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Sanità territoriale, Fiaso e Fnopi rafforzano l’alleanza su professioni e organizzazione

Rafforzare la sanità territoriale, valorizzare la professione infermieristica e sviluppare nuovi modelli organizzativi per il Servizio sanitario nazionale. Sono questi i temi al centro dell’incontro tra Fiaso e Fnopi, che si è svolto presso la sede della Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere alla presenza del presidente Fiaso Giuseppe Quintavalle e della presidente Fnopi Barbara Mangiacavalli.

L’incontro ha confermato la volontà di consolidare la collaborazione tra management delle aziende sanitarie e professionisti, proseguendo un percorso già avviato negli anni con iniziative e momenti di confronto condivisi.

L’incontro ha confermato la volontà di consolidare la collaborazione tra management delle aziende sanitarie e professionisti

«Gli infermieri rappresentano un patrimonio di eccellenza riconosciuta per il Ssn e una leva decisiva per accompagnarne il cambiamento», ha sottolineato Quintavalle, evidenziando il ruolo strategico della professione nella trasformazione dell’assistenza. «È da questa consapevolezza che Fiaso e Fnopi rilanciano una collaborazione per costruire modelli più moderni, più integrati e più vicini ai bisogni reali dei cittadini».

Secondo il presidente Fiaso, il rafforzamento della collaborazione tra management e professionisti è fondamentale anche per superare modelli organizzativi frammentati e promuovere servizi più vicini ai territori e alle comunità.

Sulla stessa linea la presidente Fnopi Barbara Mangiacavalli, che ha ribadito il valore strategico della sinergia tra le due organizzazioni: «Con Fiaso condividiamo la necessità di ascoltare sempre di più i bisogni delle persone assistite negli ospedali e sul territorio, nonché di rilanciare aspetti attrattivi delle professioni di cura all’interno del nostro Ssn».

Mangiacavalli ha inoltre sottolineato il ruolo degli infermieri nei nuovi modelli organizzativi: «In questo contesto, gli infermieri mettono a disposizione non solo la propria capacità gestionale ma una leadership clinico-assistenziale fatta di competenze specialistiche sostenute da evidenze scientifiche. L’infermiere può essere l’elemento che unisce e tiene insieme tutta l’equipe di cura e di assistenza».

L’incontro conferma quindi la volontà di rafforzare la collaborazione tra Fiaso e Fnopi per sostenere l’evoluzione della sanità territoriale, migliorare la qualità dei servizi e valorizzare le professioni sanitarie nel Servizio sanitario nazionale.

Tumori in Europa, 56 mila decessi “in eccesso”: forti disuguaglianze tra Paesi e nuovi divari di genere

56 mila decessi per tumore “in eccesso” in Europa nel 2024 rispetto ai livelli medi dell’Unione Europea. È quanto emerge dallo studio coordinato da Alleanza Contro il Cancro (ACC), la Rete Oncologica del Ministero della Salute, nell’ambito della Joint Action europea EUnetCCC, in pubblicazione su Cancer Epidemiology.

Nel complesso, il cancro ha causato 1.268.374 decessi nell’UE, pari a quasi un quarto della mortalità totale, con un tasso medio di 249,4 morti ogni 100.000 abitanti. Dietro questo dato si confermano però forti disuguaglianze tra Paesi, con differenze che arrivano fino al 50%.

«Una quota significativa di decessi potrebbe essere evitata se tutti i Paesi raggiungessero i livelli medi europei», spiega Diego Serraino, coordinatore dello studio, secondo cui «le disuguaglianze restano un fattore determinante negli esiti di salute».

«Le disuguaglianze restano un fattore determinante negli esiti di salute»

L’analisi evidenzia un divario geografico marcato: i tassi variano da circa 197 decessi per 100.000 abitanti in Lussemburgo a quasi 300 in Slovacchia. L’Italia si colloca tra i Paesi con performance migliori, con circa 14 mila decessi in meno rispetto ai livelli attesi, sia tra gli uomini (−9.671) sia tra le donne (−4.722).

Emergono inoltre differenze di genere: l’eccesso di mortalità maschile è più concentrato nei Paesi dell’Europa orientale, mentre nelle donne criticità si registrano anche in sistemi sanitari avanzati come Germania, Paesi Bassi e Danimarca.

Secondo Serraino, «questi dati indicano che il livello di spesa sanitaria non è sufficiente a spiegare le differenze», con un ruolo rilevante di fattori organizzativi, sociali e culturali come prevenzione, screening e stili di vita.

Lo studio conferma infine che le disuguaglianze oncologiche restano una delle principali criticità per i sistemi sanitari europei e un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi dello European Beating Cancer Plan.

“Te lo sei meritato”. Quando il successo femminile smette di sembrare una colpa

Alzi la mano (soprattutto le donne) chi, di fronte a un traguardo raggiunto, ha pensato di non esserne davvero all’altezza, di essere arrivata fin lì per caso, per fortuna o magari per un errore di valutazione altrui. È il paradosso della cosiddetta sindrome dell’impostore, un sentimento diffuso e spesso silenzioso che porta a mettere in dubbio le proprie capacità anche quando i risultati parlano chiaro. Non si tratta solo di un atteggiamento psicologico individuale. Sempre più studi mostrano come questo senso di inadeguatezza abbia radici culturali profonde fatte di stereotipi, aspettative sociali e modelli di leadership ancora fortemente maschili. Un substrato in cui il merito femminile continua, spesso inconsapevolmente, a essere percepito come un’eccezione.

Il 75% delle donne ha provato questa sensazione, ma il 58% di loro non ne parla

Da questa consapevolezza nasce “Te lo sei meritato”, la campagna lanciata da Cittadinanzattiva per accendere i riflettori su un fenomeno che riguarda molte donne, in ambito professionale e non solo. Un invito semplice ma potente: riconoscere il proprio valore e restituire al merito il suo nome.

Ne abbiamo parlato con Anna Lisa Mandorino, Segretaria di Cittadinanzattiva per capire perché oggi sia ancora necessario dirlo ad alta voce e soprattutto perché, dietro quella frase apparentemente semplice, si nasconde una sfida culturale che riguarda tutta la società.

La sindrome dell’impostore tra insicurezze personali e condizionamenti del sistema

Anna Lisa Mandorino
Anna Lisa Mandorino

«Abbiamo ideato la campagna “Te lo sei meritato” per promuovere l’empowerment femminile e combattere la sindrome dell’impostore – spiega Mandorino. Questa è una condizione psicologica diffusa, quindi non solo femminile, ma le donne sono più propense per condizionamenti sociali e culturali a percepire i loro risultati come immeritati o dovuti alla fortuna, anziché alle loro reali competenze. I dati che citiamo indicano che il 75% delle donne ha provato questa sensazione, ma il 58% di loro non ne parla. Cittadinanzattiva, con la sua esperienza quasi cinquantennale di impegno civico, ritiene che la parità di genere sia una precondizione necessaria per la piena cittadinanza e lo sviluppo democratico. La campagna mira specificamente a rompere il silenzio su questo tema e incoraggiare un cambiamento culturale più ampio. Vuole trasformare un sentimento individuale in un tema generale e collettivo.

La sindrome dell’impostore è meno spesso una questione di insicurezza personale. La nostra analisi evidenzia che essa è alimentata principalmente da disuguaglianze strutturali, sottorappresentazione femminile e pregiudizi culturali. Sebbene una componente psicologica individuale possa esistere, è il sistema, con le sue dinamiche storiche che hanno messo in discussione l’autorevolezza delle donne, a creare l’ambiente in cui questa percezione si manifesta e prospera. È fondamentale riconoscere che non possiamo separare l’esperienza individuale dal contesto strutturale».

Evitare la trappola dell’empowerment ridotto alla sola fiducia in sé stesse

«Questo rischio è centrale e lo stiamo affrontando sin dall’ideazione della campagna, proprio per evitare la trappola di focalizzarci solo sulla questione della fiducia, è necessario andare oltre il messaggio motivazionale. Abbiamo quindi pensato di creare uno spot di comunicazione sociale, eventi pubblici e attività di advocacy; poi ci sono le attività future, come i webinar e le sessioni di formazione, che mirano a fornire strumenti per riconoscere e affrontare questi temi a livello collettivo, non solo individuale. La sindrome è un sintomo di un ambiente che chiede alle donne di dimostrare continuamente il proprio valore. La consideriamo esattamente in quest’ottica.

È fondamentale riconoscere che non possiamo separare l’esperienza individuale dal contesto strutturale

Questo è in gran parte il sintomo di un ambiente che, attraverso disuguaglianze strutturali e pregiudizi culturali, costringe le donne a dover continuamente dimostrare la propria competenza. Le conseguenze di questo ambiente sono gravi, burnout, ansia e autosabotaggio, e rappresentano un ostacolo alla crescita sociale collettiva».

Il cambiamento culturale è necessario

«Il cambiamento culturale fondamentale che ci aspettiamo e per cui ci stiamo impegnando è il riconoscimento universale della parità di genere non come un obiettivo secondario, ma come precondizione necessaria per la piena cittadinanza e per lo sviluppo democratico del Paese. In dieci anni, speriamo che la necessità di questa campagna svanisca perché saranno state eliminate le disuguaglianze strutturali, la sottorappresentazione e i pregiudizi culturali che alimentano la sindrome dell’impostore. Dobbiamo passare dal chiedere alle donne di “credere in sé stesse” al riconoscimento e all’auto riconoscimento del proprio valore senza riserve.

Il riconoscimento universale della parità di genere è la precondizione necessaria per piena cittadinanza e sviluppo democratico

Il lancio della campagna si basa su testimonianze potenti per aiutare le persone a riconoscere e superare questi schemi e stiamo continuando a raccogliere le storie da tutta Italia. Abbiamo infatti avuto il privilegio di incontrare donne di spicco come Victoire Gouloubi (chef, autrice e voce dell’Africa contemporanea), Roberta Noè (giornalista di Sky Sport) e Raffaella Buzzetti (Presidente della Società Italiana di Diabetologia), le cui storie mostrano chiaramente che il fenomeno della sindrome dell’impostore non risparmia neanche le professioniste con carriere consolidate. La loro disponibilità a condividere le proprie esperienze è ciò che ci ha fatto comprendere quanto il fenomeno sia diffuso e, allo stesso tempo, anche quanto la cultura del silenzio contribuisca a renderlo invisibile».

SIGE, Edoardo Giannini nuovo Presidente 2026-2029

Edoardo Giovanni Giannini è il nuovo Presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE) per il mandato triennale 2026-2029, eletto all’unanimità al termine del Congresso Nazionale FISMAD 2026 svoltosi a Roma.

Professore Ordinario di Gastroenterologia presso l’Università degli Studi di Genova e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Clinica Gastroenterologica dell’AOM IRCCS Policlinico San Martino, Giannini subentra al Professor Luca Frulloni, che ha guidato la Società negli ultimi tre anni.

Tra le priorità del nuovo mandato, il rafforzamento del dialogo istituzionale e l’investimento sulla formazione dei giovani specialisti

«Assumere la presidenza della SIGE è per me un onore e una responsabilità che accolgo con gratitudine”, dichiara il neo presidente Giannini. “Ringrazio il Professor Frulloni per il lavoro svolto in questi anni, che ha consolidato il ruolo scientifico e istituzionale della Società in Italia e in Europa. La gastroenterologia italiana vive una fase di profonda trasformazione: nuove terapie in epatologia e oncologia digestiva, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla diagnostica e sull’endoscopia, la necessità di ripensare i percorsi di cura per le malattie infiammatorie croniche intestinali. In questo triennio lavoreremo per rafforzare il dialogo con le istituzioni sanitarie, investire sulla formazione dei giovani gastroenterologi e consolidare la collaborazione con le società federate in FISMAD e con UEG (United European Gastroenterology) a livello europeo. La SIGE deve continuare a essere una società scientifica capace di parlare con rigore alla ricerca, con concretezza al Servizio Sanitario Nazionale e con chiarezza ai pazienti».

«Concludo questo triennio alla guida della SIGE con la consapevolezza di aver lavorato, insieme al Consiglio Direttivo e a tutti i soci, per rafforzare il profilo scientifico e istituzionale della nostra Società. Sono stati anni intensi, nei quali la gastroenterologia italiana ha saputo dare un contributo sostanziale al dibattito scientifico internazionale e al confronto con le istituzioni del nostro Paese, sia sul versante della ricerca, sia su quello dell’organizzazione dell’assistenza ai pazienti con malattie dell’apparato digerente. Al Professor Giannini, vanno i miei più sinceri auguri di buon lavoro: sono certo che saprà imprimere alla SIGE una visione lungimirante, valorizzando il patrimonio di competenze, relazioni e credibilità che la nostra Società ha costruito in oltre novant’anni di storia», afferma il Presidente uscente, Professor Luca Frulloni.

La SIGE, fondata nel 1935, rappresenta oggi una delle principali società scientifiche italiane in ambito gastroenterologico, con un ruolo centrale nella ricerca e nella formazione specialistica.

Vaccini 3.0 e “100 Days Mission”: la nuova sovranità sanitaria europea

Il mondo delle malattie infettive corre veloce: negli ultimi 40 anni abbiamo affrontato otto grandi minacce e tre pandemie. In questo scenario, il workshop europeo di #VaccinAction 2025 The future of vaccine development: research, data, participation” a Bruxelles ha delineato una visione chiara: la scienza non può più limitarsi a inseguire l’emergenza, deve imparare a prevenirla. Una dei protagonisti del dibattito è stata la dottoressa Rita Carsetti, Senior Advisor presso la Fondazione Biotecnopolo di Siena e Presidente della Unione Internazionale delle Società di Immunologia (IUIS), affiancata dalle riflessioni di Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network (ACN) che aveva riunito per l’occasione 16 associazioni partner provenienti da 12 paesi sulla necessità di rimettere il cittadino al centro delle politiche di immunizzazione.

La logica della “100 Days Mission”: salvare otto milioni di vite

Il concetto cardine della nuova preparazione pandemica è la cosiddetta “100 Days Mission”, un obiettivo globale supportato da G7, G20 e l’Organizzazione Mondiale della Salute. Ma perché proprio cento giorni? «È stato calcolato che nelle prime fasi di una pandemia le persone contagiate non sono tante; l’incremento esponenziale avviene proprio dopo i primi cento giorni», spiega Carsetti.

È stato calcolato che nelle pandemie l’incremento esponenziale dei contagi avviene dopo i primi cento giorni

La razionalità scientifica è supportata da dati drammatici: se avessimo avuto un vaccino entro cento giorni dal sequenziamento del SARS-CoV-2, si sarebbero risparmiate circa otto milioni di vite a livello globale. Per raggiungere questo traguardo, la ricerca oggi lavora sui cosiddetti “patogeni prototipo”. Si tratta di costruire vaccini “base” già testati e funzionali, ai quali basta cambiare l’antigene specifico, come la proteina Spike, per rispondere a una nuova minaccia, avendo già concordato protocolli e risultati con gli enti regolatori in «tempo di pace».

Reverse Vaccinology 3.0: l’AI come «scorciatoia» immunologica

Il vero salto di qualità tecnologico è rappresentato dalla Reverse Vaccinology 3.0, un approccio che Carsetti definisce una vera e propria scorciatoia. Se la versione 2.0 partiva dall’analisi dei sopravvissuti per isolare gli anticorpi conoscendo già l’antigene, la 3.0 capovolge il processo grazie all’intelligenza artificiale (AI).

Il workshop europeo di #VaccinAction 2025

«Oggi possiamo prendere le cellule della memoria di chi è sopravvissuto a un nuovo virus, anche senza sapere quale sia l’antigene protettivo», chiarisce l’immunologa. Attraverso modelli avanzati come AlphaFold 3, l’AI analizza la struttura degli anticorpi efficaci e “predice” la forma della serratura molecolare (l’antigene) in cui devono incastrarsi. Questo processo riduce anni di tentativi in laboratorio a pochi esperimenti mirati, permettendo di disegnare vaccini a mRNA o proteine ricombinanti in tempi record. Questa tecnologia sta già dando risultati promettenti contro minacce globali come il Monkeypox.

La lotta alla “pandemia silenziosa” dell’AMR e il concatenamento batterico

Il Biotecnopolo di Siena non si occupa solo di virus, ma affronta la sfida cruciale dell’antibiotico-resistenza (AMR), definita una «pandemia silenziosa» che causa già cinque milioni di morti l’anno. Carsetti sottolinea come i vaccini siano l’arma decisiva: «Se hai un vaccino, l’antibiotico non ti serve perché la malattia non ti viene».

I vaccini possono essere l’arma decisiva anche per fronteggiare la sfida cruciale dell’antibiotico-resistenza

La ricerca ha ottenuto risultati straordinari contro la Shigella, batterio che uccide migliaia di bambini, con una protezione del 100% in modelli sperimentali. Innovativo è l’approccio contro la Klebsiella pneumoniae pan-resistente, basato sul meccanismo del “concatenamento” (enchainment): gli anticorpi selezionati non si limitano a legarsi al batterio, ma lo “incollano” ai suoi simili, impedendogli di entrare nelle cellule e causare la sepsi. Questo metodo supera i limiti dei vecchi approcci che spesso identificavano anticorpi capaci di legarsi al bersaglio ma incapaci di neutralizzare la malattia.

Biotecnopolo di Siena: l’Hub per l’indipendenza europea

In questo scacchiere, l’Italia riveste un ruolo centrale con il Biotecnopolo di Siena, una struttura finanziata dal Governo Italiano, che è anche il capofila di un progetto europeo designato come European Vaccine Hub (EVH), supportato dall’agenzia europea HERA e che mira a garantire l’autonomia del continente nello sviluppo e produzione dei vaccini per la prevenzione delle prossime pandemie.

«L’Europa deve essere capace di produrre vaccini autonomamente», ribadisce Carsetti. L’EVH agisce come un ecosistema che copre l’intero ciclo: dalla scoperta dell’antigene alla produzione di lotti per test clinici di fase 1 e 2, garantendo che l’innovazione non resti chiusa nei laboratori ma diventi una risorsa pubblica pronta per l’approvazione di emergenza.

Il fattore umano: trasparenza e partecipazione attiva

Nonostante l’ottimismo tecnologico, la dottoressa Carsetti avverte che la sfida più grande rimane ambientale e sociale. «Personalmente credo che i cambiamenti climatici siano il problema più grosso», afferma nell’intervista, collegando la deforestazione e gli spostamenti di specie come i pipistrelli all’emergere di nuovi virus.

L’innovazione deve camminare di pari passo con i diritti dei pazienti

In questo contesto, il progetto #VaccinAction 2025, promosso da Active Citizenship Network (ACN), è fondamentale per condividere le conoscenze e ricostruire la fiducia. Daniela Quaggia, Senior Project Manager per Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network, sottolinea come l’innovazione debba camminare di pari passo con i diritti dei pazienti. «Il divario più forte che vediamo tra partecipanti e organizzatori della ricerca è il passaggio da “oggetto di studio” a partner riconosciuto», spiega Quaggia.

Secondo la visione di Cittadinanzattiva, la trasparenza sui dati è uno strumento potente contro l’esitazione vaccinale. «Vedere i propri dati immunologici spiegati nel giusto contesto può essere più convincente di qualunque slogan», afferma Quaggia. Restituire informazioni chiare e comprensibili non è solo un atto di cortesia, ma un modo per riconoscere il valore del ruolo delle persone nella scienza, trasformando la prevenzione in una scelta consapevole e “su misura”. La «gara dei cento giorni» potrà essere vinta solo se la velocità della tecnologia saprà allearsi con una cultura della partecipazione, dove il cittadino non è più un osservatore passivo ma uno stakeholder attivo della sicurezza sanitaria globale.

Roma sperimenta il “badante di condominio”, insieme a Farmacap, per un nuovo welfare urbano

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di Ivana Barberini

A Roma prende forma un nuovo modello di assistenza di prossimità, pensato per rispondere a una delle trasformazioni sociali più evidenti: l’invecchiamento della popolazione e la crescente solitudine degli anziani. Con una delibera approvata all’unanimità dall’Assemblea capitolina, la città si prepara a sperimentare la figura del “badante di condominio”, un servizio leggero che punta a sostenere autonomia, relazioni e qualità della vita.

Dalle attività condivise nei cortili alle iniziative di quartiere, l’obiettivo è ricostruire legami e senso di comunità

Nelle grandi città, dove gli over 65 sono sempre più numerosi e spesso vivono soli, il tema dell’assistenza non è più rinviabile. «Stiamo andando verso il cosiddetto invecchiamento attivo», sottolinea Nella Converti a TrendSanità, Consigliera comunale, Presidente della Commissione Politiche sociali e della Salute, membro della commissione LL.PP. – Patrimonio Politiche Abitative – PP.OO e firmataria della delibera, ricordando come una parte crescente della popolazione anziana chieda non solo cure, ma strumenti per mantenere indipendenza e dignità «perché la vecchiaia non è una malattia».

A chi si rivolge

Nella Converti

Il progetto partirà nei prossimi mesi in alcune strutture di edilizia residenziale pubblica, per poi estendersi progressivamente. Il badante di condominio non sostituirà l’assistenza domiciliare né avrà compiti sanitari. Si occuperà piuttosto di attività quotidiane come consegna di farmaci, accompagnamento a visite e commissioni, piccoli aiuti domestici, ma soprattutto presenza e compagnia. Un supporto leggero, pensato per colmare quei vuoti che spesso né le famiglie né i servizi riescono a coprire.

«Molte persone anziane, anche autosufficienti, si trovano isolate», osserva ancora Converti. «Per questo è fondamentale costruire momenti di socialità, anche semplici».

Il ruolo di Farmacap

Al centro del progetto c’è il ruolo operativo di Farmacap, la rete delle farmacie comunali capitoline, chiamata a gestire uno degli aspetti più delicati della sperimentazione. Sarà infatti Farmacap a occuparsi della gestione del servizio sul territorio, con modalità da definire.
Una scelta non casuale. Le farmacie comunali rappresentano una rete capillare già integrata nel tessuto urbano e sociale della città, con una consolidata esperienza nei servizi rivolti agli anziani. Un sistema più snello rispetto ad altre strutture della pubblica amministrazione, capace di garantire prossimità e rapidità di intervento.

Enrico Cellentani

La scelta di affidare a Farmacap un ruolo nella sperimentazione nasce da un percorso già avviato negli ultimi anni. «La scelta è ricaduta su di noi perché, poco dopo l’insediamento della nuova gestione, abbiamo avviato una serie di attività a supporto dei servizi sociali, dell’assessorato e del dipartimento», spiega a TrendSanità Enrico Cellentani, presidente Farmacap.
A questo si aggiunge la presenza capillare sul territorio: «Abbiamo già i nostri sportelli sociali aperti e questo ha certamente aiutato, ha reso quasi naturale il coinvolgimento dell’azienda pubblica nella fase sperimentale».

Sui contenuti operativi del servizio, però, la prudenza resta massima. «Tutto quello che riguarda selezione, formazione, albo degli operatori sono aspetti strettamente contrattuali e disciplinati da linee guida in fase di elaborazione. Fattivamente ci si sta mettendo all’opera per capire come gestire questa sperimentazione». Un progetto ancora in evoluzione, ma già avviato.

Dalla farmacia dei servizi al presidio sociale sul territorio

Alla base del coinvolgimento di Farmacap c’è anche un cambiamento più ampio che ha investito il sistema farmacia negli ultimi anni. «La vera sliding door è stata il Covid», spiega il presidente. «In quel periodo le farmacie hanno dimostrato di poter offrire servizi anche quando altre strutture erano in difficoltà. Le farmacie hanno continuato a operare costantemente, ampliando progressivamente le proprie funzioni, dai tamponi ai vaccini. Farmacap presenta però una specificità. Essendo un ente pubblico comunale, ha sempre svolto anche un’attività di carattere sociale, un impegno che nel tempo si è evoluto, dalla telecompagnia e teleassistenza, inizialmente via telefono, fino agli sportelli sociali presenti oggi in 12 farmacie».

Farmacap è un ente pubblico comunale, con attività anche di carattere sociale

Si tratta di un servizio strutturato, realizzato in convenzione con Roma Capitale: «Ci sono psicologi, assistenti sociali, operatori. Si va dalla gestione di progetti specifici alle attività ordinarie di supporto. Un presidio che intercetta bisogni spesso difficili da individuare perché sono molte le persone che non sanno a chi rivolgersi o non hanno l’abitudine di chiedere aiuto».

Una consapevolezza che si accompagna anche a una rivendicazione: «Con un pizzico di orgoglio, perché per anni l’azienda è stata vista solo per le perdite economiche. Oggi, invece, il ruolo sembra cambiare, forse siamo meno competitivi sul piano commerciale, ma su altri fronti la partita possiamo giocarcela».

Sperimentazione al via, verso il welfare di prossimità

Il progetto partirà in forma gratuita per gli utenti selezionati, con un investimento iniziale di circa 100 mila euro. La fase sperimentale servirà a valutarne l’efficacia e la sostenibilità, con l’obiettivo, se i risultati saranno positivi, di estenderlo anche ai condomini privati.

Il progetto partirà in forma gratuita per gli utenti selezionati

In una città complessa come Roma, dove la solitudine degli anziani è una realtà diffusa, il badante di condominio si propone come un nuovo presidio sociale. «Vogliamo raggiungere quelle persone che sono totalmente senza nulla», conclude Converti. Un tassello di un welfare urbano che prova a reinventarsi, mettendo al centro non solo l’assistenza, ma anche la relazione.

GSK: innovazione biotech e sfide globali

I siti industriali di GSK a Siena e Parma, specializzati in anticorpi monoclonali e piattaforme ADC, sono centrali nella biofarmaceutica globale per terapie mirate e innovative. Le sfide riguardano sviluppo e scalabilità produttiva. Competitività e presenza internazionale si basano su innovazione, qualità e sostenibilità.

In occasione dell’evento “Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction” abbiamo intervistato Martino Grazzi, amministratore delegato GSK Manufacturing.

Sanità europea: da costo a motore di crescita

L’economia della salute in Europa, pari a 1,5 trilioni, si sta trasformando in motore di crescita grazie a innovazione, investimenti e sviluppo industriale. L’Italia, forte nella produzione farmaceutica, deve rafforzare R&S con politiche mirate. Rimane centrale il tema dell’innovazione accessibile, ancora frenata da barriere che limitano l’accesso alle cure. A TrendSanità ne abbiamo parlato con Daniela Bianco, Partner e responsabile area Healthcare THEA Group.

L’economia della salute in Europa vale circa 1,5 trilioni di euro, pari al 3,3% del PIL europeo: quali sono i principali driver che stanno trasformando questo comparto da voce di spesa a vero motore di crescita economica e industriale?

L’industria farmaceutica è un grande catalizzatore di investimenti, sia in ricerca che in produzione. Ed è un asset fondamentale per tutti i sistemi sanitari. Questi sono i principali trend; abbiamo un’accelerazione di innovazione che arriva e che è anche un’innovazione dove troviamo tanta tecnologia, intelligenza artificiale ma non solo. In questo sta trasformando radicalmente il settore e tutto ciò che è all’interno del settore con una linea più allargata. 

L’Italia è seconda in Europa per produzione farmaceutica ma ancora distante dai leader sugli investimenti in R&S: quali politiche servono per colmare questo gap e rafforzare il posizionamento competitivo del Paese?

L’Italia è uno dei Paesi dove si fa ricerca. Abbiamo una posizione di leadership nel trial clinici. Siamo cresciuti, ma non stiamo crescendo così velocemente come stanno facendo gli altri Paesi. Ma i nostri trial comunque sono altrettanto competitivi. Che cosa possiamo fare? Sicuramente seguire quello che alcuni stanno facendo, incentivando gli sforzi e soprattutto accelerando nei tempi e semplificando tutte le procedure che sono necessarie per l’arruolamento e la realizzazione di una sperimentazione clinica.

Durante l’incontro di “Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction”, l’evento promosso da Adnkronos e GSK, con il patrocinio di Farmindustria, è stato sottolineato più volte il concetto di “innovazione accessibile” come centrale per l’esistenza stessa dell’assistenza sanitaria: quali sono oggi le principali barriere sistemiche che impediscono di trasformare l’innovazione scientifica in accesso reale alle cure per i cittadini europei e italiani?

L’innovazione accessibile significa accessibile per le persone, per il paziente ma accessibile anche per i sistemi. Oggi abbiamo detto che è un’innovazione che possa consentire di mantenere un equilibrio e che possa poi arrivare ai cittadini. Quindi gli ostacoli sono ovviamente barriere di tipo organizzativo, di tipo regolatorio. Ma sono anche ostacoli nel capire che l’innovazione deve intervenire al momento giusto, arrivare al paziente giusto. Quindi è anche un tema di avere la capacità di individuare i pazienti a cui l’innovazione va data.

Sanità pubblica, oltre 135 miliardi alle Regioni: come cambia il finanziamento del SSN

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Più risorse, ma anche più vincoli e nuove priorità. Con la delibera approvata il 29 gennaio 2026 sul Fondo sanitario nazionale 2025. Riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale (pubblicata il 15 aprile sulla Gazzetta Ufficiale n. 87), il CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) ha definito il riparto del finanziamento statale al Servizio sanitario nazionale (SSN) per il 2025: 135,576 miliardi di euro. Una cifra che conferma il peso della sanità nella spesa pubblica e che fotografa, al tempo stesso, le trasformazioni in atto nel sistema.

Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la delibera sul Fondo sanitario nazionale 2025

Il valore finale è il risultato di una progressiva stratificazione normativa: il livello iniziale del finanziamento, fissato in circa 128 miliardi, è stato incrementato negli anni da diversi interventi legislativi, tra cui fondi per farmaci innovativi, aumento dei contratti di formazione medica, rafforzamento del personale e misure per ridurre le liste d’attesa, e successivamente ridotto in parte, in particolare per il finanziamento del fondo farmaci innovativi, fino a raggiungere l’importo complessivo attuale. Non si tratta solo di una distribuzione contabile, la delibera rappresenta il punto di incontro tra vincoli di bilancio, bisogni sanitari crescenti e scelte politiche su cosa finanziare e cosa considerare prioritario.

Il cuore del sistema: i LEA tra continuità e aggiornamento

La quota più rilevante, pari a oltre 130,7 miliardi di euro, è destinata ai Livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè l’insieme delle prestazioni che il SSN deve garantire in modo uniforme. È qui che si concentra la vera ossatura del sistema sanitario. Dentro questa cifra convivono spese molto diverse tra loro: dalla prevenzione alle cure ospedaliere, fino al sostegno del personale. Il finanziamento copre le campagne vaccinali e gli interventi di sanità pubblica, ma anche l’aggiornamento dei LEA e delle tariffe, un tema critico dopo anni di ritardi nell’adeguamento delle prestazioni ai bisogni reali. In particolare, la delibera include 186 milioni per il rimborso acquisto vaccini del Piano Nazionale Vaccini.

La quota più rilevante (oltre 130,7 miliardi di euro) è destinata ai Livelli essenziali di assistenza (LEA)

Una parte consistente è assorbita dal personale sanitario, attraverso indennità e incrementi retributivi che riguardano medici, infermieri e operatori, con particolare attenzione ai contesti più critici come il pronto soccorso. Restano, inoltre, dentro questa voce gli effetti delle politiche degli ultimi anni, come l’abolizione del superticket e le misure introdotte durante la pandemia.
Non mancano finanziamenti mirati: dagli screening neonatali alle patologie rare, fino a programmi specifici come quelli per la fibrosi cistica. Tutti elementi che mostrano come il finanziamento indistinto sia in realtà sempre più “strutturato” al suo interno.

È previsto, infine, anche un fondo dedicato alle prestazioni di alta specialità erogate dagli IRCCS (40 milioni) a favore di pazienti provenienti da altre regioni, a sostegno della mobilità sanitaria e dei centri di eccellenza.

Obiettivi mirati: la sanità come leva di programmazione

Accanto alla componente principale, ci sono 2,4 miliardi di euro vincolati, che sostengono l’attuazione del Piano sanitario nazionale e gli interventi strategici come la medicina penitenziaria, spesso trascurata ma essenziale per la salute pubblica. Sono finanziate le borse di studio per i medici di medicina generale, segnale della necessità di rafforzare la medicina di base, oggi in sofferenza per carenza di professionisti.

La medicina penitenziaria è finanziata attraverso più canali, con risorse trasferite anche dal Ministero della Giustizia, a conferma della sua natura interistituzionale

Tra le voci incluse rientrano anche interventi meno visibili ma significativi, come i fondi per l’emersione del lavoro irregolare dei lavoratori extracomunitari, gli indennizzi per emergenze sanitarie in ambito veterinario e contributi specifici a favore della Regione Calabria.
Un capitolo importante riguarda anche il superamento definitivo degli ospedali psichiatrici giudiziari, che rappresenta uno dei passaggi più delicati nel processo di riforma della sanità penitenziaria e della salute mentale.

Territorio e salute mentale: dove si gioca la sfida

Il blocco da 947,5 milioni di euro dedicato a fondi già assegnati o da ripartire mette in evidenza alcune delle priorità emergenti del sistema. Tra queste, il rafforzamento dell’assistenza territoriale, sempre più primaria anche alla luce delle lezioni della pandemia. La sanità non è più solo ospedale, perché la capacità di presa in carico sul territorio è decisiva per garantire continuità delle cure e ridurre la pressione sulle strutture ospedaliere.
Parallelamente cresce l’attenzione per la salute mentale, come dimostra il rifinanziamento del bonus psicologo, mentre sono stanziate risorse per dispositivi medici e ausili, con un impatto diretto sulla qualità della vita dei pazienti (circa 1 milione di euro).

Una quota specifica è legata al raggiungimento di obiettivi sulle liste d’attesa, rafforzando il legame tra finanziamento e performance, mentre si interviene anche sulle disuguaglianze territoriali con misure a favore delle aree montane, dove l’accesso ai servizi resta più complesso.

Formazione e rete sanitaria: investire sul capitale umano

La delibera destina circa 1,14 miliardi di euro a soggetti che, pur non essendo direttamente le Regioni, sono fondamentali per il funzionamento del sistema. Il capitolo più rilevante riguarda la formazione dei medici specialisti, con oltre 780 milioni di euro destinati alle università. Una scelta che riflette una delle criticità più evidenti del SSN, la carenza di personale, soprattutto in alcune discipline. Investire nella formazione significa cercare di colmare un gap che rischia di compromettere la tenuta del sistema nei prossimi anni.

Accanto alla formazione, sono finanziati gli Istituti zooprofilattici sperimentali, il Centro nazionale trapianti e la Croce Rossa italiana, confermando la natura “a rete” del sistema sanitario, che va ben oltre le strutture ospedaliere e regionali.

Performance e distribuzione delle risorse

Una quota di 341,3 milioni di euro è accantonata per premiare le Regioni più virtuose. Il meccanismo premiale rappresenta uno degli strumenti con cui lo Stato cerca di orientare i comportamenti regionali, incentivando efficienza, qualità dei servizi e rispetto degli obiettivi.

I criteri saranno definiti dal Ministero della Salute, ma il principio è chiaro: non basta spendere, bisogna spendere bene

Il riparto tra le Regioni non avviene però in modo uniforme, ma segue criteri sempre più sofisticati. Oltre alla popolazione residente, si considerano l’età e i consumi sanitari, la mortalità sotto i 75 anni e una serie di indicatori territoriali che riflettono i bisogni di salute. L’obiettivo è superare una logica puramente demografica per avvicinarsi a una distribuzione più equa e aderente alle reali condizioni epidemiologiche.

Un sistema a geometria variabile

La delibera conferma la natura differenziata del sistema sanitario italiano. Alcune Regioni e Province autonome, come Valle d’Aosta, Trento, Bolzano, Friuli Venezia Giulia e Sardegna, finanziano autonomamente la sanità, mentre la Sicilia partecipa con una quota del 49,11%. Questo assetto, legato al federalismo fiscale, è uno degli elementi più complessi del sistema: da un lato consente autonomia, dall’altro pone il tema delle disuguaglianze territoriali e della capacità di garantire livelli uniformi di assistenza.

Più che una semplice ripartizione di fondi, la delibera del CIPESS restituisce una fotografia delle priorità della sanità italiana. Emergono con chiarezza alcune direttrici: il rafforzamento del personale, il rilancio dell’assistenza territoriale, l’attenzione alla salute mentale e il tentativo di ridurre le disuguaglianze tra territori. Allo stesso tempo, resta fondamentale il tema dell’efficienza e della capacità di tradurre le risorse in servizi concreti.
In questo equilibrio tra quantità di finanziamenti e qualità della spesa si gioca, sempre più, il futuro del Servizio sanitario nazionale.

GSK Italia: valore, investimenti e accesso alle cure

GSK Italia genera oltre 1 miliardo di impatto economico, creando valore per sanità e cittadini attraverso filiere diffuse e investimenti. Con più di 300 milioni l’anno, punta su ricerca e innovazione accessibile. Resta cruciale ridurre i tempi di accesso ai farmaci, agendo su regolazione e collaborazione pubblico-privato. 

A TrendSanità le riflessioni di Antonino Biroccio, presidente e General Manager GSK Italia