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Perché la sanità privata è poco interessata alla telemedicina

Arretratezza culturale, difficoltà amministrative e normative da superare rendono i servizi di telemedicina poco interessanti per la sanità privata. Anche se qualcosa si sta muovendo. Cardiologia il settore più promettente. Resistenza culturale, formazione e semplicità di utilizzo da parte di medici e pazienti sono i nodi da superare. Questo è il quadro della situazione che emerge dalla 1° survey nazionale sulla Telemedicina in ambito ambulatoriale privato, realizzata dall’Osservatorio Salute Benessere e Resilienza della Fondazione Bruno Visentini. Ne parliamo con Duilio Carusi, coordinatore dell’Osservatorio e professore aggiunto presso la Luiss Business School.

La vostra ricerca ha evidenziato che le strutture sanitarie private sono ancora molto refrattarie allo sviluppo di servizi di telemedicina: il 58% di esse non solo non la propone ma non ha nemmeno intenzione di farlo in futuro. Un dato che sorprende. Possiamo fare un confronto con la sanità pubblica?

Duilio Carusi

La ricerca, che abbiamo condotto insieme al Centro Nazionale per la telemedicina dell’Istituto Superiore di Sanità e al fondo sanitario integrativo Fasdac, è la prima survey post-pandemia sulla telemedicina a livello nazionale e analizza la predisposizione delle strutture sanitarie private rispetto all’implementazione della telemedicina. Il campione di 300 strutture sanitarie che abbiamo preso in esame è composto per metà da strutture private e per metà di privati accreditati Ssn. Il risultato in effetti è inaspettato. Perché tutti noi, abituati ad avere tutto tramite smartphone, dalle webcall all’acquisto di servizi e prodotti, ci attendiamo che lo stesso possa avvenire anche per quanto riguarda la salute. La telemedicina in realtà è tutt’altro: ha regole e sistemi specifici che non permettono l’improvvisazione alla stregua di una chat di Whatsapp.

Dal punto di vista delle strutture sanitarie, il 30% dichiara come telemedicina l’uso di whatsapp ed email. Quindi si evince che il concetto di telemedicina non è ben chiaro nemmeno a chi eroga i servizi per la salute. Una seconda criticità viene ribattuta dal fatto che il 55% delle strutture sanitarie private non conosce le linee guida per la telemedicina che sono state pubblicate recentemente dopo la pandemia. D’altro canto il dato positivo è rappresentato dal fatto che il 40% di queste realtà si dichiara intenzionato a implementarle.

Un confronto con la realtà pubblica invece non è possibile perché non esiste un’analoga raccolta dati sullo scenario della sanità pubblica post-pandemia.

Una buona telemedicina richiede investimenti in formazione, cultura aziendale e figure dedicate alla gestione della normativa

Tipicamente nella gestione del cambiamento rispetto all’innovazione esiste una curva di adozione della novità. I primi a farlo sono gli “early adopter”, poi ci sono gli adopter normali e infine i “follower”. Il quadro odierno dell’adozione della telemedicina in generale è ancora all’inizio: il dato del 58% che citavamo all’inizio quindi non deve stupire.

Ci aiuti a fare un quadro più preciso del rapporto tra telemedicina e sanità privata: la scarsa propensione verso questa forma di sanità digitale è omogenea tra gli operatori?

Gli early adopters sono maggiormente rappresentati tra le strutture sanitarie private di grandi dimensioni, cioè quelle che erogano più di 50mila prestazioni all’anno. Esiste un gradiente geografico, ma è una conseguenza del dato che ho appena citato. I player più grandi infatti sono presenti in determinate regioni e meno in altre. Quindi velocità diverse nell’adozione della telemedicina in funzione del calibro dell’ente erogatore. Si tratta di un fenomeno che si spiega con la capacità di far fronte a un mutamento organizzativo necessario per erogare servizi di telemedicina vera e che funzionino al meglio. Le strutture più grandi sono in grado di disegnare e attuare questo cambio. Per le più piccole è più difficile e richiede maggiore sforzo e tempo. Perché anche solo adeguarsi alle norme del Gdpr richiede di potersi dotare in modo adeguato dal punto di vista amministrativo e sotto il profilo dell’organico. 

Quali sono le principali ragioni che inducono la sanità privata a non investire nella telemedicina? Ci sono differenze nelle considerazioni fatte da strutture diverse?

I principali ostacoli sono concentrati in quattro macro aree. La complessità organizzativa in primis. Poi rileviamo lo sforzo culturale necessario a superare l’inerzia nei confronti del cambiamento. Terzo scoglio da superare è l’aspetto normativo, che è molto ampio e richiede molta energia per potersi adeguare; questo è problema maggiormente avvertito dalle strutture più piccole che non hanno personale da dedicare specificamente all’argomento. Ancora, un fattore limitante è il rispetto della normativa Gdpr. In questo caso avvertito di più dalle realtà più grandi, che sono più consapevoli delle piccole sul fatto di dovervi aderire per non rischiare di incorrere in sanzioni e ricorsi.

I costi più pesanti sono quelli legati ai processi organizzativi, piuttosto che di implementazione tecnologica

Un quinto tema è l’aspetto economico collegato alla messa in atto della telemedicina, un ostacolo dichiarato dall’11% delle strutture intervistate. Un dato, quest’ultimo che ci dice che per fare una buona telemedicina bisogna investire in formazione del personale, nella cultura aziendale e bisogna avere anche figure preposte alla corretta gestione dei parametri normativi. Quindi un costo in termini di processi organizzativi, piuttosto che di implementazione tecnologica.

Quali sono invece i trigger che stimolano le strutture private a scommettere sui servizi di telemedicina?

La telemedicina permette di superare i confini territoriali in cui insiste una struttura sanitaria. Può diventare così uno strumento di penetrazione del servizio anche verso utenti fisicamente distanti dall’erogatore, anche all’esterno della provincia, della regione, finanche del Paese. In altri termini parliamo di nuove opportunità di business, allargando il proprio bacino di utenza.

Al contempo la telemedicina rappresenta uno strumento importante per poter migliorare il servizio di assistenza ai propri pazienti in virtù della continuità assistenziale propria di questi servizi. Parliamo ad esempio del monitoraggio da remoto che permette interventi tempestivi in caso di necessità, con un evidente miglioramento dell’outcome clinico. Al contempo questo migliore servizio permette alla struttura sanitaria di qualificarsi meglio nei confronti dell’utenza.

Ci sono ambiti o specialità sanitarie in cui la telemedicina è più diffusa tra i player privati? Perché?

L’ambito attualmente già più rappresentato e che sarà anche quello di maggiore sviluppo, senza tema di smentita, è quello legato alla cardiologia. Nelle strutture interpellate esso rappresenta il 10% dell’offerta e rappresenterà il 15% nei prossimi 12 mesi, a diverse lunghezze dai secondi servizi citati – ortopedia e traumatologia, patologia clinica e biochimica, diagnostica per immagini – a parimerito al 6%.

La disponibilità di medical device che connettono pazienti e strutture facilita l’adozione della telemedicina in cardiologia e pneumologia

Il motivo di questa scelta è strettamente connesso con un aspetto tecnologico della telemedicina: la presenza di medical device in grado di connettere il paziente e struttura. In ambito cardiologico, ma anche in quello pneumologico, lo scenario è molto più maturo rispetto ad altre branche della medicina.

Parlavamo degli ostacoli che frenano l’avvento della telemedicina nella sanità privata: è stata ascoltata la voce dei pazienti e dei caregiver? Non sarebbero favorevoli, proprio nell’ottica di avere una sanità che si avvicina al territorio ed è quindi più equamente accessibile?

Su questo tema le do un’anticipazione: stiamo progettando una nuova ricerca proprio per sondare l’opinione e le aspettative di pazienti e caregiver.

Nella survey che abbiamo già realizzato abbiamo però chiesto alle strutture sanitarie private come vedono il mondo dei pazienti rispetto ai servizi di telemedicina. Un dato su tutti emerge come particolarmente interessante: la diffidenza dell’utenza rispetto alla telemedicina. Il 61% delle strutture dichiara di aver riscontrato ostacoli connessi con la relazione del paziente con questa modalità di erogazione delle prestazioni. Di queste, il 27% evidenzia proprio la diffidenza dell’utente, ma anche la scarsa informazione sui servizi erogati (24%), la limitata familiarità con le tecnologie necessarie (23%) e difficoltà nell’utilizzo dei software per attivare i servizi (17%).

Per favorire l’uso della telemedicina da tutti gli utenti, lato sanità e lato pazienti, bisogna renderla semplice, senza tralasciare la sicurezza informatica e la privacy del dato

Il primo problema da risolvere è quindi la mancanza di competenze lato utenza. Cosa che trova riscontro anche nei dati dell’Istat e dell’Eurostat, che indicano le competenze digitali della popolazione italiana al di sotto della media europea. Competenze che diminuiscono all’aumentare dell’età. Come a dire che coloro che trarrebbero maggiore vantaggio dalla telemedicina sono proprio quanti hanno più difficoltà nell’accedervi.

E ciò si scontra con quanto si dice rispetto all’output delle risorse del Pnrr in sanità, cioè che l’assistenza domiciliare integrata per il supporto alla cronicità dovrà passare attraverso la telemedicina.

Per ovviare a questa situazione alcuni early adopter della telemedicina stanno implementando funzioni aziendali intermedie che hanno il compito di rendere più semplice l’interfaccia del medico e del paziente con gli strumenti della telemedicina. Per favorire l’uso della telemedicina da tutti gli utenti, lato sanità e lato pazienti, bisogna renderla semplice. Senza per questo tralasciare gli aspetti di sicurezza informatica e privacy del dato.

C’è però anche una fetta della sanità privata che dichiara di avere intenzione di iniziare a erogare servizi di telemedicina o di ampliare il proprio portfolio già esistente nei prossimi 12 mesi…

Anche in questo caso si tratta delle strutture sanitarie private più grandi in termini dimensionali e di volumi di servizi erogati. Anche se la rappresentazione è più eterogenea rispetto alla fotografia di chi offre telemedicina oggi. Questo è indice del fatto che la familiarizzazione con questo tipo di servizi sta aumentando.

Alla luce di quanto ci ha illustrato, quali considerazioni dovrebbero fare da un lato le strutture sanitarie private e dall’altro le aziende che supportano ospedali e ambulatori nel mettere a punto i servizi di telemedicina?

Uno dei temi è relativo alla scalabilità della telemedicina. Questo aspetto vale sia per la sanità privata che per quella pubblica. Anche sotto questo aspetto la dimensione delle strutture sanitarie può fare la differenza. Ad esempio, software molto complessi sono poco adottabili dalle realtà più piccole. Lo stesso discorso può essere fatto per i costi che è necessario affrontare per implementare nel modo corretto nuovi servizi di telemedicina.

Gli early adopters sono maggiormente rappresentati tra le strutture sanitarie private di grandi dimensioni

Poi abbiamo il tema della propensione della classe medica all’utilizzo della telemedicina. Anche se sulla carta possono essere favorevoli, poi ci si scontra una scarsa fiducia (27%) dei clinici all’utilizzo reale della telemedicina per ostacoli di natura tecnologica. L’operatore clinico va incentivato e anche formato sulle nuove tecnologie. La “customer experience” del clinico deve essere quanto più semplice possibile.

XXII Congresso FARE: superare formalismi e timori per applicare il principio del risultato

Si è tenuto a Roma il 26-27 ottobre il XXII Congresso della Federazione degli Economi e Provveditori della Sanità (FARE), dal titolo: “La sfida del nuovo Codice dei Contratti pubblici: il risultato che prevale sulla forma. Come gestire il cambiamento e la modifica dei livelli di responsabilità”.

In un momento in cui l’attenzione di tutti, verso il mondo della sanità, è catalizzata soprattutto dalla carenza dei medici e degli infermieri nelle strutture ospedaliere, ma anche dalle liste di attesa che rendono sempre più difficile l’accesso alla diagnostica e quindi alle cure e da mille altre problematiche che allontanano sempre più il paziente dalle prestazioni mediche e soprattutto dalla prevenzione, è determinante sentire la voce dei provveditori, di coloro cioè, che dietro le quinte, lavorano per riuscire a gestire bilanci sempre più esigui a fronte di una richiesta di assistenza che cresce insieme all’età media dei cittadini.

Salvatore Torrisi

Con la nuova discrezionalità riconosciuta dal Codice si potranno definire bandi e capitolati finalmente adatti a soddisfare pienamente le esigenze delle Stazioni Appaltanti

Osservato speciale della discussione è stato il nuovo Codice dei Contratti, entrato definitivamente in vigore lo scorso 1 luglio 2023. Come sottolinea il presidente uscente della FARE, Salvatore Torrisi: “Il principio del risultato sancito dal dlgs 36/23 ci chiede di superare i formalismi e gli antichi timori al fine di riconquistare appieno il nostro ruolo. C’è però da dire che la nostra categoria viene da un lungo periodo in cui è stata compressa se non addirittura intimorita. Passare dalla cultura del sospetto a quella della fiducia, con uno scrocchio di dita, non è semplice perché timori ormai radicati da anni in molti di noi non si cancellano in un momento. E se questo può apparire strano a molti, voglio ricordare come ancora oggi lavoriamo per imprimere il principio della fiducia nelle nostre strutture, quasi a confermare che fino a ieri anche il nostro datore di lavoro non ne aveva verso di noi. Manteniamo comunque un giudizio positivo rispetto al principio del risultato perché siamo convinti che, con la nuova discrezionalità che ci è stata riconosciuta, si arriverà ad avere bandi e capitolati che andranno finalmente nella direzione di soddisfare pienamente le esigenze delle Stazioni Appaltanti”.

Torrisi ha poi aggiunto: “Il Codice dei Contratti che utilizziamo da luglio, è nuovo nel senso che ad oggi è l’ultimo redatto, ma non è certo nuovo nell’impostazione di massima in quanto si basa su direttive precedenti. Vere innovazioni ci auguriamo di trovarle nel testo che verrà dopo, scritto sulle nuove direttive che ora sono in via di approvazione.

Nel parlare di Codice dei Contratti l’attenzione non può poi non andare anche al PNRR e all’analisi di quanto questo nuovo testo normativo sia servito per raggiungere gli obiettivi e in particolar modo quelli relativi al mondo della sanità. Salvatore Torrisi ha voluto aggiungere a questo proposito come: “La missione numero 6 del Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, quella riguardante la salute, a cui stanno lavorando esperti del settore, ha messo ulteriormente in evidenza come per progettare qualcosa di veramente qualificante ci sia bisogno di idee adeguate che sappiano rispondere a strategie precise. Bisogna lavorare ancora molto e con molto impegno”.

Determinante è la voce dei provveditori, che dietro le quinte, lavorano per gestire bilanci sempre più esigui a fronte di richieste che crescente

A conclusione dei lavori del congresso, Adriano Leli è stato proclamato nuovo presidente della federazione FARE: “Grande soddisfazione rispetto anche al mio percorso professionale a cui ora si aggiunge anche questa nuova carica”- ha dichiarato il neo presidente – “Diventare Presidente della FARE è per me un grande onore ma sento forte anche il senso di responsabilità verso i Provveditori perché mi rendo conto che sono loro che ogni giorno stanno sul campo e devono prendere decisioni, nonostante il Codice dei Contratti dia delle indicazioni che al pratico non sono sicuramente esaustive”.

La vice presidenza della FARE ha visto la riconferma della dottoressa Maria Luigia Barone, affiancata dal presidente uscente Salvatore Torrisi. Nuova elezione anche per i sindaci, che sono stati individuati in Andrea Annunziata e Antonella Crugliano.

Self-e-learning in odontoiatria, online una piattaforma per le reazioni avverse a farmaci

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“L’idea del progetto di una piattaforma di self-e-learning in odontoiatria nasce dall’osservazione di una forte necessità sul territorio sanitario nazionale di informare, istruire e sensibilizzare gli odontoiatri, i medici e gli igienisti dentali – nonché i rispettivi studenti dei corsi di studio – riguardo all’importanza di riconoscere e di segnalare le reazioni avverse a farmaci di interesse odontostomatologico (ADR-O)”.

Questo l’incipit della conversazione con Giuseppina Campisi, responsabile di UOSD Medicina orale con Odontoiatria per pazienti fragili presso l’AOU “Paolo Giaccone” e professore ordinario di Malattie odontostomatologiche dell’Università degli Studi di Palermo.

“Lavorando negli ultimi 20 anni all’interno dell’Unità operativa di Medicina orale, presso il Policlinico, abbiamo potuto osservare l’impatto sulla popolazione – soprattutto anziana oppure fragile – della polifarmacia (l’assunzione di più farmaci) in termini di interazioni e di ADR-O. Una tipologia di ADR-O che ha cambiato la nostra attività assistenziale è l’osteonecrosi della mandibola da farmaci: più frequente nei pazienti oncologici metastatici oppure affetti da mieloma multiplo, influisce realmente sulla qualità di vita del paziente, poiché, sospendendo il farmaco responsabile, essa non si risolve automaticamente”.

La piattaforma di self-e-learning in odontoiatria è una web app accessibile da qualsiasi browser e fruibile da ogni dispositivo

Oggi però l’approccio tradizionale all’apprendimento è stato integrato con modalità più moderne, come il self-e-learning, che permette di ampliare le conoscenze e migliorare le competenze con riferimento alle reazioni avverse a farmaci in odontoiatria (reazioni che possono variare da lievi a gravi e richiedono un’attenta gestione). Così, nell’ambito della mission del Policlinico “Paolo Giaccone” – ovvero l’assistenza medica implementata e permeata dalla ricerca e dalla didattica – è già online la piattaforma di self-e-learning (completamente gratuita per gli utenti) sviluppata in rapporto al progetto di farmacovigilanza “ADR in Odontoiatria nell’era informatica: dalla segnalazione alla visita specialistica con un click”, finanziato da AIFA, e che vede capofila il Policlinico stesso, e responsabile scientifico la professoressa Campisi.

Di fatto, il self-e-learning costituisce un’evoluzione in materia di apprendimento – la piattaforma è fruibile in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo – consentendo agli studenti e ai professionisti di personalizzare il loro percorso e di accedere in modo veloce e flessibile a risorse educative online, video didattici, webinar, e altri materiali formativi in modo autonomo.

Reazioni avverse a farmaci in odontoiatria, la tecnologia a supporto

Giuseppina Campisi

Novità assoluta nel panorama italiano e internazionale, la piattaforma di self-e-learning in odontoiatria è una web app accessibile da qualsiasi browser e fruibile da ogni dispositivo. È stata realizzata utilizzando i più recenti standard in termini di layout grafico e di frameworks di sviluppo e dispone di CTA (Call to Action) come la condivisione su WhatsApp e tramite e-mail, il tutto pensato e implementato per ottimizzarne la diffusione con altri utenti.

Si tratta di un’iniziativa (“che ha trovato l’apprezzamento e il patrocinio di FNOMCeO, SIPMO, AIDI, AIO, ANDI, Fondazione ANDI Onlus, Federazione Nazionale Ordini TSRM e PSTRP, UNID, Ospedali Riuniti “Villa Sofia-Cervello” di Palermo, viene ricordato) contraddistinto da un notevole sforzo di ricerca scientifica e clinica multiregionale, di sviluppo di buone pratiche e di comunicazione. “È un progetto multifunzionale – riprende Campisi – che, quindi, necessita di più competenze integrate: cliniche, farmacologiche e di farmacovigilanza, informatiche e comunicative, ed è anche multifasico”.

Nel dettaglio, presenta più step da compire per coinvolgere e incrementare le conoscenze degli utenti. A questo proposito, sono previste 4 fasi e 5 prodotti:

  • la compilazione di un questionario sulle attitudini alla segnalazione delle reazioni avverse a farmaco, che permette di accedere a una piattaforma online totalmente gratuita con 2 prodotti;
  • un atlante delle principali reazioni avverse a farmaci in ambito odontoiatrico (ADR-O);
  • una sinossi comprensiva delle principali classi di farmaci ADR-O correlate;
  • una piattaforma di self-e-learning che consente gratuitamente di valutare le proprie competenze clinico-diagnostiche;
  • una piattaforma per il teleconsulto (under construction) destinata ai professionisti della salute per aiutarli nella diagnosi di sospette ADR-O e nella loro segnalazione ad AIFA”.

Ambiente di apprendimento online coinvolgente e informativo

In particolare, il terzo step progettuale, quello del self-e-learning, è stato lanciato via web lo scorso 18 settembre. Nel contesto di questo progetto, il self-e-learning si basa sulla disponibilità di contenuti digitali, quali 3 set di 10 inediti quiz interattivi (le 10 domande inedite e interattive sono state organizzate in modo logico, seguendo un progressivo aumento di difficoltà, dal primo al terzo insieme di quesiti. Tale approccio aiuta gli utenti a sviluppare gradualmente le proprie competenze e la comprensione), insieme a un atlante delle principali ADR-O (tra le reazioni avverse a farmaci di interesse odontostomatologico rientrano un ampio numero di lesioni della mucosa orale, dei denti e delle ossa mascellari che devono essere diagnosticate precocemente e trattate in maniera adeguata, oltre che essere segnalate presso l’apposito form di AIFA) e a una sinossi dei principali farmaci associati – che rappresentano un supporto alla conoscenza dell’odontoiatra, del medico e dell’igienista dentale – consentendo agli utenti di risolvere correttamente ciascuna domanda, garantendo così la pertinenza e la rilevanza degli argomenti trattati.

Ciascuno dei 3 set di test sopracitati, da completare in circa 15 minuti, è stato pianificato dalla professoressa Campisi, dal dottor Gaetano La Mantia e dal dottor Daniele Montemaggiore. In merito alla creazione delle domande, Campisi spiega: “In principio abbiamo garantito che fossero chiare e di facile comprensione per odontoiatri, medici, igienisti dentali e studenti, evitando l’uso di linguaggio ambiguo o complesso. Successivamente, le abbiamo allineate agli obiettivi di apprendimento del progetto, aumentando gradualmente la loro complessità per rendere l’apprendimento più coinvolgente e dinamico. Inoltre, abbiamo promosso la riflessione critica attraverso domande che richiedono un pensiero approfondito e l’analisi di concetti e argomenti. Gli interrogativi, in alcuni quiz, sono associati anche a immagini cliniche”.

Per conseguire una valutazione positiva, il punteggio minimo richiesto è del 60% (almeno 6 risposte corrette su 10). Alla fine di ciascun test (è possibile rifarlo tutte le volte che si vuole), gli utenti possono non solo consultare la risposta corretta per ciascuna domanda, ma anche comprendere il motivo sia in caso di risposta corretta sia errata, grazie a un link che fornisce ulteriori informazioni (nonché conoscere la frequenza delle risposte fornite dalla comunità dei responder).

È la prima volta che, non solo in Italia ma anche in Europa, si progetta e realizza una piattaforma di autoapprendimento per ADR-O

“Ad oggi il test 1 è stato affrontato da 290 utenti e non superato dal 34%, il test 2 da 100 utenti e non superato dal 38% e il test 3 da 66 utenti e non superato dal 31,8%. È troppo presto per ulteriori analisi ma siamo già soddisfatti del dato positivo, se pensiamo che è la prima volta che, non solo in Italia ma anche in Europa, si progetta e realizza una piattaforma di autoapprendimento per ADR-O. L’obiettivo sarà sia implementare il numero in assoluto dei partecipanti e dei correttamente responder sia la divulgazione anche durante i congressi, le lezioni, i corsi Undergraduate e Postgraduate”, spiega ancora Campisi.

Che poi aggiunge: “Integreremo altre batterie di test con molte immagini, un po’ nello stile Image Challenge del New England Journal of Medicine. Con la differenza che posticiperemo sempre l’esito delle risposte altrui, per non subire la variabile della consensualità, e permettendo sempre di riprovare se la risposta non dovesse essere corretta”.

Ritenendo, infine, che il progetto su ADR-O possa facilmente essere ripreso e tradotto in tutte le lingue – con il solo accorgimento di fare riferimento alla normativa sulla farmacovigilanza del Paese che lo adotta – la professoressa Campisi tiene a precisare che “tutto il materiale è open access e speriamo che questa emulazione avvenga per il fine ultimo della tutela dei pazienti sotto il profilo della sicurezza dei farmaci”.

Chiusi i lavori del XVI Congresso Nazionale Sihta. Giandomenico Nollo nuovo presidente

Con una prestigiosa tavola rotonda conclusiva si sono chiusi i lavori del XVI Congresso della Società italiana di Health Technology Assessment, SIHTA “Hta è Programmazione. Professionisti, Tecnologie, Organizzazione”. Una tre giorni intensa e animata da 140 relatori e oltre 600 partecipanti.

Professionisti e rappresentanti delle Istituzioni, ciascuno con le proprie competenze, hanno reso possibile un’analisi completa e plurale di quella che si presenta oggi come una tematica decisiva per il prossimo futuro del Sistema Sanitario Nazionale: la programmazione sanitaria.

La Società Italiana di Health Technology Assessment porta quella prospettiva culturale che è fondamentale nella programmazione moderna

“La Società Italiana di Health Technology Assessment, – sottolinea Americo Cicchetti, Dg alla programmazione del Ministero della Salute – porta quella prospettiva culturale che è fondamentale nella programmazione moderna. Questa società scientifica ha fatto in pochi anni un percorso importante e i numeri di questo Congresso ne sono una chiara evidenza. Con il suo carattere di analisi multiprofessionale, multidisciplinare e multistakeholder è ciò che serve non solo per comprendere i bisogni, ma per tradurre i bisogni in risposte che siano appropriate”. Il futuro si presenta sfidante, prosegue Cicchetti “Ecco perché è necessario oggi tornare a fare una vera e propria programmazione, il che vuol dire individuare gli obiettivi, definire di percorsi e identificare le risorse necessarie a raggiungerli”. 

Quello che si è realizzato è stato quindi un dialogo virtuoso, efficace e costruttivo, tra tutti coloro che sono oggi chiamati a contribuire alla costruzione della sanità di oggi e ad immaginare quella di domani. 

“La grande risposta in termini di numero di partecipanti al Congresso e di attenzione da parte dei media ci inorgoglisce e certifica quanto l’Hta sia oggi finalmente divenuto oggi un tema importante al centro di una discussione viva e dinamica”. Afferma Francesco Saverio Mennini, presidente Sihta che poi si concentra sul tema portante del Congresso.  “La programmazione sanitaria – spiega – è la prima azione indispensabile per intraprendere la riorganizzazione del nostro Servizio Sanitario Nazionale e l’Hta è lo strumento principale che possiamo e dobbiamo utilizzare per dare azione e seguito ad una reale e corretta programmazione sanitaria”.

Il nuovo presidente

La conclusione dei lavori del congresso sancisce anche un importante passaggio di consegne tra Francesco Saverio Mennini e Giandomenico Nollo, professore di Bioingegneria presso l’Università di Trento che assume quindi la carica di presidente: “È necessario rimanere su una strada sapientemente tracciata– spiega Nollo – con la responsabilità di far bene. Responsabilità non di poco conto alla luce del grande lavoro sino ad oggi svolto”.

In questo particolare momento storico, l’HTA è chiamata ad uscire dalle stanze degli addetti ai lavori per proporsi come prezioso strumento per guardare al futuro con meno affanni

Professore di Ingegneria Biomedica all’Università di Trento e Socio Fondatore della Sihta, Nollo si presenta con le idee molto chiare su quale debba esser il primo punto in agenda: “L’obbiettivo che dovremmo porci come società scientifica – sottolinea – è quello di favorire con competenza e appropriatezza lo sviluppo e la conoscenza di una materia che in questo particolare momento storico è chiamata ad uscire dalle stanze degli addetti ai lavori per proporsi come un prezioso strumento per guardare al futuro con meno affanni. Essere quindi ambasciatori di una nuova cultura che valorizzi le decisioni prese sulla scorta di evidenze è senza dubbio una priorità che dobbiamo porci. C’è un grande bisogno di questo – conclude – di una crescita professionale e di un nuovo corso che chiederà a tutti, Sihta inclusa, di fare di più”.

Plenaria

Nel corso della giornata si è inoltre svolta l’ultima delle sessioni plenarie in programma: La governance dei dispositivi medici: Regolamento Europeo HTA e Programma Nazionale HTA 2023-2025 che, proiettandosi idealmente nel nuovo scenario internazionale, si è concentrata sugli aspetti chiave legarti all’applicazione dei nuovi regolamenti. Ad animare la discussione sono stati: Pietro Derrico, Past President SIHTA, Irene Colangelo, Direttivo SIHTA, Marco Marchetti, Dirigente UOS HTA di Agenas, Achille Iachino, Direttore Generale Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della Salute, Paolo Torrico, Direttore Dipartimento Acquisizione beni e servizi, ESTAR Regione Toscana, Massimiliano Boggetti, Presidente Confindustria Dispositivi Medici, Massimo Barberio, Coordinatore Gruppo di lavoro Diagnostica di Federchimica Assobiotec, Giampaolo Austa, Legal Team Pmi Sanità Giovanni Esposito, Past President, Società Italiana di Cardiologia Interventistica GISE, e Barbara Podda, Direttore S.C. Governo delle Tecnologie Sanitarie ARES Sardegna, Referente Regionale AIIC.

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HTA e Nuovo Regolamento Europeo, tra governance e programmazione

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L’HTA – Health Technology Assessment  – offre e garantisce alla sanità italiana uno strumento di programmazione, di governance ed è anche strumento nei processi di sviluppo di innovazione sia dei farmaci sia dei dispositivi medici, con il ruolo cardine nel promuovere i fabbisogni reali, come ben rappresentato nel Decreto del 9 giugno 2023 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 settembre 2023 nell’adozione del programma nazionale dell’HTA sui dispositivi  medici per il triennio 2023 – 2025.

HTA nazionale strumento di programmazione e di governance

Dello stato dell’arte dell’HTA in Italia ci parla il professor Francesco Saverio Mennini, Presidente di SIHTA – Società Italiana di Health Technologies Assessment, in occasione del XVI Congresso in corso a Roma, spiegando che quanto fatto sino ad oggi, anche grazie al “fattivo” contributo della SiHTA, dei suoi rappresentanti e dei suoi soci all’interno delle varie iniziative nazionali e regionali, ha determinato un rafforzamento del ruolo dell’HTA all’interno del processo decisionale.

“Basti ricordare”, sottolinea Mennini, “il lavoro svolto per la nascita e l’implementazione della Cabina di Regia per HTA all’interno del Ministero della Salute, al primo Piano Nazionale di HTA e al recente Piano Nazionale di HTA per i dispositivi medici 2023-2025, all’implementazione all’interno dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) di un Ufficio di HTA, senza dimenticare tutti gli uffici di HTA all’interno delle Regioni italiane e anche delle strutture sanitarie a livello locale, oltre al lavoro che si sta facendo nell’ambito del Regolamento Europeo di HTA. Ma, ancora nuove sfide caratterizzano il percorso dell’HTA nel nostro Paese”.

Ad oggi l’architettura del sistema HTA in Italia mostra alcune criticità legate alla frammentazione delle responsabilità e delle competenze

Nonostante quanto auspicato nel Patto per la Salute, ad oggi, specifica Mennini, l’architettura del sistema HTA in Italia mostra alcune criticità legate alla frammentazione delle responsabilità e delle competenze. Sicuramente l’attuazione del regolamento EU di HTA permetterà anche all’Italia di omogeneizzare e uniformare l’approccio all’HTA accompagnato da una chiara definizione dei ruoli, sia a livello centrale che regionale e locale.

I benefici dell’adottare processi di HTA per le strutture sanitarie e i benefici che si riverseranno sul SSN e sui pazienti possono essere riassunti in questi punti:

  • Velocizzare l’accesso dei pazienti alle tecnologie maggiormente innovative;
  • Garantire una valorizzazione corretta delle tecnologie sanitarie basata sulla reale utilità che queste comportano per il paziente e per il sistema di welfare nel suo complesso;
  • Favorire le decisioni basate sulle evidenze così da avere strumenti affidabili in un’ottica di un corretto utilizzo delle risorse disponibili;
  • L’adozione di processi di HTA potrà permettere anche una corretta programmazione sanitaria, tanto a livello centrale, che regionale e locale;
  • L’HTA può essere applicata in diversi punti del ciclo di vita di una tecnologia sanitaria, ovvero pre-market, durante l’approvazione del mercato, post-market, fino al disinvestimento di una tecnologia sanitaria.

“Conseguentemente”, rimarca il prof. Mennini, “l’utilizzo adeguato dei processi di HTA in Italia permetterebbe di massimizzare i benefici sanitari e minimizzare la spesa, effettuare un benchmark tra crescita marginale nell’assistenza sanitaria e costi incrementali e, infine, indirizzare le politiche sanitarie utili per la promozione dell’efficienza economica ad ogni livello dei decision maker dal punto di vista macro (policy maker) a quello micro (fornitori)”.

Il Nuovo Regolamento Europeo di HTA 2021/2282 riferito alle valutazioni delle tecnologie sanitarie è entrato in vigore l’11 gennaio 2022 e si applicherà dal 12 gennaio 2025. Precedentemente, la cooperazione in materia di HTA in Europa era basata su una rete volontaria, ma finanziata sui fondi dell’Unione Europea e nata per favorire la cooperazione transnazionale in materia di HTA: EUnetHTA, rete di Agenzie di Health Technology Assessment istituita nel 2006 dopo che la Commissione europea e il Consiglio di Europa avevano definito l’health technology assessment una priorità, una priorità politica.

EUnetHTA è stata una rete collaborativa europea che ha permesso di arrivare nel dicembre 2021 all’approvazione del REGOLAMENTO (UE) 2021/2282 di HTA.

Il Nuovo Regolamento Europeo di HTA 2021/2282 riferito alle valutazioni delle tecnologie sanitarie è entrato in vigore l’11 gennaio 2022 e si applicherà dal 12 gennaio 2025

Tra gli obiettivi che si pone il Nuovo Regolamento Europeo di HTA”, prosegue Mennini, “vi è lo stabilire un quadro di valutazione efficiente, trasparente, prevedibile e capace di accelerare l’accesso all’innovazione (in materia di farmaci e DM). Il Regolamento definisce un quadro di sostegno e procedure per la cooperazione degli Stati membri in materia di tecnologie sanitarie a livello di Unione Europea. Allo stesso tempo definisce norme e metodologie comuni per la valutazione clinica congiunta delle tecnologie sanitarie. Ed ancora, il Regolamento tende ad armonizzare e omogeneizzare l’approccio metodologico dell’HTA a livello comunitario, favorire il consensus su aspetti tecnici delle valutazioni cliniche, ridurre le duplicazioni e fornire una documentazione esaustiva e condivisa da integrare in fase di appraisal nazionale. Ancora, una delle tematiche fondanti è quella relativa al miglioramento del trasferimento dei risultati delle valutazioni HTA”.

Mennini riassume in 4 punti i benefici per l’Italia e per la UE a cui tende l’applicazione del Nuovo Regolamento Europeo HTA:

  • Velocizzare l’accesso dei pazienti alle tecnologie maggiormente innovative
  • Permettere alle aziende di programmare con maggiore sicurezza le attività di ricerca e sviluppo e le relative risorse da allocare
  • Assicurare che l’HTA sia praticata da tutti i Paesi dell’UE
  • Uniformare metodi e procedure nella valutazione di efficacia e sicurezza di farmaci e dispositivi medici (prendendo a riferimento metodi elaborati nelle joint action di EUnetHTA)

Health Technology Assessment: occasione per risolvere il problema del payback

“Con le innovazioni legate anche al livello nazionale che comporterà l’applicazione del Regolamento Europeo HTA e la piena applicazione del programma nazionale HTA DM (PNHTA) avremo un importante occasione per creare un reale sistema di governance delle tecnologie sanitarie e dei dispositivi medici, in particolare, che ci consentirà di risolvere alcune questioni come il problema del payback. Problema che, per la tenuta dei conti pubblici, non potrà essere risolto in maniera immediata; applicando quanto previsto dallo stesso PNHTA, si potrà realizzare una vera programmazione della spesa sanitaria affrontando e risolvendo i problemi legati agli attuali meccanismi del payback”. Afferma Marco Marchetti, Dirigente Medico, Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali AGENAS. 

Il  nuovo Regolamento Europeo HTA prevede che una parte delle attività di valutazione HTA, quella relativa ad efficacia e sicurezza, verrà svolta a livello europeo (Joint Scientific Consultation e Joint Clinical Assessment) e che poi i risultati di tali valutazioni dovranno essere utilizzati e integrati con le valutazioni a livello nazionale (di natura organizzativa, economica, legale ed etico-sociale) per determinare la rimborsabilità e l’introduzione nella pratica clinica delle tecnologie valutate.

Il trasferimento delle valutazioni HTA effettuate a livello europeo sono “fortemente raccomandate”, ma non obbligatorie. Se però un Paese decide di non adottarle dovrà giustificare in maniera trasparente il perché.

Il  nuovo Regolamento Europeo HTA prevede che le attività di valutazione HTA relative a efficacia e sicurezza siano svolte a livello europeo

“I costi dei farmaci e dei dispositivi medici sono aumentati e aumenteranno ancora di più”, sottolinea Marchetti, ”inoltre, analizzando quelle che sono le pipeline di sviluppo, sia in ambito farmacologico sia in ambito di dispositivi medici, vedremo presto entrare anche sul mercato italiano le terapie digitali, DTx o Digital Therapeutics. Anche per le DTx l’HTA contribuirà a rendere più omogenee le valutazioni nei diversi Paesi europei; l’obiettivo è quello di migliorare il diritto alla salute dei cittadini garantendo che una certa tecnologia venga valutata in maniera uguale nei diversi Paesi, favorendo quindi una maggiore equità nell’accesso alle innovazioni nei diversi Paesi.

L’HTA inoltre, in un contesto in cui le risorse disponibili sono inferiori ai bisogni espressi, consente di stabilire delle priorità e capire ciò che è più utile e quello che risponde meglio ai fabbisogni. Senza HTA non avremo questa possibilità e quindi verrebbe a mancare la capacità di identificare le modalità più efficaci ed efficienti per utilizzare le risorse rispetto ai reali bisogni della popolazione evitando inutili sprechi”.

Anche per le DTx l’HTA contribuirà a rendere più omogenee le valutazioni di queste tecnologie nei diversi Paesi europei

Riguardo alle digital therapeutics, Marco Marchetti sottolinea che ai sensi del Regolamento europeo 745, le DTx sono classificate come dispositivi medici, e quindi rientranti tra le tecnologie interessate dal PNHTA. Anche se poi, sottolinea Marchetti, “che una terapia digitale non si possa valutare allo stesso modo in cui si valuta un defibrillatore è chiaro ed evidente e in conseguenza di ciò vanno previsti dei percorsi e delle metodologie di valutazione che siano coerenti con il tipo di tecnologia, ma a mio avviso, il percorso esiste già, si tratta di utilizzarlo”.

Una delle caratteristiche distintive della Health Technology Assessment è la multidisciplinarietà, possono far parte del gruppo di valutazione: medici, epidemiologi, economisti, ingegneri clinici, sociologi ed eticisti. È chiaro che la composizione del gruppo di lavoro, che poi porta alla produzione di un documento di valutazione, è variabile rispetto alla tecnologia di cui ci si occupa. Non è detto che servano sempre tutte le diverse competenze. Ve ne sono alcune che sono maggiormente presenti, come quella dell’economista sanitario per fare una valutazione economica costo-efficacia o banalmente per fare una valutazione di impatto sul budget; quindi, in realtà, le figure professionali che si occupano di HTA sono diverse, e le competenze sono fondamentali.”

“Una delle domande che ci si è posti a livello europeo nell’applicazione, a partire da gennaio 2025 di questo regolamento, è legato alla capacità, sia in termini di competenze sia di numero di persone, di applicare il regolamento europeo HTA. Su questo c’è consapevolezza che vada fatto un lavoro per potenziare tali capacità, non solo in termini numerici, ma, in prima battuta, soprattutto sulle competenze professionali  in termini  di informazione e di formazione su quelle che saranno le nuove procedure e i metodi di valutazione per HTA che si utilizzeranno  a livello europeo”.

Una delle criticità dell’applicazione del nuovo regolamento Ue HTA riguarda le competenze e il numero delle persone da dedicare al nuovo percorso

La Commissione Europea ha consapevolezza di questa criticità e con il programma EU4Health ha destinato una serie di risorse allo sviluppo del capacity building, anche perché l’impegno sovranazionale nella valutazione HTA sarà maggiore, alcune stime parlano addirittura di un rapporto 1:5.

L’articolo 7 del Nuovo Regolamento Europeo di HTA prevede che siano oggetto di valutazione HTA europea i dispositivi in classe IIb, che somministrano o rimuovono farmaci e di classe III impiantabili, ma non tutti, solo quelli con un profilo di rischio-beneficio incerto, che passano attraverso un percorso particolare di valutazione, chiamato scrutiny, per l’ottenimento del Marchio CE (necessario ad un Dispositivo per essere messo in commercio) che a partire dal gennaio 2022, è coordinato dalla European Medicine of Agency (EMA) e prevede una particolare valutazione da parte di esperti, ai sensi del regolamento 745/2017.”

HTA potrà “disinnescare” la “bomba” payback?

Prosegue Marchetti: “La legge 53 del 2021 ha previsto i fondi per attività di HTA e di governance e ha introdotto una tassa dello 0,75% sulla percentuale di fatturato nel pubblico delle Aziende che vendono dispositivi medici. Questa tassa nasce con l’intenzione di destinare una quota delle risorse per creare un sistema di governance dei dispositivi medici, tra cui anche per finanziare l’HTA, e quindi non è da confondersi con il famigerato ‘payback’.

Anzi, con l’avvio del PNHTA l’obiettivo è proprio di ripensare la logica attuale del payback che, introdotto nel 2015, non era mai stato applicato fino allo scorso anno per le difficoltà che avrebbe e che sta oggi generando.  Il payback prevede che se si supera una certa soglia a posteriori a ‘gara fatta’, le aziende debbano rifondere una quota parte di quanto incassato dalla vendita. Questo meccanismo, ovviamente, venne creato a suo tempo per cercare di rendere la spesa pubblica sostenibile, ma impedisce qualsiasi possibilità di programmazione e di investimento alle aziende produttrici. Il programma nazionale HTA invece, ha tra i suoi obiettivi prioritari la valutazione del fabbisogno e questo renderebbe possibile fare una reale programmazione della spesa, dando certezze sia al sistema Paese sia alle aziende produttrici”. 

Psoriasi Pustolosa Generalizzata: impatto economico e sulla qualità di vita

La Psoriasi Pustolosa Generalizzata è una malattia rara che rappresenta circa l’1% di tutti casi di psoriasi. In Italia si stima che ne siano affette circa 150 persone, cioè 1-3 casi per milione di abitanti. Nonostante sia una malattia rara, questa patologia può avere un importante peso economico per la società nel suo complesso, con un notevole peggioramento della qualità di vita dei pazienti.

Ne parliamo con Patrizio Armeni e Francesco Costa (SDA Bocconi School of Management) che recentemente hanno condotto un’analisi di cost of illness su questa patologia.

Sicurezza nei luoghi di lavoro: la prevenzione è la soluzione

Dall’inizio del 2023 sono 657 le vittime sul lavoro accertate nel nostro Paese. È la fotografia  scattata durante la presentazione della relazione annuale dell’Inail a inizio ottobre, da cui si evince che nell’ultimo anno i caduti sul posto di lavoro sono 1.208: una media di 100 al mese. Numeri che non possono lasciare indifferenti.

Tra i principali attori in campo per far fronte all’emergenza, la Federazione nazionale dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) e la Commissione albo nazionale dei Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro (TPALL) che, in occasione della Settimana europea della salute e sicurezza sul lavoro (23/27 ottobre 2023), si preparano a lanciare una campagna di sensibilizzazione e uno spot dedicato. Ma questa è soltanto una delle numerose iniziative in campo. Facciamo il punto con il Presidente della Commissione di albo nazionale, Maurizio Di Giusto.

Come possiamo inquadrare la situazione attuale della vostra professione?

“La nostra è una professione sanitaria che opera innanzitutto all’interno del Servizio sanitario nazionale, nell’ambito dei dipartimenti di Prevenzione, dove siamo organizzati in tre diversi servizi: sicurezza alimentare, sicurezza nei luoghi di lavoro, igiene e sanità pubblica.

Altri colleghi lavorano nelle agenzie per la protezione ambientale, occupandosi di tutela dell’ambiente. Sanità pubblica e protezione ambientale sono temi molto importanti perché con essi si va a incidere sulla riduzione dei determinanti del rischio, cioè dei fattori che influiscono sull’insorgenza delle malattie nell’uomo.

Nel settore privato, i colleghi lavorano sia come liberi professionisti sia inseriti in aziende in cui, per esempio, seguono la redazione dei piani di autocontrollo alimentare o dei documenti di valutazione del rischio nei luoghi di lavoro, o i sistemi di gestione rifiuti”.

Quali sono in questo momento le criticità principali dal punto di vista professionale?

I problemi si riscontrano soprattutto nei settori in cui sono necessarie competenze specifiche e di alta qualificazione. Mi spiego meglio: la sicurezza nei luoghi lavoro non ha attività riservate a una singola professione, quindi, in teoria, tutti potrebbero oggi occuparsene. Questo comporta difficoltà ad avere nel settore professionisti adeguati per garantire livelli sicurezza essenziali. In concreto, per fare il Responsabile del Servizio di prevenzione e protezione (RSPP) basta frequentare un corso della durata di circa 100 ore, per fare l’addetto dello stesso servizio 76 ore, corsi per altro spesso on-line, mentre un Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi lavoro (TPALL) per arrivare a quelle competenze deve portare a termine come minimo un percorso universitario triennale, seguito da eventuali master e corsi di perfezionamento.

Si tratta di un gap notevole con una differenza di saperi, abilità e attitudini il cui prezzo è pagato dalla salute dei lavoratori a favore di un business commerciale diffuso. Quello della sicurezza sul lavoro, come altri settori, è un contesto in cui il possesso di appropriate competenze è fondamentale per perseguire la sicurezza.

Sanità pubblica e protezione ambientale incidono sulla riduzione dei determinanti del rischio, cioè dei fattori che influiscono sull’insorgenza delle malattie

Nel contesto della valutazione dei rischi nei luoghi di lavoro, è importante considerare che tali rischi possono essere molteplici e derivare sia dall’ambiente lavorativo che dalle attività svolte; solo per citarne alcuni: rischi chimici, fisici, biologici, la movimentazione manuale dei carichi, le cadute dall’alto, rischio elettrico, le radiazioni ionizzanti e non, microclima, aggressioni (pensiamo agli episodi contro il personale sanitario). È impossibile che con un corso breve si possano raggiungere quelle competenze”.

Quali sono le vostre proposte?

“A Rimini, preliminarmente all’apertura del terzo Congresso nazionale della FNO TSRM e PSTRP, la Commissione di albo nazionale e le Commissioni di albo territoriali dei TPALL hanno presentato ufficialmente il documento di posizionamento “La prevenzione… è la soluzione”. Partendo dall’articolo 4 della Costituzione della Repubblica, che “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto… “, il documento sottolinea come la sicurezza dei luoghi di lavoro sia un presupposto fondamentale per garantire questo diritto; invece, ancora oggi le morti sul lavoro e gli infortuni gravi rappresentano “per un Paese moderno, una piaga sociale”.

La sicurezza sul lavoro è un presupposto fondamentale per garantire il diritto al lavoro, così come affermato dalla Costituzione della Repubblica

Pochi, drammatici numeri lo confermano: nel bilancio provvisorio del 2022 (fonte INAIL febbraio 2023) sono stati denunciati, anche con danni permanenti, 697.773 infortuni sul lavoro (+25,7% rispetto allo stesso periodo del 2021), di cui 1.090 con esito mortale e con un considerevole e costante aumento negli anni delle patologie di origine professionale, che sono state 60.774. Un recente studio associa inoltre circa il 3% delle patologie tumorali a fattori lavoro correlati che nel 2021 hanno interessato 377.000 persone, con un numero di decessi di 181.330.

Nel documento si sostiene quindi che “Ci vuole il coraggio del cambiamento, il coraggio di un sistema che non si basi in maniera esclusiva sulla dicotomia inadeguatezza-sanzione e/o sull’inasprimento delle stesse, ma che dia centralità a efficaci ed efficienti azioni di prevenzione primaria che coinvolgano tutti i portatori d’interesse, verso l’obiettivo comune di tutelare la salubrità degli ambienti di lavoro ovvero la salute e la sicurezza dei lavoratori, affinché ciascuno di essi, di noi, possa ogni sera tornare a casa e dai propri affetti senza le conseguenze di un lavoro non sicuro o espresso in condizioni di disagio, ossia garantendo a ciascuno quel diritto legittimo ed universale ad un lavoro “salubre” e “sicuro”.

Ecco allora l’impegno pubblico e comune a promuovere e condividere 11 punti dai quali partire per cercare di realizzare davvero questo cambiamento.

  1. Far crescere la cultura della prevenzione e della sicurezza nei cittadini di domani.
  2. Migliorare la percezione del rischio, nei lavoratori e nelle figure della sicurezza aziendale, per ridurre gli errori umani.
  3. Detrarre dagli imponibili delle aziende il 120% degli investimenti tesi a implementare la salute e sicurezza dei lavoratori e sostenere le imprese.
  4. Implementare gli organici dei dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie in rapporto al numero di imprese presenti sul territorio.
  5. Riformare, in maniera riservata, l’accesso a figure chiave della sicurezza nelle aziende e nei cantieri temporanei e mobili (RSPP, ASPP, CSP, CSE, ecc.).
  6. Favorire e supportare le associazioni datoriali all’implementazione di servizi in materia di prevenzione e sicurezza per i propri associati.
  7. Prevedere qualità e riscontro di efficacia della formazione obbligatoria anche con nuovi modelli formativi superando l’esclusivo sistema certificativo. 
  8. Attivare all’interno delle aziende sanitarie spazi di confronto attivo sui temi della salute e sicurezza a supporto delle piccole imprese e classi di rischio.
  9. Investire in maniera concreta sui Piani mirati di prevenzione, quali strumenti proattivi di condivisione degli interventi di prevenzione.
  10. Attivare il completamento del Sistema informativo nazionale per la prevenzione (SINP).
  11. Attivare un Osservatorio permanente istituzionale sui temi e sulle iniziative da porre in essere in materia di Prevenzione salute e sicurezza sul lavoro.

Il documento di posizionamento sarà ora condiviso con tutti i portatori d’interesse affinché chiunque, aderendo allo stesso impegno, lo possa sottoscrivere attivandoci insieme a favorire le azioni essenziali a garantire il diritto di tutti a un luogo di lavoro salubre e sicuro”.

Perché la prevenzione è così importante? 

“In questi giorni sui giornali si discute molto, giustamente, delle guerre in corso, tuttavia occorre ricordare anche che ogni giorno, purtroppo, nel nostro Paese continuano a morire sul lavoro minimo tre persone, senza contare le malattie professionali e gli infortuni che causano invalidità importanti. Ogni tanto salgono alla ribalta della cronaca casi eclatanti come quello di Luana D’Orazio a Prato e in quel momento emerge in maniera pubblica la necessità di investire nella sicurezza. Al bisogno di salute e sicurezza spesso il “sistema” risponde con una falsa e unica soluzione che consiste nell’inasprimento delle pene e con l’aumento delle sanzioni e delle ispezioni in termini numerici assoluti e non qualitativi, quando invece da anni, oltre alle evidenze degli studi scientifici, anche le politiche internazionali europee promuovono orientamenti in tema di salute e sicurezza sul lavoro non in un’ottica repressiva, bensì in una direzione preventiva.

Ogni giorno, nel nostro Paese, minimo tre persone muoiono sul lavoro: serve lavorare in un’ottica preventiva anziché repressiva

Dobbiamo avere il coraggio di affermare e portare alla conoscenza di tutti che le sanzioni e le ispezioni generalizzate non producono alcun effetto sul medio e lungo termine sulla riduzione degli infortuni o delle malattie professionali. L’efficienza delle ispezioni negli ambienti di lavoro non può essere legata al loro numero, ma deve essere valutata “anche in base al modo in cui migliora le conoscenze dei soggetti interessati e influisce sulle trasformazioni dell’atteggiamento e dell’organizzazione delle imprese in favore del miglioramento dell’ambiente di lavoro”, per citare la comunicazione della commissione UE sull’attuazione pratica delle disposizioni di diverse direttive in materia.

Il principio base, quindi, non può che essere quanto ribadito anche dal Quadro strategico dell’UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro 2021-2027 che ha l’obiettivo di rafforzare la cultura della prevenzione, sia all’interno delle organizzazioni che tra i singoli lavoratori.

È questa la vera sfida, come abbiamo affermato anche nel documento di posizionamento, che si pone, tra gli obiettivi che  la cultura della sicurezza parta dalle scuole, per diventare patrimonio di ciascuno di noi”.

Questi anni trascorrono all’insegna del PNRR: un momento cruciale anche per la prevenzione?

“È un’occasione importante e i decreti ministeriali che sono stati emanati prevedono una serie di investimenti negli ospedali e sul territorio. Ecco, quella di portare la cultura sul territorio è un’opportunità che non dovrebbe essere persa: come già accennato, ci potrebbero essere colleghi Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, che danno supporto alle scuole con progetti di promozione della cultura della sicurezza, e anche  alla cittadinanza e, ancora, le piccole e medie imprese che non hanno fondi e risorse da investire in sicurezza, potrebbero trovare il supporto della struttura pubblica che ha il know-how: i TPALL potrebbero accompagnare, con processi di auto aiuto, le imprese nell’implementare i sistemi di prevenzione.

Portare la cultura della prevenzione sul territorio è un’opportunità che non dovrebbe essere persa

Ciò risponderebbe anche alla Convenzione sulla salute e sicurezza sul lavoro, ILO 155/81 (recepita lo scorso luglio) che prevede all’articolo 10 che “andranno adottate misure per fornire assistenza ai datori di lavoro e ai lavoratori ed aiutarli a conformarsi ai loro obblighi legali”.

Cambiando settore, ci sono ogni anno molte persone che nella raccolta funghi si intossicano, per non parlare dei morti a causa degli avvelenamenti: anche qui sul territorio si può immaginare una formazione gratuita ai cittadini sulla raccolta e il riconoscimento delle specie fungine, in collaborazione con i comuni e le comunità montane. C’è anche il tema dell’inquinamento indoor e del rischio legionella nelle strutture tipo palestre, piscine e scuole: tutte attività di prevenzione e supporto, non con una finalità di vigilanza, come quella svolta dai dipartimenti di prevenzione, ma di formazione e informazione, di sostegno in questi contesti, alle imprese e alla società”.

Torniamo alla Settimana europea della salute e sicurezza sul lavoro, dal 23 al 27 ottobre 2023. Cosa avete in programma?

“Questo appuntamento europeo è iniziato proprio con la presentazione del documento di posizionamento pubblico che continueremo a condividere in questo periodo con decisori e portatori di interesse in una campagna di sensibilizzazione sul fenomeno e si concluderà il 30 ottobre alla Reggia di Caserta con la presentazione di uno spot  dal titolo “La prevenzione è la soluzione”, ideato e realizzato dalla Commissione di albo nazionale dei Tecnici della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro; un cortometraggio che ha l’obiettivo di sensibilizzare sul tema della sicurezza, diretto dal noto regista Luciano Fontana, con la partecipazione eccezionale e gratuita del famoso cantante e conduttore televisivo Clementino.

Lo spot, che ha ricevuto diversi patrocini, verrà presentato, con il coinvolgimento di autorità e istituzioni che interverranno sullo stato attuale dell’arte e sul possibile sviluppo di nuovi strumenti di prevenzione e sulla maggiore diffusione della cultura della sicurezza nell’ottica di agire in modo concreto sul dramma delle morti bianche.

Il momento del fare deve prendere il posto del momento delle parole e noi, sia come professionisti sia, soprattutto, come cittadini, siamo pronti a dare il nostro contributo nella piena consapevolezza delle responsabilità che, in tema di sicurezza e tutela degli ambienti di vita e di lavoro, ciascuno di noi ha, al fine di perseguire la salute di tutti.”

Blockchain per la prevenzione degli illeciti in sanità

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La Fondazione Giglio di Cefalù è la prima azienda sanitaria in Sicilia a utilizzare la tecnologia Blockchain applicata al modello organizzativo e di gestione amministrativa previsto dal decreto legislativo 231/2001 per la prevenzione di illeciti amministrativi e penali.

Il settore sanitario in questo particolare momento gode di finanziamenti stanziati dal PNRR per la Missione Salute 6 di circa 15,63 miliardi di euro. Per un utilizzo corretto di questi fondi, uno strumento come la tecnologia blockchain garantisce il contrasto a fenomeni di corruzione e incorrettezza nelle procedure amministrative.

Cos’è la blockchain

La tecnologia blockchain – traduzione letterale: catena di blocchi – è un sistema informatico a nodi che permette la gestione e l’aggiornamento di blocchi in sequenza di database. Tale tecnologia è progettata specificatamente per registrare transazioni e contabilizzazioni dando contenuto immutabile e data certa. I blocchi consistono in informazioni crittografate sulle operazioni finanziarie o su operazioni condotte nel sistema. I blocchi nel registro della blockchain sono interconnessi e contengono un identificatore univoco sequenziato denominato ‘Hash’: ogni blocco successivo contiene informazioni su quelli precedenti, formando un database costantemente aggiornato.

La tecnologia blockchain, nata e diffusa per la gestione delle criptovalute, in particolare per il Bitcoin, trova oggi applicazione nelle governance aziendali che si adeguano alle nuove frontiere delle tecnologie dell’industria 4.0.

Tecnologia Blockchain alla Fondazione Giglio di Cefalù

Da circa tre mesi alla Fondazione Giglio di Cefalù è attiva la tecnologia blockchain per scongiurare fenomeni corruttivi. Tale tecnologia è applicata per la prima volta in un’Azienda sanitaria in Sicilia adeguando i modelli 231.

Nell’ambito dei fondi del PNRR la blockchain rappresenta uno strumento utile per garantire il contrasto alla corruzione

Il progetto è nato sull’onda di una collaborazione con una start up di Palermo, la quale, a sua volta, è originata da uno spin-off di giovani ricercatori della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo. La start up ha già lavorato a questo sistema e alla piattaforma della blockchain andando a dare certezza di certificazioni in diversi campi di utilizzo: dall’agroalimentare ad altre tipologie di prodotto.

Blockchain, garanzia di governance

“In un incontro tra il Direttore amministrativo della Fondazione Giglio di Cefalù con la start up si è ventilata la possibilità di testare la piattaforma di blockchain nel settore sanitario nell’ambito del modello 231 e quindi sul tema della trasparenza e dell’anticorruzione,” racconta Gianluca Galati, direttore amministrativo della Fondazione Giglio. “La start up ha messo a disposizione la piattaforma informatica e le loro competenze informatiche, inoltre, siamo stati assistiti da uno studio legale che ha dato a loro, e a noi indirettamente, un supporto giuridico e amministrativo sul tema del modello 231 quindi abbiamo ‘testato’ il sistema che attualmente è già a ‘pieno regime’ e oggi siamo molto soddisfatti.”

Cos’è il modello 231?

Il modello organizzativo  “legge 231” prevede una serie di obblighi per le amministrazioni pubbliche o le società, anche private, nell’adottare un piano di organizzazione laddove si rendano evidenti e chiari i percorsi amministrativi e le procedure amministrative all’interno dell’azienda.

La tecnologia blockchain conferisce una data certa anche all’adozione dei modelli previsti dalla legge 231

“Facendo degli esempi”, prosegue Galati, “chi gestisce l’Azienda? Il direttore amministrativo o il direttore generale e che responsabilità hanno? Com’è organizzato l’ufficio acquisti? Che tipo di responsabilità hanno le risorse umane?  Il modello di organizzazione, gestione e controllo 231, in sintesi, risulta essere una mappatura dell’azienda, ma che individua i vari centri di responsabilità. Chi è responsabile di cosa? Rende palesi le procedure che si adottano all’interno dei vari percorsi, andando inoltre ad individuare i settori di rischio basso, medio e alto”.

Aggiunge Galati, “il settore degli acquisti, laddove l’azienda spende milioni e milioni di euro, si considera il settore ad alto rischio ove si possono insinuare dei fenomeni di corruzione o di mancata trasparenza e quindi si deve individuare come procedere dettagliatamente nella procedura degli acquisti, come ad esempio, la richiesta del farmacista ospedaliero. A chi arriva la richiesta? Chi l’autorizza? E come passa all’ufficio acquisti e con quali procedure? Inoltre, se dovessero esserci degli accertamenti di sospetta corruzione, arriverebbe l’autorità giudiziaria e chiederebbe se questi modelli siano stati attivati e con quale data, etc. La tecnologia blockchain conferisce data certa anche alla data di adozione di questi modelli. Nel caso di una visita ispettiva si fornirebbero le credenziali all’autorità giudiziaria per le verifiche”.

Chi lavora in una struttura sanitaria affronta una spesa importante, pensiamo solo al settore della farmacia e quella dei dispositivi. Va da sé che venga considerato un settore a rischio di eventuali fenomeni di corruzione o a procedure non corrette.

La Fondazione Giglio di Cefalù prima azienda sanitaria in Italia ad utilizzare una piattaforma di blockchain

Gianluca Galati specifica come il modello 231, spesso, viene pensato dal Legislatore proprio per cercare di evitare fenomeni di corruzione o di cattiva amministrazione e sottolinea inoltre essere un “bel modello” ma che spesso resta pura teoria. La tecnologia blockchain costituisce quindi uno strumento con cui si mette in pratica la ratio della norma stessa e, attuandola, diviene un modo pratico e operativo per applicare il modello stesso.

Prospettive per il futuro: la blockchain sarà un vantaggio anche per i pazienti

Alla Fondazione Giglio di Cefalù è in fase di studio la possibilità di estendere, in un secondo tempo, la piattaforma di blockchain anche al comparto medico-legale. La piattaforma permette infatti di ampliare diverse possibilità di applicazione: dagli aspetti della cartella clinica elettronica, al consenso informato, e a tutti i passaggi che avvengono nel rapporto paziente-struttura sanitaria, per dare certezza e trasparenza anche a questi ambiti.

Vaccinazioni nei pazienti fragili, un’opportunità di salute

Attività formative da avviare a favore degli operatori sanitari; percorsi vaccinali ad hoc rivolti ai pazienti fragili da sviluppare nelle strutture di ricovero e cura lombarde; progetti di comunicazione e informazione per rendere la cittadinanza consapevole dei benefici della profilassi vaccinale. Sono le iniziative che il gruppo di lavoro promosso da Fondazione The Bridge ha elaborato sul tema della vaccinazione dei pazienti fragili in Lombardia, attualmente in preoccupante calo e proposto alla Regione Lombardia durante l’evento “Vaccinazioni pazienti fragili. Un’opportunità di salute”, che si è svolto a Milano, a Palazzo Pirelli.

Nel corso dell’incontro sono state approfondite le informazioni scientifiche relative alla profilassi vaccinale dei pazienti fragili e spiegati i motivi di esitanza vaccinale da parte di questi soggetti. È stata l’occasione per illustrare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini, l’organizzazione dei servizi vaccinali e una mappatura dettagliata dei servizi ospedalieri offerti. Presentata, infine, la campagna di sensibilizzazione #DIRITTOALVACCINO.

La vaccinazione dei pazienti fragili è in preoccupante calo

Il progetto, il cui percorso scientifico è stato realizzato in collaborazione con l’Unità Organizzativa Prevenzione della Direzione Generale Welfare della Regione Lombardia, in raccordo con il Piano Regionale di Prevenzione, ha coinvolto rappresentanti delle Associazioni di pazienti e caregiver, delle Società scientifiche, dei Medici di Medicina Generale e dei Direttori Generali di alcune ASST lombarde.

Le proposte del Gruppo di lavoro

Dal confronto interno al Gruppo di lavoro è emersa fortemente la necessità di una promozione attiva, a tutti i livelli di presa in carico, della vaccinazione nei soggetti fragili. È necessario un vero e proprio cambio culturale nei confronti della prevenzione, che rappresenta un investimento sia in termini di salute della collettività, che di valore per il Servizio Sanitario Nazionale. A tale scopo, sono state elaborate delle proposte per azioni specifiche da parte di Regione Lombardia.

È necessario un vero e proprio cambio culturale nei confronti della prevenzione, con attività di promozione attiva verso gli operatori sanitari, le strutture e la cittadinanza

La prima riguarda l’attivazione dei percorsi formativi a favore degli operatori sanitari per focalizzare l’offerta vaccinale, anche allo scopo di individuare i rischi prevenibili e i benefici attesi dalla vaccinazione.  La seconda è relativa all’attivazione da parte delle strutture di ricovero e cura lombarde di percorsi vaccinali ad hoc rivolti ai pazienti fragili, iniziando dall’anamnesi vaccinale da parte dello specialista, fino all’attivazione di ambulatori vaccinali ospedalieri dove tali soggetti possano essere indirizzati.

Infine, si reputa indispensabile un’attività di comunicazione e informazione, finalizzata a diffondere presso la cittadinanza la consapevolezza dei benefici della profilassi vaccinale, valorizzando in particolare la dimensione della vaccinazione come diritto alla salute dei soggetti più fragili.

La campagna di comunicazione #DIRITTOALVACCINO

Nel corso della giornata è stata inoltre lanciata la campagna di comunicazione promossa da tutti i soggetti che hanno partecipato al progetto e che nasce dalla considerazione che il vaccino negli ultimi anni è stato vissuto come un’imposizione. Il dibattito pro o contro è stato prevalentemente ideologico, nonostante gli sforzi del mondo scientifico. La campagna #DIRITTOALVACCINO si appropria di un linguaggio di rivendicazione sociale per sottolineare il valore della vaccinazione come diritto alla salute delle persone più fragili.

“Comunicazione e informazione restano decisivi se vogliamo diffondere presso la cittadinanza la consapevolezza dei benefici della profilassi vaccinale, valorizzando in particolare la dimensione della vaccinazione come diritto alla salute dei soggetti più fragili – ha dichiarato Rosaria Iardino, Presidente di Fondazione The Bridge -. Il soggetto fragile, infatti, spesso non ha la cognizione di essere tale e allo stesso modo non ha informazioni precise e puntuali rispetto all’importanza delle vaccinazioni”.

Negli ultimi anni il vaccino è stato spesso vissuto come imposizione mentre rappresenta un diritto alla salute delle persone più fragili

“Credo che il lavoro promosso da Fondazione The Bridge abbia il grande merito di affrontare questi temi e fare chiarezza su aspetti importanti che spesso sono strumentalizzati – ha dichiarato il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che ha partecipato alla sessione di saluti istituzionali -. Le vaccinazioni rappresentano la più importante misura di prevenzione di cui disponiamo, per i soggetti fragili così come per tutti i cittadini. Come Regione Lombardia intendiamo continuare a promuovere questo strumento e credo che la migliore risposta per chi sostiene posizioni differenti sia evidenziare i risultati che stiamo raggiungendo e che sono sotto gli occhi di tutti”.

È intervenuta, inoltre, anche Elena LucchiniAssessore Regione Lombardia alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità: “I lavori di ricerca e di approfondimento come quello presentato oggi hanno sia un valore scientifico, sia in termini di comunicazione e corretta informazione, che sono armi potentissime per contrastare le fake news che fanno male alla nostra società. Quando si parla di vaccinazioni per i soggetti fragili non si può prescindere dal fatto che la popolazione sta continuando a invecchiare e di conseguenza aumentano le fragilità. Come Regione Lombardia stiamo lavorando molto anche sul tema delle disabilità, e siamo riusciti nello stesso anno a passare da uno stanziamento iniziale di 10 milioni a 15 milioni di euro di risorse per le necessità connesse a questa problematica, che condiziona enormemente la vita delle famiglie”.

All’incontro hanno preso parte anche Catia Borriello (Direttore Dipartimento Funzionale di Prevenzione della Asst Fatebenefratelli-Sacco Milano, Referente per le vaccinazioni – DG Welfare – Regione Lombardia), Luisa Brogonzoli (Centro Studi Fondazione The Bridge), Danilo Cereda (Dirigente Unità Organizzativa Prevenzione – Regione Lombardia), Anna Odone (Professore Ordinario di Igiene e Direttore Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università di Pavia), Silvia Ostuzzi (ALOMAR ODV, Portavoce Gruppo di lavoro), Paola Pedrini (FIMMG Lombardia, Portavoce Gruppo di lavoro), Giuliano Rizzardini (Direttore UOC Malattie Infettive, Asst Fatebenefratelli-Sacco Milano e Responsabile Comitato Scientifico Fondazione The Bridge), Luisa Romanò (Docente di Igiene presso il Dipartimento di Scienze Biomediche per la salute, Università degli Studi di Milano), Silvia Stortini e Elena Petreni (Fuorisede Agenzia di Comunicazione), Alessandro Venturi (Professore di Diritto amministrativo e di Diritto regionale e degli enti locali presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Pavia, Alma Ticinensis – Fondazione The Bridge).

Partecipanti al Gruppo di Lavoro

Fondazione The Bridge

ASST Fatebenefratelli Sacco, Milano 

Università di Pavia 

Regione Lombardia

AIGO – Associazione Italiana Gastroenterologi E Endoscopisti Digestivi Ospedalieri 

AIOM Lombardia – Associazione Italiana Di Oncologia Medica 

CReI – Collegio Reumatologi Italiani 

SIAAIC – Società Italiana di Allergia, Asma e Immunologia Clinica 

SIP/IRS – Società Italiana di Pneumologia/Italian Respiratory Society 

ADPMI – Associazione Diabetici della Provincia di Milano Onlus e Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici 

ALOMAR Odv Lombardia – Associazione Lombarda Malati Reumatici 

C.L.A.D. – Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici

F.A.V.O. Lombardia – Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia 

LILT Lombardia – Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, Coordinamento Regionale 

FIMMG Lombardia – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale e delle cure primarie

SIMG Lombardia – Società Italiana Medici di Medicina Generale

ASST Papa Giovanni XXIII

IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori

Magi (Omceo Roma): Oggi il medico ha paura del paziente che sta curando

Risultano ben documentati i numerosi fattori di insoddisfazione associati alla realizzazione di attività non qualificanti, stress emotivo e burnout che vivono gli operatori sanitari, tra cui medici e odontoiatri. Fattori spesso legati a doppio filo a un aumento del rischio di errori clinici e alla diminuzione di efficacia ed efficienza degli interventi. Non è tutto. In letteratura questi dati sono considerati come potenziali fattori di rischio di abbandono della professione. Ecco perché, vista la continua evoluzione del sistema sanitario, risulta necessario porre maggiore attenzione all’importanza di un adeguato equilibrio tra lavoro e vita privata, senza dimenticare la soddisfazione personale e di carriera dei professionisti.

Di questo e altro si è discusso durante la sessione dal titolo ‘Benessere dei professionisti sanitari per una sanità di valore: analisi e proposte dall’Ordine dei medici-chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Roma”, organizzata a ‘Welfair’, la nuova fiera del fare Sanità, evento che si è tenuto dal 18 al 20 ottobre alla Fiera di Roma.

Sono numerosi i fattori di insoddisfazione associati ad attività non qualificanti, stress emotivo e burnout, che colpiscono medici e odontoiatri

“Dal 2018 l’Ordine dei medici ha cambiato volto- ha affermato il presidente dell’Omceo Roma, Antonio Magi- passando da organo ausiliario a organo sussidiario dello Stato, a tutela della salute del cittadino. Questa è la mission principale e il nostro compito è quello di garantire ai cittadini che chi li cura possiede quelle caratteristiche e i titoli come medico”.

Come medico– ha proseguito- devo tutelare il cittadino in tutti i sensi e per farlo devo tutelare anche il professionista. E a noi sta molto a cuore il benessere del nostro professionista, del medico, nell’arco della sua attività”.

Il presidente dell’Omceo Roma ha poi ricordato come molte cose siano cambiate nel corso degli anni. “Tutti voi- ha detto rivolto ai presenti- ricordate il medico che arrivava in casa e veniva accolto in una sorta di rituale fatto di affetto, rispetto per il ruolo e al contempo di confidenza familiare, in un vero e proprio clima di fiducia. C’era, dunque, un rapporto tra medico e paziente, c’era la consapevolezza dei ruoli e tutto andava bene, perché ognuno si fidava dell’altro e insieme collaboravano per raggiungere il successo, ovvero la Salute del cittadino”.

Oggi, però- ha poi continuato- il medico condotto non c’è più, adesso abbiamo parcellizzato l’attività del medico e si è interrotto quel rapporto di felicità, quel rapporto di coppia, tra medico e paziente“.

Oggi l’attività del medico è sempre più parcellizzata e si svolge in condizioni professionali difficili e complesse

Antonio Magi ha poi dichiarato che “questo non ha fatto altro che creare delle condizioni professionali sempre più difficili e complesse. Un fatto che è andato chiaramente a riversarsi sulla serenità e sul benessere del professionista, che quando oggi lavora si ritrova a doversi comportare con il paziente avendo molto spesso paura di chi ha di fronte”.

Ecco, dunque, ha informato Antonio Magi che “si crea quel rapporto tra medico e paziente che nasce già malato. Ci sono poi norme, come ad esempio il consenso informato, che per il medico costituisce quasi un contratto in cui deve garantire non solo l’obbligo di mezzi ma anche l’obbligo di risultato. A volte- si è rammaricato Magi – capita che le interpretazioni delle leggi arrivino in tribunale. Ne posso citare una famosissima della Cassazione in cui si dice che il medico ha l’obbligo di risultato. È evidente che tutto questo va a incidere sul benessere del professionista, che oggi lavora con l’ansia, in situazioni di organico ridotto, con la consapevolezza che dall’altra parte c’è anche una situazione, peggiorata dopo il Covid, di stress psicofisico, con la possibilità di trovarsi di fronte persone di cui ignora le possibili reazioni, con la necessità di comunicare ma senza la possibilità di farlo per il poco tempo che ha a disposizione”.

In questa situazione non sono pochi gli atti di violenza e le denunce, spesso temerarie. “Un fatto- ha ribadito Antonio Magi- che crea ansia nel medico, che poi si difende con la medicina difensiva, che comporta un esborso economico valutato dieci miliardi di medicina difensiva, tre miliardi legati all’assicurazione o all’autoassicurazione. In più ci sono altre situazioni di obblighi legati alla formazione e di obblighi legati a ordini di servizio. L’Ordine dei medici- ha concluso- vuole essere casa del medico, dove il medico che ha un problema si possa rivolgere, un luogo dove possa trovare persone che lo possano consigliare in maniera disinteressata”.

Non sono pochi gli atti di violenza e le denunce, spesso temerarie, che creano ansia nei medici, già oberati di lavoro per gli organici ridotti

Alla Tavola Rotonda hanno inoltre preso parte il segretario dell’Omceo Roma, Cristina Patrizi, il consigliere odontoiatra dell’Omceo Roma, Giovanni Migliano, il direttore del centro nazionale della clinical governance-Iss, Velia Bruno, l’esponente della commissione studi e ricerca dell’Omceo Roma, Giuseppe Furia, il direttore Uoc medicina d’urgenza e pronto soccorso, Ao San Giovanni-Addolorata, Maria Pia Ruggieri e i consiglieri medici dell’Omceo Roma, Valentina Grimaldi e Maria Grazia Tarsitano.

I lavori sono stati moderati dal consigliere medico dell’Omceo Roma, Gianfranco Damiani, e dal direttore del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute-Iss, Giovanni Capelli.