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Lavoro usurante in sanità: servono tutele per tutte le professioni

Se in Europa si parla sempre di più di riconoscimento del lavoro usurante per la professione medica, il dibattito non può escludere i circa 160mila i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione che operano quotidianamente in contesti ad alta intensità, esposti a rischi biologici, chimici e fisici, impegnati su turni prolungati e a contatto diretto con la sofferenza dei pazienti. Figure professionali specializzate che condividono gran parte delle condizioni di stress e usura psicofisica che caratterizza il lavoro medico e sanitario, ma che faticano a veder riconosciuto lo status di professione usurante.

La crisi del SSN, con le poche risorse allocate che a cascata comportano carenza di personale, ritmi di lavoro non sempre sostenibili e stipendi non adeguati alla responsabilità, sta allontanando i giovani da queste professioni, mettendo a rischio la tenuta stessa del sistema sanitario. Per questo la FNO TSRM e PSTRP vorrebbe un approccio più inclusivo e multidisciplinare al tema del lavoro usurante, che riconosca il valore e le specificità di tutte le figure che concorrono al percorso di cura.

Ne parliamo a TrendSanità con Diego Catania, presidente della Federazione nazionale Ordini dei tecnici sanitari radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) che da tempo chiede pari dignità e riconoscimenti per chi lavora in sanità.

Stipendi o status previdenziale: qual è il vero problema?

«Il dibattito sul riconoscimento del lavoro usurante per chi opera in sanità è ormai datato, come lo è la normativa vigente che ne definisce il perimetro nel nostro Paese. Oggi, con la forte pressione che si respira nei luoghi di cura, dovuta anche alla carenza di personale, negare che questo problema riguardi anche i professionisti sanitari, compresi coloro che si occupano di sociale, significa camuffare la realtà – spiega Catania – La FNO TSRM e PSTRP rappresenta oltre 160mila professionisti, altamente specializzati, che con autonomia e senso di responsabilità, garantiscono la salute pubblica.

Escludere alcune professioni dallo status di lavori usuranti, ad appannaggio di altre, non fa bene al sistema salute

Professionisti alle prese con modelli organizzativi passati, scarso riconoscimento sociale, valorizzazione economica insufficiente, sviluppi di carriera inesistenti, ritmi di lavoro faticosi e un intenso coinvolgimento psicofisico. Ciò determina condizioni insalubri, come stanchezza fisica cronica, depressione, stress da lavoro correlato e altri disturbi. Condizioni che riducono la capacità di reazione, rendendo queste persone vulnerabili a infortuni, nonché bersagli facili di aggressioni sul lavoro. Situazioni limite, che pervadono tutte le categorie professionali del settore.

Non è una questione legata a rivendicazioni corporativistiche. Per noi rappresenta una questione di coerenza rispetto ai principi che il nostro ordinamento dovrebbe garantire, ovvero la tutela di chi lavora al prezzo della propria salute».

Diego Catania

Pensionamenti anticipati: rischio o opportunità?

«Basterebbe introdurre sistemi di protezione a tutele progressive e proporzionate alle singole professioni e alle specializzazioni – evidenzia Catania. L’invecchiamento del personale sanitario è un tema da affrontare in modo chiaro, trasparente e massimamente inclusivo. Come già accade per il personale militare e per le forze dell’ordine, sarebbe auspicabile, che anche per le professioni sanitarie, si possa arrivare prima o poi al riconoscimento del ruolo di specificità o misure similari, che riconoscano un’anzianità contributiva superiore a quella effettivamente lavorata, che di fatto accelererebbe l’accesso all’età pensionabile».

Competenze specialistiche e responsabilità decisionale

«In questo quadro, non possiamo dimenticare che anche i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione condividono una parte rilevante di queste condizioni di usura – osserva Catania. Molte delle nostre professioni lavorano in contesti ad alta intensità tecnologica e organizzativa, dove la responsabilità per la qualità e la sicurezza dei percorsi diagnostici, terapeutici e di prevenzione è quotidiana. Parliamo di professionisti che operano a stretto contatto con la sofferenza, con il dolore cronico, con la fragilità sociale, e nel contempo sono esposti a rischi biologici, chimici e fisici e che spesso assicurano la continuità dei servizi su turni prolungati, festivi e notturni.

Anche i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione condividono in larga parte condizioni di lavoro usuranti

Il lavoro usurante non è solo quello legato all’atto medico in senso stretto, ma include tutte le competenze e le responsabilità che concorrono al percorso di cura. Per questo riteniamo sia necessario adottare una prospettiva multidisciplinare e interprofessionale, che riconosca nell’insieme delle specificità di chi opera per la salute pubblica».

Attrarre i giovani: il nodo tra previdenza, stipendi e organizzazione del lavoro

«Oggi, l’intero sistema sanitario è in crisi. Il mancato riconoscimento sociale, la questione salariale, nonché quella previdenziale scoraggiano chi già opera nei servizi e allontanano i giovani dall’intraprendere queste professioni. Occorrono retribuzioni adeguate alla responsabilità del lavoro, tutele previdenziali e modelli organizzativi sostenibili, che permettano una migliore conciliazione tra vita professionale e vita privata. Alzare gli stipendi, insieme a percorsi di crescita professionale e di sviluppi carriera chiari, migliorerebbe la percezione delle nostre professioni e la qualità della vita dei colleghi già in servizio, oltre ad attrarre nuove generazioni di professionisti.

Non possiamo pensare a una sanità efficace, se si negano le giuste protezioni, a chi contribuisce a rendere il SSN qualificato e performante. Coperture calibrate non solo ringiovanirebbero la forza lavoro, ma renderebbero le professioni sanitarie più attrattive per i giovani, favorendo un ricambio generazionale virtuoso. Un personale tutelato e motivato eleva l’intero sistema, garantendo cure di qualità e un servizio più efficace per i cittadini» – chiosa Catania.

Sanità siciliana in stallo: rete ospedaliera “non valutabile” dal Ministero

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La sanità siciliana attraversa uno dei suoi momenti più critici, stretta tra attese che in alcuni pronto soccorso, secondo i dati Agenas, superano le otto ore e tassi di abbandono che in alcune strutture sfiorano o superano il 20%, e una rete ospedaliera che il Ministero della Salute non ha semplicemente rimandato, ma definito ufficialmente “non valutabile”.

Il Ministero della Salute ha sospeso l’istruttoria tra incongruenze tecniche, posti letto fantasma e tensioni politiche

Quella che emerge è l’immagine di un sistema in stato confusionale, dove i dati tecnici si scontrano con una realtà territoriale drammatica. Centotrentacinque posti letto di psichiatria privi di codice identificativo e valori negativi – come i -49 e -35 posti letto segnalati come “da attivare” – sono alcuni dei dati che hanno bloccato la riorganizzazione ospedaliera in Sicilia.

Antonino Palermo

Un caos che Antonino Palermo, Segretario ANAAO Assomed Sicilia, il sindacato di medici e dirigenti sanitari italiani, conferma guardando ai dati della psichiatria: «Abbiamo scoperto che i fondi erogati non sono stati distribuiti come avrebbero dovuto e le psichiatrie in Sicilia sono profondamente carenti». Il medico allarga poi il campo all’intera gestione dei posti letto, definendola priva di criteri logici: «Il governo precedente aveva previsto una rete senza mai attivare circa 2.000 posti; quello attuale ha continuato a ridurre senza una visione chiara, seguendo logiche che sembrano più legate a equilibri locali che alle necessità dei cittadini e delle cittadine».

Le incongruenze tecniche della Tabella C

La missiva del Ministero della Salute evidenzia numerosi disallineamenti e incongruenze che rendono attualmente impossibile procedere con l’istruttoria della proposta regionale secondo gli standard fissati dal DM 70/2015, il regolamento italiano che definisce gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza ospedaliera e fissa le regole per la riorganizzazione della rete ospedaliera, basandosi su tre livelli di complessità (base, I livello, II livello) e mira a garantire l’efficienza e la sicurezza delle cure.

In questo contesto, il destino del nuovo piano sanitario regionale si trova attualmente in una fase di stallo burocratico che agita i corridoi istituzionali. Al centro della contestazione ministeriale c’è la cosiddetta “Tabella C”, il documento tecnico che dovrebbe mappare l’offerta sanitaria ma che presenta errori strutturali profondi.

Al centro della contestazione la “Tabella C”, che dovrebbe mappare l’offerta sanitaria ma che presenta errori strutturali

Oltre ai letti psichiatrici “fantasma”, il Ministero segnala codici di struttura non validi, come nel caso del PO Casazza, che non risulta nemmeno descritto correttamente nella delibera regionale di riferimento (DGR 276/2025).

In diverse strutture sono stati assegnati posti letto a discipline che non risultano collegate a nessuna Unità Operativa specifica, creando un pericoloso vuoto organizzativo: è il caso del reparto di gastroenterologia del S. Giovanni di Dio di Agrigento, neuroriabilitazione del Piemonte di Messina o pneumologia della Fondazione Giglio di Cefalù.

Giovanni Burtone

Giovanni Burtone, onorevole del Partito Democratico all’ARS, l’Assemblea regionale siciliana, e componente della VI Commissione “Salute, Servizi sociali e Sanitari”, intervenendo sulla questione, ha voluto stemperare i toni parlando di un dialogo aperto con Roma: «Non c’è bocciatura del piano, ma un’interlocuzione da parte del Ministero che chiede spiegazioni. Ho chiesto all’assessore regionale alla Salute, Daniela Faraoni, la quale mi ha rassicurato che la discussione partirà nelle prossime settimane e successivamente informerà la VI Commissione».

«In merito alle osservazioni formulate dal Ministero della Salute sulla proposta di riorganizzazione della rete ospedaliera siciliana – ha aggiunto Giuseppe Laccoto, vice presidente del gruppo parlamentare all’ARS Prima l’Italia – Lega Salvini Premier e presidente della VI Commissione “Salute, Servizi Sociali e Sanitari” – è doveroso ribadire con chiarezza che non si tratta in alcun modo di una bocciatura del piano predisposto dalla Regione. Come già chiarito da Faraoni, siamo di fronte a rilievi di natura tecnica ed endoprocedimentale, che rientrano nella normale interlocuzione istituzionale tra Regione e Ministero nell’ambito dell’iter di approvazione del piano».

Giuseppe Laccoto

L’Assessorato regionale, ha sottolineato Laccoto, è già al lavoro per rispondere puntualmente alle osservazioni pervenute e apportare i necessari correttivi tecnici, proseguendo il confronto con spirito costruttivo e senso di responsabilità.

«La Sicilia presenta caratteristiche territoriali peculiari, legate alla sua condizione insulare, che impongono una programmazione attenta ai bisogni delle aree interne, delle isole minori e delle comunità più difficili da raggiungere, anche in relazione ai parametri previsti dal DM 70. C’è piena fiducia – ha concluso – sull’esito finale delle interlocuzioni in corso con il Ministero, nella consapevolezza che il dialogo istituzionale porterà a una soluzione condivisa, nell’interesse esclusivo del diritto alla salute dei cittadini siciliani».

La Regione sottolinea che i rilievi sono di natura tecnica e che si sta già lavorando per i necessari correttivi

Alle rassicurazioni politiche risponde con durezza Palermo, denunciando un isolamento istituzionale: «Come sindacato abbiamo più volte chiesto un incontro all’assessore sulla rete ospedaliera, ma non abbiamo avuto risposta alcuna: la proposta è stata fatta tenendo fuori le nostre idee e proposizioni». Secondo il medico, l’attuale stallo è figlio di una gestione autoreferenziale: «Quello che è stato elaborato ha evidentemente qualcosa che non va, se persino un ministero dello stesso colore politico lo blocca».

La denuncia dei sindacati e il Libro Bianco

«L’Assessore alla Salute, Daniela Faraoni, non dice tutta la verità», esordisce senza giri di parole Renato Costa, Responsabile sanità della CGIL siciliana, commentando le rassicurazioni istituzionali sulla tenuta del sistema. Secondo Costa, il giudizio del Ministero è ben più grave di una bocciatura nel merito: «La rete non è valutabile perché, di fatto, non è stata neanche scritta».

Per l’ex commissario per l’emergenza Covid, questo vuoto documentale e organizzativo impedisce qualsiasi programmazione seria, lasciando l’isola in un limbo pericoloso: «Non stiamo navigando a vista – incalza – stiamo navigando alla cieca, come una nave non governata in balia delle correnti».

I sindacati evidenziano lo stato di forte crisi della sanità siciliana e avanzano proposte di riforma

Alla “navigazione alla cieca” descritta da Costa, il Segretario di ANAAO Assomed Sicilia aggiunge il peso di un’organizzazione frammentata: «Chiedevamo la soppressione dei cosiddetti “reparti fotocopia”: troppe ortopedie o chirurgie vicine tra loro, ma tutte con personale insufficiente». L’alternativa proposta da ANAAO nel proprio “Libro Bianco” puntava su ospedali di prossimità per le patologie di bassa intensità, evitando che tutti i cittadini si riversino nei grandi centri di Palermo, Catania e Messina intasando i pronto soccorso.

Oltre alla gestione clinica, Costa denuncia una paralisi amministrativa che dura da mesi, alimentata da una perenne incertezza sui vertici dell’assessorato: «Non c’è nessuno in grado di dire cosa succederà la settimana prossima», osserva, evidenziando come l’instabilità politica impedisca qualsiasi interlocuzione con le parti sociali.

Renato Costa

Il responsabile sanità della Cgil siciliana punta il dito contro la proliferazione di ambulatori ospedalieri che non avrebbero motivo di esistere, poiché dovrebbero essere gestiti dal territorio. E cita esempi concreti come gli ambulatori per la celiachia o il diabete in gravidanza gestiti all’interno di aziende ospedaliere come il Policlinico: «Dobbiamo svegliare i direttori generali», dichiara, spiegando come centinaia di medici siano oggi «prigionieri di turni ambulatoriali inutili». Costa sostiene che liberare questi professionisti dalle attività che competerebbero ai medici di base o al territorio permetterebbe di riportarli nei reparti e nelle corsie, migliorando immediatamente il turnover dei ricoveri e riducendo la pressione sui pronto soccorso.

L’incertezza sui Dipartimenti di Emergenza

La confusione si estende anche alla gerarchia delle emergenze e alla gestione dei DEA di I e II livello: si tratta del Dipartimento di Emergenza e Accettazione, la struttura ospedaliera che integra pronto soccorso, rianimazione e reparti per l’urgenza.

Il Ministero chiede chiarimenti urgenti sugli accorpamenti di diverse strutture, citando i casi di DEA primo livello di “Villa delle Ginestre” a Palermo e di Avola-Noto, e DEA secondo livello di “Caltanissetta-San Cataldo” e del complesso “Umberto I Rizza”.

Si rilevano anche scostamenti tra quanto riportato in Tabella C, in merito al ruolo assegnato alle singole strutture nelle diverse reti assistenziali, e quanto descritto nella DGR 276/2025 con particolare riferimento alle reti dei punti nascita (ad esempio, Villa Sofia di Palermo), alla rete IMA (Infarto Miocardico Acuto). In particolare, per le emodinamiche (ad esempio, la Fondazione Istituto S. Raffaele – Giglio e l’Iscas Morgagni Nord srl), per la rete trauma, soprattutto sui ruoli di Centro Traumi di Zona (ad esempio, Villa Sofia di Palermo e il Centro Traumatologico Ortopedico) nonché alle Breast unit, non indicate in DGR ma identificate in Tabella C (ad esempio, Villa Sofia di Palermo).

Le sfide per sbloccare l’impasse

Per sbloccare l’impasse, la Regione Siciliana è chiamata a produrre anche una nuova pianificazione che descriva puntualmente le reti tempo-dipendenti (IMA, Trauma e Stroke) e la rete materno-infantile, inclusi i sistemi di trasporto in emergenza STAM e STEN. L’assetto deve integrare in modo coerente anche le reti specialistiche oncologiche, assicurando che ogni codice di struttura sia valorizzato correttamente e che ogni posto letto sia riconducibile a un’unità operativa certa.

SIHTA, lettera aperta al Ministro Schillaci sulla valutazione HTA della chirurgia robotica

La SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment) ha inviato una lettera aperta al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, per contribuire al dibattito pubblico sullo sviluppo e il rafforzamento dell’Health Technology Assessment (HTA) in Italia.

La decisione di intervenire pubblicamente nasce anche alla luce di quanto recentemente emerso a mezzo stampa, che ha portato la società scientifica a ritenere opportuno offrire un contributo di chiarimento su temi rilevanti per la governance delle politiche sanitarie.

In qualità di società scientifica di riferimento nazionale per l’HTA, SIHTA sottolinea la necessità di rafforzare il ruolo del processo valutativo come strumento centrale per il governo delle politiche di salute.

Il primo ciclo del PNHTA DM sulla chirurgia robotica

Il documento si inserisce nella fase conclusiva del primo ciclo di Valutazione di Tecnologia Sanitaria all’interno del Programma Nazionale HTA dei Dispositivi Medici (PNHTA DM), avviato con la pubblicazione del rapporto sui sistemi di chirurgia robotica in chirurgia generale, ginecologia e urologia e con la successiva messa in consultazione dell’appraisal.

Il sistema ha completato il primo giro di prova e, rientrato ai box, deve essere analizzato per migliorarne per migliorarne performance e sicurezza

SIHTA evidenzia come questo passaggio rappresenti una svolta significativa per il programma, che per la prima volta completa un intero ciclo valutativo strutturato, offrendo indicazioni potenzialmente rilevanti per la programmazione sanitaria.

Le raccomandazioni elaborate da una commissione multidisciplinare hanno infatti identificato sei procedure con indicazione positiva all’utilizzo della tecnologia e due procedure per le quali la raccomandazione è negativa. Restano invece 13 procedure collocate in una “zona grigia”, per le quali l’assenza di evidenze solide porta a una raccomandazione negativa all’uso routinario dell’approccio robotico, suggerendone l’impiego solo in contesti di ricerca o in presenza di ulteriori evidenze.

Evidenze, aree incerte e bisogno di dati real world

Secondo SIHTA, il lavoro di valutazione non può considerarsi concluso, ma apre la necessità di rafforzare strumenti condivisi di raccolta dati e validazione delle evidenze in contesto reale.

L’obiettivo è ridurre il gap conoscitivo nelle aree ancora incerte e supportare decisioni più solide in termini clinici, organizzativi ed economici, anche attraverso programmi coordinati a livello nazionale.

La società scientifica si dichiara disponibile a contribuire a questo percorso, in affiancamento alla regia istituzionale del PNHTA DM, nella prospettiva di tutelare cittadini, professionisti e sostenibilità del sistema.

Tracciabilità e codifica nazionale delle prestazioni

Tra le principali indicazioni contenute nella lettera, SIHTA sottolinea la necessità di rafforzare i meccanismi di tracciabilità delle prestazioni sanitarie.

In particolare, viene proposta l’introduzione di una codifica omogenea nazionale in grado di rendere possibile il monitoraggio sistematico dell’utilizzo delle diverse tecniche chirurgiche, inclusi approcci robotici, laparoscopici e open.

Un sistema di questo tipo consentirebbe di valutare in modo più accurato non solo i volumi di attività, ma anche le performance delle tecnologie in termini di esiti di salute e sostenibilità.

Appraisal e adeguatezza delle indicazioni

Un ulteriore punto riguarda il rafforzamento dei processi di appraisal, affinché risultino più aderenti ai contesti reali di utilizzo delle tecnologie.

SIHTA evidenzia come la gestione di tecnologie già diffuse ma supportate da evidenze limitate richieda modelli organizzativi in grado di garantire sia l’appropriatezza d’uso, sia la produzione progressiva di nuove evidenze attraverso l’osservazione nella pratica clinica.

In questo senso, viene richiamata la necessità di un raccordo strutturato con il Programma Nazionale di Generazione delle Evidenze (PNGE) e con il Programma Nazionale Esiti (PNE) di Agenas.

Una fase decisiva per l’HTA in Italia

SIHTA definisce l’attuale fase come cruciale per l’evoluzione dell’HTA nel Paese, sottolineando la necessità di una “manutenzione evolutiva del sistema” capace di renderlo sempre più efficace nel rispondere ai bisogni di cittadini, decisori, professionisti e imprese.

Un percorso che, secondo la società scientifica, deve consolidare l’HTA come strumento stabile di governo delle innovazioni in sanità, con un equilibrio tra evidenze, sostenibilità e capacità di programmazione.

Sanità digitale: ASSD rilancia governance, competenze e usabilità al centro della trasformazione

ASSD ha partecipato a ExpoSanità 2026 con uno stand dedicato e con l’evento “Sanità digitale: competenze, governance e centralità della persona”, che ha riunito rappresentanti del mondo universitario, clinico, istituzionale e associativo per un confronto sulle priorità della trasformazione digitale in sanità.

I lavori si sono aperti con la presentazione del nuovo Comitato Tecnico-Scientifico (CTS) ASSD, introdotta dalla Presidente Laura Patrucco insieme al Vicepresidente Antonio Bortone.

Il CTS – composto da Rossana Berardi, Monica Calamai, Fidelia Cascini, Anna Crescenzi, Diana Ferro, Mauro Grigioni, Paolo Locatelli, Paolo Petralia, Alessandro Stecco e Silvia Stefanelli – rafforza il ruolo dell’Associazione come piattaforma di raccordo tra ricerca, professioni sanitarie, istituzioni e comunità, con l’obiettivo di accompagnare l’innovazione digitale attraverso competenze, consapevolezza e capacity building.

Sanità digitale e progettazione centrata sull’utente

Nel corso della mattinata è stata affrontata la tematica della sanità digitale accessibile, con un focus sull’usabilità delle tecnologie e sui modelli inclusivi di adozione. In questo contesto è stata presentata l’esperienza del USABILITY Lab Village Sanità Digitale, illustrata dal Prof. Giandomenico Nollo, Presidente della Società Italiana di Health Technology Assessment (SIHTA) e Responsabile del Lab Village per lo Spoke 2 del progetto iNEST.

«La sanità digitale richiede modelli di progettazione partecipata, capaci di coniugare innovazione tecnologica, bisogni clinici, centralità del paziente e sostenibilità di sistema, all’interno di quadri normativi molto stringenti», ha sottolineato Nollo, richiamando l’importanza di un approccio by design fondato su usability e HTA.

Competenze, governance e rischio disuguaglianze

Ampio spazio è stato dedicato alla tavola rotonda “Sanità digitale tra innovazione, usability e responsabilità”, che ha affrontato il rischio di nuove disuguaglianze, la formazione continua dei professionisti, la governance dei dati, l’interoperabilità e la sostenibilità dei progetti di innovazione.
Sono intervenuti Roberto Triola (Farmindustria), Diego Catania (Presidente FNO TSRM PSTRP) e i membri del CTS ASSD.

«Dopo una fase di forte sviluppo tecnologico, è il momento di investire sulle competenze dei professionisti chiamati a governare questi sistemi», ha dichiarato Diego Catania, sottolineando la necessità di rafforzare la formazione, l’adeguamento dei percorsi universitari e lo sviluppo di capacità di gestione e analisi del dato, anche attraverso processi di coprogettazione con tutti gli stakeholder.

La mattinata si è conclusa con l’intervento “Digital Twin in sanità: siamo pronti?” di Guido Fabbri, membro del Direttivo ASSD, che ha aperto una riflessione sulle prospettive cliniche, tecnologiche e regolatorie di questi strumenti e sul loro impatto nei processi decisionali.

CTS ASSD: dati, interoperabilità e valore della sanità digitale

Nelle dichiarazioni del neo Comitato è emerso il ruolo centrale dei dati come infrastruttura abilitante della sanità digitale e condizione essenziale per la generazione di valore clinico e organizzativo.

«Il valore della sanità digitale si realizza quando i dati sono di qualità, interoperabili e realmente nella disponibilità di cittadini e professionisti. In questo modo, il digitale può generare evidenza scientifica e diventare una leva concreta per sistemi sanitari più equi, resilienti e sostenibili» ha sottolineato Fidelia Cascini.

Sulla stessa linea, Diana Ferro ha evidenziato la dimensione sistemica e relazionale della trasformazione digitale: «La sanità digitale non è solo tecnologia, ma un nuovo patto di fiducia tra dati, clinici e pazienti. Modelli interoperabili, sicuri e orientati alla persona permettono di trasformare i dati in evidenza, migliorando qualità, equità e sostenibilità delle cure».

Innovazione clinica e centralità del paziente

Il CTS ha messo in evidenza come la sanità digitale impatti direttamente sui percorsi di cura e sulla personalizzazione dell’assistenza.

«In oncologia, la sanità digitale consente di integrare dati clinici e informazioni sul paziente per supportare decisioni più precise, migliorare la continuità delle cure e rendere i percorsi assistenziali più efficienti e personalizzati» ha dichiarato Rossana Berardi.

In questa prospettiva, la digitalizzazione viene letta anche come strumento di personalizzazione e inclusione: «La digitalizzazione rappresenta uno strumento irrinunciabile per la personalizzazione dei percorsi assistenziali e per creare valore concreto per il cittadino. La digital usability è una leva chiave per garantire accessibilità, equità e inclusività, coniugando innovazione tecnologica, etica e centralità della persona» ha affermato Monica Calamai.

Adozione, organizzazione e trasformazione del SSN

Un ulteriore asse di attenzione riguarda la capacità del sistema di rendere strutturale l’innovazione digitale già disponibile nel SSN.

«Innovare nella digitalizzazione significa anche orientare il tempo e le risorse nel modo più efficace possibile, utilizzando gli strumenti disponibili per ottenere risultati concreti nel qui e ora» ha sottolineato Paolo Petralia.

«Grazie agli investimenti del PNRR, molte soluzioni di sanità digitale sono oggi disponibili nel Servizio Sanitario Nazionale; la sfida principale è metterle a regime e accompagnarne la diffusione attraverso una gestione efficace del cambiamento. Le evidenze mostrano che chi utilizza strumenti come Cartella Clinica Elettronica e Fascicolo Sanitario Elettronico ne riconosce chiaramente i benefici: occorre garantirne un’adozione omogenea ed efficace su tutto il territorio» ha dichiarato Paolo Locatelli.

Governance, formazione e sostenibilità del cambiamento

La trasformazione digitale è stata inoltre letta come processo culturale e organizzativo che richiede competenze diffuse e governance continua.

«La sanità digitale non è solo una transizione tecnologica, ma una sfida culturale e democratica che impone di tenere insieme equità, inclusione, formazione continua, interoperabilità e sostenibilità nel lungo periodo» ha affermato Alessandro Stecco.

Mauro Grigioni ha sottolineato il ruolo integrato di formazione, informazione e governance nel garantire efficacia alla trasformazione digitale: «Perché la trasformazione digitale produca benefici concreti, sono necessari informazione, formazione continua e approcci di coprogettazione. In un contesto di rapida evoluzione tecnologica, governance e competenze devono essere costantemente aggiornate per supportare cittadini, professionisti e stakeholder».

Regole, sicurezza e criticità operative

Sul piano regolatorio e operativo, il digitale è stato interpretato come un sistema che richiede equilibrio tra innovazione e garanzie.

«Il quadro normativo europeo sulla sanità digitale non va vissuto come un ostacolo, ma come un sistema di tutele basato sulla valutazione del rischio concreto e sull’applicazione proporzionata delle misure di mitigazione» ha spiegato Silvia Stefanelli.

Al tempo stesso, permangono criticità nella traduzione operativa della trasformazione digitale: «Nonostante gli investimenti, persistono limiti nel trasferire la sanità digitale nella pratica quotidiana: qualità e sicurezza dei dati, fiducia nella tecnologia, formazione diffusa e cybersicurezza restano fattori decisivi per una generalizzazione equa e sostenibile dell’innovazione» ha evidenziato Anna Crescenzi.

Umanizzazione delle cure: valore per pazienti e professionisti

L’umanizzazione delle cure rappresenta oggi una dimensione strategica per la sostenibilità e la qualità della sanità pubblica, che coinvolge non solo il rapporto con il paziente, ma anche il benessere dei professionisti e l’organizzazione dei servizi.
Superare una visione esclusivamente clinica per adottare un approccio centrato sulla persona significa ripensare processi, spazi, comunicazione e modelli organizzativi, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza di cura e, al tempo stesso, l’efficacia delle prestazioni.

In questo contesto, il tema assume una particolare rilevanza per i decisori del sistema sanitario, chiamati a integrare l’umanizzazione delle cure nelle politiche sanitarie, nella programmazione e nella gestione delle strutture, affrontando anche le criticità legate alle risorse, ai tempi e alla complessità organizzativa.

La Live di TrendSanità ha approfondito questi aspetti attraverso il confronto, per analizzare il significato operativo dell’umanizzazione delle cure, le esperienze già avviate, le implicazioni per le diverse figure professionali e le leve organizzative – dalla comunicazione agli spazi, fino alla definizione di momenti dedicati – offrendo ai decision maker elementi concreti per tradurre questo approccio in azioni e politiche sostenibili.

Ne parliamo con:

  • Maria Ernestina Faggiano
    Presidente Collegio Sindaci SIFO
  • Paolo Petralia
    Direttore generale AOUI Verona

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Ipoparatiroidismo cronico: una nuova era nel trattamento

In occasione della Giornata mondiale dell’ormone, è stato presentato, a Palazzo Emilio Turati a Milano, il position paper “INNLIFES HORIZON – Speciale Malattie Rare” dedicato all’ipoparatiroidismo cronico, dal titolo Appropriatezza e innovazione nel trattamento dell’ipoparatiroidismo cronico”.

L’ipoparatiroidismo cronico è una malattia rara caratterizzata da deficit di paratormone (PTH) e, per decenni, è stata gestita esclusivamente con terapie convenzionali basate sulla supplementazione di calcio e vitamina D attiva e sull’utilizzo off-label di teriparatide in regime 648/96. Un approccio terapeutico mirato al controllo dei sintomi ma incapace di ripristinare la fisiologia ormonale alterata, tanto che recentemente AIFA ha autorizzato la rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale di palopegteriparatide, prima e unica terapia sostitutiva ormonale.

Time's up!

Il position paper ha coinvolto endocrinologi, internisti, farmacisti ospedalieri, esperti statistici, giuristi e rappresentanti dei pazienti con l’obiettivo di fare il punto sulla gestione di questa malattia rara, che ha visto prima l’uso off-label di un farmaco e oggi ha a disposizione palopegteriparatide, sviluppata specificatamente per l’ipoparatiroidismo cronico. Il documento evidenzia l’importanza dell’ottimizzazione del percorso del paziente, nelle varie fasi e le criticità legate al place in therapy del farmaco recentemente rimborsato, rispetto alle linee guida internazionali che ne raccomandano l’uso in fase precoce.

Il position paper ha coinvolto endocrinologi, internisti, farmacisti ospedalieri, esperti statistici, giuristi e rappresentanti dei pazienti

Durante l’evento, moderato da Elena Paola Lanati (INNLIFES), sono intervenuti Maria Luisa Brandi, presidente della Fondazione italiana per la ricerca sulle malattie dell’osso e responsabile scientifica della pubblicazione, il panel di esperti che ha contribuito alla redazione del documento – Carlotta Galeone (Applied Statistics Center dell’Università di Milano-Bicocca), Maria Galdo (Ospedali dei Colli di Napoli), Armando Genazzani (Università di Torino), Giovanna Mantovani (Policlinico di Milano), Nicola Montano (SIMI), Andrea Montagnani (FADOI),  Andrea Palermo (Campus Bio-Medico), Massimo Piazzoli (Studio Legale Piazzoli) – e Armando De Crinito (Regione Lombardia), Ernesto De Menis (Aulss 2 Marca Trevigiana), Roberta Di Turi (ASL Roma 3), Emanuela Omodeo Salè (IEO).

«Fortunatamente oggi anche in Italia è disponibile, in regime di rimborsabilità, un farmaco autorizzato da EMA per il trattamento dell’ipoparatiroidismo: un risultato importante per i pazienti e per la comunità clinica, che rappresenta un primo, significativo passo avanti in un’area terapeutica rimasta a lungo priva di opzioni specifiche. Questo traguardo apre ora una nuova fase, in cui sarà fondamentale applicare queste innovazioni alla pratica clinica e continuare a lavorare, in dialogo con le istituzioni, per rispondere in modo sempre più appropriato ai bisogni delle persone che convivono con questa patologia rara» commenta la professoressa Maria Luisa Brandi.

Dal punto di vista della pratica quotidiana, la professoressa Giovanna Mantovani, direttrice dell’Endocrinologia dell’IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, evidenzia la complessità di una malattia spesso “invisibile”. «Sotto la stessa diagnosi convivono pazienti molto diversi. Osserviamo spesso una marcata discrepanza tra compenso biochimico e benessere reale: ci sono pazienti che sulla carta risultano compensati dai laboratori, ma continuano a sperimentare sintomi invalidanti come la “nebbia mentale”, che incide profondamente sulla loro qualità di vita».

Il documento evidenzia l’importanza dell’ottimizzazione del percorso del paziente nelle varie fasi

«La transizione verso una terapia dedicata chiede al farmacista ospedaliero di assumere un ruolo proattivo» aggiunge Maria Galdo, responsabile della Gestione clinica del Farmaco degli Ospedali dei Colli di Napoli, evidenziando anche che «l’aderenza terapeutica rappresenta una variabile critica in una patologia cronica in cui il mancato controllo metabolico può avere conseguenze acute. L’educazione del paziente rispetto alle modalità di somministrazione, alla gestione degli effetti collaterali e alla rilevanza del monitoraggio periodico è un’area in cui il farmacista clinico può fornire un supporto continuativo e complementare a quello del medico».

In merito ai benefici della terapia ormonale sostitutiva, Armando Gennazzani, professore del Dipartimento di scienza e tecnologia del farmaco dell’Università di Torino, osserva che «la semplificazione del regime terapeutico e la riduzione del carico di supplementazione contribuiscono a un miglioramento della qualità della vita. Miglioramenti in termini di energia, concentrazione e benessere generale assumono un significato clinico rilevante in una patologia cronica che accompagna il paziente per tutta la vita. E questi effetti hanno anche ricadute organizzative, con una potenziale riduzione del numero di visite, degli accessi in urgenza e del carico assistenziale complessivo, aspetti raramente intercettati dai criteri tradizionali di valutazione dell’innovatività».

Carlotta Galeone, ricercatrice dell’Applied Statistics Center dell’Università di Milano-Bicocca, richiama l’attenzione sul tema della valutazione dell’evidenza nelle malattie rare, dove gli studi randomizzati controllati (RCT) sono spesso condotti su piccoli campioni, e illustra il metodo GRADE (Grading of Recommendations, Assessment, Development and Evaluation – GRADE), utilizzato per valutare la qualità delle evidenze scientifiche e formulare raccomandazioni cliniche in modo sistematico e trasparente. E in merito a palopegteriparatide, puntualizza che la raccomandazione per il nuovo trattamento si basa sul fatto che il farmaco è supportato da un programma di sviluppo clinico specifico per l’ipoparatiroidismo, con una popolazione target e obiettivi clinici (come la riduzione della calciuria e il controllo biochimico) rilevanti per la pratica clinica.

Sul piano della presa in carico clinica complessiva, Nicola Montano, presidente della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI), sottolinea la necessità di una visione sistemica della patologia. «L’ipoparatiroidismo cronico è una condizione che sfugge spesso a una lettura unitaria. Dal punto di vista internistico, la malattia si colloca all’incrocio tra scompenso metabolico, complicanze d’organo e carico assistenziale cronico. La disponibilità di una terapia sostitutiva dedicata impone di ripensare i percorsi di presa in carico, superando una gestione frammentata».

In merito all’eterogeneità dei quadri clinici, Andrea Montagnani, presidente nazionale FADOI, evidenzia che «nella pratica quotidiana incontriamo pazienti con ipoparatiroidismo molto diversi tra loro per gravità, risposta alle terapie e impatto sulla qualità di vita. Questa eterogeneità rende poco efficaci approcci standardizzati e richiede soluzioni terapeutiche capaci di adattarsi ai diversi profili clinici».

Un nodo centrale, secondo Andrea Palermo, del Campus Bio-Medico di Roma, è la difficoltà di mantenere un controllo stabile nel tempo: «Per molti pazienti la criticità non è solo raggiungere il compenso biochimico, ma mantenerlo senza un carico terapeutico eccessivo. Le terapie convenzionali espongono spesso a fluttuazioni difficili da gestire, con ricadute cliniche e organizzative che incidono sulla gestione quotidiana della malattia».

La fase di transizione ha implicazioni anche sul piano giuridico, come sottolinea Massimo Piazzoli, dello Studio Legale Piazzoli: «La disponibilità di una terapia autorizzata e rimborsata modifica il perimetro della responsabilità professionale. In presenza di un’alternativa in label, la scelta prescrittiva non è più neutra: comprendere il quadro regolatorio diventa essenziale per tutelare il paziente e il professionista sanitario».

Per approfondire

Clicca qui per scaricare il documento “Appropriatezza e innovazione nel trattamento dell’ipoparatiroidismo cronico”

Farmaci off-patent: Egualia avverte sul rischio aumento dei costi per i cittadini

Cresce la spesa farmaceutica privata in Italia, mentre la copertura pubblica si riduce progressivamente, con un impatto diretto sui cittadini. La spesa territoriale resta complessivamente stabile, ma quella ospedaliera continua a essere sotto pressione. In questo contesto Egualia interviene segnalando le possibili conseguenze della revisione del prontuario AIFA prevista dalla legge di bilancio 2026, con particolare riferimento ai farmaci a brevetto scaduto.

Farmaci off-patent e ruolo di stabilizzazione

Secondo l’analisi Pharma Data Factory per l’Osservatorio Egualia, i farmaci off-patent continuano a svolgere una funzione di stabilizzazione della spesa farmaceutica territoriale.

Dopo una fase di stabilità tra 2019 e 2023, il comparto mostra una crescita minima (+0,4%), a fronte di una crescita più sostenuta dei farmaci coperti da brevetto, trainata dalla componente di spesa privata.

La revisione dei prezzi dei farmaci off-patent potrebbe aumentare la spesa privata e incidere sui cittadini senza benefici per il SSN

Classi consolidate come statine e inibitori di pompa protonica risultano in contrazione sul versante della spesa pubblica, confermando il ruolo contenitivo dei medicinali fuori brevetto.

Revisione AIFA e rischio effetti sui pazienti

L’attenzione si concentra in particolare sugli inibitori di pompa protonica (PPI), tra le prime classi oggetto di revisione da parte di AIFA. Per questi farmaci, la spesa pubblica risulta in calo (-7,7%), mentre quella privata aumenta (+8%).

Secondo Egualia, intervenire sui prezzi di riferimento in questo segmento potrebbe produrre effetti distorsivi e scaricare costi aggiuntivi sui cittadini, senza incidere realmente sulla sostenibilità complessiva del sistema.

Egualia: «Rischio di trasferimento dei costi sui pazienti»

«Non si tratta di un problema di livello della spesa, bensì della sua composizione: i dati presentati da Pharma Data Factory confermano come quella per farmaci non coperti da brevetto sia in costante diminuzione – dichiara Riccardo Zagaria, Presidente di Egualia –. In tale contesto, un’eventuale revisione del prontuario che incida ulteriormente su questa categoria di medicinali rischierebbe di produrre effetti non coerenti con gli obiettivi di sostenibilità complessiva del sistema. Nell’attuale scenario geopolitico, caratterizzato da un pressante e irreversibile incremento dei costi di produzione, le aziende non dispongono di margini per adeguare i prezzi senza compromettere la continuità delle forniture; ne conseguirebbe, pertanto, un trasferimento dell’onere della revisione del prontuario interamente sui pazienti».

Egualia non mette in discussione la revisione periodica, ma chiede di valutarne attentamente effetti e ambito di intervento

Appropriatezza e sostenibilità del sistema

Egualia non mette in discussione il principio di revisione periodica delle scelte pubbliche, ma richiama la necessità di valutare attentamente effetti e perimetro degli interventi.

«Non è in discussione il principio della periodica verifica da parte del sistema pubblico della appropriatezza, efficacia e sostenibilità delle proprie scelte – prosegue Zagaria – vanno però valutati con attenzione l’area dell’intervento e gli effetti che ne deriveranno e va difesa la funzione stabilizzante che l’off-patent continua a svolgere».

Crescita della spesa out-of-pocket

Un ulteriore elemento critico riguarda l’aumento della spesa privata, interpretato da Egualia come segnale di arretramento della copertura del SSN in ambito territoriale.

«Va contrastato l’aumento della spesa privata, perché l’incremento dell’acquisto out-of-pocket è il segnale che il SSN sta arretrando su una parte della farmaceutica territoriale scaricando i risparmi realizzati sulle tasche dei pazienti».

SIGU: «Farmacogenetica e sequenziamento NGS devono entrare nei LEA»

La genomica è già oggi una componente strutturale della pratica clinica, ma la sua piena integrazione nel Servizio sanitario nazionale richiede scelte strategiche, governance e collaborazione istituzionale. È il messaggio emerso dagli Stati Generali della Genetica e della Genomica, svoltisi a Roma, a cui la Società Italiana di Genetica Umana (SIGU) ha partecipato con diversi contributi scientifici.

Ad aprire i lavori la Senatrice Elena Murelli, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare “Genetica e Genomica”, a conferma dell’attenzione crescente del legislatore verso un ambito destinato a trasformare prevenzione, diagnosi e terapia.

«La genomica non è più una prospettiva futura, ma una realtà già presente nella pratica clinica», sottolinea Paola Grammatico, Presidente SIGU. «Oggi disponiamo di tecnologie avanzate e costi di sequenziamento sempre più accessibili, ma è necessario accompagnare questa evoluzione con un’adeguata organizzazione del sistema sanitario, per garantire equità di accesso e appropriatezza».

Piano Nazionale della Genomica e applicazioni

Nel corso dell’evento, SIGU ha fatto il punto sul Piano Nazionale della Genomica (PNG), che punta a integrare progressivamente le tecnologie di sequenziamento NGS nel SSN. Le applicazioni spaziano dall’oncologia alla farmacogenetica, fino alle malattie rare e alle patologie complesse.

Dalla farmacogenetica allo screening neonatale, la SIGU sollecita l’aggiornamento dei LEA e una strategia nazionale per portare la genomica nel SSN in modo equo e sostenibile

Tra le aree più mature emerge la farmacogenetica, che consente di personalizzare terapie e dosaggi sulla base del profilo genetico del paziente. Il suo impiego, già consolidato in oncologia e in espansione in altri ambiti – dalla neurologia alle malattie infettive – permette di ridurre eventi avversi e migliorare l’appropriatezza prescrittiva. Tuttavia, l’adozione resta disomogenea sul territorio nazionale.

Malattie rare e diagnosi più tempestive

Un ruolo centrale è riconosciuto anche alle tecnologie genomiche nella diagnosi delle malattie rare. «L’utilizzo di tecnologie di sequenziamento dell’esoma e del genoma consentono oggi di arrivare a una diagnosi in una quota significativa di pazienti precedentemente senza risposta, aprendo la strada a percorsi di cura più appropriati e, in alcuni casi, a terapie mirate.»

In Italia sono già attivi centri dedicati alla rivalutazione dei casi non diagnosticati, ma resta necessario rendere omogeneo l’accesso a questi percorsi su scala nazionale.

Screening neonatale e sfide etiche

Un ulteriore fronte è rappresentato dall’estensione delle tecnologie genomiche allo screening neonatale. L’integrazione con gli screening biochimici apre nuove opportunità, ma solleva questioni rilevanti in termini di appropriatezza clinica, sostenibilità e tutela dei diritti del neonato e della famiglia.

La gestione dei dati genomici richiede infrastrutture digitali sicure e modelli organizzativi adeguati, anche in relazione al FSE

LEA e disuguaglianze territoriali

Tra le principali criticità, SIGU evidenzia le disomogeneità territoriali nell’accesso ai test genetici e il ritardo nell’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza.

«È ormai non più rinviabile un aggiornamento dei LEA che includa in modo strutturato le principali applicazioni della genomica. Senza questo passaggio, il rischio è quello di consolidare una sanità a doppia velocità, in cui l’accesso all’innovazione dipende dal territorio o dalle possibilità economiche dei cittadini».

Dati, infrastrutture e governance

Un nodo cruciale riguarda la gestione dei dati genomici, che richiede infrastrutture digitali sicure e modelli organizzativi adeguati, anche in relazione al Fascicolo Sanitario Elettronico.

«In questo contesto – prosegue Grammatico – il dialogo con le istituzioni è fondamentale. La collaborazione con l’Intergruppo Parlamentare Genetica e Genomica rappresenta un passaggio strategico per tradurre le evidenze scientifiche in politiche sanitarie concrete».

Una visione di sistema per la sostenibilità

In chiusura, SIGU richiama la necessità di superare una valutazione limitata ai costi immediati, adottando una visione di medio-lungo periodo che valorizzi i benefici della genomica in termini di prevenzione, appropriatezza terapeutica e sostenibilità complessiva del SSN.

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Due survey su ausili e protesi: l’84,8% dei pazienti incontra ostacoli e il 63% paga di tasca propria

Oltre 8 pazienti su 10 (84,8%) incontrano difficoltà nel percorso per ottenere ausili e protesi attraverso il Servizio sanitario nazionale e il 63% ha sostenuto spese personali. È quanto emerge da due survey condotte dal Centro studi di Confindustria dispositivi medici e promosse da AITO, in collaborazione con 13 associazioni di settore, presentate a Bologna in occasione di ExpoSanità.

Dati dalle indagini condotte da Confindustria dispositivi medici e promosse da AITO, in collaborazione con 13 associazioni di settore

Le principali criticità segnalate dai pazienti riguardano i tempi di attesa troppo lunghi (56,5%), le procedure burocratiche complesse (51,1%) e una carenza di informazione: il 65,2% dichiara di sentirsi poco informato sulle soluzioni disponibili.

Nonostante queste difficoltà, emerge anche un dato positivo: l’84,8% dei pazienti si dichiara soddisfatto dell’ausilio ricevuto, in quanto risponde ai bisogni quotidiani e migliora la qualità della vita.

Personalizzazione ancora limitata

Il percorso di accesso agli ausili evidenzia margini di miglioramento anche sul piano dell’appropriatezza. Quasi la metà dei pazienti (47,8%) effettua una valutazione preventiva con professionisti sanitari, ma nel 54,4% dei casi l’ausilio deve essere modificato dopo la consegna.

Inoltre, al 70,6% dei pazienti è capitato che accessori o adattamenti utili non fossero coperti dal Servizio sanitario nazionale, segnalando una distanza tra bisogni reali e copertura pubblica.

Le criticità del Nomenclatore

Dal punto di vista dei professionisti sanitari, emergono limiti strutturali del sistema. Il 77,5% ritiene che l’attuale Nomenclatore (DPCM LEA 2017) consenta solo in parte una reale personalizzazione degli ausili, mentre il 93% segnala incoerenze tra le descrizioni tecniche e i dispositivi disponibili.

Tra le principali problematiche: tariffe non adeguate (61,8%), assenza di dispositivi oggi utilizzati (60,3%), errori o ambiguità tecniche (41,9%) e presenza di ausili obsoleti (31,8%).

Gare e qualità degli ausili

Un ulteriore nodo riguarda le procedure di gara per gli ausili “quasi su misura”. Il 78,7% dei professionisti segnala problemi operativi o clinici, con effetti sulla riduzione della possibilità di scelta (49,8%) e della qualità dei prodotti disponibili (49,4%), oltre a tempi e complessità delle procedure (37,5%).

Quasi il 70% dei professionisti ritiene che le gare abbiano avuto un impatto negativo sulla qualità degli ausili forniti

Quasi il 70% ritiene che le gare abbiano avuto un impatto negativo sulla qualità degli ausili forniti.

Spesa privata e appropriatezza

Per il 70,1% dei professionisti sanitari dell’assistenza protesica, il ricorso all’integrazione economica a carico dell’assistito rappresenta un ostacolo all’appropriatezza della fornitura, contribuendo a disuguaglianze nell’accesso.

Le riforme prioritarie

Tra le principali proposte di riforma indicate dai professionisti: superare le gare per gli ausili complessi (32,6%), garantire uniformità nazionale nei percorsi (32,2%) e introdurre una valutazione multidisciplinare obbligatoria per i casi più complessi (30%). Il 77,9% è inoltre favorevole a un nuovo elenco dedicato agli ausili per disabilità complesse non gestibili tramite gara.

La posizione dell’industria

«Questi dati mostrano con chiarezza che il sistema dell’assistenza protesica ha bisogno di una revisione profonda, per rispondere davvero ai bisogni delle persone e migliorare l’efficienza del sistema perché ci sono costi nascosti, di processo, causati dalla burocrazia e dall’inerzia nell’aggiornamento di un Nomenclatore, che non riesce a stare al passo dei bisogni delle persone e delle tecnologie», dichiara la Presidente dell’associazione Ausili di Confindustria Dispositivi Medici, Elena Menichini.

«Da un lato, i pazienti faticano a seguire un percorso e incontrano ostacoli significativi, spesso costretti a sostenere costi diretti; dall’altro, i professionisti segnalano limiti normativi e organizzativi che impediscono una piena appropriatezza e personalizzazione delle soluzioni, seppur queste siano presenti nel mercato. È necessario – ha concluso Menichini – intervenire sul Nomenclatore, rivedere gli ausili messi a gara, garantire uniformità sul territorio semplificando i processi, perché gli ausili sono strumenti di inclusione sociale che supportano e completano il percorso di cura e riabilitazione del paziente».

PFAS in Veneto, i numeri della salute che restano nell’ombra

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A quasi dieci anni dall’emersione del caso PFAS in Veneto, il quadro sanitario continua a sollevare interrogativi. Alcuni studi epidemiologici hanno già segnalato eccessi di mortalità e possibili associazioni con diverse patologie, ma molti dati restano difficili da ottenere e, secondo alcuni ricercatori, la trasparenza istituzionale è ancora insufficiente.

Conclude il nostro speciale il medico Vincenzo Cordiano, Presidente della sezione regionale del Veneto dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia Onlus da anni impegnato nello studio degli effetti sanitari dell’inquinamento da PFAS, che ricostruisce le evidenze disponibili: dagli studi sulla mortalità nella cosiddetta “zona rossa” alle ricerche sugli esiti materno-infantili, fino al nodo irrisolto delle bonifiche e alla necessità di ridurre alla fonte la produzione di queste sostanze persistenti

I dati sanitari: mortalità in eccesso e mancanza di trasparenza

Vincenzo Cordiano aggiunge elementi preoccupanti: «L’unica cosa che possiamo fare, perché la Regione Veneto su questo è poco trasparente, è fare studi di mortalità. Cioè guardare le morti e vedere se aumentano nelle zone di interesse, in questo caso nell’area rossa. Questo lo sappiamo bene fin dal 2016, quando noi di ISDE abbiamo dimostrato e pubblicato su una rivista internazionale che nella zona rossa, nei primi 21 comuni allora considerati contaminati (oggi saranno molti di più), c’era un eccesso di mortalità per malattie imputabili a queste molecole: circa 30 morti in più all’anno rispetto ai comuni del resto del Veneto che non bevevano acqua contaminata da PFAS, secondo i dati ufficiali ARPA. Le malattie erano soprattutto cardiovascolari (ictus cerebrale, infarto del miocardio), endocrine come il diabete mellito, tumori della mammella, del rene e dei testicoli. Per la prima volta avevamo notato anche una possibile associazione con Alzheimer e Parkinson, cioè le malattie neurodegenerative croniche. Questo studio è stato poi confermato da uno studio ufficiale dell’Università di Padova, del professor Biggeri, con dati più aggiornati e su tutta la zona rossa. Nello stesso arco temporale (dal 1985 al 2014, mi pare) l’eccesso di morti arrivava a circa 4.000 in più.

Su tutto il resto (aumento ricoveri, pronto soccorso, incidenza di malattie, tiroide, colesterolo) questi dati non li abbiamo, anche perché la Regione Veneto è poco trasparente.

Essenziale avere studi solidi sui dati di mortalità e sugli esiti materno-infantili

Ci sono altri indizi: studi dell’Università di Padova, hanno notato un eccesso di nati prematuri e soprattutto di bambini con bassissimo peso alla nascita. Nella zona rossa si parla di un eccesso del 50-60% di neonati sotto 1 kg rispetto alle zone meno inquinate. Poi ci sono altre patologie materno-fetali, come ad esempio la preeclampsia, difetti di crescita intrauterina e altre condizioni. Ma la Regione Veneto non ha mai voluto fare uno studio serio sui nati e noi non sappiamo davvero cosa succede ai neonati e ai bambini sotto gli 8-10 anni, che sono tra le fasce più a rischio».

Gli effetti sulla salute e la difficoltà della bonifica

«Gli effetti sulla salute dei PFAS oggi sono arcinoti, anche se una parte della letteratura scientifica è “inquinata” dalla ricerca prodotta da chi è sulla busta paga delle aziende. Gli studi indipendenti, tuttavia, con fatica, hanno portato a una convergenza. Le prime grandi indagini epidemiologiche furono fatte negli Stati Uniti sulla popolazione contaminata dalla DuPont e su circa 70.000 persone dimostrarono eccessi di cancro del rene, cancro dei testicoli, aumento del colesterolo, malattia della tiroide, preeclampsia, disturbi della gravidanza e colite ulcerosa. La DuPont, per quella contaminazione, ha pagato quasi un miliardo e mezzo di dollari. Qui, tra gli operai Miteni, si parlava di eccessi anche molto alti di linfomi e leucemie e si sta capendo sempre di più che l’accumulo nel fegato di Pfas può provocare infiammazione già nei primi decenni di vita. Se poi si hanno livelli alti, non c’è un modo semplice per rimuoverli», spiega Cordiano.

Che prosegue: «Il nuovo acquedotto è meglio di nulla, ma una vera e seria bonifica non c’è stata e dal mio punto di vista forse non sarà mai possibile, perché l’area è troppo estesa. Bonificare significa rimuovere uno strato di terreno contaminato che in alcuni punti può arrivare a 70-80 cm, parliamo di quantità enormi, poi dove lo porti? In discariche o in impianti? Poi devi sostituire con terreno buono, che ormai è difficile da trovare perché la contaminazione è dappertutto. C’è un lavoro investigativo coordinato da Le Monde che ha mappato i siti. In Europa parlano di oltre 21.000 siti sicuramente contaminati e altrettanti sospetti. Non è solo il Veneto, Greenpeace ha trovato PFAS in una quota molto alta di campioni di acque potabili in Italia e ci sono segnalazioni anche su pesci, suoli, falde. La differenza del Veneto, però, è che qui si è contaminata soprattutto l’acqua potabile, perché c’era una centrale che attingeva da falde contaminate e distribuiva a comuni di tre province».

Bloccare la produzione di PFAS, è possibile?

«Bloccare la produzione di PFAS sarebbe la condizione definitiva, ma è difficile perché sono molecole che hanno usi anche essenziali, ad esempio in campo medico, in alcuni farmaci e in altri ambiti specifici – ribadisce Cordiano. Però dal 2018 cinque Stati del Nord Europa hanno proposto alla Commissione Europea un bando per tutti gli usi non essenziali, escludendo appunto il campo medico. Hanno stimato che per circa il 92% degli usi comuni esistono alternative meno pericolose, meno persistenti, economicamente convenienti ed efficaci. Infatti, alcuni Paesi si sono mossi, la Danimarca ha vietato PFAS in certi materiali a contatto con alimenti e in Francia dal 1° gennaio di quest’anno è entrata in vigore una legge che vieta PFAS in cosmetici e in parte del tessile.

Alcuni Paesi Ue hanno proposto di mettere al bando i PFAS per gli usi non essenziali

In Italia no, ma la questione è politica. L’industria chimica si è ribellata, il Green Deal è stato stravolto e le lobby spingono. Anche se, va detto, ci sono industrie lungimiranti che hanno già investito in alternative, prodotti PFAS-free che esistono già. Bisogna fare in modo che queste sostanze non siano più immesse nell’ambiente. Esisterebbe, da quello che si capisce, la possibilità di produrre a ciclo chiuso, recuperando e filtrando le acque di processo invece di scaricarle nei fiumi, e stoccando i residui in modo sicuro. Qualcosa funziona: studi mostrano che nei delfini del Polo Nord i PFAS “vecchi” sono calati rispetto agli anni ’80 e in Veneto dopo l’uso dei filtri le concentrazioni nel sangue dei ragazzi sono scese di oltre il 50%, con miglioramenti anche su colesterolo, mentre in altri Paesi si è visto che si può recuperare anche la fertilità. Il rischio è sostituire i PFAS vecchi con PFAS nuovi: tra trent’anni saremo punto e a capo».