Home Blog Page 2

PFAS, tra prove scientifiche e domande ancora aperte

0

Continua il nostro speciale sugli effetti sanitari dei PFAS dopo le battaglie portate avanti dall’associazione Mamme NO PFAS. Negli ultimi anni gli studi epidemiologici condotti in Veneto hanno iniziato a delineare alcune possibili associazioni tra esposizione a queste sostanze e diversi esiti di salute, ma molte domande restano ancora senza risposta.

A fare il punto a TrendSanità è il medico e ricercatore dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia Onlus Francesco Bertola, che da anni segue la vicenda PFAS, dalle ricerche già pubblicate ai limiti degli studi disponibili, fino alla necessità di indagini epidemiologiche più solide e di interventi strutturali come la bonifica dei siti contaminati e il bando delle sostanze alla fonte. Un quadro complesso, in cui convivono evidenze scientifiche consolidate, segnali emergenti e incertezze che richiedono ulteriori approfondimenti.

PFAS e studi epidemiologici: quello che c’è e quello che manca

Francesco Bertola

Francesco Bertola chiarisce: «Studi epidemiologici in Veneto ne sono stati fatti tanti, anche dall’Università di Padova, però hanno la caratteristica di essersi basati sui dati raccolti nel piano di sorveglianza. Il piano di sorveglianza raccoglieva alcuni dati specifici, per cui sono state fatte pubblicazioni sull’aumento del colesterolo o della pressione e hanno trovato una relazione tra il fattore espositivo e l’effetto sanitario, però sono studi focalizzati. Uno studio sui tumori, per come lo si intende di solito, non è mai stato fatto. Anche qui, però, bisogna spiegarsi. Il dottor Mario Saugo, nel 2016, quando era direttore del Servizio Epidemiologico Regionale (SER), ha fatto un’analisi e ha dimostrato che a Onigo c’era il doppio dell’incidenza di tumori al testicolo rispetto a quanto atteso. Ci si aspettava otto casi e invece ne sono stati trovati sedici. Il limite è che allora non c’erano ancora i dati del biomonitoraggio, cioè i dosaggi dei PFAS nel sangue, è uno studio geografico, che ti dice “in questa zona succede questo”. A rigor di logica, davanti a un tribunale qualcuno può dire: “Sì, ma chi mi dice che è colpa dei PFAS?”

Anche ISDE ha pubblicato su rivista internazionale nel 2018 un lavoro che ha studiato la mortalità nei comuni della zona rossa, con risultati in buona parte sovrapponibili a quelli pubblicati dal SER, ma in parte diversi, segnalando già allora alcuni esiti sanitari su cui proprio le Agenzie internazionali stanno ora indagando, cioè il tumore alla mammella, e le malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson)».

Tra evidenze e incertezze, cosa sappiamo sugli effetti dei PFAS

«Non esistono studi che permettano di definire l’impatto in modo semplice e per tutte le malattie – prosegue Bertola. Però lo IARC, l’agenzia per la ricerca sul cancro con sede a Lione, ha rivalutato il PFOA. Nel 2016 lo aveva messo in categoria 2B “possibile cancerogeno”. Poi, tra 2022 e 2023, lo ha portato in classe 1 “certamente cancerogeno”: sulla base di nuovi studi e nelle motivazioni conclude che il PFOA è certamente cancerogeno per tumore del rene e dei testicoli. Il punto è che le sostanze sono tante e gli effetti sanitari possono essere diversi. Un conto è uno studio che misura solo il colesterolo, un conto è uno studio che esplori tutti gli esiti sanitari che, secondo le principali Agenzie internazionali che periodicamente effettuano una revisione della letteratura, possono essere correlati ai PFAS: aumento del colesterolo, tumore del rene e dei testicoli, diminuzione del peso neonatale, aumento degli enzimi epatici, deficit immunitario (dimostrato molto bene in Danimarca). Su questi esiti sanitari, diverse agenzie internazionali (EFSA, EPA, NASEM, ATSDR) concordano che il grado di evidenza di associazione con l’esposizione ai PFAS sia molto forte.

Su altri esiti sanitari (malattie della tiroide, gestosi gravidica, colite ulcerosa) il grado di evidenza è incerto. Poi c’è un’altra fascia di esiti sanitari (patologie del neuro-sviluppo, obesità, diabete, Parkinson, salute riproduttiva maschile) per cui le stesse Agenzie dicono che non ci sono ancora studi sufficienti per parlare nemmeno di “associazione probabile”. Ma siamo sempre al punto di prima: se non hai il dosaggio nel sangue, correlare in modo solido è difficile. È vero però che nell’acqua i valori erano molto alti e alcuni studi riportano anche concentrazioni elevate nelle acque potabili di quegli anni».

Bonifica e bando alla fonte: il vero problema

«Dal mio punto di vista tutto è possibile, ma bonificare il sito della Miteni non è uno scherzo, oltre agli scarichi nel Poscola, hanno sotterrato tonnellate di rifiuti sotto la fabbrica e questi percolano nel tempo. È un disastro enorme e servono strumenti adatti e interventi seri. Molti dicono che è impossibile, io dico che non è facile, soprattutto perché molto costoso, ma indispensabile. È il primo dovere verso i cittadini, come ha evidenziato la sentenza – spiega Bertola. Omettere la bonifica, per quanto difficile e costosa, significa continuare a inquinare le terre coltivate di queste zone, che sono irrigate, come quasi ovunque, con le acque di falda profonda e il problema sussiste, ancora più grande, per gli animali allevati in questi territori inquinati, che bevono quell’acqua.

Quando si dice “bando ai PFAS”, non si intende solo non averli nell’acqua potabile, si intende mettere al bando la loro produzione

Mettere limiti nell’acqua potabile va bene, ma non risolve. Perché tanto, se non li bevi, te li mangi. Ci sono segnalazioni sulla presenza nei prodotti, perfino nel vino, perché molti pesticidi ed erbicidi sono fatti coi PFAS e, una volta che li adoperi, non vanno più via.

Ci sono esempi anche di esposizione professionale, persone che maneggiano prodotti impermeabili, giacche a vento e si trovano livelli alti nel sangue».

Siamo tutti contaminati

Conclude Bertola: «Alla fine siamo tutti contaminati, anche fuori dal Veneto. Però bisogna distinguere: un conto è avere pochi nanogrammi, un conto è la zona rossa, dove prima dei filtri si parlava di 100, 200, 300 ng/ml di sangue. Sono due ordini di grandezza diversi. Quando diciamo che c’è evidenza di associazione tra esposizione e un esito sanitario, non diciamo “se tu hai il colesterolo alto è colpa dei PFAS”. Diciamo che, in media, in una popolazione esposta (come quella che vive nella zona rossa) il rischio è maggiore rispetto a una popolazione non esposta, a parità di altri fattori. Gli studi fatti bene, infatti, non si basano su poche persone, devono essere numeri grandi e considerare anche tutti gli altri fattori di rischio (genetica, alimentazione, stile di vita, ecc.) in grado di determinare quell’esito sanitario. Altrimenti nessuna agenzia internazionale li considera solidi.

Per questo, quando chiediamo uno studio epidemiologico, non intendiamo uno studio basato solo sul piano di sorveglianza. Il piano di sorveglianza è un biomonitoraggio, controlla quanti PFAS hai nel sangue, punto. Lo studio epidemiologico è longitudinale, cioè prendi una coorte (per dire 5.000 persone), la segui per anni, misuri gli esiti sanitari e i fattori espositivi, confronti con una popolazione di controllo. Se osservi per anni una popolazione esposta, succedono tante cose, alcuni rischi si concretizzano nel tempo e la lettura diventa più robusta».

Il Veneto dei PFAS: la più grande contaminazione d’Europa

Tutto comincia nel 2017, quando arrivano i risultati delle analisi sul sangue di bambini e ragazzi che vivono in una delle aree più produttive del Nord Italia. Da quel momento nulla è come prima. I valori di questi ragazzi superavano di 30-40 volte quelli della popolazione non esposta (tra 1,5 e 8 ng/ml): giovani di 14-15 anni con valori di 80, 120, 350 ng/ml di PFAS nel sangue. Quattro mamme iniziano a preoccuparsi dei risultati e in pochi giorni si ritrovano a essere in centinaia e formano il Gruppo Mamme NO PFAS. Oggi il bilancio è impressionante: tre province coinvolte (Verona, Vicenza e Padova) oltre 80 Comuni interessati, 700 km quadrati di territorio compromesso, 95mila persone sottoposte a biomonitoraggio e una popolazione potenzialmente esposta che potrebbe superare le 800mila unità.

Il 26 giugno 2025 il Tribunale di Vicenza ha pronunciato una sentenza attesa per anni, arrivata al termine di una battaglia lunga e faticosa combattuta da cittadini, comitati e famiglie che non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia. È il processo Miteni, ma siamo solo alla sentenza di primo grado. Per il risarcimento civile bisognerà attendere quella definitiva.

Il processo PFAS di Vicenza è stato il più grande mai celebrato in Italia su questo fronte. Ha affrontato accuse pesantissime: avvelenamento doloso delle acque potabili, disastro ambientale, inquinamento, gestione illecita di rifiuti pericolosi, bancarotta fraudolenta. Questa sentenza non è solo una vittoria giudiziaria, è un passaggio politico, sociale, culturale. È il riconoscimento del lavoro di chi ha denunciato, studiato, resistito, di chi ha trasformato la paura in impegno collettivo e che rilancia una domanda che non può essere rimandata: chi deve pagare davvero il prezzo dell’inquinamento?

Ne parliamo in questo speciale su TrendSanità con Laura Facciolo di Mamme NO PFAS, Vincenzo Cordiano, Specialista in Ematologia e Medicina Interna, Presidente della sezione regionale del Veneto dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia Onlus e Francesco Bertola, Presidente della sezione provinciale vicentina di ISDE.

Una nuova normativa anti PFAS

Il nuovo quadro normativo sui PFAS è entrato in vigore in Italia dal 13 gennaio 2026 (D.Lgs. 18/2023 e il successivo D.Lgs. 102/2025), con l’applicazione della direttiva europea sulle acque potabili 2020/2184. L’Italia, tra i Paesi europei più colpiti dalla contaminazione, ha introdotto nuovi parametri e ampliato il monitoraggio, includendo molecole come GenX, ADONA e C6O4 e ha fissato anche un limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS indicati come prioritari dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), ossia Pfoa (cancerogeno), Pfos (possibilmente cancerogeno), Pfna, PFHxS.

Dal 2027, poi, entrerà in vigore anche un limite specifico (10mila nanogrammi su litro) per il Tfa, acido trifluoroacetico, considerato l’inquinante più diffuso al mondo. Allo stesso tempo però con la legge di Bilancio 2026 e i commi 622 e 623 all’articolo 1, il governo ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi.

Un paradosso che solleva interrogativi: perché si continua a rimandare un intervento strutturale così importante per la salute pubblica?

PFAS in Veneto, lo studio che conferma l’impatto sanitario

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health getta una luce drammatica sull’impatto sanitario della contaminazione da PFAS nei territori veneti più colpiti dove le sostanze perfluoroalchiliche sono state rilevate in concentrazioni elevate nelle acque superficiali, sotterranee e potabili, esponendo circa 350 mila persone. Lo studio, coordinato dal professor Annibale Biggeri dell’Università di Padova insieme a ricercatori dell’Istituto Tumori della Romagna, del Servizio statistico dell’Istituto Superiore di Sanità e con il contributo del gruppo Mamme NOPFAS, documenta un aumento significativo della mortalità nella popolazione esposta. Tra il 1985 e il 2018 si contano oltre 3.800 decessi in eccesso rispetto all’atteso, pari a una morte ogni tre giorni. Un dato che, tradotto in termini concreti, equivale alla scomparsa di due interi comuni dell’area contaminata, come Orgiano e Asigliano.

Per la prima volta si dimostra un’associazione causale tra esposizione ai PFAS e aumento della mortalità per malattie cardiovascolari, mentre l’analisi per fasce d’età rivela un rischio più elevato di tumori tra i più giovani, esposti fin dall’infanzia. Particolarmente significativo è anche il dato relativo alle donne in età fertile, nelle quali si osserva un apparente effetto protettivo, probabilmente legato al trasferimento delle PFAS al feto durante la gravidanza e l’allattamento.

Alla luce di questi risultati, lo studio ribadisce con forza l’urgenza di avviare lo Studio di Coorte deliberato dalla Regione Veneto nel 2016 e mai realizzato, ritenuto indispensabile per valutare gli effetti sanitari a lungo termine della contaminazione e orientare politiche di prevenzione efficaci.

Il rinvio dei limiti: un segnale politico preoccupante

Laura Facciolo

Laura Facciolo, portavoce del Gruppo Mamme No PFAS, non usa mezzi termini: «Per noi questo rinvio è un segnale politico molto chiaro. L’Italia, a livello europeo, è il Paese che ha subito più di tutti gli effetti della contaminazione da PFAS. Il sito Miteni ha contaminato negli anni un’area molto vasta e ad alta densità di popolazione. Probabilmente siamo, al momento, l’area più estesa e con la maggiore numerosità di popolazione esposta al mondo. Ci si aspettava che proprio l’Italia, diventata – purtroppo – un punto di riferimento anche per le analisi e per l’adeguamento dei sistemi idrici, facesse un passo avanti anche sul piano normativo. Invece, quando si tratta di legiferare a livello nazionale, siamo il fanalino di coda. Chiedere una deroga di sei mesi, quando tutti sapevano che stava arrivando la nuova direttiva europea, soprattutto gli addetti ai lavori, sembra una presa in giro.

Il problema è che i limiti europei lavorano sull’omega del processo, sul punto finale. Il fatto stesso che nelle acque si trovino sostanze che non dovrebbero esserci (perché alcune riconosciute come cancerogene) significa che si è sbagliato tutto ciò che sta a monte. Queste molecole sono note da decenni per essere persistenti, non degradabili, associate a malattie e tumori. L’Europa avrebbe dovuto agire alla fonte, chiedendosi quali utilizzi dei PFAS siano davvero indispensabili. Forse pochissimi. Tutti gli altri potrebbero essere eliminati, perché sostituibili. Continuare a mettere solo limiti senza intervenire all’origine significa condannare le nuove generazioni.

Esiste un documento del Nordic Council, The Cost of Inaction, che calcola proprio il prezzo dell’inerzia europea. Secondo queste stime, a un cittadino italiano la gestione di questa contaminazione costa circa 150-170 euro l’anno a persona, anche considerando i risparmi sanitari. Il paradosso è che la maggior parte delle persone non sa nulla di tutto questo. Appena si esce dall’area rossa, il problema scompare dal radar, ma i costi restano».

Dalla guerra fredda ai nostri figli: una storia che continua

«Queste molecole nascono con il progetto Manhattan, per la produzione della bomba atomica, grazie alla loro resistenza al calore, all’acqua e ai grassi. Finita la guerra, non sapendo cosa farne, sono state usate nei prodotti di consumo come padelle, imballaggi, stampi alimentari. Gli interessi industriali frenano l’eliminazione alla fonte anche se molte aziende, anche medio-grandi, si sono già adeguate, chiedendo alternative ai PFAS. Paradossalmente, il privato consapevole corre più veloce delle istituzioni», afferma Facciolo.

«Non ci sono mai stati veri divieti di bere l’acqua o di coltivare, nemmeno oggi. L’unico divieto è stato quello di pesca in alcune aree, ma è poco sensato perché l’acqua scorre, i pesci si muovono. Formalmente l’acqua si può bere, ma meglio di no. Dopo anni di pressioni – ricorda ancora Facciolo – siamo riusciti ad avere un nuovo acquedotto che porta acqua pulita da un’altra zona, con costi enormi che comunque ricadono sui cittadini. Chi invece usa pozzi privati continua a pescare acqua contaminata, perché vietarlo significherebbe mettere in ginocchio l’agricoltura. La contaminazione, infatti, non è mai stata davvero rimossa, i rifiuti interrati continuano a rilasciare sostanze e la fauna è ancora fortemente contaminata.

Molte persone hanno già patologie riconducibili all’esposizione ai PFAS, altre le svilupperanno in futuro. Per questo siamo in contatto con associazioni italiane e straniere: in Svezia, ad esempio, hanno vinto una causa contro i gestori idrici basandosi sulla responsabilità del prodotto. La zona rossa comprende una trentina di comuni, con ulteriori suddivisioni. Solo chi vive o ha vissuto per almeno dieci anni in alcune di queste aree può accedere allo screening gratuito. Chi vive in zone arancioni o gialle spesso deve pagare o non riesce proprio a farlo. In Veneto, privatamente, questi esami non si fanno più e molte persone sono costrette ad andare a Milano o all’estero. Le richieste restano due e sono fondamentali: uno studio epidemiologico serio, che coinvolga l’intera popolazione esposta, e una vera bonifica. Ad oggi la contaminazione è ancora là, come nel 2012. Noi siamo partiti come genitori e continuiamo per i nostri figli, per i nipoti, per la generazione zero: quella che speriamo non dovrà convivere con queste sostanze nel sangue».

«Dobbiamo investire solo su ciò che serve e non su ciò che ci piace»

Occorre fare politiche della salute evidence-based. In quest’ottica, la sostenibilità va distinta dall’austerità: sostenibilità non significa semplicemente spendere meno, ma allocare le risorse in modo efficace sulla base dei bisogni reali.

Serve innanzitutto una scelta politica chiara: definire quanto è necessario investire per garantire i livelli essenziali di assistenza e l’accesso all’innovazione, e calibrare di conseguenza tutte le altre politiche pubbliche. Oggi siamo al di sotto della media europea: a fronte di un valore di riferimento intorno al 7% del Pil, il finanziamento del Fondo sanitario nazionale si avvicina al 6%. Questo si traduce in una riduzione dell’accesso alle terapie innovative e in una minore attrattività del sistema per medici e infermieri.

Non si tratta però solo di aumentare la spesa. È altrettanto necessario intervenire con riforme strutturali omogenee, finora non realizzate in modo adeguato. Le riforme comportano costi iniziali, ma generano anche risparmi: esistono ancora margini di efficientamento, a patto che le risorse recuperate vengano reinvestite nel sistema sanitario. Un esempio è il meccanismo del payback, che potrebbe essere indirizzato in modo più mirato al finanziamento dei fondi sanitari regionali.

Le politiche sanitarie più efficaci nel tempo sono quelle basate su evidenze e su una visione di medio-lungo periodo

Le politiche sanitarie più efficaci nel tempo sono quelle basate su evidenze e su una visione di medio-lungo periodo: dalle vaccinazioni all’organizzazione della rete sanitaria. Sistemi complessi richiedono aggiornamenti continui, ma sempre guidati da obiettivi chiari.

Se l’obiettivo è mantenere un sistema universalistico, equo e accessibile, tutte le trasformazioni devono essere orientate a questo fine. In tema di innovazione tecnologica, è fondamentale rafforzare i contesti di ricerca, oggi ancora troppo poco attrattivi: i ricercatori scelgono raramente l’Italia, anche a causa delle difficoltà nel trasferimento tecnologico e di un sistema regolatorio che rappresenta un ostacolo. Nonostante norme che prevedono tempi certi per le autorizzazioni, persistono rallentamenti significativi.

È quindi necessario intervenire su questi nodi critici, semplificando i processi e rendendo il sistema più dinamico. Questo richiede una visione nazionale accompagnata da un’azione locale, che coinvolga distretti industriali e scientifici, università e regioni, valorizzando non solo il Nord ma anche il potenziale ancora inespresso del Centro-Sud.

Solo attraverso politiche fondate su evidenze, programmazione e capacità di attuazione sarà possibile coniugare sostenibilità e accesso equo all’innovazione.

Dalla prossimità alla rete: sviluppo di un modello integrato Hub & Spoke per la gestione territoriale del follow-up oncologico

0

Introduzione

L’evoluzione dell’oncologia contemporanea è caratterizzata da un progressivo aumento della prevalenza, conseguenza diretta del miglioramento delle strategie diagnostiche e terapeutiche e dell’invecchiamento della popolazione. In Italia si stimano circa 390.000 nuove diagnosi annue e oltre 3,6 milioni di persone viventi dopo una diagnosi di tumore [AIOM et al., 2024]. L’incremento della sopravvivenza determina che una quota crescente di pazienti, superata la fase acuta del trattamento, entri in percorsi prolungati di sorveglianza clinicae terapia cronica.

La cronicizzazione della malattia oncologica comporta una trasformazione sostanziale dei bisogni assistenziali. Accanto alle fasi ad alta complessità clinica, concentrate prevalentemente nei centri specialistici, si sviluppa un’ampia area di attività a minore intensità assistenziale ma ad alta frequenza di accesso, quali follow-up programmati, monitoraggio dell’aderenza terapeutica, gestione di tossicità tardive e controllo delle comorbilità. Ne deriva una pressione crescente sui centri ospedalieri di riferimento, con potenziali criticità in termini di sostenibilità organizzativa e accessibilità alle cure.

La distanza dal luogo di cura e il carico di spostamenti incidono sulla qualità di vita del paziente oncologico

In parallelo, la letteratura nazionale e internazionale ha evidenziato come la distanza dal luogo di cura e il carico di spostamenti incidano in modo significativo sull’esperienza del paziente oncologico, influenzando qualità di vita, aderenza terapeutica e burden temporale della cura [Cavanna et al., 2023]. L’organizzazione dei percorsi assistenziali assume pertanto un rilievo strategico non solo sotto il profilo clinico, ma anche in termini sociali ed economici.

Il quadro normativo nazionale e regionale ha progressivamente riconosciuto la necessità di rafforzare l’assistenza territoriale. Il DM 77/2022, unitamente alle indicazioni nazionali in tema di oncologia di prossimità [AGENAS, 2022], e i successivi provvedimenti regionali lombardi hanno attribuito alle Case della Comunità (CdC) un ruolo centrale nella presa in carico delle cronicità e nell’integrazione tra ospedale e territorio [AGENAS, 2024]. In ambito oncologico, Regione Lombardia ha promosso il principio della prossimità della cura, prevedendo la possibilità di erogare terapie oncologiche presso strutture sanitarie più vicine al domicilio del paziente, mantenendo la responsabilità prescrittiva in capo al centro specialistico di riferimento [Regione Lombardia, 2024].

La Regione Lombardia prevede la possibilità di erogare terapie oncologiche presso strutture sanitarie più vicine al domicilio del paziente

Tale impostazione, prevalentemente orientata a una rimodulazione dell’erogazione tra strutture ospedaliere afferenti a diverse ASST, ha rappresentato un primo passo verso la riduzione del burden logistico per il paziente. Il Progetto MICURO (Miglioramento delle Cure Oncologiche), realizzato con il supporto di un grant incondizionato dell’Alleanza Daiichi Sankyo – AstraZeneca, si colloca in una fase evolutiva ulteriore, introducendo un modello formalizzato di integrazione tra centri Hub ad alta specializzazione e CdC, con trasferimento selettivo e regolato di attività a bassa complessità clinico-assistenziale in setting territoriali strutturati e accreditati.

Razionale progettuale e modello organizzativo

In coerenza con gli indirizzi regionali in materia di rafforzamento dell’assistenza territoriale e di integrazione tra livelli di cura, è stato sviluppato un progetto di oncologia di prossimità che ha coinvolto IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ASST GOM Niguarda e ASST Nord Milano, finalizzato alla definizione di un modello strutturato di presa in carico territoriale dei pazienti oncologici clinicamente stabili.

L’obiettivo consisteva nella costruzione di un assetto organizzativo integrato, capace di trasferire in modo selettivo e regolato alcune attività clinico-assistenziali a minore complessità verso setting territoriali appropriati, garantendo al contempo continuità, sicurezza e qualità del percorso oncologico.

Il razionale del progetto si fonda su tre presupposti principali:

  • in primo luogo, la distinzione tra fasi ad alta complessità clinica, che richiedono competenze superspecialistiche, tecnologia avanzata e multidisciplinarietà ospedaliera, e attività di follow-up e monitoraggio terapeutico che, in pazienti clinicamente stabili, possono essere erogate in contesti territoriali strutturati senza riduzione degli standard qualitativi;
  • in secondo luogo, la necessità di preservare la governance clinica specialistica, mantenendo in capo al centro Hub, inteso come centro oncologico scelto dal paziente per la diagnosi e il trattamento, la responsabilità del piano terapeutico, delle decisioni cliniche strategiche e della gestione delle eventuali riacutizzazioni o sospetti di recidiva, nonché la definizione personalizzata dei programmi di follow-up;
  • in terzo luogo, la volontà di valorizzare le CdC come nodi attivi della rete oncologica territoriale, superando una logica di prossimità limitata al trasferimento tra strutture ospedaliere e introducendo un modello formalizzato di integrazione strutturata tra centro specialistico e territorio.

Il modello organizzativo adottato si configura come un’architettura Hub & Spoke chiaramente definita. I centri Hub mantengono la funzione di riferimento specialistico, la definizione dei percorsi diagnostico-terapeutici e la supervisione clinica complessiva. Le CdC coinvolte nel progetto, afferenti al territorio di riferimento, assumono il ruolo di strutture Spoke territoriali, responsabili dell’erogazione delle visite di controllo programmate, del monitoraggio dell’aderenza terapeutica e della gestione delle tossicità minori, secondo un piano personalizzato definito con l’oncologo di riferimento.

Il modello organizzativo adottato si configura come un’architettura Hub & Spoke chiaramente definita

Elemento qualificante del progetto è la formalizzazione del modello attraverso un protocollo operativo condiviso, che disciplina criteri di eleggibilità dei pazienti, modalità di trasferimento, responsabilità professionali, flussi informativi e criteri di escalation clinica. Il trasferimento al setting territoriale avviene esclusivamente in presenza di condizioni di stabilità clinica e nel rispetto dei requisiti strutturali e organizzativi idonei, garantendo coerenza informativa e possibilità di rinvio tempestivo al centro specialistico in caso di necessità.

Il progetto configura, pertanto, un’evoluzione del concetto di prossimità, intesa come ridefinizione strutturata del perimetro assistenziale in cui ospedale e territorio operano come componenti integrate in un’unica rete oncologica.

Ambito applicativo della fase sperimentale

Il modello organizzativo delineato è stato concepito per una implementazione progressiva, attraverso una fase sperimentale iniziale finalizzata alla verifica della fattibilità operativa, della sicurezza clinica e della sostenibilità organizzativa del percorso.

La selezione dell’ambito applicativo è stata definita secondo criteri di appropriatezza clinica e di equilibrio tra beneficio atteso e rischio assistenziale. In tale prospettiva, la fase sperimentale è stata programmata con riferimento a pazienti affetti da neoplasie solide non metastatiche, clinicamente stabili, inseriti in percorsi di follow-up strutturato o in trattamento endocrino adiuvante a bassa complessità gestionale, con particolare riferimento al carcinoma della mammella e al carcinoma della prostata.

Nella fase sperimentale iniziale è stato stabilito il coinvolgimento in particolare di pazienti con tumori alla mammella o alla prostata clinicamente stabili

La scelta di tali popolazioni si fonda sul loro rilevante peso epidemiologico e sulla durata pluriennale dei percorsi terapeutici. Nel 2024 sono state stimate oltre 53.000 nuove diagnosi di carcinoma della mammella e circa 40.000 di carcinoma della prostata; le persone viventi in Italia dopo una diagnosi sono rispettivamente circa 925.000 donne e 485.000 uomini, con una sopravvivenza netta a cinque anni pari all’88% per il carcinoma mammario e 91% per il carcinoma prostatico [AIOM et al., 2025]. Tale profilo epidemiologico rende evidente come una quota crescente di pazienti entri in traiettorie assistenziali prolungate, caratterizzate da follow-up ripetuti, terapie continuative e bisogni di monitoraggio clinico-organizzativo nel tempo.

In tale contesto, il tema dell’aderenza terapeutica assume una rilevanza clinica e organizzativa centrale. In ambito mammario, è stato stimato che circa una paziente su tre non aderisca correttamente alla terapia endocrina adiuvante [AIOM et al, 2024], con possibili ripercussioni in termini di rischio di recidiva, mortalità e utilizzo di risorse sanitarie [AIOM et al, 2024]. La letteratura internazionale evidenzia inoltre un’ampia variabilità dei livelli di aderenza alle terapie oncologiche orali, confermando il ruolo del contesto organizzativo e relazionale nella continuità dei trattamenti [Greer et al., 2016; Gil-Guillen et al., 2022] e sottolineando come l’aderenza costituisca un fenomeno multidimensionale, influenzato non solo da fattori clinici e individuali, ma anche da determinanti organizzativi e relazionali [Timmers et al., 2017].

Tra gli obiettivi, il miglioramento dell’aderenza terapeutica e della qualità complessiva del percorso oncologico, preservando la governance clinica specialistica

Fattori quali strutturazione dei controlli periodici, continuità del rapporto con il team curante, qualità della comunicazione e gestione tempestiva degli effetti collaterali incidono in modo significativo sulla persistenza terapeutica nel tempo [AIOM, et al. 2024; Timmers et al., 2017]. In tale cornice, il trasferimento regolato delle attività di follow-up e di monitoraggio dell’aderenza in setting territoriali strutturati si configura come scelta orientata al rafforzamento della continuità di cura.

Il livello territoriale viene pertanto valorizzato come componente qualificante del percorso: un’organizzazione che garantisce accessi programmati, riduce il burden logistico e mantiene un collegamento strutturato con il centro Hub può contribuire a sostenere l’aderenza e la qualità complessiva del percorso oncologico, preservando la governance clinica specialistica.

Formalizzazione del modello

La traduzione operativa del modello è avvenuta attraverso la definizione di un Protocollo operativo di intesa formalmente condiviso tra le strutture coinvolte. La formalizzazione ha rappresentato un passaggio essenziale per rendere concretamente attuabile il coordinamento tra centro Hub e CdC, superando una logica meramente programmatica del decentramento assistenziale. Il Protocollo ha consentito di definire con chiarezza il perimetro assistenziale trasferibile, le condizioni cliniche di eleggibilità, le responsabilità professionali e i meccanismi di coordinamento tra le strutture coinvolte.

Sul piano organizzativo, l’architettura della rete assegna ai centri Hub, intesi come centri oncologici di riferimento del paziente, la governance clinica complessiva, la definizione dei percorsi diagnostico-terapeutici, la gestione delle fasi acute e complesse e la formazione continua del personale territoriale; alle strutture Spoke, individuate nelle CdC afferenti al territorio di riferimento, attribuisce la responsabilità operativa di follow-up, monitoraggio dell’aderenza alla terapia e gestione degli effetti collaterali minori, con supporto di prossimità. La qualificazione di Hub e Spoke non è pertanto riferita in modo gerarchico a specifiche aziende, ma è definita in relazione al centro scelto dal paziente per la presa in carico oncologica e al setting territoriale deputato all’erogazione delle attività programmate (Tabella 1).

Dimensione

Hub

Spoke (CdC)

Governance clinica

Definizione piano personalizzato, decisioni strategiche

Applicazione operativa

Follow-up

Supervisione (regia clinica)

Erogazione visite

Aderenza terapeutica

Definizione piano

Monitoraggio

Escalation

Gestione recidive ed eventi avversi gravi

Invio tempestivo paziente

Tabella 1. Distribuzione delle mansioni di Hub e Spoke secondo il Progetto presentato

Sono state assegnate attività specifiche ai centri Hub e alle strutture Spoke mediante un Protocollo di intesa

L’impianto clinico-operativo è reso concreto dalla previsione di un piano di follow-up personalizzato, definito e sottoscritto dall’oncologo di riferimento, e dall’acquisizione del consenso informato scritto del paziente. I requisiti di eleggibilità includono la stabilità clinica, l’assenza di condizioni che richiedano follow-up specialistico centralizzato e la possibilità di garantire una comunicazione clinica continua con il centro oncologico.

Un elemento di qualificazione del modello riguarda la frequenza e la funzione clinica delle visite di controllo territoriali. Il Protocollo prevede, per specifiche popolazioni in terapia endocrina, una cadenza trimestrale delle visite fino a cinque anni dall’intervento, configurando un’intensificazione rispetto a pratiche spesso semestrali, con finalità esplicite di monitoraggio più continuo dell’aderenza e prevenzione e gestione tempestiva degli effetti collaterali tardivi e di comorbilità. L’aderenza è pertanto considerata un determinante clinico dell’efficacia dei trattamenti endocrini adiuvanti e viene sostenuta attraverso una relazione continuativa con il medico e un’organizzazione orientata alla presa in carico proattiva del paziente.

L’ottimizzazione della presa in carico prevede anche piani di follow-up personalizzati, la continuità informativa tra Hub e Spoke e il rinvio all’Hub in caso di escalation dei sintomi

La sicurezza del percorso è tutelata mediante criteri di escalation: la comparsa di elementi clinici sospetti (sintomi di nuova insorgenza, segni o reperti suggestivi) comporta il rinvio immediato al centro oncologico di riferimento secondo procedure condivise. La continuità informativa è sostenuta da requisiti digitali e interoperabilità: è previsto il caricamento tempestivo dei dati clinici nel Fascicolo Sanitario Elettronico, con accessibilità bidirezionale alle informazioni tra Spoke e Hub, riconoscendo l’integrazione dei sistemi informativi quale sfida tecnica e, al contempo, opportunità di ottimizzazione della presa in carico.

Tale assetto organizzativo è stato concepito al fine di garantire al paziente la permanenza in un circuito assistenziale unitario, evitando frammentazioni del percorso o percezioni di discontinuità tra i diversi livelli di cura. Pur prevedendo una diversa collocazione fisica delle prestazioni, il modello assicura la presenza di un riferimento clinico stabile e chiaramente identificabile lungo l’intero iter assistenziale.

Sono anche previsti consulti con lo specialista Hub mediante telemedicina e tecnologie digitali patient-facing

Il Protocollo contempla inoltre l’impiego di strumenti di telemedicina nelle CdC per attivare, in modalità sincrona e non burocratica, il consulto con lo specialista Hub dei casi clinicamente giustificati (necessità di modifica del protocollo, sospetta recidiva o nuove problematiche rilevanti), mantenendo la responsabilità clinica ordinaria in capo al medico dello Spoke e riservando la valutazione a distanza a situazioni selezionate. In prospettiva, è richiamata anche la possibilità di tecnologie digitali patient-facing (promemoria, questionari di autovalutazione, raccolta di patient-reported outcomes) come leve di engagement e supporto al monitoraggio dell’aderenza, in integrazione con le valutazioni periodiche. L’attuazione di tale assetto richiede tuttavia un investimento organizzativo rilevante, in termini di interoperabilità dei sistemi informativi, chiarezza dei flussi decisionali e formazione del personale territoriale, elementi che rappresentano condizioni abilitanti per la sostenibilità del modello.

Nel complesso, il Protocollo configura le CdC come estensione funzionale e controllata della rete oncologica, idonea ad accogliere attività non urgenti ma clinicamente significative, mantenendo continuità clinica e informativa con il centro di riferimento e predisponendo le condizioni operative per una successiva valutazione e scalabilità del modello nella rete regionale.

Inquadramento istituzionale e avvio della fase sperimentale

Il modello così definito e strutturato è stato recepito nell’ambito delle Regole di Sistema di Regione Lombardia per l’anno 2026 [Regione Lombardia, 2025], configurandosi come progetto sperimentale riconosciuto nel quadro della programmazione regionale. L’inserimento nelle Regole di Sistema rappresenta un passaggio di rilievo istituzionale, poiché consente di collocare l’iniziativa entro una cornice programmatoria ufficiale e di garantirne coerenza con gli indirizzi di rafforzamento dell’assistenza territoriale e di integrazione tra livelli di cura.

Tale riconoscimento non modifica l’impianto clinico-organizzativo già definito, ma ne abilita l’attuazione in una fase sperimentale regolata, finalizzata alla verifica sul campo della sostenibilità operativa e dell’effettiva integrazione tra centro Hub e CdC. La sperimentazione costituisce pertanto il passaggio dalla fase di progettazione e formalizzazione alla fase di implementazione, in un’ottica di progressiva consolidazione del modello.

L’avvio del percorso sperimentale rappresenta un momento fondamentale per tradurre in pratica il principio di avvicinamento delle cure al domicilio, secondo un assetto che coniuga accessibilità territoriale, continuità clinica e mantenimento della responsabilità specialistica. La fase attuativa consentirà di osservare l’applicabilità del modello nel contesto reale, nel rispetto della condizione di sicurezza e dei criteri organizzativi definiti dal Protocollo.

Conclusioni

Il progetto di oncologia di prossimità descritto si inserisce in una fase di trasformazione dell’assistenza oncologica, caratterizzata dall’aumento della popolazione in follow-up e dalla necessità di ripensare l’allocazione delle attività lungo la rete dei servizi. L’esperienza sviluppata tra IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, ASST GOM Niguarda e ASST Nord Milano rappresenta un tentativo di ridefinire in modo strutturato il rapporto tra centro specialistico e territorio, superando modelli basati su trasferimenti occasionali di prestazioni.

L’inquadramento del modello nelle Regole di Sistema regionali per il 2026 ne consente l’avvio in una fase sperimentale regolata, coerente con la programmazione regionale e orientata alla verifica sul campo della sua sostenibilità operativa e della qualità dell’integrazione tra ospedale e territorio.

In tale prospettiva, l’oncologia di prossimità può rappresentare un banco di prova per una ridefinizione più ampia dell’assetto della rete oncologica regionale, fondata su una distribuzione appropriata delle competenze e su una responsabilità clinica chiaramente tracciabile lungo l’intero percorso assistenziale.

Bibliografia

PNRR e sanità, cosa cambia con la Legge n. 50/2026. Novità su telemedicina e semplificazioni per i pazienti fragili

0

di Ivana Barberini

Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 91 del 20 aprile 2026, la Legge 20 aprile 2026 n. 50 converte, con modificazioni, il decreto-legge 19 febbraio 2026 n. 19, introducendo ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e in materia di politiche di coesione.
Il provvedimento, entrato in vigore il 21 aprile 2026, è accompagnato dalla pubblicazione del testo coordinato del decreto-legge con la legge di conversione, redatto per facilitarne la lettura sistematica. Si tratta di uno strumento tecnico fondamentale per operatori sanitari, amministrazioni e giuristi, perché consente di leggere in modo organico le disposizioni aggiornate. Va ricordato che il testo coordinato ha finalità di facilitazione della lettura, mentre il valore giuridico resta quello degli atti normativi originari.

La legge n. 50/2026 non introduce solo nuove norme, ma consolida un modello di assistenza che punta su prossimità, integrazione e innovazione

Si tratta di un passaggio normativo rilevante nella fase esecutiva del Piano, che interviene sia sul fronte della governance e della semplificazione amministrativa sia su ambiti specifici, tra cui la sanità, con misure che puntano a rafforzare la presa in carico dei pazienti e a garantire maggiore continuità nelle cure.

Un tassello operativo per il PNRR

La legge di conversione si inserisce nel percorso di attuazione del PNRR, con l’obiettivo di accelerare la realizzazione degli investimenti e migliorare la capacità amministrativa. Il testo integra le disposizioni originarie del decreto-legge con le modifiche approvate dal Parlamento, rendendo più chiara la lettura complessiva delle norme.
Il cuore del provvedimento resta l’urgenza: velocizzare l’uso delle risorse europee, ridurre i tempi burocratici e garantire il raggiungimento degli obiettivi concordati con l’Unione europea.

Telemedicina e oncologia: nasce un servizio strutturato

Tra le novità più rilevanti emerge l’introduzione di un servizio di telemonitoraggio e teleconsulto dedicato ai pazienti oncologici. L’articolo 4-bis stabilisce che le Regioni devono attivare, laddove non già esistente, un sistema di presa in carico a distanza, con l’obiettivo di garantire tempestività e continuità assistenziale. Il servizio si inserisce nel solco della Missione 6 “Salute” del PNRR, in particolare nell’ambito della telemedicina territoriale, in conformità ai decreti del Ministro della salute del 21 settembre 2022 e del 30 settembre 2022, pubblicati in Gazzetta Ufficiale.

In concreto:

  • il telemonitoraggio consente di seguire a distanza i parametri clinici del paziente;
  • il teleconsulto facilita il confronto tra specialisti e medici curanti;
  • l’intervento punta a ridurre accessi impropri in ospedale e a migliorare la qualità della vita dei malati.

Un elemento significativo riguarda la sostenibilità economica, poiché le amministrazioni dovranno attuare queste misure senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, utilizzando risorse già disponibili.

Malattie croniche e rare: semplificazioni per i farmaci

Un altro punto riguarda le misure a favore dei pazienti affetti da patologie croniche e rare. L’articolo 15 introduce una semplificazione nelle procedure di approvvigionamento dei farmaci coperti da brevetto, in particolare quelli con indicazioni d’uso esclusive, destinati a malattie rare, considerati innovativi e forniti da un unico operatore titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC).

In questi casi, le Regioni possono ricorrere a procedure negoziate più snelle previste dal codice dei contratti pubblici (art. 76 del D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36). L’obiettivo è chiaro, evitare ritardi nella disponibilità dei farmaci e garantire la continuità terapeutica, soprattutto per pazienti che non dispongono di alternative terapeutiche.

Un impatto concreto sul sistema sanitario

Le disposizioni contenute nella legge rafforzano alcune direttrici già emerse negli ultimi anni:

  • territorializzazione della sanità, con servizi più vicini al paziente;
  • digitalizzazione, attraverso strumenti di telemedicina;
  • attenzione alle fragilità, in particolare per oncologici, cronici e malati rari;
  • snellimento amministrativo, per ridurre i tempi di accesso alle cure.

Malattie croniche, investire nella prevenzione conviene: i “best buys” dell’OMS

0

Le malattie croniche non trasmissibili (NCDs, noncommunicable diseases) sono ritenute la principale causa di mortalità nella maggior parte dei paesi del mondo; si stima siano responsabili di 43 milioni di decessi ogni anno, 18 milioni dei quali tra persone di età inferiore ai 70 anni. Malattie cardiovascolari, diabete, tumori, malattie respiratorie croniche hanno quindi un peso epidemiologico ed economico rilevante, ma gli investimenti destinati alla prevenzione e al controllo delle NCD restano inferiori rispetto al carico che esse determinano.

Su questo tema L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il documento Saving lives, spending less: The global investment case for noncommunicable diseases. Il rapporto si propone di dimostrare che investire in interventi altamente costo-efficaci permetterebbe di ridurre il tasso di mortalità e di generare ritorni economici sostanziali.

Gli investimenti destinati alla prevenzione e al controllo delle NCD restano inferiori rispetto al carico che esse determinano

Molte NCDs condividono fattori di rischio modificabili legati ad abitudini e stili di vita, tra i quali uso di tabacco e alcol, alimentazione non sana e inattività fisica; si stima che il solo consumo di tabacco, alcol e bevande zuccherate sia responsabile di oltre 10 milioni di decessi ogni anno.

Patrizio Armeni

L’analisi dell’OMS indica un gruppo di interventi, definiti “best buys, basati sulle evidenze e riconducibili alla prevenzione dei fattori di rischio e alla gestione e cura precoce di patologie ad alto impatto, quali malattie respiratorie croniche, cardiovascolari, tumori. L’adozione di tali misure consentirebbe un’efficace prevenzione e gestione delle NCDs, oltre che un risparmio per il sistema sanitario.

Per approfondire queste tematiche TrendSanità ha incontrato Patrizio Armeni, Associate Professor of Practice di Government, Health and Not for Profit presso SDA Bocconi School of Management, e coordinatore del Digital Transformation Hub del CERGAS SDA Bocconi.

Le proposte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

A fronte di un investimento modesto, i best buys potrebbero generare rilevanti benefici sia sul piano sanitario sia su quello economico: un investimento medio di circa tre dollari a persona all’anno sarebbe sufficiente per ottenere risultati significativi in entrambi gli ambiti.

L’OMS raccomanda di investire sulla responsabilizzazione della prevenzione ma con incentivi “economici” verso i comportamenti virtuosi

Secondo Patrizio Armeni «il documento offre uno sguardo molto importante sul futuro delle policy sanitarie; la vera sfida moderna risiede nel promuovere maggiormente la salute a lungo termine e la produttività degli individui, e non rimanere focalizzati prevalentemente nella cura di malattie già manifeste. L’OMS suggerisce politiche sanitarie che tutti i paesi dovrebbero adottare, e raccomanda di investire sulla responsabilizzazione della prevenzione perché questa non ricada solo sulle autorità sanitarie ma sia di fatto uno sforzo dell’intero sistema economico, a partire dalle persone. L’investimento in prevenzione dovrebbe partire, sembra essere suggerito, dal quotidiano dei singoli individui; il successo della prevenzione dipende da una maggiore responsabilizzazione individuale. Il ruolo delle policy è quello di favorire un cambiamento culturale in tal senso, agendo nel breve termine anche con espedienti tattici, come incentivare i comportamenti virtuosi».

Tra le azioni centrali indicate dall’OMS figurano l’aumento delle accise su tabacco, alcol e bevande zuccherate, la regolamentazione dell’etichettatura e del marketing degli alimenti, il rafforzamento dell’assistenza primaria e l’integrazione dei servizi per le NCD nella copertura sanitaria.

I 29 “best buys” proposti dall’OMS
Ridurre l’uso di tabacco
  1. Aumentare le tasse/accise sul tabacco per ridurne l’accessibilità e il consumo 
  2. Leggi “smoke-free”: vietare il fumo in tutti gli spazi pubblici chiusi, luoghi di lavoro e trasporti 
  3. Avvertenze sanitarie grandi e grafiche sui pacchetti (idealmente con confezioni standard/plain packaging) 
  4. Campagne mediatiche di massa e comunicazione pubblica sui rischi del fumo 
  5. Divieto totale di pubblicità, promozione e sponsorizzazione del tabacco 
  6. Servizi per smettere di fumare: counseling breve, linee di supporto e terapie farmacologiche essenziali
Ridurre il consumo nocivo di alcol
  1. Aumentare tasse/accise sulle bevande alcoliche 
  2. Vietare o limitare in modo stringente pubblicità e marketing dell’alcol (in particolare verso i giovani) 
  3. Ridurre la disponibilità fisica dell’alcol (orari, punti vendita, età minima, licenze)
Promuovere una dieta sana
  1. Politiche di riformulazione degli alimenti per ridurre sale/sodio, zuccheri e grassi nocivi nei prodotti industriali 
  2. Etichettatura nutrizionale fronte-pacco chiara e interpretativa (front-of-pack labelling) 
  3. Appalti e standard alimentari salutari nella ristorazione pubblica (scuole, mense, ospedali, uffici pubblici) 
  4. Campagne mediatiche di massa per diete sane e consumo di cibi freschi/minimamente processati 
  5. Proteggere bambini e adolescenti dal marketing di cibi e bevande non salutari (ultraprocessati, ricchi di zuccheri/sale/grassi) 
  6. Promuovere pratiche ottimali di allattamento al seno (avvio precoce, esclusivo fino a 6 mesi, continuato con alimentazione complementare)
Contrastare l’inattività fisica 
  1. Campagne e programmi di comunicazione per favorire l’attività fisica nella popolazione (informazione, motivazione, norme sociali)
Gestire ipertensione e rischio cardiovascolare (primaria) 
  1. Trattamento farmacologico dell’ipertensione e gestione del rischio cardiovascolare a livello di cure primarie
Malattie cardiovascolari
  1. Prevenzione secondaria di febbre reumatica e cardiopatia reumatica (diagnosi precoce e profilassi continua) 
Malattie respiratorie croniche
  1. Trattamento delle riacutizzazioni di asma secondo protocolli standard 
  2. Trattamento delle riacutizzazioni di BPCO
  3. Gestione di lungo periodo della BPCO (terapie essenziali, monitoraggio e riabilitazione)
Tumori (prevenzione, diagnosi precoce e cura)
  1. Vaccinazione contro l’HPV (prevenzione del cancro cervicale e di altri tumori correlati) 
  2. Screening del cancro della cervice uterina con test efficaci e regolari 
  3. Diagnosi precoce e trattamento del cancro cervicale (incluso accesso rapido alle cure) 
  4. Diagnosi precoce e trattamento del cancro al seno 
  5. Diagnosi precoce e trattamento del cancro del colon-retto 
  6. Prevenzione del cancro del fegato tramite vaccinazione universale contro l’epatite B 
  7. Diagnosi precoce e trattamento dei tumori pediatrici (percorsi dedicati e accesso a terapie essenziali) 
  8. Diagnosi precoce e trattamento dei tumori nelle persone che vivono con HIV

Prosegue Armeni: «Queste indicazioni non sono esenti da potenziali ricadute sui sistemi economici, e dovrebbero essere lette in un contesto più ampio. Come ogni intervento, anche le policy possono avere effetti “collaterali” difficilmente accettabili per alcuni comparti produttivi. Interventi come tassazione dei vini o un’etichettatura particolarmente incisiva sulle bevande alcoliche possono avere conseguenze su settori che, in paesi come Italia e Francia, hanno un peso economico rilevante. Allo stesso tempo, è importante considerare che politiche basate esclusivamente o prevalentemente su divieti o restrizioni rischiano di non essere sufficienti a orientare in modo stabile i comportamenti, soprattutto nel medio periodo. Per essere realmente efficaci oltre il breve termine, queste misure dovrebbero essere accompagnate da interventi che motivino e facilitino scelte salutari ed equilibrate, agendo sull’informazione, sull’educazione, sugli incentivi e sul contesto in cui le persone prendono decisioni. L’adozione di misure con un impatto rilevante su settori economici specifici risulta inoltre più efficace se coordinata su scala ampia, ad esempio a livello europeo, così da evitare effetti distorsivi sulla competitività».

Ritorno degli investimenti

Sul piano economico, i best buys produrrebbero un ritorno medio rilevante, con un ROI (return of investment) globale di circa 4:1 entro il 2030; ogni dollaro investito potrebbe generare un ritorno di circa quattro dollari di benefici. Le proiezioni al 2035 indicano un rendimento ancora maggiore (7:1), in quanto i benefici degli interventi preventivi tendono a crescere nel tempo. L’analisi dettaglia anche i ROI per singole aree di intervento, che corrispondono a 14:1 per un’alimentazione sana, 9:1 per la riduzione del consumo di alcol, 7:1 per quella del tabacco e 4:1 per la riduzione della sedentarietà.

Secondo le stime, l’adozione di questi interventi consentirebbe di prevenire 28 milioni di casi di infarto e ictus, generare oltre 150 milioni di anni vissuti in buona salute e salvare almeno 12 milioni di vite entro il 2030.

Il ritorno sull’investimento dipende sempre dal punto di partenza

Precisa Armeni: «Questi indicatori sono elaborati come stime globali su paesi che si trovano a livelli molto diversi di avanzamento rispetto alle politiche suggerite dall’OMS, pertanto sono da interpretare come medie aggregate. Il ritorno sull’investimento dipende, infatti, anche dal punto di partenza: nei paesi che partono da livelli più bassi, a parità di impegno, si osservano benefici marginali più elevati, anche in termini percentuali; al contrario, quelli in cui si è già investito molto registrano ritorni marginali più contenuti. Le stime del report derivano da analisi di impatto che generalizzano i risultati su larga scala, e vanno interpretate con cautela; ma hanno anche una funzione di orientamento e motivazione. In questo senso, l’OMS adotta una logica di “visione” più che di “minaccia”. La mia lettura è che un investimento in prevenzione produce strutturalmente ritorni superiori ai costi iniziali se si lavora sulla responsabilità individuale: il ruolo delle politiche pubbliche non deve limitarsi ad interventi di contesto (tassazione, divieti, regolazione settoriale, ecc.) ma deve mettere al centro la diffusione della cultura della prevenzione o, meglio, del mantenimento della salute. Questo aspetto è anche suggerito da alcune delle misure proposte dall’OMS. Le istituzioni possono facilitare questo processo, ad esempio attraverso screening o programmi dedicati, ma la partecipazione attiva e la disponibilità individuale a investire nella propria salute restano legati alla responsabilità dei singoli: se falliamo nel favorire il cambiamento culturale, le altre misure avranno solo effetti epidermici o temporanei».

Incentivi alla prevenzione

Se la motivazione dell’individuo è fondamentale, come favorirla e spingere all’adozione di comportamenti virtuosi? Secondo Armeni, la situazione italiana, a fronte di una quota rilevante di spesa sanitaria assorbita dal trattamento delle NCDs, si caratterizza per la presenza di programmi di screening consolidati, anche se l’adesione resta disuguale e spesso inferiore agli obiettivi, e per un livello complessivamente discreto di alfabetizzazione sanitaria, pur con differenze significative tra gruppi sociali e aree geografiche.

«Da anni in Italia si investe in prevenzione (anche se la spesa programmata è inferiore a quella di altri paesi europei) e nel tempo si è osservata una tendenza al calo del tabagismo nel lungo periodo, che negli ultimi anni si è però attenuata, anche in relazione alla diffusione di nuovi prodotti come le sigarette elettroniche e il tabacco riscaldato. Sul fronte dell’alimentazione, sebbene non sia stata ancora introdotta una vera e propria sugar tax (prevista ma rimandata più volte), si notano alcuni miglioramenti sul fronte dell’informazione, sebbene l’Italia resti indietro rispetto ad altri paesi europei nell’adozione di strumenti più strutturati, come sistemi di etichettatura nutrizionale fronte-pacco. Non mancano tuttavia aspetti critici, come l’elevata percentuale di adulti in sovrappeso o obesi e i livelli ancora molto alti di obesità infantile».

Gli incentivi possono essere di vario tipo, non solo economici, e la loro efficacia varia con la cultura del paese in cui vengono applicati

«Certamente si potrebbe e si deve fare di più, iniziando dal tema del mantenimento della buona salute e degli incentivi per la prevenzione; su questo esiste un’ampia letteratura e stiamo conducendo ricerche per individuare le leve che possono motivare un individuo ad assumere comportamenti corretti. Gli incentivi possono essere di vario tipo, non solo economici, e la loro efficacia varia con la cultura del paese in cui vengono applicati. Per fare un esempio, in Canada sono stati sperimentati programmi basati su micro-incentivi e sistemi di ricompensa, come il progetto CARROT Rewards, che ha utilizzato premi e punti per incentivare comportamenti salutari, mostrando buoni risultati in termini di coinvolgimento e cambiamento delle abitudini. Personalmente sarei dell’idea di evitare di elargire denaro direttamente, ma di trovare altri sistemi di ricompensa, come agevolazioni o coupon, anche non monetari, che in molti casi risultano più sostenibili e meglio accettati nel lungo periodo. Attualmente stiamo studiando sistemi di questo tipo anche in Italia.».

Un aspetto fondamentale riguarda la misurazione dell’impatto degli interventi, oggi ritenuta un aspetto critico, che dovrebbe fare capo a enti terzi e non alle istituzioni. «Le analisi di impatto delle politiche dovrebbero essere affidate al mondo accademico, in grado di garantire rigore metodologico e validazione scientifica e a livello centrale non dovrebbe mancare una regia chiara e coordinata di questi processi di misurazione, al fine di rendere le misure introdotte più efficaci ed efficienti» conclude Armeni.

Telemedicina, device di qualità e sanità territoriale: dalla costruzione delle Case di Comunità alla loro piena operatività

0

Il panorama della sanità territoriale italiana sta attraversando una trasformazione senza precedenti sotto la spinta dei fondi del PNRR. Tuttavia, si sta delineando un rischio concreto: quello di trovarsi di fronte a un’architettura di “scatole vuote”. Molte Case di Comunità e Ospedali di Comunità sono stati edificati o ristrutturati a livello fisico, ma rischiano di rimanere inoperativi per assenza di dotazioni tecnologiche e percorsi clinici attivi.

Il nodo centrale non è più la progettazione delle infrastrutture, ma la loro immediata attivazione. Per i decision-maker della sanità pubblica, la sfida è colmare il gap tra il “mattone” e la prestazione erogata. In questo scenario, gli strumenti di procurement semplificato e la telemedicina non sono semplici voci di spesa, ma leve fondamentali per trasformare queste strutture in centri di cura reali e accessibili, garantendo una vera presa in carico del paziente.

L’Accordo Quadro Consip: l’acceleratore per l’affidamento diretto

L’Accordo Quadro Consip ID 2802 nasce proprio con l’obiettivo di supportare le Pubbliche Amministrazioni nello sviluppo delle strutture territoriali previste dal PNRR, tra cui Case della Comunità, Ospedali di Comunità e altri presidi di assistenza di prossimità.

La procedura, gestita da Consip per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, consente alle amministrazioni di accedere a dotazioni tecnologiche – device – già qualificate, interoperabili e pronte per l’utilizzo, attraverso la piattaforma AcquistinretePA.

La rapidità è essenziale per trasformare i fondi disponibili in dotazioni cliniche funzionanti 

La rapidità è essenziale per trasformare i fondi disponibili in dotazioni cliniche funzionanti prima che la finestra temporale si chiuda, garantendo che le Case della Comunità nascano già dotate degli strumenti necessari al loro scopo.

In questo senso, l’Accordo Quadro Consip può emergere come un “abilitatore dell’operatività” piuttosto che come un mero strumento tecnico di acquisto

La telemedicina come “Software” della sanità di prossimità

Se la Casa di Comunità e l’Ospedale di Comunità rappresentano l’“hardware” della nuova sanità territoriale, le dotazioni tecnologiche anche connesse in telemedicina ne costituiscono il “software” operativo. È lo strumento più concreto per alleggerire la pressione sui presidi ospedalieri e gestire efficacemente i pazienti cronici direttamente sul territorio.

L’efficacia della telemedicina dipende dalla sua integrazione in un sistema organizzato, digitale e sostenibile nel tempo

Prestazioni diagnostiche strategiche – come ECG, Holter cardiaco e Holter pressorio, dermatoscopia – possono essere attivate rapidamente, portando la clinica vicino al domicilio dell’utente. Tuttavia, la fornitura del dispositivo fine a se stessa non è sufficiente: non basta costruire le strutture, è necessario renderle davvero funzionanti.

L’efficacia delle dotazioni tecnologiche e della telemedicina dipende dalla sua integrazione in un sistema organizzato, digitale e, soprattutto, sostenibile nel tempo.

Soluzioni integrate per l’attivazione dei servizi

La scelta del partner tecnologico deve superare la logica del singolo dispositivo medicale per abbracciare quella dell’ecosistema. Tra le realtà coinvolte nell’Accordo Quadro rientra CGM TELEMEDICINE, selezionata per la fornitura di dotazioni cliniche destinate alle strutture territoriali. In particolare i dermatoscopi e gli ECG (elettrocardiografo a 12 derivazioni e elettrocardiografo per carrello emergenze) di Heine e Cardioline offerti da CGM tramite l’Accordo Quadro CONSIP sono strumenti caratterizzati da alta qualità diagnostica, affidabilità e semplicità d’uso. Il contributo si inserisce nel più ampio processo di attivazione dei servizi di telemedicina, con soluzioni che integrano dispositivi diagnostici, piattaforme digitali e servizi di refertazione.

Alberto Pravettoni

«L’Accordo Quadro CONSIP consente alle strutture pubbliche di accedere rapidamente a tecnologie già validate, accelerando l’attivazione dei servizi sul territorio», sottolinea Alberto Pravettoni, General Manager di CGM TELEMEDICINE. «Il valore della nostra proposta, già di per sé di qualità, sta nell’integrazione: dispositivi e piattaforme dialogano tra loro per rendere operativi, in tempi brevi, modelli di telediagnostica e telemedicina coerenti con gli obiettivi del PNRR».

Un approccio di questo tipo consente di supportare le strutture non solo nella fase di acquisizione delle tecnologie, ma anche nell’avvio operativo dei servizi, facilitando l’integrazione con i sistemi informativi esistenti e la gestione dei percorsi assistenziali, puntando sull’interoperabilità. Con una visione che può rappresentare un “antidoto” efficace alla creazione di silos di dati isolati che rallentano il lavoro dei clinici.

L’Accordo Quadro CONSIP consente alle strutture pubbliche di accedere rapidamente a tecnologie già validate, accelerando l’attivazione dei servizi sul territorio

Accanto alle dotazioni tecnologiche, sono previsti anche servizi di accompagnamento, come installazione, formazione e assistenza, elementi che contribuiscono a sostenere la transizione verso modelli di sanità territoriale più strutturati.

La finestra del 2026 e l’urgenza dell’azione

Il tempo è il fattore più critico della riforma. Il 2026 rappresenta il limite invalicabile per la rendicontazione dei fondi PNRR. È fondamentale sottolineare che, sebbene l’opportunità sia prioritaria per le PA beneficiarie di tali fondi, l’Accordo Quadro è accessibile tramite AcquistinretePA anche a tutte le altre amministrazioni che intendono investire risorse proprie per l’innovazione territoriale.

Il 2026 rappresenta il limite invalicabile per la rendicontazione dei fondi PNRR

Utilizzare procedure certificate e già validate significa trasformare le risorse finanziarie in valore clinico concreto per il territorio, minimizzando l’incertezza legata ai tempi di consegna e integrazione. Non è solo una questione di conformità normativa, ma di responsabilità verso la salute dei cittadini.

Verso una sanità di prossimità reale

Il successo della Missione Salute del PNRR non si misurerà con i nastri tagliati o con i metri quadri costruiti, ma con la qualità e la quantità dei servizi erogati digitalmente e fisicamente. La disponibilità di strumenti di procurement rapidi e di tecnologie integrate offre oggi l’occasione irripetibile di rendere le Case e gli Ospedali di Comunità i veri centri pulsanti del territorio.

Siamo pronti a passare dalla gestione del mattone alla gestione del paziente digitale? La risposta a questa domanda determinerà se questa stagione di investimenti sarà ricordata come un’occasione colta o come una monumentale infrastruttura rimasta silenziosa.

Ausili per disabili, documento congiunto su noleggio e riutilizzo dopo il Regolamento MDR

FIOTO, Assortopedia e Confindustria Dispositivi Medici hanno elaborato e trasmesso un documento di posizionamento congiunto dedicato alla gestione degli ausili per disabili, con particolare attenzione alle attività di noleggio, riutilizzo e assistenza tecnica dei dispositivi medici.

Il documento nasce con l’obiettivo di fornire un contributo interpretativo e operativo alla luce del Regolamento (UE) 2017/745 (MDR), soprattutto per i dispositivi immessi sul mercato o messi in servizio prima della piena applicazione del Regolamento.

FIOTO, Assortopedia e Confindustria Dispositivi Medici pubblicano un documento di posizionamento per uniformare le prassi nel SSN

L’iniziativa risponde alle criticità emerse nella pratica applicativa all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, con l’obiettivo di chiarire gli aspetti regolatori e favorire un’applicazione più uniforme delle norme.

In particolare, il documento propone indicazioni operative per:

  • favorire l’allineamento delle prassi operative
  • rendere coerenti i modelli di noleggio e riutilizzo
  • supportare la definizione dei capitolati di gara secondo i requisiti europei

L’obiettivo è garantire maggiore sicurezza per gli utenti, una chiara attribuzione delle responsabilità lungo la filiera e la sostenibilità del sistema di fornitura degli ausili, in un contesto normativo sempre più complesso e orientato alla qualità e alla sicurezza dei dispositivi medici.

Medicina di precisione, il dossier AIFA: dalle terapie standard alle cure personalizzate

Dalle terapie “a taglia unica” alle cure su misura: è questa la trasformazione al centro del nuovo dossier dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), che analizza l’impatto clinico, organizzativo ed economico della medicina di precisione sul Servizio Sanitario Nazionale.

Negli ultimi vent’anni, i progressi della genomica, delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale hanno evidenziato i limiti dell’approccio tradizionale, basato sul “paziente medio”. Pazienti con la stessa patologia possono infatti rispondere in modo molto diverso alle stesse terapie, rendendo necessario un modello più mirato e personalizzato.

«La medicina di precisione non è un lusso per pochi, ma un diritto per tutti» sottolinea il presidente dell’AIFA Robert Nisticò. «È il modo più etico ed efficace di curare, perché consente di evitare trattamenti inutili e mette davvero al centro la persona».

Politerapia e invecchiamento: una sfida per il SSN

Il cambiamento è particolarmente rilevante in Italia, tra i Paesi più longevi al mondo, dove l’invecchiamento della popolazione comporta un aumento delle patologie croniche e della politerapia. Secondo i dati riportati nel dossier, il 68% degli over 65 riceve prescrizioni di almeno cinque farmaci diversi e il 28,5% ne assume dieci o più.

Il nuovo dossier AIFA evidenzia l’impatto clinico ed economico della medicina di precisione

Questa condizione aumenta il rischio di interazioni farmacologiche, errori terapeutici e reazioni avverse, con un impatto rilevante anche sulla sostenibilità del sistema sanitario.

«Non possiamo più permettere che la politerapia diventi una condanna per gli anziani – evidenzia Nisticò – La sfida è prescrivere meglio, non di più, utilizzando le informazioni genetiche e cliniche per evitare rischi inutili».

Prescrittomica e medicina personalizzata

In questo scenario si inserisce la prescrittomica, disciplina che applica i principi della medicina di precisione alla gestione delle terapie farmacologiche, con l’obiettivo di ottimizzare le prescrizioni e ridurre le interazioni tra farmaci.

Nisticò: «La medicina di precisione non è un lusso per pochi, ma un diritto per tutti»

«La prescrittomica è il ponte tra la conoscenza dei geni e la pratica clinica quotidiana – aggiunge Nisticò – Significa superare la medicina per tentativi e offrire cure più sicure, soprattutto ai pazienti più fragili».

Oncologia, la medicina di precisione è già realtà

Un ambito in cui la medicina di precisione è già consolidata è l’oncologia, grazie alle terapie mirate basate su biomarcatori molecolari. Farmaci come inibitori delle tirosin-chinasi, anticorpi monoclonali, immunoterapie e immuno-coniugati hanno migliorato significativamente la prognosi di molti tumori, riducendo gli effetti collaterali rispetto alla chemioterapia tradizionale.

«In oncologia la medicina di precisione è già realtà, ma richiede un cambio di paradigma – osserva Nisticò – Dobbiamo passare da una visione basata sull’organo a una basata sulle caratteristiche molecolari della malattia».

Il futuro: intelligenza artificiale e passaporto farmacogenomico

Il dossier evidenzia infine il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale e della bioinformatica nello sviluppo di modelli predittivi sempre più accurati. Tra le prospettive più innovative emerge il passaporto farmacogenomico, una sorta di carta d’identità genetica del paziente.

«Il passaporto farmacogenomico rappresenta una prospettiva concreta per migliorare sicurezza ed efficacia delle cure – conclude Nisticò – È una sfida che richiede governance, equità e responsabilità nell’uso dei dati».

La medicina di precisione rappresenta quindi una trasformazione strutturale per il Servizio Sanitario Nazionale, con l’obiettivo di rendere le cure più efficaci, sostenibili e realmente personalizzate.

Ospedali del futuro: progettare spazi flessibili, sostenibili e centrati sul paziente

0
Luca Serri

La progettazione degli ospedali sta cambiando profondamente: flessibilità degli spazi, sostenibilità ambientale, integrazione con il contesto urbano e centralità del paziente diventano elementi chiave. A TrendSanità Luca Serri, CEO di ATI Project, racconta come modularità, tecnologie digitali e nuovi modelli organizzativi possano rendere le strutture sanitarie capaci di evolvere nel tempo e rispondere alle sfide future.

«L’ospedale è come un abito sartoriale cucito addosso ai bisogni specifici della società» spiega Serri, autore di diversi progetti ospedalieri in Europa.

Quali sono oggi i criteri che guidano la progettazione di un ospedale moderno?

«Partiamo col dire che, al centro, c’è sempre il paziente. Penso alla qualità degli spazi di cura che devono accoglierlo, accompagnarlo e farlo sentire al sicuro. Questa centralità non si pianifica solo attraverso colori, materiali, natura, architettura e luce. Che già così sarebbe tantissimo, ma anche attraverso organizzazione, efficienza e tecnologia».

La sostenibilità di un ospedale non è solo energetica, ma riguarda anche uso del suolo, mobilità, materiali e rapporto con il contesto urbano

In questo senso può essere utile consultarsi con gli operatori del settore?

«È fondamentale prendere in prestito il punto di vista di operatori e direzione sanitaria per costruire una struttura fatta di ambienti interscambiabili, flussi efficienti e sviluppati secondo intensità di cura e in base alle nuove tecnologie. Queste, sempre più complesse ed energivore, portano il tema della flessibilità e della sostenibilità energetica a un nuovo livello».

Main street del nuovo ospedale di Padova

Come si progettano strutture capaci di adattarsi nel tempo?

«Attraverso la modularità e la standardizzazione degli ambienti ricorrenti come sale operatorie, ambulatori, camere di degenza, terapie intensive. Ogni progettista, e ogni stazione appaltante, deve domandarsi “Che cosa saranno queste camere di degenza tra 20 anni?”».

Perché?

«Senza questo approccio mentale la struttura non può superare il decennio di attività, senza diventare o troppo grande o troppo piccola o semplicemente inutilizzabile con le nuove tecnologie. Basti pensare a cosa sappiamo di medicina oggi rispetto a dieci anni fa e al fatto che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, scienza e tecnologia hanno subito un’impennata evolutiva mai vista. In più, in questa epoca, gli eventi sociopolitici e le grandi pandemie ci hanno insegnato a prevedere l’imprevedibile, a portare le predisposizioni per realizzare un pronto soccorso nel piano interrato di un edificio ospedaliero, al sicuro, e a isolare metà fabbricato per dedicarlo ai pazienti infettivi».

Ogni progettista, e ogni stazione appaltante, deve domandarsi “Che cosa saranno queste camere di degenza tra 20 anni?”

Quali sono le principali sfide nel conciliare efficienza sanitaria e sostenibilità ambientale?

«Iniziamo col dire che la sostenibilità di un ospedale non è solo energetica, ma riguarda anche uso del suolo, mobilità, materiali e rapporto con il contesto urbano. L’Italia è un paese antico, fatto di storia, di architetture pregevoli, ma anche di grandi opere ormai vetuste e da rinnovare. Negli ultimi anni la progettazione in green field è diventata sempre più rara e sfidante, con aree di intervento residuali, da riqualificare».

E come si procede in questi casi?

«Il nostro lavoro, specialmente nelle opere strategiche, richiede spesso la trasformazione di suolo già compromesso, l’integrazione con il sistema ecologico circostante, la gestione delle acque e la riduzione dell’impatto della mobilità. Non si tratta solo di realizzare un edificio ma di creare un ecosistema urbano della salute, dove l’infrastruttura si modella per favorire la mobilità green e integra la natura come parte del processo di cura».

In che modo la progettazione architettonica può contribuire al benessere e al recupero dei pazienti?

«L’impatto di un buon ospedale sui pazienti è innegabile, sia diretto che indiretto, influenzando in primis i pazienti ma anche gli accompagnatori e gli operatori sanitari che si prendono cura che vivono la struttura per la maggior parte del loro tempo. Dobbiamo rendere l’esperienza dell’edificio ottima per tutti, regalando ambienti di qualità alberghiera, accesso alla natura e alla luce naturale, senza marginalizzare l’importanza dei percorsi e degli spazi di servizio, ad uso del personale. Per questo non possiamo prescindere dalla realizzazione di terrazze verdi, spazi panoramici esterni, coperti e protetti, luoghi di socialità.

Nuovo Ospedale Universitario Nyt OUH di Odense, Danimarca

Quanto pesa oggi la componente tecnologica nelle scelte progettuali degli spazi ospedalieri?

«La tecnologia oggi detta letteralmente l’architettura: un ciclotrone può pesare anche 40 tonnellate. Se non vengono previsti fin dal concept spaziale, non potrai inserirli dopo. Stesso concetto per i sistemi di trasporto automatizzato (AGV) che oggi percorrono anche 200 km al giorno all’interno degli ospedali: la pianificazione preliminare deve garantire la libera circolazione senza interferenza con gli spazi di cura. In più, l’utilizzo di modelli informativi (BIM) non agevola solo la progettazione interdisciplinare e la risoluzione delle interferenze ma consente l’approdo a quello che conosciamo come Digital Twin: un modello virtuale gemello del reale per la manutenzione predittiva, per la gestione intelligente del fabbricato e per il tracciamento di tutti i flussi e i percorsi. Questa evoluzione consentirà ai gestori e ai progettisti del futuro di lavorare con dati reali e senza approssimazione, per una sanità ancora più efficiente».