Al fine di fornire nuovi strumenti in grado di misurare il rischio associato ai nanomateriali, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, in collaborazione con 10 gruppi Europei ed un gruppo Cinese, ha ideato una piattaforma metodologica integrata che avrà il compito di validare una vasta gamma di nanomateriali prima del passaggio alla produzione su larga scala.
Lo sviluppo di nanomateriali occupa una rilevanza crescente nella produzione industriale globale. Grazie alle loro caratteristiche chimico-fisiche, infatti, questi materiali sono estremamente competitivi in diversi settori e contesti applicativi come quello dell’elettronica, dell’energia, della biomedicina e dell’alimentare. Tuttavia, la loro flessibilità e la capacità di interazione con molti substrati hanno generato numerosi interrogativi sul loro possibile impatto sulla salute umana, animale e sulla ricaduta ambientale. Negli ultimi dieci anni sono stati effettuati molti studi per determinarne l’effetto su differenti matrici biologiche e ambientali. Nonostante le molte pubblicazioni, i dati emersi si sono mostrati spesso frammentari, poco organici e controversi.
Da queste evidenze è scaturita l’idea progettuale POTENTIAL – Platform Optimisation To Enable NanomaTerIAL safety assessment for rapid commercialisation – finanziata dall’Unione Europea, all’interno di un bando sulla sostenibilità digitale –Horizon Europe, Digital Emerging. Lo sviluppo della piattaforma, avviato il primo gennaio 2023 e di durata quadriennale, sarà coordinato dall’Istituto Mario Negri.
“Oltre ad essere un’opportunità molto importante per poter collaborare con centri di ricerca europei di eccellenza – spiega Luisa Diomede, responsabile del Laboratorio di Patologia Umana in Organismi Modello del Mario Negri – il progetto ci permetterà di colmare quelle lacune che spesso hanno limitato la validazione della sostenibilità dei nanomateriali ad uso industriale e biomedico. Disporre infatti degli strumenti necessari, delle risorse economiche e di un arco temporale adeguato, sarà fondamentale per rendere la nostra piattaforma ottimale per soddisfare le necessità dell’industria e le richieste degli enti regolatori”.
“È infatti importante sottolineare che – conclude Paolo Bigini, capo del Laboratorio di Nanobiologia – la nostra filosofia sarà quella di sviluppare, per ogni materiale che testeremo, una strategia analitica che combini l’attendibilità e il rigore scientifico con la flessibilità, la facilità d’utilizzo e di condivisione e, non ultimo, di contenere i costi.”
Nei giorni 7 e 8 febbraio, è stata organizzata, presso l’Istituto Mario Negri, la prima riunione del progetto che ha visto la partecipazione di tutti i partners, del funzionario incaricato della Comunità Europea e di un comitato consultivo.
In Italia l’artrite reumatoide costa ogni anno alla collettività oltre 3 miliardi di euro, tra spese dirette e indirette. Si tratta di una delle più temute e dolorose malattie reumatologiche, con remissione possibile in circa il 50% dei casi. Per raggiungere questo obiettivo è fondamentale però contare sulla diagnosi precoce e su un intervento terapeutico rapido. Purtroppo, sia per l’artrite che per altre patologie gravi, questo non sempre avviene. Infatti, solo il 18% dei pazienti ha potuto dare un nome alla sua malattia entro i primi tre mesi dalla manifestazione dei sintomi. È quanto sostiene la Società Italiana di Reumatologia (SIR), riunita in una conferenza stampa oggi a Roma per parlare di individuazione delle patologie e aderenza alle cure.
“Le diagnosi tardive colpiscono addirittura 1 milione di italiani – afferma Gian Domenico Sebastiani, Presidente SIR –. I pazienti aspettano anche 7 anni per scoprire di soffrire di artrite psoriasica o fibromialgia, 5 per la spondilite anchilosante, 3 per la sclerosi sistemica e 2 per l’artrite reumatoide. Sono tempi troppo lunghi, che causano un peggioramento dei sintomi e rendono più difficile il recupero e la cura. È necessario fare corretta informazione perché i malati non sottovalutino i dolori e offrire ai medici di medicina generale gli strumenti adatti a riconoscere la malattia reumatologica e a indirizzare la persona dallo specialista. In Italia i pazienti sono 5,4 milioni, quindi una persona su dieci. Sono numeri molto alti, che rendono evidente la necessità di un intervento. Molti di loro presentano sintomi invalidanti, con danni articolari e conseguenti disabilità. Oggi i farmaci permettono di fermare la progressione delle patologie, con un buon recupero delle funzionalità e una ripresa soddisfacente della propria vita professionale e personale: questo però richiede un intervento tempestivo, già a partire dai primi sintomi. Negli ultimi vent’anni i passi avanti nella ricerca ci hanno consentito di offrire soluzioni terapeutiche innovative, con minori o assenti effetti collaterali e un ridotto impatto sulle abitudini quotidiane. Purtroppo non sempre l’individuazione della malattia è semplice, perché i sintomi sono spesso riconducibili ad altre patologie. Per questo è fondamentale investire in aggiornamenti e formazione per tutti gli specialisti, dai medici di medicina generale agli stessi reumatologi, che devono essere in grado di prendere in carico anche il paziente con caratteristiche meno comuni.”
“Molte patologie presentano difficoltà e dolori che rendono difficile lo svolgimento delle attività quotidiane: gli studi dimostrano che il 57% dei malati reumatologici necessita di aiuto nella vita di tutti i giorni – sottolinea Ennio Lubrano di Scorpaniello, Vicepresidente SIR –. Esistono complicanze che possono anche essere fatali, come quelle a carico dei polmoni e del cuore. Per questo coinvolgere le persone in attività informative è fondamentale: come SIR svolgiamo continue attività di divulgazione sia verso i clinici che verso i cittadini, perché possano da un lato maturare consapevolezza dell’importanza di rivolgersi al proprio medico curante, dall’altro riconoscere in tempi ridotti i sintomi e indirizzare il paziente a uno specialista in grado di inserirlo rapidamente in un programma di cura. Nel 2021 abbiamo lanciato la campagna ‘Diagnosi precoce’, che con la distribuzione di 200mila opuscoli, attività social e corsi di aggiornamento rivolti a farmacisti, ci ha permesso di raggiungere milioni di malati e caregiver. Oggi proseguiamo con talk show e videoclip che ci permettono di mantenere un dialogo con loro e di rispondere a dubbi e perplessità.”
“Se la diagnosi precoce è il primo passo per giungere a una guarigione o alla stabilizzazione dei sintomi, l’aderenza alle terapie è fondamentale per permettere il raggiungimento di una buona qualità di vita e scongiurare un peggioramento – aggiungono Silvia Tonolo, Presidente ANMAR Associazione Nazionale Malati Reumatologici e Roberto Messina, Presidente Senior Italia FederAnziani –. Nel post Covid si è registrata una maggiore discontinuità nelle cure: la causa principale sono le lunghe liste di attesa per le visite specialistiche. I pazienti, una volta notato un miglioramento nei sintomi e impossibilitati a mettersi in contatto con il reumatologo, sempre più spesso decidono di interrompere le cure. Questo causa per prima cosa il peggioramento della malattia, con ricomparsa dei dolori, in seconda battuta serie difficoltà per il medico nel definire una terapia personalizzata efficace. Un altro fattore scatenante è la paura delle possibili reazioni avverse. Come associazione cerchiamo di fare informazione verso i malati, sollecitandoli a una maggiore conoscenza delle terapie, a non prendere iniziative autonome e ad attendere il consiglio del medico, ma è fondamentale che le istituzioni facciano da capofila, perché la mancata aderenza nelle patologie croniche può portare anche alla morte.”
Un riconoscimento importante per la sanità dell’Emilia-Romagna, “la prima regione in Italia ad investire in un’applicazione per velocizzare i soccorsi in caso di arresto cardiaco”, puntualizza l’assessore alle Politiche per la salute, Raffaele Donini. Mai come in casi del genere, infatti, intervenire in modo tempestivo significa salvare vite umane. “Ragione per cui ringrazio le migliaia di volontari che partecipano al programma e invito tutti gli emiliano-romagnoli a scaricare l’app per entrare a far parte di questa rete”, incalza l’assessore Donini.
L’applicazione a cui rimanda Donini è DAE RespondER (promossa dalla Regione, progettata dall’Azienda Usl di Bologna con il supporto della Fondazione del Monte, sviluppata dal Sistema 118, attiva dal 2017 e del tutto integrata con le Centrali Operative 118), che permette di accorciare i tempi di intervento e fornisce una mappatura regionale dei defibrillatori sul territorio.
L’app riesce a precedere i servizi di emergenza medica e prestare i primi soccorsi in caso di arresto cardiaco in oltre il 13% delle situazioni
Il riconoscimento è giunto da uno studio, condotto dai professionisti del sistema 118 della Regione Emilia-Romagna e pubblicato da Resuscitation, rivista scientifica internazionale, dedicato proprio all’app DAE RespondER, che attesta come questa riesca a precedere i servizi di emergenza medica e prestare i primi soccorsi in caso di arresto cardiaco in oltre il 13% delle situazioni.
Nel dettaglio, l’indagine ha preso in esame 1.074 casi in cui almeno un primo soccorritore occasionale si è reso disponibile ad intervenire. Nel 13,4% delle situazioni, i primi soccorritori sono riusciti a raggiungere il paziente prima dei servizi di emergenza medica, ponendosi nella condizione di cominciare le manovre di rianimazione cardiopolmonare in 67 occasioni. Nel 4% dei casi, invece, i soccorritori, oltre ad essere giunti prima dei mezzi di soccorso, hanno portato con loro un defibrillatore e sono riusciti ad analizzare il ritmo cardiaco; un dato questo particolarmente positivo perché superiore alla media mondiale (che è inferiore al 3%). Nello 0,9% dei casi, infine, i primi soccorritori occasionali sono riusciti anche ad erogare la scarica elettrica salvavita per ripristinare il normale ritmo cardiaco.
Tornando alle parole dell’assessore alle Politiche per la salute della Regione Emilia-Romagna, è opportuno precisare che ad oggi sono oltre 16mila i volontari che hanno scaricato l’applicazione (è gratuita, per iscriversi ci vogliono pochi minuti e non occorrono pre-requisiti), pronti a intervenire tempestivamente sull’intero territorio regionale.
Secondo le Linee guida dell’European Resuscitation Council pubblicate nel 2021, infatti, in caso di arresto cardiaco impiegare il defibrillatore entro 3/5 minuti dall’inizio dell’evento cardiovascolare può aumentare le possibilità di sopravvivenza dal 50 al 70% (invece, per ogni minuto che passa senza soccorsi, tali percentuali si riducono circa del 10%). Ciò, appunto, è realtà nella regione amministrata da Stefano Bonaccini (qui ogni anno oltre 4mila persone sono vittime di un arresto cardiaco) grazie a questa app di accesso pubblico alla defibrillazione.
Ma non finisce qui. A breve DAE RespondER compirà un nuovo step: la Centrale operativa 118 Emilia Est, che comprende Bologna, Ferrara e Modena, ne consentirà l’attivazione anche per situazioni di sospetto arresto cardiaco nelle abitazioni private. Poiché la maggior parte di questi eventi avviene proprio a domicilio, ci si attende che tale evoluzione ampli ulteriormente gli effetti del sistema.
Come funziona l’app DAE RespondER e come può evolversi
L’applicazione ha un’esperienza d’uso molto intuitiva: nel momento in cui la Centrale Operativa del 118 identifica un sospetto caso di arresto cardiaco, allerta attraverso l’app i volontari che hanno fornito la loro disponibilità ad intervenire in quel settore, e individua la posizione del defibrillatore più vicino.
Giunto sul posto, il volontario può cominciare a prestare le eventuali manovre di rianimazione cardiopolmonare, usare il defibrillatore (l’app consente infatti di localizzare il defibrillatore semiautomatico esterno più vicino, così da recuperarlo e portarlo dove si trova la persona colpita) ed eventualmente erogare le scarica elettrica salvavita. Sempre mediante l’applicazione è possibile effettuare una chiamata di emergenza al 118, inviando in modo automatico le coordinate per una localizzazione più veloce.
Entrando nell’aspetto tecnico, “DAE RespondER è una tecnologia basata su prodotti open source integrati con sistemi GIS (sistemi informatici geografici studiati per la gestione del territorio). L’intento era di ottenere un prodotto multipiattaforma e quindi compatibile con i principali sistemi operativi e browser”. A parlare è Donatella Del Giudice, ingegnere dell’Ausl di Bologna, Dipartimento di Emergenza, responsabile del programma Centro regionale 118 Emilia-Romagna. “Le tecnologie di geolocalizzazione e mappatura sono fondamentali per un sistema davvero efficace. L’applicazione infatti è composta di due funzioni distinte ma integrate. La prima è la mappatura dei defibrillatori, corredata da una serie di informazioni utili alla loro reperibilità, compresa una icona differenziata per identificare più rapidamente i DAE disponibili in funzione dell’orario di consultazione. La seconda, l’allertamento dei DAE RespondER, grazie alla integrazione con le Centrali Operative 118 della Regione Emilia-Romagna consente di notificare una emergenza in corso e, per chi accetta di intervenire, la possibilità di essere visualizzati in real-time da parte degli operatori 118 sulla cartografia della Centrale Operativa 118”.
Già oggi, l’applicazione risponde a molteplici, utili funzioni. Ma si guarda avanti. A questo proposito, Del Giudice spiega: “I nostri progetti sono sempre in evoluzione con l’obiettivo di un continuo miglioramento. Nel caso dell’app stiamo lavorando per poter verificare, anche con l’applicazione chiusa, la posizione dei DAE RespondER e quindi inviare degli allertamenti più mirati. Ciò comporterà una modifica tecnologica sostanziale e quindi tanto lavoro di sviluppo e di test, ma ci permetterà un notevole salto qualitativo”.
Allo stato attuale è possibile geolocalizzare e censire, direttamente tramite l’app, un nuovo defibrillatore. “Ma vorremmo implementare la possibilità, per i referenti dei DAE, di aggiornare le informazioni di censimento, in particolare le date di scadenza delle piastre e delle batterie, per avere una mappatura tempestivamente aggiornata e quindi il più possibile affidabile. Infine l’applicazione è già predisposta per allertare la popolazione laica in modo differenziato e quindi si potrebbe ipotizzare di avvisare segmenti particolari di essa (ad esempio, le forze dell’ordine) anche in casi emergenziali diversi dall’arresto cardiaco”, chiarisce l’ingegnere dell’Ausl di Bologna.
Sistema innovativo con più sotto-progetti
App salvavita in caso di arresto cardiaco. “Parliamo di uno strumento intuitivo. Al contrario, sarebbe stata di ostacolo per la diffusione su larga scala, e ciò è stato uno dei primi punti di attenzione perché era impensabile dover dare una sorta di libretto di istruzioni a ciascuno”, riprende Del Giudice, evidenziando poi l’utilità “di aver aperto un canale di dialogo per tenere costantemente aggiornata e gestire i feedback della comunità dei DAE RespondER. Rispondo io a tutte le mail che riceviamo, perché ritengo importante, in un progetto del genere, monitorare di continuo l’andamento sul campo”.
Cinque anni fa il 118 Emilia-Romagna è stato finalista nella categoria “Servizi al cittadino” nell’ambito del premio Innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano, votato come miglior caso dalla giuria popolare per il progetto basato sull’uso dell’app DAE RespondER.
Le tecnologie digitali possono migliorare i servizi ai pazienti
Cristina Masella, responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità aveva affermato che strumenti di questo tipo “sono casi di successo di come le tecnologie digitali possono migliorare i servizi ai pazienti. Nonché i processi aziendali, ridurre i tempi di attesa e gli sprechi e facilitare il lavoro del personale medico e amministrativo”. Ad ulteriore dimostrazione di una soluzione innovativa.
“Non si tratta di una semplice app stand-alone, c’è tutto un sistema dietro, sia tecnologico sia operativo, con il quale occorre lavorare in sinergia. Possiamo anzi dire che il sistema è composto da più sotto-progetti, di cui l’applicazione è solo uno degli ingranaggi. Abbiamo lavorato due anni per avere un primo prodotto affidabile e flessibile. Poi abbiamo continuato a tenerlo aggiornato e a modificarlo facendo tesoro dell’esperienza sul campo. Il progetto era molto sfidante e ci ha messo di fronte a molteplici aspetti critici (o punti di attenzione): in primis quelli tecnologici dovuti agli smartphone, con i loro sistemi operativi e firmware estremamente differenziati nel mondo Android e particolarmente rigidi nel mondo iOS. Abbiamo poi dovuto allinearci con gli aspetti operativi e la mutevole casistica del sistema di emergenza e, quindi, ottimizzare l’integrazione con il software delle Centrali Operative 118. Infine, il requisito di realizzare un sistema complesso ma nel contempo usabile da chiunque”, tratteggia l’ingegnere dell’Ausl di Bologna.
L’app è a disposizione, a titolo gratuito, tramite il Portale del Riuso del Software, delle amministrazioni e dei sistemi 118 che se ne vogliono dotare
È bene evidenziare che DAE RespondER prevede un registro regionale unico dei defibrillatori, nato nel 2012, che rientra nei sotto-progetti sopracitati e costituisce il cuore del sistema. È la stessa Del Giudice a dettagliarlo: “In breve tempo abbiamo definito quali fossero le informazioni necessarie per una gestione, omogenea, completa ed organizzata di una mappatura che fosse anche aggiornata nel tempo. Al di là dell’aspetto di sviluppo informatico del data base, è stato necessario creare una organizzazione di persone che, in modo continuativo, si occupassero di gestire le validazioni delle informazioni, rispondere alle richieste di chiarimenti, raccogliere le informazioni mancanti, seguire le scadenze. È stato quindi sviluppato un portale di gestione dedicato a questo scopo che, ad esempio, invia in automatico delle mail di promemoria all’avvicinarsi delle scadenze, ed è stato messo a disposizione delle risorse territoriali che si occupano dei progetti di defibrillazione precoce nelle varie provincie della Regione. Il prodotto che abbiamo sviluppato, nel suo complesso di applicazione per smartphone e di portale di gestione del Registro dei DAE, è stato inserito sul “Portale del Riuso del Software” e quindi è a disposizione, a titolo gratuito, delle amministrazioni e dei sistemi 118 che se ne vogliono dotare”.
Formazione BLSD e giornate di orientamento per i giovanissimi
Un sistema che guarda al domani, quello sviluppato dal Sistema 118 Emilia-Romagna, forte del supporto dei centri di formazione dei corsi BLSD (“Basic Life Support and Defibrillation”, finalizzati all’apprendimento delle manovre per intervenire in modo tempestivo ed efficace in soccorso di un adulto o bambino in arresto cardiaco); centri che, a conclusione di ogni corso, invitano i partecipanti a scaricare l’app. “Ricordo però che non è obbligatorio avere una certificazione per registrarsi all’applicazione e rendersi disponibili a portare un DAE, ed eventualmente utilizzarlo sotto la guida dell’operatore 118, anche in videochiamata. Chiunque può farlo, ma è evidente che avere un percorso formativo rende le persone più consapevoli e meno timorose di mettersi in gioco (la maggior parte di coloro che sono registrati, infatti, sono anche certificati)”, precisa Del Giudice.
Rimarcando, infine, l’importanza di formare i volontari fin da giovanissimi. “L’idea che per avere dei DAE RespondER del domani era necessario formarli da piccoli ci ha aperto uno scenario interessantissimo. Abbiamo rimaneggiato un paio di progetti precedenti, aggiornandoli in modo che fossero fruibili tramite i visori di Virtual Reality (l’uso della Realtà virtuale permette di “catturare” completamente l’attenzione dell’utilizzatore, anche se per pochissimi minuti, e quindi il messaggio formativo passa in modo molto più efficace), con un qualsiasi smartphone e una spesa contenuta, per creare un sistema di formazione più attrattivo per le giovani generazioni. Abbiamo quindi realizzato due app, disponibili gratuitamente sugli store. La prima è rivolta ai più piccoli e con una storia di animaletti nel bosco introduce alcuni concetti di primo soccorso e li invita a collaborare alla rianimazione battendo le mani. La seconda è rivolta ai ragazzi più grandi e, presentando degli scenari più realistici, introduce una serie di nozioni più tecniche sulla rianimazione cardio-polmonare e propone dei quiz per auto-valutarsi”.
È arrivato il via libera al “Decreto tariffe” per l’assistenza specialistica ambulatoriale e protesica del Servizio sanitario nazionale da parte della Conferenza Stato-Regioni. Il decreto rende pienamente effettivi i nuovi Livelli essenziali di assistenza (LEA), varati con il DPCM 12 gennaio 2017.
“Dopo sei anni finalmente è stata raggiunta l’intesa in Stato-Regioni sul decreto tariffe che consente la piena efficacia dei nuovi livelli essenziali di assistenza varati nel 2017. Un risultato di straordinaria importanza frutto dell’impegno del Governo e della collaborazione proficua con le Regioni. Il Dpcm del 2017, infatti, innova i nomenclatori della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica, introducendo prestazioni tecnologicamente avanzate ed escludendo prestazioni obsolete. Prestazioni che finora non è stato possibile erogare su tutto il territorio nazionale proprio in mancanza dell’adozione del decreto tariffe”.
È quanto ha dichiarato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, dopo l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni del decreto del Ministero della Salute, di concerto con il MEF, sulle tariffe dei nuovi Lea in attuazione del Dpcm 12 gennaio 2017.
Il provvedimento aggiorna le tariffe delle prestazioni di specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica fermi rispettivamente al 1996 e al 1999 e valorizza quelle di nuovo inserimento. Le nuove tariffe entreranno in vigore dal 1° gennaio 2024 per quanto concerne l’assistenza specialistica ambulatoriale e dal 1° aprile 2024 per quanto concerne l’assistenza protesica.
“Tutti i cittadini, superando le disomogeneità assistenziali – aggiunge il ministro – potranno finalmente usufruire in ogni area della Nazione di prestazioni al passo con le acquisizioni medico scientifiche ormai consolidate, con effetti positivi anche in termini di contenimento della mobilità sanitaria”.
Tra le novità per la specialistica ambulatoriale l’erogazione omogenea su tutto il territorio delle prestazioni di procreazione medicalmente assistita incluse nei LEA; prestazioni per la diagnosi o il monitoraggio della celiachia e malattie rare; prestazioni indispensabili ad approfondimenti diagnostici strumentali di alta precisione nell’ambito della diagnostica per immagini in grado di consentire diagnosi più rapide ed affidabili; enteroscopia con microcamera ingeribile, screening neonatali. Viene introdotta la consulenza genetica per coloro che si sottopongono ad una indagine utile a confermare o a escludere un sospetto diagnostico, finalizzata anche a fornire il sostegno necessario ad affrontare situazioni spesso emotivamente difficili in relazione alle possibili implicazioni connesse alla comunicazione del risultato. Si aggiornano le prestazioni di radioterapia assicurando a tutti gli assistiti l’erogazione di prestazioni altamente innovative come la radioterapia stereotassica, adroterapia e radioterapia con braccio robotico.
Tra le prestazioni previste per l’assistenza protesica: ausili informatici e di comunicazione (inclusi i comunicatori oculari e le tastiere adattate per persone con gravissime disabilità); apparecchi acustici a tecnologia digitaleattrezzature domotiche e sensori di comando e controllo per ambienti (allarme e telesoccorso); posaterie e suppellettili adattati per le disabilità motorie, barella adattata per la doccia, scooter a quattro ruote, carrozzine con sistema di verticalizzazione, carrozzine per grandi e complesse disabilità, sollevatori fissi e per vasca da bagno, sistemi di sostegno nell’ambiente bagno (maniglioni e braccioli), carrelli servoscala per interni; arti artificiali a tecnologia avanzata e sistemi di riconoscimento vocale e di puntamento con lo sguardo.
Soddisfazione da parte dell’Osservatorio Malattie Rare. “Ora il via libera al Piano Nazionale Malattie Rare”
Il “Decreto Tariffe”, contenente il nomenclatore tariffario legato ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ha trovato l’intesa in Conferenza Stato -Regioni; un traguardo atteso dal 2017 e il cui mancato raggiungimento è stato più volte addotto come una limitazione per altri importanti provvedimenti.
“Osservatorio MalattieRare accoglie con soddisfazione la notizia dell’approvazione del decreto, un atto che contribuirà a portare la sanità sempre più nella direzione di una maggiore equità tra le Regioni, garantendo ai cittadini le prestazioni e gli ausili di cui effettivamente hanno bisogno. Ci congratuliamo con il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, per aver ottenuto in poco più di sei mesi dall’insediamento, questo risultato, sempre sfuggito in passato – commenta Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore di Osservatorio Malattie Rare – OMaR – Nei prossimi giorni, insieme alle associazioni di pazienti dell’Alleanza Malattie Rare e ai clinici, analizzeremo accuratamente le prestazioni inserite nei nuovi tariffari, per verificare che non ci siano inesattezze ed essere pronti a proporre integrazioni al prossimo aggiornamento che, ci auguriamo, avrà in futuro cadenza costante, come è stato promesso”.
Il decreto, più volte sollecitato anche da tutto il mondo delle malattie rare, consentirà di aggiornare i vecchi tariffari, fermi al 1996 per la specialistica e al 1999 per la protesica e contribuirà a ridurre le differenze regionali nell’erogazione delle prestazioni e di quanto in esso contenuto. È fondamentale inoltre, secondo OMaR, che il nomenclatore della specialistica includa prestazioni tecnologicamente molto avanzate, anche nuove, e ne elimini alcune ormai totalmente sorpassate.
“Ora che questo enorme scoglio è stato finalmente superato – prosegue il Direttore di OMaR – ci sono tutti i presupposti per compiere altri due passi, semplici e di fatto pronti, anche questi attesi da troppo tempo. Alla Conferenza delle Regioni spetta ora, infatti, di dare il via libera al Piano Nazionale Malattie Rare, fortemente voluto dal Sottosegretario Marcello Gemmato, ma che da due mesi attende la calendarizzazione. Al Governo, invece, si chiede di compiere un altro passo, fino ad ora mancato proprio a causa della mancanza del Decreto Tariffe: l’aggiornamento per decreto della lista di patologie da ricercare attraverso lo screening neonatale. Nuovi LEA, aggiornamento dello screening e Piano Nazionale Malattie Rare sono tre delle più grandi necessità per il mondo delle persone con malattie rare, confidiamo nell’impegno e nella capacità fino ad oggi dimostrati dal Ministero, e in modo particolare dal Sottosegretario Gemmato, per vederle finalmente soddisfatte”.
Cittadinanzattiva: “Siamo contenti ma non ci accontentiamo: prosegue la battaglia per assicurare l’effettiva erogazione dei Lea a tutti i cittadini”
“Finalmente si è raggiunta l’intesa in Conferenza Stato-Regioni. Un risultato che attendevamo da anni e per il quale ci siamo battuti, insieme a tante organizzazioni di cittadini e di pazienti, per garantire l’entrata in vigore dei Lea del 2017, e gli ulteriori aggiornamenti previsti, e il diritto ad un accesso equo alle prestazioni sanitarie ai cittadini di ogni Regione”. A dichiararlo Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva che proprio sei giorni fa aveva inviato una diffidaformale rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri nonché Presidente della Conferenza permanente Stato-Regioni e a tutti i Presidenti delle Regioni e delle Province autonome, affinché venisse convocata la Conferenza Stato-Regioni per l’intesa sul Decreto Tariffe.
“Tuttavia appare evidente, anche dal documento sottoscritto dalle Regioni a suggello dell’Intesa, che l’impegno per garantire i Lea in modo uniforme su tutto il territorio nazionale non è certo terminato: crediamo che le Regioni, oltre a richiedere giustamente che sia effettuato un monitoraggio per valutare l’impatto economico-finanziario che il Decreto avrà sui conti regionali, debbano impegnarsi a loro volta ad assicurare un monitoraggio permanente dell’adempienza sui Livelli essenziali di assistenza, e che le istituzioni tutte debbano essere consapevoli che l’aggiornamento dei Lea va reso una misura dinamica e costante e non un provvedimento “una tantum”. Restiamo perplessi inoltre dal fatto che le Regioni chiedano, come unica misura per assicurare le nuove prestazioni, il superamento del tetto di spesa su quelle effettuate in privato accreditato, e non anche un generale reinvestimento su tutti i settori della sanità pubblica, ad esempio per il rafforzamento delle risorse professionali.
Ci aspettiamo, infatti, che le istituzioni, centrale e territoriali, assumano come ottica condivisa per il futuro il rilancio del Servizio sanitario, la promozione della salute dei cittadini e il superamento delle disuguaglianze. Come cittadini, continueremo a valutare tutti gli aspetti legati all’erogazione dei Lea, per esempio le liste d’attesa e l’accesso effettivo alle prestazioni, la mobilità sanitaria, l’attenzione alla prevenzione, il rischio di desertificazione per i servizi e gli operatori della sanità pubblica”.
Oggi la Commissione europea vara la Public Buyers Community Platform, una piattaforma innovativa progettata per facilitare la collaborazione e la condivisione delle conoscenze tra gli acquirenti pubblici in tutta Europa. La piattaforma è uno spazio digitale unico, in cui le varie parti interessate, tra cui enti pubblici, industrie, piccole e medie imprese e mondo accademico, possono scambiare le migliori pratiche, condividere esperienze e confrontarsi sui problemi.
L’obiettivo della piattaforma è incoraggiare la collaborazione e formare una comunità di acquirenti pubblici impegnati a migliorare l’efficienza e l’efficacia delle procedure di appalto pubblico. Appalti pubblici efficienti, moderni e ben gestiti possono contribuire a un’economia europea più innovativa, sostenibile e socialmente inclusiva. Stimolano inoltre l’occupazione, la crescita e gli investimenti, e migliorano la qualità dei servizi pubblici.
Il varo della Public Buyers Community Platform rappresenta un progresso significativo verso il raggiungimento dell’obiettivo della Commissione europea di promuovere trasparenza, equità e concorrenza negli appalti pubblici. La piattaforma fa seguito alla nascita dello spazio europeo di dati sugli appalti pubblici, che consente di condividere dati sulla preparazione delle gare d’appalto, sulle gare stesse e sul loro esito. La piattaforma, accessibile a tutti i professionisti degli appalti pubblici europei, dovrebbe migliorare la gestione degli appalti nell’UE. Per aderire alla piattaforma e iniziare a beneficiare delle conoscenze e delle esperienze della sua comunità, si rimanda al sito web della piattaforma.
Da un’App per la terapia cognitivo-comportamentale dell’insonnia cronica a un software digitale che monitora la pressione sanguigna e aiuta a gestire lo stile di vita dei pazienti con ipertensione, fino a una maglietta hi-tech per la tele-riabilitazione neuromotoria dei pazienti nel loro domicilio. Queste sono solo alcune terapie digitali (DTx) in via di sviluppo da start-up innovative italiane, che mostrano quanto questo nuovo settore della medicina sia vivace e in crescita. Tuttavia, nel nostro non esistono ancora norme specifiche in materia di autorizzazione e rimborso e né vi sono DTx commercializzati, usati o rimborsati. Per ridurre questo gap tra evoluzione tecnologica, normativa e pratica clinica, il partenariato italiano di EIT Health InnoStars ha recentemente pubblicato un Position Paper dal titolo “Terapie digitali: il panorama italiano e il contributo dei partner EIT Health per un contesto armonizzato”. Il documento fotografa il panorama italiano nell’ambito a ottobre 2022 e indica la strada da seguire per favorire l’uso degli strumenti di salute digitale ed in particolar modo degli stessi DTx in Italia.
“Non si tratta solo di salute ma anche di una immensa opportunità economica in rapida espansione – dice Marco Aiello (membro del Supervisory Board – EIT Health InnoStars, ricercatore di Medical Imaging presso IRCCS Synlab SDN) -. Si stima che il mercato globale delle terapie digitali possa raggiungere i 9.4 miliardi di dollari entro il 2028. Altre ricerche stimano che la soglia dei 9 miliardi di dollari possa essere raggiunta già nel 2025 e che l’adozione delle terapie digitali da parte dei pazienti cresca di oltre 10 volte entro il 2023”. Il solo mercato europeo della terapeutica digitale è stato valutato a 503.48 milioni di dollari nel 2018 e si stima che raggiungerà i 2.3 miliardi di dollari entro il 2026.
Le terapie digitali in Italia
L’utilizzo dei DTx, definite come tecnologie che “offrono interventi terapeutici che sono guidati da programmi software di alta qualità, basati su evidenza scientifica”, rappresenta uno dei più promettenti strumenti di gestione di un modello di medicina sempre più di massa, che voglia mantenere alti livelli di qualità. I DTx in Italia sono allineati al Regolamento (UE) 2017/745 sui dispositivi medici. Ciò significa che i DTx devono fornire interventi terapeutici basati sull’evidenza per prevenire, gestire o curare un disturbo o una malattia medica. Come appunto il software per l’insonnia cronica, sviluppato da daVi Digital Medicine srl, in collaborazione con Cloud-R, Milano e l’Università di Verona; o la DTx contro l’ipertensione arteriosa, sviluppata da daVi Digital Medicine srl, in collaborazione con Polifarma Spa; o il dispositivo AuReha, sviluppato da DigitalRehab Ltd per la riabilitazione neuromotoria.
Per favorire il dibattito sul tema e formulare raccomandazioni utili allo sviluppo del settore, il partenariato italiano di EIT Health InnoStars, nell’ottobre dello scorso anno, ha tenuto una tavola rotonda con alcuni dei più importanti stakeholders nazionali. L’evento, intitolato “Digital Therapeutics: a che punto siamo?” ha visto tra i suoi partecipanti: Gennaro Piccialli, Direttore – CESTEV Università degli Studi di Napoli Federico II; Ferenc Pongracz, Regional Director – EIT Health InnoStars; Marco Aiello, membro del Supervisory Board – EIT Health InnoStars; Chiara Maiorino, Ecosystem Lead per l’Italia – EIT Health InnoStars; Ilaria Leggeri, Head of Pubblic Affair – EIT Health; Fidelia Cascini, Esperta di Sanità Digitale del Ministero italiano della salute; Giuseppe Recchia, Co-fondatore & CEO di daVi DigitalMedicine; Alberta Spreafico, Global Head of Digital Health Innovation & Strategy – Healthware Group e Sabrina Grigolo, paziente esperta Progetto EUPATI. Dall’analisi del contesto europeo ed italiano dei DTx e dal confronto tra gli intervenuti alla tavola rotonda, è emerso a seguire il Position Paper che indica la strada per favorire l’uso degli strumenti di salute digitale ed in particolar modo degli stessi DTx nel Paese. “I partner italiani della rete EIT Health – spiega Chiara Maiorino , Ecosystem Lead per l’Italia per EIT Health InnoStars – si propongono come piattaforma di connessione tra l’ecosistema italiano, operante in ambito sanitario, e quello europeo, mettendo a disposizione le proprie conoscenze”.
Serve interazione tra istruzione, ricerca e innovazione
Le azioni di promozione dei DTx devono partire da una approfondita conoscenza della materia, cui deve far fronte un processo autorizzativo a livello normativo, informato a questa stessa conoscenza ed alle più avanzate evidenze scientifiche. “L’interazione tra istruzione, ricerca e innovazione è essenziale – rimarca Aiello -. La dialettica tra queste tre realtà, a cui si aggiunge il mondo dei pazienti e degli enti regolatori è stato il punto di riferimento della tavola rotonda” . Aggiunge Salvatore Panico, professore ordinario di Medicina Interna presso la Scuola di Medicina dell’Università Federico II di Napoli: “I DTx come i farmaci devono seguire un percorso di validazione che permetta di conoscere la loro efficacia e la loro sicurezza”. Il punto – chiarisce Panico – è che “dall’analisi della letteratura scientifica è chiaro che siamo ancora in una fase iniziale di costituzione di un corpo di conoscenza utilizzabile in maniera diffusa”. La chiarezza terminologica così come l’istruzione sull’uso dei Dtx, a livello non solo di operatori sanitari, ma dei pazienti stessi, pure è risultato essere un obiettivo essenziale. Il Position Paper rimarca inoltre il notevole spettro di applicazioni di questi sistemi che ne dovrebbe giustificare la considerazione anche per il rimborso da parte del Servizio Sanitario Nazionale. “Attualmente – ricorda Oscar Mayora, a capo del Digital Health Lab presso Fondazione Bruno Kessler – i sistemi sanitari hanno serie difficoltà nel fornire numerosi servizi. La diffusione dei DTx potrebbe consentire l’uso di applicazioni per fornire supporto di base ai pazienti con bassi o moderati livelli di rischio e per liberare i professionisti sanitari per occuparsi di quei pazienti che necessitano di maggiore assistenza, come per esempio nel caso della psicologica oncologica”.
EIT Health
EIT Health è una delle nove Knowledge Innovation Community (KIC) dell’istituto europeo di innovazione e tecnologia (EIT), un organismo dell’UE e un partenariato istituzionalizzato nell’ambito del terzo pilastro di Horizon Europe. Istituita nel 2015 per affrontare le sfide sociali di “salute, cambiamento demografico e benessere” all’interno dell’UE, EIT Health conta 150 organizzazioni e istituzioni partner del mondo accademico, aziendale, della ricerca e dell’assistenza sanitaria, che lavorano in sinergia per promuovere l’innovazione in ambito sanitario e quindi la salute e il benessere dei cittadini europei.
In Italia, EIT Health è rappresentato da otto associate e core partner, tra istituzioni accademiche, centri di ricerca e aziende (Università degli Studi di Napoli Federico II, Università degli Studi di Torino, Istituto Italiano di Tecnologia, Synlab Italia, Synlab SDN, BioCheckUp, Fondazione Bruno Kessler e ART- ER) e quattro network partners (Life Science District , Bioindustry Park Silvano Fumero, Value Services e AdvicePharma Group) che contribuiscono all’implementazione dei progetti di innovazione, education e creazione d’impresa in ambito sanitario, promossi da EIT Health.
EIT Health InnoStars
EIT Health InnoStars è una delle otto aree geografiche di EIT Health. Copre metà dell’Europa, tra cui Ungheria, Italia, Polonia e Portogallo, nonché altre regioni incluse nel programma di innovazione regionale dell’EIT: Croazia, Cechia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia e Romania. Riunisce 25 partner principali e associati provenienti dalla ricerca, dal mondo accademico e dal business.
Una borsa di studio intitolata a Francesco Ripa di Meana per giovani manager che si siano distinti per la promozione e l’implementazione di esperienze di management innovative in sanità. A bandirla è la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso), di cui Ripa di Meana è stato socio fondatore e per tre volte Presidente, in occasione del trigesimo della sua scomparsa.
L’iniziativa si rivolge a manager e aspiranti manager della sanità e intende stimolare la riflessione sul ruolo del management nella promozione dell’innovazione come strumento privilegiato per affrontare contesti complessi e garantire risposte adeguate, in termini di qualità e sicurezza, ai bisogni dei cittadini, nel rispetto delle esigenze di sostenibilità complessiva del sistema.
Al vincitore della borsa di studio sarà data la possibilità di frequentare gratuitamente l’Osservatorio sul management degli acquisti e dei contratti in sanità, organizzato da Cergas – Sda Bocconi, partner dell’iniziativa.
Francesco Ripa di Meana si è spento a 72 anni il 19 marzo scorso. Medico specializzato in medicina del lavoro e manager, è stato Presidente di Fiaso dal 2006 al 2009, dal 2014 al 2017 e poi ancora dal 2018 al 2021. Nel corso dei suoi mandati ha orientato la Federazione alla promozione e diffusione della cultura manageriale, mettendo a disposizione del Servizio sanitario nazionale e del Paese la ricca e articolata esperienza e riflessione del management della sanità italiana su temi quali le garanzie di accesso per i cittadini a servizi di qualità, la governance e la sostenibilità del Ssn, il valore e la cura del capitale umano, il riconoscimento delle nuove competenze e figure professionali, oltre che il ruolo e l’autonomia del management e la formazione manageriale, con particolare attenzione per il middle management. È stato direttore generale di diverse Aziende sanitarie e ospedaliere, come la Asl di Viterbo, l’Azienda Usl di Piacenza, l’Azienda Usl di Bologna, l’Ircss Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e gli IFO Istituto Regina Elena-Istituto San Gallicano. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta aveva lavorato come medico in Mozambico e come project manager in ambito sanitario per la Cooperazione italiana in Brasile. Nel 2018 ha promosso la prima Convention del management della sanità italiana, organizzata per il ventennale di Fiaso, durante la quale aveva rivendicato il ruolo e il contributo delle Aziende sanitarie a garanzia della tutela del diritto alla salute.
“Con la borsa di studio vogliamo investire in un giovane talento, a partire dall’esempio di un manager appassionato e visionario come Ripa di Meana, che ha attraversato, sapendole interpretare, varie stagioni del Ssn – dichiara Giovanni Migliore, Presidente di Fiaso -. Un modo per ricordarlo, rendendo merito alla sua grande eredità, umana e professionale, e alla sua attenzione costante e tenace al contributo del management alla sanità pubblica del Paese, che è stata uno dei tratti distintivi di tutta la sua vita”.
La borsa di studio sarà regolata da un bando di prossima pubblicazione a cura della Federazione.
Nell’autunno scorso, la giornalista di TrendSanità Adriana Riccomagno ha sottoposto alla Berlin Science Week il progetto di un’indagine sul tema della disponibilità di dati sugli appalti pubblici sostenibili in Europa: la base di partenza per conoscere la situazione e poter prendere di conseguenza decisioni in un’ottica di maggiore sostenibilità. La proposta è stata accolta con il Journalism Grant della Berlin Science Week ed è diventata un ebook. Nel frattempo l’argomento è diventato ancora più caldo, visto che proprio poche settimane fa la Commissione ha annunciato un piano per costruire uno spazio europeo di dati sugli appalti pubblici.
Nell’ebook emerge come in Europa siano attive numerose realtà che, a vario titolo, si impegnano per favorire una maggiore sostenibilità negli appalti pubblici: associazioni, Ong, consorzi interuniversitari. Alcune di esse (in particolare Consip, Osservatorio Appalti Verdi e Sapiens Network) hannoaccettato di fornire i dati a loro disposizione e di condividere le proprie riflessioni su quali siano al momentole maggiori criticità del settore e in che modo ritengano che sia possibile adoperarsi persuperarle. Si evince anche come nei Paesi nordici probabilmente la sensibilità sia maggiore, ma il nostro Paese si ponga in una posizione d’avanguardia nel settore con i Criteri Ambientali Minimi (Cam): l’Europa stessa sembravoler andare in questa direzione.
La “stretta” decisa dal governo sul ricorso ai Pediatri a gettone è giusta e condivisibile, ma occorre trovare una “strategia di uscita” per garantire la sopravvivenza di molti reparti di Pediatria.
L’appello arriva dalla Società Italiana di Pediatria, che sottolinea come l’aumento progressivo dell’età media dei Pediatri e del numero di pensionamenti, sia nel territorio che in ospedale, e il numero crescente di pediatri che scelgono di lasciare l’ospedale per dedicarsi al territorio o all’attività privata, stiano mettendo a rischio il funzionamento stesso di molte strutture ospedaliere di Pediatria e di Punti Nascita, nei quali non si riesce più ad assicurare la continuità dell’assistenza. Proprio per tale ragione numerose realtà, per tamponare l’emergenza personale, sinora hanno fatto ricorso ai medici gettonisti, con poco controllo su professionalità e competenza degli operatori ed a discapito della sicurezza delle cure.
Un fenomeno certamente da contrastare, prevedendo però adeguate contromisure, senza le quali ben 65 Pediatrie di tutta Italia rischierebbero la paralisi.
Quali le proposte avanzate dalla Società Italiana di Pediatria?
La razionalizzazione delle piccole Strutture Ospedaliere di Pediatria (ormai quasi esclusivamente dedicate ad una attività ambulatoriale di “emergenza”, spesso in condizioni di estrema precarietà assistenziale e strettamente collegate al mantenimento di Punti Nascita substandard) può rappresentare un primo intervento, ma non in grado, da sola, di dare una risposta efficace e duratura.
Altro provvedimento utile per tamponare la criticità della situazione può essere rappresentato dal ricorso all’attività aggiuntiva (con remunerazioni orarie sovrapponibili a quelle riservate ai gettonisti) da parte di specialisti dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, superando il limite dell’appartenenza alla stessa Azienda e favorendo una disponibilità su base regionale (ed eventualmente anche extraregionale).
Nella consapevolezza di come sia però necessaria una strategia di cambiamento di più ampio respiro, la Società Italiana di Pediatria propone che, almeno fino al superamento della situazione di emergenza, sia modificata la modalità di accesso al mondo del lavoro dei giovani Pediatri e degli specializzandi dell’ultimo biennio del percorso formativo, strutturando un rapporto di lavoro che preveda lo svolgimento dell’attività assistenziale da parte di ciascun professionista sia in Ospedale che sul Territorio. Questa modalità, da considerare obbligatoria per tutti i nuovi Pediatri assunti dal SSN, potrebbe essere estesa, su base opzionale, anche a coloro che già prestano servizio, sia come pediatri ospedalieri che come pediatri di libera scelta. Un modello organizzativo di questo tipo potrebbe ridurre il fenomeno della “fuga” dagli ospedali e, al tempo stesso, consentire una migliore copertura territoriale anche nelle aree geografiche più svantaggiate. Sarà necessario declinare meglio le modalità di strutturazione dei diversi contratti di lavoro e definire gli aspetti economici, ma il superamento del rapporto di esclusività appare il passaggio fondamentale sul quale costruire i nuovi modelli operativi dell’assistenza pediatrica e neonatologica nel nostro Paese.
Già oggi, infatti, conclude la Società Italiana di Pediatria, non vi sono i medici specialisti in Pediatria necessari per mantenere l’attuale sistema organizzativo, realizzatosi nel nostro Paese a partire dal 1980, che prevede una assistenza pediatrica territoriale distinta e non integrata con quella ospedaliera. Il gap già esistente è destinato ad aumentare nei prossimi 3-4 anni, nonostante la riduzione della natalità e l’aumento del numero dei contratti per le scuole di specializzazione, per il numero elevato di pensionamenti tra i pediatri di famiglia e di dimissioni volontarie tra i pediatri ospedalieri.
Maggiori tutele e un percorso di carriera definito sin dalla laurea: Fondazione Telethon ETS lancia per i propri ricercatori e il proprio personale tecnico unnuovo, moderno, Contratto Collettivo Nazionale Aziendale di Lavoro. Il contrattoha l’ambizione di aprire la strada a tutti gli enti scientifici privati non industriali su scala nazionale e coniuga i diritti del lavoratore con la flessibilità necessaria a chi si dedica alla ricerca, riconoscendone il valore professionale e le mansioni svolte.
L’Accordo, che supera i contratti precari e atipici nel mondo dei ricercatori, è stato realizzato in collaborazione con la FIR CISLe pienamente appoggiato dalle Istituzioni di riferimento. A renderne possibile il varo è stato il DL. 148/2011 “Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità”, fortemente voluto dall’alloraMinistro del Lavoro Maurizio Sacconi, che permette di realizzare “specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione di natura subordinata e alla qualità dei contratti di lavoro”.
Con il nuovo contratto vengono garantiti i vantaggi del lavoro subordinato come la previsione di un salario minimo coerente con i livelli di inquadramento definiti nell’accordo e che caratterizzano il percorso di carriera dei ricercatori. Inoltre, lavoro flessibile pari a 40 ore settimanali; tutele garantite dalla Gestione Inps Lavoro Dipendente, quali malattia, maternità, paternità e congedi (tutte cumulabili ai fini della pensione); riconoscimento del Trattamento di fine rapporto; quattro settimane di ferie retribuite all’anno; welfare aziendale e assicurazione sanitaria
Telethon, che dalla ricerca trae nutrimento per adempiere alla propria missione, si è impegnata per garantire ai propri ricercatori un contratto di riferimento che restituisse dignità a questo tipo di impiego e superasse nello stesso tempo le problematiche legate alla natura stessa di un lavoro definito dal singolo progetto di ricerca e strettamente correlato alla durata del finanziamento dello stesso.
“Proprio la mancanza di tutele e la mancata definizione di un percorso certo di carriera – spiega il Presidente di Fondazione Telethon Luca di Montezemolo– influiscono sulla scelta dei ricercatori di recarsi all’estero. Attraverso questo contratto possiamo invece offrire una valida opzione ai giovani per restare nel nostro Paese, e attrarre anche talenti internazionali. Il nostro augurio è che questo modello possa diventare un punto di riferimento anche per altri enti di ricerca scientifica privati non industriali”.
“Il cammino iniziato nel 2019 e portato avanti con il pieno appoggio del Sindacato Nazionale e delle Istituzioni arriva oggi al suo primo traguardo con la presentazione del nuovo Accordo Collettivo Nazionale per i Ricercatori di Fondazione Telethon – aggiunge Francesca Pasinelli, Direttore Generale di Fondazione Telethon – Siamo molto orgogliosi di annunciare il compimento di un percorso in cui abbiamo creduto fortemente e al quale abbiamo dedicato grande impegno, a tutela di chi sceglie una professione così strategica per la collettività, cioè contribuire all’avanzamento della conoscenza in ambito biomedico. Oltre alla conciliazione vita-lavoro per ricercatrici e ricercatori, l’accordo prevede prestazioni di welfare aziendale di cui divengono beneficiari anche i familiari, in linea con le previsioni normative. Crediamo che offrire le migliori condizioni di lavoro sia essenziale per valorizzare e attrarre questi talenti di cui spesso si lamenta la fuga verso altri Paesi.”