“Universo DM: dalla progettazione all’utilizzo da parte del Paziente” è il nuovo Corso di formazione promosso da Accademia del Paziente Esperto EUPATI, in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici, le cui iscrizioni sono aperte ufficialmente da lunedì 13 novembre. Obiettivo del corso è formare e informare i pazienti sul mondo dei medical device.
Il corso dedicato si sviluppa in 5 moduli:
introduzione ai dispositivi medici e quadro normativo di riferimento;
sviluppo e gestione del ciclo di vita dei device e coinvolgimento dei pazienti;
accesso al mercato e coinvolgimento dei pazienti;
Health Technology Assessment dei dispositivi medici;
il settore dei dispositivi medici in Italia (webinar a cura di Confindustria DM).
Il corso sarà dedicato esclusivamente ai 140 pazienti esperti (Pazienti, Caregiver e rappresentanti di Pazienti) che dal 2014 si sono certificati attraverso la formazione targata EUPATI.
“Siamo convinti che la collaborazione tra l’industria che produce i dispositivi medici e i pazienti che li utilizzano – ha dichiarato Fernanda Gellona, Direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici – sia fondamentale per realizzare tecnologie sempre più efficienti ed efficaci a beneficio delle persone. Un paziente informato e consapevole è in grado di utilizzare i dispositivi medici in tutte le loro potenzialità e questo aspetto rappresenta una grande soddisfazione anche per noi imprese che ci lavoriamo”.
Ampia soddisfazione anche da parte di Accademia del Paziente Esperto EUPATI, attraverso le parole del Presidente Nicola Merlin, per il quale questo evento è “solo l’inizio di un chiaro segnale di interesse nei confronti del valore della formazione EUPATI e del Paziente Esperto in Ricerca e Sviluppo delle terapie innovative”.
Il corso è composto dal materiale didattico EUPATI Europe, tradotto fedelmente in lingua italiana da Adpee (Accademia del Paziente Esperto EUPATI). Sarà erogato sulla piattaforma di formazione a distanza, Moodle, che si occuperà anche del tutoraggio tecnico e scientifico dei discenti.
Smartphone per prevenire l’ictus, una patologia che colpisce all’incirca 200 mila italiani ogni anno: uno studio condotto da un team di ricercatori del Policlinico Campus Bio-Medico di Roma – pubblicato sulla rivista Frontiers in Neurology– ha valutato la fattibilità dell’utilizzo delle nuove tecnologie nella prevenzione secondaria degli eventi cerebrovascolari in pazienti che avevano avuto un attacco ischemico transitorio o TIA (transient ischemic attack) oppure un “minor stroke” (ischemia cerebrale con sintomi lievi).
Sono stati reclutati 161 pazienti (87 nel gruppo di studio e 74 nel gruppo di controllo), monitorati per un mese utilizzando uno smartwatch di ultima generazione in grado di registrare l’elettrocardiogramma e altri dispositivi collegabili al medesimo smartwatch che consentivano di effettuare sia la misurazione della pressione arteriosa sia la saturazione di ossigeno nel sangue. Durante il mese di osservazione questi dispositivi interagivano via bluetooth con lo smartphone fornito dai ricercatori sul quale venivano registrati i dati acquisiti.
L’idea dello studio nasce dall’esigenza di monitorare i pazienti affetti da attacco ischemico transitorio o ischemia cerebrale lieve anche dopo la dimissione
Al paziente veniva richiesto di indossare il più possibile lo smartwatch per la registrazione continuativa di vari parametri (come frequenza e variabilità del ritmo cardiaco, movimento, passi) e di eseguire almeno due volte al giorno la misurazione della pressione arteriosa, la valutazione della saturazione di ossigeno e la registrazione dell’elettrocardiogramma. Tali dati venivano poi integrati con la “classica” valutazione clinica per avere un quadro più dettagliato e preciso dello stato di salute globale del paziente nonché per poter personalizzare le decisioni terapeutiche.
Nel gruppo di studio sono stati identificati 9 episodi di fibrillazione atriale contro i 3 identificati nel gruppo di controllo.
“Il numero di fibrillazioni atriali riscontrate nel gruppo dei pazienti oggetto dello studio è notevole – spiega Vincenzo Di Lazzaro, ordinario di neurologia, direttore dell’Unità di neurologia presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico e responsabile dello studio –, la fibrillazione atriale è un “killer silenzioso” perché spesso è asintomatica, il paziente può non accorgersi fino a quando non si manifestano le sue disastrose conseguenze che possono condurre fino a un’embolia cerebrale”.
Osservazione clinica del paziente: il ruolo delle nuove tecnologie
“L’idea dello studio nasce dall’esigenza di monitorare i pazienti affetti da attacco ischemico transitorio o ischemia cerebrale lieve (il “minor stroke”, appunto) anche al di fuori del contesto ospedaliero. Chi si occupa del trattamento e della gestione delle malattie cerebrovascolari sa bene che la fase immediatamente successiva al ricovero è quella a maggior rischio di recidiva e, pertanto, quella in cui è necessaria una più stretta sorveglianza del paziente. Tutto ciò, però, contrasta con i tempi della sanità moderna per la quale è necessario un turnover rapido dei posti letto. Abbiamo quindi immaginato che le moderne tecnologie potessero aiutarci a superare tale limite, permettendoci di tenere vicino il paziente – almeno virtualmente – in questa fase delicata”.
Così Di Lazzaro spiega la genesi dello studio, precisando poi che “la fase preparatoria è stata lunga proprio poter rispondere al meglio a questa esigenza, scegliendo accuratamente a quali tecnologie affidarsi. Da questo punto di vista, è stato fondamentale il sostegno di Fondazione ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), che ha supportato il nostro progetto fin dalle fasi iniziali”.
Parliamo di un approccio innovativo fattibile e di semplice applicazione, che è risultato efficace anche nel migliorare la gestione delle fasi successive alla dimissione del paziente dall’ospedale.
“Quando il paziente torna alla sua vita normale – fa presente Francesco Motolese, neurologo del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico e co-autore dello studio – il rischio di recidiva è più alto. Cercavamo un approccio che non fosse soltanto efficace ma anche facilmente attuabile da tutti i pazienti, a prescindere da età, alfabetizzazione digitale o scolarizzazione”.
Analisi dei dati raccolti dal monitoraggio della pressione arteriosa
Se il numero di fibrillazioni atriali rilevate nel gruppo dei pazienti al centro dello studio è rilevante, lo sono altrettanto i dati raccolti sulla misurazione della pressione arteriosa.
“Questi dati ci consentono di avere un quadro dell’andamento dei valori pressori nella vita quotidiana. Raccogliere dati nella quotidianità è fondamentale per programmare interventi di prevenzione personalizzati”.
L’utilità delle nuove tecnologie – come ad esempio l’intelligenza artificialeal servizio di medici, pazienti e caregiver per la gestione delle fasi acute e croniche dell’ictus ischemico – “apre nuovi scenari per la prevenzione degli eventi cerebrovascolari, nell’ambito della cosiddetta medicina di precisione”, puntualizza il direttore dell’Unità di neurologia presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico.
Raccogliere dati nella quotidianità è fondamentale per programmare interventi di prevenzione personalizzati
Non esimendosi, poi, da una considerazione a più ampio raggio. “Quello delle nuove tecnologie è certamente un argomento molto in voga negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia da SARS-CoV2. Questo vuol dire grande competizione fra i vari gruppi di ricerca, ma ha anche portato alla “fioritura” di molti studi interessanti. Il nostro si colloca in questo solco: le nuove tecnologie sono certamente efficaci nel misurare determinati parametri, hanno senz’altro un’efficacia clinica tangibile ma ci sono elementi che ne limitano la diffusione nella pratica. Non ultimo, il problema della gestione di una mole di dati notevole – ai quali non siamo abituati e a cui spesso non siamo neanche stati istruiti a leggere/analizzare – e della privacy dei dati personali. In tal senso, sia i punti di forza che le problematiche delle nuove tecnologie sono evidenziati in maniera trasversale dai vari gruppi di studio”.
Dunque, fermo restando che “i nostri dati sono incoraggianti, così come confermato anche da molte altre ricerche internazionali sul tema”, a livello generale Di Lazzaro spiega: “Siamo lontani da una piena implementazione delle nuove tecnologie nella pratica clinica però è necessario fare uno sforzo per superare tali difficoltà in quanto i potenziali “dividendi” di questo investimento sono di assoluto valore: una miglior gestione clinica del paziente incorso in malattia cerebrovascolare e, quindi, un numero maggiore di vite salvate”.
Sul tema interviene Fioravante Capone, neurologo del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico e co-autore dello studio, sottolineando che “i dati presenti in letteratura ci dicono che dopo un ictus o un TIA, ci sia un rischio non trascurabile di recidiva, cioè che l’evento possa ripetersi nel periodo successivo. Tale rischio è quantificabile nel 15-20% dei pazienti a 5 anni dal primo evento, in particolare nelle fasi immediatamente successive a TIA o ictus. È significativo osservare che, sebbene la gestione dell’ictus in fase acuta sia notevolmente migliorata – come dimostrato dalla netta diminuzione della mortalità nel corso degli ultimi due decenni – il tasso di recidiva dell’ischemia cerebrale è rimasto sostanzialmente invariato, ad indicare che c’è ancora tanto da fare in merito. L’insieme degli interventi finalizzati a ridurre il rischio di recidiva è ciò che intendiamo con il termine prevenzione secondaria”.
Compliance terapeutica: come la tecnologia può migliorarla
Il team di ricercatori del Policlinico Campus Bio-Medico si è detto piacevolmente stupito del livello di compliance dei propri pazienti.
La quasi totalità dei pazienti ha aderito al programma prescritto con entusiasmo e questo ha portato all’identificazione di 9 fibrillazioni atriale, oltre alla raccolta di dati di qualità
“Il progetto nasceva proprio come studio di fattibilità perché volevamo, in primis, verificare come un approccio basato su smartphone, smartwatch e altri dispositivi potesse funzionare nella vita quotidiana – prosegue Di Lazzaro – Questo voleva dire coinvolgere pazienti “reali”, con le loro inevitabili differenze in termini di conoscenza delle tecnologie, scolarizzazione e, non ultima, motivazione. Abbiamo invece subito rilevato un grande entusiasmo nella partecipazione allo studio che si poi è tradotto in un’ottima e, per certi versi inaspettata, qualità dei dati raccolti. In termini pratici, ad esempio, questo ci ha permesso di osservare un numero non trascurabile di fibrillazioni atriali, nonostante la durata tutto sommato limitata del periodo di osservazione”.
E in termini di feedback dei pazienti? Quali risposte avete avuto? “È stato molto positivo – replica Di Lazzaro –, la compliance rappresentava per noi un grosso interrogativo all’inizio dello studio. Difatti, sebbene molti parametri venissero raccolti in continuo dai vari dispositivi, per altri, come il ritmo cardiaco, era necessaria l’attiva partecipazione del paziente più volte al giorno. Ebbene, le nostre preoccupazioni sono state vane perché la quasi totalità dei pazienti ha aderito al programma prescritto con entusiasmo, evidentemente percependo l’importanza di quei semplici gesti”.
di Mariano Votta (Responsabile Affari Ue, Cittadinanzattiva, Direttore Active Citizenship Network) e Kinga Wójtowicz (Capo Ufficio di Bruxelles, Gruppo RPP)
Il 5 maggio 2023 rimarrà un giorno storico per la pandemia da COVID-19. In quella data, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficialmente dichiarato la fine dell’emergenza sanitaria scoppiata poco più di tre anni e mezzo prima, l’11 marzo 2020, con la dichiarazione dell’inizio della pandemia.
Da quando il COVID-19 è passato dallo stato pandemico a quello endemico, a livello nazionale ed europeo si è verificata una de-prioritizzazione delle azioni intraprese per combattere la pandemia: le strategie di vaccinazione, gli screening gratuiti, la diffusione dei dati aggiornati e accessibili sul COVID-19 e la consapevolezza pubblica dei trattamenti disponibili per affrontarlo sono, infatti, passati in secondo piano.
Mariano Votta
Tuttavia, è importante sottolineare che il virus esiste ancora, e rimane letale soprattutto per i pazienti ad alto rischio, cioè quelli che soffrono di patologie croniche, respiratorie, oncologiche o cardiovascolari.
In particolare, nell’imminenza della stagione invernale 2023-2024, è assolutamente necessario rimanere vigili nei confronti del COVID-19. Gli esperti ricordano che il COVID-19 rimane una minaccia per la stabilità del sistema sanitario in un momento critico di ricostruzione, specialmente durante le stagioni autunno e inverno dove circolano contemporaneamente virus che causano malattie respiratorie come influenza, polmonite e altre patologie. Le malattie respiratorie causano ogni anno gravi infermità e alti livelli di ospedalizzazione nella popolazione vulnerabile, mettendo ulteriormente sotto pressione i sistemi sanitari già provati. Questo onere è particolarmente sentito negli anziani e nelle persone con patologie preesistenti.
Per questo motivo, 9 associazioni di tutela dei pazienti, coordinati da RPP Group, hanno unito le forze per definire 10 raccomandazioni, con l’obiettivo di condividere le attuali sfide e le barriere relative al COVID-19 con i gruppi di pazienti ad alto rischio e per migliorare i percorsi di cura del paziente.
Le raccomandazioni saranno presentate ufficialmente a livello europeoil prossimo 14 novembre in occasione di un’iniziativa di dialogo politico promossa da Active Citizenship Network, la rete europea di Cittadinanzattiva, ospitata dall’eurodeputato Brando Benifei e sostenuta dal gruppo di interesse “European Patients’ Rights & Cross-Border Healthcare”.
L’obiettivo di questo evento è sostenere i decisori politici nel loro lavoro, per garantire che le esigenze cliniche dei pazienti siano soddisfatte, promuovendo nel contempo una migliore formazione tra gli operatori sanitari e rafforzando la necessità di potenziare ulteriormente la “preparedness” dei sistemi sanitari nazionali.
Kinga Wójtowicz
Fortunatamente, nonostante il COVID-19 sia ancora diffuso e in continua evoluzione a livello mondiale, in Europa si assiste a una riduzione di casi e decessi rispetto ai primi focolai del 2020. Questa riduzione è stata possibile grazie ai vaccini e alle terapie anti-COVID-19, assieme alle altre misure preventive. In questo senso, i trattamenti antivirali contro il COVID-19 sono emersi come un’area di ricerca medica in rapida evoluzione, incentrata sui pazienti ad alto rischio di sviluppare una forma grave della malattia da COVID-19.
Tuttavia, in Europa mancano ancora una piena consapevolezza e un accesso uniforme ai trattamenti antivirali da parte dei pazienti. Per sostenere l’innovazione e l’accesso ai pazienti, sono necessari ulteriori sforzi per comprendere il panorama attuale di disponibilità e accesso a queste terapie.
Nel primo semestre 2023 le liste d’attesa per le prestazioni specialistiche (intese come prime visite e visite di controllo e diagnostica strumentale con l’esclusione delle analisi di laboratorio) si sono ridotte in quasi tutte le Regioni. Tuttavia, se si sposta il confronto al primo semestre 2019 tutte le Regioni – tranne che per la Toscana nell’ambito delle visite di controllo – mostrano delle criticità nel ristabilire i volumi di prestazioni antecedenti la pandemia.
Sono i risultati dell’analisi “Monitoraggio ex-ante dei tempi di attesa delle prestazioni ambulatoriali – anno 2023” condotta da Agenas con la Fondazione The Bridge, che insieme hanno avviato una sperimentazione di raccolta dati, da parte delle Regioni/Pa, sulle prenotazioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in modalità ex ante.
L’obiettivo generale del progetto pilota è quello far luce sulle liste di attesa rendendo disponibili dati omogenei e standardizzati a livello regionale.
“Le raccolte dati sulle liste d’attesa realizzate negli ultimi due anni dall’Osservatorio Healthcare Insights, promosso da Fondazione The Bridge, evidenziavano un quadro complessivo di scarsa confrontabilità dei dati tra le Regioni, ma anche tra quelli di una stessa Regione, se considerate diverse annualità”, ha spiegato Rosaria Iardino, Presidente di Fondazione The Bridge, ricordando come i dati forniti fossero spesso incompleti.
“Alla luce di tutto ciò, il cittadino si trova oggi in una situazione di grave carenza informativa, non avendo accesso a tutte le informazioni necessarie per comprendere l’andamento della performance del Servizio Sanitario Nazionale, nonostante sia suo diritto – ha proseguito Iardino – Da quest’anno, insieme ad Agenas, abbiamo intrapreso un percorso che ha l’obiettivo di individuare delle regole univoche per la raccolta dei dati sulle liste d’attesa da parte delle Regioni e consentirne la leggibilità, sia in termini di diritto di accesso da parte dei cittadini, sia per una corretta pianificazione da parte dei decisori”.
Per le visite è stato valutato sempre il 1° accesso. Per le prestazioni strumentali sono stati considerati sia il 1° accesso sia l’accesso successivo. La sperimentazione ha permesso di raccogliere in modo analitico i dati provenienti dai sistemi Cup a livello centrale. I dati sono stati raccolti nella settimana indice del 22-26 maggio 2023 e si riferiscono alle prestazioni monitorate dal Pngla 2019-2021 (14 visite e 55 prestazioni di diagnostica strumentale). In totale sono state raccolte informazioni su 125.000 prenotazioni di visite specialistiche e 146.000 prenotazioni di esami di diagnostica strumentale. Tutte le Regioni sono state invitate a partecipare alla sperimentazione. Hanno inviato attualmente i dati 13 Regioni su 21.
Le differenze regionali
In particolare, 6 (Emilia-Romagna, Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Marche, PA di Trento, Piemonte, Toscana) hanno inviato i dati totali a livello regionale mentre Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Sardegna, Umbria e Veneto hanno trasmesso dati parziali riferiti a una o più Asl. Per il calcolo del tempo di attesa si considera il primo appuntamento che il sistema è in grado di dare all’interno dell’ambito di garanzia delle Asl (ambito territoriale).
Sebbene i dati presentino un’ampia variabilità sia nell’utilizzo delle classi di priorità sia nei tempi di attesa, a livello globale la prima visita cardiologica è garantita in classe B nell’84% dei casi e in classe D nell’80% dei casi.
I valori mediani delle giornate di attesa in classe B che si osservano tra le Regioni passano da 13 giorni in Friuli Venezia Giulia ai 5 giorni dell’Emilia-Romagna. Per la prima visita ortopedica la garanzia, in classe B, è pari al 74% dei casi e in classe D al 78% dei casi.
In Regione Toscana, in classe D, il valore mediano di attesa è pari a 18 mentre in Regione Piemonte tale valore raggiunge i 36 giorni. Diagnostica strumentale – esempi. Passando ai tempi di attesa delle prestazioni di diagnostica strumentale, osserviamo che la Tac è garantita in classe B nel 78% dei casi e in classe D nel 89% dei casi.
I valori mediani delle giornate di attesa in classe D che si osservano tra le Regioni passano da 4 giorni in Pa di Trento ai 21 giorni delle Marche. Per un’Ecografia dell’Addome la garanzia, in classe B, è pari al 78% dei casi e in classe D al 84% dei casi.
In Regione Abruzzo, in classe B, il valore mediano di attesa è pari a 4 giorni mentre in Regione Lazio tale valore raggiunge i 31 giorni.
Tuttavia, è da rilevare che il dato relativo ai giorni che intercorrano tra la data di prescrizione della ricetta e la data di contatto al Centro prenotazioni è molto variabile. Ad esempio, si registra che solo il 18% delle prescrizioni in classe U (da erogare entro 3 gg) e il 40% delle prescrizioni in classe B (da erogare entro 10 gg) riportano una data di contatto nella stessa giornata o il giorno dopo la prescrizione. Nell’80% delle prescrizioni in classe U e nel 57% in classe B, la data di contatto è superiore a quella della prescrizione, mediamente, di 10 giorni. Tale modalità organizzativa o comportamentale può distorcere i risultati che tengono in considerazione la differenza dei giorni che intercorrono tra la data di contatto e la data di prima disponibilità offerta dal sistema.
Infine, altro elemento di distorsione rispetto alla corretta programmazione dell’offerta, è rappresentato dalla scelta dell’utente. Nel 51% dei casi, l’utente sceglie una data peggiorativa rispetto a quella che gli viene offerta dal sistema, perché chiede di poter avere la prenotazione presso una struttura diversa da quella proposta in prima disponibilità (73% dei casi) o perché sceglie una data successiva a quella proposta (20% dei casi).
In Italia sono più di 27 milioni le persone che avrebbero bisogno di riabilitazione. Lo dice un nuovo rapporto dell’OMS Europa che rileva come oltre il 40% degli europei (circa 390 milioni di persone) ha bisogno di cure riabilitative. Per l’Italia la percentuale è del 44,9% della popolazione.
L’invecchiamento della popolazione, l’aumento significativo del numero di persone con malattie croniche e la mancanza di consapevolezza dei benefici della riabilitazione, secondo l’OMS, sono le principali cause di questo bisogno disatteso.
Eppure la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che la salute è molto più della semplice assenza di malattia, ma è uno stato positivo che porta al benessere.
Secondo un rapporto OMS, in Italia sono più di 27 milioni le persone che avrebbero bisogno di riabilitazione
Ciò si traduce in una visione che tiene conto della complessità non solo dei bisogni di salute ma della persona nella sua totalità, in cui non si ammalano solo organi o apparati ma anche le funzioni.
La chiave potrebbe essere costruire un’alleanza con la persona assistita, uscire dalla visione meccanicistica e capire che oltre a un corpo c’è altro, avere una visione a 360 gradi dove nessun professionista lavora da solo, ma ognuno porta in campo la propria competenza per lavorare in sinergia. Tuttavia, nonostante sia uno del leitmotiv del mondo medico e politico, quando si parla di sanità, sembra essere una pratica spesso difficilmente realizzabile.
Ma qual è il rapporto dei cittadini (e viceversa) con le diverse professioni sanitarie che si muovono nell’ambito della riabilitazione e della prevenzione e quali sono le criticità che affrontano nell’ambito del SSN?
Professioni sanitarie riabilitative, tecniche e della prevenzione: quali sono?
In Italia sono 18 le professioni in queste aree riconosciute a livello ministeriale e iscritte agli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (TSRM e PSTRP) istituiti con legge 3/2018:
Assistente sanitario
Dietista
Educatore professionale
Igienista dentale
Logopedista
Ortottista
Podologo
Tecnico audiometrista
Tecnico audioprotesista
Tecnico di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare
Tecnico di neurofisiopatologia
Tecnico ortopedico
Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Tecnico sanitario di laboratorio biomedico
Tecnico sanitario di radiologia medica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE)
Terapista occupazionale
La legge 3/2018 ha disciplinato le professioni sanitarie a laurea triennale istituendo gli Ordini che diventano enti pubblici non economici e organi sussidiari dello Stato (prima erano “enti ausiliari”), garantendo con maggiore efficacia la salute dei cittadini. È quindi messa nero su bianco la natura giuridica degli Ordini sanitari, indicando non solo la parte economica e patrimoniale, ma anche il loro ruolo e le loro funzioni.
Salute come stato di benessere complessivo e il ruolo delle professioni sanitarie
Nell’ambito delle indicazioni dell’OMS, le professioni dell’area riabilitativa, tecnica e della prevenzione indubbiamente giocano un ruolo molto importante per garantire ai cittadini non solo il diritto alla cura ma anche a una buona qualità di vita.
Ma è anche importante che le persone possano usufruire delle prestazioni vicino al proprio domicilio, che siano presi in carico tutti i loro bisogni di salute, facendo anche prevenzione, ed educandole a gestire la propria salute, a prevenire il danno. Forse si è ancora lontani da questo traguardo, anche se le risorse ci sono, poiché nel PNRR si evidenzia proprio la necessità di puntare sul territorio e di gestirlo con efficacia.
Per Teresa Calandra, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), “quando si parla di salute, questa non può che comprendere il totale benessere della persona, quindi condividiamo pienamente la definizione dell’OMS. Siamo convinti che la reale presa in carico della persona nella sua globalità sia la vera sfida su cui dobbiamo tutti lavorare e che prevede almeno 3 elementi imprescindibili: prendere coscienza dell’importanza del lavoro di équipe, in cui ogni professione sanitaria si integra con le altre per rispondere al meglio al bisogno di salute del cittadino; promuovere e sostenere l’integrazione tra il sociale e la sanità, che purtroppo in questo momento manca, anche tra le professioni sanitarie; sfruttare pienamente le tecnologie digitali, pensando a nuovi modelli organizzativi in cui le professioni sanitarie possono esprimere pienamente tutte le loro competenze. In questo momento, a causa della persistenza di retaggi culturali del passato, non è ancora possibile. Quando questi tre aspetti cammineranno insieme, potremo garantire quanto indicato dall’OMS”.
Aggiunge Tiziana Rossetto, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Logopedisti della FNO TSRM e PSTRP, oltre che della Federazione Logopedisti Italiani (FLI): “Il ruolo del logopedista nell’ambito della salute va correlato al benessere psicologico, sociale ed economico. Deve innanzitutto occuparsi della persona e non del disturbo che tratta, questo è un principio anche etico e deontologico. Posso occuparmi della persona disfagica, dove la deglutizione è una funzione vitale, intervenendo sulla consistenza del cibo o sulle posture. Ma in base comunque alla gravità, dovrò interfacciarmi con i colleghi che si occupano, ad esempio, della demenza, della fisioterapia, verificando se ha senso un intervento in quel momento. Perché è importante l’appropriatezza dell’intervento in quel contesto specifico, su quella persona. È fondamentale la visione della complessità clinica che si sta affrontando, che poi può essere anche familiare, sociale, ecc. quindi, guardarsi intorno, relazionarsi. Occorre che il professionista tenga sempre in mente che non lavora con i disturbi ma con la persona. Non ci si trova mai di fronte a un singolo problema, ma a una situazione problematica, è ben diverso. Da soli non si va da nessuna parte, insieme possiamo fare la differenza”.
Una salute sempre più integrata
Molte professioni sanitarie svolgono attività “silenziose”, ma sempre accanto al cittadino per migliorare la sua qualità di vita. Basti pensare all’invecchiamento costante della popolazione e a quanto è importante favorire l’autosufficienza per gli anziani, ma anche accompagnare tutte le altre fasi della vita. Il bisogno c’è, come prevede anche il PNRR con le case di comunità, in cui la multidisciplinarietà tra le figure sanitarie diventa essenziale. Eppure, molto spesso le équipe multidisciplinari non riescono a concretizzarsi e i professionisti fanno fatica a lavorare insieme.
Secondo Calandra, “occorre cambiare paradigma, che passa da un processo di evoluzione delle professioni sanitarie. Se ci convinciamo che ogni professione ha una o più attività tipiche e riservate e poi ci sono delle attività che sono trasversali, pertanto condivise, allora si potrà uscire da una logica corporativa in cui l’équipe e l’interprofessionalità e la multidisciplinarietà funzioneranno davvero. Ci vuole forse ancora del tempo, ma stiamo andando in questa direzione, necessaria al nostro Paese”.
Per Rossetto, invece, “all’interno dell’area della riabilitazione, il lavoro di équipe è sempre esistito. È difficile che, laddove ci sia un logopedista, non ci sia un fisioterapista o un terapista della neuro psicomotricità dell’età evolutiva, un terapista occupazionale o un educatore professionale. I logopedisti sono presenti nel SSN ma anche nei servizi per i minori, nelle comunità protette, nelle RSA e si lavora in team. Più difficile forse è trovare équipe con altre professioni. È consolidata quello con lo psicologo, con l’assistente sociale e il neuropsichiatra infantile. Secondo noi, l’idea della casa di comunità, in cui ci sia il pediatra, il medico di medicina generale e l’infermiere che interagiscono con tutte le altre professioni, vuol dire creare un team di comunità. Chi lavora in prossimità deve avere anche una formazione che va in questa direzione e quindi avere una visione lungimirante, perché i bisogni sono assistenziali, riabilitativi, preventivi educativi e sociali. In quest’ottica anche la formazione andrebbe ripensata, già all’università, in cui certi insegnamenti dovrebbero essere in comune a tutte le professioni sanitarie. Ci sono già dei percorsi formativi specialistici dopo l’abilitazione, che un po’ preparano al lavoro di comunità, ma manca l’omogeneità, ci sono ancora troppe differenze tra le varie Regioni, spesso all’interno della Regione stessa, tra le diverse ASL”.
Nuove tecnologie, innovazione digitale e telemedicina nell’ambito delle professioni sanitarie
La telemedicina è definita dal Ministero della Salute, nel primo documento di linee di indirizzo nazionale del 2012, come “l’insieme di tecniche mediche e informatiche che permettono la cura di un paziente a distanza o più in generale di fornire servizi sanitari da remoto”. In altre parole, è l’insieme delle prestazioni sanitarie che avviene a distanza, per via telematica, e che abbatte anche le barriere geografiche. È la collaborazione tra le nuove tecnologie di comunicazione e le modalità tradizionali dell’assistenza, che non vuol dire “archiviare” la medicina tradizionale, bensì affiancare il rapporto “in presenza”. E se è vero che alcuni aspetti non possono prescindere da un incontro “fisico” con lo specialista, è altrettanto vero che il consulto sull’evoluzione della malattia, o il monitoraggio di una terapia, può essere effettuato a distanza.
I servizi sanitari online, inoltre, possono garantire un accesso all’assistenza sanitaria anche a quelle persone che normalmente avrebbero difficoltà a raggiungere la clinica o l’ospedale e che invece ne possono usufruirne da casa.
Inoltre, le recenti linee guida per i servizi di Telemedicina del 2 novembre 2022, prevedono a livello regionale un insieme di servizi per migliorare e rendere più agevoli ed efficienti le cure, sia per i pazienti, sia per i professionisti sanitari e non soltanto uno strumento per contenere i costi.
Come si collocano in tale contesto le professioni sanitarie, in cui il rapporto in presenza è un aspetto non irrilevante? Risponde Calandra: “Certamente la fisicità dell’assistito è importante ma non può essere l’unico approccio. Rispetto alla digitalizzazione della sanità, alcune professioni saranno interessate ad attività di teleconsulto e telemonitoraggio, ma l’assistenza domiciliare che ci immaginiamo dovrà offrire non solo delle prestazioni diagnostiche ma anche riabilitative, direttamente sul territorio a domicilio. Quindi, quando parliamo di domiciliarità e telemedicina dobbiamo pensare alla diversità delle professioni in cui, per alcune di loro, da remoto si potrà erogare la prestazione. È il caso dei logopedisti, ma anche dell’attività di diagnostica in cui, ad esempio, il tecnico di radiologia effettua la prestazione a domicilio della persona assistita e poi da remoto il medico compilerà il referto. In questo c’è un vantaggio altissimo per gli assistiti che non devono spostarsi presso la struttura ospedaliera e avere le stesse cure e la stessa qualità a casa propria; altri esempi possono essere fatti per i terapisti occupazionali, gli ortottisti, i tecnici audiometristi, i dietisti, gli igienisti dentali e pressoché tutte le professioni rappresentate”.
Aggiunge Rossetto: “Prima della pandemia l’utilizzo delle tecnologie in logopedia riguardava l’uso del computer per i bambini con disturbo dell’apprendimento, l’audio libro, le mappe concettuali, quindi software che hanno aiutato molto. C’era anche la tele-riabilitazione ma non era molto usata, perché per noi la presenza fisica è importantissima. Dopo la pandemia si è aperto, invece, un dibattito sulla tele-riabilitazione che è risultata molto utile, stabilendo però delle linee guida per garantire la privacy, il consenso informato, per assicurarsi che la persona comprenda tutto correttamente, per capire se ha bisogno di un caregiver, ecc. Ma è anche emerso che ci sono fasce di popolazione che non hanno accesso alla Rete, facendo affiorare con maggiore evidenza lo svantaggio sociale. Le tecnologie sono utilissime per le persone che non possono parlare, con gravi disabilità o che abitano in isole o territori distanti ma che hanno diritto ad avere un’assistenza. Va preferita laddove è davvero necessaria, perché la presenza fisica resta ancora molto importante per il nostro lavoro”.
Aspetti politici e criticità
Il tavolo tecnico del luglio 2023 tra Ordini, associazioni, sindacati e Ministero sulle criticità relative ai DM 70/2015 e DM 77/2022, ha evidenziato alcuni aspetti da migliorare come, ad esempio, l’applicazione dei DM non omogenea su tutto il territorio nazionale, la mancanza ormai strutturale di professionisti sanitari, la loro scarsa valorizzazione anche economica, la necessità di migliorare e uniformare a livello regionale gli standard qualitativi, organizzativi e tecnologici, sia ospedalieri che territoriali, per potenziare l’integrazione tra medicina del territorio e ospedale.
Inoltre, si è evidenziata la necessità di valorizzare le competenze e le potenzialità delle professioni sanitarie per rispondere adeguatamente ai bisogni di salute dei cittadini.
“La situazione economica del nostro Paese”, – afferma Calandra – “aggravata anche dalle guerre in corso, certamente non aiuta a colmare il gap tra offerta privata e pubblica. È quindi inevitabile che ci sia un’azione del contenimento della spesa. Ciò che vorremmo è che cambiasse il paradigma del nostro sistema salute, non più una Sanità che pensa e parla solo su alcune professioni e non su tutte le altre. Se invece valorizziamo tutte le professioni sanitarie, dando loro l’autonomia e la responsabilità che gli è propria, riusciremmo a erogare dei servizi migliori e rispondere adeguatamente ai bisogni di salute del cittadino. Dobbiamo invertire la rotta, incentivare tutte le professioni e non solo alcune, come abbiamo già chiesto al Governo. Se penso alle professioni della riabilitazione, ma anche dell’area tecnica e della prevenzione, non posso che affermare quanto siano fondamentali per tenere il sistema. Attualmente ci sono liste di attesa infinite nel pubblico che potrebbero essere abbattute incentivando le nostre professioni, con prestazioni di qualità ed erogate da personale competente. La nostra Federazione nazionale ha sollecitato più volte il mondo politico che si è dimostrato disponibile e ricettivo a tutte le nostre professioni e quindi confidiamo che nella manovra di bilancio si tenga conto della necessità di incentivare non solo alcune professioni sanitarie ma tutte, altrimenti mancherebbe un pezzo di sanità di cui, invece, i cittadini hanno grande bisogno”.
“Chiediamo di assumersi la responsabilità di scelte che siano rispettose del diritto alla salute, di mettere al centro la riabilitazione – afferma Rossetto. L’OMS rileva che più del 40% della popolazione europea non ha accesso ai servizi riabilitativi pur avendone bisogno, anche perché spesso non ne ha la consapevolezza. In Italia sarebbero 24 milioni le persone che avrebbero diritto alla riabilitazione e non vi hanno accesso o perché mancano i servizi o perché non riescono ad accedervi. La riabilitazione non solo cura, ma previene e proprio la prevenzione sarà il centro dei principali bisogni della nostra popolazione sempre più anziana. A conti fatti, costa meno prevenire, curare a domicilio, dove si può, per evitare i ricoveri inutili e per garantire una buona qualità di vita. Poi chiediamo di stabilire dei fabbisogni formativi in base all’indice demografico (più anziani, più cronicità), epidemiologico (pensiamo solo alle malattie degenerative) e sociologico, legato alle persone fragili. È necessario fare un salto di qualità e adottare nuovi modelli organizzativi, come quelli previsti dal DM 77, che non diventino l’ennesimo libro dei sogni. Occorre dare valore alle professioni della riabilitazione nell’ottica dei nuovi bisogni di salute.”
SSN e privato: croce e delizia delle professioni sanitarie dedicate a cura e riabilitazione
Se è vero che i professionisti sanitari degli Ordini TSRM e PSTRP trovano lavoro a pochi mesi dalla laurea, è anche vero che si tratta di lavorare nel privato per la maggior parte dei casi. Il contenimento della spesa sanitaria, negli anni, ha portato allo svuotamento di diversi servizi, tra cui la riabilitazione, con mesi, se non anni, di attesa per un logopedista, solo per fare un esempio, nonostante l’aumento, anche preoccupante, delle diagnosi di disturbi dell’apprendimento e del linguaggio, nonché di autismo.
Secondo Tiziana Rossetto “nell’ambito della professione del logopedista, ciò a cui assistiamo in questo periodo è il rilancio della Sanità territoriale e degli standard ospedalieri, ma anche la riorganizzazione dopo una pandemia che ha evidenziato chiaramente l’importanza della prevenzione, quindi di un intervento di prossimità, e della gestione della cronicità e delle persone più fragili. Ma le criticità non mancano, nonostante la riabilitazione e la collaborazione con un team multi professionale e multidisciplinare sarebbero l’ideale nell’ambito della riorganizzazione territoriale, più vicina al cittadino. Abbiamo la sensazione che non si consideri con la dovuta attenzione quanto la riabilitazione sia un’attività che sarà chiamata a essere sempre più presente nel Paese. Siamo la terza nazione al mondo per anzianità, solo in Italia ci sono 20.000 centenari, tanto per dare un’idea. Si vive di più ma ci si ammala anche di più. Quindi, l’allungamento della vita ci porrà di fronte alla gestione di una serie di bisogni importanti per gli over 65 che aprono scenari diversi in ambito anche epidemiologico e sociale.
Nello specifico i logopedisti sono molto richiesti dai singoli utenti, dalle aziende, dai centri medici privati, ecc. E sta prendendo sempre più piede l’accesso diretto nel privato, perché ci vogliono almeno 12-24 mesi di lista di attesa nel SSN, dove perfino nei reparti di neurologia non c’è un logopedista per le persone con ictus, ad esempio. Ciò vuol dire che la riabilitazione delle persone afasiche è messa in secondo piano, basandosi sugli aspetti vitali e trascurando tutto ciò che riguarda la qualità della vita, anche in uno stato di malattia. Con il Covid-19, ad esempio, le persone uscite da lunghe intubazioni e poi estubati hanno avuto bisogno di riprendere lo svezzamento, di essere curati anche per disturbi neuro-psicologici.
L’intervento del logopedista va da zero a 100 anni, lavoriamo nelle terapie intensive neonatali per favorire, solo per dirne una, la suzione del neonato, ma anche monitorare i bambini nell’acquisizione del linguaggio. È però una disciplina scarsamente incrementata in Italia, in cui abbiamo 16 logopedisti su 100.000 abitanti, laddove in Francia ce ne sono 40 su 100.000. Nel SSN in pratica non vengono assunti, non solo perché mancano i soldi, ma perché il servizio sanitario è prevalentemente assistenziale e non dà il giusto valore alla riabilitazione. Serve una cultura diversa che tenga conto dei modelli di efficienza dell’Unione Europea e che preveda un approccio multidisciplinare. Serve una medicina che agisca anche nell’ottica della prevenzione professionale.
Tanto per fare un esempio, l’insegnante e chi usa la voce per lavoro è soggetto a disturbi come disfonia, polipi delle corde vocali, ecc. Ma siamo pochi e il corso di laurea è a numero chiuso, nonostante quella del logopedista sia la seconda professione scelta dai giovani, con circa 850 laureati l’anno. Il problema è strutturale, ma manca una vera cultura della prevenzione e della riabilitazione, per una migliore qualità di vita anche dopo o durante la malattia”.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresenta un capitolo cruciale nella strategia di rilancio dell’Italia dopo l’impatto della pandemia da COVID-19. I fondi del PNRR sono dedicati a potenziare le infrastrutture di assistenza territoriale e tecnologiche, alla digitalizzazione e a migliorare la presa in carico e gestione dei pazienti a livello socio-sanitario. Tuttavia, il cammino non è privo di ostacoli. Le procedure burocratiche e l’implementazione effettiva degli investimenti hanno comportato ritardi, sottolineando la necessità di maggiore efficacia nella gestione dei fondi.
Il PNRR rappresenta un punto di svolta nell’approccio italiano alla sanità pubblica, ma per garantirne il successo, è essenziale un monitoraggio costante e una stretta collaborazione tra istituzioni e professionisti della salute per affrontare le sfide che si presentano. A che punto siamo e quali sono le necessità dei territori? Quali criticità sono emerse in questi mesi e come sono state superate? I progetti previsti dal PNRR potrebbero essere davvero a rischio?
Ne parliamo con:
Antonella Guida Coordinatrice Osservatorio PNRR Università Federico II, Napoli
Isabella Mastrobuono Referente assistenza primaria e PNRR della PA di Bolzano
La perdita della vista legata allo stress, ossia quella che gli esperti chiamano cecità funzionale, ultimamente colpisce sempre più bambini e adolescenti. Il dato, emerso da una analisi dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, mostra come l’aumento di questa patologia psicosomatica sia legato alla perdita di benessere psicologico e a un peggioramento dello stato di salute psicologica degli adolescenti post pandemia.
Che la pandemia abbia avuto un forte impatto sulle patologie legate alla salute mentale è stato ormai accertato dall’Organizzazione mondiale della Sanità
Che la pandemia abbia avuto un forte impatto sulle patologie legate alla salute mentale è stato ormai accertato e reso noto dall’Organizzazione mondiale della Sanità, in un documento uscito nel marzo 2022, a pochi mesi dalla fine ufficiale dell’emergenza, decretata nel maggio dell’anno scorso. Anche i dati pubblicati su JamaPediatrics, frutto di una metanalisi condotta su studi che hanno coinvolto oltre 80 mila giovani, e presentati nello stesso anno al convegno annuale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia hanno mostrato come un adolescente su quattro soffra di sintomi clinici di depressione, mentre uno su cinque riferisca disturbi d’ansia.
In qualità di patologia che ha origini esclusivamente psicosomatiche, la cecità funzionale, caratterizzata dall’assenza di alterazioni organiche rilevate dall’esame oculistico, esemplifica bene questa tendenza. I casi sono infatti aumentati in seguito ai vari periodi di lockdown scaturiti dalla fase più letale della diffusione della Covid19.
A portare attenzione sulla notizia è stato il San Giuseppe di Milano. Il nosocomio milanese ha diffuso in anteprima di dati di uno studio di prossima pubblicazione, evidenziando come i giovani pazienti con “perdita visiva funzionale” siano più che raddoppiati nel post pandemia.
La cecità funzionale, che ha origini esclusivamente psicosomatiche, esemplifica bene questa tendenza
Il dato è in linea con quanto già chiarito dall’OMS, secondo cui nelle persone che convivono con disturbi mentali, la gravità della malattia e la mortalità sono aumentate al diminuire dell’età e in maniera direttamente proporzionale alla gravità del disturbo. La popolazione più giovane sembra quindi essere la più colpita.
I numeri
L’osservazione clinica ha preso in esame e messo a confronto i pazienti transitati dagli ambulatori di oftalmologia dell’Ospedale San Giuseppe in un periodo antecedente la pandemia da Covid (da gennaio a giugno 2019) con quelli seguiti in un intervallo di tempo di analoga durata ma nel post pandemia (da gennaio a giugno 2023).
L’analisi dell’Ospedale San Giuseppe di Milano ha evidenziato un raddoppio dell’incidenza di cecità funzionale nel post-pandemia
Su un totale di circa 3.600 soggetti visitati in entrambi i periodi, i casi di perdita visiva funzionale sono stati 144 nel pre-pandemia contro i 326 del post, con un raddoppio dell’incidenza, che è passata dal 4 al 9%. Al di là del dato numerico, è rilevante anche che sia nel primo che nel secondo periodo, oltre l’80% delle diagnosi riguardasse pazienti minorenni.
“Se escludiamo quei soggetti che fingono intenzionalmente il sintomo, come i bambini che, per emulare il fratello o il compagno di classe, vorrebbero mettere gli occhiali anche se non ne hanno bisogno e che il medico ‘smaschera’ facilmente, resta una fetta consistente di pazienti affetti da un disturbo di conversione”, ha spiegato Andrea Lembo, medico oftalmologo dell’Ospedale San Giuseppe e autore dell’analisi.
“Si tratta di una forma di somatizzazione in cui una forma di sofferenza psicologica di natura psicosomatica viene involontariamente proiettata dal soggetto in un sintomo fisico – ha proseguito l’oculista –, un po’ come quei bambini a cui viene il mal di pancia perché sono in ansia per la verifica a scuola. Nel nostro caso, il disagio si manifesta sotto forma di difficoltà visiva, ad esempio nel vedere la lavagna, appannamento, bruciore oculare, cefalea, riduzione del campo visivo e altri disturbi legati alla vista. Riteniamo che l’aumento di questi casi, riscontrato negli ultimi mesi, possa essere in qualche modo correlato alla pandemia da Covid per i profondi cambiamenti psicosociali che ha portato con sé”.
Diagnosi e gestione della patologia: fra rassicurazioni ed effetto placebo
La diagnosi di questa patologia richiede un’anamnesi accurata da parte dello specialista, che dev’essere attento nel cogliere l’eventuale incompatibilità tra i sintomi e la quotidianità riferiti dal paziente e deve cercare di arrivare alla diagnosi senza un numero eccessivo di esami strumentali, volti a escludere altre patologie.
Si tratta di una forma di sofferenza psicologica di natura psicosomatica che viene involontariamente proiettata dal soggetto in un sintomo fisico
“È chiaro che se il paziente riferisce di non vedere bene, ma il problema svanisce quando deve andare a giocare a tennis o a svolgere una qualsiasi altra attività che gradisce, siamo di fronte a qualcosa di diverso dalla cecità funzionale. Nel caso dei minori – ha evidenziato il dottor Lembo – il dialogo con il genitore è fondamentale, per arrivare alla diagnosi e risalire al problema che può essere alla base del disturbo di conversione. In molti ci hanno raccontato che il confinamento dovuto alla pandemia aveva influito sulla psicologia dei propri figli, limitando la loro capacità di interagire e socializzare con i coetanei”.
È poi fondamentale individuare la corretta risposta terapeutica da restituire ai pazienti, che deve basarsi soprattutto sulla loro rassicurazione.
“Rassicurare non significa sottovalutare o sminuire quello che ci riferiscono i nostri assistiti – precisa Lembo – ma aiutarli a individuare strategie efficaci per attenuare i sintomi che lamentano”.
Rassicurare non significa sottovalutare o sminuire i sintomi ma aiutare i pazienti a individuare strategie efficaci per attenuarli
I suggerimenti terapeutici possono anche essere molto semplici: come guardare 30 secondi fuori dalla finestra per non sovraccaricare l’accomodazione dell’occhio in un videoterminalista, o chiudere gli occhi 5 secondi per farli riposare e capire se le immagini della lavagna tornano nitide, in un bambino in età scolare.
“Si può arrivare anche a utilizzare con buoni risultati l’effetto placebo – ha spiegato il clinico -. Nei pazienti, soprattutto bambini, che continuavano a riferire un certo sintomo nonostante la nostra rassicurazione, prima di procedere con una risonanza magnetica abbiamo provato a dare degli occhiali con lenti neutre. In diversi casi ha funzionato, evidentemente perché il bambino si è sentito in qualche modo protetto. Ci sono anche i casi in cui abbiamo optato per ulteriori accertamenti, come di fronte a cefalee persistenti, per le quali un secondo parere in un ambulatorio di neurologia è senza dubbio una scelta appropriata”.
La patologia clinica, specchio della società
Pur trattandosi di una disciplina estremamente specialistica, la cecità funzionale secondo il professor Paolo Nucci, senior consultant della University Eye Clinic San Giuseppe e Professore Ordinario di Oftalmologia presso l’Università degli Studi di Milano, non può non riflettere i cambiamenti profondi della società.
“Oltre al dramma vissuto, la pandemia ha prodotto una serie di conseguenze dirette sulla psicologia di tutti noi – ha affermato il professore -. E questi strascichi emotivi stanno producendo effetti anche sulla percezione visiva. In più, già da tempo assistiamo all’affermarsi di modelli che, attraverso i social media, impongono messaggi di perfezione surreale in ogni ambito della vita. I giovani rischiano di sentirsi costretti a conformarsi alle aspettative sociali per essere accettati dagli altri, con inevitabili ripercussioni sulla loro salute mentale. Di fronte a questo scenario, possiamo ipotizzare che l’incidenza della cecità funzionale nei prossimi anni continuerà a crescere”.
Uno degli sviluppi futuri dello studio potrebbe essere un’estensione in regioni colpite in modo diverso dalla pandemia
Molti dei pazienti che afferiscono all’Ospedale San Giuseppe di Milano provengono dalla Lombardia, regione colpita per prima dall’ondata epidemica, dove i timori dovuti al dilagare dell’infezione e alle limitazioni imposte alla circolazione sono perdurati e hanno avuto modo di incidere più a lungo sulla popolazione. Uno dei possibili sviluppi futuri dello studio potrebbe, quindi, essere un’estensione dell’indagine ad altri centri oftalmologici, per valutare eventuali differenze nell’incidenza dei casi di perdita visiva funzionale in regioni colpite in modo diverso dalla pandemia.
“La riforma è ancora nel pieno del suo iter istituzionale, che presumibilmente durerà ancora molto tempo vita l’ampiezza delle modifiche proposte. Che si riferiscono sia al superamento della Direttiva 2001/83 in tema di medicinali per uso umano sia al quello del Regolamento 726/2004 relativo all’autorizzazione e la sorveglianza di questi medicinali. Chiamate in causa da questa proposta di riforma anche le norme comunitarie che regolano i medicinali orfani e quelli pediatrici”, ha affermato Renato Balduzzi, ex ministro della salute e promotore del workshop dedicato all’impatto di questa possibile rivoluzione sui farmaci innovativi, tenutosi lo scorso 6 novembre all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Ma che ne pensano gli addetti ai lavori? Sarà possibile trovare un giusto equilibrio tra necessità cliniche e basi giuridiche degli ordinamenti? È questa la domanda a cui hanno cercato di rispondere farmacologi e giuristi riuniti a confronto nell’ateneo milanese.
Protocolli di studio per la medicina personalizzata e di genere
Tra i tanti temi che interessano la riforma legislativa al vaglio dell’Europa il tema della farmaceutica di genere è uno tra i più rilevanti secondo il presidente dell’istituto Mario Negri Silvio Garattini, che ha definito “illegale” il fatto che non ci siano protocolli di studio per i farmaci distinti tra uomini e donne. “Gli effetti collaterali dei farmaci sono maggiori nelle donne rispetto agli uomini e ben otto prodotti su dieci sono ritirati dal mercato a seguito di effetti collaterali manifestatisi sulle donne”, ha precisato.
La medicina personalizzata e di precisione si declina anche rispetto all’età dei pazienti
Il tema della medicina personalizzata e di precisione è stato evidenziato anche da Silvio Brusaferro, oggi ordinario di Igiene all’Università di Udine, che lo ha però declinato rispetto all’età dei destinatari del farmaco. “Molti degli studi clinici hanno come requisito il reclutamento di under-65, ma oggi e domani ancora di più i farmaci li utilizzeranno soprattutto gli over-65”. Un’ampia fascia di popolazione rispetto a cui “i dati sono limitati soprattutto in termini di effetti terapeutici derivanti dal politrattamento, che spesso diminuisce l’effetto dei singoli medicinali”, ha sottolineato l’ex presidente di Iss. Che ha poi aggiunto come sia necessario riflettere su quale sia “il reale impatto dei farmaci innovativi per gli over-65 in base all’età e alla sostenibilità in termini di compliance quando su inseriscono in contesti di politrattamento”.
Disparità di accesso e competitività a livello europeo
Favorevole alla proposta di riforma della legislazione farmaceutica europea si è detto anche il responsabile delle malattie rare del Gruppo Chiesi, Enrico Piccinini, che ha però evidenziato come ci siano tre aspetti che meritano ancora di essere approfonditi. In primis quello della disparità d’accesso al farmaco tra i diversi Paesi europei e tra le differenti regioni di una stessa nazione, come avviene in Italia e Spagna. “La Ce pare limitarsi a proporre incentivi alle aziende farmaceutiche in funzione dell’accesso uniforme al farmaco nei diversi Paesi. Ma sappiamo bene che ciò non dipende da una decisione delle aziende” ha detto Piccinini. Che ha anche ricordato come a fronte della questione accesso la revisione della normativa non porti “traccia rispetto a tempistiche sul tema prezzi e rimborso” dei medicinali.
Il punto non è se l’innovazione farmaceutica arriverà, ma dove e in quale Paese
Secondo aspetto su cui lavorare ancora secondo il responsabile di Chiesi è quello dei bisogni clinici insoddisfatti: “Nel caso delle malattie rare è evidente, ma vale anche per le malattie croniche, seppur in modo diverso, cioè avere un armamentario terapeutico più ampio per migliorare la pratica clinica e la qualità di vita dei pazienti. Pur essendo d’accordo nel modulare gli incentivi, andare a posizionarli nel concetto di unmet need clinico, variabile da realtà a realtà, non fa che aggiungere ulteriori termini di incertezza che possono portare allo spostamento degli investimenti verso Paesi in cui questa variabilità è inferiore”. Infine, non per importanza, il tema della competitività della farmaceutica europea, che deve confrontarsi con quella di Usa e Far East molto più aggressiva e frutto di decisioni prese più celermente di quanto avviene nell’elefantiaco Vecchio Continente.
La domanda che si è posto il direttore dell’assessorato alla Sanità della Regione Lazio, Andrea Urbani, riguarda una possibile sintesi tra equo accesso e sostenibilità (economica). “Penso che questa riforma debba affinarsi ancora un po’ sugli aspetti relativi alla tutela degli investimenti, che non sono ancora sufficientemente chiari”, ha affermato. Ricordando poi che le decine e decine di nuovi farmaci immessi sul mercato nel 2021 dimostrano che l’industria farmaceutica è molto effervescente. E che quindi “il punto non è se l’innovazione farmaceutica arriverà, ma dove. In quale Paese. E i 16 miliardi di investimenti sulle CarT degli Usa a fronte dei 3 miliardi europei” indicano che “l’Europa nonostante la pandemia non ha ben capito l’importanza di investire in salute”. Cosa che si riflette sull’accesso che “dipende dalla volontà dei singoli Paesi di investire in questo settore. L’idea vincente potrebbe essere stabilire un investimento minimo di ogni Paese rispetto al Pil”.
Innovazione farmaceutica tra sostenibilità e prossimità
Di equo accesso al farmaco innovativo e dell’evidente nodo sulla sostenibilità ha parlato anche il direttore generale della Federazione degli Ordini dei Farmacisti (Fofi), Guido Carpani. “Si tratta di una delle sfide più complesse dei nostri tempi. Tanto che nel 2010 Stato e Regioni trovarono un accordo per favorire l’accesso a questi medicinali sul territorio anche prima del loro inserimento nel Prontuario terapeutico regionale”. Eppure “indagini di Cittadinanzattiva e altre organizzazioni di pazienti ancora oggi fotografano una situazione di indisponibilità di questi farmaci negli ospedali e sul territorio e tempi di attesa lunghi”. Un quadro poco felice se si pensa alla prossima introduzione sul mercato di tanti farmaci innovativi.
La farmacia potrebbe essere il distributore di prossimità in grado di assicurare in Dpc un equo e capillare accesso al farmaco innovativo sul territorio
Ciononostante bisogna affrontare la situazione con atteggiamento positivo secondo Carpani. Che propone di trarre insegnamento da quanto avvenuto in pandemia con l’innovazione terapeutica. “L’esperienza dell’antivirale Paxlovid, per il quale da aprile 2022 Aifa deliberò la sua distribuzione territoriale tra farmacie e medici di medicina generaòe ha permesso un largo accesso a questo farmaco innovativo. Basti pensare che due terzi delle circa 150 mila dosi erogate sono state dispensate proprio dalla farmacia. La farmacia potrebbe essere il distributore di prossimità in grado di assicurare, in Dpc (Distribuzione per conto), un equo e capillare accesso al farmaco innovativo sul territorio”.
Sul tema della sostenibilità si sono espressi anche Garattini e l’ex direttore generale di Aifa, Nicola Magrini. Una sostenibilità etica ed economica per il primo: “La legislazione Ue dovrebbe eliminare, se non strettamente necessari, la possibilità di studi clinici verso placebo in quanto non etici. Stimolando invece studi comparativi per capire quali sono le molecole migliori. In quanto a sostenibilità economica, una delle strade potrebbe essere la revisione dei prontuari terapeutici nell’ottica di eliminare grandi quantità di referenze come si fece nel 1993, senza ripercussioni sui malati”. Ma sulle aziende sì.
Ha ricordato poi Magrini: “Tra i pilastri della Eu pharma strategy c’è il binomio ‘farmaco innovativo-affordable’. Come a dire che innovazione e sostenibilità devono andare a braccetto e non essere esclusive una dell’altra”. Già ma come fare? Diverse le carte messe sul tavolo da Magrini. Dall’ipotesi di “estendere di 36 mesi della denominazione di ‘innovatività’ laddove ci siano studi comparativi, a margini negoziali più alti per i prodotti innovativi e più bassi per gli altri farmaci”. Passando per l’idea di dare un premio di 5 milioni di euro all’anno per 5 anni alle aziende che arrivano a un prodotto innovativo per le malattie rare, che possa ripagare dello sforzo di ricerca e sviluppo sostenuto, a cui affiancare una negoziazione di prezzo e rimborso a prezzi più “normali” di qualche centinaia di migliaia di euro a trattamento. Perché “se ci sono uno o due pazienti all’anno da trattare, chiedere cifre di due milioni di euro a trattamento non ha senso”.
Quanto ai tempi stimati perché la riforma della legislazione farmaceutica trovi compimento si parla di un paio d’anni: “Guardiamo al 2025, non prima. Siamo funamboli e dobbiamo camminare su una corda tesa tra 27 Stati membri” ha chiosato il direttore generale Salute e Sicurezza alimentare della Commissione Ue Sandra Gallina.
Il primo evento in Italia dedicato al mondo degli over 60 torna il 14, 15 e 16 novembre 2023 a Genova: speakers di rilievo a confronto in sessioni di lavoro, incontri B2B, spazi espositivi, aree ed eventi aperti al pubblico, dibattiti, conferenze e workshop per comprendere i cambiamenti della società di domani.
Secondo l’indagine demografica condotta dall’Istat, la popolazione ultrasessantacinquenne ammonta a 14 milioni 177 mila individui al 1° gennaio 2023, e costituisce il 24,1 per cento della popolazione totale. Si stima, inoltre, che le persone con almeno 50 anni in UE saranno 222 milioni nel 2025, il 43% della popolazione, con un valore per la Silver Economy europea di 5.7 trilioni di euro: un ruolo vitale all’interno di diversi settori.
La salute dei cittadini al centro della 5ª edizione del Silver Economy Forum, a Genova dal 14 al 16 novembre
Se questa è la dimensione quantitativa del fenomeno, sul piano qualitativo si può agire per migliorare il benessere della popolazione anziana in modo che l’ampliamento dell’orizzonte temporale della vita vada di pari passo il più a lungo possibile con anni vissuti in buona salute, liberi da condizioni che limitano l’autonomia e la capacità di avere una vita di relazione soddisfacente. Le evidenze al riguardo sono incoraggianti; il limite di età che definisce l’ingresso nella terza e quarta età si va fluidificando.
«Nato e ideato qui a Genova, terra di longevità, allo scopo di valorizzare le eccellenze della Silver Economy italiana e cresciuto ogni anno nei numeri e nella partecipazione, il Silver Economy Forum rappresenta ormai l’appuntamento di riferimento per un settore sempre più centrale nelle scelte politiche e nelle strategie di sviluppo ad ogni livello, da quello comunitario agli enti locali – riflette la presidente Daniela Boccadoro Ameri –. I concetti di invecchiamento attivo e silver age, infatti, si identificano oggi con una fase della vita sempre più ampia, in cui le persone, pur avendo superato la famosa soglia della mezza età, vivono in generale buona salute e continuano a partecipare pienamente ai vari ambiti della vita sociale, economica, politica e culturale».
«Si tratta di una “nuova potenza economica” – riprende Ameri – che il Silver Economy Forum ambisce, appunto, a fare emergere facendo incontrare, da una parte, i principali attori pubblici e privati e, dall’altra, coinvolgendo sempre più attivamente gli stessi senior per aggiornarli sulle più recenti innovazioni in campo medico e tecnologico e sulle ricadute dirette che queste, già oggi, possono avere sulle loro vite».
Invecchiamento attivo e silver age si identificano oggi con una fase della vita sempre più ampia nella quale le persone continuano a partecipare alla vita sociale, economica, politica e culturale
Grande novità di quest’anno sarà “La salute incontra il cittadino”, il programma di iniziative approntato per coinvolgere attivamente tutti gli over “anta” a cui il Silver Economy Forum è rivolto. Per l’intera durata della manifestazione, infatti, chiunque vorrà potrà sottoporsi ai test di controllo sul proprio stato di salute e a corsi di primo soccorso su piccoli incidenti domestici, rianimazione cardiovascolare e disostruzione delle vie aeree, offerti dalle Farmacie Comunali Genovesi e dallaCroce Rossa Italiana, e prendere parte a lezioni di Yoga per la cura della propria mente e del proprio corpo.
Attraverso il consueto programma di conferenze il Forum intende poi esplorare il mondo dei silver in ogni sua declinazione, alternando gli approfondimenti in campo medico, scientifico e tecnologico a momenti più leggeri e divulgativi, nel segno di un unico filo conduttore: il miglioramento della qualità della vita della popolazione over sessanta.
Altri temi di grande interesse e attualità toccati in questi tre giorni saranno le soluzioni atte a garantire la sostenibilità economica della società alla luce dei trend demografici in atto, e rispetto ai quali Genova è città all’avanguardia in Europa e nel mondo; le differenze di genere nella salute e la psicologia dell’invecchiamento; la digitalizzazione della sanità (e-health) e l’applicazione dell’intelligenza artificiale al servizio della medicina; le nuove soluzioni abitative studiate per le esigenze della popolazione anziana; le politiche a sostegno dell’invecchiamento attivo e le possibili ripercussioni positive sul turismo extra-stagionale. Non mancherà, poi, una sessione di incontri B2B rivolta alle imprese, nella mattinata di mercoledì 15 novembre.
Si parlerà anche di sostenibilità economica e trend demografici, digitalizzazione della sanità e intelligenza artificiale
E proprio allo scopo di offrire risposte e idee innovative capaci di soddisfare i nuovi bisogni della popolazione silver, in occasione di questa quinta edizione del Silver Economy Forum Ameri Communications ha lanciato, in collaborazione con Dedalus Italia e Università di Genova, il primo Silver #Life Hackathon con il coinvolgimento degli studenti dei diversi corsi di laurea dell’Ateneo, chiamati a sviluppare un prototipo software a supporto delle persone anziane e dei loro caregiver. Mercoledì 15 novembre si terrà la cerimonia di premiazione del progetto vincitore.
Il Silver Economy Forum può contare sul patrocinio e la partecipazione delle più importanti istituzioni locali, tra le quali Regione Liguria, Comune di Genova, Associazione Genova Smart City, Camera di Commercio e Università degli Studi di Genova, e sul supporto di aziende, associazioni e ordini professionali.
Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti al pubblico.
Nei prossimi giorni Masterpharm 2023 – evento formativo professionale incentrato sulla condivisione di competenze ed esperienze nell’ambito della farmacia ospedaliera – giunge al suo terzo ed ultimo appuntamento per l’anno in corso. Il Coordinatore scientifico di questo percorso, Francesco Cattel (Direttore Struttura Complessa Farmacia Ospedaliera AOU Città della Salute e della Scienza, Torino) ha identificato per il 2023 una proposta formativa ambiziosa e fondata su tre differenti step, che hanno preso il via con un primo approfondimento regionale su ruolo e specificità del farmacista ospedaliero oggi (tenuto ad aprile), per poi ampliarsi in una visione nazionale (una due giorni tenuta a giugno) e giungere ora ad un dialogo internazionale.
Cosa caratterizza questo ultimo evento per l’anno in corso? Risponde lo stesso Cattel: “Questo terzo modulo è la parte conclusiva di un percorso che ha analizzato la professione del farmacista ospedaliero oggi nel nostro Paese, figura centrale rispetto a molte problematiche sanitarie e di gestione del cambiamento del SSN. Ma il nostro sguardo non è stato autoreferenziale: attraverso l’analisi di una singola professione siamo riusciti a dare una fotografia di quello che sta accadendo nel mondo della sanità, soprattutto nei percorsi che riguardano oggi il farmaco e il dispositivo. Masterpharm ha iniziato in primavera con uno sguardo attento ai percorsi regionali, passando poi – durante l’evento che abbiamo tenuto a giugno – ai percorsi nazionali e giungendo ora a quelli internazionali, con la partecipazione delle eccellenze di colleghi farmacisti dagli Stati Uniti, dall’Europa, riuscendo ad attuare un benchmarking con le nostre eccellenze nazionali”.
L’analisi della professione del farmacista ha permesso di scattare una fotografia dei cambiamenti nei percorsi del farmaco e del dispositivo
Il terzo modulo – Clinical pharmacy around the world. Models and Systems, 9-10 novembre, Doubletree Hilton Lingotto, Torino – vede sei sessioni plenarie con oltre trenta relatori e speakers da tutto il mondo, per un programma che è patrocinato da SIFO e SIFACT, ed è realizzato in collaborazione con l’Università di Torino e con l’AOU Città della salute della Scienza di Torino.
Quali sono i macro temi del programma e il motivo per cui sono stati inseriti nei lavori? “I macrotemi saranno l’innovazione tecnologica, con un focus rivolto ora all’Europa e al mondo”, risponde Cattel, “l’automazione, ovvero l’utilizzo di robot per quanto riguarda i percorsi di gestione del farmaco e del dispositivo medico, nonché l’intelligenza artificiale e le terapie geniche innovative. Rivolgeremo poi l’attenzione all’Health Technology Assessment soprattutto per l’avvento dei nuovi Regolamenti, dialogando con AIFA, rappresentata da Francesco Trotta e AGENAS, con l’intervento di Marco Marchetti. Quindi direi che in un paio di giorni il programma risulta essere indubbiamente corposo, ma necessario a ribadire i concetti trattati nei moduli precedenti con un punto di vista più ampio e a valenza internazionale”.
Nel terzo modulo di Masterpharm è presente una forte componente internazionale
Nel programma sono quindi previsti confronti professionali con esperti di farmacia ospedaliera dagli Usa, dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Grecia, dal Belgio e dalla Danimarca, ricordando inoltre che una delle ultime sessioni sarà il Confronto comparativo tra società scientifiche nazionali ed europee, con gli interventi del presidente SIFO, Arturo Cavaliere, la presidente SIFACT, Francesca Venturini, il past president SIHTA, Francesco Saverio Mennini e la rappresentate EAHP, Despoina Makridadis.
Ricco di voci ed ambizioso nel suo essere terreno di confronto internazionale, il terzo e conclusivo modulo di Masterpharm è connotato anche da una forte anima “etica”: il Corso prevede infatti anche una cena di solidarietà a favore di un progetto scientifico gestito dalla Fondazione Forma in collaborazione con la Struttura di Neuropsichiatria infantile, e sviluppato a favore dei pazienti pediatrici affetti da Sindrome di Tourette presso il presidio ospedaliero Regina Margherita dell’AOU Città della salute e della Scienza di Torino.