I medici ospedalieri lavorano più del dovuto, guadagnano meno di quel che spetterebbe loro e non fanno carriera. Sono queste le conclusioni che è possibile trarre analizzando il Conto annuale 2021, pubblicato da poco, e i dati forniti dalle aziende sanitarie relativi ai fondi contrattuali. Un’analisi, condotta dal sindacato CIMO-FESMED, da cui emerge chiaramente il mancato rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro, la mancata attribuzione degli incarichi dirigenziali, il ricorso eccessivo agli straordinari in sostituzione delle prestazioni aggiuntive per colmare le sempre maggiori carenze di organico e un utilizzo improprio dei fondi.
Su 225 aziende sanitarie, oltre l’86% ha fornito informazioni complete. Parliamo dunque di una solida base dati da cui emerge subito che l’entità del residuo dei tre fondi contrattuali della dirigenza medica e sanitaria ammonta, su 192 aziende, a 389,7 milioni di euro, cifra che supera i 455 milioni se il dato è proiettato a tutte e 225 le aziende. Parliamo di un tesoretto, derivante dal non completo utilizzo dei tre fondi contrattuali, che deve essere integralmente riversato nelle buste paga dei professionisti nel corso dell’anno successivo. Purtroppo questo non avviene: dall’indagine emerge infatti che gran parte dei residui del 2021 non sono stati ancora erogati dalle aziende; anzi, nei bilanci continuano a comparire ingenti residui relativi anche agli anni precedenti, che dunque non sono stati ancora distribuiti ai medici.
Approfondendo ulteriormente l’analisi dei tre fondi, emerge un ulteriore elemento di riflessione. Sono ben 105 le aziende che hanno registrato, nel corso del 2021, un disavanzo del proprio fondo di risultato (sistema premiante) e/o di disagio (retribuzione straordinari, turni festivi, notturni, ecc.) pari, complessivamente, a oltre 116 milioni di euro.
Le cause del disavanzo possono essere molteplici: un numero eccessivo di turni e disponibilità rispetto alla reale capienza dei fondi che regolamentano il lavoro dei medici o il ricorso al lavoro straordinario al posto delle prestazioni aggiuntive per sopperire alla carenza di personale, che consente alle aziende di risparmiare risorse proprie sottraendo risorse al fondo dei medici e sanitari per completare le ore di assistenza. In altre parole, il lavoro aggiuntivo dei medici è finanziato non con risorse aziendali aggiuntive, ma con i fondi degli stessi medici.
Tuttavia il saldo negativo di questi due fondi è compensato da parte dei residui del fondo destinato agli incarichi dei professionisti. Sarà forse questo il motivo per il quale gli incarichi professionali non vengono attribuiti? La progressione di carriera dei medici sarà forse impedita per poter garantire alle aziende la possibilità di utilizzare il fondo di posizione per eliminare i saldi negativi degli altri fondi?
Ecco perché il trasferimento delle risorse da un fondo all’altro è fortemente contrastato da CIMO-FESMED; infatti senza queste acrobazie contabili i residui del 2021 ammonterebbero ad un totale di 578 milioni di euro.
Risultato finale: ciascun dirigente medico, sanitario e veterinario nel 2021 ha perso mediamente tra i 3.566 e i 4.480 euro, ovvero dai 297 ai 373 euro mensili, a cui si aggiungono, ovviamente, i residui non ancora distribuiti degli anni precedenti. Ad esempio, nel 2020, la perdita pro capite mensile oscilla tra i 235 e i 316 euro. Cifre che superano di parecchio quanto previsto dall’aumento del prossimo rinnovo contrattuale.
«Sono numeri impietosi, che fanno luce su come i fondi contrattuali della dirigenza medica e sanitaria siano oramai un ginepraio – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED (che riunisce le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) -. Per questo, nelle trattative in corso presso l’Aran per il rinnovo del CCNL 2019-2021, stiamo insistendo affinché il contratto sia realmente esigibile, obbligando le Aziende ad affidare gli incarichi ai medici e ad utilizzare i fondi in maniera corretta. Se i vincoli di bilancio limitano l’aumento delle retribuzioni, non accettiamo che i nostri diritti vengano negati da contratti resi volutamente non esigibili».
Lo scorso 11 aprile il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2023 che certifica per l’anno 2022 una spesa sanitaria di € 131.103 milioni, inferiore di quasi € 3 milioni rispetto ai € 133.998 milioni previsti dall’ultima Nota di Aggiornamento DEF 2022.
«Rispetto alle previsioni di spesa sanitaria sino al 2026 – afferma Nino Cartabellotta Presidente della Fondazione GIMBE – il DEF 2023 certifica l’assenza di un cambio di rotta post-pandemia ignorando il pessimo “stato di salute” del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), i cui princìpi fondamentali di universalità, uguaglianza ed equità sono minati da criticità che compromettono il diritto costituzionale alla tutela della salute. Interminabili liste di attesa costringono a ricorrere al privato, aumentano la spesa out-of-pocket e impoveriscono le famiglie, sino alla rinuncia alle cure; diseguaglianze regionali e locali nell’offerta di servizi e prestazioni determinano migrazione sanitaria, inaccessibilità alle innovazioni, sino alla riduzione dell’aspettativa di vita».
Vengono di seguito riportate le analisi indipendenti della Fondazione GIMBE sulle previsioni di spesa sanitaria per l’anno 2023 e per il triennio 2024-2026.
2023. Il rapporto spesa sanitaria/PIL nel 2023 scende a 6,7% rispetto al 6,9% del 2022, anche se in termini assoluti la previsione di spesa sanitaria è di € 136.043 milioni, ovvero € 4.319 milioni in più rispetto al 2022 (+3,8%). «Tuttavia il roboante incremento di oltre quattro miliardi di euro nel 2023 – precisa Cartabellotta – è solo apparente: sia perché oltre due terzi (67%) costituiscono un mero spostamento al 2023 della spesa sanitaria prevista nel 2022 per il rinnovo contrattuale del personale dirigente, sia per l’erosione del potere di acquisto visto che secondo l’ISTAT ad oggi l’inflazione acquisita per il 2023 si attesta a +5%, un valore superiore all’aumento della spesa sanitaria che, invece, si ferma a +3,8%».
2024-2026. Nel triennio 2024-2026, a fronte di una crescita media annua del PIL nominale del 3,6%, il DEF 2023 stima quella della spesa sanitaria allo 0,6%. Il rapporto spesa sanitaria/PIL si riduce dal 6,7% del 2023 al 6,3% nel 2024 al 6,2% nel 2025-2026. Rispetto al 2023, in termini assoluti la spesa sanitaria nel 2024 scende a € 132.737 milioni (-2,4%), per poi risalire nel 2025 a € 135.034 milioni (+1,7%) e a € 138.399 (+2,5%) nel 2026. «È del tutto evidente – spiega Cartabellotta – che il risibile aumento medio della spesa sanitaria dello 0,6% nel triennio 2024-2026 non coprirà nemmeno l’aumento dei prezzi, sia per l’erosione dovuta all’inflazione, sia perché l’indice dei prezzi del settore sanitario è superiore all’indice generale di quelli al consumo. In altri termini, le previsioni del DEF 2023 sulla spesa sanitaria 2024-2026 certificano evidenti segnali di definanziamento: in particolare il 2024, ben lungi dall’essere l’anno del rilancio, fa segnare un -2,4% che dissolve ogni speranza di nuove risorse per la sanità nella prossima Legge di Bilancio».
Complessivamente le stime del DEF 2023 confermano che la sanità rimane la cenerentola dell’agenda politica per almeno tre ragioni. Innanzitutto, il rapporto spesa sanitaria/PIL scende dal 6,9% del 2022 al 6,2% nel 2026, un valore inferiore a quello del 2019 (6,4%), confermando che dalla pandemia non è stato tratto alcun insegnamento; in secondo luogo, nel triennio 2024-2026 il DEF stima una crescita media annua del PIL nominale del 3,6%, a fronte dello 0,6% di quella della spesa sanitaria; infine, il DEF 2023 non fa alcun cenno alle risorse necessarie per abolire gradualmente il tetto di spesa per il personale sanitario e per approvare il cd. “decreto tariffe” sulle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e di protesica: due priorità assolute per rilanciare le politiche del capitale umano e garantire a tutti i “nuovi” Livelli Essenziali di Assistenza e l’accesso alle innovazioni. «Programmi e numeri del DEF 2023 – continua il Presidente – confermano che, in linea con quanto accaduto negli ultimi 15 anni, la sanità pubblica non rappresenta una priorità politica neppure per l’attuale Esecutivo. La sanità rimane un bancomat per la facile aggredibilità della spesa pubblica e nei rari casi di crescita economica i benefici per il SSN non sono mai proporzionali, rendendo impossibile rilanciare il finanziamento pubblico».
«Il Piano di Rilancio del SSN recentemente elaborato dalla Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta –rileva l’inderogabile necessità di aumentare il finanziamento pubblico per la sanità in maniera consistente e stabile, allineandolo entro il 2030 alla media dei paesi europei, al fine di garantire l’erogazione uniforme dei LEA, l’accesso equo alle innovazioni e il rilancio delle politiche del personale sanitario. Considerato che nel 2021 il gap con la media dei paesi europei era di quasi € 12 miliardi, il DEF 2023 non ha affatto posto le basi per colmarlo. Al contrario prosegue con la strategia di definanziamento pubblico della sanità che aumenterà la distanza dalla media dei paesi europei e porterà al collasso del SSN, compromettendo definitivamente il diritto costituzionale alla tutela della salute delle persone».
L’uso del pennarello nero o del bianchetto non rappresenta una modalità efficace per rendere anonimi i dati personali degli utenti che vengono pubblicati on line. Anche nella pubblicazione dei feedback positivi sulla loro attività, le amministrazioni pubbliche devono tener presente la disciplina privacy, specialmente quando si tratta di dati sanitari.
È quanto sottolinea il Garante per la protezione dei dati personali al termine di una istruttoria che ha portato una sanzione di 50mila euro per l’Azienda sanitaria locale di Bari.
A seguito di una segnalazione giunta all’Autorità, è emerso infatti che la Asl, nel corso di sei anni, ha diffuso informazioni sullo stato di salute di centinaia di interessati all’interno di una sezione del sito istituzionale, denominata “Parlano bene di noi” e dedicata a raccogliere gli elogi ricevuti da utenti e associazioni.
Lo scopo era dunque quello di informare sul miglioramento dei rapporti con i cittadini, ma nei documenti consultabili on line (copie scansionate degli appositi moduli di ringraziamento, e-mail e lettere) erano presenti dati anagrafici e di contatto degli assistiti e numerose informazioni relative allo stato di salute dei soggetti che avevano presentato l’elogio, come dettagli clinici degli interventi o delle prestazioni ricevute, diagnosi, anamnesi. In alcuni elogi pubblicati, i riferimenti erano stati cancellati, in modo approssimativo, con il tratto di un pennarello nero, che non impediva di leggere le parti oscurate e da cui era possibile identificare gli autori.
Nel sanzionare la struttura, il Garante ha ricordato che la disciplina privacy impedisce la diffusione delle informazioni sullo stato di salute e che tali dati possono essere comunicati a un soggetto diverso dall’interessato solo sulla base di un idoneo presupposto giuridico o su indicazione dell’interessato stesso.
L’Autorità, ha inoltre osservato che la procedura di cancellazione manuale con pennarello o con bianchetto, per sua natura imprecisa e non definitiva, non può essere definita idonea a rendere anonime le informazioni personali degli interessati, né può definirsi una procedura di “pseudonimizzazione”, anche se eseguita in modo efficace, quanto piuttosto una semplice procedura manuale di oscuramento delle generalità degli interessati.
Sabato 15 aprile si è tenuto il primo Disability Pride a Torino, un pomeriggio all’insegna dell’orgoglio disabile e delle rivendicazioni delle varie associazioni. Promosso dalla cellula di Torino dell’Associazione Luca Coscioni in collaborazione con altre 17 realtà del territorio tra organizzazioni del terzo settore e startup, il Disability Pride vuole infatti promuovere una rivoluzione culturale per cambiare le percezioni collettive sulla disabilità attraverso la sensibilizzazione di istituzioni, imprese e cittadini.
Le barriere da abbattere, infatti, non sono solo quelle architettoniche, ma anche quelle digitali e, soprattutto, culturali.
Le organizzazioni promotrici hanno redatto un manifesto, una base di partenza per “proseguire il dialogo con le istituzioni, al fine di cominciare un lavoro che possa portare a dei reali cambiamenti”, come ha sottolineato Miriam Abate, coordinatrice del Pride.
I caregiver
Tra i punti rivendicati al Pride, c’è quello che riguarda chi si prende cura delle persone con disabilità: il 3 ottobre 2022 il Comitato Onu sui diritti delle persone con disabilità ha condannato l’Italia per la mancanza di tutela giuridica dei caregiver, accertando la violazione degli obblighi internazionali assunti con la ratifica della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità del 2006.
Ora il nostro Paese deve adeguarsi e adottare una normativa garantista e tutelante. Tra i punti più importanti per i promotori del Pride:
l’istituzione di un reddito di assistenza familiare complementare alle pensioni di invalidità e di accompagnamento;
la previsione di pensionamenti anticipati;
una maggiore flessibilità nei permessi (anche oltre i limiti della legge 104/1992);
la valorizzazione dello smart working e la promozione di spazi di co-working con aree di assistenza per le persone in necessità (con una logica analoga agli asili nido presso le scuole con ragazze madri);
l’aumento del monte ore per l’assistenza domiciliare integrata
Inoltre, è stata chiesta l’applicazione uniforme sul territorio nazionale della legge 112/2016 (conosciuta anche come legge del “dopo di noi”), per il superamento delle discriminazioni legate all’abitazione singola e indipendente rispetto alla sola previsione di co-housing di alcune regioni e interventi integrati per alleggerire il carico di cura dei cari, sostenendo l’accompagnamento a uno spazio terzo che dia respiro a relazioni molto spesso simbiotiche e di reciproca dipendenza nella coppia accudito-accudente.
La mancanza di consapevolezza
Non è soltanto una rampa a rendere accessibili luoghi e contenuti della cultura. Non sono soltanto omaggi e riduzioni sui biglietti a rendere accessibili gli spettacoli. Non sono soltanto le aree disabili a rendere fruibile da tutti un contenuto. Dai piccoli ai grandi eventi, mancano consapevolezza, confronto e progettazione.
Dal palco del Pride è stato rivendicato il diritto alla partecipazione alla vita sociale e culturale. Esiste una figura professionale con il compito di prevedere e provvedere a tutte le esigenze strutturali per far sì che una persona partecipi a un evento: il Disability Manager.
Le associazioni coinvolte hanno chiesto al mondo della cultura e dello spettacolo a tutti i livelli di prevedere nei loro gruppi di lavoro questa figura, di attivare corsi di formazione per operatori e volontari, di aprire i palchi a spettacoli ideati e messi in scena da persone con disabilità, di semplificare l’acquisto dei biglietti, di mediare tra le norme di sicurezza e il bisogno di poter godere di uno spettacolo come tutti.
Per concretizzare il diritto alla partecipazione culturale serve rendere accessibili i luoghi di cultura e i palchi sia al pubblico che ai performer
Questo vale anche quando le persone con disabilità sono gli artisti, spesso costrette a salire su palchi poco accessibili, anche all’interno di strutture recentemente ristrutturate. “Vogliamo scardinare la mentalità e i pregiudizi che vivono le persone con disabilità solo come soggetti da studiare e da curare, chiusi in casa e senza interessi – si legge nel Manifesto del Pride –. Vogliamo che gli artisti con disabilità possano essere riconosciuti come protagonisti delle arti performative, che possano esibirsi su qualunque palco insieme ad artisti senza disabilità e che possano intraprendere delle carriere professionali come lavoratori dello spettacolo. Chiediamo di rendere i teatri, ma anche gli edifici storici e culturali, accessibili al pubblico e ai performer, attuando le opere di adeguamento necessarie, anche se l’edificio non è oggetto di ristrutturazione”.
L’accessibilità digitale
Con questo termine si intende la capacità di un sito web o di un’applicazione di essere fruiti efficacemente da utenti diversi in differenti contesti. Rendere un sito web accessibile significa permettere l’accesso all’informazione contenuta nel sito anche a persone con disabilità fisiche di diverso tipo e a chi dispone di strumenti hardware e software limitati.
Le Web Content Accessibility Guidelines (Wcag) 2.0 contengono un’ampia gamma di recommendation studiate per rendere i contenuti del Web maggiormente accessibili. Seguendo queste linee guida è possibile creare contenuti accessibili alla più ampia gamma di persone con disabilità, tra cui la cecità e l’ipovisione, la sordità e l’ipoacusia, limitazioni cognitive e dell’apprendimento, ridotte capacità di movimento, disabilità della parola, fotosensibilità e combinazioni di queste.
Nonostante questo, la maggior parte dei siti web della pubblica amministrazione nazionale risulta completamente o parzialmente inaccessibile a moltissimi utenti.
“Chiediamo un adeguamento a questi criteri da parte di siti delle Pubbliche Amministrazioni, per permettere ai cittadini di informarsi adeguatamente e di poter eseguire prenotazioni e altri servizi annessi – ha sottolineato Sara Lanzone, del Coordinamento Torino Disability Pride –. Chiediamo che i siti web e le applicazioni di aziende private vengano rese accessibili per clienti e utenti con disabilità. Infine, chiediamo un’applicazione più stringente della legge 4/2004, conosciuta anche come Legge Stanca, da parte degli organi di supervisione preposti. Nonostante abbia più di 20 anni, infatti, questa non viene rispettata da buona parte dei soggetti coinvolti”.
La legge contiene una serie di disposizioni per favorire l’accesso delle persone con disabilità agli strumenti informatici.
Accessiway, uno degli sponsor del Pride, si occupa proprio di accessibilità digitale: “Sostenere eventi come questi è una priorità per la nostra azienda – ha dichiarato il Ceo di AccessiWay Edoardo Arnello – mettere al centro la persona, indipendentemente dalla propria condizione, fa parte della nostra mission. Noi ci occupiamo di accessibilità online, e come il Disability Pride vogliamo concorrere ad abbattere tutte le barriere che impediscono alle persone con disabilità di fruire di ogni aspetto della vita quotidiana: il web è uno questi”.
La sfera sessuale e affettiva
Quando si parla di affettività e sessualità, le persone con disabilità scompaiono: “Si tende a vedere sessualità e affettività come qualcosa che non incontrerà mai la vita di una persona con disabilità – ha affermato Mara La Verde, consigliera dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti di Torino –. Oggi vogliamo ribadire che anche noi abbiamo la capacità e il diritto di amare e anche di rappresentare le varie sfumature che esistono all’interno dell’amore”.
Spesso, infatti, quando si cerca di affrontare l’argomento si cade nello stereotipo per cui la disabilità è un deterrente troppo forte per permettere l’instaurazione di legami affettivi. La proposta degli organizzatori del Pride è di organizzare incontri e progetti di divulgazione per abbattere i preconcetti che impediscono alle persone con disabilità di poter esplorare liberamente le sfumature dell’affettività e della sessualità.
Identità di genere e orientamento sessuale sono solo la punta di un iceberg enorme di discriminazioni che affliggono le persone disabili che ad oggi non sono solo sottorappresentate, ma spesso anche emarginate dalla società che impedisce loro di integrarsi appieno con gli altri.
Uno studio dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibpm) di Roma, pubblicato sulla rivista Autophagy, ha identificato una nuova molecola – SM15 – che riesce a inibire l’autofagia cellulare, cioè il processo attraverso il quale i componenti danneggiati delle proteine vengono riutilizzati per la costruzione di nuove molecole proteiche.
Questo processo consente alle cellule tumorali, in taluni casi, di sopravvivere. “Nei tumori, l’autofagia svolge un duplice ruolo, perché è in grado di favorire la sopravvivenza o la morte delle cellule tumorali, a seconda del tipo e dello stadio del tumore”, spiega Daniela Trisciuoglio, ricercatrice del Cnr-Ibpm e coordinatrice dello studio. “Questa piccola molecola impedisce una fase specifica dell’autofagia e, allo stesso tempo, blocca la mitosi, attraverso la quale da una cellula si generano due cellule figlie dallo stesso corredo cromosomico di quella originaria. Ciò determina, per le cellule tumorali, l’impossibilità di riprodursi e di rigenerarsi, causandone la morte”.
In particolare, lo studio ha dimostrato che la molecola blocca le fasi più tardive del processo autofagico agendo sulla proteina SNAP29, che guida la fusione tra il materiale da degradare e i lisosomi, gli organelli che smantellano le proteine. “L’attività della SM15 impedisce la degradazione ed il riciclo di materiali cellulari deteriorati, ormai tossici per la cellula. Durante la mitosi, ovvero il processo di divisione cellulare, la molecola si inserisce nelle regioni responsabili del movimento dei cromosomi, producendo cellule figlie fortemente sbilanciate nel numero di cromosomi, che muoiono in breve tempo”, conclude Francesca Degrassi ricercatrice del Cnr-Ibpm. “Questa duplice azione della molecola SM15 potrà avere grande rilevanza nell’ambito della ricerca preclinica: infatti, nei tipi di tumore che necessitano di una funzionale autofagia per sopravvivere – quali il glioblastoma e gli adenocarcinomi duttali pancreatici – questa molecola potrà essere un efficace inibitore del processo. Inoltre, permetterà di identificare nuovi trattamenti farmacologici in grado di indurre la distruzione delle cellule tumorali attraverso due strade sinergiche, la morte in mitosi e quella determinata dall’inibizione dell’autofagia”.
È stata aggiornata la prima mappatura geolocalizzata, interattiva delle risorse territoriali (che comprende sia i servizi SSN sia le strutture del privato sociale) che si occupano di dipendenza da internet, disponibile all’indirizzo https://dipendenzainternet.iss.it/. Realizzata dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss, conta al 5 aprile 2023 102 Centri, con 3667 utenti presi in carico soprattutto tra i 15 e 18 anni e 358 professionisti impegnati.
I dati
L’ultimo aggiornamento offre una panoramica dei servizi che si presentano sul territorio in modo disomogeneo. La maggiore concentrazione è nelle regioni del Nord Italia (38 Centri solo in Lombardia) che ospitano il 65% dei servizi, seguite dalle regioni del Centro con il 27% dei servizi (12 nelle Marche) e dalle regioni del Sud e delle Isole con il 9% dei servizi (4 in Sardegna).
Gli utenti in carico dichiarati sono 3.667, soprattutto maschi (75%), la fascia d’età presa in carico più frequentemente (22,9%) è quella compresa tra i 15 e i 17 anni e il primo contatto è quasi sempre da parte dei genitori. Secondo la mappatura sono 358 i professionisti impiegati all’interno dei Centri, soprattutto psicoterapeuti (30%), assistenti sociali (16%), educatori professionali (15%) e medici psichiatri o neuropsichiatri (15%).
Tra gli strumenti di diagnosi il 96% dei servizi utilizza il colloquio clinico, il 58% la testistica standardizzata e il 51% le scale di personalità. I percorsi di trattamento offerti sono caratterizzati prevalentemente da un approccio multimodale integrato che vede nell’intervento di sostegno psicologico al paziente (93%) l’intervento maggiormente proposto, a seguire la psicoterapia individuale (91%) e l’intervento di sostegno psicologico ai familiari (82%), l’intervento psicoeducativo individuale (73%) e la psicoterapia familiare (68%).
La maggior parte delle risorse territoriali, il 91%, è in grado di rispondere alla domanda relativa al trattamento anche di altre dipendenze comportamentali, in particolare da gioco d’azzardo (69%) e shopping compulsivo (20%) e sex addiction (20%). Il 72% dei centri prende in carico utenti anche per le dipendenze da sostanze legali (soprattutto alcol e nicotina, rispettivamente 86% e 46%)e il 69% per dipendenze da sostanze illegali. Tra quest’ultime il 65% per abuso di cannabinoidi e cocaina.
L’accessibilità ai servizi è gratuita nell’88% dei casi, tramite ticket nel 10% dei casi e tramite altri accessi nel 2% dei casi.
La mappatura
La piattaforma è una guida online sviluppata nell’ambito del progetto CCM “Rete senza fili: tante connessioni possibili”: un elenco ragionato delle strutture socio-sanitarie che si occupano delle problematiche legate all’uso di Internet e che facilita l’accesso alle risorse territoriali agevolando e riducendo i tempi d’incontro fra domanda dell’utente e risposta dei servizi. L’Istituto Superiore di Sanità inoltre ha messo a disposizione tutti i Telefoni Verdi sulle dipendenze (fumo, alcol, droga, doping, gioco d’azzardo) per poter intercettare anche i disturbi legati alla dipendenza da internet. Attraverso la mappa si può consultare la scheda anagrafica del Centro, trovare i contatti, avere informazioni sulle fasce d’età prese in carico dal servizio e le tipologie di trattamento. La mappa è un continuo aggiornamento e i Centri che desiderano essere inseriti posso richiederlo scrivendo all’indirizzo dipendenzeinternet@iss.it.
Chi è il farmacista ospedaliero oggi? Quali competenze ha acquisito e di cosa si occupa nello scenario sanitario italiano e (in particolare) piemontese? Come riesce ad affrontare e risolvere le criticità che si presentano nella gestione di problematiche terapeutiche sempre nuove? A queste domande intende rispondere il corso di alta formazione Masterpharm 23, evento formativo sviluppato in tre differenti moduli con il coordinamento scientifico di Francesco Cattel, Direttore della struttura complessa di farmacia ospedaliera dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino. Il Corso – che giunge quest’anno alla sua seconda edizione – è sviluppato in eventi differenziati che prendono avvio il 18 aprile (modulo base-regionale, Piemonte), per proseguire poi in giugno (modulo advanced-nazionale, 7-9 giugno) e si concludono a novembre (modulo international, 8-10 novembre) con il coinvolgimento di relatori, docenti ed esperti di settore all’interno di un approccio lavorativo dialogico e pratico.
Quali sono i motivi, gli obiettivi ed i destinatari di questo Masterpharm 2023? “Il Corso nasce dalla considerazione che la farmacia ospedaliera ha avuto uno sviluppo enorme in questi ultimi 20anni”, precisa Francesco Cattel. “Negli anni ‘90 il farmacista ospedaliero era un professionista semi-nascosto, che gestiva il magazzino del farmaco nelle strutture di cura, mentre oggi quando riflettiamo sulle sue competenze attuali ci accorgiamo che vanno dall’oncologia alla ricerca, dalla logistica alla discussione dei casi clinici, dalla relazione con i pazienti per favorirne l’aderenza al contributo in termini di sostenibilità e sicurezza di terapie e di medical devices. Abbiamo quindi sviluppato il programma di Masterpharm 2023 cercando di mettere sotto la lente l’insieme di tutte le vastissime responsabilità che oggi sono attribuite alla nostra professione. Il Corso intende proprio illustrare ed approfondire temi ed ambiti professionali, con un obiettivo preciso: cercare di mettere a confronto le migliori esperienze realizzate in Piemonte, in Italia ed all’estero, per farne tesoro ed utilizzarle come best practice operative”.
Il primo modulo del Corso (“Le eccellenze del Piemonte”, 18-21 aprile; sede: AOU Città della Salute e della Scienza, Corso Bramante 88, Torino) è proposto ad un numero limitato di presenti (30 farmacisti più 10 uditori), una partecipazione che verrà allargata soprattutto in autunno nel modulo internazionale, a cui prenderanno parte anche professionisti da varie nazioni europee. Dopo la giornata inaugurale ed i saluti istituzionali (da parte dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Luigi Icardi e del Direttore Generale dell’AOU Città della Salute e della Scienza, Giovanni Lavalle, seguiti dal presidente SIFO Arturo Cavaliere, dal presidente SIHTA Francesco Saverio Mennini e dai rappresentanti dell’Università, professori Umberto Ricardi e Gianluca Miglio), il primo modulo approfondirà in due giornate di programma gli ambiti dell’innovazione e dell’eccellenza, toccando (tra gli altri) i temi di sperimentazione clinica, oncologia, terapie geniche, telemedicina, radiofarmacia, logistica robotizzata e registri di monitoraggio dei farmaci, sempre approfondendo gli argomenti con un connotato di “concretezza” operativa. “Questo perché l’obiettivo dei lavori”, precisa Cattel, “non è fornire una formazione teorica, bensì quello di proporre un confronto sul campo, di fornire benchmarking di criticità-risposte, in modo tale da proporre soluzioni e punti di vista operativi da importare nella propria struttura, visto che i lavori sono indirizzati anche a direttori di struttura, dirigenti che avranno così modo di confrontarsi con colleghi aventi responsabilità organizzative e gestionali specifiche”.
Per questo Masterpharm 2023 si presenta non come ambito di “lezioni frontali”, ma come ampio format di discussione, che viene arricchito nel programma (il 21 aprile) da un pomeriggio di visite sul campo, “perché abbiamo previsto – conclude Francesco Cattel – una visita per gruppi a numero ridotto, alla farmacia dell’ospedale Città della Salute, che oggi risulta essere la Farmacia Ospedaliera con il più alto carico operativo d’Italia e con un team davvero ampio di 23 professionisti”.
Sempre più neo genitori scelgono di donare il sangue cordonale ma sono ancora pochissime le persone che decidono di intraprendere questo percorso. Come riferisce il Report 2022 sulle Banche del Sangue di Cordone Ombelicale in Italia del Centro Nazionale Sangue, le donazioni nel corso dell’anno passato sono state poco meno di 7mila, dato in crescita del 6,3% rispetto a quello dell’anno precedente. Anche in termini percentuali si registra un progresso. Le donazioni hanno interessato il 2,8% dei parti avvenuti negli ospedali italiani adibiti alla raccolta; nel 2021 la percentuale si era fermata al 2,5. È confermata la crescita tendenziale rispetto al 2020, anno in cui, a causa della prima ondata della pandemia di COVID-19, si era registrato un record negativo.
Nonostante i segnali incoraggianti a livello tendenziale, va sottolineato che il COVID-19 ha avuto conseguenze che perdurano tutt’oggi sulla raccolta del sangue cordonale, perché il livello delle donazioni nel 2019 si attestava al 3,8% del totale dei parti avvenuti nei centri autorizzati alla raccolta. Di certo non hanno contribuito a invertire il trend i numeri sempre più bassi delle nascite in Italia che per il secondo anno di seguito si sono attestate sotto le 400mila unità.
Al momento le unità di sangue cordonale bancate nei centri italiani sono 47mila, di cui il 90% (42.336), sono conservate in vista di un utilizzo cosiddetto “allogenico non familiare”, ovvero per essere donato per fini solidaristici a chiunque dovesse averne bisogno.
“Vedere crescere il numero delle donazioni di sangue cordonale in Italia, nonostante gli strascichi della pandemia di COVID e un numero sempre più basso di nascite è un segnale positivo – è il commento della dottoressa Simonetta Pupella, responsabile dell’area tecnico-sanitaria del Centro Nazionale – Ma è bene ricordare due cose, che siamo ancora lontani dai livelli pre-COVID e che ancora molti neo-genitori in Italia rinunciano alla possibilità di un gesto solidaristico che potrà in futuro salvare molte vite umane”.
Il sangue cordonale
Le cellule staminali emopoietiche presenti nel sangue del cordone ombelicale, come quelle presenti nel midollo osseo e nel sangue periferico, sono progenitrici di tutte le linee cellulari del sangue (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine). Il trapianto di cellule staminali rappresenta una consolidata terapia salvavita per la cura di numerose e gravi malattie del sangue congenite e acquisite, immunodeficienze e malattie metaboliche. La donazione del sangue cordonale è dunque un interesse primario per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e la sua raccolta e conservazione è effettuata presso le banche del sangue di cordone ombelicale, strutture pubbliche accreditate presso il SSN a ciò preposte.
La rete ITCBN
La rete ITCBN (Italian Cord Blood Network) consiste in 18 Banche del Sangue ubicate presso ospedali pubblici o privati convenzionati con il sistema sanitario nazionale, distribuite in 13 regioni italiane. Ad esse fanno riferimento 270 punti nascita attrezzati per la raccolta solidaristica del cordone ombelicale, 40 dei quali operano nelle regioni in cui non è presente una banca cordonale. L’elenco completo delle strutture è consultabile a questo link.
La normativa consente:
Raccolta di SCO donato per fini solidaristici;
Raccolta di SCO dedicato al neonato con patologia in atto al momento della nascita o evidenziata in epoca prenatale, o per uso dedicato a consanguineo con patologia in atto al momento della raccolta o pregressa, che risulti curabile con il trapianto di CSE;
Raccolta di SCO dedicato a famiglie a rischio di avere figli affetti da malattie geneticamente determinate per le quali sussistano comprovate evidenze scientifiche di impiego di cellule staminali del SCO;
Raccolta di SCO ad uso autologo‐dedicato nell’ambito di sperimentazioni cliniche, approvate secondo la normativa vigente, finalizzate a raccogliere le evidenze scientifiche di un possibile impiego del sangue cordonale nel caso di particolari patologie.
La normativa vieta:
La conservazione ad esclusivo uso autologo in assenza delle condizioni sopraindicate;
L’istituzione di banche private sul territorio nazionale;
Ogni forma di pubblicità connessa alle banche private.
È tuttavia consentita la raccolta del SCO a scopo personale e la sua esportazione in strutture private al di fuori del territorio italiano secondo le regole definite da uno specifico atto normativo.
Per informazioni sulla donazione consultare anche il sito di Adisco.
Per consultare il rapporto cliccare sul seguente link.
Una spesa media che sfiora i 2.000 euro all’anno. Per effettuare esami diagnostici e visite specialistiche, sottoporsi a terapie salvavita e vedersi erogati trattamenti quali per esempio la psicoterapia e il supporto nutrizionale che concorrono ad aumentare i tassi di sopravvivenza e la qualità della vita dei malati di cancro. In molti casi a centinaia di chilometri da casa, aspetto che concorre ad aumentare l’aggravio economico per le tasche dei pazienti e delle loro famiglie.
Questioni che confermano come il Servizio Sanitario Nazionale non sia attualmente in grado di assicurare tempestivamente l’accesso agli esami diagnostici, alle cure oncologiche e al sostegno sociale a tutti i pazienti che ne abbiano bisogno. E la situazione risulta peggiorata a causa delle lunghe liste di attesa.
Le persone si ritrovano infatti (più di prima) a dover ricorrere al pagamento di tali prestazioni di tasca propria, dando la precedenza soprattutto a quelle legate alla diagnosi precoce e ad alcuni trattamenti. E trascurando, a causa delle difficoltà economiche, quelle più legate alla qualità di vita.
Ogni malato di cancro spende 1.841 euro ogni anno per curarsi
La seconda edizione dell’indagine “I costi sociali del cancro: valutazione di impatto sociale ed economico sui malati e sui caregiver” – promossa dalla Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO) e realizzata da Datamining: in collaborazione con l’Associazione Italiana Malati di Cancro, parenti e amici (Aimac), l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e quellodi Napoli (Fondazione Pascale) – svela una realtà purtroppo nota alle famiglie italiane che convivono con una persona malata di tumore.
Dai risultati della survey, pubblicati su “The European Journal of Health Economics” e presentati questa mattina nel corso di una conferenza nella sala stampa della Camera dei Deputati, sono emerse una serie di criticità rilevanti e diffuse, seppur in maniera disomogenea, in tutto il Paese. «L’indagine campionaria ha coinvolto quasi 1.300 pazienti in trattamento terapeutico che avevano ricevuto una diagnosi tra il 2011 e il 2018, con l’obiettivo di indagare la misura in cui i malati avessero attinto ai propri risparmi per portare avanti il percorso terapeutico più indicato per la propria malattia – riporta Alessandro Sproviero, CEO di Datamining –. La rilevazione è avvenuta in 39 punti di accoglienza e informazione di Aimac presenti nei maggiori centri di diagnosi e cura del cancro distribuiti equamente sul territorio nazionale e il campione della popolazione in trattamento ha tenuto conto del genere e della sede tumorale».
Dalle risposte fornite dai pazienti alle 38domande poste per quantificare le spese (mediche e non) affrontate direttamente per colmare carenze e ritardi del servizio sanitario nazionale, è emerso che mediamente ogni paziente oncologico italiano spende ogni anno 1.841 euro per ricevere prestazioni sanitarie che dovrebbero essere a carico dei servizi sanitari regionali. «Ancora una volta il lavoro del mondo del volontariato oncologico, con proprie strutture e mezzi, ma con la tradizionale alleanza con gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, ha evidenziato con rigore problematiche che gravano sulla vita dei pazienti oncologici – spiega Francesco De Lorenzo, presidente FAVO e Aimac –. I malati sono consapevoli che le lunghe attese incidono pesantemente sui ritardi diagnostici e si ritrovano obbligati a ricorrere al privato per superarle. L’auspicio è che questi dati convincano i decisori politici a intervenire con immediatezza, per evitare che a fare le spese di queste disfunzioni siano le fasce più deboli della popolazione».
Messaggio condiviso da Luciano Ciocchetti, Vicepresidente della Commissione Affari Sociali della Camera: «La questione dei costi privati sostenuti dai malati di cancro e dai loro famigliari e caregiver è un tema assolutamente da affrontare. Occorre migliorare la presa in carico dei pazienti dal primo momento, inserendo nel percorso tutti gli esami di controllo richiesti e prevedendo tutti i supporti necessari per preservare la loro qualità della vita. Da questa volontà deriva anche la mia proposta di legge per l’istituzione della figura dello psicologo di base. Questa ricerca aiuterà il Governo, il legislatore e le regioni a occuparsi di queste problematiche in maniera più approfondita».
Aggiunge l’On.le Ciani: «Come modello di welfare, l’Italia ha sempre puntato sulla salvaguardia della salute dei propri cittadini, con particolare attenzione alle persone più fragili come quelle che si trovano in una situazione di malattia grave come l’oncologia. Lo studio sulle spese socio-sanitarie sostenute dai pazienti oncologici è una preziosa testimonianza della realtà italiana, in cui sicuramente si evidenzia l’importanza di un sistema sanitario che tenta di garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro condizioni socio-economiche. Tuttavia, gli esiti del rapporto ci ricordano anche l’urgenza di affrontare alcune criticità ancora presenti nel nostro sistema sanitario,
come la carenza di personale medico, la necessità di rafforzare il sostegno alle famiglie dei pazienti oncologici, assicurare tempestivamente l’accesso agli esami diagnostici e alle cure oncologiche e ultimo ma non meno importante investire sulla medicina di territorio per garantire, laddove possibile, cure a domicilio. In un momento in cui la sanità pubblica è stata messa alla prova dalla pandemia di COVID-19, questo studio ci offre uno spunto di riflessione su come rendere più efficace e sostenibile il nostro sistema sanitario».
VOCI DI SPESA A CARICO DEI PAZIENTI
QUOTA DI PAZIENTI CHE HANNO SEGNALATO IL PROBLEMA
EURO/ANNO
Esami diagnostici
51,4%
259,82
Trasporti
45,1%
359,34
Visite specialistiche post-diagnosi
28,9%
126,12
Farmaci non oncologici
28,5%
124,26
Alloggio
26,7%
226,78
Chirurgia ricostruttiva
3,3%
149,62
Consulenza nutrizionale
18,7%
82,36
Protesi/parrucche
18,2%
122,2
Assistenza domiciliare
6,1%
84,27
IL CAMPIONE DELLO STUDIO:
1.289 pazienti (464 uomini e 825 donne)
58% provenienti dal Nord e dal Centro Italia
42% dal Sud e dalle Isole
910 conviventi o sposati
379 single, divorziati o vedovi
Componenti famigliari: una persona (189), coppia (176), coppia con figli (776), altro (148)
Periodo in cui è avvenuta la diagnosi: 1985-2012 (192), 2013-2016 (455), 2017-2018 (642)
Fase della malattia: prima linea di trattamento (634), trattamenti successivi o cure palliative (655)
La quota più rilevante della spesa per esami diagnostici e viaggi
La voce che più sembra incidere sulle spese sostenute direttamente dai pazienti è quella relativa agli esami diagnostici (riportata dal 51,4 per cento di loro). A seguire: il costo dei mezzi di trasporto (45,1 per cento), le visite specialistiche successive alla diagnosi (45,1 per cento), l’acquistodi farmaci non oncologici (28,5 per cento) e le spese per l’alloggio lontano dalla propria residenza (26,7 per cento).
L’indagine ha evidenziato inoltre che a incidere sulla spesa per la diagnostica (in media: 259 euro all’anno) potrebbero essere anche esami prescritti in maniera inappropriata. E che, non essendo ritenuti necessari in una valutazione che incrocia i costi e i benefici, vengono lasciati a carico dei pazienti. Tra le altre voci di spesa più di frequente rilevate, infine, ci sono l’erogazione di trattamenti di supporto psicologico, i consulti con il nutrizionista, l’acquisto di protesi, parrucche e sedie a rotelle e le visite a domicilio effettuate da medici e infermieri.
«Il servizio sanitario nazionale rappresenta un grande patrimonio, che consente ai cittadini di continuare ad avere accesso alle cure più e meglio che in molti altri Paesi – sostiene Francesco Perrone, direttore dell’unità sperimentazioni cliniche e studi di Fase 1 all’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli e presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) –. Si tratta di un patrimonio che ha bisogno di essere difeso, ma anche potenziato laddove se ne identifichino inefficienze e carenze. Il suo corretto funzionamento è direttamente connesso alla possibilità di curare al meglio i malati di cancro. Chi affronta la malattia in una condizione di difficoltà economica vede la propria vita condizionata dalla malattia sia in termini di qualità, ma anche, drammaticamente di prospettive di sopravvivenza».
A spendere di più i pazienti del Centro e del Nord Italia (ma non è un paradosso)
Stando alle conclusioni dello studio, la spesa privata tra i malati di cancro è diffusa soprattutto tra i pazienti che vivono nelle Regioni del Centro e del Nord del Paese.
«I pazienti oncologici italiani nel 2018 hanno sostenuto costi privati rilevanti per integrare le prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale nelle aree della diagnosi, del supporto alla cura e della riabilitazione importanti per l’esito finale, il recupero e la qualità di vita – afferma Roberto Lillini, ricercatore del servizio di epidemiologia analitica e impatto sanitario dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, tra gli autori dello studio –. In particolare, i costi sostenuti per diagnosi tramite strutture private sono risultati particolarmente onerosi, ma non differibili, quando l’alternativa nelle strutture pubbliche implicava attese troppo lunghe a fronte della malattia da diagnosticare o investigare. Questa scelta ha però portato spesso a dover rinunciare ad altri servizi non sufficientemente forniti dal Servizio Sanitario Nazionale, ma comunque importanti per un buon esito della cura e della qualità di vita del paziente. In particolare in situazioni problematiche a livello socio-economico. Il Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe quindi potenziare la sua capacità di rispondere ai bisogni insoddisfatti dei pazienti e dei sopravviventi tramite azioni di sanità pubblica che, riducendo le differenze socio-economiche, migliorerebbero le cure lungo tutto il decorso della malattia, dalla diagnosi alla riabilitazione». Aggiunge Francesca Traclò, referente dello studio e membro del consiglio direttivo dell’Aimac: «I risultati della nostra rilevazione confermano che alcune esigenze dei pazienti oncologici rimangono insoddisfatte. Questa situazione accresce le disuguaglianze tra pazienti caratterizzati da status socioeconomici differenti. Una disparitàinaccettabile, in presenza di un sistema sanitario pubblico che per sua natura dovrebbe garantire a tutti i cittadini un equo accesso ai servizi sanitari».
I meno tutelati sono i pazienti più fragili
Nell’ampio ventaglio dei pazienti oncologici, ad attingere maggiormente ai propri risparmi sono soprattutto coloro che affrontano la ripresa di una malattia diagnosticata anni prima. Nelle prime fasi di cura, i pazienti oncologici riescono a beneficiare maggiormente dell’offerta del servizio sanitario nazionale. Cosa che accade meno di frequente, invece, nelle fasi successive della malattia.
«I pazienti più vulnerabili sono anche coloro che più spesso mettono mano al proprio portafoglio per curarsi – conclude De Lorenzo. È necessario rafforzare la medicina territoriale, anche in ambito oncologico. Le cure più avanzate è giusto che vengano svolte nei centri di riferimento. Ma una volta superata la fase acuta della malattia, il resto va fatto principalmente sul territorio. I pazienti con una malattia avanzata, anche quando non guariscono, hanno diritto a una vita dignitosa in linea con le opportunità terapeutiche attuali e alla migliore qualità della vita possibile».
Tradotto in percentuale, uno su sei significa che circa il 17% degli adulti non riesce ad avere figli. Dato che per l’Italia si attesta intorno al 15%, secondo quanto risulta all’Istituto superiore di sanità. E, naturalmente, pare un dato particolarmente allarmante.
A leggere bene le informazioni del report la situazione reale potrebbe essere anche molto differente. È la stessa Oms a dirlo, lamentando la carenza di studi scientifici ad hoc sul tema della infertilità. Non solo a livello mondiale, ma anche nei diversi Paesi. Ragion per cui i numeri presenti nel report rappresentano solo una stima delle dimensioni reali del fenomeno infertilità.
In Italia non ci sono studi specifici sulla prevalenza dell’infertilità
Commenta a TrendSanità Paola Anserini, presidente della Società italiana di fertilità e sterilità (Sifes): “Il report di Oms è uno studio di valutazione di prevalenza dell’infertilità nel mondo che si riferisce a un numero limitato di lavori scientifici. E infatti conclude che gli studi di prevalenza sull’infertilità sono troppo pochi e che si dovrebbero condurre nazione per nazione, perché avrebbero un grande rilievo per far notare agli stakeholder della sanità le necessità su questo tema in ogni Paese. Questo discorso vale anche per l’Italia, dove non ci sono studi specifici sulla prevalenza di questo fenomeno”. Il che potrebbe far supporre che i dati diffusi da Oms possano essere finanche sottostimati. Afferma Anserini: “Sono sicuramente sottostimati perché gli studi presi in considerazione hanno una base dati non omogenea rispetto alle persone che hanno risposto all’indagine”.
Infertilità: cosa si intende?
Ma andiamo con ordine e iniziamo con capire cosa si intende per infertilità.
L’infertilità è considerata una vera e propria patologia, tanto che si parla di diagnosi e di terapia riferite a questa condizione di salute. Secondo Oms si parla di infertilità quando una coppia non riesce a concepire dopo 12-24 mesi di rapporti sessuali non protetti.
Vien da chiedersi allora quali siano allora le principali cause che portano a questi numeri così elevati di infertilità nella specie umana. Risponde la presidente della Sifes: “Possiamo indicare le cause, anche se non possiamo dire quale sia la loro prevalenza assoluta ma solo quella che rileviamo nei pazienti che si rivolgono ai centri dedicati alla procreazione assistita. Di fatto, non tutte le persone infertili sanno di esserlo e non tutti gli infertili optano per la fecondazione assistita”.
Quindi numeri assoluti che definiscono il quadro dell’infertilità non ci sono né a livello mondiale né in Italia. I dati del Registro nazionale italiano della procreazione medicalmente assistita (Pma), la cui pubblicazione annuale è istituita dalla legge 40 del 2004, sono parziali perché riferiti solo alle coppie infertili che si rivolgono ai centri specializzati. E avendo una base dati diversa da quella utilizzata da Oms per il suo report i numeri italiani non possono essere messi in relazione con quelli mondiali.
Inoltre Oms riporta il dato della prevalenza di infertilità lifetime, cioè di coppie che dicono di avere avuto problemi di infertilità almeno una volta nella vita, e il dato riferito alla dichiarata infertilità in uno specifico periodo della vita, presente o passato.
Le cause dell’infertilità
Secondo l’ultima edizione del Registro, su 32.562 coppie trattate nel 2020 con tecniche di Pma di II e III livello con trasferimenti di embrioni a fresco con tecniche Fivet e Icsi, il 20% risultava infertile per ragioni relative al maschio, il 18% per fattori sia maschili che femminili, il 16% dei casi riguardava infertilità idiopatica (casi in cui non si riescono a determinare cause femminili o maschili che spieghino l’infertilità della coppia). Ben il 44% dei casi invece era relativo a infertilità femminile (vedasi figura).
Cominciare a cercare una gravidanza in tarda età aumenta il tasso di coppie che non riescono a procreare
Commenta Anserini: “Anche Oms rileva anche che non ci sono dati specifici sulle cause di infertilità, né rispetto al genere che costituisce le coppie che dichiarano l’infertilità. Quanto al 17% dell’infertilità femminile per ridotta riserva ovarica rilevato dal Registro, essa comprende anche i casi dovuti all’età della donna, che nei Paesi europei e in particolare in Italia è una grossa motivazione di infertilità. Il fatto di cominciare a cercare una gravidanza in tarda età aumenta il tasso di coppie che non riescono a raggiungere l’obiettivo e che quindi si rivolgono al centro di procreazione assistita”.
Figura: Indicazioni di infertilità per le 32.562 coppie trattate con tecniche di Pma di II e III livello con trasferimento di embrioni a fresco (Fivet/Icsi) nel 2020
Fonte: Attività del registro nazionale italiano della procreazione medicalmente assistita, 16° Rapporto, istituto superiore di sanità, dati 2020
Attenzione ad alimentazione e stili di vita e all’ambiente
Oltre alle cause fisiologiche, mediche e genetiche, l’infertilità può essere dovuta anche a fattori modificabili, come abitudini alimentari e stili di vita. Spiega Anserini: “I disturbi alimentari, il sovrappeso e l’eccessiva magrezza in particolare, hanno un impatto importante sulla fertilità sia nell’uomo che nella donna. Questi disturbi sono in aumento, anche post-Covid. Anche un’alimentazione disordinata può concorrere all’infertilità. Così come alcool, fumo e droghe. Soprattutto incide negativamente la durata di esposizione a stili di vita sregolati. Ancora una volta vediamo che a incidere è il fattore età: se è un giovane di 25 anni a essere dedito all’alcool e al fumo l’impatto di queste abitudini sull’infertilità sarà più ridotto rispetto a quello che potrà avere un adulto di 40 anni. Anche perché si aggiunge il normale calo della fertilità dovuto all’aumentare dell’età”. In altri termini, la fertilità è inversamente proporzionale all’età anagrafica e direttamente proporzionale alla durata dei cattivi stili di vita. Con negativi effetti sommatori di questi due fattori.
Ci sono poi gli endocrine disruptors, che in italiano chiamiamo interferenti endocrini, le sostanze artificiali presenti nell’aria e negli alimenti che interferiscono con il nostro sistema ormonale alterandone gli effetti. Tra cui anche quelli relativi alla fertilità. Come ci difendiamo?
Risponde l’esperta: “Con le regolamentazioni europee relative alle sostanze tossiche. Purtroppo, dal punto di vista personale ci si può fare poco. Anche in questo caso, la durata dell’esposizione fa la differenza. Perché l’effetto di queste sostanze sulla fertilità sarà maggiore con l’aumentare dell’età a cui una coppia cerca una gravidanza”.
Diagnosi e terapia
Ma come si diagnostica l’infertilità? Illustra Anserini: “Innanzitutto i 12 mesi di rapporti non protetti per definire che una coppia non è fertile valgono per le coppie che non hanno avuto eventi che già di per sé siano possibili cause di infertilità. Per esempio interventi chirurgici su ovaie, utero, testicoli o terapie che sono note per essere gonadotossiche. O ancora, infezioni genitali o sessualmente trasmesse già diagnosticate come sifilide, clamidia e prostatiti croniche. La diagnosi avviene attraverso una visita specialistica di entrambi i partner che parte dall’anamnesi e prosegue con diversi accertamenti come l’esame del liquido seminale, la valutazione dell’ovulazione, i dosaggi ormonali. Fino ad arrivare alla conclusione che o non c’è alcuna causa apparente – infertilità idiopatica – o che ve n’è una specifica di origine maschile o femminile o di entrambi i partner”.
Le terapie vanno impostate caso per caso in base alla causa dell’infertilità
Appare quindi intuibile che le opzioni oggi disponibili per la terapia dell’infertilità siano diverse a seconda della causa che origina questa condizione. Come conferma la dottoressa: “Abbiamo trattamenti antibiotici per risolvere i casi di infezione, la chirurgia endoscopica per alcune malformazioni dell’utero o per alcune aderenze. Vi sono poi terapie per l’induzione dell’ovulazione nelle pazienti che non riescono a ovulare. Spesso i pazienti arrivano dallo specialista di infertilità con quei disturbi derivanti da una scorretta alimentazione, che vanno corretti prima di passare ad altro. Talvolta la terapia dell’infertilità può essere ‘semplicemente’ far perdere o acquisire peso al paziente. Vediamo quindi che non è possibile definire un percorso unico valido per tutte le coppie. Ogni caso è a sé. In ogni caso, le tecniche di riproduzione assistita che oggi sono disponibili e sicuri dal punto di vista medico per i cittadini, non devono per forza essere l’ultimo step dopo aver provato tutto il resto. Per alcune coppie può essere anche la prima scelta. Ad esempio, in caso di gravi problemi di infertilità maschile non c’è bisogno di aspettare, perché raramente ci sono terapie mediche migliorative”.
Equità d’accesso a rischio
Il report di Oms evidenzia come l’infertilità non trovi sempre risposte adeguate nella sanità dei diversi Paesi del mondo. In Italia come siamo messi in termini di accesso alla diagnosi e ai trattamenti per l’infertilità? Forse che ci siano anche in questo caso le note differenze territoriali di accesso?
I centri pubblici di secondo livello per la fecondazione assistita in Italia sono 72
Per rispondere a queste domande complesse viene in nostro soccorso nuovamente Anserini: “Rispetto ad altri Paesi, sulla carta la Pma in Italia è offerta a tutti dal Ssn. E i centri pubblici di secondo livello per la fecondazione assistita sono 72. Quindi saremmo in posizione privilegiata rispetto all’estero. Nella realtà però ci sono tante problematiche e saranno sempre più presenti in futuro. Infatti le tecniche si evolvono rapidamente e per essere sempre più performanti hanno bisogno di strumentazioni più all’avanguardia, ma il Ssn è molto lento nel stare al passo per problemi di budget e non solo. Quindi se in teoria saremmo il Paese migliore del mondo per l’equità d’accesso alle terapie per l’infertilità, in realtà non tutti i centri hanno le strumentazioni adeguate, il personale specializzato e liste d’attesa allineate alle esigenze dei pazienti”.
Il nodo dello stigma
Altro argomento delicato toccato dall’indagine dell’Organizzazione mondiale della sanità è quello relativo allo stigma. Che in molti Paesi, specialmente quelli a basso reddito, interessa soprattutto le donne che non riescono ad avere figli. Un po’ come accadeva nel nostro Paese fino a pochi decenni fa. Quando la condizione della donna che non aveva figli era vista negativamente, giacché il suo ruolo sociale era ancora fortemente legato all’essere moglie, madre e sostanzialmente responsabile del focolare domestico.
Chiediamo ad Anserini se sia ancora così, se il non poter avere figli, cioè l’infertilità, sia ancora uno stigma sociale specialmente per le donne che si rivolgono ai centri specializzati italiani.
“Non ho dati scientifici documentati per rispondere a questa domanda – dice l’esperta. La mia opinione personale derivata da ciò che percepisco nella pratica clinica è che fino a una certa età non sia uno stigma sociale per gli italiani. Però può esserlo per le donne di diversa etnia e tradizioni culturali, anche giovani. Tuttavia, quando una coppia decide di avere un figlio e non riesce in questo intento, e decide di rivolgersi a uno specialista di infertilità è quasi sempre un dramma. Talvolta mi rendo conto che pur occupandomi di un aspetto di salute che non ha conseguenze mortali, essa spesso è vissuta dai pazienti come una menomazione fisica. E ciò vale tanto per le donne quanto per gli uomini”.
Tra diritto alla genitorialità e gestazione per altri
Parlando di infertilità e di tecniche per la procreazione medicalmente assistita non possiamo non toccare un tema di strettissima attualità: quello della gestazione per altri. Che è fortemente collegato a quello del diritto alla genitorialità dell’individuo. E non possiamo non rivolgere alcune domande delicate a un’esperta che aiuta ogni giorno le persone a realizzare il proprio desiderio di avere un figlio.
In particolare, vien da chiedersi che idea si è fatta in tanti anni di lavoro un medico che supporta le coppie nel superare i problemi legati all’infertilità, rispetto al fatto che tutti possano o meno avere diritto di diventare genitori a prescindere dal genere, dall’orientamento sessuale o dal fatto di essere single o di vivere in coppia. E rispetto all’opzione della gestazione per altri.
Risponde Anserini, specificando che esprime in questo caso una opinione personale, che può non coincidere completamente con quella della società scientifica che ha l’onore di presiedere: “Non ho alcuna obiezione rispetto alla possibilità che anche coppie dello stesso genere possano aspirare a diventare genitori. Penso che tutti abbiano diritto a procreare e alla genitorialità. Credo che il dibattito sulle modalità con cui ciò possa realizzarsi debba essere ancora approfondito e sfaccettato. Ho invece molte obiezioni, in quanto donna, sul fatto che si debba incoraggiare la gestazione per altri. Ma, come dicevo prima, è un tema che deve essere ancora molto ben approfondito. Tra l’altro esiste un tema di ‘sostenibilità’ troppo poco affrontato: non credo che su larga scala la procreazione per altri sia percorribile e, quindi, da incoraggiare”.
“Tra gli obiettivi del mio mandato c’è l’incentivo all’autodonazione da parte di soggetti che non pensano di essere pronte a concepire un figlio in giovane età: potranno usare i propri ovociti successivamente”
Chiosa poi la dottoressa: “Come presidente della Sifes, sostengo che una buona fetta di infertili lo sia per ragioni di età avanzata e che ci sia necessità di utilizzare l’ovodonazione, che è consentita solo acquisendo ovociti da banche estere, giacché non è stata normata la donazione altruistica in Italia. Bisogna porre rimedio a questa situazione, che non è più sostenibile. Tra gli obiettivi del mio mandato vi è quello di favorire l’incentivo all’autodonazione da parte di soggetti che non pensano di essere pronte a concepire un figlio in giovane età. Così che possano utilizzare i loro stessi ovociti successivamente, quando riterranno di voler avere un figlio. Perché di fatto acquistiamo gli ovociti dalle banche straniere, ma formalmente diciamo che non facciamo commercio di ovociti… una delle strane contraddizioni del nostro Paese.