Home Blog Page 4

Farmacogenetica: la medicina personalizzata è già realtà, ma l’Italia non fa sistema

0

Scegliere il farmaco giusto, alla dose giusta, per il paziente giusto: è questa la promessa della farmacogenetica, una delle applicazioni più concrete della medicina personalizzata. Analizzando il profilo genetico del paziente, è possibile modulare la terapia per massimizzarne l’efficacia, ridurre il rischio di effetti avversi e contribuire a un uso più appropriato delle risorse del Servizio Sanitario Nazionale. Una promessa già in parte mantenuta ma non ancora per tutti. Nonostante le solide evidenze scientifiche e le raccomandazioni internazionali, l’implementazione della farmacogenetica nel SSN resta disomogenea e frammentata.

A fotografare la situazione è la prima mappatura nazionale della farmacogenetica presentata il 15 aprile al Senato della Repubblica durante un evento promosso dalla Senatrice Daniela Ternullo con la collaborazione di SIGU (Società Italiana di Genetica Umana) e SIF (Società Italiana di Farmacologia). I risultati mostrano un elevato livello di competenza e interesse da parte degli operatori, ma anche la necessità urgente di un maggiore coordinamento, armonizzazione e supporto infrastrutturale e regolatorio.

Ilenia Malavasi

Farmacogenetica, la rivoluzione è già qui

«La farmacogenetica, disciplina che consente di personalizzare le terapie sulla base del profilo genetico del paziente, è sempre più presente nella pratica clinica italiana – spiega Matteo Floris, Professore associato di Genetica Medica all’Università di Cagliari e coordinatore del Gruppo di Lavoro Farmacogenetica della SIGU – in particolare in ambito oncologico. Tuttavia, la sua implementazione nel Servizio Sanitario Nazionale resta ancora disomogenea, con differenze rilevanti tra territori, nell’organizzazione dei servizi e nelle modalità di accesso».

Il dato emerge da un’indagine nazionale, condotta da un ampio network di collaboratori delle due società scientifiche SIGU e SIF – nato per supportare e favorire l’implementazione della farmacogenetica in Italia – appena pubblicata sull’European Journal of Human Genetics, che ha coinvolto 49 laboratori distribuiti sul territorio nazionale, la maggior parte dei quali è rappresentata da strutture pubbliche (82%), prevalentemente ospedali e IRCCS. Il network ha coinvolto laboratori distribuiti sul territorio, ma con differenze sostanziali. La criticità più rilevante è la disparità territoriale, con un evidente gradiente Nord-Sud. Dalla survey emerge, inoltre, la necessità di maggiore collaborazione, linee guida italiane, aggiornamento normativo, formazione e ricerca.

«Tra le iniziative in corso ci sono una rete formativa nazionale e la piattaforma FarmaNet, per mettere in rete i laboratori. La proposta principale resta l’istituzione di un tavolo tecnico interparlamentare, considerato fondamentale per garantire diffusione e standardizzazione della farmacogenetica su tutto il territorio», conclude Floris.

Oncologia apripista, ma non unico ambito

Il campo in cui la farmacogenetica ha fatto i progressi più consistenti è l’oncologia. I test sui geni DPYD e UGT1A1, fondamentali per valutare la tolleranza a certi chemioterapici, sono eseguiti rispettivamente nel 94% e nell’84% dei laboratori censiti. Una diffusione che riflette la presenza di linee guida nazionali e internazionali sempre più precise.

La farmacogenetica è oggi utilizzata soprattutto per supportare la pianificazione e la revisione di specifiche terapie oncologiche

«Dall’analisi emerge come la farmacogenetica sia oggi utilizzata soprattutto per supportare la pianificazione e/o la revisione di specifiche terapie oncologiche», spiega Matteo Curtarello, genetista dell’Istituto Oncologico Veneto IRCCS. «Quello che noi sottolineiamo è che c’è bisogno di modifiche urgenti, che devono essere fatte in tempi rapidi, come per esempio scollegare i test genetici da quelle famose note di erogabilità e allinearli magari alle linee guida internazionali, oltre alle indicazioni EMA e AIFA. Ma soprattutto includere il test DPYD in maniera chiara e nitida, perché di fatto è il test più prescritto a livello nazionale. Poi c’è una proposta di ampliamento e innovazione che riguarda l’inserimento di nuovi codici specifici per altre coppie farmacogeniche validate clinicamente», conclude.

Disuguaglianze territoriali e accesso non uniforme

La frattura più evidente è quella geografica. I centri ad alto volume di attività farmacogenetica sono concentrati nel Nord Italia, mentre nel Centro-Sud l’offerta è più limitata. In sostanza, la possibilità di ricevere una terapia personalizzata dipende ancora troppo da dove si vive.

«Questa disomogeneità si traduce in un accesso non uniforme per i pazienti, con il rischio che la possibilità di beneficiare della medicina personalizzata dipenda dal territorio di residenza», ha sottolineato la Senatrice Elena Murelli, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Genetica e Genomica in un video messaggio. Sul fronte economico, la situazione sembra migliore.

Il 73% dei laboratori dichiara che i test sono completamente rimborsati dal SSN, ma ci sono eccezioni regionali legate al sistema sanitario decentralizzato

«La farmacogenetica rappresenta oggi una delle frontiere più avanzate della medicina personalizzata, non è più una prospettiva futura – prosegue Murelli – , ma una realtà già presente nella pratica clinica, soprattutto in ambito oncologico, dove migliora l’efficacia delle terapie e riduce i rischi di effetti avversi. Per superare queste disuguaglianze, è necessario rafforzare il coordinamento nazionale, evitando un’implementazione frammentata, definendo obiettivi chiari e condivisi e costruendo una rete nazionale della farmacogenetica che metta in connessione laboratori, clinici e specialisti, garantendo uniformità nella qualità dei servizi. Allo stesso tempo, è fondamentale investire nella formazione e nell’integrazione multidisciplinare, perché la farmacogenetica non è solo un test, ma un processo complesso che richiede competenze specifiche».

Farmacogenetica, la sfida politica: garantire le stesse cure in tutta Italia

«Ancora una volta ci troviamo di fronte alla contraddizione di un sistema che può garantire standard elevatissimi, risparmiando ai pazienti inutili sofferenze, ma che non riesce ancora a renderli accessibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale – ha dichiarato l’Onorevole Ilenia Malavasi – La medicina personalizzata, e in particolare la farmacogenetica, non può diventare un’opportunità per pochi o legata alla capacità organizzativa delle singole Regioni. È necessario rafforzare il coordinamento nazionale, definire percorsi omogenei e garantire a tutti i cittadini pari accesso all’innovazione, indipendentemente dal luogo in cui vivono. Oggi è davvero indispensabile investire sulla farmacogenetica, che tiene insieme parole chiave come appropriatezza, sicurezza e chiarezza. L’appropriatezza terapeutica significa migliorare non solo la qualità della cura, ma anche la sua efficacia, in cui la medicina personalizzata deve riuscire a coniugare efficacia e sostenibilità, tema centrale per la sanità pubblica.

La farmacogenetica non è solo un test, ma un processo complesso che richiede competenze specifiche

Dal punto di vista politico, l’impegno deve essere quello di rafforzare il coordinamento nazionale e definire percorsi omogenei, perché l’equità della cura passa dall’adozione di standard uniformi su tutto il territorio. Solo così si può garantire a tutti i cittadini la stessa possibilità di accesso all’innovazione terapeutica, indipendentemente dalla Regione di appartenenza».

Il consulto farmacologico

Uno dei dati più preoccupanti riguarda la consulenza clinica: è disponibile solo nel 29% dei centri. Questo significa che nella maggior parte dei casi il medico riceve un dato genetico grezzo, senza indicazioni su come tradurlo in una scelta terapeutica concreta. I laboratori adottano infatti approcci eterogenei in termini di pannelli genetici, tecnologie utilizzate, strumenti bioinformatici e modalità di interpretazione dei risultati.

«Se la maggior parte dei laboratori fornisce un’interpretazione dei risultati del dato genetico, solo una minoranza include indicazioni terapeutiche operative. In particolare, il counselling farmacologico, fondamentale per tradurre il dato genetico in scelte cliniche, è disponibile solo nel 29% dei centri», spiega Erika Cecchin, Responsabile della Struttura di Farmacologia Sperimentale e Clinica del Centro di Riferimento Oncologico IRCCS di Aviano.

«Sebbene l’esperienza sia prevalentemente oncologica, il cosiddetto “passaporto genetico”, che include circa cinquanta varianti, riguarda in realtà quasi tutta la popolazione, potenzialmente beneficiaria della genotipizzazione. Inoltre, i farmaci coinvolti sono di uso comune in diversi ambiti, dall’oncologia alla cardiologia fino alla psichiatria, con un impatto rilevante sulla popolazione».

I dati dello studio europeo prospettico randomizzato PREPARE, che ha coinvolto quasi 7.000 pazienti, mostrano come la personalizzazione della terapia sulla base del passaporto genetico possa ridurre del 30% il rischio di tossicità.

Il counselling farmacologico, fondamentale per tradurre il dato genetico in scelte cliniche, è disponibile solo nel 29% dei centri

«In questo scenario, il farmacologo clinico è essenziale non solo per l’interpretazione del dato farmacogenetico, ma anche per l’integrazione della farmacogenetica nelle valutazioni delle interazioni farmacologiche in pazienti politrattati, traducendolo in un’effettiva medicina personalizzata», aggiunge Marzia Del Re, Professoressa di Farmacologia presso la Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences di Roma.

La farmacogenetica non può prescindere dalla multidisciplinarietà: l’interazione gene-farmaco è centrale, ma si inserisce in un quadro più complesso che include polifarmacoterapia, comorbidità, sesso, età e altri fattori, tutti elementi che devono essere integrati per una reale personalizzazione della terapia.

Farmacogenetica preventiva, il gap italiano: mancano regole, rete e integrazione dei dati

Stefania Boccia, Università Cattolica del Sacro Cuore (UCSC) di Roma, Direttore del Dipartimento di Scienze della Vita e Sanità Pubblica della facoltà di Medicina (UCSC) ha presentato un lavoro che aveva l’obiettivo di fare il punto sull’implementazione del test farmacogenetico preventivo, cioè prima della prescrizione dei farmaci, nell’ambito di un progetto europeo dedicato alla prevenzione personalizzata delle malattie croniche.

«Per la valutazione di impatto è stato creato un sottogruppo di esperti, che ha analizzato la letteratura internazionale e contribuito alla definizione di raccomandazioni pubblicate su rivista scientifica. Sono stati individuati quattro ambiti fondamentali: utilità clinica, quadro regolatorio, sostenibilità economica, accettabilità dei pazienti e fattibilità organizzativa. In particolare, sul piano regolatorio emerge l’assenza di linee guida strutturate sul passaporto farmacogenetico preventivo e un disallineamento tra raccomandazioni cliniche e aspetti normativi, che rallenta l’implementazione. Dal punto di vista organizzativo, le principali criticità riguardano il rimborso, con test non inclusi nei LEA, le disuguaglianze infrastrutturali tra Nord e Centro-Sud, la mancanza di standardizzazione nei processi di refertazione e l’assenza di un sistema nazionale di accreditamento. A questo si aggiunge un limite rilevante nella gestione dei dati: spesso i risultati non sono integrati nei sistemi informatici clinici e quindi non disponibili al point of care».

Robert Nisticò

Una leva per la sostenibilità del Servizio Sanitario

Al di là del beneficio diretto per il paziente, la farmacogenetica può anche aiutare a ridurre sprechi e costi: meno effetti avversi, meno fallimenti terapeutici, meno ospedalizzazioni evitabili. Un argomento che non è passato inosservato tra i rappresentanti istituzionali presenti.

«La prescrizione farmacologica non può più essere concepita come un atto isolato, ma deve fondarsi su una valutazione integrata e multidimensionale delle caratteristiche cliniche, biologiche e individuali del paziente», ha dichiarato Robert Nisticò, Presidente di AIFA. «La medicina di precisione non è più un’opzione, ma una direttrice evolutiva del sistema e la farmacogenetica si inserisce in un contesto che non è ideologico ma di sanità. Oggi siamo in una fase favorevole, con una scienza che corre velocemente e con l’intelligenza artificiale che ha accelerato lo sviluppo dei farmaci, mentre la normativa fatica a tenere il passo, pur con nuovi strumenti come le regulatory sandbox. La sensibilità politica quindi è chiamata a guidare il processo. La farmacologia va considerata un investimento e non un costo, senza un cambio di paradigma non sarà possibile sostenere una spesa in continua crescita. I farmaci innovativi, infatti, possono modificare il corso delle malattie e generare risparmi. Ciò implica un cambiamento culturale, in cui la sostenibilità passa anche attraverso la prevenzione, che deve essere promossa e insegnata, perché la salute non è solo un diritto ma anche un dovere».

Più appropriatezza, meno sprechi

«La farmacogenetica consente di rendere più appropriata la scelta terapeutica – interviene Luca Padua, Direzione Generale della Ricerca e dell’Innovazione, Ministero della Salute – e si inserisce pienamente nelle strategie di programmazione del Servizio Sanitario Nazionale, dove la medicina personalizzata è sempre più riconosciuta come leva per migliorare efficacia e sostenibilità».

Uno dei vantaggi a livello di sistema è l’utilizzo più appropriato di risorse sanitarie, con la riduzione di eventi avversi, fallimenti terapeutici e ospedalizzazioni

Oltre a migliorare la sicurezza e l’efficacia delle terapie, la farmacogenetica può contribuire a un utilizzo più appropriato delle risorse sanitarie, riducendo eventi avversi, fallimenti terapeutici e ospedalizzazioni evitabili. La sfida dei prossimi anni sarà quindi quella di trasformare una pratica già consolidata in alcuni ambiti in uno strumento sistemico, accessibile e integrato, a beneficio di tutti i pazienti.

«Abbiamo uno strumento importantissimo che sono gli IRCCS, ma non fanno ancora abbastanza sistema. I soldi sono pochi, è inutile girarci intorno, ma se facciamo sistema, gli IRCCS potranno essere competitivi e attrattivi a livello internazionale».

La richiesta: una rete nazionale e i test nei LEA

Esperti, società scientifiche e associazioni dei pazienti convergono su una priorità: costruire una rete nazionale coordinata, con standard condivisi e accesso omogeneo su tutto il territorio.

«È chiara la necessità di definire standard condivisi per test e refertazione, rafforzare l’integrazione tra specialisti in genetica medica, farmacologi e clinici, e promuovere la realizzazione di programmi di formazione dedicati», ha dichiarato Paola Grammatico, Presidente SIGU. «È importante chiedersi non solo quanto costa fare, ma quanto costa non fare. Rinunciare alla farmacogenetica significa non poter prevedere eventi avversi, efficacia dei farmaci e dosaggi adeguati per il paziente. Per questo la formazione diventa centrale: un medico oggi non può uscire dalla facoltà senza una preparazione in farmacogenetica, perché significherebbe non essere adeguato ai tempi.

La farmacogenetica, inoltre, non riguarda più solo oncologia e psichiatria, ma molti altri ambiti. È quindi necessario un impegno delle società scientifiche nel confronto con le istituzioni, anche attraverso strumenti come un tavolo tecnico interparlamentare, per promuovere diffusione, formazione e sviluppo di questo approccio».

«Non inserirla nei LEA significa accettare cure disuguali»: la voce dei pazienti

Voce decisa anche da parte dei pazienti. «La farmacogenetica è uno strumento essenziale per rendere le terapie più efficaci e più sicure. Non inserirla nei LEA significa accettare tossicità evitabili, trattamenti inefficaci e differenze territoriali che negano ai pazienti il diritto all’appropriatezza sin dall’inizio del percorso di cura», ha affermato Maria Grazia Cattaneo, membro del direttivo AIMAC (Associazione Italiana Malati di Cancro). «È quindi essenziale garantire l’accesso a test eseguiti con tecnologie adeguate e aggiornate per assicurare valutazioni complete e individuare la terapia più idonea, riducendo sprechi e trattamenti inefficaci. Accanto a questo, è necessario garantire ai pazienti un’informazione chiara e comprensibile, una comunicazione trasparente è parte integrante della qualità delle cure e consente una partecipazione consapevole alle decisioni sulla propria salute».

Liste d’attesa: il 70% dei cittadini ha rinunciato a un esame

La fiducia c’è ancora, ma non è più quella di prima. È una fiducia che resiste, che si ostina a restare ancorata al Servizio sanitario nazionale (SSN), ma che ogni giorno fa i conti con un’esperienza concreta sempre più complicata. È da qui che bisogna partire per leggere i risultati della survey Adnkronos 2026, presentata alla terza edizione del Q&A Forum Salute dell’agenzia che prova a immaginare il futuro del sistema tra riforme, innovazione e nuovi equilibri.

I numeri che aprono il racconto sono due. Il primo è 58%: tanti sono gli italiani che dichiarano di fidarsi ancora del SSN. Ma basta voltarsi indietro per capire che qualcosa si è incrinato: erano il 65% solo l’anno scorso. E oggi sono di più quelli che quella fiducia l’hanno persa. Non è un crollo, ma è un segnale. Di quelli che, se ignorati, diventano crepe.

Cresce la percentuale di italiani che hanno perso la fiducia nel SSN

Poi c’è il 70%: la percentuale di persone che hanno rinunciato almeno a un esame diagnostico a causa delle liste d’attesa. Anche in questo caso un dato che rileva un peggioramento della situazione nel tempo: un anno fa erano poco più di sei gli italiani su dieci ad aver rinunciato a indagini diagnostiche per i tempi troppo lunghi offerti dal SSN. Non un disagio occasionale, ma un’esperienza diffusa, quasi normale. È qui che il sistema mostra la sua fragilità più evidente: non tanto nella qualità delle cure, quanto nella possibilità di accedervi.

E allora succede che il privato smette di essere una scelta e diventa una via d’uscita. Il 45% degli italiani ci è andato almeno una volta nell’ultimo anno. Non per preferenza, nella maggior parte dei casi, ma perché non c’erano alternative praticabili. Solo una minoranza – il 21% – rivendica una scelta consapevole. Gli altri si muovono per necessità, spinti più dai tempi che dalle convinzioni.

In mezzo, resta una coperta corta. Le assicurazioni sanitarie non decollano davvero – poco meno di un italiano su tre ne ha una, o per polizze messe a disposizione del datore di lavoro o accese direttamente dall’utente – e il rischio è che si allarghi quella linea invisibile che separa chi riesce a curarsi in tempi rapidi da chi aspetta o rinuncia.

Il 29% degli italiani ha un’assicurazione sanitaria

Eppure, non è un Paese disorientato quello che emerge dalla rilevazione. Il 61% degli italiani dice di sapere come orientarsi tra pubblico e privato. Anche se, a ben vedere, resta una fascia ampia che si muove ancora in una zona grigia di scarsa informazione. È una consapevolezza a metà, che non sempre si traduce in possibilità concreta di scelta.

Nel frattempo, nel dibattito istituzionale, il nodo delle liste d’attesa è diventato il centro di gravità. «È qui che si gioca la credibilità del Servizio sanitario nazionale», ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci, annunciando nuovi strumenti di trasparenza e un lavoro più stretto con le Regioni. «Ho avuto oggi un incontro con il presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga – ha aggiunto il titolare di Lungotevere Ripa (quasi a voler fare il punto rispetto alla recente bocciatura del Ddl delega da parte della commissione Salute delle Regioni perché “non affronta problemi rilevanti del SSN”) – per ribadire che ci vuole piena collaborazione con le Regioni per cercare di ridurre questo fenomeno». L’obiettivo è rendere visibili le differenze territoriali e intervenire dove il sistema si inceppa di più.

il nodo delle liste d’attesa è diventato il centro di gravità

Accanto a questo, prende forma un’altra idea di sanità, più vicina ai territori. I presidi di prossimità con i loro servizi, la gestione delle cronicità: elementi che, nelle parole del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, possono diventare una risposta concreta soprattutto nelle aree più fragili. In parallelo, si investe su dati e digitalizzazione, con l’idea che la tecnologia possa aiutare a tenere insieme i pezzi.

E qui la distanza tra istituzioni e cittadini sembra accorciarsi. Perché anche gli italiani, in maggioranza, guardano al digitale come a una possibile soluzione: il 59% lo considera utile per migliorare la sanità. Non è entusiasmo cieco, ma una fiducia pragmatica. Come a dire: se può servire a ridurre le attese e semplificare l’accesso, ben venga.

Sul fondo resta però una questione più ampia, che attraversa tutto il sistema. Le risorse sono limitate, il personale manca, la domanda di salute cresce. E mentre l’innovazione – anche farmaceutica – corre, come ha ricordato il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, diventa sempre più urgente trovare un equilibrio tra sostenibilità e accesso.

La fotografia che emerge non è quella di un sistema al collasso, ma nemmeno di un sistema in salute. È piuttosto quella di un equilibrio instabile, in cui la fiducia dei cittadini continua a fare da argine, ma non può bastare da sola.

Perché oggi il punto non è più solo curare bene. È curare in tempo. E su questo, gli italiani hanno già dato il loro verdetto. Ed è possibile che, sul delicato tema dell’accesso alla salute, si andranno a giocare gli equilibri tra maggioranza e opposizione alla prossima tornata elettorale delle Politiche 2027.

Solitudine, determinanti sociali e prescrizione sociale: nuove traiettorie per la salute pubblica

0

Un’“epidemia silenziosa” resa visibile dalla pandemia

La solitudine è oggi sempre meno un fenomeno individuale e sempre più un problema di salute pubblica. Lunedì 20 aprile si terrà la presentazione della traduzione in italiano del rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle solitudini, “From loneliness to social connection”, promossa e curata da CCW – Cultural Welfare Center e pubblicata lo scorso 12 febbraio.

In vista di questo appuntamento, TrendSanità ha intervistato il professor Enzo Grossi, socio fondatore del Cultural Welfare Center, per approfondire le implicazioni scientifiche e di salute pubblica del fenomeno.

Enzo Grossi

«La solitudine è una sorta di epidemia di cui abbiamo preso coscienza in concomitanza alla pandemia vera del Covid, che l’ha messo in evidenza», spiega Grossi, sottolineando come la riduzione forzata delle relazioni sociali abbia reso evidente un disagio già diffuso ma spesso sottostimato.

Paradossalmente, proprio le soluzioni tecnologiche adottate per mantenere i contatti – videocall, piattaforme digitali, comunicazione a distanza – non hanno compensato la perdita della dimensione relazionale più profonda. «Parlarsi al telefono o fare una videocall non è come essere in presenza e poter avere questo senso di empatia», osserva Grossi, evidenziando la differenza tra interazione mediata e relazione incarnata.

In questo scenario, la solitudine non è solo assenza di contatti, ma esperienza soggettiva di disconnessione, che può coesistere anche in presenza di relazioni sociali formali.

Solitudine, isolamento e connessioni sociali: la chiarezza del rapporto OMS

Uno dei contributi più rilevanti degli ultimi anni è stato il lavoro di sistematizzazione concettuale promosso dall’OMS, che ha distinto tra isolamento sociale, solitudine percepita e condizioni di vita individuale.

Grossi sottolinea come questa distinzione sia cruciale per evitare confusioni operative e cliniche: «La solitudine è uno stato soggettivo. Io posso vivere con altre persone, quindi non sono solo ma soffro di solitudine, cioè ho uno stato emotivo negativo in cui c’è una discrepanza tra il bisogno di connessione e quello che è effettivo».

L’OMS ha evidenziato le differenze tra isolamento sociale, solitudine percepita e condizioni di vita individuale

Il recente rapporto internazionale dell’OMS ha inoltre chiarito i principali fattori alla base dell’aumento della solitudine: cambiamenti demografici, trasformazioni urbane, digitalizzazione delle relazioni e indebolimento delle reti comunitarie. Ha inoltre documentato gli effetti sulla salute fisica e mentale, consolidando l’evidenza che la solitudine non è un tema “sociale” in senso generico, ma un determinante sanitario a tutti gli effetti.

Prescrizione sociale: dalla risposta ai bisogni invisibili alla nuova infrastruttura di cura

All’interno di questo quadro si colloca la crescita della cosiddetta prescrizione sociale, un approccio che integra interventi non clinici nei percorsi di salute, soprattutto nei casi in cui il disagio non ha una chiara base organica.

Un elemento chiave emerso nel dibattito internazionale riguarda l’impatto della solitudine sulla domanda di cura. Grossi ricorda come, in alcuni sistemi sanitari, fino al 25-30% delle richieste di visita sia legato a sintomi non spiegabili dal punto di vista medico: i cosiddetti medical unexplained symptoms.

La solitudine non è un tema “sociale” in senso generico, ma un determinante sanitario a tutti gli effetti

«Circa il 25-30% delle richieste di visita sono legate a questi sintomi che non sono espressioni di un problema medico», evidenzia. In questi casi, la prescrizione sociale ha mostrato un duplice effetto: ridurre il carico sui medici di medicina generale e offrire risposte più appropriate ai bisogni dei pazienti.

Nel Regno Unito, dove il modello è più sviluppato, il fenomeno ha assunto dimensioni strutturali: «Nel giro di sei anni sono arrivate a 3 milioni di richieste di prescrizione sociale», segnando una trasformazione significativa dell’organizzazione dei servizi territoriali.

Elemento distintivo del modello britannico è la presenza dei link workers, figure di connessione tra sistema sanitario e risorse comunitarie.

I link workers e il nodo della professionalizzazione

La figura del link worker rappresenta uno degli snodi più innovativi ma anche più complessi della prescrizione sociale. Si tratta di professionisti in grado di “tradurre” un bisogno sanitario in un percorso di attivazione sociale, culturale e comunitaria.

In Italia, questa figura non è ancora formalmente istituzionalizzata. «In Italia per rendere questa figura realmente attiva bisogna che ci sia una regolamentazione», osserva Grossi, evidenziando il ritardo normativo e organizzativo.

La figura del link worker è uno snodo chiave della prescrizione sociale, capace di tradurre bisogni sanitari in percorsi sociali e comunitari

Nel nostro Paese, laddove si sono sviluppate esperienze di prescrizione sociale, il ruolo di link worker è spesso svolto in modo informale da medici di medicina generale, pediatri o specialisti sensibili al tema. Tuttavia, il modello internazionale mostra come la complessità del compito richieda competenze ibride: «È una figura a metà strada tra l’assistente sociale, lo psicologo e in parte dovrebbe avere anche competenze mediche».

Il lavoro del link worker non si limita alla segnalazione, ma include un vero e proprio processo di “costruzione su misura” dell’intervento: attività fisiche, artistiche, culturali, ambientali e relazionali, calibrate sulle caratteristiche della persona.

Cultura, natura e relazioni: il “menu” della prescrizione sociale

La prescrizione sociale si basa su un principio semplice ma potente: contrastare la solitudine attraverso esperienze condivise e significative.

Il ventaglio di interventi è ampio: attività fisica, danza movimento, terapia con la natura, arteterapia, museoterapia, teatro, lettura condivisa, scrittura espressiva, cinema e volontariato. Elemento comune è la dimensione collettiva.

Elemento comune della prescrizione sociale è la dimensione collettiva

«Sono attività molto diverse tra di loro, ma hanno una cosa in comune: vengono svolte sempre non soli, ma in compagnia di altre persone», sottolinea Grossi.

L’efficacia non deriva solo dall’attività in sé, ma dalla sua capacità di attivare relazioni. «Se vengono svolte insieme ad altre persone l’effetto è potenziato: si ha questo doppio vantaggio del miglioramento dello stato psicologico e dell’attenuazione dello stato soggettivo di solitudine».

Determinanti sociali della salute: il ruolo dello status socio-economico

Il tema della solitudine si intreccia in modo diretto con quello dei determinanti sociali della salute. Il riferimento teorico è il modello biopsicosociale e il lavoro di Michael Marmot, che ha mostrato come le disuguaglianze socio-economiche incidano profondamente sugli esiti di salute.

Grossi richiama con forza questa prospettiva: «Lo stato socio-economico influenza lo stato di salute in maniera molto forte, non solo tra poveri e ricchi, ma all’interno della stessa classe sociale».

Lo stato socio-economico influenza lo stato di salute in maniera molto forte

Le evidenze sono robuste: individui con redditi più bassi presentano un rischio significativamente maggiore di mortalità e malattia. «C’è un aumento di più di tre volte della mortalità in individui con reddito inferiore a 15.000 dollari rispetto a chi supera i 50.000».

Il meccanismo biologico passa anche attraverso lo stress cronico e l’attivazione prolungata del sistema endocrino: «L’eccessiva esposizione al cortisolo provoca danni neuronali, indebolimento del sistema immunitario e maggiore vulnerabilità alle infezioni».

Salute sociale e prospettive: verso una nuova architettura della cura

Uno degli elementi più rilevanti del ragionamento di Grossi riguarda la ridefinizione stessa del concetto di salute. «Quando parliamo di salute parliamo di un tavolino con tre gambe: salute fisica, psichica e sociale».

La salute sociale, tuttavia, è ancora poco integrata nella formazione e nella pratica clinica. «I medici sono stati formati sulla salute fisica, poco sulla salute mentale e zero sulla salute sociale».

«Quando parliamo di salute parliamo di un tavolino con tre gambe: salute fisica, psichica e sociale»

Da qui deriva la necessità di un cambio di paradigma che non sia solo clinico ma anche culturale e organizzativo. Le esperienze italiane – da “Nati per leggere” a “Dance Well”, dalla prescrizione verde ai progetti museali e teatrali – mostrano un ecosistema in crescita, ma ancora frammentato.

Il limite principale è la mancanza di una strategia top-down: «Ci sono tante iniziative, ma sono isolate. Manca una sistematizzazione con standard qualitativi e una valutazione dell’impatto».

La sfida futura riguarda dunque tre livelli: formazione dei professionisti, istituzionalizzazione delle figure di raccordo come i link workers e costruzione di sistemi di valutazione dell’efficacia. Solo così la prescrizione sociale potrà diventare una componente strutturale del sistema sanitario e non una somma di esperienze virtuose ma discontinue.

In questa prospettiva, la solitudine non è solo un problema da curare, ma un indicatore attraverso cui ripensare l’intero rapporto tra salute, comunità e benessere.

Farmaceutica, export italiano oltre 69 miliardi nel 2025: Farmindustria chiede politiche per restare competitivi

Nel 2025 l’export farmaceutico italiano ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi di euro. Gli occupati sono 72.200, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente (45% donne, che sono oltre il 50% nella R&S). Sono oltre 4 i miliardi di investimenti, in impianti ad alta tecnologia e R&S. Di questi, oltre 800 milioni sono destinati alla ricerca clinica presso strutture del Servizio Sanitario Nazionale. Questi i numeri ricordati a Roma in occasione della Giornata del Made in Italy, all’evento Farmindustria dal titolo «Innovazione, investimenti, competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy».

Scenario globale sempre più complesso

Dati da record di un settore che traina l’economia italiana, ma che inevitabilmente fa i conti con le difficoltà dello scenario geopolitico mondiale, che cambiano strutturalmente il quadro competitivo e richiedono politiche per rimanere attrattivi e capaci di continuare a crescere. «Innovazione, salute, crescita economica, export, investimenti, occupazione, competenze, produttività. Sono le priorità per il futuro e sono tutte nel DNA dell’industria farmaceutica nella nostra Nazione, un settore di punta del Made in Italy e strategico per salute, crescita e sicurezza nazionale», commenta Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria.

Marcello Cattani
Marcello Cattani

«Ma lo scenario globale – prosegue – appare sempre più incerto e complesso. Da un lato l’intraprendenza della politica statunitense per attrarre investimenti e riequilibrare il finanziamento mondiale dell’innovazione, che ha portato a provvedimenti come l’ordine esecutivo Most Favored Nation (MFN), in base al quale il prezzo più basso di un farmaco in un panel di Nazioni avanzate diventa riferimento per il costo di quel medicinale in USA. Queste misure rappresentano un vero punto di svolta per la capacità dell’UE e dell’Italia di garantire accesso alle terapie e di mantenere la competitività per l’industria. Negli ultimi mesi hanno già portato ad accordi con alcune fra le più importanti aziende e annunci per 400 miliardi USD di investimenti negli USA nei prossimi 5 anni. Un’evoluzione che mette a rischio la base industriale in Europa, con una stima di 100 miliardi in meno nello stesso periodo».

Guerra e aumento dei costi produttivi

«Dall’altro – aggiunge il Presidente – la guerra in Iran sta determinando il terzo shock in 4 anni (dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso) che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione. Con proiezioni di aumenti totali di oltre il 20%, da sommare all’incremento del 30% dal 2021 a oggi che, in un sistema di prezzi amministrati, ricadono interamente sulle aziende. È a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica».

Dipendenza da materie prime e crescita della Cina

C’è poi il problema della dipendenza da Cina e India per i principi attivi più comuni (74%) e di altre materie prime, packaging e imballaggi; infine, l’enorme balzo in avanti della Cina nell’innovazione farmaceutica. Basti pensare che ormai molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e che il 30% degli studi clinici globali viene avviato in Cina.

Cattani: «L’Europa rischia di perdere terreno su innovazione e ricerca»

Continua Cattani: «Si tratta di fenomeni destinati a durare. Mentre USA, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente per attrarre investimenti – 2.000 miliardi di dollari nel mondo in R&S nei prossimi 5 anni – competenze, tecnologia, l’Europa continua a perdere terreno, spesso con provvedimenti antistorici che riducono la proprietà intellettuale e aumentano i costi per l’industria farmaceutica. Ora più che mai è necessario un approccio strategico e sistemico che tenga insieme innovazione, sostenibilità economica e capacità produttiva per poter competere con gli altri hub mondiali, che non si fermano ad aspettare, e per continuare a garantire gli stessi livelli di welfare e benessere».

Ricerca e innovazione al centro della competitività

«Puntare sull’innovazione non è mai stato opzionale e tanto meno lo è adesso», conclude il Presidente di Farmindustria. «Innovazione che si sviluppa tanto negli impianti industriali quanto nei laboratori di Ricerca e nei centri clinici, che sono un’eccellenza made in Italy, peculiare dell’industria farmaceutica e delle Scienze della Vita. Farmindustria ha lanciato un Manifesto per la Ricerca partendo dal presupposto che “dove si fa ricerca, si cura meglio”.

Farmindustria ha lanciato un Manifesto per la Ricerca partendo dal presupposto che “dove si fa ricerca, si cura meglio”

L’obiettivo è proporre azioni concrete per potenziare la ricerca preclinica e clinica in Italia — asset fondamentale per migliorare cure, competenze e sostenibilità del SSN — in un settore in cui l’Europa sta purtroppo perdendo terreno a vantaggio di competitor come USA e Cina». A conferma di questa tendenza, i dati EFPIA evidenziano che, nonostante l’aumento globale dei trial clinici, tra il 2013 e il 2023 l’Europa ha perso il 10% della propria quota di studi; una contrazione che si traduce nella perdita di circa 60.000 opportunità di accesso a cure sperimentali per i pazienti europei.

Le richieste per rafforzare la competitività

«O ci si adegua alla velocità del cambiamento – conclude Cattani – o nell’arco di pochi anni altri hub avranno un vantaggio competitivo non facilmente recuperabile. L’Europa deve radicalmente cambiare direzione, e in fretta. Il nostro Governo sta facendo bene. Sia a livello UE dove da tempo è in prima linea contro scelte che affossano l’industria. Sia in Italia dove ha sviluppato un percorso per la competitività, che speriamo possa completarsi con il Testo Unico sulla legislazione farmaceutica, che rappresenta una grande opportunità. Vogliamo accelerare e adottare una prospettiva nuova, superare definitivamente il payback, valorizzare la presenza industriale e difendere la sostenibilità degli investimenti, accelerare e migliorare l’accesso alle cure, anche con un nuovo meccanismo di early access, riconoscere adeguatamente il valore di farmaci e vaccini e della loro innovazione. Traguardi che auspichiamo si possano raggiungere a beneficio di tutti, cittadini, imprese, istituzioni e a vantaggio anche della sicurezza nazionale»

Riforma SSN, GIMBE chiede il ritiro del DdL delega: «Senza risorse e sbilanciato su ospedali e privato»

«Il DdL sulla riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) prevede una delega troppo ampia e, senza mettere sul piatto risorse aggiuntive, ambisce a potenziare sia l’ospedale che il territorio, senza alcun cenno alla prevenzione. Non rafforza l’esigibilità dei diritti e apre spazi alla sanità privata. Le numerose criticità e la clausola di invarianza finanziaria non permettono di migliorare il testo senza modificarne profondamente l’impianto. Se l’obiettivo dichiarato è davvero “garantire effettività nella tutela della salute”, la Fondazione GIMBE chiede di ritirare il DdL delega e di aprire un confronto ampio su come riformare il SSN, nel perimetro dell’articolo 32 della Costituzione e dei princìpi fondanti della L. 833/78: universalità, uguaglianza, equità». È questo il messaggio chiave portato dal Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, nel corso dell’audizione odierna presso la 10a Commissione del Senato nell’ambito dell’esame del Disegno di Legge delega n. 1825 sulla riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e sulla revisione del modello organizzativo del SSN.

Nino Cartabellotta

«Il DdL delega sul potenziamento e la riorganizzazione del SSN – ha esordito Cartabellotta – conferma la consapevolezza politica sulla necessità di attuare riforme strutturali per un SSN che oggi non è più in grado di tutelare la salute delle persone in modo universale ed equo». Il provvedimento punta infatti “a garantire l’effettività nella tutela della salute”, nel quadro delle esigenze di ammodernamento del SSN, e propone di rivedere alcuni elementi strategici: centralità della persona, prossimità nell’accesso alle cure, sicurezza e qualità delle prestazioni erogate. «Tuttavia, dall’analisi del testo e della relazione tecnica – ha evidenziato Cartabellotta – emergono numerose criticità che non solo compromettono la possibilità di raggiungere gli obiettivi dichiarati, ma rischiano di generare effetti negativi sull’equità nell’accesso alle cure e sbilanciano i rapporti tra ospedale e territorio e tra pubblico e privato».

CRITICITÀ FORMALI. La delega ha un perimetro troppo ampio: princìpi e criteri direttivi non sono sufficientemente determinati e molti oggetti restano generici o indefiniti. «Questo impianto – ha continuato il Presidente – rispetto ai vincoli costituzionali (art. 76) rischia di tradursi in una vera e propria “delega in bianco”. Mancano inoltre sia una cornice strategica, sia una relazione tecnica che ricostruisca in modo puntuale le criticità del SSN e il razionale delle misure proposte».

CRITICITÀ POLITICHE. «A fronte di una riforma così ampia e ambiziosa e con un impatto enorme sui servizi sanitari regionali – ha spiegato Cartabellotta – il DdL, emanato con procedura d’urgenza il 13 gennaio 2026, non è stato sottoposto ad esame delle Regioni in sede consultiva. E il ruolo del Parlamento resta marginale: infatti, gli schemi dei decreti legislativi saranno trasmessi alle Commissioni parlamentari solo per un parere non vincolante, da esprimere in appena 30 giorni».

In audizione al Senato, Nino Cartabellotta evidenzia criticità formali, politiche e finanziarie

CRITICITÀ FINANZIARIE. Le risorse certe sono limitate ai € 30 milioni assegnati dall’ultima Manovra per la sperimentazione 2026 degli ospedali di terzo livello. «La riforma – ha ribadito il Presidente – introduce infatti una clausola di invarianza finanziaria che esclude nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica: una scelta che ne mina alla radice la credibilità, perché incompatibile con interventi ad alta intensità su personale e servizi». In dettaglio, secondo la relazione tecnica, le misure si distinguono in due categorie: con oneri non determinabili e senza maggiori oneri.

Misure con oneri non determinabili (n. 4). La relazione tecnica, per la complessità dei temi, rinvia la quantificazione degli oneri ai successivi decreti legislativi per ospedali di terzo livello (dal 2027), nuove reti assistenziali, qualità dell’assistenza per le persone non autosufficienti, standard per le cure palliative. «In sostanza – ha precisato Cartabellotta – per le misure più rilevanti la quantificazione degli oneri viene rinviata sine die, lasciando presumere che si tratti di obiettivi difficilmente raggiungibili». Infatti, la clausola di salvaguardia condiziona all’approvazione di nuovi finanziamenti proprio l’attuazione delle misure più importanti.

Misure senza maggiori oneri (n. 9). Sono ben nove le misure per cui la relazione tecnica non prevede oneri aggiuntivi: potenziare l’integrazione ospedale-territorio, identificare gli ospedali elettivi, aggiornare il dimensionamento delle unità operative complesse, promuovere l’appropriatezza dell’offerta ospedaliera, definire il ruolo delle buone pratiche clinico-assistenziali e organizzative, promuovere il ruolo della bioetica clinica, assicurare l’integrazione degli interventi socio-sanitari, aggiornare la disciplina dei servizi di salute mentale per adulti, neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, dipendenze patologiche, salute in carcere, riordinare la disciplina dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. «Secondo la nostra analisi – ha commentato Cartabellotta – l’attuazione della maggior parte di queste misure richiede interventi organizzativi tutt’altro che neutri sul piano delle risorse e destinati a gravare sui già asfittici bilanci regionali».

Assenza di risorse, rischio diseguaglianze e rafforzamento del modello ospedaliero tra gli elementi più critici

CRITICITÀ TECNICHE. Rispetto al titolo, il testo si concentra esclusivamente sulla “riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera”, senza affrontare la “revisione del modello organizzativo”. Inoltre, tratta in modo asimmetrico ospedale e territorio, con un marcato sbilanciamento a favore del primo e senza alcun riferimento alla prevenzione. «È paradossale – ha commentato Cartabellotta – che una riforma del SSN, invece di restituire centralità all’assistenza territoriale e puntare sulla prevenzione, finisca per consolidare un modello ospedalo-centrico già fallimentare. Ai limiti del grottesco, poi, che il termine “prevenzione” non ricorra addirittura mai nel testo».

Assistenza territoriale. Il DdL interviene su criticità rilevanti e mai risolte: maggiore integrazione ospedale-territorio, qualitàdell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria per le persone non autosufficienti, migliore articolazione delle cure palliative, aggiornamento della disciplina dei servizi di salute mentale, riordino della disciplina dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. «Tuttavia – ha rilevato il Presidente – su integrazione socio-sanitaria, non autosufficienza e cure palliative si resta fermi alle dichiarazioni di intenti, senza rendere realmente esigibili i diritti. Il riordino di MMG e PLS è vago e privo di leve strutturali per aumentare l’attrattività di queste figure chiave e integrarle nell’organizzazione dei servizi territoriali. Quanto alla salute mentale, resta incomprensibile come si possano migliorare qualità e appropriatezza in un ambito largamente sottofinanziato: aggiornare la disciplina senza risorse aggiuntive rischia di legittimare la mancata esigibilità dei LEA».

Assistenza ospedaliera. L’istituzione di ospedali di terzo livello, nonostante l’ampio spazio dedicato, lascia molti dubbi sui criteri di selezione e le relative procedure, oltre a sollevare seri interrogativi sul finanziamento di strutture che potrebbero ricadere sotto il controllo del Ministero della Salute, con inevitabile “invasione di campo” rispetto alle competenze esclusive delle Regioni. «È difficile comprendere – ha aggiunto Cartabellotta – la necessità di rafforzare poli ospedalieri già forti, inclusi privati ed enti religiosi, senza prevedere obblighi aggiuntivi di servizio pubblico, in termini di accesso, volumi di attività e presa in carico dei pazienti». Altrettanto nebulosa la proposta di individuare i c.d. “ospedali elettivi”, strutture senza pronto soccorso prevalentemente private convenzionate, da destinare a interventi programmati e trasferendo i pazienti in ospedali di livello superiore in caso di complicanze non gestibili. «La definizione incompleta degli standard degli ospedali elettivi e della loro integrazione con la rete dell’emergenza – ha spiegato il Presidente – rischia di trasformarli in strutture che selezionano i casi meno complessi, sottraendoli al pubblico e assegnandoli al privato, per aumentare il tasso di occupazione dei posti letto, indubbiamente sovradimensionati. Inoltre, il trasferimento di pazienti tra le strutture aumenta il rischio clinico e non è affatto privo di costi, come invece sostiene la relazione tecnica».

GIMBE sottolinea come il termine “prevenzione” non ricorra mai nel Ddl di riforma

I RISCHI. Il Presidente ha richiamato i possibili “effetti collaterali” della riforma: dal rischio di “deleghe sospese” in assenza di nuove risorse, all’impatto sui bilanci regionali delle misure formalmente senza oneri, fino ai conflitti di competenze tra Governo e Regioni. Dal rafforzamento del modello ospedalo-centrico alla revisione al ribasso degli standard del DM 77, la riforma sull’assistenza territoriale prevista dal PNRR. Dal rischio di contenziosi per l’identificazione degli ospedali di terzo livello a quello di selezione opportunistica dei pazienti da trasferire agli ospedali elettivi. Dall’aumento delle diseguaglianze territoriali e sociali di accesso ai servizi all’incremento della mobilità sanitaria.

LA PROPOSTA GIMBE. «Considerato che il provvedimento presenta troppe criticità e potenziali “effetti collaterali” – ha concluso Cartabellotta – per emendarlo bisognerebbe modificarne l’impianto e disporre di risorse certe. Pertanto, se l’obiettivo è davvero quello di “garantire effettività nella tutela della salute”, la Fondazione GIMBE chiede di ritirare il DdL e di aprire un confronto ampio, partecipato e trasparente su come riformare il SSN, rimanendo nel perimetro dell’articolo 32 della Costituzione e dei princìpi fondanti della L. 833/78: universalità, uguaglianza, equità».

«Difendere il valore della chimica-farmaceutica nazionale significa difendere il diritto alla salute del cittadino italiano»

Difendere il valore della chimica-farmaceutica nazionale significa, in primo luogo, difendere il diritto alla salute del cittadino italiano. È su questo presupposto che si fonda il percorso di riforma della legislazione farmaceutica, oggi ancora ancorata a due impianti normativi del 1934 e del 1938, ai quali si sono stratificate nel tempo circa 100 norme e oltre 700 leggi. Un quadro complesso e frammentato che rischia di frenare la competitività di una filiera che, al contrario, rappresenta uno degli asset strategici del Paese.

I dati più recenti confermano la forza del comparto: la produzione farmaceutica in Italia ha raggiunto i 70 miliardi di euro, posizionando il Paese al primo posto in Europa, con un sorpasso sulla Germania consolidato negli ultimi tre anni. L’export, pari a circa 68 miliardi, contribuisce in modo significativo al ruolo dell’Italia come quarto Paese esportatore al mondo. Tutelare questo valore industriale significa anche garantire ai cittadini accesso a cure sempre più efficaci, grazie all’innovazione terapeutica, che consente di intervenire in modo più rapido e appropriato, riducendo ospedalizzazioni, cronicità e costi per il sistema pubblico.

Tutelare questo valore industriale significa anche garantire ai cittadini accesso a cure sempre più efficaci, grazie all’innovazione terapeutica

La centralità del diritto alla salute si intreccia con la necessità di assicurare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, soprattutto in un Paese che detiene il primato europeo per longevità, con una media di 85,6 anni. L’invecchiamento della popolazione richiede maggiori investimenti, ma anche nuovi modelli organizzativi, nei quali l’innovazione svolge un ruolo determinante: curare meglio e prima significa infatti contenere la spesa e migliorare le performance complessive del sistema.

In questa prospettiva si inserisce il Testo Unico della legislazione farmaceutica, la cui approvazione è prevista entro dicembre 2026. Attualmente in fase di audizione al Senato, il provvedimento passerà poi alla Camera e sarà seguito dai decreti attuativi. L’obiettivo è definire un quadro normativo unitario che ponga al centro il cittadino e l’accesso alle cure, fino a ipotizzare un rafforzamento di questo diritto anche all’interno dei LEA.

Curare meglio e prima significa contenere la spesa e migliorare le performance complessive del sistema

Difendere la chimica-farmaceutica nazionale significa però anche affrontare il tema dell’autonomia produttiva. Oggi circa l’80% dei principi attivi utilizzati per i farmaci salvavita viene prodotto in India e in Cile: una dipendenza che espone il Paese a rischi concreti in caso di crisi geopolitiche o interruzioni delle forniture, con un orizzonte di autonomia limitato a poche settimane. In un contesto internazionale in cui le tensioni si giocano anche sul piano energetico e industriale, la chimica farmaceutica diventa un ambito strategico da presidiare.

Da qui la necessità di recuperare e rafforzare la tradizione italiana nella chimica-farmaceutica di base, sviluppata in particolare negli anni Ottanta, per garantire una filiera completa sul territorio nazionale. Non solo l’allestimento dei farmaci complessi, ma anche la produzione di principi attivi ed eccipienti, così da assicurare continuità produttiva e sicurezza degli approvvigionamenti.

Parallelamente, sono in corso interventi sul fronte della governance della spesa. L’AIFA sta lavorando alla revisione del prontuario farmaceutico per individuare eventuali aree di inappropriatezza e migliorare le performance del sistema, con un approccio non punitivo ma orientato alla condivisione con l’industria. Le risorse recuperate potranno essere reinvestite in innovazione e qualità dell’assistenza. Tra le ipotesi in campo figura anche la clausola di salvaguardia, nell’ambito di una riflessione più ampia sull’aumento della spesa farmaceutica, legato sia all’invecchiamento della popolazione sia all’introduzione di terapie sempre più avanzate.

In questo quadro, la tutela della chimica-farmaceutica nazionale non è solo una questione industriale, ma una leva essenziale per garantire continuità terapeutica, innovazione e sostenibilità. In ultima analisi, significa assicurare ai cittadini il pieno esercizio del diritto alla salute.

Biodiversità urbana e salute dei cittadini: il progetto che unisce scienza e design strategico

Oltre il 55% della popolazione mondiale vive oggi in aree urbane e la biodiversità delle città emerge come determinante sempre più rilevante per la salute pubblica. Da questa evidenza nasce il progetto “Biodiversità urbana e salute dei cittadini. Modelli di prevenzione e formazione per la salute nelle città”, presentato a Roma presso l’Aula Marconi del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

L’iniziativa è promossa da HealthCom Consulting in collaborazione con la UNESCO Chair on Urban Health e Twig, nell’ambito delle attività finanziate dal National Biodiversity Future Center. Obiettivo: tradurre la ricerca scientifica in azioni concrete di prevenzione, formazione e coinvolgimento dei cittadini.

Biodiversità urbana come determinante di salute

Per biodiversità urbana si intende la varietà di organismi viventi e habitat presenti nelle città, considerate ecosistemi complessi in cui natura e società interagiscono costantemente. Il progetto mira a rafforzare il ruolo della biodiversità nelle strategie di prevenzione e promozione della salute, attraverso interventi educativi, strumenti operativi e documenti di indirizzo rivolti a istituzioni, professionisti e cittadini.

La biodiversità urbana diventa una leva strategica di salute pubblica nelle città sempre più popolate

Le attività si basano sulla ricerca scientifica condotta dal Dipartimento di Medicina Sperimentale della Sapienza Università di Roma, che sarà illustrata in due articoli di revisione della letteratura di prossima pubblicazione.

Urbanizzazione e malattie croniche: i dati OMS

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le aree urbane producono oggi circa il 60 per cento delle emissioni globali di gas serra. Le temperature urbane possono essere da 3 a 5 °C superiori rispetto alle aree rurali circostanti. La maggior parte delle prime 10 cause di morte è strettamente collegata a urbanizzazione rapida, non pianificata e cattiva progettazione urbana.

La rapida urbanizzazione è inoltre associata all’aumento delle principali malattie croniche non trasmissibili, tra cui: malattie cardiovascolari, ictus, asma, tumori, diabete, obesità, depressione. Le città diventano quindi uno snodo centrale per politiche di prevenzione integrate.

Lenzi: «Un investimento per il futuro delle città»

Secondo Andrea Lenzi ( Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Chairholder UNESCO Chair on Urban Health), il progetto rappresenta un investimento strategico per la salute urbana: «Secondo i dati OMS, oggi oltre il 55 per cento della popolazione mondiale, ovvero 4,2 miliardi di persone, vive in aree urbane, quota destinata a crescere fino al 68 per cento entro il 2050. Realizzare, insieme al Centro Nazionale per la Biodiversità, un progetto dedicato a biodiversità e salute urbana è un investimento per il futuro delle città stesse. Vogliamo creare, attraverso attività di ricerca e divulgazione, un ponte tra scienza, cittadini e territori.

La rapida urbanizzazione è associata all’aumento delle principali malattie croniche non trasmissibili

L’urbanizzazione è un fenomeno sociale inarrestabile e una tendenza irreversibile che va accompagnata con un impegno trasversale di tutte le istituzioni».

Il ruolo degli spazi verdi nella prevenzione

La biodiversità urbana può influenzare direttamente i comportamenti quotidiani e quindi la salute. Lo sottolinea Daniele Gianfrilli (Staff leader UNESCO Chair on Urban Health, Professore Ordinario Endocrinologia Dipartimento di Medicina Sperimentale Sapienza Università di Roma): «La salute delle persone che vivono nelle città è il risultato dell’interazione tra molteplici determinanti sociali, ambientali e comportamentali. La presenza di biodiversità negli spazi verdi e blu, insieme alla loro accessibilità, può influenzare in modo significativo i comportamenti quotidiani, incidendo su livelli di attività fisica, scelte alimentari, qualità del sonno e benessere psicologico, tutti fattori strettamente connessi alla prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili».

Approccio One Health e design strategico

Il progetto si inserisce in una visione One Health, integrando salute umana, animale e ambientale. Tra le azioni previste:

  • interventi educativi e formativi
  • strumenti digitali e toolkit operativi
  • coinvolgimento territoriale e partecipazione
  • attività di sensibilizzazione per cittadini e stakeholder

Elemento distintivo dell’iniziativa è l’integrazione del design strategico come leva per trasformare la conoscenza scientifica in pratiche concrete.

Ronchi: «Trasformare la conoscenza in buone pratiche»

Secondo Marco Ronchi (CEO TWIG HCC, Adjunct professor Communication Design, Politecnico di Milano), il progetto punta a costruire competenze diffuse: «Questo progetto si pone l’obiettivo di creare connessioni tra stakeholder differenti, professionisti di settore, istituzioni, università e popolazione, per trasformare le conoscenze scientifiche in competenze diffuse e buone pratiche quotidiane. L’apporto del design strategico in questo quadro è quello di fornire un metodo strutturato orientato a leggere la complessità, a tradurla in percorsi, strumenti e modelli di interazione partecipata».

Prossima tappa: codesign territoriale a Bergamo

Il progetto proseguirà nei prossimi mesi con interventi educativi e momenti di coinvolgimento territoriale. Una iniziativa di codesign è già prevista per ottobre a Bergamo, con il coinvolgimento del Comune, cittadini e stakeholder, con l’obiettivo di integrare la biodiversità urbana nelle politiche di salute e pianificazione urbana.

L’iniziativa si propone così di trasformare la biodiversità urbana da tema ambientale a leva strategica per la prevenzione, la promozione della salute e la sostenibilità dei sistemi sanitari urbani.

Trapianti in crescita, ma liste d’attesa ancora lunghe: +4% donazioni

Il sistema dei trapianti in Italia continua a crescere, ma resta segnato da criticità strutturali legate alle liste d’attesa e alla disponibilità di organi. È quanto emerge dal report presentato a Milano sull’evoluzione del sistema trapiantologico nazionale.

Nel 2024 i trapianti hanno registrato un incremento del 4%, raggiungendo 4.642 interventi complessivi, mentre nel 2025 si attestano a 4.583 operazioni, con la Lombardia prima regione per numero di trapianti (916).

Crescono trapianti e donazioni in Italia, ma restano lunghe attese e squilibrio tra domanda e offerta

Crescono anche le donazioni: nel 2024 i donatori utilizzati sono stati 1.730 (+3,8%), con la Lombardia che rappresenta da sola il 19% del totale nazionale.

Liste d’attesa ancora lunghe: oltre 8.500 pazienti

Nonostante il trend positivo, il sistema continua a fare i conti con tempi di attesa elevati. In media i pazienti attendono circa 3,7 anni, con punte superiori ai sei anni per alcuni organi, come il pancreas.

Al 31 dicembre 2024 i pazienti in lista erano oltre 8.000, saliti a 8.575 nell’aprile 2026, segnale di uno squilibrio ancora significativo tra domanda e disponibilità di organi.

A incidere è anche il tasso di opposizione alla donazione, che supera il 33% delle dichiarazioni registrate, evidenziando una cultura della donazione ancora non pienamente consolidata.

Innovazione e logistica tra le priorità

Il sistema resta regolato dalla legge 91 del 1999, che disciplina donazione e trapianti secondo i principi di gratuità, anonimato e consenso informato, sotto il coordinamento del Centro Nazionale Trapianti.

Innovazione tecnologica e cultura della donazione sono decisive per ridurre liste d’attesa e migliorare il sistema trapiantologico

Negli ultimi anni si è aperto un confronto istituzionale per aggiornare il modello, anche alla luce delle nuove tecnologie. In questa direzione va lo stanziamento di 10 milioni di euro previsto dalla legge di bilancio 2025 per migliorare conservazione e trasporto degli organi, in attesa del decreto attuativo.

Tra le principali sfide emergono:

  • miglioramento della logistica
  • tecnologie di conservazione più avanzate
  • riduzione dei tempi di attesa
  • rafforzamento della cultura della donazione

Tecnologie come la perfusione normotermica potrebbero infatti aumentare le possibilità di trapianto, estendendo i tempi di utilizzo degli organi e contribuendo a ridurre le liste d’attesa.

In questo scenario, innovazione organizzativa e culturale si confermano leve decisive per la sostenibilità e l’evoluzione del sistema trapiantologico italiano.

Sclerosi multipla, la Lombardia rafforza la governance della rete regionale

0

La gestione delle patologie croniche complesse richiede oggi modelli organizzativi capaci di superare la frammentazione dei percorsi assistenziali e garantire integrazione tra i diversi livelli di cura. La sclerosi multipla, per la sua natura altamente eterogenea e per il bisogno di presa in carico lungo tutto il corso della vita del paziente, rappresenta uno dei principali ambiti in cui le politiche sanitarie regionali sono chiamate a innovare assetti e strumenti di coordinamento.

Regione Lombardia risponde a questa sfida istituendo una Commissione Regionale per la Sclerosi Multipla (Co.Re.Sm), un tavolo tecnico di coordinamento regionale che mette in rete i centri specializzati nella diagnosi e cura della malattia e punta a rendere più omogenea la presa in carico globale del paziente. In Lombardia esistono circa 30 centri specialistici in grado di intercettare precocemente i bisogni di cura e di accompagnare i pazienti, non solo lombardi ma anche provenienti da altre Regioni.

Su obiettivi e implicazioni del nuovo modello interviene per TrendSanità Massimo Filippi, direttore dell’Unità di Neurologia, del Servizio di Neurofisiologia, dell’Unità di Neuroriabilitazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele.

Professor Filippi, quali sono i principali obiettivi della neonata Commissione?

«La Commissione regionale nasce soprattutto come organo di coordinamento e governance per integrare i centri specialistici, uniformare l’accesso alle cure e migliorare qualità ed equità dell’assistenza alle persone con sclerosi multipla in Lombardia. Istituita nel 2026, ha l’obiettivo di rafforzare la governance sanitaria regionale per la sclerosi multipla, che in Lombardia riguarda oltre 23.000 persone, con circa 600 nuovi casi ogni anno.

Il modello punta su rete multidisciplinare tra ospedali, territorio, ricerca e associazioni dei pazienti

Fra gli obiettivi principali certamente quello di coordinare la rete dei centri specialistici. Significa mettere in rete e coordinare più di 35 centri lombardi dedicati alla sclerosi multipla. Favorire lo scambio di competenze e l’organizzazione condivisa delle cure tra strutture ospedaliere e territorio.

Massimo Filippi

Un altro obiettivo è quello di rendere uniforme la presa in carico dei pazienti ovvero ridurre le differenze tra territori e strutture sanitarie. Garantire risposte tempestive, appropriate e omogenee a tutti i pazienti della regione.

La neonata Commissione si propone inoltre di migliorare la continuità assistenziale attraverso la promozione di una gestione multidisciplinare e integrata della patologia (neurologi, riabilitazione, servizi territoriali, ecc.) nonché di rafforzare il percorso di cura lungo tutte le fasi della malattia.

Non meno importante è la definizione di criteri condivisi per terapie e monitoraggio. Tutto ciò si traduce in una condivisione delle linee di appropriatezza nell’uso dei farmaci e delle nuove terapie e nel monitoraggio degli esiti clinici e dell’efficacia dei trattamenti disponibili».

Quali sono le ultime novità in termini di cura e gestione della malattia?

«Negli ultimi anni la gestione della sclerosi multipla ha conosciuto progressi molto significativi. L’ampliamento delle terapie modificanti il decorso della malattia ha permesso di intervenire sempre più precocemente e con strategie terapeutiche individualizzate in base al profilo di rischio di ciascun paziente. Oggi disponiamo di oltre venti farmaci con meccanismi d’azione diversi, capaci di controllare in modo efficace l’attività infiammatoria e ridurre il rischio di accumulo di disabilità.

L’integrazione tra centri specialistici migliora continuità assistenziale e qualità complessiva dei percorsi di cura regionali

Parallelamente, si è rafforzato il concetto di trattamento precoce e personalizzato: l’obiettivo non è più solo ridurre le ricadute, ma prevenire la progressione della malattia fin dalle fasi iniziali. In questo contesto, la risonanza magnetica, i biomarcatori – come i neurofilamenti nel sangue – e una valutazione comprensiva del paziente stanno assumendo un ruolo crescente nel guidare le decisioni terapeutiche.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la gestione globale della persona con sclerosi multipla. Accanto alle terapie farmacologiche specifiche per la malattia, stanno acquisendo sempre maggiore importanza la riabilitazione motoria e cognitiva, la gestione dei sintomi e il supporto psicologico. La presa in carico multidisciplinare, integrata nei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali e nella rete dei Centri SM rappresenta oggi il modello più efficace per garantire continuità assistenziale e migliorare la qualità di vita delle persone con sclerosi multipla».

Come l’innovazione tecnologica sta rivoluzionando la gestione della sclerosi multipla?

«L’innovazione tecnologica sta trasformando profondamente il modo in cui diagnosticare, monitorare e gestire la sclerosi multipla. In ambito diagnostico, la risonanza magnetica continua a evolversi grazie a tecniche sempre più sensibili, capaci di identificare precocemente l’attività di malattia e di riconoscere, per esempio, anche caratteristiche qualitative delle lesioni, come il segno della vena centrale e le lesioni con orletto paramagnetico. Ciò si è rivelato utile per migliorare l’accuratezza diagnostica e identificare pazienti che possono necessitare di terapie più efficaci sin dall’esordio di malattia.

Allo stesso tempo stanno emergendo biomarcatori, in particolare nel sangue o nel liquido cerebrospinale, come i neurofilamenti, che permettono di monitorare il danno neuronale e valutare in modo più dinamico l’andamento della malattia e la risposta alle terapie.

Innovazione diagnostica, biomarcatori e telemedicina supportano una gestione sempre più precoce e personalizzata della malattia

Un’altra area in rapida espansione riguarda la salute digitale. Strumenti di telemedicina, piattaforme di telemonitoraggio e dispositivi indossabili consentono di raccogliere dati clinici anche a distanza, migliorando il follow-up dei pazienti e favorendo una maggiore continuità assistenziale.

Infine, l’intelligenza artificiale rappresenta una prospettiva particolarmente promettente: l’analisi avanzata di dati clinici, radiologici e biologici potrà contribuire a migliorare la precisione diagnostica, predire l’evoluzione della malattia e supportare scelte terapeutiche sempre più personalizzate. L’obiettivo finale è una medicina di precisione capace di adattare diagnosi, monitoraggio e trattamento alle caratteristiche di ogni singolo paziente».

Il modello lombardo può essere esportato anche nel resto d’Italia?

«Sì, il modello lombardo di coordinamento per la sclerosi multipla può teoricamente essere esportato nel resto d’Italia, ma con alcuni adattamenti legati all’organizzazione sanitaria regionale.
Il sistema costruito in Lombardia ha alcune caratteristiche che lo rendono potenzialmente trasferibile ad altre regioni. Fra queste vi è certamente la governance regionale della rete SM che permette di collegare centri specialistici, definire delle linee di indirizzo comuni, monitorare qualità e risultati delle cure.

Altro aspetto è certamente il modello che mette in relazione ospedali e IRCCS, servizi territoriali, riabilitazione e assistenza multidisciplinare. Questo tipo di rete è coerente con l’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, quindi può essere adottato anche altrove.

Il modello lombardo è potenzialmente replicabile con adattamenti regionali locali

Da rimarcare anche il fatto che la partecipazione dell’AISM permette di integrare il punto di vista delle persone con SM e caregiver nella programmazione sanitaria.

Da ultimo, il coordinamento regionale favorisce raccolta dati, monitoraggio dei trattamenti e valutazione degli esiti, strumenti utili per tutte le regioni.

Tuttavia l’esportazione non è automatica in quanto la sanità è gestita a livello regionale: ogni regione ha risorse, organizzazione e numero di centri diversi e alcune aree del Paese hanno meno strutture specialistiche rispetto alla Lombardia. Pertanto, più realisticamente, il modello lombardo potrebbe diventare un riferimento organizzativo per altre regioni, una base per linee guida nazionali sulla rete per la sclerosi multipla, uno schema di coordinamento replicabile con adattamenti locali».

Esiste all’estero un modello simile e quali sono i risvolti del suo operato?

«Modelli analoghi esistono in vari paesi (Danimarca, Svezia, Regno Unito, Canada). L’esperienza internazionale dimostra che reti coordinate di centri per la sclerosi multipla migliorano accesso alle cure, qualità dell’assistenza e ricerca clinica».

Sanità: leva strategica tra equità, industria e competitività

Non è più soltanto una questione sanitaria. L’innovazione in salute, oggi, si colloca al crocevia tra politica industriale, sostenibilità dei sistemi pubblici e sicurezza nazionale. È questo il filo rosso che ha attraversato “Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction”, l’iniziativa promossa da Adnkronos e GSK, con il patrocinio di Farmindustria, che il 9 aprile ha riunito istituzioni, industria e comunità scientifica per interrogarsi su una delle sfide più rilevanti per il Paese: rendere l’innovazione realmente accessibile.

Una sfida che, come emerge dai dati, vale contemporaneamente salute e Pil (Prodotto interno lordo). In Europa l’economia della salute genera infatti 1,5 trilioni di euro di valore aggiunto, pari al 3,3% del Pil, mentre la sola ricerca farmaceutica mobilita 55 miliardi di euro di investimenti. In questo scenario, l’Italia si conferma un attore di primo piano: seconda in Europa per produzione, con 56 miliardi di valore e 411 aziende, ma ancora chiamata ad accelerare su accesso e tempistiche.

Innovazione accessibile: quando il valore arriva davvero alle persone

Il concetto chiave emerso nel corso dei lavori è netto: “L’innovazione è realmente tale solo se arriva alle persone”. Nel messaggio inviato ai partecipanti, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha chiarito la portata sistemica del tema: «Solo se riduce le distanze territoriali, solo se accorcia i tempi di diagnosi e di presa in carico, solo se non amplia le disuguaglianze, ma contribuisce a ridurle, possiamo parlare davvero di innovazione».

Occorre lavorare su tre assi strategici: equità, sostenibilità e semplificazione normativa

Un richiamo che tocca uno dei nodi più critici del sistema italiano: i tempi di accesso. Se la Francia garantisce percorsi strutturati che possono portare all’accesso in circa 80 giorni, in Italia il tempo medio si attesta intorno ai 424 giorni per i nuovi farmaci, con performance ancora meno efficaci per le soluzioni più innovative. Un ritardo che, per il titolare della Salute, «un Paese moderno non può permettersi», soprattutto laddove esistono evidenze scientifiche e benefici concreti per i pazienti.

L’occasione dell’incontro ha permesso di raccogliere una opinione condivisa – non sempre accade – tanto da parte della compagine industriale quanto sul lato istituzionale: occorre lavorare su tre assi strategici: equità, sostenibilità e semplificazione normativa.

Sanità e industria: un asset strategico per il Paese

In quest’ottica, i numeri parlano chiaro: l’economia della salute è un vero e proprio moltiplicatore di crescita. Secondo le stime richiamate durante l’evento, ogni euro investito in salute può generare tra i 2 e i 4 euro di Pil, grazie a effetti diretti, indiretti e indotti.

Un concetto ribadito con forza dal viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini, che ha invitato a “chiamare le cose con il loro nome”: «Quando parliamo di economia della salute stiamo parlando di competitività strutturale, di attrattività per gli investimenti, di manifattura ad alto valore aggiunto, di occupazione qualificata».

Ogni euro investito in salute può generare tra i 2 e i 4 euro di Pil, grazie a effetti diretti, indiretti e indotti

I dati, del resto, confermano questa lettura. Il settore farmaceutico italiano vale 54 miliardi di euro di export e ha registrato nel 2025 una crescita delle esportazioni di quasi il 30%, «la migliore performance in Europa». Non solo: l’Italia è oggi il secondo produttore farmaceutico europeo dopo la Germania, una posizione che – ha avvertito Valentini – «non va intesa come un dato storico da incorniciare, ma come una piattaforma da cui rilanciare continuamente».

Investimenti e fiducia: il ruolo delle multinazionali

A rafforzare questa piattaforma contribuisce in modo determinante la presenza delle multinazionali. Negli ultimi anni, ha sottolineato Valentini, «le multinazionali attive in Italia hanno annunciato investimenti superiori ai quattro miliardi di euro in nuovi impianti e ampliamenti produttivi».

Tra i casi citati, GSK – promotrice dell’evento – ha investito oltre 800 milioni di euro tra il 2020 e il 2025, mentre Novartis ha annunciato più di 150 milioni entro il 2028, con un forte focus sulla ricerca clinica. Segnali che indicano una fiducia strutturale nel sistema Paese: «Il mondo investe in Italia perché l’Italia sa produrre, sa ricercare, sa fare».

Il nodo, tuttavia, resta la capacità di trasformare questa fiducia in un vantaggio competitivo duraturo.

Per arrivare a questo risultato le leve su cui agire sono diverse. Tra queste, attivare cluster per attirare investimenti in ricerca clinica perché «salute è economia», indica Daniela Bianco, Partner e responsabile area Healthcare di Thea Group. Occorre poi fare programmazione sanitaria partendo dai bisogni attuali e prospettici di una popolazione che sta cambiando per età e patologie correlate, con «una collaborazione tra Stato e Regioni che sarà sempre più importante», ha sottolineato Francesco Saverio Mennini, Capo dipartimento, Programmazione, Dispositivi medici, Farmaco e Politiche in favore del SSN del Ministero della Salute. A patto che ci sia «l’ingaggio del ministero dell’Economia e delle Finanze che, in un’ottica di sistema, deve disegnare un percorso con le persone al centro, considerando che chi sta bene produce, spende e quindi produce Pil», ha precisato Beatrice Lorenzin, V Commissione permanente Bilancio del Senato.

GSK Italia: un hub tra ricerca, produzione e impatto economico

All’interno di questo ecosistema, GSK rappresenta un caso emblematico di integrazione tra ricerca, industria e territorio. Con due centri di ricerca e due stabilimenti produttivi, oltre 4.200 addetti e una rete che coinvolge quasi 9.000 occupati considerando l’indotto, l’azienda genera un impatto economico complessivo di oltre 1 miliardo di euro.

Nel 2024, gli investimenti hanno raggiunto i 324 milioni di euro, di cui 172 destinati alla ricerca, mentre l’export ha superato i 600 milioni. Un contributo che si riflette anche sul piano sanitario: le soluzioni terapeutiche dell’azienda sono utilizzate da una persona su due con malattie respiratorie croniche e da due su tre tra le persone che vivono con HIV, mentre 9 neonati su 10 ricevono almeno un vaccino sviluppato dall’azienda.

«L’Italia ha una base industriale e scientifica che può giocare da protagonista», ha dichiarato Antonino Biroccio, presidente e General Manager di GSK Italia. Ma, ha aggiunto, «per fare un salto ulteriore serve riconoscere e premiare l’innovazione accessibile, perché è quella che attrae investimenti e rende l’Europa competitiva».

Innovazione clinica: il caso del mieloma multiplo

Un esempio concreto di innovazione è rappresentato dagli anticorpi farmaco-coniugati (ADC), tra le tecnologie più avanzate oggi disponibili in oncologia. Nel caso del mieloma multiplo – seconda neoplasia ematologica per diffusione – queste soluzioni consentono di colpire in modo mirato le cellule tumorali, riducendo gli effetti collaterali.

I dati clinici sono significativi: negli studi DREAMM-7 e DREAMM-8, il farmaco belantamab mafodotin ha dimostrato un aumento della sopravvivenza libera da progressione fino a 36,6 mesi rispetto ai 13,4 mesi dello standard di cura, con una riduzione del rischio di morte del 42%. Un risultato che evidenzia il potenziale trasformativo dell’innovazione, ma che richiama anche l’urgenza di garantirne l’accesso.

Le sfide aperte: tempi, equità, demografia

Nonostante i punti di forza, restano criticità strutturali. Tra queste, i tempi di accesso alle terapie innovative restano ampiamente superiori rispetto a Paesi considerati un riferimento, come la Francia: all’ombra della Tour Eiffel siamo a 80 giorni dalla richiesta, mentre nel Belpaese il tempo medio di accesso ai nuovi farmaci è 424 giorni. Cinque volte tanto.

I tempi di accesso al farmaco innovativo in Italia restano tra i più lunghi d’Europa

Ed è di nuovo il messaggio del Ministro Schillaci a evidenziare come occorra un cambio di passo: «Dobbiamo accelerare i processi, rafforzare le reti, valorizzare le eccellenze, sostenere la ricerca clinica, attrarre investimenti». Ma soprattutto, serve una visione condivisa: «Un’Italia in cui innovazione significhi più salute, più equità, più sviluppo, più sicurezza e più futuro».

Una visione sistemica per la competitività

Il messaggio che arriva dai “Dialoghi” è chiaro: l’innovazione accessibile non è una variabile tecnica, ma una scelta strategica. Riguarda la capacità del sistema sanitario di evolvere, quella dell’industria di competere e quella delle istituzioni di governare il cambiamento.

In un contesto globale segnato dalla competizione tra grandi blocchi e dalla crescente rilevanza della sicurezza sanitaria, la salute diventa così un elemento chiave dell’autonomia strategica. Non solo per garantire cure ai cittadini, ma per sostenere crescita, occupazione e resilienza.

La sfida, ora, è trasformare il confronto in politiche concrete. Perché, come emerso con forza a Roma, l’innovazione – per diventare davvero progresso – deve essere non solo possibile, ma accessibile.