Sono circa 564.000 gli italiani con pregressa diagnosi di tumore della prostata, la neoplasia più frequente nella popolazione maschile, che rappresenta oltre 19,8% di tutti i tumori diagnosticati negli uomini, tanto che solo nel 2022 sono stati diagnosticati 40.500 nuovi casi.
Per contribuire a migliorare la qualità e l’accesso ai servizi sanitari per la diagnosi e il trattamento precoce di questa malattia e promuovere un’assistenza multidisciplinare e qualificata, Fondazione Onda, con il contributo non condizionante di Boston Scientific Italia, ha indetto il Concorso Best Practice per premiare gli ospedali italiani, partendo dal network del Bollino Azzurro, che si distinguono per l’approccio all’avanguardia e interdisciplinare nella gestione delle complicanze funzionali urinarie e sessuali post trattamento per il tumore della prostata.
Il concorso vuole contribuire al miglioramento dei percorsi integrati per eventuali problematiche post-trattamento e incoraggiare l’implementazione negli ospedali che a oggi ne sono sprovvisti. Un apposito comitato di esperti istituito da Fondazione Onda ha esaminato le 56 candidature pervenute, valutando ogni percorso in base a rilevanza, multidisciplinarietà, efficacia, efficienza e replicabilità e ha premiato 13 strutture per le loro best practice: 5 per i migliori percorsi ospedalieri per la gestione delle complicanze funzionali urinarie e sessuali post trattamento del tumore della prostata e 8 per i migliori percorsi ospedalieri per la gestione delle complicanze funzionali sessuali post trattamento del tumore della prostata.
Il Concorso ha premiato gli ospedali italiani che si distinguono per la gestione delle complicanze urinarie e sessuali post trattamento nel tumore della prostata
Due strutture, inoltre, hanno ricevuto una menzione d’onore come centri di eccellenza e di riferimento. Tutte le altre 41 strutture hanno avuto una menzione speciale per l’impegno e l’attenzione.
“L’iniziativa parte dal Bollino Azzurro, nato di recente proprio con l’idea di costruire una rete di ospedali che si occupano di tumore prostatico, al fine di offrire alla popolazione l’opportunità di essere correttamente informata, come nel caso delle problematiche funzionali legate al post-trattamento – spiega Francesca Merzagora, presidente Fondazione Onda – Il fine ultimo dell’iniziativa è ovviamente promuovere un’assistenza multidisciplinare e qualificata da parte del personale sanitario che possa migliorare la qualità della vita dei pazienti”.
La fotografia della situazione
Le stime indicano che una gran parte dei pazienti che ha subito un intervento chirurgico radicale, come la prostatectomia per l’asportazione del tumore, sviluppa problemi funzionali di incontinenza urinaria e disfunzione erettile. Si tratta di condizioni che non solo spesso sono resistenti alle terapie farmacologiche, ma che comportano anche un impatto devastante in termini personali e sociali, segnando spesso l’inizio di un difficile percorso.
Una situazione, confermata dalla recente indagine “Tumore della prostata e complicanze post operatorie: stato dell’arte, criticità e prospettive future“ condotta da Elma Research, in collaborazione con Boston Scientific Italia, che ha voluto indagare sul vissuto e sulle aspettative dei pazienti ed esplorare il grado di conoscenza, percezione ed esperienza da parte degli urologi.
Il 33% dei pazienti con incontinenza urinaria e il 35% di quelli con disfunzione erettile non viene sottoposto ad alcuna terapia
Ne deriva un’immagine sconfortante, soprattutto se confrontata con quella delle donne che su questo fronte hanno fatto passi importanti e che dopo una mastectomia, trovano più ascolto, tutele, prospettive. Anzi, secondo l’indagine, non tutti i pazienti che sviluppano complicanze funzionali ricevono un trattamento adeguato: infatti, il 33% dei pazienti con incontinenza urinaria e il 35% dei pazienti con disfunzione erettile non viene sottoposto ad alcun tipo di terapia.
Fra i rimedi per le complicanze funzionali post-chirurgiche l’urologo propone principalmente i trattamenti riabilitativi, mentre la chirurgia protesica rimane l’ultima spiaggia. Proprio per questo, si rivela essenziale promuovere la condivisione di buone pratiche cliniche e informare l’utenza delle realtà ospedaliere con migliore competenza e sensibilità nella gestione di queste problematiche.
L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Regione Lombardia e con il patrocinio di Auro (Associazione Urologi Italiani, Europa Uomo Onlus), Fic (Fondazione Italiana Continenza), Fincopp (Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico), Sia (Società Italiana Andrologia) Siu (Società Italiana di Urologia), Siuro (Società Italiana di Uro-Oncologia e Società Italiana di Urodinamica).
Il 15 novembre alle 17 si svolgerà un webinar, rivolto agli specialisti del settore, con l’obiettivo di condividere conoscenze e strumenti per implementare e ottimizzare i percorsi dedicati ai fini di un’appropriata presa in carico delle complicanze funzionali post-trattamento per tumore della prostata. Ci si può iscrivere qui.
Nel 2023 il mercato Ict in sanità in Italia ha raggiunto quota 2,23 miliardi di euro, con una crescita dell’11% sull’anno precedente. E le previsioni vanno verso tassi di crescita molto elevati anche per i prossimi anni: nel 2026, infatti, si supererà la soglia dei 3 miliardi di euro.
È quanto emerso dal White Paper “Una visione di futuro per la Sanità italiana. Innovazione e benessere visti dalle aziende Ict” realizzato da Anitec-Assinform, l’Associazione delle imprese Ict aderente a Confindustria. Il documento offre raccomandazioni e proposte rivolte ai decisori pubblici, agli stakeholder e agli operatori del settore.
Oltre all’importante crescita del volume di mercato Ict, la sanità vede sempre maggiori investimenti in tecnologie innovative: solo il cloud vale più di 200 milioni di euro in questo mercato e le soluzioni di intelligenza artificiale sono sempre più diffuse (oltre +35% tra 2022 e 2023).
Nel 2023 il mercato Ict in sanità in Italia ha raggiunto quota 2,23 miliardi di euro, con una crescita dell’11% sull’anno precedente
Gli obiettivi che guidano la digital transformation in Sanità sono molteplici e ambiziosi: la telemedicina, ad esempio, è vista come una priorità dal 72% delle strutture sanitarie, mentre l’introduzione o l’estensione delle cartelle cliniche elettroniche è un obiettivo per il 60% delle stesse. La strategia di dati emerge come un altro elemento cruciale in questo panorama. L’80% delle regioni sta mostrando un impegno verso l’integrazione dei dati e molte sono già in fase avanzata nell’attuazione di data strategiesarticolate.
Con il suo nuovo White Paper – il terzo negli ultimi anni in ambito di sanità digitale – Anitec-Assinform dà voce alle aziende Ict che si confrontano quotidianamente con la realtà di un mercato complesso come quello Healthcare e Life Sciences.
Le sfide
Le conclusioni dello studio sono state affidate alle aziende associate, che attraverso interviste approfondite hanno indicato le maggiori criticità che affrontano nell’operare nel complesso mercato della Sanità e dalle quali sono emerse alcune priorità e diversi messaggi chiave:
Valorizzare l’innovazione tecnologica: incentivare strutture e aziende sanitarie a investire energicamente in nuove tecnologie.
Risolvere sfide normative e di privacy: è imperativo affrontare e superare gli ostacoli normativi e le questioni relative alla privacy per promuovere l’innovazione e la diffusione di tecnologie avanzate.
Promuovere interoperabilità e standardizzazione: servono azioni mirate a migliorare e facilitare lo scambio di dati e l’efficacia complessiva dei processi sanitari.
Facilitare l’accesso al finanziamento: il supporto alle aziende attraverso finanziamenti e incentivi adeguati è fondamentale per stimolare la crescita e l’innovazione nel settore.
Rafforzare formazione e competenze: l’accento è posto sull’importanza cruciale dello sviluppo di competenze specifiche e della formazione continua, elementi chiave per capitalizzare appieno le opportunità offerte dalla digitalizzazione nel campo sanitario.
Lavorare con le istituzioni, facilitare l’accesso al finanziamento e sostenere programmi di formazione. Sono queste le sfide per il futuro secondo il presidente Anitec-Assinform Marco Gay
“Come associazione, dobbiamo continuare a sostenere e promuovere l’innovazione tecnologica nel settore della sanità in Italia – afferma il presidente di Anitec-Assinform Marco Gay – Questo significa lavorare a stretto contatto con le istituzioni per favorire l’adozione di soluzioni avanzate, superare le sfide normative e garantire l’interoperabilità dei sistemi. Inoltre, è importante facilitare l’accesso al finanziamento, promuovendo incentivi adeguati per investimenti in soluzioni evolute in sanità”.
I dati mostrano che l’80% delle regioni italiane sta lavorando attivamente all’integrazione dei dati, con un impegno significativo verso l’attuazione di data strategies. “Anche in questo settore – prosegue Gay – è necessario sostenere programmi di formazione continua per garantire la preparazione adeguata dei professionisti del settore sanitario per sfruttare appieno le opportunità offerte dalla digitalizzazione. Così facendo, potremo contribuire a sviluppare e rendere disponibili servizi sanitari efficaci, digitali e sostenibili per tutta la popolazione”.
Nella Giornata internazionale della Fisica medica, il gruppo Aifm Giovani e gli specializzandi accendono i riflettori sulle condizioni che caratterizzano la formazione di questa figura così importante nel panorama sanitario.
Per poter esercitare il ruolo di specialisti in Fisica medica all’interno delle strutture sanitarie, è infatti necessario frequentare una scuola di specializzazione, analogamente al percorso intrapreso dai medici specialisti. Si tratta di un percorso, di durata triennale, che permette ai laureati magistrali in fisica di formarsi in diverse aree che vedono l’utilizzo di radiazioni ionizzanti e non solo: si passa dalla radioterapia, alla radiologia, alla medicina nucleare e alla radioprotezione, ma anche alla risonanza magnetica, ai laser e agli ultrasuoni.
Questo periodo è caratterizzato dall’assenza di contratti di formazione, a differenza dei colleghi medici. I risultati di una survey presentata oggi all’interno del convegno “Sulle spalle dei giganti” organizzato da Aifm ( l’Associazione Italiana di Fisica Medica e Sanitaria) a Bergamo, mostrano come solo il 22% degli specializzandi fisici medici arriva a percepire oltre i 1.000 euro mensili con finanziamenti continuativi durante tutta la durata della Scuola di Specializzazione, mentre il 40% non riceve nessun contributo o comunque non in modo continuativo.
Solo il 22% degli specializzandi fisici medici arriva a percepire oltre i 1.000 euro mensili durante la scuola di specializzazione
“Si tenga conto, in questo quadro di per sé allarmante, che nella maggior parte dei casi (circa il 70%), per accedere alle scuole di specializzazione, è richiesto il trasferimento del giovane fisico in formazione presso le sedi dislocate sul territorio nazionale”, ricordano Marco Felisi e Nicola Maffei, coordinatore ed ex coordinatore del gruppo Aifm Giovani, e Sara Parabicoli, rappresentante degli Specializzandi di Aifm.
Per contro, il fabbisogno di fisici medici è di circa 100 ogni anno, con un trend in crescita costante nell’ultima decina di anni (nel 2017 la richiesta era di 80 nuovi specialisti). Giunti al termine del percorso formativo, l’inserimento nel mondo del lavoro avviene con ottime tempistiche e prospettive: il 50% dei neo specialisti, infatti, ottiene un incarico come dirigente sanitario a tempo determinato nei primi 3 mesi dalla specialità, e praticamente la totalità lo ottiene nel primo anno, periodo durante il quale oltre il 50% del totale viene stabilizzato con un contratto a tempo indeterminato.
Il 50% dei neo specialisti ottiene un contratto a tempo indeterminato nel primo anno dalla specialità
“I numeri che fin qui abbiamo presentato stridono se paragonati con la situazione delle specializzazioni mediche – sottolinea Carlo Cavedon, presidente di Aifm – Infatti, nell’ultimo bando oltre 6.100 su 16.200 contratti di formazione sono rimasti non assegnati per carenza di specializzandi. Pensare che a noi fisici medici ne basterebbero solo 100 (meno del 2% dei contratti non assegnati) rende la situazione ancora più amara e difficilmente accettabile. L’auspicio è di riuscire a risolvere questa situazione e permettere che la grande tradizione della fisica per la medicina continui a dare frutti nel futuro, così denso di importanti novità. Non si può più prescindere dal riconoscimento dei contratti di formazione”.
Medicina di emergenza urgenza, anestesia e rianimazione, radiologia, chirurgia. Sono queste le branche mediche meno ambite dai laureati che in questi giorni sono stati chiamati a scegliere la specialità.
Delle oltre 16.000 borse di specializzazione messe a bando quest’anno (non sono mai state così tante), oltre una su tre non è stata assegnata. In termini assoluti, in questo momento restano vacanti 6.125 posti, il 38% di quelli disponibili.
Le branche maggiormente penalizzate sono quelle che riguardano pronto soccorso e rianimazione, reparti che la pandemia ha messo a dura prova per turni massacranti e contenziosi legali.
Delle oltre 16.000 borse di specializzazione messe a bando quest’anno (non sono mai state così tante), oltre una su tre non è stata assegnata
Colpiscono i numeri della chirurgia generale, con il 50% delle borse non assegnate. I dati dell’Acoi, l’associazione dei chirurghi ospedalieri, mostrano un crescente disinteresse per la branca: nel 2019 erano rimaste non assegnate 90 borse, nel 2020 112, nel 2021 180, nel 2022 213 e quest’anno 405.
Per contro, hanno fatto il pieno dermatologia, chirurgia plastica ed estetica e ginecologia e ostetricia, specialità ospedaliere che spesso sono affiancate dalla libera professione.
Bandi deserti
Per essere assunto dal servizio sanitario nazionale, a un medico non basta la laurea: deve essere specializzato. “In passato parlavamo di camici grigi per indicare quei colleghi che rimanevano bloccati nel collo di bottiglia delle scuole di specializzazione e dunque non potevano accedere ai concorsi per l’assunzione”, ricorda Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed.
Negli ultimi anni i numeri dei contratti dedicati ai medici in formazione sono cresciuti, fino ad arrivare ai 16.165 di quest’anno.
“I gravi deficit registrati nelle rianimazioni, nelle chirurgie e nell’area della medicina di emergenza urgenza sono purtroppo significativi, perché in un contesto dove mancano molti medici proprio l’area più critica è quella che subisce di più questa crisi, non solo a livello lavorativo ma anche a livello di accesso alla scuola di specializzazione”.
Da qualche anno il concorso è nazionale: i candidati, dopo aver effettuato il test, possono quindi scegliere la propria rosa di sedi e specializzazioni. “Il paradosso oggi è che probabilmente le branche più complesse sono quelle dove occorre meno punteggio – rileva Quici – Una persona che voglia diventare oculista ma abbia conseguito un punteggio basso ha quindi due possibilità: “ripiegare” su anestesia, chirurgia o medicina d’urgenza, oppure attendere l’anno successivo e ripetere il test. Queste branche, infatti, sono talmente bistrattate e pericolose che il collega oculista preferirà rinunciare”.
Un altro aspetto su cui Cimo-Fesmed ha molto insistito è che la graduatoria nazionale pone dei problemi di sostenibilità ed impatta sulla vita personale degli specializzandi: “Oltre al viaggio occorre trovare una casa e riuscire a vivere in una città come MIlano o Roma con lo stesso stipendio di chi si sta formando in un’area più marginale. Così, accade magari che un potenziale oculista si ritrovi a fare il chirurgo plastico perché la sede è più comoda. In questo modo, però, non si tiene conto della predisposizione personale dei medici in formazione”.
Una riforma della formazione
E poi c’è il nodo dello standard assicurato dalle scuole di specializzazione: non tutte quelle accreditate raggiungono il minimo previsto dalla legge. “Questo significa che, una volta terminato il percorso, i giovani colleghi hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro”.
Per ovviare a questo problema, il sindacato propone il distretto formativo, una sorta di ospedale di formazione: “Le università non sono attrezzate per accogliere i 16.000 studenti previsti dalle borse. Quindi, molte attività si svolgono nelle strutture pubbliche, ma manca un vero ponte tra università e ospedale. Se ci sono tanti studenti ma pochi casi, è difficile che si possa imparare la professione dal punto di vista pratico”.
Non tutte le scuole di specializzazione accreditate raggiungono lo standard minimo previsto dalla legge
Riflessioni in linea con quanto emerso durante l’ultimo congresso dell’Acoi: “Abbiamo dedicato una sessione proprio al problema delle vocazioni chirurgiche, con i giovani specializzandi che hanno presentato i risultati di una survey”, spiega Pierluigi Marini, past president di Acoi e presidente del congresso che si è tenuto a Roma nel mese di settembre.
Tre gli aspetti emersi sul calo delle iscrizioni a chirurgia: la mancata soddisfazione del percorso post laurea, il contenzioso medico legale e la retribuzione.
Il primo aspetto riguarda la formazione pratica, ritenuta inadeguata, come anticipato da Quici. “Per svolgere gli interventi previsti dalla legge servono volumi di attività chirurgica molto alta, che l’università non è in grado di fornire. Per questo motivo le scuole di specializzazione hanno fatto convenzioni con gli ospedali – evidenzia Marini – Il problema, secondo i giovani colleghi, è che il coordinamento è centralizzato in università e non permette loro di fare quanto previsto dall’obbligo formativo”.
L’Acoi ha presentato una proposta di riforma del percorso formativo, che prevede un upgrade della figura giuridica dello specializzando, che diventa assistente in formazione, sganciandosi dal tutor. “Secondo noi questo permetterebbe di sviluppare meglio le loro attitudini chirurgiche”, continua Marini.
Qualità della formazione post-laurea, contenzioso medico legale e retribuzione penalizzano la scelta della specializzazione in chirurgia
In questo momento, a fronte di un’insufficiente preparazione, c’è il contenzioso medico legale, “una cosa molto pericolosa perché sta sconvolgendo il rapporto medico-paziente, che deve essere di complicità e non di contrasto – rileva Marini – L’obiettivo finale deve essere la salute del paziente, ma in chirurgia il risultato non può essere garantito”. Infine, la retribuzione: “Siamo i peggio pagati in Europa. A parte i primari nessuno si può permettere un’assicurazione personale per coprire i costi legali. Ospedali e chirurghi sono diventati istituzioni non assicurabili e gli stessi ospedali spesso non hanno l’assicurazione il rischio è così elevato da non essere considerato accettabile e le gare vanno deserte”.
Quali prospettive
Secondo i dati Eurostat, i chirurghi in Italia erano 7.000 nel 2016, mentre nel 2025 saranno 3.500 a causa dei pensionamenti e delle uscite volontarie. Le nuove assunzioni pesano per circa 2.400 unità, facendo quindi passare il numero di chirurghi da 7.000 a 5.900.
“Chi può abbandona la professione, soprattutto chi ricopre ruoli non apicali. In questi colleghi, la passione lascia il posto alla frustrazione”. Dal congresso Acoi è emerso come il 41,8% dei chirurghi sia pronto ad abbandonare la professione.
Dal congresso Acoi è emerso come il 41,8% dei chirurghi sia pronto ad abbandonare la professione
“Durante il Covid le istituzioni ci avevano promesso tecnologie, ammodernamento degli ospedali, personale, formazione… A due anni di distanza gli investimenti in sanità sono sempre meno”, sospira Marini.
Tra le priorità dell’Associazione, quindi, una riforma della formazione, uno sforzo per “restituire serenità a chi svolge questa professione” e un tentativo per risolvere il problema del contenzioso medico-legale.
E poi una proposta sulle retribuzioni: “Andrebbero rivisti i parametri di pagamento, magari basandoli sul rischio professionale delle varie categorie – suggerisce Marini – Non tutti i medici svolgono lo stesso lavoro e sarebbe utile differenziare”.
Negli ultimi anni gli ospedali, per assicurare i servizi della medicina d’emergenza urgenza hanno attinto ai gettonisti, medici a chiamata pagati molto meglio rispetto ai propri dipendenti. Esistono chirurghi a gettone? “Ancora no, ma la direzione è quella – sospira Marini – Le competenze richieste sono elevate, ma ci arriveremo. Con i numeri attuali non potremo garantire a lungo gli interventi”.
“Come Azienda sanitaria siamo sempre alla ricerca di soluzioni che la tecnologia ci mette a disposizione, convinti che l’innovazione è anzitutto un metodo, un approccio al problema. Il nucleo del lavoro che conduciamo è quello di selezionare – anche mutuando dalle esperienze altrui – tra le tante soluzioni oggi presenti sul mercato che sono meglio contestualizzabili, con caratteristiche di sostenibilità immediata e nel tempo. Individuata la soluzione, la gestione del progetto (che è complesso) costituisce un impegno di molti dei nostri tecnici, e pone insieme diversi attori e diverse professionalità anche di varie istituzioni”. Parole di Chiara Serpieri, Direttore generale di Asl VCO (Verbano Cusio Ossola), azienda che per potenziare l’assistenza territoriale e agevolare la capillarità dei servizi e la maggiore equità di accesso alle prestazioni mediche ha avviato una sperimentazione in ambito di telemedicina in aree montane, introducendo dispositivi per l’effettuazione di visite mediche a distanza.
“L’attivazione di servizi di telemedicina è funzionale alla necessità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione che vive in un territorio dalla conformazione prevalentemente montana – riprende Serpieri – con molti piccoli comuni situati all’interno delle valli, e quindi di potenziare le infrastrutture digitali, l’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico, che mettendo a disposizione servizi e referti online riduce il numero dei tragitti verso le strutture sanitarie e consente di favorire la permanenza della popolazione residente anche nelle aree disagiate, in coerenza con le politiche di ripopolamento delle nostre valli”.
Progetto di telemedicina per le aree montane piemontesi
Ottenuta la disponibilità da parte delle amministrazioni comunali di Formazza e di Macugnaga, sono state quindi avviate le procedure di appalto per l’acquisizione di due cabine di televisita (Consult Station) – per un costo complessivo di 85.400 euro – da installare in spazi appositamente predisposti presso i locali dei municipi dei due comuni.
Le cabine di televisita saranno attivate entro fine anno nei comuni di Formazza e Macugnaga
Una volta a regime, le cabine permetteranno al medico di assistenza primaria, agli specialisti e ai pediatri di libera scelta (opportunamente formati all’uso) collegati in videoconferenza, di portare servizi di medicina di assistenza primaria e specialistica, effettuare esami clinici che non richiedano l’esame obiettivo del paziente, avanzare ipotesi diagnostiche, monitorare i parametri clinici dei pazienti e ottenere, per via telematica, tutta la documentazione che riguarda la visita effettuata. Per i pazienti sarà possibile stampare promemoria, ricetta e referti. L’Azienda poi farà una raccolta di dati e verificherà l’opportunità di scalabilità del progetto in altre aree della struttura stessa.
“Si tratta di una formula di erogazione dei servizi già attiva in Francia in numerosi territori che hanno le medesime caratteristiche di “marginalità” ed esiguità di risorse professionali riscontrabili nelle nostre valli”, puntualizza il Direttore generale di Asl VCO, riconoscendo poi che l’emergenza pandemica da Covid-19 ha, in qualche modo, velocizzato l’iter del progetto.
“Era un fenomeno già in atto, ma certamente la pandemia ha accelerato la messa a disposizione e l’utilizzo di diverse tipologie di dispositivi, che consentono l’erogazione di servizi e l’effettuazione di visita a distanza. In tal senso, le sperimentazioni e le opportunità sono numerose. La concomitanza di una criticità di disponibilità di risorse professionali ha ulteriormente accentuato l’attenzione sulle soluzioni che consentono di sviluppare servizi che utilizzano le nuove tecnologie, al fine di garantire la continuità delle cure”.
Cabine per la televisita, l’innovazione in campo medico
La Consult Station è una cabina medicale, registrata come dispositivo classe IIa. Al suo interno raggruppa strumenti di misurazione, sensori, monitor e sistema di comunicazione che permettono, in real time, l’acquisizione e la condivisione tra medico (collegato da remoto) e paziente di dati sanitari affidabili e riproducibili, consentendo altresì di rilasciare referti e prescrizioni in forma digitale.
Per quanto riguarda le specifiche tecniche, la cabina è dotata di: bilancia per rilevamento automatico altezza, peso, BMI (Body mass index), termometro, ossimetro (saturazione e frequenza cardiaca), sfigmomanometro, stetoscopio, otoscopio, dermatoscopio, ECG 12, derivazioni, misurazione glicemia.
All’atto pratico “le cabine entreranno in funzione entro fine anno”, fa presente Serpieri, aggiungendo che “con il responsabile dei servizi abbiamo avuto modo di constatarne dal vivo il funzionamento e il contesto, dialogando anche con medici e operatori sanitari nei luoghi dove sono state installate”.
Quali sono i feedback che l’Azienda si aspetta? È possibile fare delle previsioni? “La risposta che ci attendiamo è che, come già avviene in Francia, i pazienti possano servirsi di questa opportunità ogni qualvolta abbiano necessità di effettuare uno degli esami erogati dalla cabina, usufruendo del vantaggio di non doversi impegnare in onerosi viaggi verso i centri di riferimento principali. Naturalmente il buon funzionamento della cabina è dato non solo dall’utilizzo da parte dei cittadini, ma anche dalla fattiva collaborazione dei medici di famiglia, dei pediatri di libera scelta e degli specialisti con cui abbiamo progettato – e continuiamo a progettare – l’attività”, motiva ancora il Direttore generale dell’Azienda sanitaria locale del Verbano Cusio Ossola.
Ricordando poi che “oltre alle cabine, l’Asl VCO ha adottato nel tempo anche altri modelli di assistenza di prossimità: ad esempio, per la dialisi peritoneale a casa del paziente viene installato un totem con il quale lo stesso può interagire con il medico e gli operatori sanitari. Svolgiamo poi attività di teleradiologiae di televisita in diverse discipline e, in parallelo, stiamo avviando sperimentazioni in ulteriori ambiti”.
Assistenza territoriale e telemedicina: lo stato dell’arte in Piemonte
Il nuovo modello di assistenza territoriale introdotto dal DM 77/2022 (“Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale”) prevede e assicura l’erogazione di prestazioni assistenziali anche mediante telemedicina. Il ruolo delle Regioni, dunque, è rilevante.
A questo proposito, Serpieri tiene a precisare che “l’assistenza di prossimità, compresa quella telematica, è in via di sviluppo, in Piemonte come nel resto dell’Italia, con numerose sperimentazioni. In alcune situazioni risente della ancora non completa copertura, soprattutto in montagna, del wi-fi e in particolare della fibra ottica. Motivo per cui nel nostro territorio abbiamo creato un tavolo congiunto, coordinato dalla Prefettura, a cui sono seduti i principali attori coinvolti”.
A seguito del DM 77 l’assistenza di prossimità, compresa quella telematica, è in via di sviluppo, in Piemonte come nel resto dell’Italia, con numerose sperimentazioni
E ancora, “da alcuni anni il Piemonte ha sviluppato un’app – disponibile su App Store e su Google Play – per prenotare (da smartphone o collegandosi al sito web) gli esami e le visite. Inoltre è a regime il Fascicolo Sanitario Elettronico sul quale i nostri servizi riversano i referti, di Laboratorio Analisi e di Radiodiagnostica, comprese le immagini, il foglio di dimissione dal DEA e altri referti di visite specialistiche”. Ricorda in conclusione Serpieri: “Il Fascicolo Sanitario Elettronico può essere visionato direttamente dal medico di famiglia solo se il cittadino ne ha acconsentito l’accesso con delega: per questo abbiamo avviato una campagna di “alfabetizzazione” all’uso, con l’ausilio di collaboratori volontari del servizio civile”.
Ai blocchi di partenza l’ottava edizione della conferenza globale Frontiers Health 2023, tra i principali appuntamenti internazionali sull’innovazione in ambito salute. Dall’8 al 10 novembre all’Auditorium della Tecnica di Roma si terrà una tre giorni ricca di conferenze, incontri e tavoli di lavoro.
L’evento riunirà i principali stakeholder della sanità italiana e globale, che potranno confrontarsi sui temi più caldi del post pandemia. TrendSanità è tra i media partner dell’evento e seguirà da vicino la 3 giorni.
Durante la Global Conference, gli esperti si misureranno su temi come l’evoluzione delle terapie digitali e i relativi scenari regolatori, le innovazioni nella ricerca scientifica in ambito biomedicale, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul futuro della sanità, l’accesso equo alle cure innovative, il ruolo di pazienti e dei professionisti della salute nel disegno e nel governo dell’innovazione.
Ampio risalto sarà riservato alle nuove soluzioni digitali proposte dalle più promettenti startup a livello mondiale, pronte a presentarsi ai più attivi fondi d’investimento del settore e attori corporate, con cui esplorare opportunità di collaborazione.
Il 9 novembre si terrà l’Italian Summit, un appuntamento dedicato ai principali operatori italiani nel campo dell’innovazione sanitaria. Il tema della giornata sarà “Sanità Digitale e Terapie Digitali: Integrazione Sistemica e Valore per l’Italia”, con il patrocinio di Agenas, Enpam e Farmindustria. I numerosi relatori coinvolti discuteranno di terapie e medicina digitale, progetti di cambiamento e strategie per il futuro.
Il 10 novembre sarà invece la volta del Digital Medicine & DTx Global Policy Summit, organizzato da Healthware Group e dalla Digital Therapeutics Alliance, dove esperti e rappresentanti istituzionali provenienti da Europa, Asia e Usa, condivideranno esperienze, analizzeranno scenari futuri e valuteranno opportunità per implementare processi di armonizzazione tra paesi, strategie collaborative e condivisione di buone prassi.
Per la Global Conference sono attesi oltre 1.000 partecipanti provenienti da circa 50 Paesi tra aziende del settore life science, assicurazioni, hub innovativi, fondi di investimento, startup e pazienti e professionisti del settore.
Sui diversi palchi si alterneranno oltre 200 relatori tra esperti, ricercatori, imprenditori, pazienti e professionisti della salute. A loro il compito di presentare gli studi clinici più recenti, accanto a casi di studio, scenari e strategie sul tema dell’health innovation.
I disturbi dell’udito, così come le malattie dell’orecchio, sono diversi e diffusi, ma l’informazione ai cittadini è scarsa, c’è poca consapevolezza. Con l’invecchiamento della popolazione, 7 milioni di casi e 36 miliardi di costi sanitari correlati a queste malattie, è dunque necessario concentrare gli sforzi e stipulare un’alleanza tra medici specialisti in otorinolaringoiatria, medici di famiglia, pediatri, geriatri, audiologi, audioprotesisti, foniatri e associazioni pazienti.
Il Patto per la salute dell’orecchio e dell’udito è un documento articolato in 10 punti scritto a tutela della salute uditiva dei cittadini di ogni età. L’obiettivo è sensibilizzare la cittadinanza e i medici, di base e specialisti, nonché le altre figure sanitarie, per migliorare l’efficacia della prevenzione e ottimizzare i percorsi integrati ospedale-territorio per la diagnosi, cura e riabilitazione.
Il Patto per la salute dell’orecchio e dell’udito è un documento articolato in 10 punti firmato da 13 Società e Federazioni medico-scientifiche, alla presenza delle istituzioni
È stato firmato al Senato da 13 Società e Federazioni medico-scientifiche, alla presenza delle istituzioni, rappresentate dall’onorevole Ugo Cappellacci, dal senatore Franco Zaffini e dall’onorevole Marta Schifone.
Tra le proposte presentate alle istituzioni, la principale è la creazione di un Osservatorio nazionale permanente.
Parliamo del Patto per la Salute dell’orecchio e dell’udito con Stefano Berrettini, Professore Ordinario di Otorinolaringoiatria, Direttore dell’Unità di Otorinolaringoiatria, Audiologia e Foniatria, Università di Pisa, Direttore del Dipartimento Specialità Mediche e Chirurgiche AOUP e Presidente della Società Italiana di Audiologia e Foniatria (SIAF)e Giovanni Danesi, Past President della Società Italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale (SIOeChCf) e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
Qual è lo scopo del Patto per la salute dell’orecchio e per l’udito?
Jpeg
Risponde Berrettini: “Quelle dell’orecchio sono patologie molto diffuse e frequenti, pertanto lo scopo del Patto è di organizzare un’azione generale in questo campo, attraverso diverse attività. La prima, come succede nell’approccio a patologie di questo tipo, è sensibilizzare la popolazione al problema delle malattie dell’orecchio. Perché non si tratta soltanto di sordità, ci sono anche le otiti, i tumori e altro che prevedono trattamenti diversi.
Il secondo obiettivo è diffondere le tematiche relative all’orecchio. Questo Patto, infatti, è stato firmato da 13 Società scientifiche, comprese quelle dei pediatri, dei medici di medicina generale, proprio per promuovere una sensibilità, che spesso manca, per diagnosticare e intercettare queste patologie e dirigerle verso specifici percorsi diagnostico-terapeutici. Quindi, facilitare la prevenzione, la precocità di diagnosi e un trattamento appropriato in base alla patologia. Sono malattie che possono essere curate a livello territoriale. Si stima che il 60-70% delle malattie dell’orecchio e le problematiche legate alla sordità possono essere risolte appunto in ambito territoriale”.
“Il Patto per l’udito presenta due aspetti importanti – aggiunge Danesi – “uno come patto unitario tra tutti i protagonisti delle Società scientifiche coinvolti direttamente o indirettamente sul tema sordità; l’altro come patto di garanzia e di responsabilità verso la cittadinanza, in cui le Società si impegnano a creare dei percorsi diagnostico-terapeutici che vanno dalla diagnosi precoce, alla prevenzione. Il risvolto politico è che, a fronte di certi numeri, riteniamo necessaria la creazione di un Osservatorio nazionale”.
Che cosa prevede l’Osservatorio?
Prosegue Danesi: “L’Osservatorio non è altro che un tavolo ministeriale cui partecipano sia i decisori istituzionali, sia i membri delle Società scientifiche che monitorano lo stato del problema a livello nazionale attraverso il flusso di dati richiesto ai vari assessorati, ecc. Perché in realtà l’Osservatorio dovrebbe essere il termometro del problema e far capire a chi eroga le risorse cosa è meglio fare, su cosa investire e perché.
Il problema sordità ha un costo sociale elevato: secondo una recente indagine, si stimano 26 miliardi di euro l’anno
Il problema sordità, infatti, ha un costo sociale elevato, che, secondo una recente indagine, si aggirerebbe intorno a 26 miliardi di euro l’anno, tutto compreso, cioè il non lavoro, il non reddito, l’assistenza e tutta una serie di problemi secondari. Quindi, l’Osservatorio servirebbe per monitorare, da una parte, e ottimizzare la presa in carico di questi pazienti dall’altra. Si tratta di una fetta di popolazione non irrilevante, si parla di circa 7 milioni di ipoudenti”.
Si richiede anche una modalità di finanziamento?
“Quando si parla di risorse, sicuramente s’intende anche un finanziamento, ma di cosa?” – continua Danesi. “Faccio un esempio: se si vuole avviare una campagna di screening neonatale, che già esiste in Italia, c’è bisogno di addetti, apparecchiature e quant’altro. Il finanziamento poi ricade nella questione del PNRR, che tende a dare risalto alla medicina del territorio, quindi la diagnosi e le cure primarie. Occorre però coordinarsi. Ad esempio, chiedersi se la telemedicina può essere utile per monitorare queste persone ipoudenti.
Sicuramente bisognerebbe, una volta nato l’Osservatorio, eseguire un’attenta analisi dei costi e dei benefici e decidere quali e quante risorse assegnare agli ospedali oppure al territorio. Tutto, però, passa attraverso la creazione di questo Osservatorio.
Faccio un altro esempio. In Lombardiada più di 20 anni c’è un Network creato dagli specialisti otorinolaringoiatri su richiesta della Regione che si chiama Rete Udito, voluta per avere un quadro della situazione sulla sordità nella Regione e sulle soluzioni terapeutiche e riabilitative più adatte. Per questo è stato reso obbligatorio lo screening neonatale entro il quinto giorno dalla nascita, con l’intento di raggiungere il 96% dei nati. Poi, tramite la Rete Udito e la trasmissione dei dati da parte di tutti gli ospedali regionali, avere un’idea della spesa protesica, ecc. Questo modello, ad esempio, potrebbe essere facilmente esportato a livello nazionale, poiché presenta il vantaggio che è già fatto. Una volta che il Ministero della Salute decide quindi di realizzare l’Osservatorio e verifica se esiste un modello attivo su questo tema, la risposta è sì. E si può esportare senza lavorarci più di tanto”.
Perché quelle dell’orecchio e dell’udito sono patologie sotto-diagnosticate e sottovalutate?
“Perché manca, appunto, la sensibilità verso queste malattie” – risponde Berrettini. “C’è l’abitudine di andare almeno una volta l’anno dall’oculista, molto meno dall’audiologo o dall’otorino. Nonostante quelle dell’udito e dell’orecchio siano patologie molto frequenti. Il medico di base, in generale, ha più conoscenze in altri settori e meno su queste malattie che, solo se hanno una certa rilevanza sono identificate. E in questo caso si invia il paziente allo specialista ospedaliero. Abbiamo tenuto dei corsi ai medici di base, in collaborazione con la SIMG, proprio per cercare di migliorare e approfondire la conoscenza di queste malattie. È importante quindi sensibilizzare medici e cittadini.
Non dimentichiamo che tutte le età sono colpite dalle malattie dell’orecchio e dalla sordità. In ambito infantile ci sono molte attività, cui ho partecipato personalmente sia in ambito regionale, sia nazionale, come lo screening uditivo neonatale che permette di individuare fin dalla nascita queste malattie e che è diventato obbligatorio in tutta Italia dal 2019. Un risultato importante. Abbiamo iniziato prima con la Regione Toscana, con lo screening obbligatorio nel 2007, definendo anche un protocollo, un PDTA, per l’identificazione della sordità infantile. Poi nel 2016 lo abbiamo aggiornato e ottenuto risultati davvero rilevanti, arrivando a protetizzare i bambini sordi gravi o profondi già intorno ai due-tre mesi: oggi questi bambini non sono più sordastri ma normoudenti e, in molti casi, hanno sviluppato il linguaggio normalmente”.
Tutte le età sono colpite dalle malattie dell’orecchio e dalla sordità, manca però l’abitudine della visita periodica dall’audiologo o dall’otorino
“È vero – conferma Danesi – e abbiamo anche voluto stigmatizzare che non esiste una malattia dell’udito ma dell’orecchio che crea problemi all’udito, è ben diverso. In questo le Società scientifiche devono essere protagoniste, indicando i percorsi diagnostico-terapeutici più appropriati. Poi segue la catena terziaria come gli erogatori, i riabilitatori, i produttori di protesi, ecc. Questo è un punto fondamentale, perché abbiamo voluto far capire chi fa che cosa.
L’altro aspetto è l’importanza di una diagnosi precoce e la comunità otorinolaringoiatra in questo è molto attiva. C’è però da dire che chi lamenta problemi di sordità non può liquidare il problema andando a mettersi una protesi. Serve una visita medica ed è qui che entrano in gioco le campagne informative, le Giornate dell’udito, ecc.
Grazie allo screening, è intercettato un neonato sordo ogni mille, a cui sarà impiantato il cocleare entro i 12 mesi (parliamo di sordità profonda e bilaterale). Questo bambino sarà un adulto normoudente e si abbatterà tutto il percorso assistenziale e riabilitativo, nonché i costi sanitari. Per quanto riguarda i medici di base, presenti alla presentazione del patto in Senato con la SIMG, va detto che sono gli intercettatori primari della domanda di salute. In prima battuta il cittadino va, infatti, dal proprio medico. Quindi, c’è bisogno di questo Patto, di questo raccordo con la medicina territoriale che oggi è enfatizzata moltissimo.
Una volta che il medico di base è adeguatamente informato, anche se non è necessario che ponga una diagnosi, può inviare il paziente dallo specialista senza sottovalutare il problema. Già questo risolverebbe l’80% dei problemi, ma in parte è un aspetto già presente. Oggi si parla molto del rapporto tra ospedale e territorio, ma non è chiaro come si debba realizzare tale sinergia. L’ospedale non può gestire i medici del territorio che, tra l’altro, sono liberi professionisti e non dipendenti del SSN. Ma è questo quello che si chiede, un rapporto più stretto, che si potrebbe realizzare senza che le due comunità si diano carichi di lavoro ulteriori. Si parla una stessa lingua, quindi si può trovare una strada per collaborare”.
Ci sono delle linee guida per il trattamento di queste malattie?
Risponde Berrettini: “Il Patto prende origine da tre documenti e iniziative: innanzitutto il World Report on hearing che contiene delle direttive per sensibilizzare e identificare le patologie dell’orecchio. Poi il documento Stato attuale delle Politiche Sanitarie Italiane sulla Sordità, realizzato dalla SIAF nel 2022, insieme ad altre Società scientifiche e Associazioni dei pazienti, coordinati dal Prof. Cuda, Direttore dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria dell’Ospedale “Guglielmo da Saliceto” di Piacenza. Infine, ci sono le Giornate della sordità promosse dall’OMS e la Giornata dell’ascolto. C’è quindi tutto un lavoro di diffusione di queste conoscenze, per informare ed essere di supporto a medici e pazienti.
Qual è stato l’impegno preso del Senato nell’ambito del Patto?
“Il mondo politico è sembrato molto interessato” – risponde Berrettini, “gli onorevoli Marta Schifone, Ugo Cappellacci e molti altri si sono impegnati ad affiancare questa attività scientifica sviluppata dalle diverse Società con un’azione legislativa per la riorganizzazione in ambito sanitario, anche a livello territoriale”.
Conferma Danesi: “La sensazione è stata molto favorevole sulla ricettività. Certo, occorrerà tornarci sopra e concretizzare. In particolare, l’onorevole Cappellacci è stato molto attento ed è apparso molto interessato al tema. Sono sicuramente processi lenti, ma almeno un passo ufficiale è stato fatto”.
In una popolazione destinata all’invecchiamento, si stanno mettendo a punto percorsi assistenziali adeguati?
“Nonostante si tratti di malattie che possono colpire qualunque età” – afferma Berrettini, “la fascia più colpita è quella più anziana. Si calcola che in Italia ci siano più di 7 milioni di persone con problemi di udito, di cui gli over 75 sono la maggior parte. Circa 2 milioni si pensa abbiano una disabilità importante, con apparecchio acustico o cocleare. Sopra i 65 anni, una persona su tre è ipoacusico, sopra i 75 uno su due, sopra gli 80 lo è circa l’80% degli individui.
L’invecchiamento della popolazione è in crescita, aumenta la fascia degli anziani, quindi la problematica diventa importante. Così come resta importante fare una diagnosi e un trattamento precoce. Prima si interviene, meglio è. Negli ultimi anni sono emerse delle evidenze, ben dimostrate scientificamente, in cui si indica che il ritardo nella diagnosi dell’ipoacusia negli anziani favorisce l’insorgenza di disturbi cognitivi. L’ipoacusia è uno degli indici di rischio ormai definito per la demenza. Il trattamento con protesi acustica, invece, sembra avere un effetto benefico nel ritardare l’insorgenza della demenza.
Il ritardo nella diagnosi dell’ipoacusia negli anziani favorisce l’insorgenza di disturbi cognitivi
Sulla presbiacusia hanno rilievo anche gli aspetti genetici: dopo i 75 anni avere un’ipoacusia è abbastanza normale, ma ci sono casi in cui insorge precocemente, sui 50 anni, e si aggrava nel corso del tempo.
Diversi fattori influenzano l’insorgere della sordità, oltre ai fattori genetici, come lo stato di salute generale, lo stile di vita e l’esposizione al rumore (dal ragazzo che usa gli auricolari o va in discoteca, fino a chi svolge lavori rumorosi o va a caccia, ecc.). Ci sono, inoltre, condizioni vascolari e metaboliche, come ad esempio il diabete. Infatti, una delle nostre battaglie riguarda il fatto che, una volta iniziato un percorso diagnostico con il medico di base e lo specialista, il paziente non deve prendere la scorciatoia dell’apparecchio acustico, perché potrebbe ritardare la diagnosi o portare a diagnosi errate. A volte può esserci un tumore dietro la sordità o un’altra patologia trattabile con terapia medica/chirurgica. Tra gli scopi di questo Patto c’è quindi l’ottimizzazione di sinergie virtuose tra gli operatori delle professioni sanitarie non solo mediche ma anche audioprotesisti, audiometristi, logopedisti, ecc.”
A proposito di collaborazione, di team multi-disciplinari e di case di comunità, come si concretizzeranno?
“Molte cose purtroppo rimarranno sulla carta” – risponde Danesi. “Recentemente ho presentato una relazione sullo stato del PNRR che è stato utilizzato, al momento, con scadenza 2026, solo per lo 0,7% per quello che riguarda la Sanità. I 15 miliardi previsti in due tranche, una da otto e l’altra da sette miliardi, sono da destinarsi a due capitoli completamente diversi. 11,2 miliardi sono stati invece stornati tutti su unico argomento che sono le case e gli ospedali di comunità. Quindi è già sfumato l’82% del capitale. Il resto? La telemedicina, le nuove tecnologie, ecc.?
Che cosa serve per raggiungere un buon rapporto tra ospedale e territorio? In realtà serve solo una buona comunicazione e strumenti di comunicazione adeguati. Invece, tutto sta diventando complicato.
Nelle case di comunità sono previsti gli specialisti. Ma chi ci va? I medici ospedalieri? Non credo. E nessuno sa niente su questo. La Legge Bindi degli anni Novanta voleva chiudere gli ospedali sotto i 120 posti letto, poi non è mai stato fatto per ragioni politiche ed è stato meglio così. Ma considerando che ci sono tanti ospedali con 120-200 posti letto sul territorio, un ospedale di comunità con 20 posti letto ha senso? Perché non ricavarli all’interno degli ospedali o di strutture già esistenti? In realtà la medicina territoriale c’era, poi gli specialisti sono stati spostati negli ospedali e quindi si sono svuotati i consultori e le altre strutture di cura territoriali specialistiche. Tutto questo per non assumere altri medici, svuotando il territorio. Ora invece si parla dell’importanza della medicina territoriale. Sono tutti aspetti che ho vissuto in prima persona e non so darmi una risposta”.
Consipe Polo Strategico Nazionale (PSN)hanno formalizzato una collaborazione basata sulla comunanza di interessi delle rispettive finalità istituzionali, nella direzione della trasformazione digitale del Paese.
Da un lato, Consip che gestisce ogni anno circa 24 miliardi di euro di acquisti delle PA, pari a oltre 1% del PIL italiano, con oltre 500.000 contratti stipulati tra 140.000 imprese e 13.500 amministrazioni. Dall’altro, Polo Strategico Nazionale, che abilita l’innovazione e la gestione sicura di dati e servizi della PA attraverso un’infrastruttura affidabile e sostenibile, progettata per rispettare i più elevati standard internazionali, e servizi avanzati che affiancano le amministrazioni nella trasformazione e messa in sicurezza delle applicazioni.
Una collaborazione di grande valore, che rappresenta un elemento fondamentale per l’innovazione digitale della Pubblica Amministrazione e la crescita del Paese
Consip – impegnata nel complesso progetto di semplificazione e digitalizzazione end-to-end degli appalti pubblici, uno dei pilastri del nuovo Codice dei contratti e tra gli obiettivi più sfidanti del PNRR – trova nel ricorso a Polo Strategico Nazionale una partnership chiave per l’infrastruttura tecnologica da costruire.
In questo percorso, Consip si avvale, fin da subito, delle infrastrutture e dei servizi erogati da Polo Strategico Nazionale, migrando la propria nuova soluzione gestionale PAD-SA (Piattaforma Approvvigionamento Digitale della Stazione Appaltante) – realizzata con il paradigma Cloud Native e attraverso la quale si realizzerà l’interoperabilità tra i sistemi informativi interni di Consip e la Banca Dati Nazionali Contratti Pubblici (BDNCP) di ANAC.
Quella tra Consip e Polo Strategico Nazionale è una collaborazione di grande valore, che rappresenta un elemento fondamentale per l’innovazione digitale della Pubblica Amministrazione e la crescita del Paese: un’intesa sancita con la firma del contratto di adesione e l’incontro tra gli Amministratori Delegati delle due società, Marco Mizzau (Consip) ed Emanuele Iannetti (Polo Strategico Nazionale).
Il 13 maggio del 1978 fu promulgata, ed entrò in vigore il 15 giugno dello stesso anno. Parliamo della legge 180, o legge Basaglia, dal nome del suo principale promotore.
Franco Basaglia, psichiatra e direttore del manicomio di Gorizia, trovava profondamente ingiusto il trattamento dei soggetti affetti da malattie mentali, che venivano segregati negli ospedali psichiatrici, isolati dalla società e, purtroppo, spesso anche non trattati in modo idoneo, con condizioni di vita insostenibili e privati dei loro diritti fondamentali.
Con la legge Basaglia, infatti, vengono chiusi i manicomi e si mettono nero su bianco dei principi nobili, basati sul restituire dignità al malato psichiatrico, reintroducendolo nel suo contesto familiare e sociale. Al posto degli ospedali psichiatrici sarebbe dovuta sorgere una fitta rete di servizi territoriali di igiene mentale, assistenza sociale e domiciliare coordinata da norme e regole efficienti. La legge Basaglia è stata un grande passo per l’Italia, che è stato il primo Paese a chiudere i frenocomi.
La legge Basaglia è stata un grande passo per l’Italia, che è stato il primo Paese a chiudere i manicomi
Ma, evidentemente, qualcosa è andato storto: la de-istituzionalizzazione richiedeva un aumento di risorse per la salute mentale a livello comunitario, ma queste, ad oggi, non si rivelano sufficienti. Quindi, se da un lato i manicomi sono stati effettivamente chiusi, dall’altro i soggetti con problemi mentali continuano ad essere emarginati e la loro delicata situazione non è gestita in modo ottimale.
Non è un caso che esistano associazioni come ARAP-OdV (Associazione per la Riforma dell’Assistenza Psichiatrica), formata da familiari di persone con problemi psichiatrici e che, dal 1981, chiede aiuto alle istituzioni governative perché la cura dei loro cari più fragili non gravi così tanto sulle famiglie, ma che al contrario venga gestita a livello istituzionale con maggiore sensibilità nei confronti dei pazienti stessi, integrando la somministrazione di farmaci con un reale approccio psicoterapeutico e un miglioramento concreto della vita di queste persone. Una lotta allo stigma, al pregiudizio, a ciò che ancora non permette alla legge Basaglia di essere applicata completamente.
Per comprendere le lacune che è necessario colmare nella tutela dei pazienti psichiatrici, abbiamo intervistato Maria Antonietta Buonagurio, Presidentessa dell’ARAP-OdV, che ci ha spiegato quali sono le afflizioni di pazienti e familiari, nonché le loro richieste e necessità.
Legge Basaglia: cosa è andato storto nell’applicazione di questa legge?
«Dalla promulgazione della legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, sono passati ben 45 anni. Tuttavia, se si analizzano tutti i principi sanciti dalla legge, possiamo davvero dire, senza paura di smentita, che non ha avuto affatto piena attuazione.
A distanza di 45 anni, purtroppo, i pazienti psichiatrici non vivono la condizione sociale prevista dalla legge 180
La legge Basaglia aveva intenti nobili e lungimiranti, i cui principi erano basati innanzitutto sulla restituzione della dignità e dei diritti alle persone che soffrono di patologie mentali, abbattendo non solo le barriere fisiche che tenevano segregati i malati, ma anche lo stigma che esiste sulla malattia. L’obiettivo della chiusura dei cosiddetti “manicomi” era quello di riportare i pazienti nel loro contesto sociale, istituendo sul territorio centri per la cura, la riabilitazione e l’inclusione sociale.
A distanza di 45 anni, purtroppo, non si può certo dire che i pazienti psichiatrici vivano una condizione sociale come quella prevista dalla legge 180.»
Ci sono state revisioni in tutti questi anni? Tentativi di integrazione?
«Va specificato che la legge 180 è una legge “quadro”, ma occorrono i contenuti per attuarla. Nel corso degli anni sono state ideate tante normative inerenti alla salute mentale per rendere attuativa la legge Basaglia. Si è parlato spesso di organizzare in modo ottimale i servizi territoriali, delle modalità di presa in carico del paziente, di istituire strutture terapeutiche e riabilitative idonee. Ancora, si è fatta presente la necessità di formare gli operatori, soprattutto nella relazione col paziente, ma anche in campo scientifico e farmacologico. Tuttavia, ai fini pratici, il paziente psichiatrico continua irrimediabilmente ad essere stigmatizzato, escluso e a gravare completamente sulla sua famiglia.»
Dalle sue parole mi pare di evincere che il problema sia fondamentalmente una sorta di disorganizzazione assistenziale…
«Sì, in seguito all’abolizione dei manicomi si è verificato proprio questo: una disorganizzazione assistenziale. E i motivi ci sono: innanzitutto i servizi territoriali che dovevano sostituire le istituzioni psichiatriche sono scarsi come numero e anche mal distribuiti in tutto il territorio nazionale; ancora, non ci sono veri e propri corsi di preparazione degli operatori sanitari per aiutarli ad affrontare queste situazioni e a relazionarsi con un paziente psichiatrico nel modo migliore e con la giusta sensibilità.
Infine, non dimentichiamo che, in nome della libertà di cura, molti pazienti che rifiutano di curarsi, vengono lasciati a se stessi e alle proprie famiglie, e questo crea non pochi problemi.»
Quali sono i pilastri di un’assistenza psichiatrica ad un paziente che soffre di una malattia mentale?
L’assistenza psichiatrica prevede la presa in carico globale del paziente, e questo vuol dire assicurare cura, riabilitazione e inclusione sociale
«L’assistenza psichiatrica prevede la presa in carico globale del paziente, e questo vuol dire assicurare cura, riabilitazione e inclusione sociale. La presa in carico deve avere al centro la persona con i suoi bisogni, deve essere multidisciplinare, anche perché gli stessi fattori che portano alla malattia sono plurimi, ossia sanitari, sociali e relazionali. Bisogna integrare l’aspetto puramente sanitario-farmacologico con psicoterapie, intervenendo così a far emergere tutte le potenzialità di una persona: solo in questo modo la si può sostenere davvero nel cammino verso una vita autonoma all’interno del contesto sociale.»
Dal punto di vista politico e normativo, vi sono attualmente proposte di legge che possono migliorare la situazione?
«Attualmente ci sono proposte di legge ma, dal nostro punto di vista e anche rispetto ai principi sanciti dalla legge 180, vanno in una direzione che noi non consideriamo corretta. Riteniamo che basterebbe seguire i principi della legge Basaglia, con tutta la normativa successiva, perché le cose migliorassero. Il problema non è di carenza normativa, ma sta nell’applicazione della legge. Per questo sollecitiamo i politici e gli amministratori a non considerare la salute mentale la Cenerentola di tutte le malattie, ma a prendere provvedimenti e stanziare le risorse necessarie.»
Quindi è anche una questione di fondi sociali?
«Certo: le risorse per la salute mentale sono estremamente insufficienti, e l’Italia è il Paese in Europa che investe di meno: secondo un’analisi condotta da The European House/Ambrosetti, l’Italia riserva alla salute mentale il 3% della spesa sanitaria e si posiziona nona nella classifica europea in merito alla qualità dell’assistenza sanitaria per i disordini mentali. La mancanza di risorse non consente di poter attuare pienamente e in modo omogeneo sul territorio nazionale ciò che la normativa prevede. Noi chiediamo che venga data piena attuazione alle leggi riguardo all’integrazione socio-sanitaria del malato psichiatrico e questo, ovviamente, ha bisogno di attenzioni economiche.»
Prima ha parlato di pazienti psichiatrici che, inconsapevoli dei propri problemi, potrebbero non essere collaborativi e rifiutare le cure. La famiglia del paziente cosa può fare per gestire questa situazione?
Il problema non è di carenza normativa, ma sta nell’applicazione della legge e dipende anche dalla mancanza di risorse adeguate
«Chi soffre di una patologia psichiatrica molto spesso non è consapevole della sua malattia, quindi non chiede aiuto e non si cura. In questo caso la famiglia è sola e impreparata a gestire situazioni complesse e i sostegni che ricevono dai CSM (Centri di Salute Mentale) spesso non bastano. Quando è in atto una crisi, alla famiglia non resta che chiamare il 118: in questo caso viene effettuato un Trattamento sanitario obbligatorio (TSO), a cui dovrebbe seguire la presa in carico dei servizi territoriali. Ho usato il condizionale “dovrebbe” perché, purtroppo, non sempre è così.»
Quali sono le strutture alternative ai manicomi attualmente esistenti, e di cosa mancano? Quale dovrebbe essere la struttura “ideale” che unisca i vari aspetti della cura psichiatrica?
«In teoria, i Dipartimenti per la Salute mentale (DSM) sono organizzati in: CSM (Centri di Salute Mentale) territoriali, centri diurni, strutture socio-sanitarie, strutture socio-riabilitative, comunità, appartamenti con abitare protetto. Purtroppo la mancanza di risorse materiali e umane non consente un’efficiente ed efficace presa in carico, e ciò che è scritto sulla carta non avviene nella realtà. Spesso le strutture sono dei “parcheggi”, se non dei mini manicomi.
Anche in questo caso le rispondo: il problema non è tanto teorico, ma pratico, ossia applicare quanto è stato teoricamente già deciso.»
Quali sono le situazioni più comuni di fronte alle quali vi trovate ad agire? E quali le più gravi?
Lo stigma nei confronti della malattia mentale è ancora molto forte, ed è figlio dell’ignoranza
«Le associazioni di familiari e utenti hanno ragione di esistere proprio perché l’assistenza psichiatrica istituzionale è disorganizzata. Facciamo sentire la nostra voce per ribadire il diritto alla salute e ad una vita dignitosa per le persone sofferenti. Coloro che si rivolgono a noi sono familiari e amici che chiedono aiuto. Le domande più frequenti sono: a chi rivolgersi, informazioni sui servizi, come comportarsi con il proprio congiunto. Molto spesso parlano della loro disperata quotidianità, lamentano di non ricevere l’attenzione necessaria dalle istituzioni apposite. I familiari vorrebbero sentirsi dire “veniamo noi a casa, cerchiamo di stabilire un rapporto di fiducia affinché il paziente possa iniziare un percorso di presa in carico”. Questo avviene talvolta, perché in Italia ci sono alcune realtà che funzionano meglio in quanto hanno un’efficiente organizzazione dei servizi, prestano molta attenzione al rapporto relazionale operatori-pazienti e hanno una cultura dell’inclusione verso le persone più fragili. Ma si tratta di casi davvero rari.»
In questa disorganizzazione, quanto incide lo stigma culturale nei confronti dei malati psichiatrici?
«Lo stigma nei confronti della malattia mentale è ancora molto forte, ed è figlio dell’ignoranza: è dovuto principalmente alla mancanza di informazione e conoscenze, che è possibile sviluppare solo attraverso campagne di prevenzione che siano insieme mirate e intelligenti. Bisogna parlare della malattia mentale come si fa con le altre patologie di tipo fisico.»
Numeri utili e contatti
Per i familiari di pazienti psichiatrici che avessero bisogno di mettersi in contatto con ARAP-OdV, è disponibile un centro d’ascolto telefonico, raggiungibile al numero 349-445.13.61, e che risponde 7 giorni su 7, 24 ore su 24.
L’ARAP-OdV, inoltre, fornisce indicazioni di tipo legale, oltre ad organizzare gruppi di confronto e di aiuto per familiari e utenti.
Dovevano essere il nuovo pilastro della sanità territoriale. Gli strumenti principali di quella manovra pensata per decongestionare gli ospedali e avvicinare gli specialisti ai medici di base, offrendo al cittadino un unico punto di incontro per i principali servizi legati alla salute. Il report tracciato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) sull’apertura e lo sviluppo delle case di comunità in Italia però parla chiaro: la strada da fare è ancora moltissima.
I primi dati, relativi al semestre gennaio-giugno 2023, mostrano come appena il 13% delle case di comunità italiane previste e volute dal Pnrr sono attualmente operative. E solo il 6,5% di queste, quindi appena la metà, ospita al suo interno un medico di base.
Tra le modifiche a livello centrale e le difficoltà di reperire il personale, il processo di cambiamento è ancora molto lento
In Lombardia, la regione italiana che al momento ha portato avanti maggiormente l’attuazione del piano, i dati più recenti raccontano di un processo di cambiamento estremamente lento, di cui è molto difficile capire la fisionomia per la difficoltà di accedere a dati puntuali e trasparenti. Abbiamo visto più da vicino il caso lombardo, grazie ad una puntuale analisi appena pubblicata dall’Istituto Mario Negri di Milano, che sta monitorando la situazione con un pool di esperti dedicato che ha contattato una per una tutte le case di Comunità regionali e raccolto i dati più recenti del loro sviluppo.
I numeri del primo semestre 2023 secondo Agenas
Entro il 2026, quindi fra poco più di due anni, in Italia dovrebbero aprire 1.430 Case di Comunità. Di quelle ad oggi inaugurate su tutto il territorio italiano, solo il 54% ospita al suo interno i medici di medicina generale. Attualmente non vi è alcuna norma che obblighi o incoraggi i curanti a spostarsi dai propri studi professionali agli ambulatori delle case di comunità. Le strutture stesse non sono ancora completamente operative come dei mini-ospedali: solo il 17% riesce a garantire una apertura di 24 ore su 24, come previsto dal Pnrr, mentre il 34% dei casi apre solo pochi giorni alla settimana e non garantisce nemmeno le 12 ore giornaliere.
Solo il 17% delle Case di Comunità garantisce l’apertura 24 ore al giorno e il 34% apre solo pochi giorni alla settimana
Neppure le Centrali Operative Territoriali – 611 hotspot da attivare entro il 2024 – stanno aprendo al ritmo in cui dovrebbero né mantengono l’orario di apertura previsto. A giugno 2023 hanno aperto solo il 12% del totale – 77 Cot in 7 regioni – e solo il 58% di queste lavorano meno di 6 giorni su 7.
In prima linea c’è la Lombardia, con 36 centrali, seguita dal Lazio con 15 punti, 9 in Veneto, 7 in Piemonte, 5 in Emilia-Romagna, 4 nella Pa di Bolzano e 1 in Umbria. Le regioni del Sud non sono attualmente pervenute.
Anche gli Ospedali di Comunità si fanno attendere
Nel monitoraggio Agenas è contenuta anche una fotografia degli ospedali di comunità. Entro il 2026 ne devono essere attivati 434 ma a giugno 2023 sono funzionanti solo 76 nuove strutture, ovvero il 17% del totale, con un incremento di appena 1.378 posti letto.
La regione più virtuosa è il Veneto, con 38 ospedali di comunità funzionanti. Seguono la Lombardia con 17, la Puglia con 6, l’Emilia-Romagna con 5 strutture, Molise e Abruzzo che ne hanno aperti rispettivamente 2 mentre in Campania, Lazio e Liguria è stato inaugurato un solo nuovo ospedale di comunità. Nulla di fatto invece in Basilicata, Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Trento, Sardegna e Sicilia, dove non al momento non è attiva nemmeno una Casa della Comunità e nemmeno una Cot.
Come stanno andando le CdC in Lombardia: l’analisi del Mario Negri
La fotografia che emergeva prima dell’estate dall’indagine in corso, coordinata dal Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria dell’Istituto Mario Negri, presentava una situazione in cui le Case di Comunità già avviate offrivano un panorama eterogeneo per tipologie organizzative, quantità e qualità dei servizi offerti.
La missione 6 del PNRR prevedeva per la Lombardia 216 Case di Comunità entro il 2026. La riduzione dei fondi dedicati al Pnrr ha fatto sì che nell’ultimo piano programmatico della Regione questo numero si sia abbassato, indicando come obiettivo la realizzazione di un numero variabile che va da 187 a 199 strutture sanitarie.
In Lombardia i fondi per il PNRR prevedono ora tra 187 e 199 Case di Comunità entro il 2026, contro le 216 previste inizialmente
“La Regione non ha più comunicato le nuove aperture: nonostante le nostre precise richieste, i dati non sono mai arrivati – ha spiegato Angelo Barbato del Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria del Mario Negri –. L’ultima nota ufficiale della Regione risale a novembre dell’anno scorso, mentre la relazione pubblicata dalla Corte dei Conti a maggio 2023 parlava di 81 strutture operative. Per questo ci siano attivati contattando una per una le 27 aziende sanitarie lombarde e chiedendo i numeri delle Case di Comunità che risultano attive”.
Ad oggi il centro studi del Mario Negri, che ha fatto uscire ad ottobre l’ultimo report, ne conta 97 in tutto, contro le 85 aperte fino ad aprile 2023. In sei mesi, solo 12 in più.
A questo ritmo, sembra inverosimile che tutte le Case di Comunità previste entro il 2026 possano essere aperte nei tempi indicati dal calendario del PNRR.
La grande assenza di medici di base e l’assenza di programmazione
L’analisi, coordinata dal Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria dell’Istituto, è attualmente in corso e viene condotta da un gruppo di ricercatori appositamente formati, coadiuvati da professionisti che, a vario titolo, hanno scelto volontariamente di unirsi al team. A partire da luglio 2022, i ricercatori si sono finora recati personalmente in 70 Case di Comunità sulle 97 già operative e hanno incontrato i coordinatori e il personale presente nelle Case di Comunità lombarde.
“A breve dovremmo stipulare un accordo con ATS città metropolitana per avviare un progetto di monitoraggio che prevede una analisi approfondita del funzionamento di 3 strutture in via di identificazione – ha proseguito il ricercatore del Mario Negri –. Una sarà a Milano, l’altra in un grosso comune hinterland e la terza in zona rurale a bassa densità abitativa. Saranno misurati gli interventi e i numeri del personale che opera all’interno. Lo scopo è quello di verificare in che misura i bisogni di salute che emergono vengono recepiti dalle strutture”.
Dalla prima analisi di aprile emergeva un cambiamento che sembrava riflettersi più nello spirito di chi lavora nelle strutture, che in una vera e propria implementazione delle risorse coinvolte. I grandi assenti restano infatti i medici di base che solo in 10 strutture su 70 collaborano fra loro garantendo ai propri assistiti di poter essere visitati dai colleghi quando sono assenti.
Su 70 Case di Comunità solo 26 hanno almeno 1 medico presente. E solo in 15 di queste sono presenti 2 medici che però hanno mantenuto l’ambulatorio al di fuori. Anche il contatto diretto con gli specialisti è carente: in appena 23 casi su 70 si possono prenotare le visite in struttura, per il resto gli accessi continuano a passare per il numero verde del CUP.
Molto limitati sono anche il contatto fra medici e infermieri e i servizi sociali. In 19 Case di Comunità su 70 c’è integrazione, nelle altre i piani continuano a restare separati.
Per rendere le CdC veri centri di interazione bisogna evitare che tutto ricada sugli infermieri di famiglia e comunità, ad oggi le uniche figure che dirigono queste strutture
“Le Case di Comunità non sono nate con l’idea di rimanere dei poliambulatori decentrati – ha chiosato Barbato –. Se si vuole renderli dei veri e propri centri di interazione bisogna evitare che tutto ricada sugli infermieri di famiglia e comunità, ad oggi le uniche figure che dirigono queste strutture, interfacciandosi con gli utenti”.
I pochi medici di base che si sono spostati all’interno delle strutture non si sono trasferiti seguendo una logica di programmazione collettiva, non ricevono quasi mai i pazienti secondo una logica di accesso libero (tranne che in 6 casi su 70) e agiscono ancora in autonomia rispetto ai colleghi e all’orario di visite, senza garantire all’utenza quella continuità di servizio per cui le strutture sono nate.