agenzie di servizi, che non posseggono ne titoli né garanzie per una corretta professionalità e che sostituiscono i medici pubblici e convenzionati. A questa situazione di carenza di medici nel sistema pubblico si aggiunge quella delle retribuzioni italiane che risultano essere le più basse, in tutta Europa, tra i professionisti medici”.

 

“Dalla Nadef ci attendiamo maggior risorse, necessarie per valorizzare il ruolo del medico di medicina generale nell’ambito della riorganizzazione territoriale e per i medici ospedalieri. I medici di medicina generale, che rappresentano il cardine di prossimità del SSN, hanno il loro contratto scaduto e in arretrato di un anno. Ci aspettiamo che Parlamento vari misure per valorizzare il ruolo del medico di medicina generale nel nostro Paese, equiparando le loro retribuzioni a quelle degli altri paesi europei e riconoscendo tutele e diritti a partire dal riconoscimento dell’infortuno sul lavoro. La medicina generale e la sanità hanno bisogno di scelte che rafforzino la parità di genere del comparto, sia nel campo economico, sia in quello delle tutele, per la maternità e per il diritto ai tempi di conciliazione per le donne medico, alla luce della crescente femminilizzazione della categoria”, conclude.

Per approfondire

Presente e futuro del SSN si giocano su privacy, formazione e personale

Farmaci in pediatria: tra (poche) sperimentazioni e nuovi sviluppi

I bambini non sono piccoli adulti. È questo, senza dubbio, il primo elemento da chiarire quando si affronta il delicato tema dell’uso dei farmaci in pediatria. Il soggetto pediatrico è, infatti, in continua evoluzione e presenta specificità proprie che lo distinguono dall’adulto anche nella risposta al trattamento farmacologico. Un concetto da tenere bene a mente per evitare molti dei più frequenti errori commessi nel somministrare i medicinali ai bambini. Come, ad esempio, la riduzione del dosaggio di un farmaco, impiegato comunemente negli adulti, in base al peso corporeo e all’età del piccolo paziente, senza però avere informazioni corrette sull’efficacia e la sicurezza del trattamento in età pediatrica.

 

Spiega il Prof. Alessandro Mugelli, già Presidente SIF: “Che i bambini non siano piccoli adulti è dimostrato dal fatto che non solo molti parametri farmacocinetici, ma anche la farmacodinamica possano modificarsi durante la crescita. Nella popolazione pediatrica, crescita e cambiamenti evolutivi influenzano l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo e l’eliminazione dei farmaci (ADME); così come influenzano gli aspetti di farmacodinamica, variando l’efficacia e la sicurezza della terapia. In ambito pediatrico vanno, inoltre, considerati numerosi fattori, tra cui: l’età, il peso corporeo, la superficie corporea, l’età gestazionale e il peso alla nascita per i neonati, la razza o etnia, il sesso”.

 

Nonostante la terapia farmacologica giochi un ruolo importante nella cura e nella prevenzione in età pediatrica, i pediatri sono spesso costretti a prescrivere farmaci basandosi su dati di sicurezza ed efficacia incompleti o assenti, come conseguenza della carenza di specifici studi in questa fascia di età.

 

“Non più di un terzo dei farmaci attualmente prescritti ai bambini è stato, infatti, specificamente studiato per la sicurezza e l’efficacia in età pediatrica“, prosegue il Prof. Mugelli. “Ciò è particolarmente rilevante considerando che le tappe fondamentali del destino del farmaco nei bambini, dall’assorbimento all’eliminazione, sono diverse qualitativamente e quantitativamente rispetto agli adulti e che i differenti gradi di sviluppo degli apparati bersaglio richiedono una terapia farmacologica individualizzata che non sempre può essere adeguatamente ricavata dai dati disponibili per la popolazione adulta”.

 

Temi che, nel solco dei precedenti congressi SIF di Rimini e di Firenze, saranno discussi in un’ottica multidisciplinare durante il 41° Congresso Nazionale della Società Italiana di Farmacologia, in programma dal 16 al 19 novembre a Roma, dove argomenti come le terapie per le malattie rare pediatriche e l’implementazione di test di farmacogenetica nei pazienti pediatrici troveranno spazio in specifici simposi e tavole rotonde. Un focus particolare sarà, inoltre, riservato al riposizionamento di farmaci noti (anche con brevetto scaduto) per il trattamento di patologie in ambito pediatrico.

L’impegno della Sif nel campo della farmacologia pediatrica

A testimonianza del continuo impegno della Società in quest’ambito, nel 2017 la SIF ha creato un Gruppo di Lavoro di Farmacologia Pediatrica che si occupa di: farmacocinetica e farmacologia clinica in età pediatrica; valutazione di efficacia e sicurezza dei farmaci in età pediatrica; valutazione preclinica dei meccanismi farmacodinamici e farmacocinetici dei farmaci in età evolutiva.

 

La SIF è, inoltre, tra i soci fondatori dell'”Italian Network for Paediatric Clinical Trials” (INCiPiT), un consorzio composto dai più importanti IRCCS (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico) e ospedali pediatrici italiani, i grandi dipartimenti di pediatria e altri istituti di ricerca che operano a livello nazionale e internazionale. INCiPiT è nato nel 2017 con l’obiettivo di diventare il principale punto di riferimento italiano per la sperimentazione clinica nella popolazione pediatrica.

Passi avanti sperimentali per la terapia del tumore al pancreas

Il cancro al pancreas (PC) è una malattia ancora difficile da curare e nella maggior parte dei casi la morte dei pazienti è dovuta alla formazione di metastasi. La diagnosi è spesso tardiva, poiché il tumore non dà sintomi, e in molti pazienti tale tumore resiste alle chemioterapie, verosimilmente anche a causa di una sottopopolazione cellulare tumorale con caratteristiche di staminalità: queste cellule sono in grado di rigenerare il tumore stesso e di adattarsi a modificazioni dell’ambiente circostante, come la presenza di farmaci o la scarsità di risorse vitali. L’individuazione di nuovi biomarcatori e l’utilizzo di trattamenti più efficaci e specifici sono dunque una priorità per il trattamento più efficace di questa malattia.

 

Un gruppo di ricerca dell’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igb) di Napoli (in foto), coordinato da Enza Lonardo, ha condotto uno studio i cui risultati sono stato pubblicati sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research. I dati ottenuti hanno portato all’identificazione di una sottopopolazione di cellule staminali tumorali altamente metastatica e caratterizzata dall’espressione della proteina LAMC2. “La presenza di questa proteina favorisce la migrazione delle cellule tumorali in organi secondari e ne incrementa il potenziale di staminalità, rendendole altamente resistenti ai trattamenti chemioterapici e favorendo l’insorgenza di metastasi, in particolare nel fegato”, spiega Lonardo.

 

Lo studio ha permesso di identificare un meccanismo molecolare alla base dell’elevata espressione di questo marcatore. Si tratta di una proteina assente nelle cellule del pancreas normale e invece presente e attiva in cellule tumorali che risiedono in un microambiente ricco della molecola TGFbeta1. “La presenza di TGFbeta1 induce l’espressione di LAMC2, promuovendo così l’insorgenza di un cancro più aggressivo, che risponde meno alle terapie farmacologiche convenzionali”, aggiunge la ricercatrice. “Abbiamo osservato però che il trattamento dei tumori con il farmaco vactosertib, un nuovo inibitore del recettore del TGFbeta1, potenzia l’effetto del chemioterapico gemcitabina portando a una completa eliminazione delle cellule LAMC2 positive e a una drastica riduzione delle metastasi epatiche”.

 

L’incidenza e la mortalità del cancro al pancreas sono in forte aumento: si prevede che tale patologia diventerà la seconda causa di morte per cancro entro il 2030. Secondo i dati dell’Associazione italiana registri tumori (AIRTUM) e dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), nel 2019 in Italia sono stati diagnosticati circa 13.500 nuovi casi.

La scoperta potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci in grado di agire in modo specifico sia sulla riduzione diretta dell’espressione di LAMC2, sia in maniera indiretta sul microambiente tumorale, influendo sulla via di segnalazione mediata dal TGFbeta1. “Tali nuovi approcci potrebbero avere importanti implicazioni cliniche al fine di ridurre il potenziale tumorigenico delle cellule e, di conseguenza, di contrastare le recidive e la formazione di metastasi. La ricerca, inoltre, apre la strada a nuovi approcci terapeutici volti all’eliminazione selettiva della popolazione tumorale, colpendo LAMC2”, conclude Lonardo.

Lo studio è stato possibile grazie al sostegno della Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e alla Fondazione italiana per la ricerca sulle malattie del pancreas (FIMP).

Payback spesa farmaceutica per acquisti diretti per l’anno 2021

Pubblicata la determina dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sul ripiano della spesa farmaceutica per acquisti diretti da parte delle Regioni per l’anno 2021.

 

Il provvedimento avrà validità il giorno seguente la pubblicazione in Gazzetta ufficiale: da allora le aziende avranno 30 giorni di tempo per i pagamenti.

 

Tra le case farmaceutiche, sarà Novartis a dover versare la cifra più elevata (108,5 milioni), seguita da Bristol Meyers Squibb (70,5 milioni) e Roche (63,2 milioni).

 

Clicca qui per consultare la determina Aifa e i relativi allegati

 

Per approfondire

Farmaci e dispositivi medici, il nodo del prezzo. Scroccaro: “Attivare un tavolo governativo sui tetti di spesa”

Quanto costa l’obesità, oltre allo stigma?

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Nei 52 Stati della Regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sono in sovrappeso e obesi il 58,7% degli adulti (62,9% gli uomini e il 54,3% le donne) e il 29,5% dei bambini tra i 5 e i 9 anni (32,1% dei maschi e 26,6% delle femmine).

A dirlo è la stessa Oms, nel suo report annuale, che sottolinea come i tassi siano in crescita e ricorda che l’obesità è il principale fattore determinante di disabilità, causa diversi tipi di cancro ed è legata a una maggiore morbilità e mortalità da Covid-19.

Al momento, sovrappeso e obesità sono al quarto posto come fattore di rischio di morte, dopo l’ipertensione, i rischi alimentari e il tabacco.

 

Nonostante questi dati, il riconoscimento dell’obesità come patologia non è stato semplice: sebbene sia inserita fin dal 1948 nella Classificazione internazionale delle malattie, l’Oms l’ha riconosciuta come patologia cronica solo nel 1997.

Oggi sono pochi gli Stati europei che la identificano come tale: l’Italia è tra questi, grazie a una mozione parlamentare approvata all’unanimità il 13 novembre 2019.

Simona Bertoli
Simona Bertoli, Istituto Auxologico Italiano. Foto di Ugo De Berti, https://www.udb.it

Il passaggio non è una mera formalità, perché permette di definirne la prevenzione e il trattamento.

“Si tratta di un passo avanti importante, sebbene purtroppo oggi l’obesità non sia ancora inserita nei Livelli essenziali d’assistenza (Lea) né abbia un codice di esenzione”, nota Simona Bertoli, responsabile clinica dei Centri Obesità Lombardi e del Servizio Day Hospital e Mac Obesità della sede di Auxologico Ariosto di Milano e direttrice del Laboratorio sperimentale di Ricerche sulla Nutrizione e l’Obesità dell’Auxologico.

Lo stigma

“Purtroppo quando si parla di obesità permane uno stigma duro a morire, che imputa alla persona la responsabilità di una presunta mancanza di volontà per dimagrire – ricorda l’esperta – In realtà, sappiamo che non è così: dal punto di vista scientifico è ormai chiaro che l’obesità sia una patologia con cause non solo legate alle errate abitudini alimentari”.

È stato dimostrato che nell’obesità primaria esiste una forte predisposizione genetica che si somma a un effetto ambientale

È stato infatti dimostrato che nell’obesità primaria esiste una forte predisposizione genetica che si somma a un effetto ambientale: “Essere inseriti in un contesto obesogenico, nel quale abbiamo cioè a disposizione facilmente molto cibo ricco di grassi e zuccheri, poco saziante e molto accattivante dal punto di vista estetico, non aiuta. Se si aggiunge che di solito questi alimenti sono più economici di quelli healthy, si capisce la difficoltà per il singolo di spezzare il circolo vizioso”.

Secondo stime recenti dell’Istat in Italia ci sono circa 21 milioni di persone in sovrappeso, mentre il numero degli obesi è di circa 6 milioni, con un incremento percentuale del 10% rispetto al 2001. È sovrappeso oltre 1 persona su 3 (il 36%, con preponderanza maschile: 45,5% rispetto al 26,8% delle donne) e obeso 1 adulto su 10. Inoltre, il 66,4% di chi ha diabete di tipo 2 è anche sovrappeso o obeso.

 

Questi numeri sono stati confermati anche dall’ultimo Rapporto sull’obesità in Italia, curato dall’Istituto Auxologico, che sottolinea come, sebbene il genere più colpito sia quello maschile (con un picco tra i 65 e i 74 anni), quando si parla di obesità grave siano le donne a essere maggiormente toccate dalla condizione. Nelle classi di età più anziane presentano prevalenze quasi doppie rispetto agli uomini e tra le donne anziane del Mezzogiorno la quota supera addirittura il 5%.

Per obesità grave si intende un indice di massa corporea superiore a 35. In Italia sono in questa condizione un milione di persone, pari al 2,3% degli adulti.

Per quanto riguarda la distribuzione geografica, complessivamente nel Nord-Ovest e nel Centro la prevalenza di obesità rilevata nella popolazione si attesta al 10%, mentre nel Nord-Est e nelle isole il valore raggiunge l’11,4% e nel sud il 12,4%.

L’obesità infantile

Un rapporto Ocse del 2019 inseriva l’Italia al quarto posto tra i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico per obesità infantile: è obeso il 12,5% dei ragazzi tra i 5 e 19 anni e in sovrappeso il 24,3%. La situazione è più grave solo negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda e in Grecia.

Il trend è stato confermato anche dal rapporto redatto dall’Auxologico: nei Paesi dell’Unione europea è obeso quasi un bambino su otto tra i 7 e gli 8 anni. Cipro, Italia, Grecia, Malta e Spagna mostrano i più alti tassi di obesità. L’Italia si colloca nella fascia centrale della graduatoria dei Paesi dell’Unione Europea, con una prevalenza pari al 19%. Nel nostro Paese, come per gli adulti, tra i 3 e i 17 anni si osserva un forte gradiente territoriale nella distribuzione dell’obesità tra la popolazione giovanile: 34,1% al Sud, 20% del Nord-Ovest, 22,4 % nel Nord-Est, 23,9% del Centro e 28,4% nelle isole, con quote più elevate soprattutto in Campania (37,8%), Molise (33,5%), Basilicata (32,4%), Abruzzo e Puglia (31,2%).

 

Più di un terzo dei bambini e circa la metà degli adolescenti che sono in sovrappeso permangono in questa condizione da adulti

Si stima che più di un terzo dei bambini e circa la metà degli adolescenti che sono in sovrappeso permangano in questa condizione da adulti. Diversi studi suggeriscono che ciò avvenga perché la comparsa precoce e il proliferare delle cellule adipose in determinati periodi della crescita possano avere conseguenze importanti rispetto al numero e alla dimensione dei depositi di grasso presenti in età adulta.

 

“Non vanno infine ignorate le problematiche psicologiche e relazionali dell’obesità nei bambini e nei ragazzi, di cui le cronache spesso ci riferiscono anche le conseguenze drammatiche – ricorda Bertoli – L’obesità tra i bambini e i ragazzi è spesso correlata a problemi psico-sociali come scarsa autostima, bullismo a scuola, scarso rendimento scolastico, disordini alimentari e depressione, che non contribuiscono certamente a una crescita sana e serena”.

I costi dell’obesità

A livello mondiale, l’obesità è oggi responsabile di un costo complessivo pari a circa 2.000 miliardi di dollari, che corrisponde al 2,8% del prodotto interno lordo globale. L’impatto economico dell’obesità, quindi, è sovrapponibile a quello del fumo di sigaretta.

In Italia i dati più recenti riguardo ai costi dell’obesità sono stati ricavati nell’ambito del progetto Sissi, svolto con i database della medicina generale dalla Toscana: lo studio stima che l’eccesso di peso sia responsabile del 4% della spesa sanitaria nazionale, per un totale di circa 4,5 miliardi di euro nel 2012.

Dati Ocse dimostrano che nel nostro Paese il sovrappeso rappresenta il 9% della spesa sanitaria e riduce il Pil del 2,8%

Dati Ocse dimostrano che nel nostro Paese il sovrappeso rappresenta il 9% della spesa sanitaria e riduce il Pil del 2,8%. Per coprire questi costi, ogni cittadino paga 289 euro di tasse supplementari all’anno. Inoltre, gli italiani vivono in media 2,7 anni in meno a causa del sovrappeso.

Dati di uno studio europeo che ha coinvolto anche l’Italia dimostrano che su 100 persone obese solo 40 ricevono una diagnosi. Il numero di soggetti che prende effettivamente un appuntamento per la cura dell’obesità è del 20%. Di questi, solo il 20% riuscirà ad avere un’efficacia della cura attraverso un intervento di primo livello. Per gli altri serviranno interventi di intensità diversi. “Questi numeri ci fanno capire quanto siamo lontani dall’obiettivo di trattare tutti”, evidenzia Bertoli.

 

Le misure esistono, ma spesso sono frammentate sul territorio nazionale o poco finanziate

Per arginare l’epidemia di obesità, l’Italia ha messo in atto una serie di politiche, tra cui linee guida che promuovono l’attività fisica e una dieta sana, etichette nutrizionali per gli alimenti da apporre sul retro delle confezioni e standard nutrizionali volontari nelle scuole. Tuttavia, per gli esperti si può fare di più. “Le misure esistono, ma spesso sono frammentate sul territorio nazionale o poco finanziate”, rileva Bertoli.

Nell’area Ocse l’attuazione di un pacchetto di politiche di comunicazione – comprensivo di etichettatura obbligatoria sul fronte delle confezioni, regolamentazione pubblicitaria e campagne di informazione – potrebbe prevenire 144 mila malattie non trasmissibili entro il 2050, facendo risparmiare 62 milioni all’anno in spesa sanitaria, e far aumentare l’occupazione e la produttività di una quota pari a 6 mila lavoratori a tempo pieno all’anno.

Una riduzione pari al 20% delle calorie negli alimenti ad alto contenuto di zucchero, sale, calorie e grassi saturi, potrebbe prevenire 688 mila malattie non trasmissibili entro il 2050, far risparmiare 278 milioni di euro all’anno in spesa sanitaria, e far aumentare l’occupazione e la produttività di una quota pari a 18 mila lavoratori a tempo pieno all’anno.

 

“Per quanto riguarda il contrasto all’obesità infantile, a lungo i pediatri si sono battuti per separare il prodotto alimentare dal gioco – osserva Bertoli – È infatti dimostrato che gli spot pubblicitari hanno un impatto importante sulle abitudini di consumo. Purtroppo non si è ottenuto nulla e oggi vediamo biscotti ricchi di calorie associati a figurine di calciatori in ottima forma fisica. Questi messaggi, su bambini predisposti, hanno un impatto fortemente negativo”.

Si stima che la promozione di stili di vita più sani rappresenti un buon investimento, oltre ad avere un impatto positivo sulla salute della popolazione: si calcola che in media, per ogni euro investito, è possibile un ritorno economico fino a 6 euro.

Le terapie

In questo momento il trattamento principale per l’obesità riguarda la dietoterapia associata all’educazione nutrizionale, all’educazione motoria e in generale a tutto quello che ha a che fare con il miglioramento dello stile di vita.

Il Servizio sanitario nazionale rimborsa la chirurgia bariatrica: “Tutto il percorso è a carico del Ssn, ma il follow-up e gli integratori che servono ai pazienti no – rileva Bertoli – È la conseguenza di non avere un’esenzione di malattia”.

È dimostrato che l’obesità è più frequente nelle classi disagiate, con un basso livello socio culturale ed economico

Accanto a questo, ci sono anche alcuni farmaci di dimostrata efficacia per il controllo del peso: “Sono prescrivibili da uno specialista, ma interamente a carico del paziente – sospira l’esperta – Con alcuni paradossi: uno di questi, per esempio, è utilizzato, a dosi inferiori, per il diabete. La persona con obesità non ha quindi l’accesso gratuito finché non contrare anche questa patologia metabolica… È inoltre dimostrato che l’obesità è più frequente nelle classi disagiate, con un basso livello socio culturale ed economico. Dovremo interrogarci su come allargare l’accesso alle terapie disponibili”.

 

Per far fronte alle problematiche nutrizionali, da qualche settimana è nato Auxologico Città Studi Icans, un poliambulatorio specialistico dedicato alle problematiche di sovrappeso, obesità, sindrome metabolica e disturbi del comportamento alimentare, frutto della collaborazione tra l’Università degli Studi meneghina (al cui interno si trova l’Icans, il Centro internazionale per lo studio della composizione corporea) e l’Auxologico. L’intenzione è fornire soluzioni pratiche ai pazienti sulla base della medicina basata sulle evidenze.

 

Il graduale aumento dell’obesità è una grande sconfitta: purtroppo il Covid ha interrotto alcune buone abitudini di movimento e ci ha spinto a rifugiarci nei comfort food – rileva Bertoli –, per non parlare delle visite rimandate”. Adesso qualcosa si sta muovendo e si stanno attuando televisite e telemedicina anche per quanto riguarda l’obesità. “Il lockdown ha tolto alle persone anche il minimo movimento quotidiano necessario per raggiungere la scuola o il posto di lavoro. Oggi chi fa smart working rischia di non uscire di casa per l’intera giornata. Sarebbe importante intervenire in fretta su adulti e bambini a rischio”.

“Cari italiani, non ammalatevi perché nessuno potrà curarvi”. La lettera dei medici CIMO-FESMED

È un grido di dolore la lettera che il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED ha indirizzato ai cittadini italiani: “Cari italiani – si legge – cercate di non ammalarvi perché presto non ci saranno più medici per curarvi. Se potete permettervi un’assicurazione sanitaria iniziate ad informarvi su come acquistarla. E se non potete permettervela cercate di mettere comunque da parte dei risparmi per quando dovrete fare delle analisi, una visita specialistica o una lastra, perché prima o poi sarete costretti a pagarle di tasca vostra”.

 

Una lettera provocatoria, che tuttavia dipinge uno scenario futuro non molto lontano da quel che la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza appena approvata dal Consiglio dei Ministri lascia prevedere: nei prossimi tre anni la spesa sanitaria sarà ridimensionata, scendendo ad una percentuale di Pil inferiore ai livelli pre-Covid e lasciando l’Italia tra i Paesi europei che spendono meno per la sanità. In questo modo, scrivono i medici, sarà “pressoché impossibile far funzionare le case e gli ospedali di comunità previsti dal PNRR e superare quel tetto di spesa al personale che impedisce di assumere medici, infermieri e altri professionisti sanitari”.

 

I medici del sindacato (a cui aderiscono le sigle ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) chiedono dunque a gran voce “più fondi per la sanità nella prossima Legge di Bilancio” per impedire “lo smantellamento degli ospedali e della medicina del territorio”. Altrimenti, scrivono, “preparatevi a Pronto soccorso sempre più affollati, liste d’attesa sempre più lunghe, ambulanze sempre meno rapide, personale sempre più ridotto all’osso”.

 

La lettera quindi denuncia anni di “programmazione sbagliata, di tagli feroci e scellerati alla sanità nel nome di una presunta razionalizzazione e una supposta appropriatezza che in realtà hanno solo ridotto drasticamente l’offerta sanitaria. E non c’è alcun segnale – continuano i medici – che possa indicare un ripensamento, un cambiamento di priorità, una svolta. Nemmeno il brusco risveglio causato dalla pandemia è servito a comprendere l’importanza di investire nel Servizio sanitario nazionale”, si legge. “Sembra che quella discontinuità rispetto alle politiche precedenti più volte invocata dall’attuale Governo riguardi tutti i settori tranne quello sanitario: non si penserà mica che sia sufficiente il reintegro dei sanitari non vaccinati per differenziarsi dagli altri Ministri della Salute”, la stoccata ad Orazio Schillaci, a cui si chiede un deciso intervento.

 

E intanto, “nel silenzio e nell’indifferenza generale, la sanità pubblica viene quotidianamente smantellata”. I medici allora promettono di dar battaglia per difendere quella “ricchezza inestimabile” che è il Servizio sanitario nazionale, chiedendo alla popolazione solidarietà e collaborazione, “perché quando si parla di salute si parla di tutti”.

 

A seguire, la lettera aperta scritta dai medici della Federazione CIMO-FESMED:

 

Roma, 8 novembre 2022

 

Cari italiani,

cercate di non ammalarvi perché presto non ci saranno più medici per curarvi. Se potete permettervi un’assicurazione sanitaria iniziate ad informarvi su come acquistarla, perché nel prossimo futuro il Servizio sanitario nazionale non sarà più in grado di garantire le prestazioni di cui avrete bisogno. E se non potete permettervi una polizza cercate di mettere comunque da parte dei risparmi per quando dovrete fare delle analisi, una visita specialistica o una lastra, perché prima o poi sarete costretti a pagarle di tasca vostra.

Nel silenzio e nell’indifferenza generale, la sanità pubblica viene quotidianamente smantellata. Nemmeno il brusco risveglio causato dalla pandemia, una volta superato il momento degli applausi e dei ringraziamenti al personale sanitario, è servito a comprendere l’importanza di investire nel Servizio sanitario nazionale. La politica miope continua a ignorare i problemi della sanità, finita ancora una volta in fondo all’agenda del Governo, che prevede di destinare alla tutela della salute della popolazione una percentuale di Pil addirittura inferiore ai livelli pre-Covid, lasciandoci tra i Paesi europei che investono meno in sanità.

La Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza appena approvata dal Consiglio dei Ministri infatti ridimensiona ulteriormente la spesa sanitaria per i prossimi tre anni, rendendo pressoché impossibile far funzionare le case e gli ospedali di comunità previsti dal PNRR e superare quel tetto di spesa al personale che impedisce di assumere medici, infermieri e altri professionisti sanitari.

E allora, cari italiani, preparatevi a Pronto soccorso sempre più affollati, liste d’attesa sempre più lunghe, ambulanze sempre meno rapide, personale sempre più ridotto all’osso. Sono gli effetti di anni di programmazione sbagliata, di tagli feroci e scellerati alla sanità nel nome di una presunta razionalizzazione e una supposta appropriatezza, che in realtà hanno solo ridotto drasticamente l’offerta sanitaria. E non c’è alcun segnale che possa indicare un ripensamento, un cambiamento di priorità, una svolta. Sembra che quella discontinuità rispetto alle politiche precedenti più volte invocata dall’attuale Governo riguardi tutti i settori tranne quello sanitario: non si penserà mica che sia sufficiente il reintegro dei sanitari non vaccinati per differenziarsi dagli altri Ministri della Salute.

Noi medici e sanitari siamo vittime di questo sistema tanto quanto voi. La principale causa del disagio che dovete subire ogni volta che vi recate in una Asl, in un ospedale o in Pronto soccorso è la carenza di medici e professionisti sanitari. Siamo troppo pochi per fare tutto, ma pur di cercare di aiutare tutti lavoriamo in condizioni drammatiche, insostenibili per lunghi periodi, coprendo turni per 15-18 ore, senza riuscire a godere di riposi e ferie, con il terrore che la stanchezza ci porti a sbagliare. E appena c’è una possibilità di fuga dagli ospedali pubblici siamo costretti ad afferrarla a malincuore, perché questa è la vita che avevamo scelto di fare e che amavamo. Una vita che purtroppo è diventata inaccettabile, che mette a rischio la nostra stessa salute.

Sono anni che ripetiamo, inascoltati, che occorre invertire la rotta. Speravamo, illusi, che il Covid-19 avesse fatto capire una volta per tutte l’importanza di un Servizio sanitario universale, pubblico, sicuro e di qualità. Non solo per quella tutela della salute richiamata dalla Costituzione come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, ma anche per il corretto funzionamento del sistema produttivo del Paese. Ci siamo sbagliati, così non è stato.

Cari italiani,

noi medici non intendiamo arrenderci a quella che sembra un’inevitabile sconfitta della sanità pubblica. Chiediamo allora anche la vostra solidarietà, perché quando si parla di salute, si parla di tutti: ciascuno di noi domani potrebbe risvegliarsi nelle vesti di paziente. È allora essenziale il contributo di tutta la popolazione: senza rendercene conto stiamo perdendo una ricchezza inestimabile. Facciamo in modo che questo non accada. Chiediamo a gran voce più fondi per la sanità nella prossima Legge di Bilancio, impediamo lo smantellamento degli ospedali e della medicina del territorio. Uniamoci e difendiamo insieme il Servizio sanitario nazionale.

 

                              I medici della Federazione CIMO-FESMED

Dibattito sulle infrastrutture di comunità alla Biennale Tecnologia

Dal 10 al 13 novembre a Torino si tiene la Biennale Tecnologia: oltre 130 incontri con 280 ospiti da tutto il mondo. Quest’anno il tema è Princìpi – Costruire per le generazioni. Noi ci saremo e in particolare vi diamo appuntamento per venerdì 11 alle 11 alla Sala Grande – Circolo dei Lettori per il dibattito “Per le persone nei luoghi: le infrastrutture di comunità”, con ospiti Filippo BarberaAntonio De Rossi e Walter Franco, moderato dalla nostra giornalista Adriana Riccomagno.

 

Le infrastrutture sociali come bi­blioteche, scuole, ospedali, parchi pubblici e servizi collettivi collega­no le persone ai luoghi dando loro la possibilità di esercitare i diritti di cittadinanza. Esse sono dispositivi rituali creatori di significato, attra­verso i quali le persone costruisco­no i repertori simbolici della loro identità collettiva. Questa duplice accezione comporta importanti conseguenze per la pianificazione territoriale.

 

Il programma completo è su www.biennaletecnologia.it.