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L’ordine degli ingegneri della Provincia di Torino per “Change in Cardiology” 2025

Il Centro Congressi Lingotto di Torino ospiterà, da giovedì 10 a sabato 12 aprile, il congresso internazionale Change in Cardiology, che riunirà i maggiori esperti nazionali e internazionali per esplorare i progressi più significativi nella ricerca e nella pratica cardiovascolare.

A promuovere la tre giorni il Comitato Scientifico coordinato da Giuseppe Musumeci, Direttore di Cardiologia dell’Ospedale Mauriziano di Torino; Giuseppe Patti, Direttore del Dipartimento Toraco-Cardio-Vascolare dell’AOU di Novara; Italo Porto, Direttore di Cardiologia dell’Università degli Studi di Genova; Ferdinando Varbella, Direttore Cardiologia dell’Ospedale di Rivoli AslTo3. Co-director Giuseppe Ferro, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Torino, e Stefano Corgnati, Rettore del Politecnico di Torino.

Nell’ambito del congresso, l’Ordine Ingegneri, con la collaborazione della Commissione Clinica Biomedica, organizza, presso la Sala Istanbul, il seminario erogante CFP Ricerca e sviluppo, certificazione e commercializzazione di dispositivi medici: sfide del prossimo decennio, venerdì 11 aprile, dalle 14.30.

L’evento è la terza edizione del progetto Change the FUTURE WITH Bioengineering, parte integrante dell’iniziativa Change in BioEngineering, ideata da Manuela Appendino, Coordinatrice della Commissione Clinica Biomedica dell’Ordine, in stretta sinergia con il Comitato Scientifico di Change in Cardiology, con il medesimo Ordine, il Politecnico di Torino e l’Associazione WeWomEngineers ETS.

Il progetto, sviluppato per avvicinare i giovani ingegneri biomedici alla pratica clinica, ambisce con l’edizione 2025 a un obiettivo ancora più ampio: rafforzare la consapevolezza e la cultura sui cambiamenti in atto nel settore industriale medtech, incentivando un dialogo più stretto tra industria, università e clinica. Sarà messo in evidenza il ruolo cruciale della professionalità sia clinica sia ingegneristica in tutto il processo di progettazione, validazione e certificazione dei dispositivi medici.

Manuela Appendino

«In questi anni ho riflettuto spesso su come approfondire temi del mondo biomedicale complessi da rappresentare, ne parlai un giorno con il Dott. Giuseppe Musumeci in occasione del Change in Cardiology, volevo creare un momento che potesse ampliare il dietro le quinte di chi fa ricerca e di chi lavora per progettare e certificare i dispositivi medici, perché anche se abbiamo 4.621 aziende biomedicali in Italia non significa che i problemi e le complessità non esistano e perché spesso è il ruolo dell’ingegnere biomedico a non essere compreso né spiegato per le sue vere potenzialità – scrive Appendino sul suo profilo Linkedin -. Così è nato Change in BioEngineering», che persegue tre scopi principali: offrire agli studenti del Politecnico di Torino uno scenario reale di esperienza clinica, perseguire l’aggiornamento professionale che secondo Appendino è mancato in questi anni, mixando le attività di ricerca universitaria con ciò che si vive quotidianamente lato industriale e, infine, il confronto e le sinergie.

«Il nuovo regolamento europeo è complesso: oggi abbiamo uno strumento straordinario che va raccontato, riconosciuto come tale, perché in fondo da qui parte la base per tutte nostre attività di supporto e consulenza tecnica. Non è vero che il biomedico non è talentuoso, ho conosciuto tantissimo talento in questi anni, è vero che non viene a sufficienza raccontato e di conseguenza non sufficientemente valorizzato», conclude.

Il paziente simulato per superare le barriere linguistiche in medicina

Nella medicina, le parole sono importanti. Ma quando a mancare è proprio la lingua comune, può diventare difficile costruire quella relazione di fiducia tra medico e paziente che dovrebbe essere alla base della buona cura. È da questa consapevolezza che nasce il progetto sperimentale sul paziente simulato all’interno del corso di Medicina e Chirurgia in lingua inglese dell’Università Sapienza di Roma. Un’iniziativa pensata per gli studenti internazionali che, pur studiando in inglese, devono affrontare i tirocini clinici parlando italiano, spesso con molte difficoltà.

Marianna Maranghi

«Non tutti i nostri studenti immaginano un futuro nel nostro Paese – racconta Marianna Maranghi, professore associato di Medicina Interna che ha seguito in prima persona il progetto con Rossella Melcarne, dottoranda presso la Sapienza – e per questo non ritengono importante studiarne la lingua, almeno finché non arrivano in ospedale. Il nostro intento era provare a avvicinare gli studenti ai pazienti in un contesto “protetto”, dove potessero emergere le difficoltà senza timore di essere giudicati».

Un ponte tra aula e corsia

Il corso, ideato in collaborazione con tutor e studenti del corso di laurea, nasce infatti come spazio di sperimentazione realistica, un ponte tra l’aula universitaria e il mondo clinico. Al centro dell’esperienza un attore professionista nel ruolo del paziente e piccoli gruppi di studenti che si cimentano con la raccolta anamnestica in italiano. Tutto sotto la guida di tutor e docenti, in un ambiente più rilassato rispetto all’ospedale.

Il paziente simulato è uno spazio di sperimentazione realistica, un ponte tra l’aula universitaria e il mondo clinico

Il progetto è stato costruito “in casa”, come raccontano le due ideatrici: «Non esisteva molta letteratura in merito: dopo aver fatto una revisione sistematica, abbiamo deciso di creare un nostro modello».

Rossella Melcarne

La scelta è ricaduta su uno scenario clinico comune – il dolore – perché già noto agli studenti dal punto di vista teorico, e quindi più accessibile come primo passo nella pratica comunicativa. Per l’interazione con il paziente, gli studenti si sono affidati a una griglia preparata dai tutor seguendo il metodo SOCRATES, un acronimo per ricordare i vari step nella valutazione utilizzato soprattutto dagli operatori sanitari nei servizi di emergenza. 

Dal dialogo al feedback

Durante gli incontri, ogni studente ha affrontato un colloquio individuale con il paziente simulato, seguito da una discussione collettiva. Non solo: anche l’attore ha fornito un feedback sulla relazione, restituendo un punto di vista prezioso su aspetti spesso trascurati, come il linguaggio del corpo e l’atteggiamento empatico.

A questo si è aggiunto un secondo livello di esercitazione, con la stesura di un report clinico scritto, che è stato corretto prima dai tutor e poi dai docenti. Obiettivo: migliorare non solo la comunicazione verbale, ma anche quella scritta, fondamentale nella pratica medica quotidiana.

«Gli studenti hanno preferito non riprendersi, ma solo registrare la propria voce»

Una curiosità? «Avevamo dato la possibilità agli studenti di registrarsi in video per rivedere l’incontro e analizzare anche il linguaggio non verbale – racconta Maranghi -. Eppure, nessuno ha voluto farlo. Hanno scelto solo la registrazione audio. Forse una forma di pudore, forse un modo per concentrarsi sul contenuto più che sull’immagine. Ma è stato comunque sorprendente».

Un esercizio di empatia

Margherita Floris

Una delle scoperte più interessanti emerse dalla sperimentazione è che, paradossalmente, gli studenti con maggiore difficoltà linguistica sono spesso riusciti a stabilire una comunicazione più efficace, sfruttando gestualità, tono di voce, sguardi: tutti strumenti che in medicina fanno la differenza, e che raramente vengono insegnati.

Chiara Iurato

«È stato interessante vedere come, anche senza parlare perfettamente italiano, alcuni siano riusciti a stabilire un legame profondo con il paziente – racconta Melcarne –. Questo ci ha fatto riflettere molto anche sul nostro modo abituale di comunicare in corsia».

Un’impressione condivisa anche dalle tutor coinvolte nella realizzazione del progetto, Chiara Iurato e Margherita Floris: «Questa esperienza ci ha fatto capire che la relazione medico-paziente è un ambito dove non si finisce mai di imparare. Anche chi è già al quinto o sesto anno ne può trarre beneficio».

I numeri e il futuro

Il progetto, partito in via sperimentale con 19 studenti del terzo anno, ha ricevuto feedback positivi: circa l’80% dei partecipanti ha espresso un alto livello di soddisfazione e molti hanno chiesto di ripetere l’esperienza. «Un paio di loro mi hanno chiesto di poter venire in reparto, a parlare con dei pazienti veri – sorride Melcarne –. Ovviamente non si è trattato di un colloquio clinico, ma la loro volontà ha testimoniato come il progetto abbia fatto da pungolo per far loro affrontare una situazione che temono proprio per la barriera linguistica».

Anche per questo, la seconda fase, ora in corso, si apre anche agli studenti del secondo anno e prevede scenari più complessi, con pazienti “difficili” da gestire, come quelli particolarmente chiacchieroni o i reticenti.

L’intenzione è di inserire l’attività tra quelle obbligatorie

Per ora, l’assenza di risorse e di un team strutturato limita la possibilità di realizzare un follow-up clinico durante il quarto anno, quando gli studenti affrontano i tirocini veri. Ma le ideatrici sperano che, con il tempo, il progetto possa essere ampliato e reso parte integrante del percorso formativo obbligatorio.

Il 12 aprile gli internisti di FADOI e ANIMO tornano nelle piazze italiane

La Medicina Interna scende in piazza per avvicinarsi alla cittadinanza e far conoscere le attività di prevenzione in un contesto diverso, al di fuori dei luoghi istituzionali della cura. Le piazze delle più importanti città italiane faranno da cornice alla Seconda Giornata Nazionale della Prevenzione organizzata dai medici e infermieri di FADOI e ANIMO.

Il 12 Aprile gli specialisti di medicina interna dalle 10 alle 17 dedicheranno il proprio tempo per i cittadini che, gratuitamente, potranno essere visitati per valutare lo stato di salute generale ed eventuali rischi di patologie cardio-vascolari, ipertensione arteriosa, dislipidemia, diabete, obesità, bronchite cronica, infezioni. Inoltre, il personale sanitario sarà coinvolto nella distribuzione di materiale informativo dedicato ai maggiori ambiti della prevenzione, tra cui consigli alimentari, sulla attività fisica e sulle opportunità vaccinali, e tra le altre cose, sarà possibile ricevere informazioni rispetto ai programmi vaccinali per i fragili e i malati cronici.

Ogni euro investito in prevenzione ne fa risparmiare 3 ma l’Italia è agli ultimi posti in Europa in fatto di investimenti con il 5% di spesa sul fondo sanitario, nonostante la nostra salute dipenda al 43% da questa, il 20% dall’ ambiente e solo l’11% dalle cure per le quali investiamo però il 95% delle risorse. Dati recenti evidenziano infatti come, in Italia, la prevenzione non venga attuata in maniera adeguata: quasi il 50% della popolazione è attualmente sovrappeso o obesa, quasi il 40% della popolazione è ipertesa e la prevalenza di dislipidemia si attesta su percentuali simili. Inoltre, circa il 6% della nostra popolazione è attualmente diabetica e l’abitudine al fumo interessa il 20% della popolazione italiana ed è di nuovo in forte crescita specialmente tra i giovani.

Ad aggravare questa situazione poi c’è il fatto che fattori di rischio ad alta prevalenza come ipertensione arteriosa, dislipidemia, alterata tolleranza glucidica e perfino il diabete mellito vengano riconosciuti tardivamente quando già hanno contribuito a dare danno d’organo.

Per i pazienti più fragili e per tutti quelli con copatologie importanti è necessaria una adeguata copertura vaccinale.

Vaccini come l’antinfluenzale e l’anti-pneumococcico hanno dimostrato di essere tra gli interventi più cost-effective in specifiche popolazioni con un profilo di tollerabilità certamente superiore alle principali terapie farmacologiche. Negli ultimi anni poi, oltre al vaccino per il Covid, sono stati introdotti nuovi vaccini per patologie ad alta prevalenza. Anche in questo caso però, in Italia, la situazione è tutt’altro che rosea con una copertura vaccinale molto distante dal tasso ottimale e anche dal tasso minimo di vaccinazione accettabile. Inoltre, complice anche la pandemia e le lunghe liste d’attesa l’adesione agli screening è in calo.

«Crediamo sia fondamentale tornare anche quest’anno in piazza a fare prevenzione coinvolgendo chi passeggia nelle nostre città. Per noi internisti, che da sempre ci occupiamo delle malattie croniche più frequenti nella popolazione, come ipertensione arteriosa, dislipidemia, diabete, obesità, scompenso cardiaco, bronchite cronica, infezioni, è fondamentale sensibilizzare la popolazione sull’insieme delle azioni e delle misure volte a ridurre il rischio di insorgenza o di aggravamento di una malattia. La prevenzione non dev’essere più la ‘Cenerentola’ del Ssn», afferma il Presidente FADOI, Francesco Dentali.

«Vogliamo continuare a portare la cultura della prevenzione direttamente ai cittadini e diffondere messaggi volti a far riflettere su quanto possiamo fare per prevenire alcune malattie e per evitare l’aggravamento di altre. Il prossimo 12 aprile il personale sanitario sarà coinvolto nella distribuzione di materiale informativo dedicato ai maggiori ambiti della prevenzione, tra cui consigli alimentari, sulla attività fisica e sulle opportunità vaccinali, e tra le altre cose, sarà possibile controllare con semplici test i valori della glicemia, del colesterolo, controllo della pressione arteriosa e peso», afferma la Presidente di ANIMO, Letizia Tesei.

Per conoscere la piazza della propria città è possibile consultare il sito prevenzione.fadoi.org, non è necessario prenotarsi, è sufficiente infatti recarsi nelle piazze indicate per essere visitati da uno degli specialisti FADOI.

OsMed interattivo: disponibile online l’aggiornamento sui consumi e la spesa farmaceutica in Italia

Sul portale dell’Agenzia Italiana del Farmaco è online l’«OsMed interattivo» aggiornato con gli ultimi dati sui consumi e la spesa farmaceutica in Italia. Con pochi click, gli utenti possono accedere, selezionare e confrontare tabelle e grafici dell’ultima edizione del Rapporto OsMed (dati 2022-2023, aggiornati al 23 aprile 2024), analizzare i trend di utilizzo – sia complessivi che per singola Regione – e ottenere report personalizzati.

Il Rapporto dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali fotografa da anni l’andamento dei consumi e della spesa farmaceutica nel nostro Paese. Dal 2020 AIFA offre una modalità di consultazione interattiva sul proprio sito, facilitando l’esplorazione della mole di dati presenti nelle versioni cartacea e digitale dell’OsMed. Questo approccio dinamico consente un accesso più agevole a informazioni utili per l’analisi sull’uso dei farmaci, il monitoraggio dell’appropriatezza prescrittiva, la programmazione sanitaria, nonché per attività formative e informative.

Collegandosi al portale, alla pagina aifa.gov.it/osmed-interattivo, sono consultabili i dati relativi all’assistenza convenzionata, agli acquisti delle strutture sanitarie pubbliche, alla spesa lorda pro capite e ai consumi per ATC e per categoria terapeutica. La piattaforma, arricchita da grafici e mappe interattive, permette di creare report dettagliati in base alle esigenze specifiche degli utenti, risultando uno strumento prezioso per la programmazione farmaceutica nazionale e regionale e per il governo della spesa. È possibile effettuare confronti tra diverse Regioni, evidenziando differenze e similitudini nei consumi e negli scostamenti di spesa rispetto alla media nazionale. La consultazione interattiva comprende anche le serie storiche relative ai dati nazionali e regionali, a partire dal 2018.

Con l’OsMed interattivo, AIFA conferma il proprio impegno nel favorire l’uso appropriato dei farmaci e nel supportare la governance della spesa, mettendo a disposizione delle Regioni dati e strumenti analitici per individuare aree critiche, implementare interventi mirati per ottimizzare l’allocazione delle risorse finanziarie locali e garantire la sostenibilità dell’assistenza farmaceutica da parte del Servizio sanitario nazionale su tutto il territorio nazionale.

Diabete, Assemblea FAND: Manuela Bertaggia nuova Presidente. Una proposta di legge per istituzionalizzare il Diabetico Guida

È Manuela Bertaggia la nuova Presidente di FAND – Associazione Italiana Diabetici: il cambio alla guida dell’Associazione arriva dalla 43° Assemblea Nazionale, svoltasi a Rimini dal 4 al 6 aprile, un’occasione importante che, come ogni anno, con il coinvolgimento degli interlocutori istituzionali, ha fatto il punto sulle emergenze nel mondo del diabete, mettendo in evidenza criticità e obiettivi dal punto di vista dell’Associazione. Molti i focus e le proposte, fra cui quella di istituzionalizzare con una proposta di legge la figura del Diabetico Guida e l’impegno dell’Associazione sulla revisione della norma per la patente di guida.

Manuela Bertaggia, veneta, di Chioggia, è stata Vice Presidente e Responsabile Progetti di FAND, e ha maturato una lunga esperienza come persona con diabete, impegnata da oltre 20 anni nella tutela della salute delle persone attraverso l’azione quotidiana. La sua nomina avviene insieme a quella del nuovo Consiglio Direttivo che guiderà FAND nei prossimi anni.

Manuela Bertaggia

«In un periodo in cui la crisi del sistema sanitario è una realtà annunciata, il mio impegno sarà perché FAND diventi un punto di riferimento solido per le persone con diabete e per le famiglie. Ancor oggi spesso, quando si parla di diabete, ci si limita a focalizzare l’attenzione sulla malattia. Va ribadito con forza, invece, che, grazie all’aumento dell’aspettativa di vita, oggi è fondamentale occuparsi della persona che convive con la malattia, con le sue complicanze e con le sue fragilità, senza distinzioni o priorità tra diabete di tipo uno o due – dichiara la neo Presidente FAND, Manuela Bertaggia –. Mettere al centro la persona e rendere FAND un importante interlocutore a livello istituzionale sarà una parte importante del mio impegno come Presidente. Sono onorata del compito che mi viene assegnato e ringrazio l’ex Presidente Emilio Augusto Benini per il grande lavoro svolto fin qui con passione e grande competenza».

Molti i progetti presentati nel corso dell’Assemblea. Tra questi il corso per “Diabetico Guida”, ovvero un corso per “diabetici qualificati”, pensato per formare profili in grado di contribuire a educare all’autocontrollo e all’autogestione del diabete e di migliorare le capacità di fornire aiuto e sostegno alle persone con diabete e ai loro familiari. Lanciato da FAND per la prima volta nel 2021, nelle sue diverse edizioni il corso è diventato una vera eccellenza e modello riconosciuto a livello internazionale. Da qui l’impegno di FAND ora per la sua istituzionalizzazione attraverso l’elaborazione di una proposta di legge che integra il diabetico guida al fine di essere riconosciuto a livello normativo nazionale.

In ambito legale, FAND sta lavorando anche su un altro obiettivo importante relativo al rinnovo della patente di guida per le persone con diabete, un sistema che oggi penalizza ingiustamente i pazienti. A livello europeo e nazionale, FAND è impegnata per porre fine a questa discriminazione, e giungere, anche con l’occasione della riforma del codice della strada, a una revisione della norma.

Una visione di intervento quella della FAND ad ampio raggio quindi, come ribadito in questa Assemblea Nazionale, anche attraverso l’impegno in un’attività di advocacy, a livello sia regionale sia nazionale, al fine di perseguire, quali obiettivi fondamentali – sottolinea l’ex Presidente FAND, Emilio Augusto Benini – «l’uguaglianza delle cure, l’accesso ai nuovi farmaci, la disponibilità della tecnologia, le reti cliniche socio-sanitarie, il potenziamento dei centri diabetologici sia ospedalieri che di territorio, le case di comunità e le farmacie dei servizi con un adeguato team per rispondere alla sempre più crescente richiesta da parte delle persone con diabete erogando servizi che prendano effettivamente in carico i diabetici, e non per ultimo i PDTA».

Ripensare l’ospedale: flessibile, sostenibile e centrato sulla persona

Non più edifici statici, ma veri e propri sistemi viventi. Gli ospedali del futuro saranno ambienti dinamici, capaci di adattarsi con prontezza ai cambiamenti sociali, scientifici ed epidemiologici. Al centro di questa visione c’è la flessibilità progettuale, intesa non solo come riorganizzazione degli spazi, ma come filosofia strutturale che integra sostenibilità, ricerca e tecnologia.

A delineare questo nuovo paradigma è la Joint Research Partnership Healthcare Infrastructures (JRP HI), piattaforma di ricerca fondata nel 2022 dal Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito (DABC) del Politecnico di Milano insieme alla Fondazione Politecnico di Milano. Un’iniziativa che, nel primo triennio di attività, ha coinvolto istituzioni nazionali e internazionali – tra cui l’OMS, il Ministero della Salute, ISS, Agenas, Regioni e aziende sanitarie – e che oggi entra nel vivo del suo secondo ciclo (2025-2027).

La flessibilità e la resilienza sono requisiti fondamentali dell’ospedale del futuro

Il risultato è un modello metaprogettuale di Next Generation Hospital, con linee guida condivise e requisiti misurabili per accompagnare enti pubblici e operatori privati nella progettazione delle nuove infrastrutture sanitarie. E alcune realtà, come l’Ospedale Niguarda di Milano, l’Ospedale Pediatrico Santobono di Napoli, il nuovo Ospedale della Malpensa, l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria e il Nuovo Ospedale Civile di Brescia, saranno tra le prime a mettere in pratica questi principi.

Ne parliamo con Stefano Capolongo (Professore Ordinario di Hospital Design e Urban Health, Coordinatore scientifico del Design & Health Lab, Direttore del Dipartimento DABC del Politecnico di Milano) e Andrea Brambilla, ricercatore presso il Design & Health Lab dello stesso Dipartimento DABC del Politecnico di Milano.

Professor Capolongo, quali criteri utilizzate per valutare la flessibilità delle nuove strutture ospedaliere?

«Creare innovazione dalla ricerca di base alla ricerca applicata. La flessibilità e la resilienza sono requisiti fondamentali. Li valutiamo attraverso soluzioni progettuali di prefabbricazione che diventano uno strumento strategico cruciale. Non solo consentono di riconfigurare gli spazi con estrema rapidità, ma si riducono significativamente i tempi di costruzione che, attualmente, variano tra i cinque e i dieci anni, considerando che il ciclo di vita di una struttura ospedaliera è ormai stimato in cinquant’anni. L’obiettivo è inoltre, garantire la rapida riconfigurazione degli spazi seguendo le norme UNI (norme nazionali) che stanno diventando norme ISO (norme internazionali): queste saranno i princìpi più significativi dei requisiti che deve avere un ospedale che guarda al futuro.

La capacità di adattamento deve essere quantificata attraverso parametri misurabili, per superare l’approccio puramente descrittivo

Abbiamo sviluppato strumenti innovativi per misurare questa flessibilità, analizzando parametri tecnici come le caratteristiche tecnologiche, gli spazi disponibili e la configurazione degli impianti. L’obiettivo è quantificare la capacità di adattamento attraverso parametri misurabili, superando l’approccio puramente descrittivo. Un cambio di paradigma riguarda la progettazione stessa. Non più ospedali pensati per numero di posti letto o volumi di attività, ma progettati per processi. Significa creare spazi che possano essere rapidamente riconvertiti, con un’attenzione particolare alle aree a elevata intensità di cura come terapie intensive e blocchi operatori».

Sarebbe possibile intervenire anche con riconversioni di strutture ospedaliere già esistenti, magari anche vetuste?

Stefano Capolongo

«La premessa è la seguente: tra riadattare un vecchio ospedale e costruirne uno nuovo, è sempre meglio costruire un nuovo ospedale. Questo perché il costo di gestione di un ospedale equivale al costo di costruzione di un nuovo ospedale. Quindi accanirsi nel riconvertire il vecchio è un’operazione che non porta mai grandi risultati e talvolta comporta spese molto più elevate.

Oggi, la tendenza in atto è costruire nuovi ospedali su aree già occupate da strutture esistenti: si recuperano alcuni degli edifici degli ospedali esistenti, abbassando il livello di cura e assistenza, liberando il sedime ospedaliero di edifici con scarso valore storico e ricostruendo un ospedale ex novo dotato di tutti gli elementi tecnologici all’avanguardia.

Questo nuovo volume andrà a contenere, per esempio, le nuove sale operatorie, le terapie intensive, i nuovi laboratori: tutto ciò che in un ospedale invecchia rapidamente, ovvero l’alta intensità di cura e l’alta tecnologia. Il resto dell’ospedale sarà destinato a degenze, studentati, uffici e aule di studio, con un’intensità assistenziale progressivamente decrescente.

L’operazione viene condotta oggi anche in un’ottica di sostenibilità: dobbiamo capire cosa fare del patrimonio edilizio esistente e il consumo di suolo è diventato un tema cruciale di sostenibilità.

Dobbiamo capire cosa fare del patrimonio edilizio esistente e il consumo di suolo è diventato un tema cruciale di sostenibilità

Esistono già numerosi esempi di questo approccio: il Policlinico di Milano, il Gaslini di Genova, e presto anche l’Ospedale di Brescia seguiranno questa strada, liberando aree e recuperando gli edifici esistenti. Di fatto, si tratta sempre di un ospedale nuovo, coadiuvato dalla vecchia struttura, ma non si interviene mai su un ospedale vecchio a padiglioni pensando di poter realizzare un nuovo blocco operatorio o una terapia intensiva, poiché il risultato sarebbe sempre poco soddisfacente».

Quali sono i parametri di sostenibilità per le aree ospedaliere più energivore?

«La sostenibilità è un tema centrale, supportata da dati impietosi. Da una recente survey emerge che il 63% degli ospedali intervistati ha consumi energetici e idrici fuori dagli standard ottimali. Solo il 5% utilizza fonti rinnovabili, e non sono state mappate strutture interamente certificate sotto il profilo ambientale (Leed o simili). Il bilancio di sostenibilità in generale va infatti sviluppato sull’intero complesso ospedaliero, non sulla singola attività. La sfida è sviluppare una visione sistemica che guardi all’intero complesso ospedaliero, superando l’approccio frammentario.

Il verde diventa protagonista di questa nuova concezione. Non più un elemento decorativo, ma una componente terapeutica fondamentale. Gli studi scientifici dimostrano impatti sorprendenti: pazienti con camere che affacciano su spazi verdi hanno tempi di degenza significativamente più brevi. Per il personale sanitario, che trascorre mediamente da nove a dodici ore al giorno in ospedale, gli spazi verdi riducono i livelli di stress fino al 50%. Le nuove strutture ospedaliere saranno rivoluzionate da questi princìpi. Camere singole, facilmente trasformabili in doppie, in caso di emergenza, diventeranno lo standard. Spazi dedicati ai caregiver acquisteranno centralità, riconoscendo l’importanza di figure di supporto sempre più specializzate. Ampi “spazi polmone”, attualmente rappresentanti solo dall’1% della superficie (con l’obiettivo di arrivare almeno al 2%), potranno essere rapidamente allestiti per nuove esigenze assistenziali.

Da una recente survey emerge che il 63% degli ospedali intervistati ha consumi energetici e idrici fuori dagli standard ottimali

La componente impiantistica tende sempre più ad aumentare, come anche la componente di automazione di intelligenza artificiale e la robotica negli ospedali, di conseguenza, anche le maglie strutturali, come le altezze e le volumetrie dovranno essere ricalibrate secondo questi criteri. L’intelligenza artificiale si prefigura come un game-changer. Non più solo uno strumento clinico, ma un elemento che ridisegnerà completamente i processi di cura e la progettazione ospedaliera. Si sperimenteranno materiali innovativi in grado di ridurre virus e batteri, mentre tecnologie digitali miglioreranno l’esperienza dei pazienti. Studi preliminari, come quelli condotti in radioterapia con cieli virtuali, mostrano già risultati sorprendenti nella riduzione dello stress».

Aggiungiamo l’arte e l’estetica come criterio di innovazione?

«L’estetica e l’arte diventano altresì componenti strategiche. L’obiettivo è trasformare l’ospedale da luogo percepito come ostile a spazio familiare. Accorgimenti come la caffetteria all’ingresso, un’illuminazione studiata, colori caldi e l’introduzione di opere artistiche non sono più elementi accessori, ma parte integrante del processo di cura.

L’obiettivo è comprendere come l’ambiente costruito influenzi la salute e il benessere, tanto dei pazienti quanto degli operatori sanitari

Esistono persino raccomandazioni che prevedono una quota percentuale del costo di un ospedale debba essere dedicato all’inserimento di opere d’arte, sebbene nella pratica questo aspetto venga spesso trascurato. L’arte diventa così strumento per rendere gli ambienti più accoglienti, riducendo l’ansia e migliorando la percezione dello spazio».

Architetto Brambilla, potrebbe spiegare il vostro approccio alla misurabilità?

Andrea Brambilla

«L’approccio alla misurabilità rappresenta un elemento cruciale nelle nostre metodologie di ricerca. Questo si articola su due livelli principali: da un lato, le ricerche tradizionali; dall’altro, un approccio innovativo che coinvolge molteplici contesti esterni, quali il mondo imprenditoriale, industriale e le istituzioni ospedaliere. Il metodo prevede l’integrazione di misurazioni qualitative e quantitative, coinvolgendo partner provenienti dal mondo ospedaliero e industriale, al fine di garantire un approccio scientifico e multidisciplinare.

E le survey realizzate fino ad ora offrono un valore aggiunto che i partner del progetto JRP riconoscono come strategico.

Un esempio eloquente è rappresentato dall’indagine, di prossima pubblicazione, sulla percezione e le preferenze dei pazienti sulla camera singola rispetto alla camera multipla, presso l’Istituto dei Tumori di Milano. La ricerca analizza anche il rapporto tra pazienti e operatori in relazione alle tipologie di camere di degenza, con l’obiettivo di comprendere come l’ambiente costruito influenzi la salute e il benessere, tanto dei pazienti quanto degli operatori sanitari. Le indagini si concentrano su molteplici dimensioni: dalla flessibilità degli spazi agli aspetti economici, dalla gestione del rischio alla sostenibilità, quest’ultima vera cifra distintiva dell’attuale ciclo di ricerca».

Vista assonometrica del Next Generation Hospital® sostenibile e integrato con la rete territoriale. Credits: Politecnico di Milano

Dazi USA e ricerca farmacologica: Genazzani SIF:«Un attacco alla salute globale e alla solidarietà internazionale»

«Bisogna assolutamente continuare a negoziare per scongiurare effetti negativi sui settori strategici, e la ricerca farmacologica non fa eccezione», ha dichiarato Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF) sulla scelta di Donald Trump in merito alle nuove politiche tariffarie. «La presenza di dazi reciproci tra gli stati Uniti e l’Europa potrebbe compromettere il progresso scientifico, la collaborazione internazionale e la sostenibilità dei farmaci, con un impatto diretto sul progresso scientifico e salute pubblica». 

Armando Genazzani

«Se i dazi colpissero il nostro settore, si creerebbero barriere che potrebbero rallentare l’innovazione, aumentare i costi e ridurre l’accesso ai trattamenti per i pazienti, inclusi quelli americani. Questo scenario non gioverebbe a nessuno, né alle imprese né ai sistemi sanitari – ha proseguito Genazzani -. Il motivo per il quale fu deciso, oltre 70 anni fa, di dare un nome di denominazione comune ai farmaci (il famoso INN o nome generico) era per un accordo tra nazioni di non mettere dazi reciproci su questi prodotti. Tornare indietro è, indipendentemente dall’impatto economico, un assalto alla salute globale». 

L’Italia è un importante esportatore di prodotti farmaceutici verso gli Stati Uniti. Secondo l’International Trade Centre, nel 2024 l’Italia ha esportato beni per un valore di 382 miliardi di euro negli Stati Uniti, con una quota significativa rappresentata dai prodotti farmaceutici. «In ogni caso il rischio che adesso o in futuro vi possano essere dazi reciproci e controllo dell’export di farmaci, dovrebbero esortarci ad investire ulteriormente, come Paese, in questo comparto manufatturiero. È strategico consolidare la nostra posizione di produttore, per ridurre il rischio che decisioni come queste o situazioni come le pandemie, possano avere ripercussioni negative di salute». La ricerca farmaceutica si basa su un flusso continuo di competenze, capitali e materie prime. «Interrompere questo equilibrio con misure protezionistiche vuol dire, oltretutto, rallentare l’innovazione». 

La Società Italiana di Farmacologia invita quindi le istituzioni europee a lavorare per una mediazione efficace con gli Stati Uniti. «La salute è un bene globale e non può essere ostaggio di dispute commerciali. L’Europa, con il supporto del governo italiano, deve difendere la capacità manifatturiera e la competitività del settore farmaceutico, mantenendo al contempo un forte impegno per la cooperazione internazionale e la tutela del diritto dei pazienti all’accesso ai medicinali», ha concluso Genazzani.

AIFA ospita il primo workshop 2025 dell’HMA Permanent Secretariat

Il 3 e 4 aprile l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha ospitato il primo workshop del 2025 del Permanent Secretariat (PS) dell’Heads of Medicines Agencies (HMA), la rete europea dei capi delle Agenzie del Farmaco. Un appuntamento importante, in cui vengono programmate le attività strategiche per il semestre successivo, oltre a rafforzare il dialogo e la collaborazione fra le diverse autorità regolatorie in Europa.

Il Segretariato Permanente dell’HMA svolge un ruolo fondamentale di coordinamento, fornendo supporto al Management Group e al Network HMA per la pianificazione e l’esecuzione dei programmi più rilevanti, in stretta collaborazione anche con l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e la Presidenza di turno dell’UE. Assicurando la coerenza e la continuità delle attività dell’HMA, contribuisce a rendere la rete regolatoria europea efficiente ed efficace.

Al workshop, che è stato aperto dal presidente di AIFA Robert Nisticò, hanno partecipato anche María Jesús Lamas Díaz, direttore esecutivo dell’Agenzia spagnola per i medicinali (AEMPS), e Momir Radulović, direttore esecutivo dell’Agenzia slovena per i medicinali (JAZMP), rispettivamente presidente e vicepresidente del Management Group dell’HMA.

«Il Permanent Secretariat è un anello di congiunzione fondamentale – ha sottolineato Nisticò – nei rapporti con la rete europea dei capi delle Agenzie del Farmaco e, di conseguenza, anche con l’EMA e la Presidenza di turno del semestre europeo. È stato un piacere ospitare in AIFA i lavori di questo gruppo di giovani, che si occupano di temi strategici, come rivedere e aggiornare le procedure, ottimizzare le risorse, ridefinire la missione dello stesso Permanent Secretariat per rispondere ancora meglio alle sfide che tutti noi siamo chiamati ad affrontare. Il loro è un lavoro operativo, che avviene dietro le quinte, ma fondamentale per fare in modo che l’HMA funzioni in maniera efficiente. Il workshop – prosegue il presidente AIFA – ha rafforzato la collaborazione e la condivisione di idee, esperienze e conoscenze, con l’intento di continuare a fare rete».

«Sono lieta di partecipare al workshop dell’HMA Permanent Secretariat 2025 organizzato dai nostri cari colleghi di AIFA – ha commentato María Lamas – Questa riunione sottolinea l’impegno delle Agenzie nazionali per i medicinali nel rafforzare la collaborazione e garantire la coerenza regolatoria. Di fronte alle sfide attuali come l’accesso all’innovazione, le carenze, l’adozione di tecnologie all’avanguardia, compresa l’intelligenza artificiale, e la necessità di semplificare i processi regolatori, occorre sfruttare al meglio le potenzialità del nostro network. Il lavoro del Permanent Secretariat dell’HMA è fondamentale per strutturare le discussioni strategiche e garantire una proficua collaborazione con i nostri partner, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e la Commissione Europea. Sono lieta di poter continuare a rafforzare questa collaborazione unica, di concerto con tutte le altre agenzie del network».

«Affrontare i temi prioritari e promuovere l’interconnessione tra il Management Group e il Permanent Secretariat dell’HMA è essenziale per garantire l’allineamento strategico, l’efficienza operativa e il miglioramento continuo del network regolatorio – ha sottolineato Momir Radulović – Questi momenti di confronto e discussione aiutano a massimizzare l’utilizzo delle risorse, a tenere aggiornate le procedure interne e a mantenere solide strutture di governance. Tale approccio collaborativo favorisce non solo un’attuazione efficace degli obiettivi dell’HMA, ma promuove anche la coerenza e la continuità in un contesto regolatorio in rapida evoluzione».

Il team del Permanent Secretariat HMA è costituito da funzionari internazionali di sei Agenzie del Farmaco: Amapola Claudia de la Cámara (AEMPS, Spagna), Hannes Eintrei (SMPA, Svezia), Annalise Attard (MMA, Malta), David Obranovič (JAZMP, Slovenia), Birgitte Faber (DKMA, Danimarca) e Marta Toma (AIFA).

Durante la due giorni di lavori sono stati affrontati numerosi temi, tra cui il follow-up dell’ottimizzazione dei gruppi di lavoro HMA, avviato nei mesi scorsi con l’obiettivo di razionalizzare le risorse del network; il ruolo e il mandato dello stesso Permanent Secretariat e la revisione delle procedure interne dell’HMA per garantirne l’aggiornamento e la validità.

Chi a 50 anni vive in modo sano vive di più. No al fumo e controllo della pressione arteriosa danno i maggiori vantaggi

Sia gli uomini che le donne che a 50 anni non fumano, hanno una pressione arteriosa normale, mantengono livelli di colesterolo entro i limiti, sono liberi dal diabete e sono normopeso, vivono di più e rimangono anche liberi più a lungo dalle malattie cardiovascolari.

Ma anche chi posticipa scelte salutari a dopo i 55 anni trae vantaggi in termini di aspettativa di vita. A dimostrazione che per fare scelte di salute non è mai troppo tardi.

Due milioni di persone, 39 paesi, e 6 continenti. E il progetto CUORE

Sono i risultati principali dello studio Global Effect of Cardiovascular Risk Factors on Lifetime Estimates, presentato al congresso dell’American College of Cardiology e pubblicato simultaneamente sul New England Journal of Medicine. All’indagine – condotta dai ricercatori del Global Cardiovascular Risk Consortium, realizzata su un campione di oltre 2 milioni di partecipanti distribuiti in 133 coorti, 39 Paesi e 6 continenti –  hanno contribuito anche i ricercatori Luigi Palmieri e Chiara Donfrancesco del Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Endocrino-metaboliche e Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità con i dati delle coorti di  CUORE,  il progetto Iss che indaga lo stato di salute della popolazione italiana adulta.

I 5 fattori 

I cinque fattori di rischio classici, modificabili, vale a dire fumo, pressione arteriosa alta, livelli elevati di colesterolo, diabete e sottopeso o sovrappeso/obesità, rappresentano circa il 50% del carico globale delle malattie cardiovascolari; il che significa che circa la metà di tutti i casi di malattie cardiovascolari potrebbero essere potenzialmente prevenuti attraverso un’efficace gestione dei fattori di rischio.

Lo scopo dello studio, una delle indagini più complete fino ad oggi sull’effetto dei fattori di rischio sull’aspettativa di vita, era capire in che modo e in che misura l’assenza o il controllo di questi 5 fattori influenzi l’aspettativa di vita, come hanno sintetizzato da Luigi Palmieri e Chiara Donfrancesco, responsabili delle coorti di popolazione del Progetto CUORE dell’Iss che hanno partecipato allo studio.

Uomini e donne

Dallo studio emerge che le donne prive dei 5 fattori di rischio all’età di 50 anni sviluppano malattie cardiovascolari 13,3 anni dopo e muoiono 14,5 anni più tardi di quelle con tutti e cinque i fattori di rischio.

Gli uomini cinquantenni, senza questi fattori di rischio, vivono 10,6 anni in più senza malattie cardiovascolari e muoiono 11,8 anni dopo rispetto agli uomini con questi fattori di rischio.

Non è mai troppo tardi

Un’altra scoperta significativa emersa dallo studio è che anche mettere in atto comportamenti sani in età più avanzata è utile, e che tra tutti e cinque i fattori di rischio, il controllo della pressione arteriosa è associato al maggior numero di anni di vita sani aggiuntivi

Le persone che riescono a controllare la pressione alta o a smettere di fumare tra i 55 e i 60 anni vivono più a lungo e rimangono più a lungo libere da malattie cardiovascolari rispetto a coloro che non apportano cambiamenti al proprio stile di vita: 2,4 anni di aspettativa di vita in più senza malattie cardiovascolari per le donne non ipertese e 1,2 anni per gli uomini non ipertesi; 1,7 anni in più per le donne non fumatrici ed 1 anno in più per i non fumatori). Quindi, pressione arteriosa, in particolare, e fumo sono i 2 fattori di rischio che, singolarmente, consentono di avere un maggior guadagno in termini di aspettativa di vita senza malattia. 

Per il loro studio, i ricercatori hanno analizzato i dati di oltre due milioni di individui in 39 paesi, rendendo questa una delle indagini più complete fino ad oggi sull’effetto dei fattori di rischio sull’aspettativa di vita.

I dati di CUORE

L’adozione di stili di vita sani (alimentazione povera di sale e ricca di frutta e verdura, attività fisica regolare, non fumare) consente di influire positivamente sui principali fattori di rischio cardiovascolare. Dai dati preliminari della ultima Italian Health Examination Survey 2023-2025 – Progetto CUORE emerge che, ad esempio nella popolazione generale di età 35-74 anni, solo il 24% delle donne e il 10% degli uomini ha un adeguato consumo di sale (meno di 5 grammi al giorno).

Colaci e Broya de Lucia: «Il payback è un debito pubblico mascherato da privato, e non può essere scaricato sulle spalle delle Pmi»

Broya de Lucia e Colaci

«Il Governo, con il Ministro al Mef, Giancarlo Giorgetti – hanno dichiarato Michele Colaci (Presidente di Confapi Sanità) e Gennaro Broya de Lucia (Presidente di Conflavoro Pmi Sanità) – ha finalmente mostrato una chiara volontà politica di risolvere l’anomalia normativa che riguarda questa delicata problematica e che sta mettendo in crisi l’intero comparto del medtech italiano. Serve una risposta rapida e responsabile da parte dello Stato: il payback è un debito pubblico mascherato da privato, e non può essere scaricato sulle spalle delle Pmi».

Questo il commento di Colaci e Broya de Lucia dopo diversi incontri con i vertici istituzionali per risolvere la questione legata al payback per i dispositivi medici. E, in una nota congiunta, sottolineano: «Oggi abbiamo un settore compatto, che converge su soluzioni condivise, e che si sta muovendo a ogni livello per risolvere una questione che rischia seriamente di mettere in ginocchio un intero settore. Se dovessero fallire le imprese oggetto di payback, inoltre, negli ospedali non sarebbero più disponibili i dispositivi medici».