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Cellule in 3D: dalla microscopia una tecnica innovativa

Cellule in 3D senza l’uso di coloranti chimici o anticorpi marcatori: uno studio internazionale, guidato da ricercatori italiani dell’Istituto di scienze applicate e sistemi intelligenti “E. Caianiello” (Isasi) del Consiglio nazionale delle ricerche, dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e del CEINGE – Biotecnologie Avanzate Franco Salvatore, ha scoperto il sistema per fare la TAC ad ogni singola cellula distinguendo le sane dalle malate, senza alternarne la conformazione e riducendo il margine di errore nell’interpretazione umana dei dati. Si tratta di una tomografia olografica a flusso in grado di misurare proprietà biofisiche strettamente connesse allo stato della cellula, ottenute mediante tecniche computazionali, che potrebbe determinare una svolta molto significativa nella diagnosi precoce dei tumori e nella sperimentazione di nuovi farmaci per uso terapeutico.

 

I risultati della ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica di alto impatto Nature Photonics (Springer Nature Group) hanno rivelato la possibilità di identificare, visualizzare e misurare in 3D il nucleo di singole cellule tumorali con l’utilizzo di tecniche avanzate di microscopia senza l’utilizzo di coloranti chimici aprendo così strade completamente nuove per gli studi di biologia cellulare. Questo si pensa potrà aprire la strada ad applicazioni, in futuro, nella clinica delle malattie dovute ad alterazioni molecolari. Di fatto, la tecnologia olografica laser 3D alla base dei risultati ottenuti potrà rivoluzionare la citometria a flusso, attualmente basata su imaging 2D a fluorescenza. Quest’ultima è, infatti, limitata dal processo di colorazione necessario per identificare strutture intracellulari, richiede molto tempo e potrebbe alterare le proprietà cellulari.

 

“L’applicazione più promettente della citometria a flusso basata sulla tomografia a contrasto di fase è la biopsia liquida, l’indagine meno invasiva attualmente praticabile, che mira alla diagnosi precoce dei tumori e alla definizione di terapie oncologiche personalizzate”, spiega Achille Iolascon, professore di Genetica Medica della Federico II e Principal Investigator CEINGE assieme a Mario Capasso. “La metodica di identificazione di singole cellule tumorali messa a punto in questo studio apre la possibilità di attivare nuove linee di ricerca per sviluppare tecniche in grado di monitorare ed estrarre le cellule tumorali che circolano nel sangue del paziente”. Il team italiano che ha svolto la ricerca e che comprende fisici, ingegneri, genetisti e biotecnologi, ed è stato arricchito dalla collaborazione internazionale di ricercatori del Laboratorio di Ottica dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL) diretto da Demetri Psaltis.

 

Lo studio si è focalizzato sul nucleo di cellule tumorali che, tra i vari organelli, è quello che contiene la maggior parte del materiale genetico ed è responsabile del ciclo di vita della cellula. Identificare il nucleo in cellule non marcate è una sfida enorme a cui diversi gruppi nel mondo stanno provando a dare soluzioni negli ultimi anni.

 

Per il Cnr-Isasi, l’attività computazione è stata svolta da Pasquale Memmolo (responsabile) e Daniele Pirone (assegnista): non potendo sfruttare lo strumento dell’intelligenza artificiale hanno sviluppato un metodo statistico ad hoc, puramente computazionale. Lisa Miccio ha, invece, contribuito allo sviluppo del Tomografo Olografico a flusso presso i laboratori dell’Istituto: la natura 3D della tomografia a contrasto di fase a flusso ha la capacità di misurare le proprietà biofisiche strettamente connesse allo stato della cellula e -grazie all’assenza di coloranti chimici- rappresenta una vera svolta tecnologica rispetto alla citometria a flusso convenzionale.

 

“I risultati ottenuti aprono scenari su nuove ricerche per identificare ulteriori organelli intracellulari non marcati e per proseguire lo sviluppo verso sistemi portatili a basso costo del tipo “lab-on-chip”, prospettando l’implementazione della medicina personalizzata basata sull’analisi non invasiva di singole cellule in fluidi biologici (sangue, urine, salive, etc.)”, conclude Pietro Ferraro (Cnr-Isasi) Coordinatore nazionale del Progetto di Rilevante Interesse Nazionale dal Ministero dell’Università e della Ricerca italiano (PRIN 2017N7R2CJ denominato MORFEO-Morphological Biomarkers for early diagnosis in Oncology) che ha finanziato la ricerca.

Malattie rare: il ruolo cruciale dell’innovazione per diagnosi precise e terapie specifiche

Poco conosciute. Spesso mal diagnosticate o, addirittura, prive di diagnosi. E, di conseguenza, senza una terapia specifica. Stiamo parlando delle malattie rare che, in Italia, si stima colpiscano circa 2 milioni di persone: nel 70% dei casi si tratta di pazienti in età pediatrica. Nonostante la scarsa incidenza, queste patologie, così eterogenee e spesso di origine genetica, sono circa 10.000: un numero considerevole e destinato ad aumentare, di pari passo, con i progressi del mondo della ricerca. Eppure, attualmente, solo per il 5% di queste malattie esiste una terapia specifica. Con il risultato che ci sono tanti, troppi pazienti affetti da patologie rare ancora oggi senza cure per una serie di problematiche: la difficoltà di effettuare una diagnosi corretta, le scarse conoscenze delle diverse malattie, nonché il numero ridotto di pazienti che rende complessa la conduzione di studi clinici e, allo stesso tempo, scoraggia le aziende farmaceutiche nell’investire per la ricerca e lo sviluppo di terapie specifiche.

“Per questi motivi, una volta approvati per l’immissione in commercio, i farmaci per le malattie rare – detti anche farmaci orfani – sono gravati da molte incertezze sul profilo dell’efficacia e della sicurezza, oltre che da costi molto elevati. Se prese singolarmente queste patologie sono poco frequenti, nel loro complesso rappresentano un gruppo di malattie tutt’altro che rare, considerato che colpiscono centinaia di milioni di pazienti nel mondo e rappresentano, dunque, un importante problema socio-sanitario a livello globale”, spiega la Prof.ssa Annamaria De Luca dell’Università degli Studi di Bari e membro del Consiglio Direttivo SIF, nonché coordinatore del gruppo di lavoro SIF4RARE che vede il coinvolgimento dei numerosi farmacologi che si occupano di malattie rare e farmaci orfani in Italia.

 

Ecco perché sono tante le questioni aperte nello scenario delle malattie rare che la Società Italiana di Farmacologia affronterà in occasione del 41° Congresso Nazionale SIF, che si terrà a Roma dal 16 al 19 novembre, con lo scopo di ampliare le conoscenze, incoraggiare i momenti di incontro e sensibilizzare tutti gli stakeholder sulla necessità di sviluppare terapie specifiche e garantire a tutti i pazienti l’accesso alle cure di cui necessitano – a partire da una corretta diagnosi.

Nutraceutica e malattie rare

Un importante filone della ricerca farmacologica riguarda i nuovi dati preclinici e clinici sull’utilizzo degli integratori alimentari in alcune malattie rare, come la distrofia muscolare di Duchenne e la Fibrosi Cistica, allo scopo di valutare attentamente il rapporto rischio-beneficio e la potenziale tossicità di questi nutraceutici.

 

In questo tipo di pazienti, l’uso degli integratori alimentari – specifica la Prof.ssa De Luca – è finalizzato principalmente a ridurre o risolvere alcuni deficit nutrizionali legati alla malattia o alla sua evoluzione. In alcuni casi, questi prodotti possono anche essere impiegati per modulare alcuni processi patogenetici secondari, come – ad esempio – lo stress ossidativo o meccanismi infiammatori. Tuttavia, è di primaria importanza stabilire il rapporto rischio-beneficio, in quanto gli integratori possono causare effetti tossici e interazioni con i farmaci. Per questo, è fondamentale che gli integratori alimentari siano accuratamente studiati in relazione alla patologia rara di interesse, e che il paziente, prima di assumere un qualsiasi integratore alimentare, si consulti sempre con il proprio medico, il quale a sua volta dovrà attenersi scrupolosamente alle evidenze scientifiche disponibili per evitare l’uso non corretto e problemi di tossicità”.

Farmaci orfani e SLA

Il settore dei farmaci orfani rappresenta un’area fondamentale della ricerca che ha lo scopo di trovare una cura per i pazienti affetti da malattie rare. Si tratta di patologie spesso complesse per cui risulta oggettivamente difficile trovare una terapia efficace. È il caso, ad esempio, della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA).

 

“La SLA è una malattia complessa – sottolinea la Prof.ssa De Luca – anche a causa delle diverse forme con cui questa patologia può manifestarsi: genetica o sporadica. Recenti studi clinici, nei quali sono state valutate l’efficacia e la sicurezza di nuovi farmaci sperimentali in grado di modulare l’espressione di proteine coinvolte nella patologia, come ad esempio la sintesi della proteina SOD1 difettosa, hanno mostrato segni di rallentamento nella progressione della malattia nei pazienti con forme familiari di SLA, cioè quelli portatori della mutazione del gene SOD1. Questo gruppo di pazienti, purtroppo, rappresenta soltanto il 2-3% di tutti i casi di SLA, pari circa a 120-150 persone in Italia. Si tratta di un risultato mai raggiunto prima per questi pazienti SOD1, affetti dalla forma più aggressiva della patologia; mentre, non ci sono ancora dati che confermino la sicurezza e l’efficacia di questo medicinale per coloro che sono affetti dalla malattia sporadica e che rappresentano il 90% dei casi”.

 

Dopo tanti anni di studi, questi risultati portano a guardare con rinnovato ottimismo alla ricerca di una cura per la SLA.

 

“Quando si parla di malattie rare – prosegue la Prof.ssa De Luca – è fondamentale considerare tutti gli aspetti che riguardano i diversi approcci di ricerca traslazionale, così come la ricerca innovativa che può portare allo sviluppo di terapie avanzate, in grado di rivelarsi efficaci anche nel trattamento di patologie ad elevata incidenza. Per questo, risulta così importante la collaborazione tra laboratori al fine di accelerare le scoperte dalla clinica al banco, per poi tornare, di nuovo, alla clinica”.

Malattie rare in pediatria

Un focus particolare del Congresso sarà dedicato al tema delle malattie rare in campo pediatrico, con l’obiettivo di stimolare il confronto tra tutti gli stakeholder coinvolti nella filiera del farmaco – ricercatori, esperti, esponenti delle associazioni di pazienti, rappresentanti delle agenzie regolatorie e dell’industria farmaceutica – sulle criticità relative allo sviluppo, alla registrazione e all’accesso alle terapie per questo gruppo di pazienti. Ampio spazio sarà così riservato alle opportunità offerte dalla nuova normativa per la conduzione di studi clinici, ai percorsi regolatori specifici, alla sorveglianza post-marketing, nonché all’analisi dei dati di real world per migliorare la valutazione del rapporto rischio-beneficio e, infine, all’Health Technology Assessment (HTA) dei farmaci orfani pediatrici.

Mille Culle, nutrirsi di cultura a Torino

Crescenti evidenze scientifiche testimoniano che i primi 1.000 giorni di vita sono fondamentali per la salute e lo sviluppo biologico, intellettivo, linguistico, emotivo di bambine e bambini, con effetti significativi per tutta la vita adulta. Il loro ingresso nel mondo lo è per i genitori che disegnano il loro nuovo ruolo, nuove relazioni e visioni di sé.  A questo fondamentale periodo, il Piano Regionale per la Prevenzione della Salute 2020/2025 dedica un intero programma che punta a costruire contesti favorevoli per tutti, contrastando le diseguaglianze che già si iscrivono al nascere.

Come riconosce OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità, la Cultura fa bene alla Salute, già dal periodo perinatale e in tutto l’arco della vita: le esperienze culturali vissute dalla famiglia, come leggere ad alta voce, cantare e ascoltare musica, vivere giornate in luoghi accoglienti di bellezza, già durante la gravidanza e nei primi anni sono risorsa per una buona crescita.

Torino e il Piemonte sono riconosciute nel panorama nazionale per la grande ricchezza dell’offerta culturale dedicata alla primissima infanzia.

 

Per condividere le opportunità e  favorire la partecipazione culturale del numero più ampio di famiglie possibile partendo dai nuovi bisogni emersi nel periodo pandemico, le Biblioteche Civiche Torinesi (impegnate da oltre vent’anni nel progetto nazionale Nati per Leggere, promosso dalla Regione e sostenuto da Fondazione Compagnia di S. Paolo), con i musei Family and kids friendly della rete Abbonamento Musei (progetto Nati con la Cultura, il passaporto culturale ideato da Fondazione Medicina a Misura di Donna) hanno avviato un percorso inedito in Italia di alleanza interdisciplinare che coinvolge tutte le Aziende ospedaliere di Torino e della Città metropolitana.

 

Il progetto di sistema “Mille Culle”  è volto ad offrire ai nuclei familiari un’offerta culturale integrata raccomandata dalla Sanità,  con opportunità concrete di stimoli che nutrano il benessere e gli itinerari di vita di bambine e bambini.

Il racconto parte dalle Ostetriche, in tutti gli incontri di accompagnamento alla nascita e si snoda sul territorio, con il coinvolgimento dei consultori e dei pediatri di base (scarica qui la presentazione e diffondila).

Mille Culle si presenta a Torino

Giovedì 17 novembre alle 10.30, a Palazzo Madama, con una discesa in campo massiccia del mondo della Sanità, verrà presentato il progetto Mille Culle, percorso inedito di sistema tra Biblioteche e Musei che abbraccia Sanità, Sociale ed Educazione. Varato a Torino dalle Biblioteche civiche in risposta alle sfide pandemiche è curato da CCW – Cultural Welfare Center. Sarà un momento gioioso, arricchito da performance artistiche, pensate per le famiglie e il mondo della Sanità.

 

Per maggiori informazioni leggi qui

Sunshine Act: siamo pronti alla totale trasparenza tra sanità e industria?

Anche l’Italia ha il suo Sunshine Act. Da quando sarà attivato il registro apposito, le imprese produttive del settore sanitario (non solo big Pharma ma anche Terzo Settore) dovranno comunicare, in maniera trasparente, tutti i finanziamenti sopra i 100 euro erogati nei confronti di medici, operatori sanitari e amministratori/decisori che abbiano potere decisionale nel settore dei farmaci.

Una novità molto importante, visto che ad oggi il tema in Italia non aveva avuto tutte queste attenzioni e, a parte il Codice deontologico di Farmindustria, a livello giuridico non vi era nessun obbligo di rendere pubblici questi finanziamenti, soprattutto da parte dei soggetti privati.

Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, dovrà essere attivato il registro “Sanità Trasparente” per tenere traccia dei pagamenti tra le imprese produttrici e i soggetti che operano nel settore della salute

L’obbiettivo è infatti creare, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, un registro, chiamato “Sanità Trasparente”, in cui le imprese produttrici (pubbliche e private) registrino i pagamenti effettuati verso i soggetti che operano nel settore della salute e le organizzazioni sanitarie. Un registro completamente accessibile e trasparente. Di cui, al momento (siamo a novembre) non c’è traccia.

La legge ricalca il modello di una norma simile approvata già negli Stati Uniti, una nazione dove il conflitto di interesse e il lavoro delle lobby verso gli organi di potere è una costante della vita politica nazionale, ed è accettata dalla popolazione in virtù della trasparenza con cui opera. Da noi il conflitto di interesse va invece a braccetto con la cultura del sospetto: ci si chiede quindi se un registro che mette in piena luce i rapporti economici (legittimi) tra mondo sanitario e mondo industriale sia realmente compreso dalla popolazione o rischi invece di essere un boomerang.

La legge

Dopo oltre quattro anni dall’avvio dell’esame parlamentare, lo scorso giugno è entrata in vigore la legge n. 62 del 31/05/2022, sulle “Disposizioni in materia di trasparenza dei rapporti tra le imprese produttrici, i soggetti che operano nel settore della salute e le organizzazioni sanitarie”, conosciuta come Sunshine Act, che è lo stesso nome di una legislazione simile presente negli Stati Uniti dal 2010.

Per capire meglio come funziona il Sunshine Act all’italiana vediamo quali sono i soggetti coinvolti:

  • «impresa produttrice»: qualunque soggetto, anche appartenente al Terzo settore, che eserciti un’attività diretta alla produzione o all’immissione in commercio di farmaci, strumenti, apparecchiature, beni o servizi, anche non sanitari, ivi compresi i prodotti nutrizionali commercializzabili nell’ambito della salute umana e veterinaria, ovvero all’organizzazione di convegni e congressi riguardanti i medesimi oggetti;
  • «soggetti che operano nel settore della salute»: i soggetti appartenenti all’area sanitaria o amministrativa e gli altri soggetti che operano, a qualsiasi titolo, nell’ambito di un’organizzazione sanitaria, pubblica o privata, e che, indipendentemente dall’incarico ricoperto, esercitano responsabilità nella gestione e nell’allocazione delle risorse o intervengono nei processi decisionali in materia di farmaci, dispositivi, tecnologie e altri beni, anche non sanitari, nonché di ricerca, sperimentazione e sponsorizzazione. In questo elenco rientrano anche i professionisti iscritti nell’Albo nazionale obbligatorio dei componenti delle commissioni giudicatrici nelle procedure di affidamento dei contratti pubblici;
  • «organizzazione sanitaria»: le aziende sanitarie locali, ospedaliere, ospedaliere universitarie, gli IRCCS e qualunque persona giuridica pubblica o privata che eroga prestazioni sanitarie, i dipartimenti universitari, le scuole di specializzazione, gli istituti di ricerca pubblici e privati e le associazioni e società scientifiche del settore della salute, gli ordini professionali delle professioni sanitarie e le associazioni tra operatori sanitari, anche non aventi personalità giuridica, i soggetti pubblici e privati che organizzano attività di educazione continua in medicina nonché le società, le associazioni di pazienti, le fondazioni e gli altri enti istituiti.

Che cosa occorre comunicare? Le convenzioni e le erogazioni in denaro, beni, servizi o altre utilità effettuate da un’impresa produttrice in favore:

  • di un soggetto che opera nel settore della salute, quando abbiano un valore unitario maggiore di 100 euro o un valore complessivo annuo maggiore di 1.000 euro;
  • di un’organizzazione sanitaria, quando abbiano un valore unitario maggiore di 1.000 euro o un valore complessivo annuo maggiore di 2.500 euro.

Vanno inoltre comunicati tutti gli accordi tra le imprese produttrici e i soggetti che operano nel settore della salute o le organizzazioni sanitarie, che producono vantaggi consistenti nella partecipazione a convegni, eventi formativi, comitati, commissioni, organi consultivi o comitati scientifici ovvero nella costituzione di rapporti di consulenza, docenza o ricerca. Queste attività vanno comunicate in via elettronica in un apposito registro che al momento non è stato ancora attivato.

 

Chi può vedere i dati del registro? Il registro pubblico sarà liberamente accessibile per la consultazione ed è provvisto di funzioni che permettono la ricerca e l’estrazione delle comunicazioni, dei dati e degli atti. Queste informazioni sono consultabili per un periodo di cinque anni, dopodiché saranno cancellate.

 

Cosa succede alle imprese che non comunicano queste informazioni? Potranno pagare multe di 20 volte il valore dell’omessa dichiarazione. Per la rilevazione degli illeciti la legge prevede anche il ricorso ad uno strumento di whistleblowing.

 

In Italia abbiamo normative che regolamentano la trasparenza, come il FOIA, Freedom of Information Act, introdotto con decreto legislativo n. 97 del 2016, e il Codice della trasparenza, introdotto con il decreto legislativo 33 del 2013.

A livello europeo, il Codice Comunitario del Farmaco (approvato con decreto legislativo 219 del 2006) definisce le attività di pubblicità e tra queste rientra anche il patrocinio dei congressi scientifici cui partecipano persone autorizzate a prescrivere o a fornire medicinali, in particolare il pagamento delle spese di viaggio e di soggiorno di queste ultime in tale occasione.

 

Fino ad oggi quindi per le imprese che operano nel mondo sanitario (soprattutto private) almeno in casa nostra, non vi erano obblighi giuridici di trasparenza particolarmente rilevanti. In Italia le case farmaceutiche hanno comunque specifici obblighi di trasparenza secondo il Codice deontologico di Farmindustria, che però è solo uno strumento di autoregolamentazione.

 

Con il Sunshine Act l’obbligo deontologico diventa legge. Ma qual è il vero intento di questa legge? Una mera trasparenza di dati o la prevenzione della corruzione? E quali dati sono importanti? Servono davvero tutti?

 

Ne abbiamo parlato con Vincenzo Antonelli, docente di diritto sanitario e farmaceutico presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del corso di perfezionamento in “Diritto del farmaco” presso l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari.

Vincenzo Antonelli

Quali sono le differenze, se ce ne sono, con la legge americana?

Diciamo che a grandi linee si è presa la legislazione americana come modello, anche se rischiamo, come capita spesso nel nostro paese, di tradurre nel nostro ordinamento esperienze fatte altrove, ma in un contesto di riferimento molto diverso. La cultura e il concetto di trasparenza nel mondo anglosassone sono diversi da come li intendiamo noi: gli USA hanno una tradizione molto più radicata sulla trasparenza come strumento di controllo diffuso e democratico ed è un controllo che ha un fortissimo impatto sull’opinione pubblica, anche grazie alle indagini giornalistiche, cosa che in Italia non c’è agli stessi livelli.

In Italia, a seguito dell’adozione negli ultimi anni di molteplici interventi legislativi, sono stati introdotti tanti obblighi di pubblicazione, ma i dati resi pubblici non vengono adeguatamente utilizzati

In Italia, a seguito dell’adozione negli ultimi anni di molteplici interventi legislativi, sono stati introdotti tanti obblighi di pubblicazione, ma i dati resi pubblici poi non vengono adeguatamente utilizzati.

Il punto, a mio avviso, non è rendere trasparente qualsiasi dato, ma solo quelli ritenuti più importanti e significativi. Rendere tutto trasparente e accessibile può risultare ridondante ed inefficace.

A cosa serve quindi il Sunshine Act?

Dovrebbe puntare a prevenire e contrastare i grandi conflitti di interesse, tra principali decisori pubblici e le imprese che operano nel settore sanitario. Noi invece interveniamo su tutti i soggetti che a vario titolo partecipano ai processi decisionali e per finanziamenti di modico valore. In questo modo avremo una serie infinita di dichiarazioni.

La vera novità è che questa legge si applica anche ai soggetti privati, un cambiamento importante.

Ad esempio, fino ad oggi le case farmaceutiche non dovevano dichiarare per legge se finanziavano associazioni di pazienti o medici privati o strutture private, salvo quanto previsto nel Codice deontologico di Farmindustria.

Quali dati sono davvero importanti?

Quello che a mio avviso andrebbe chiarito riguarda l’individuazione dei soggetti che operano nel settore della salute destinatari di accordi o erogazioni da parte delle imprese produttrici: il medico che esprime un fabbisogno in relazione a medicinali o dispositivi medici rientra tra coloro che intervengono nei processi decisionali?

Se l’intento è quello di prevenire la corruzione si dovrebbe prestare attenzione agli importi più alti, non ai 100 euro. Prima di impostare la legge si sarebbe dovuta realizzare una seria mappatura del rischio corruttivo: quali sono i comportamenti più a rischio? Si vuole solo la trasparenza totale o si vuole intervenire sui settori più sensibili alla corruzione? E se l’obiettivo è prevenire o contrastare la corruzione, forse sarebbe stato utile prevedere un coinvolgimento dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione (ANAC).

Nel nostro paese esiste un sistema di anticorruzione valido, ma, nonostante ciò, la corruzione continua ad esserci

Questa scelta mi fa pensare che il Sunshine Act, anziché intervenire per limitare la corruzione, controllare la spesa pubblica e i rapporti tra il mondo dei produttori e di coloro che poi erogano le prestazioni sanitarie, sia solo un mezzo per assicurare la mera trasparenza del settore sanitario.

Il Sunshine Act non può da solo risolvere tutti i problemi di trasparenza del settore sanitario, ma è chiamato ad operare in un contesto dove già esistono diversi strumenti e che andrebbe usato insieme ad altri provvedimenti per la lotta alla corruzione.

Mi auguro che anche questa legge non si impantani negli eccessi burocratici, risultando inutile. Nel nostro paese esiste un sistema di anticorruzione valido, ma, nonostante ciò, la corruzione continua ad esserci.

Forse è un problema di cultura? Negli USA il conflitto di interesse è regolamentato e accettato, perché trasparente, da noi invece prevale la cultura del sospetto.

Se siamo arrivati ad avere un Sunshine Act è perché il settore evidentemente non opera alla luce del sole. La trasparenza cui mira questa legge potrà avere due effetti: uno deterrente, vale a dire indurre comportamenti virtuosi, e uno incentivante che generi un cambiamento culturale nei confronti di una realtà (l’industria che finanziata il settore sanitario) che ad oggi non è vista di buon occhio.

La volontà di trasparenza, se non adeguatamente spiegata, rischia di essere un boomerang

Nel nostro Paese è diffusa una cultura del sospetto. Se invece i dati raccolti nel registro “Sanità Trasparente” fossero valutati in ottica di responsabilità sociale, l’effetto potrebbe essere diverso: le industrie reinvestono parte dei guadagni per permettere a vari stakeholder del settore sanitario di portare avanti le loro attività, e tutto alla luce del sole.

Ma questo passaggio va spiegato e condiviso con la società civile.

La volontà di trasparenza, se non adeguatamente spiegata, rischia di essere un boomerang.

Al XXIX Congresso Nazionale SICP si presenta il libro “100 domande sulle Cure Palliative”

Da giovedì 17 a martedì 22 novembre a Riccione è in programma il XXIX Congresso Nazionale della Società Italiana di Cure Palliative (SICP). Il fil rouge scelto quest’anno, in continuità con quello delle Reti della scorsa edizione, è La competenza e la responsabilità nella cura.

 

100 domande sulle cure palliative

Tra gli appuntamenti del ricco e intenso programma dell’evento, nella prima giornata, alle 16.30, è in agenda la presentazione del nuovo libro “100 domande sulle Cure Palliative” (SEEd Medical Publishers). La psicologa e psicoterapeuta dell’Hospice Asp di Siracusa Giusy Digangi dialoga con i due autori Anna De Santi, sociologa, prima ricercatrice, responsabile dell’Unità di Neuroscienze Sociali del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Superiore di Sanità, e Italo Penco, medico, direttore sanitario del Centro di Cure Palliative Fondazione Sanità e Ricerca di Roma, Past President della SICP.

Nel nostro Paese si rende necessario avviare un cambiamento culturale in grado di coinvolgere non solo gli operatori, ma anche tutti coloro che devono iniziare a fare i conti con l’aumento delle malattie croniche e il “tanto temuto fine vita”.

La salute, fino alla fine, dovrebbe essere accompagnata da cure appropriate centrate non sulla malattia ma sulla persona, sulla sua famiglia e sul suo contesto di vita, su relazioni terapeutiche sincere basate su comunicazioni empatiche ed efficaci, su valutazioni “personali” e sul controllo dei sintomi che causano sofferenza. Questo approccio corrisponde alle Cure Palliative.

Il testo, che fa parte della collana SEEd “100 domande”, costituisce una formula efficace che risponde all’esigenza di far conoscere a tutti, compresi gli operatori sanitari, le basi delle Cure Palliative, ancora oggi poco diffuse e non pienamente applicate.

Anelli (Fnomceo): “Nadef: senza investimenti, SSN a rischio”

“Condividiamo le preoccupazioni espresse dalla Corte dei Conti nella sua memoria sulla Nota di aggiornamento al Def: il mancato investimento sui professionisti sanitari rappresenta un duro colpo per il Servizio sanitario nazionale. Rinvia di un anno soluzioni che potrebbero essere adottate subito per fermare l’emorragia di medici verso il privato e verso l’estero. Di questo passo, il rischio che il sistema salti è molto concreto”.

 

Non usa mezzi termini il Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Filippo Anelli, che lancia l’allarme sulla sostenibilità del Servizio sanitario pubblico. Analoga attenzione aveva chiesto nei giorni scorsi la Corte dei Conti che, nella sua memoria sulla Nadef 2022 aveva ammonito: “Andrà verificato se un profilo di finanziamento (e di spesa) quale quello prefigurato nei quadri tendenziali sia compatibile con le necessità che ancora caratterizzano il comparto e, in particolare, con la soddisfazione dei fabbisogni di personale legati anche alla riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR e con le spese connesse all’aumento dei costi dell’energia”.

 

La lezione del Covid sembra essere ormai dimenticata – lamenta Anellicosì come i giudizi espressi sui tagli e sui risparmi a spese della sanità. Intanto, il Servizio sanitario pubblico si svuota, perde la sua linfa vitale, il suo capitale umano. Già ad aprile, durante la Conferenza nazionale sulla Questione medica, avevamo reso pubblici i risultati di un’indagine demoscopica compiuta dall’Istituto Piepoli: un medico italiano su tre, potendo, andrebbe subito in pensione. E, a sognare di appendere al chiodo il camice bianco, è proprio la “fetta” più giovane della Professione, quella che dovrebbe essere più motivata ed entusiasta: il 25% dei medici tra i 25 e 34 anni e il 31% di quelli tra i 35 e i 44 anni”.

Un dato allarmante – commenta – che esprime la crisi in cui versa il nostro Servizio sanitario nazionale. Così, i Pronto soccorso, i reparti ospedalieri, la medicina generale diventano sempre meno attrattivi per i professionisti. I reparti e il territorio si svuotano di medici e personale, le liste di attesa si ingrossano, le disuguaglianze di salute si acuiscono. Non siamo solo noi medici, solo noi operatori a dirlo: lo evidenziano i giudici contabili, lo scontano ogni giorno i cittadini, lo documentano i media”.

 

“È il momento di invertire la rotta – conclude Anelli -. Conosciamo la sensibilità di questo Governo nei confronti delle Professioni sanitarie, e la sua volontà di fornire un’assistenza di qualità ai cittadini. Per questo auspichiamo che il Governo individui le risorse che sono necessarie, anzi indispensabili e urgenti per sostenere il Servizio sanitario nazionale”. 

 

Analogo intervento è ribadito da Anelli in un video per il prossimo numero di Fnomceo Tg sanità, che presentiamo in anteprima.

 

“Credo che puntare sempre di più sulle professioni sia fondamentale – afferma – e alla vigilia del dibattito parlamentare sulla Legge finanziaria credo che sia doveroso da parte nostra richiamare la politica a un senso di responsabilità verso il Servizio Sanitario Nazionale”.

Investire nel Servizio sanitario nazionale oggi – continua – ci sembra il richiamo più importante che vorremmo rivolgere alla politica. Non servono soltanto interventi normativi: servono in questo momento risorse. Servono ai medici, sempre più preoccupati delle loro condizioni, al punto che in tanti decidono di lasciare il proprio posto di lavoro e andare a lavorare fuori dal Servizio sanitario nazionale o addirittura all’estero. Servono per i pazienti, che molto spesso si ritrovano senza medici di famiglia; ma servono anche ai medici per avere quei ristori legati alla crisi economica che un Decreto aiuti potrebbe oggi in qualche maniera prevedere. Insomma, noi chiediamo alla politica di passare dalle parole ai fatti e di considerare i professionisti della Salute la vera risorsa del nostro Servizio sanitario nazionale”.

Quote rosa, blu e arcobaleno: l’inclusività necessaria nella ricerca e nello sviluppo di nuovi medicinali

Equità delle cure e parità di genere. Mai come oggi se ne parla anche nel mondo della ricerca e dello sviluppo di nuovi farmaci. A partire da un dato di fatto: tutt’ora le donne sono sottorappresentate negli studi clinici. E questo nonostante la medicina di genere abbia compiuto numerosi progressi negli ultimi anni, dimostrando come essere uomo o donna abbia un impatto specifico su numerosi aspetti clinici: non solo sull’incidenza, sulla sintomatologia e sul decorso di numerose patologie, ma anche sulla risposta ai trattamenti e sulla comparsa di eventuali reazioni avverse ai farmaci. È qui che entra in gioco, nello specifico, la farmacologia di genere volta a definire e mettere in luce le differenze di efficacia e di sicurezza dei medicinali tra uomini e donne. Un fenomeno, quello del cosiddetto “sex-bias”, sempre più dibattuto tra i ricercatori in Italia e all’estero con l’obiettivo di allargare anche alle donne le sperimentazioni, evitando così l’inopportuna assenza di un genere nel campione utilizzato per lo studio di un nuovo principio attivo sia nella ricerca preclinica e, ancor di più, in quella clinica.

 

“Sappiamo che l’immissione in commercio di un farmaco – spiega la Prof.ssa Luigia Trabace dell’Università di Foggia – prevede un percorso di sperimentazione complesso e, prima che esso possa raggiungere gli scaffali della farmacia, sono necessarie numerose fasi di sperimentazione. È oggi ritenuto molto importante che, durante questo percorso di studio del nuovo farmaco, le differenze sesso-dipendenti siano tenute nella dovuta considerazione nei laboratori di ricerca, anche da un punto di vista strettamente metodologico”.

 

Esistono, infatti, molteplici variabili legate al genere che possono influenzare la risposta ad un farmaco, tra cui: il peso e la superficie corporea, l’entità e la distribuzione del tessuto adiposo e della massa magra, il volume plasmatico, la velocità dello svuotamento gastrico, il pH gastrico, la motilità gastrointestinale, la concentrazione delle proteine plasmatiche, l’attività del sistema citocromo P450 e la velocità di filtrazione glomerulare.

 

“Queste differenze biologiche tra i sessi – prosegue la Prof.ssa Trabace – possono influenzare in maniera determinante uno o più processi ai quali è sottoposto un farmaco quando entra nell’organismo. Se tali aspetti sono importanti nella sperimentazione preclinica condotta sugli animali, diventano ancora più cruciali durante la sperimentazione clinica in cui il farmaco viene testato sull’uomo. Tuttavia, ancora oggi – tranne nei casi in cui ci si riferisca a patologie specificatamente femminili – la ricerca farmacologica condotta nei laboratori si avvale per il 75% di animali maschi in quanto storicamente ritenuti meno ‘problematici’, poiché meno soggetti a fluttuazioni ormonali. Allo stesso modo, durante la sperimentazione clinica, le donne sono sottorappresentate. In generale, la partecipazione delle donne risulta insufficiente e inadeguata in tutte le varie fasi e, in particolare, negli studi di fase 1 in cui ha inizio la sperimentazione del principio attivo sull’uomo con lo scopo di raccogliere i dati preliminari sulla sicurezza e tollerabilità del medicinale”.

 

Di fatto, nonostante il genere femminile sia il maggior consumatore di farmaci, il mondo della sperimentazione tende ad escludere le donne e a non tenere in sufficiente considerazione la loro specificità, con un conseguente incremento di reazioni avverse ai farmaci. Un tema al quale sarà dedicato un approfondimento in occasione del 41° Congresso Nazionale della Società Italiana di Farmacologia, in programma a Roma dal 16 al 19 novembre.

 

La mancanza di un’accurata considerazione del sesso e del genere nella valutazione della sicurezza e dell’efficacia dei farmaci danneggia le donne, gli uomini e tutta la popolazione che non si riconosce in una dimensione sessuale binaria. All’interno della Società Italiana di Farmacologia, un gruppo di ricercatori si occupa di discutere e confrontarsi su questo tema con il fine di aumentare la consapevolezza della necessità di approcci terapeutici personalizzati, di motivare il cambiamento, per avvicinarci sempre più ad una medicina moderna, attenta e garante della specificità di ciascuno di noi”, conclude la Prof.ssa Trabace.

Per approfondire

Dalla pandemia una spinta alla medicina di genere

Biosimilari, quanti vantaggi ma attenzione agli switch multipli

Innanzitutto il migliore accesso al farmaco per i pazienti, ma anche il risparmio per il Servizio Sanitario. Quanti vantaggi dai biosimilari, ma il cambio ripetuto di medicinale può presentare delle criticità. Il punto fondamentale: la prescrizione e la decisione sull’eventuale passaggio ad altro farmaco devono rimanere in capo al medico. Facciamo il punto sul tema con la presidente del Collegio dei Reumatologi Italiani (CReI) Daniela Marotto.

I farmaci biosimilari hanno rappresentato un vero progresso: la loro introduzione sul mercato, riducendo in maniera importante i costi, ha reso possibile l’accesso ad un maggior numero di pazienti, permettendo allo stesso tempo di disporre di un maggior quantitativo di risorse da reinvestire in innovazione e ha reso più sostenibile il SSN. Possiamo oggi affermare con certezza che i biosimilari sono sicuri ed efficaci, al pari del biologico originatore?

Daniela Marotto

È ormai disponibile una mole di dati provenienti sia da studi che di Real Life che hanno ampiamente dimostrato che per efficacia e sicurezza i biosimilari sono assolutamente sovrapponibili agli originator. In questo senso si sono più volte espresse le autorità. Ogni volta la European Medicines Agency (EMA) compie un esercizio di comparabilità, in cui il biosimilare viene messo a confronto con l’originator in studi di compatibilità fisica, chimica, biologica e di immunogenicità, cioè di sicurezza: quando l’EMA approva il biosimilare, quindi, la partita è chiusa.

Un farmaco biosimilare è simile in caratteristiche fisico-chimiche, efficacia e sicurezza ad un prodotto di riferimento biologico già autorizzato in UE

I biosimilari hanno avuto un ruolo cruciale in una situazione in cui avevamo si farmaci efficacissimi e sicuri che hanno cambiato il panorama terapeutico per i pazienti, ma d’altro canto molto esosi e quindi purtroppo non sempre accessibili a tutti.

Parafrasando Henry Ford, possiamo dire che un progresso non è tale se non è alla portata di tutti. I biosimilari hanno pertanto rappresentato l’opportunità di garantire l’accesso a un maggior numero di persone a farmaci che cambiano completamente la prognosi della malattia e al tempo stesso hanno contribuito a una migliore sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale dal punto di vista finanziario sia per la riduzione dell’impatto delle patologie, che se non trattate adeguatamente hanno costi enormi ma anche innescando un meccanismo di competitività nei mercati, da cui è derivata una riduzione dei prezzi. Così si liberano risorse che possono essere reinvestite in altro.

La Legge di Bilancio 2017 ha stabilito alcune regole per l’acquisto dei farmaci biosimilari da parte della sanità pubblica. Questo aspetto a volte può influenzare anche la disponibilità dei biosimilari e il loro utilizzo nelle diverse Regioni. A suo parere, la disponibilità di biosimilari diversi si traduce in un vantaggio per il medico, che può scegliere la terapia più adatta al singolo paziente? Ed è sempre vero che si può scegliere tra i prodotti diversi?

La disponibilità dei biosimilari è sempre un vantaggio, perché significa che sono disponibili più farmaci. Un problema è invece la sostituibilità automatica del farmaco senza una indicazione medica. Può capitare che il paziente si trovi a usare un biosimilare, per poi passare ancora a un altro biosimilare e ancora ad un altro, in assenza di una prescrizione medica.

L’AIFA si è da subito espressa sul punto della sostituibilità precisando che non è possibile la sostituzione automatica. La prescrizione è sempre un atto medico, sancito dalla Costituzione.

Quello degli switch multipli è diventato un limite del mondo dei biosimilari. Che cosa ne pensano le società scientifiche?

Noi lavoriamo per evidenze scientifiche. A oggi non ci sono dati scientificamente robusti che ci possano tranquillizzare nell’affermare che lo switch continuo sia efficace e sicuro. Sono concorde sul fatto che sia necessario scegliere il farmaco tenendo conto della sostenibilità del SSN, optando per il farmaco meno costoso, ma un’eccessiva spinta all’economicità può portare in direzioni sbagliate.

Lo switch ripetuto basato solo sul criterio del risparmio può determinare anche effetti negativi dal punto di vista dell’aderenza alla terapia

In concreto, ad esempio, lo switch ripetuto basato solo sul criterio del risparmio può determinare anche effetti negativi dal punto di vista dell’aderenza alla terapia. Molti farmaci sono diversi tra loro e il paziente che se li vede cambiare continuamente potrebbe perdere in aderenza. Una mancata aderenza alla terapia ha delle ricadute sul paziente in termini di salute ma anche sul SSN a livello di costi diretti ed indiretti.

Come società scientifica attendiamo dati più robusti di sicurezza ed efficacia. Ma ribadiamo come non possa mai essere eluso un diritto deontologico e costituzionale come quello della prescrizione medica: Le prescrizioni e i trattamenti devono essere ispirati ad aggiornate e sperimentate acquisizioni scientifiche anche al fine dell’uso appropriato delle risorse, sempre perseguendo il beneficio del paziente.

Poche settimane fa è arrivata una nuova dichiarazione congiunta di Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e dei vertici delle agenzie per i medicinali (Heads of Medicines Agencies, HMA): confermano che i farmaci biosimilari approvati nell’Unione europea (UE) sono intercambiabili con il loro medicinale di riferimento o con un biosimilare equivalente. Cosa ne pensa?

Intercambiabile è la parola importante: significa che il farmaco è parimenti efficace e sovrapponibile per efficacia e sicurezza con un altro. Il problema resta la sostituibilità automatica e il Position Paper dell’EMA ha generato un po’ di confusione da questo punto di vista. Va chiarito: l’EMA non ha detto che a questo punto chiunque può sostituire un farmaco. Il farmaco è intercambiabile e può essere sostituito ma sempre da parte del medico, così come ha sempre sottolineato anche l’AIFA.

In conclusione, quale ruolo assume ad oggi la libertà prescrittiva del medico nella gestione dei farmaci biosimilari? Quali criticità vede e come si potrebbero superare?

Un ruolo fondamentale, perché è l’unico ad avere la titolarità della prescrizione o dell’eventuale indicazione a sostituire un medicinale. Cosa fare? Prima di tutto creare regole condivise: il governo terapeutico va condiviso tra medici, farmacisti e autorità, che in questo caso sono quelle regionali. Ci dovrebbero essere dei tavoli tecnici in cui vengano prese decisioni nell’ascolto di tutte le parti. Infine, è importante una omogenea e corretta applicazione della Legge che prevede gare ad accordo quadro con tre vincitori e lascia il campo necessario all’autonomia del medico.

Per approfondire

Biosimilari e prezzo: il diritto alla salute è condizionante o condizionato?

Plauso della Società italiana d’Igiene su piano d’azione congiunto “One Health” per migliorare la salute di esseri umani, animali e ambiente

A seguito del “One Health Join Act”, che punta al raggiungimento di una “Salute globale” (ovvero di quella umana, animale e dell’ecosistema), arriva il plauso della Società Italiana d’Igiene (SItI). Gli Igienisti si mettono così a disposizione, con tutta la loro expertise, proponendo alcuni spunti su politiche, sinergie e buone pratiche dall’approccio multiprofessionale e multidisciplinare per la promozione della “Salute di tutti”. L’argomento “One Health”, tra l’altro, è stato al centro delle discussioni in occasione del recente 55° Congresso Nazionale SItI.

 

Il piano d’azione quinquennale, varato dalle principali organizzazioni mondiali stabilisce degli “obiettivi operativi”, come per esempio fornire un quadro per un’azione collettiva e coordinata che integri (a tutti i livelli) l’approccio One Health; promuovere la collaborazione multinazionale, multisettoriale e multidisciplinare, l’apprendimento e lo scambio di conoscenze, soluzioni e tecnologie. Promuovere, infine, anche la cooperazione e la responsabilità condivisa, azione e partenariato multisettoriale, equità di genere ed inclusività.

 

“Gli ultimi anni – commenta la Prof.ssa Roberta Siliquini, socio della Società Italiana d’Igiene che, in occasione dell’ultimo Congresso Nazionale SItI, ha proprio moderato un incontro dal titolo ‘Ambiente e Salute in ottica One Health’ – hanno dimostrato che la salute è il risultato di moltissimi fattori. Uno di questi è l’equilibrio tra persona, ambiente e mondo animale. Ciò vale sia per le patologie infettive, che per le cronico-degenerative. La più importante sfida per il futuro è rappresentata dalla realizzazione di città ‘sane’, che contribuiscono a promuovere stili di vita altrettanto sani, così come la tutela dell’ambiente, animale e vegetale. Gli Igienisti della SItI, pertanto, offrono tutta la loro expertise proponendo alcuni spunti per attuare politiche preventive globali, con l’obiettivo di raggiungere una salute sostenibile anche dal punto di vista economico”.

 

Sei sono le aree su cui il Piano si concentra: One Health capacità per i sistemi sanitari, epidemie zoonotiche, zoonosi endemiche, malattie tropicali trascurate e trasmesse da vettori, rischi per la sicurezza alimentare, resistenza antimicrobica.

 

“L’equilibrio ambiente/animali/uomo – aggiunge, a questo proposito, la Prof.ssa Siliquini, che è anche Ordinario d’Igiene all’Università di Torino si evidenzia in maniera del tutto specifica nella copresenza di insetti, oggi, che un tempo ci erano sconosciuti. Possiamo pensare a cosiddette ‘patologie aliene’ portate da insetti che, con il cambiamento climatico, sono presenti anche nel nostro Paese, mentre prima lo erano solo in aree più calde. Si pensi, ad esempio, alla febbre West Nile, Chikungunya, Zika. Tutte patologie che ci erano sconosciute e con cui adesso dobbiamo fare i conti, sapendo che dobbiamo essere in grado di diagnosticarle in tempo e di attuare delle procedure che cerchino di limitare il più possibile la presenza di questi insetti”.

 

Gli Igienisti della Società Italiana d’Igiene, infine, pongono l’attenzione anche su una corretta gestione del territorio, con il fine di facilitare le persone (ed i loro animali) a vivere in maniera sana nell’ambiente che li circonda. Tutti i settori, quindi, dovrebbero lavorare a stretto contatto per identificare ed attuare misure di adattamento e mitigazione.

 

“Spesso parliamo di inquinamento ma molto meno del fatto che la capacità di muoversi all’interno delle città in maniera sana abbia un impatto fondamentale sulla nostra salute – conclude la Prof.ssa Roberta Siliquini In alcune città d’Europa, come per esempio Parigi e Barcellona, stanno riqualificando interi quartieri per far sì che la vita del cittadino possa avvenire all’interno del quartiere, nella cosiddetta ‘città dei 15 minuti’. Così facendo, in quel lasso di tempo, si può raggiungere a piedi qualunque servizio essenziale. Spazi che dovrebbero essere, inoltre, caratterizzati da aree verdi che diano la possibilità di fare qualche esercizio ginnico mettendo a disposizione degli strumenti piuttosto che organizzare, magari ad ore specifiche, piccoli corsi di yoga o simili. Queste sono le cosiddette ‘città sane’, che ci auguriamo vengano garantite nel prossimo futuro grazie ad una pianificazione oculata che tenga conto della salute”.

Grandi dimissioni in sanità: nel 2021 via dal servizio sanitario nazionale 3mila medici

Via dal servizio sanitario pubblico. Nel 2021 gli ospedali italiani hanno perso quasi 3mila medici per dimissioni volontarie e circa 2mila tra infermieri e operatori sociosanitari hanno detto addio alle strutture sanitarie pubbliche. “La pandemia da Covid ha solo fatto da innesco al fenomeno delle ‘grandi dimissioni’ in sanità, peggiorando le condizioni di lavoro all’interno degli ospedali, già difficili a causa della mancanza del turn over e degli organici assottigliati da anni di blocco di spesa sul personale” commenta il presidente di Fiaso, Giovanni Migliore che oggi è intervenuto al convegno Great Resignation in sanità organizzato dalla Fondazione Scuola di Sanità pubblica della Regione Veneto all’auditorium di Venezia Mestre.

 

I dati sugli addii degli operatori sanitari elaborati da Fiaso sono quelli dell’Inps, del Conto Annuale del Tesoro e dell’Onaosi, e registrano nel 2021 l’abbandono di 2.886 medici ospedalieri, il 39% in più rispetto al 2020, che hanno deciso di lasciare la dipendenza dal SSN per proseguire la propria attività professionale altrove. Secondo questi dati, la media nazionale dei medici che hanno lasciato il Ssn nello stesso anno è del 2,9%, ma in regioni come la Calabria si sale al 3,8%, e in Sicilia al 5,18%. Nello stesso anno in Lombardia le dimissioni di medici dal Ssn crescono del 43%, triplicano in Liguria, salgono dal 2,04% al 3,29% in Puglia.

 

“Ogni anno le aziende sanitarie e ospedaliere perdono medici, infermieri e operatori sanitari che si dimettono e scelgono di lavorare altrove nel privato. Si tratta soprattutto dei professionisti impegnati nei pronto soccorso. Alla base degli abbandoni ci sono le condizioni di lavoro stressanti, dai pesanti turni di servizio con orari poco flessibili ai week end occupati da guardie e reperibilità, e il precariato che si protrae a lungo con stipendi inadeguati rispetto alla media europea. Tutte ragioni direttamente collegate con la carenza di personale – analizza il presidente Fiaso, Migliore -. Da tempo ormai come Fiaso ribadiamo la necessità di superare il tetto di spesa per il personale, fermo al 2004, per poter procedere con investimenti nelle risorse umane: occorre assumere, anche i medici specializzandi dei primi anni, se necessario, con contratti libero-professionali, per rinforzare gli organici e garantire da un lato, migliori condizioni di lavoro per i dipendenti e dall’altro, un’assistenza più efficiente per i pazienti”.

 

“All’incremento del personale – prosegue Migliore – va associata una necessaria gratificazione economica, in particolare per chi lavora nei pronto soccorso delle aree più a rischio e più marginali. Ma per recuperare attrattività il servizio sanitario nazionale deve poter garantire agli operatori valorizzazione professionale e benessere organizzativo. Tutto questo si fa investendo risorse economiche nel fondo sanitario nazionale, arrivando almeno all’8% del Pil, e sbloccando i tetti di spesa che ci consentirebbero di assumere a tempo indeterminato i nostri professionisti: è questa la richiesta che rivolgiamo anche al nuovo governo”.

Per approfondire

 

Perché in ospedale mancano i medici?