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Sia la qualità delle evidenze a determinare il prezzo di un farmaco

I farmaci continuano a cambiare. Davanti a uno scenario terapeutico del tutto differente da quello dei decenni passati, rappresentato da trattamenti innovativi come le terapie geniche, agnostiche, della medicina mutazionale e rigenerativa, è necessario (o dovrebbe esserlo) riformulare il complesso processo valutativo, negoziale e decisionale. Che cosa determina il prezzo di un farmaco? Il valore terapeutico aggiunto, il numero di persone per cui può essere efficace, i costi della ricerca sostenuti dall’azienda?

 

Con l’infezione Covid-19 la ricerca ha dovuto fare i conti con la mancanza di qualcosa che prima abbondava: il tempo.

In pochi mesi si sono prodotti vaccini che normalmente necessitano anni per essere approvati e le evidenze generate sono tra le più robuste nel mondo dei farmaci.

 

Ma al di fuori della pandemia, per farmaci orfani o altri medicinali, le evidenze non sono sempre di qualità: come si può quindi conciliare la soddisfazione di un bisogno clinico impellente con il bisogno di evidenze robuste che necessitano di più tempo per essere generate?

La Real Word Evidence può essere una risposta, ma fino a un certo punto. È la qualità della ricerca che deve cambiare. Ne abbiamo parlato con Armando Genazzani, capo del dipartimento del Farmaco dell’Università del Piemonte Orientale e membro del Comitato per i medicinali a uso umano (CHMP) dell’EMA, della Commissione Tecnico Scientifica (CTS) di AIFA e della Società Italiana di Farmacologia (SIF).

Dove sta andando la ricerca farmacologica negli ultimi anni?

Armando Genazzani

La ricerca sui nuovi farmaci sta vivendo un’età di rinascita. Il motore principale delle ricerche scientifiche al giorno d’oggi è il bisogno terapeutico insoddisfatto di pazienti che al momento non ricevono una quantità sufficiente di beneficio dai farmaci già presenti in commercio.

L’era dei farmaci per la massa non esiste più.

Parliamo dei farmaci per curare certe malattie rare, o i tumori. Possono essere farmaci che vanno ad agire, ad esempio, su una specifica mutazione che causa la malattia.

 

Oppure prendiamo il mal di testa, che è una malattia comune: i nuovi farmaci allo studio non mirano a curare il mal di testa generale, ma solo quei pazienti per cui le cure attuali non funzionano. In questo modo, si riduce la popolazione su cui si sperimenta, aumentando al tempo stesso la domanda per questi farmaci.

Un altro esempio riguarda gli antibiotici: le nuove ricerche si focalizzano su farmaci che vanno a colpire batteri che sono resistenti ad altri antibiotici. Anche in questo caso, la popolazione resistente a certi antibiotici è più piccola della popolazione generale su cui gli antibiotici tradizionali funzionano. Oppure il diabete: la ricerca farmacologica oggi cerca di curare le persone che non rispondono al farmaco di prima linea. Stessa cosa per l’ipertensione.

In questo modo, i sistemi sanitari vanno a coprire bisogni che prima erano insoddisfatti e le aziende farmaceutiche hanno un terreno più fertile su cui lavorare.

Stiamo quindi parlando di farmaci innovativi?

Per definire un farmaco innovativo si valutano tre dimensioni: il bisogno terapeutico insoddisfatto, il valore terapeutico aggiunto e la qualità dell’evidenza a supporto

Per definire un farmaco innovativo si valutano tre dimensioni: il bisogno terapeutico insoddisfatto, il valore terapeutico aggiunto e la qualità dell’evidenza a supporto.

Tutte le aziende valutano per prima cosa il bisogno insoddisfatto, e questo stabilisce il valore del nuovo farmaco rispetto a quello che c’è già. In alcuni casi, questo valore è importante, come quando si trova un farmaco come quello per l’epatite C che si è dimostrato molto efficace; in altri casi il valore è piccolo, ma va bene lo stesso perché quel farmaco ci serve in ogni caso.

 

La qualità delle evidenze serve a capire l’efficacia di un determinato farmaco, ma se non si hanno altre possibilità, si tenta in ogni caso: anche un farmaco che non è stato approvato come efficiente al 100%. Un esempio più pratico: se lei è in spiaggia e ha sete, vorrebbe un bicchiere di acqua fresca, ma se io posso darle un bicchiere di acqua calda, lei lo prende lo stesso, perché anche così si placa la sete.

 

L’unica strada è aumentare la qualità degli studi per avere prove d’efficacia sempre più robuste

Ecco che, per velocizzare l’approvazione delle terapie, la qualità delle evidenze si abbassa e questo non aiuta a definire il costo di un farmaco. In teoria un medicinale dovrebbe costare tanto quanto è la sua efficacia, ma se le evidenze di quel farmaco sono scadenti e non si riesce a determinare la reale efficacia, allora diventa difficile attribuire un prezzo. Un farmaco che fa vivere dieci anni in più dovrebbe costare di più di uno che allunga la vita solo di un mese. Ma se ho poche evidenze e non so quanto davvero quel farmaco mi farà vivere, allora è difficile attribuire il prezzo. Alla fine, è tutto un percepito, si viaggia nell’incertezza.

L’unica strada è aumentare la qualità degli studi per avere prove d’efficacia sempre più robuste.

La Real World Evidence potrebbe aiutare?

Non è vera ricerca, è usata dal Sistema Sanitario Nazionale per cercare di dare risposte, ma è un tipo di studio che ha troppi confondenti: come faccio a sapere se il farmaco ha avuto successo per merito del farmaco o di un altro farmaco preso contestualmente, o per lo stile di vita, la dieta?

 

Per esempio, i vaccini anti Covid sono stati approvati dopo essere stati testati per mesi su 50.000 persone e si era visto che riducevano la mortalità in grande percentuale (95%).

La robustezza di questi dati sull’efficacia dei vaccini era di gran lunga maggiore rispetto a quella dei farmaci che vengono approvati normalmente.

Per esempio, per le malattie rare vengono forniti molti meno dettagli, anche perché la popolazione di riferimento è molto più piccola.

 

La Real World Evidence serve per avere la coscienza a posto, ma non risolve veramente il problema della robustezza dei dati

In poche parole, la Real World Evidence serve per avere la coscienza a posto, ma non risolve veramente il problema della robustezza dei dati. Le evidenze non si possono andare a cercare dopo l’autorizzazione, ma devono essere presentate al momento dell’approvazione.

Torniamo ai vaccini anti Covid: se si avesse voluto sapere l’efficacia a 5 anni o verso le varianti, si sarebbe potuto continuare la sperimentazione fino al 2024 e si avrebbe avuto un’approvazione con tutti i dati.  Il problema è che ad aspettare il 2024 si sarebbero avuti 1.000 morti al mese. Le prove presentate erano di qualità e si è proceduto ad approvarlo, in Europa con l’approvazione condizionante perché eravamo di fronte a un virus nuovo ed era giusto continuare a tracciare le evidenze anche dopo, nella real life. Ma le prove al momento dell’approvazione erano già buone.

 

Faccio un altro esempio più chiaro: il tumore al pancreas, malattia per cui spesso si muore a sei mesi dalla diagnosi. Ipotizziamo che un’azienda stia lavorando a un farmaco, ma per avere evidenze robuste occorre aspettare il 2025, però ci sono pazienti già oggi che probabilmente non arriveranno al prossimo anno. L’azienda, in questo momento, non ha evidenze di qualità: cosa si fa in questi casi? C’è bisogno di un’accelerazione nella ricerca, occorre trovare un buon equilibrio tra il tempo e le evidenze di efficacia.

In tutto questo come deve cambiare quindi la negoziazione dei prezzi?

I farmaci vengono ammessi se c’è un beneficio significativo per i pazienti e poi, all’interno della negoziazione, si cerca di portare i prezzi a valori equilibrati in base a come agisce questo farmaco. Bisogna valutare caso per caso.

Con le CAR-T, per esempio, si paga secondo il risultato, ma questo può creare problemi nella gestione di risorse pubbliche e nell’allocazione del budget. Questi accordi magari si pagano solo in parte.

 

Bisogna saper gestire in modo corretto le risorse pubbliche, perché a volte si stabiliscono delle condizioni sui prezzi dei farmaci per cui alla fine non è chiaro quanto si andrà a spendere.

Sarebbe più logico che il prezzo iniziale scontasse il valore reale apportato dal farmaco: se su un farmaco ci sono dei dubbi riguardo la sua efficacia, si prende una stima e si conferisce un certo prezzo, che non dovrebbe essere necessariamente incrementale. Un prezzo fisso.

L’azienda pone sempre resistenza quando si scelgono i prezzi, perché chi compra sceglie sempre una stima conservativa, chi vende punta al rialzo.

 

Capita anche che se c’è bisogno disperato di un farmaco, l’azienda lo venda a tre volte il prezzo reale, e questo non è ammissibile. Non è facile, ma chi deve portare le evidenze è chi vende, non chi compra, che deve cercarle dopo.

Io valuto il farmaco secondo la qualità delle evidenze. O almeno, così dovrebbe essere

E il discorso sui costi affrontati per la ricerca che dovrebbero essere computati per calcolare il prezzo di vendita a me, acquirente, non interessa. Se le evidenze sono scarse è evidente che la spesa per la ricerca non è stata ingente. Io valuto il farmaco secondo la qualità delle evidenze. O almeno, così dovrebbe essere.

Il mondo Farma si adatta: se i paesi principali cominciano a dire che le evidenze sono troppo poche e non accettano condizioni (come il fatto di cercare evidenze dopo l’approvazione), ad un certo punto anche le aziende lavoreranno per produrre più evidenze.

 

Per le malattie rare il discorso è diverso: un farmaco non si può più di tanto testare perché non ci sono molti pazienti con quella specifica malattia rara.

Questa però è un’eccezione e con le malattie rare si può fare ben poco, i numeri sono quelli e di certo le aziende non includono tutti i pazienti rari nella sperimentazione perché, altrimenti, a chi lo vendono il farmaco?

Io credo che l’azienda debba portare evidenza di qualità prima dell’approvazione, non dopo.

La valutazione ex post dell’efficacia non mi convince: lei comprerebbe una torta che può costare tra i 20 e 100 euro, poi la mangia, fanno un sondaggio su quanto è buona la torta e poi le mandano il conto a casa a seconda di come ha risposto? No. E allora perché per i farmaci dovrebbe essere diverso rispetto ad altre cose che acquistiamo?

Prorogato il mandato dei membri delle commissioni tecnico-consultive AIFA

Il Consiglio dei Ministri ha prorogato la durata del mandato dei Componenti della Commissione consultiva tecnico-scientifica e del Comitato prezzi operanti presso l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) fino al 23 febbraio 2023.

 

L’autorevolezza e l’autonomia scientifica dell’AIFA è infatti supportata dalla attività di due Commissioni tecnico-scientifiche composte da esperti di comprovata e documentata esperienza nel settore.

Commissione Tecnico Scientifica (CTS)

Si occupa delle attività connesse alle domande di Autorizzazione in Commercio di nuovi medicinali – sia per procedura nazionale, sia comunitaria – dei quali determina il rapporto costo-efficacia. Valuta ed esprime parere consultivo sulla classificazione dei farmaci ai fini della rimborsabilità.

Componenti CTS

 

Componenti di diritto:

  • Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco
  • Delegato del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Dr. Mauro Biffoni)

 

Componenti nominati:

  • Dr.ssa Patrizia Popoli – con funzioni di Presidente
  • Dr. Antonio Addis
  • Prof. Carlo Caltagirone
  • Prof. Giovambattista De Sarro
  • Dr.ssa Ida Fortino
  • Dr. Armando Genazzani
  • Dr.ssa Anna Maria Marata
  • Dr. Paolo Schincariol

Comitato Prezzi e Rimborso (CPR)

Il Comitato svolge funzioni di supporto tecnico-consultivo all’Agenzia ai fini della contrattazione dei prezzi dei farmaci rimborsati dal SSN.

Componenti CPR

Componenti di diritto:

  • Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco
  • Delegato del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Dr. Mauro Biffoni)

 

Componenti nominati:

  • Dr.ssa Giovanna Scroccaro – con funzioni di Presidente
  • Dr. Roberto Banfi
  • Dr.ssa Annalisa Campomori
  • Dr. Beniamino Colagrosso
  • Prof.ssa Amelia Filippelli 
  • Dr. Loredano Giorni 
  • Prof. Vincenzo Stefano Rebba 
  • Dr. Paolo Stella

Consip: al 30 settembre 2022 è di 15,1 mld/€ il valore degli acquisti delle PA sugli strumenti di e-procurement

È di 15,1 mld/€ il valore degli acquisti effettuati al 30 settembre 2022 dalle PA sui diversi strumenti di acquisto e negoziazione messi a disposizione da Consip. Il risultato è pari ad un incremento del +29% rispetto allo stesso periodo del 2021.

 

Tra gli strumenti più utilizzati si segnalano i contratti su Convenzioni/Accordi quadro – con un valore degli acquisti di 8 mld/(+68% vs III trimestre 2021) – e il Mercato elettronico della PA – Mepa, con 4,3 mld/(livello pari a quello raggiunto nello stesso periodo dell’anno scorso).

 

In crescita anche l’uso delle gare in modalità ASP (application service provider), per le quali Consip rende disponibile, a titolo gratuito, la piattaforma di negoziazione per gli acquisti autonomi delle amministrazioni. Nel periodo gennaio-settembre 2022 sono state bandite 931 gare per un valore di 5 mld/(+4% vs III trimestre 2021).

 

Un’offerta ampia e differenziata a disposizione delle amministrazioni – sono oltre 100mila i “centri di spesa” abilitati ad utilizzare il sistema Consip – che possono rivolgersi per i loro acquisti agli oltre 100mila fornitori aggiudicatari di gare o abilitati agli strumenti Consip (di cui il 99% Micro, Piccole e Medie Imprese).

 

Per quanto riguarda le attività di produzione delle gare – attraverso le quali vengono aggiudicati i nuovi contratti messi a disposizione delle PA – nel periodo gennaio-settembre 2022 sono state pubblicate 67 nuove iniziative per un totale di 207 lotti e un valore di oltre 14 mld/ (+68% vs lo stesso periodo del 2021) e sono state aggiudicate 66 iniziative per un totale di 240 lotti e un valore di 8,5 mld/€.

Documento di indirizzo per il metaprogetto dell’Ospedale di Comunità

L’AGENAS, in collaborazione con il Dipartimento di Architettura, ambiente costruito e ingegneria delle costruzioni (ABC), Design & Health Lab del Politecnico di Milano, ha pubblicato un documento che fornisce indicazioni progettuali e funzionali per la corretta ed efficiente realizzazione degli Ospedali di Comunità (OdC).

 

Alla luce delle profonde trasformazioni in atto nell’ambito dell’assistenza territoriale (Missione 6 Salute – PNRR, DM 77), l’intento del documento è quello di definire, sulla base delle normative esistenti, del quadro esigenziale dei servizi previsti e delle best practice rilevanti (evidence based experience), un metaprogetto che possa supportare le direzioni strategiche, gli uffici tecnici e i progettisti nella programmazione e progettazione dei nuovi Ospedali di Comunità.

Per approfondire

Rivoluzione territorio: novità, obiettivi e ostacoli sulla strada del DM 77

Dalle Associazioni di pazienti e caregiver un appello alle Istituzioni sul tema della giusta rappresentanza nei tavoli istituzionali

Si è svolto a Milano, presso Palazzo Giureconsulti, il “Laboratorio nazionale delle associazioni di pazienti e dei caregiver”, con l’obiettivo di riunire oltre 100 sigle associative nazionali e regionali per riflettere insieme sul tema della partecipazione ai tavoli istituzionali rilevanti per la definizione delle policy sanitarie.

Le associazioni di pazienti e dei caregiver hanno assunto nel tempo un valore in costante crescita soprattutto per la loro capacità di farsi portatrici dei bisogni e delle attese nei confronti delle strutture sanitarie e dei relativi decisori politici, e di creare reti integrate sul territorio tra servizi sanitari e sociali.

 

È per questo motivo che, fin dal 2019, Fondazione The Bridge ha deciso di supportare un gruppo di associazioni di pazienti che ha avviato in Lombardia un’interlocuzione con le Istituzioni regionali e che ha portato all’organizzazione di diversi appuntamenti di ascolto e coinvolgimento delle realtà associative territoriali. Come naturale evoluzione di questo esempio virtuoso sviluppatosi sul territorio lombardo, il percorso è proseguito allargando la base partecipativa alle sigle associative di tutta Italia attraverso l’organizzazione del “Laboratorio nazionale delle associazioni di pazienti e dei caregiver” con la finalità di accompagnare le associazioni di pazienti in un processo di crescita e di strutturazione che permetta loro di relazionarsi adeguatamente e proficuamente con i livelli istituzionali.

 

L’iniziativa è stata voluta da un gruppo promotore di associazioni – ADPMI (Associazione diabetici della provincia di Milano), Alomar ODV (Associazione Lombarda Malati Reumatici), Anlaids Lombardia (Associazione italiana per la lotta contro l’Aids), ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici), Fondazione ANT Italia OnlusNPS Italia Onlus (Network Persone Sieropositive), Plus (Persone LGBT+ Sieropositive), Respiriamo InsiemeUniamo FIMR Onlus (Federazione Italiana Malattie Rare) – supportata da Fondazione The Bridge e dall’Università degli Studi di Pavia, patrocinata da Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), con il supporto per l’Ufficio Stampa di Ital Communications.

 

Rosaria Iardino, Presidente Fondazione The Bridge, ha introdotto i lavori illustrando il percorso partecipativo già realizzato in Lombardia, modello virtuoso di ascolto delle associazioni di pazienti e caregiver anche in considerazione di quanto sancito dalla legge della Regione Lombardia n.22 del 14 dicembre 2021, che nel modificare i Titoli I e VII della legge 33/2009 riconosce esplicitamente il supporto e il coinvolgimento attivo delle organizzazioni dei pazienti nella programmazione e nella realizzazione del servizio sanitario lombardo.

 

Alessandro Venturi, Professore di Diritto amministrativo e di Diritto regionale, dell’Università degli Studi di Pavia, ha illustrato come le associazioni siano soggetti in grado di assicurare eticità in ambito sanitario.

È seguito un tavolo di confronto sul tema “Associazionismo e rappresentanza” a cui hanno preso parte Annalisa Scopinaro, Presidente UNIAMOTiziana Nicoletti, Responsabile coordinamento della rete Cnamc, Morena Sangiovanni, del Comitato di Presidenza di Farmindustria e Sabrina Grigolo, Rappresentante Accademia del Paziente Esperto, EUPATI Italia.

È intervenuto, inoltre, Alceste Santuari, Professore di Diritto degli enti non profit dell’Università di Bologna, approfondendo il ruolo dell’associazionismo di rappresentanza, con un focus sulle potenzialità e sui vincoli connessi alla riforma del Terzo settore. Infine, Luisa Brogonzoli, Coordinatrice Progetti del Centro Studi di Fondazione The Bridge ha delineato i contorni di una possibile roadmap per proseguire il percorso.

 

Oltre a diversi momenti di confronto aperto tra le associazioni con interventi programmati, un momento fondamentale della giornata ha riguardato la presentazione di una richiesta unitaria alle istituzioni e alla politica – illustrata da Simonetta Panfi, Vicepresidente Alomar ODV – affinché sia avviata a livello nazionale una discussione che coinvolga tutti gli stakeholder di interesse sul tema specifico della partecipazione delle associazioni di pazienti e dei caregiver ai tavoli istituzionali nazionali e regionali rilevanti per la definizione delle policy sanitarie. L’obiettivo è stimolare un dibattito su questi importanti temi, evitando che si sviluppino i più disparati approcci in un ambito che richiede, al contrario, un’attenzione collaborativa e omogenea sul territorio nazionale, al fine di evitare inevitabili discrepanze regionali.

 

Numerosi gli esponenti delle Istituzioni e della politica che hanno illustrato il proprio punto di vista su tale richiesta.

 

La Capogruppo di Forza Italia al Senato, Licia Ronzulli, ha sottolineato che “Momenti di riflessione e di condivisione come quello di oggi rappresentano una straordinaria opportunità. È solo attraverso il confronto tra competenze ed esperienze diverse che possiamo migliorare il nostro sistema sanitario e, di conseguenza, la qualità della vita degli italiani”.

 

Il Presidente della III Commissione Sanità e politiche sociali del Consiglio della Regione Lombardia, Emanuele Monti, ha ribadito che: “È necessario continuare sulla strada intrapresa con la legge regionale sul coinvolgimento delle realtà associative, il cui principale obiettivo è proprio quello di mettere il paziente al centro del modello sanitario lombardo. Oggi dobbiamo valorizzare il contributo offerto dalle associazioni di pazienti e caregiver, lavorando su un livello di programmazione e pianificazione che renda sempre più efficiente ed efficace il nostro sistema sanitario”.

 

Il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana ha dichiarato: “La Regione Lombardia riconosce il valore aggiunto delle associazioni di pazienti e caregiver nella programmazione e nei percorsi regionali in ambito sanitario ed è necessario proseguire nell’interlocuzione avviata sin dal 2019. Dobbiamo valorizzare il modello lombardo di sanità partecipativa, poiché è un modello costruito secondo una logica win-win che garantisce la compartecipazione e l’assunzione di responsabilità da parte delle associazioni”.

 

La Vicepresidente del gruppo PD-IDP al Senato, Beatrice Lorenzin ha ribadito che: “Bisogna porre l’attenzione sulla partecipazione dei pazienti ai processi regolatori, un aspetto che credo dovremmo riprendere insieme. Il secondo punto riguarda la necessità di aggiornare i livelli essenziali di assistenza, soprattutto in vista di un appuntamento importante come la Legge di Bilancio. Siamo usciti dalla fase più emergenziale del Covid ma è fondamentale implementare il processo di digitalizzazione. Infine, è prioritaria una riforma complessiva del sistema socio-sanitario per dare centralità al ruolo dei caregiver”.

 

Il Coordinatore della Commissione Salute in Conferenza delle Regioni, nonché Assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini ha preso la parola sottolineando che:Il rapporto con le associazioni dei pazienti e caregiver è un elemento che si rivela prezioso, nel rapporto con le Istituzioni e i clinici, per la collaborazione alla definizione dei documenti di indirizzo delle patologie, dei percorsi di riabilitazione e del miglioramento della presa in carico e della cura assistenziale, oltre che per il monitoraggio dei percorsi di cura. Mi farò interprete, presso la Commissione salute in sede di Conferenza delle regioni, di valutare la possibilità di arrivare a un modello condiviso di questa partecipazione, che metta a sistema i diversi modelli regionali”.

 

Il Ministro per le disabilità, Alessandra Locatelli che ha dichiarato: “Il riconoscimento del caregiver familiare è un tema importante che non può più essere rinviato. Abbiamo il dovere di dare delle risposte alle persone che si occupano della cura e dell’assistenza di una persona cara e che nel corso della vita sono costrette ad affrontare rinunce, isolamento e spesso a fare anche tanti sacrifici. Intendo occuparmi di questo tema e lavorare fin da subito per dare un supporto adeguato attraverso il Ministero della Disabilità e mi auguro che si possa condividere uno schema normativo trasversale ed efficace. La Lombardia da questo punto di vista arriverà presto ad una svolta, in quanto a metà mese verrà portata nell’Aula del Consiglio regionale la proposta di legge per il riconoscimento dei caregiver familiari, un provvedimento fondamentale per andare incontro alle tantissime persone che, gratuitamente e con tanti sacrifici, si prendono cura dei propri cari. Grazie alla collaborazione con le associazioni e gli enti del Terzo settore sono certa che sarà possibile compiere importanti passi in avanti per i caregiver familiari, riconoscendo il loro ruolo e garantendo le giuste tutele e servizi di supporto adeguati”.

 

Il Responsabile Sanità di Forza Italia, nonché presidente della Federazione degli Ordini dei farmacisti italiani, Andrea Mandelli ha dichiarato che: “Le associazioni di pazienti e caregiver rappresentano una grande risorsa, sia perché conoscono da vicino le problematiche che più impattano sulla vita delle persone affette da una patologia, sia perché possono essere parte attiva nella risoluzione di tali criticità. Ma per far questo è importante che la politica sappia ascoltare per poi tradurre in azioni concrete quanto acquisito dal confronto”.

 

“Prendiamo atto della volontà di ascolto dimostrata oggi da autorevoli rappresentanti della politica e delle Istituzioni, che ringraziamo per la loro partecipazione – ha concluso Rosaria Iardino, Presidente di Fondazione The Bridge –. Come Fondazione The Bridge confermiamo il nostro impegno ad accompagnare i percorsi che le associazioni vorranno scegliere e monitorare. Siamo convinti che questi temi rappresentino oggi una priorità etica non ulteriormente rimandabile”.

Per approfondire

https://test.trendsanita.it/evento/la-sanita-e-partecipazione/

Gli Ordini dei Medici sul reintegro dei colleghi no-vax: “Non deve sminuire l’importanza e l’efficacia del vaccino”

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Sono appena 1.878 i medici che potrebbero rientrare effettivamente in servizio a seguito del Decreto-Legge con il quale il Consiglio dei Ministri ha anticipato al 1° novembre la scadenza dell’obbligo di vaccinazione anti-Covid per i professionisti sanitari. Lo ha confermato la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), che ha elaborato gli ultimi dati sui medici e odontoiatri sospesi dagli Albi per non essersi vaccinati.

 

Filippo Anelli

Al 31 ottobre i medici e odontoiatri sospesi erano 4.004, vale a dire lo 0,85% dei 473.592 iscritti. Di questi, i medici sono 3.543 (lo 0,82% dei 434.577 totali), gli odontoiatri 461 e i doppi iscritti, che per la stragrande maggioranza esercitano come odontoiatri, solo 325. Il dato più interessante riguarda però l’età dei medici no-vax: poco meno della metà, il 47% dei 3.543 medici sospesi per non essersi voluti sottoporre alla profilassi vaccinale ha più di 68 anni. Ciò significa che questi 1.665 medici sono già fuori dal Servizio Sanitario Nazionale e non rientreranno quindi potenzialmente in servizio in strutture pubbliche.

“Non abbiamo dati certi ma abbiamo la percezione che i rimanenti 1.878 siano per la maggior parte liberi professionisti”, ha commentato il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, sottolineando che i camici bianchi ostili al vaccino non andranno evidentemente a colmare le carenze di organico negli ospedali.

La vaccinazione: un dovere deontologico ed etico

Un po’ ovunque, a livello politico, la decisione del Governo ha provocato perplessità: Regioni come Emilia-Romagna, Lazio, Campania e Puglia stanno già immaginando di mettere in campo leggi regionali per evitare che i medici no-vax reintegrati possano entrare in contatto di nuovo con i pazienti.

Il messaggio arrivato dal mondo dei clinici in Lombardia, e in particolare dal presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano, Roberto Carlo Rossi, è stato chiaro: “Indipendentemente dalle leggi, per i medici e gli operatori sanitari la vaccinazione è un dovere etico e deontologico”.

Secondo l’OMCeOMI è molto importante che dal provvedimento governativo non passi il messaggio sbagliato per cui vaccinarsi per un curante sia realmente un optional.

La legge, nel periodo emergenziale, imponeva ai sanitari di vaccinarsi contro il Covid per evitare di contagiare i pazienti. “Oggi questo obbligo viene tolto dal nuovo Governo sulla base di alcuni parametri che si sono potuti verificare con l’esperienza e il tempo – commentano in una nota i medici meneghini -: il contagio non è impossibile anche da vaccinati, le molte varianti portano il virus a circolare, comunque, la malattia è meno letale rispetto all’inizio. Detto questo, è chiaro che per un medico quello della vaccinazione (non solo contro il Covid) sia un obbligo di carattere etico prima che deontologico”.

Roberto Carlo Rossi

I motivi sono molti e tutti evidenziati dalla scienza: il vaccinato si ammala molto di rado in maniera grave e è molto meno probabile che trasmetta il virus, il non vaccinato contagia di più, si ammala di più e con questo, oltre a rappresentare un pericolo, toglie forza lavoro alle strutture e al territorio, quindi ai pazienti, costringendo i colleghi a turni maggiori. Questo, secondo l’OMCeOMI, è “un atteggiamento non professionale ed egoista, soprattutto in un periodo in cui di medici, infermieri e operatori sanitari in generale c’è davvero moltissimo bisogno”.

Per questo giovedì 3 novembre, grazie alla collaborazione del Dipartimento di Igiene e Prevenzione Sanitaria di ATS Città Metropolitana di Milano e della ASST FBF-Sacco, nella sede dell’OMCeOMI è stata organizzata una vaccinazione dimostrativa a cui si sono sottoposti tutti i consiglieri dell’Ordine. Nell’occasione sono stati somministrati ai medici sia la quarta dose del vaccino anti-covid, che l’antinfluenzale, l’anti-pneumococcica e l’anti Herpes Zoster.

La fiducia nel vaccino è prima di tutto fiducia nella scienza

Prima che essere un atto di fiducia nell’autorità sanitaria, l’accettazione della vaccinazione è una adesione al metodo scientifico e alla scienza tutta.

“Per ribadire l’importanza del concetto di vaccinazione – ha spiegato a Milano il presidente Roberto Carlo Rossi – partiamo da qualcosa che abbiamo sempre propagandato e valorizzato in questi anni, prima e dopo il Covid, e cioè l’anti-influenzale, che si affianca all’anti-pneumococcica e all’anti herpes zoster. Si tratta di due problematiche importanti, e vaccinarsi impedisce infezioni che possono portare nel primo caso anche alla morte e nel secondo caso infezioni che possono comunque essere molto invalidanti”.

La pandemia Covid ha dimostrato che le vaccinazioni non sono una pratica di esclusivo appannaggio dell’età infantile, ma hanno un ruolo fondamentale anche nella salute della popolazione adulta

La pandemia Covid ha dimostrato che le vaccinazioni non sono una pratica di esclusivo appannaggio dell’età infantile, ma hanno un ruolo fondamentale anche nella salute della popolazione adulta. I medici devono quindi essere i primi testimonial dell’efficacia e della sicurezza delle vaccinazioni, vaccinandosi indipendentemente da obblighi di legge, adempiendo a una norma superiore che è l’etica professionale: il medico che si vaccina mette in pratica il valore sociale delle vaccinazioni, proteggendo i più fragili, oltre a sé stesso.

“Al di là di quello che la legge impone – ha concluso Rossi – da medici, da professionisti sanitari iscritti ad un Ordine professionale, da componenti dello Stato, abbiamo prima rispettato un obbligo di legge, e ora, anche senza questo, rispetteremo un obbligo etico, morale e deontologico. Che per un medico è come una legge. Proseguiremo quindi anche a sensibilizzare la popolazione, a convincere i pazienti, della bontà delle vaccinazioni tutte. Come atto medico e preventivo”.

Con il vaccino la mortalità dei medici infettati dal Covid si è quasi azzerata

Secondo il presidente dell’Ordine Nazionale, Filippo Anelli, concedendo il reintegro il Governo ha agito nel rispetto della legge e della Costituzione: “L’obbligo in questo contesto epidemiologico può essere eliminato, cosa che non poteva accadere nella situazione nella quale la norma era stata introdotta, in piena pandemia”.

Noi medici però siamo i migliori testimoni che il vaccino funziona – ha proseguito Anelli, spiegando che sono i dati a dimostrare che il vaccino funziona –: prima della sua introduzione morivano dai 60 agli 80 medici al mese per infezione e complicazioni dovute al Covid. Ora la mortalità tra i colleghi si è quasi azzerata. Eliminare l’obbligo non significa dunque, come lo stesso Ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha ricordato, sminuire l’utilità del vaccino”.

La carenza di medici negli ospedali conta numeri drammatici e il Governo dovrà mettere in atto interventi adeguati per tamponare e risolvere questa emergenza

Quanto alla tesi per cui i medici che potrebbero essere reintegrati sarebbero in grado di tamponare la carenza di camici bianchi nella sanità pubblica, sono ancora i dati a raccontare quanto questo argomento manchi di fondamento.

“Si tratta solo di 1.878 persone, fra medici e odontoiatri, e di questi la maggior parte sono liberi professionisti – ha concluso Anelli –. La carenza di medici negli ospedali conta numeri ben più drammatici e siamo certi che il Governo metterà in atto gli interventi adeguati per tamponare e poi risolvere questa emergenza”.

Salutequità su cure mancate e cronicità: nella prossima Legge di Bilancio urgente rifinanziare le misure per il recupero delle liste di attesa

Nonostante il progressivo miglioramento della gestione del Covid-19 da parte del Servizio sanitario nazionale e lo stazionamento dal 2020 ad oggi di circa 1 miliardo di euro per il recupero delle liste di attesa, l’attuale capacità del SSN di garantire ai cittadini l’accesso alle prestazioni sanitarie è ancora inferiore al periodo pre-pandemico (2019) e con inaccettabili differenze tra le Regioni. È quanto emerge dall’analisi “Cure mancate e PDTA per la Cronicità” realizzata da Salutequità*.

 

Nel primo semestre 2022 sono saltate in media a livello nazionale circa una prima visita specialistica su 5 rispetto allo stesso periodo del 2019, con punte di oltre una prima visita su due nella PA di Bolzano (-55,2%); circa una su tre in Valle d’Aosta, Sardegna, Calabria Molise; circa una su 4 in Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Abruzzo e Sicilia.

A rimetterci sono anche le cure per i malati cronici, che hanno visto saltare a livello nazionale circa una visita di controllo su cinque e fino a oltre una su tre rispetto al 2019 in Molise (-36,78%), Sardegna (-36,38%), PA Bolzano (-36,67%), Valle d’Aosta (-38,05%).

 

“Il recupero e il governo delle liste di attesa rappresentano una priorità per cittadini e Servizio sanitario nazionale, sulla quale tutte le Regioni devono continuare a lavorare con molta attenzione. Infatti, sono diverse le Regioni che ad oggi non hanno ancora raggiunto gli obiettivi programmati di recupero. Inoltre, le risorse stanziate a questo fine si riferiscono al 2022, mentre per il prossimo anno non vi è alcun stanziamento specifico. Per questo nella prossima Legge di Bilancio chiediamo che siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste di attesa da parte delle Regioni. Le risorse dovranno essere finalizzate all’obiettivo specifico e, differentemente da quanto previsto oggi, erogate solo contestualmente alla certificazione del raggiungimento degli obiettivi di recupero concordati tra Stato e Regioni”, così Tonino Aceti, Presidente Salutequità.

 

Salutequità

 

La pandemia ha penalizzato anche il rispetto dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali, soprattutto per ciò che riguarda l’aderenza alle terapie e alle prestazioni necessarie per un buon controllo della malattia e della qualità di vita.

Per quanto riguarda ad esempio il controllo annuale dell’occhio per le persone con diabete, tra il 2017 e il 2020 la riduzione della percentuale di pazienti che l’hanno eseguita è stata di circa il 50%, con punte fino a oltre il 68% in Piemonte.

 

Guardando alla percentuale di pazienti che nel 2020 ha eseguito visite pneumologiche post-ricovero per riacutizzazione di BPCO a fronte di un valore mediano nazionale pari al 46,72%, si pongono al di sopra del 50% Friuli-Venezia Giulia (56,97%), Lombardia (55,82%), Puglia (55,52%), Piemonte (54,32%), Umbria (53,98%), Emilia-Romagna (51,94%). La percentuale più bassa si riscontra in Molise (0) e Basilicata (22,46%).

 

Anche l’aderenza al trattamento farmacologico per le persone affette da cronicità ha subito variazioni nel periodo pandemico

 

Il livello di alta aderenza è molto differenziato tra pazienti affetti da diverse patologie croniche: risulta più alta nelle persone con ipertensione, scompenso cardiaco (hanno alta aderenza oltre il 50%, 1 persona su 2) e si riduce progressivamente tra le persone con asma e BPCO (alta aderenza per meno di una persona su 4) e quelle con diabete (alta aderenza per meno di un paziente con diabete su 3).

 

La pandemia ha incrementato il numero di persone con bassa aderenza ai farmaci per scompenso cardiaco e ipertensione negli adulti over 45 e nel 2021 le distanze con i livelli del 2019 ancora non sono state recuperate; si è passati dal 17,7 al 18% nel 2021. Il numero dei basso-aderenti è presente specialmente al sud 19,3% e tra le donne (20,8% rispetto a 14,8 basso-aderenti uomini). Nel 2021 è stato recuperato lo 0,1% di basso aderenti rispetto al 2020 (dove la perdita era stata dello 0,4%).

 

Guardando all’aderenza alle terapie farmacologiche nelle persone con BPCO e asma è molto basso il numero di persone con alta aderenza (24,2%), mentre c’è stato un miglioramento tra il 2019 e il 2021 sulle persone basso-aderenti che passano dal 49,9% del 2019 al 43,5% nel 2021. Al sud solamente si assiste ad un peggioramento tra il 2020 e il 2021, passando dal 46,8% al 47,5%. Problematico, secondo i dati di una revisione sistematica, il tasso di aderenza alla terapia entro l’anno di trattamento nelle persone affette da psoriasi compresa tra il 21,6% e il 66,6%.

 

“Ora è urgente rilanciare una strategia per la corretta presa in carico delle cronicità. Per questo chiediamo che la prossima Legge di Bilancio preveda un finanziamento finalizzato all’attuazione e all’aggiornamento del Piano Nazionale della Cronicità alla luce delle novità intercorse in termini di politiche del personale, modelli organizzativi e investimenti/riforme PNRR (es. sanità digitale, DM 77) anche integrando le patologie non ricomprese (es. Sclerosi Multipla, Psoriasi, Cefalea cronica, OSAS, Poliposi Nasale, Asma anche nell’adulto, etc.)”, ha concluso Tonino Aceti.

 

Le proposte di Salutequità

  1. Rifinanziare nella prossima Legge di Bilancio il fondo per la riduzione delle liste d’attesa (per corrispondere tempestivamente alle richieste di prestazioni ambulatoriali, screening e di ricovero ospedaliero non erogate nel periodo dell’emergenza epidemiologica), ancorando l’erogazione dei finanziamenti al raggiungimento (verificato) degli obiettivi secondo le tempistiche preventivamente individuate. I dati sulle prestazioni recuperate devono essere forniti e resi pubblici trimestralmente, per ogni area specialistica.
  2. Attuare e aggiornare il PNC alla luce delle novità intercorse in termini di politiche del personale, modelli organizzativi e investimenti/riforme PNRR (es. sanità digitale, DM 77) anche integrando le patologie ricomprese (es. Sclerosi Multipla, Psoriasi, Cefalea cronica, OSAS, Poliposi Nasale, Asma anche nell’adulto, etc.)
  3. Rivedere il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) rendendo indicatore core quello sui PDTA, prevedere tra gli indicatori core sull’attuazione del Piano Nazionale Cronicità e del Piano Nazionale di Governo delle Liste d’Attesa.
  4. Aggiornare i PDTA indicando dove/per chi/quando/come sono consigliate le prestazioni di telemedicina, supportando i clinici/operatori sanitari nelle valutazioni sulle modalità erogative più opportune (tele o tradizionali).
  5. Misurare gli esiti dei PDTA e della telemedicina anche con un aggiornamento del PNE, guardando agli esiti di salute e dimensioni quali ad esempio equità e qualità di vita di pazienti e caregiver (i PREMS e i PROMS devono diventare un valore assoluto per il SSN), impatto sul territorio, umanizzazione, etc.

 

*I dati dell’analisi e le proposte dell’ ”Osservatorio permanente assistenza pazienti Non-Covid. Focus su cronicità” sono state presentate oggi nel corso di un incontro a porte chiuse con i rappresentanti delle Regioni e i principali stakeholder del SSN, realizzato grazie al contributo non condizionato di UCB, Bristol Myers Squibb, Gruppo Menarini, Sanofi e Beigene.

Consip aggiudica la prima “Asta Digitale” in ambito Sanità per la fornitura di Defibrillatori cardiaci esterni (DAE)

Consip ha aggiudicato la prima “Asta Digitale” (ADC) per Defibrillatori Cardiaci Esterni in favore delle Amministrazioni deleganti. Si tratta del primo caso di utilizzo di questo innovativo strumento d’acquisto nel settore sanitario.

 

L’Asta Digitale Consip è uno strumento completamente digitale che consente di agevolare l’incontro tra domanda e offerta, con l’obiettivo di assicurare le migliori condizioni di mercato, snellire l’iter delle procedure di acquisto, ridurre i tempi di aggiudicazione della gara ed ampliare la partecipazione da parte delle imprese, in particolare le PMI. L’Asta Digitale è particolarmente adatta per le acquisizioni relative a fabbisogni ricorrenti e diffusi fra tutte le PA, grazie alla possibilità di indire sessioni periodiche di gara.

 

Per questa prima edizione di Asta digitale in ambito Sanità gli operatori economici hanno potuto presentare le proprie offerte per la fornitura di circa 7.000 Defibrillatori Cardiaci Esterni – comprensivi di relativi accessori e materiale consumabile – sulla base di un fabbisogno raccolto da Consip presso 3 Amministrazioni (Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato, Ministero dell’Economia e delle Finanze), per un valore complessivo a base d’asta di circa 8 milioni di euro.

 

L’iniziativa ha permesso alle Amministrazioni deleganti di conseguire un notevole risparmio, pari a circa il 25% rispetto ai prezzi medi di mercato.

 

Per tutte le altre PA, i Defibrillatori Cardiaci Esterni sono disponibili, oltre che sul Mepa per acquisti sotto-soglia, anche sullo Sdapa per gli acquisti sopra-soglia, agevolando così l’ottemperanza alla legge 116 del 4 agosto 2021, che prevede che le PA aperte al pubblico, con almeno 15 dipendenti, si dotino di tali dispositivi, avvalendosi degli strumenti di acquisto e di negoziazione messi a disposizione da Consip ovvero dalle centrali di committenza regionali.

Tredicesimo Rapporto AIFA sulla sorveglianza dei vaccini anti-COVID-19

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il tredicesimo Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini anti-COVID-19. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2022 per i vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso.

 

Nel periodo considerato sono pervenute 139.548 segnalazioni su un totale di 140.689.690 di dosi somministrate (tasso di segnalazione di 99 ogni 100.000 dosi), di cui l’81,5% riferite a eventi non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.

 

Nel terzo trimestre del 2022 i tassi di segnalazione relativi alla 1a dose restano più elevati rispetto alle dosi successive e sono notevolmente più bassi dopo la 4a dose (2a dose booster) per i vaccini per i quali è prevista.

 

Le segnalazioni gravi corrispondono al 18,5% del totale, con un tasso di 18 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, in linea con i precedenti Rapporti. Si ricorda che la gravità delle segnalazioni viene definita in base a criteri standardizzati che non sempre coincidono con la reale gravità clinica dell’evento.

 

Gli eventi avversi più segnalati per tutti i vaccini, indipendentemente dalla gravità, sono febbre, cefalea, dolori muscolari/articolari, brividi, disturbi gastro-intestinali, reazioni vegetative, stanchezza, reazione locale o dolore in sede di iniezione.

 

Al 26/09/2022, le vaccinazioni con le formulazioni bivalenti aggiornate alle nuove varianti Omicron erano già iniziate ma non si registravano segnalazioni di sospette reazioni avverse.

 

I dati contenuti in questo Rapporto periodico sono coerenti rispetto a quelli pubblicati fino a oggi e in linea con le informazioni di sicurezza già discusse a livello europeo.

 

Il Rapporto è consultabile sul sito dell’AIFA cliccando qui

Fnopi: “Mancano almeno 70mila infermieri, i reintegri non incidono sulla carenza”

Allo stato attuale, per garantire i Livelli essenziali di assistenza (Lea), mancano almeno 70mila infermieri. Numeri che costituiscono un autentico vulnus per la sanità pubblica e che scaturiscono dall’assenza di programmazione e di una visione strategica.

 

Il reintegro degli infermieri sospesi a causa del mancato rispetto dell’obbligo vaccinale rischia di non produrre un impatto significativo riguardo le carenze in organico e di non colmare il deficit strutturale di personale nel Ssn.

 

Sono infatti circa 2.600 gli infermieri italiani sospesi (lo 0.5% sul totale iscritti all’Albo in Italia) in quanto non vaccinati al 31 ottobre contro il Covid-19, e ora reintegrati per decreto, anche se occorre valutare quanti di loro torneranno effettivamente a lavoro.

Si tratta di una cifra esigua (appena il 3,7%) rispetto alla carenza di 70mila infermieri , il numero di professionisti di cui ha bisogno il nostro Paese.

 

Siamo però fiduciosi che il nuovo Governo – e in particolare il Ministro Orazio Schillaci – riconosca come priorità assoluta la necessità di rispondere al crescente fabbisogno di infermieri, disegnando una nuova prospettiva nel reclutamento del personale mancante e in questo senso siamo a disposizione per tracciare assieme le linee su cui lavorare.