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La Commissione europea chiede un’azione urgente in materia di resistenza antimicrobica

La lotta alla resistenza antimicrobica è una priorità assoluta per la Commissione e parte integrante di molte azioni nell’ambito dell’Unione europea della salute. In vista della Giornata europea degli antibiotici, i nuovi dati pubblicati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) mostrano alcuni progressi generali tra il 2019 e il 2022 verso l’obiettivo di ridurre l’uso degli antimicrobici del 20% entro il 2030.

Sebbene l’uso complessivo di antibiotici a più lungo termine sia diminuito in tutta l’UE/SEE tra il 2019 e il 2022, il consumo è nuovamente aumentato nel 2022, poiché molti europei hanno ripreso lo stile di vita precedente alla pandemia di COVID-19.

La resistenza antimicrobica costa ai paesi dell’UE/SEE circa 11,7 miliardi di euro all’anno

Uno studio condotto dall’OCSE per conto della Commissione europea avverte che la resistenza antimicrobica costa ai paesi dell’UE/SEE circa 11,7 miliardi di € all’anno. Se ogni paese dell’UE/SEE investisse 3,40 € pro capite all’anno negli interventi contro la resistenza antimicrobica nei settori della salute umana e dell’alimentazione, ogni anno si potrebbero prevenire oltre 10 mila decessi, evitare oltre 600 mila nuove infezioni e risparmiare ai sistemi sanitari oltre 2,5 miliardi di €.

Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “La lotta alla resistenza antimicrobica è una priorità per la salute pubblica e una necessità economica. Le cifre sono preoccupanti e dimostrano la necessità di un’azione urgente e ambiziosa. Gli Stati membri, le parti interessate e i cittadini devono collaborare per garantire che siano adottate tutte le misure necessarie per conseguire gli obiettivi concordati.”

La resistenza antimicrobica è anche una componente fondamentale della revisione della legislazione farmaceutica presentata la scorsa primavera, in linea con la raccomandazione del Consiglio sul potenziamento delle azioni dell’UE per combattere la resistenza antimicrobica con un approccio “One Health”.

La resistenza antimicrobica è anche una componente fondamentale della revisione della legislazione farmaceutica UE

Ad esempio, nel giugno 2023 i ministri della Salute dell’UE hanno approvato una proposta della Commissione sulle azioni per combattere la resistenza antimicrobica e hanno concordato un obiettivo di riduzione del 20% del consumo di antimicrobici negli esseri umani e di dimezzare nell’UE le vendite complessive di antimicrobici utilizzati per gli animali d’allevamento e per l’acquacoltura entro il 2030.

Frontiers Health 2023: uno sguardo su innovazione e sanità digitale

Con oltre 1.000 partecipanti in presenza e più di 300 da remoto, la conferenza globale Frontiers Health 2023 si è confermata come una delle più importanti occasioni di confronto tra imprenditori, professionisti ed esperti di settore provenienti da tutto il mondo per conoscere i principali trend e le soluzioni tecnologiche più innovative in ambito healthcare.


Nel corso dei 3 giorni di evento, con il coinvolgimento di oltre 200 relatori su 5 palchi plenari e paralleli, sono stati affrontati temi quali l’evoluzione delle terapie digitali e relativi scenari regolatori, le innovazioni nella ricerca scientifica in ambito biomedicale, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul futuro della sanità, l’accesso equo alle cure innovative, il ruolo di pazienti e dei professionisti della salute nel disegno e governo dell’innovazione.

Come da tradizione, ampio risalto è stato riservato alle nuove soluzioni digitali proposte dalle più promettenti startup a livello mondiale, che si sono presentate ai più attivi fondi d’investimento del settore e attori corporate, con cui esplorare opportunità di collaborazione.

Novità di questa edizione 2023 sono stati i prestigiosi Side Events organizzati in collaborazione con alcuni partner della conferenza, tra cui l’Italian Summit, Tech2Doc promosso da ENPAM, il Demo DAY di VITA Accelerator, l’Innovation Ecosystem Gathering e il Digital Medicine & DTx Global Policy Summit.


Di grande rilievo e interesse per l’audience italiana quanto discusso nel corso dell’Italian Summit, dal titolo “Sanità Digitale e Terapie Digitali: Integrazione Sistemica e Valore per l’Italia”, realizzato con il patrocinio di AGENAS, ASSD, ENPAM, Farmindustria, FISM e Istituto Superiore di Sanità.

Ascolta il podcast di TrendSanità dedicato all’evento


“Siamo felici di aver portato in Italia ormai da tre anni la conferenza globale Frontiers Health che quest’anno ha ospitato anche l’Italian Summit, massimizzando opportunità di confronto, sinergie, attivazione di partnership e apprendimento per i principali operatori italiani nel campo dell’innovazione sanitaria”, afferma Roberto Ascione, Presidente della Conferenza e CEO di Healthware Group (ora parte di EVERSANA INTOUCH), global co-host e main partner dell’evento. “Continueremo ad esplorare le frontiere dell’innovazione e della trasformazione digitale, lavorando a un mondo in cui l’unione di tecnologie all’avanguardia e pratiche sanitarie innovative convergono per ridefinire i confini di ciò che è possibile. La parola “frontiere” risuona come un richiamo, che ci spinge a sfidare i limiti e a tracciare un percorso verso un futuro in cui ogni individuo possa accedere a tutto lo spettro delle soluzioni sanitarie innovative e trasformative”.


Ad aprire l’Italian Summit il Prof. Orazio Schillaci, Ministro della Salute, che dichiara: “Sotto la spinta dell’innovazione e delle nuove tecnologie si è innescata una rivoluzione culturale, che dobbiamo perseguire con coraggio e con spirito di collaborazione non solo in ambito nazionale ma almeno europeo. Questo vale anche nell’approccio alle terapie digitali, alle quali dobbiamo guardare con attenzione e al contempo con un giusto approccio prudenziale, perché le opportunità offerte dall’innovazione devono essere validate sotto la lente delle evidenze scientifiche, a garanzia dell’efficacia e della massima sicurezza delle cure”.


Il Presidente di Farmindustria, dott. Marcello Cattani, si è soffermato sull’innovazione dell’industria farmaceutica, sulla profonda trasformazione dei sistemi sanitari, sul valore dei dati e delle terapie digitali e sul ruolo di Farmindustria in questo significativo processo di evoluzione.

A seguire, il Prof. Enrico Coscioni, Presidente Agenas, ha evidenziato come l’Italia sarà il primo paese a dotarsi di una piattaforma nazionale di telemedicina, andando poi a presentare il ruolo di AGENAS come Agenzia Nazionale per la Sanità Digitale.

La dott.ssa Alberta Spreafico, MD Digital Health & Innovation, Healthware Group, ha introdotto il tema della medicina digitale e delle DTx presentando lo scenario evolutivo globale e le opportunità per l’Italia. L’Intergruppo Parlamentare per la Sanità Digitale e le Terapie Digitali, rappresentato dal Capo della Segreteria Tecnica, Federico Serra e Franco Bruno, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico ha condiviso l’impegno istituzionale verso la sanità digitale, mentre Marco Marchetti, dirigente della UOS HTA di AGENAS, e Nello Martini, Fondazione ReS, hanno poi approfondito i criteri di valutazione e accesso per i dispositivi medici software in Italia.

Sono stati quindi presentati dei progetti concreti di cambiamento, discutendo di temi, quali: il valore della ricerca, con Lorenzo Wittum, Presidente AstraZeneca Italia, e con il Ministero dell’Università e della Ricerca; la digitalizzazione dei percorsi di cura nella gestione della psoriasi, con un panel multistakeholder, composto da UCB, SIDeMaST, APIAFCO e Paginemediche; Pfizer e FISM hanno condiviso una proficua esperienza di collaborazione nella creazione di un ecosistema digitale delle cronicità.

Altro tema chiave, le strategie per il futuro, dove Valentino Confalone, Country President di Novartis Italia, e Massimo Piana, Chief Operating & Innovation Officer UniSalute and CEO UniSalute Servizi (Unipol Group) hanno discusso dell’evoluzione dei servizi digitali per la salute.

Mentre ad approfondire il tema dell’evoluzione della professione medica sono stati Alberto Oliveti, Presidente ENPAM, e Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale FIMMG che in tale occasione ha annunciato l’accordo quadro di FIMMG con Paginemediche, quale realtà capace di offrire servizi al paziente atti a valorizzare la fiducia nei confronti del proprio medico.

Ad arricchire il confronto e il dibattito, la sessione pomeridiana “TECH2DOC: Le competenze del medico del futuro e l’innovazione nella pratica clinica”, promosso da Fondazione ENPAM con la partecipazione di diversi esponenti del mondo salute: Istituto Superiore di Sanità, Regione Lombardia, AreSS Puglia, ASSORAM, ASSD, Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, Novartis, Novo Nordisk, Takeda, e varie startup.

Da ASSD un modello guida per una sanità digitale inclusiva

Persone assistite, caregiver e sanità digitale sono le parole chiave del convegno organizzato dall’Associazione scientifica per la sanità digitale (ASSD).

Negli ultimi anni, l’evoluzione delle tecnologie digitali ha portato a un cambiamento significativo nel settore sanitario, offrendo nuove opportunità per le persone assistite che in Italia sono il 17% della popolazione totale e i caregiver, di cui l’89% sono familiari. Una popolazione formata per la maggior parte da donne, di cui il 60% ha abbandonato il lavoro per assistere chi ha bisogno. Uno sguardo al femminile su un’attività che grava prevalentemente sulle donne. Da qui è emersa l’importanza di un modello guida che ponga l’attenzione sulle differenze di genere e sociali che possono influenzare l’esperienza di cura e assistenza.

La relazione di cura in sanità digitale si conferma un aspetto cruciale

Laura Patrucco, Vicepresidente di ASSD e Coordinatrice della Commissione donne ASSD sottolinea: «La sede istituzionale dove ci troviamo [la Sala capitolare del convento di Santa Maria Sopra Minerva, sede del Senato della Repubblica, NdR], riveste un ruolo fondamentale nel trasmettere un messaggio di grande importanza, allineato alla missione di ASSD, che promuove il concetto di fragilità associato all’accesso equo verso i servizi sanitari. Riteniamo che sia essenziale promuovere percorsi collaborativi che coinvolgano tutti gli attori interessati. Fondamentale creare consapevolezza culturale per la partecipazione allargata, secondo piena advocacy digitale. Inoltre, è cruciale adottare una prospettiva di genere, in quanto la Commissione donne ASSD nasce con l’obiettivo di promuovere anche il contributo femminile come includente, in ambito di sanità digitale. Attraverso questa iniziativa, siamo determinati a valorizzare il ruolo delle donne e a integrare le loro prospettive nella nostra azione».

Con questo spirito la “Commissione donne ASSD” ha curato un testo dal titolo “Pazienti e Caregiver digitali: modello guida in sanità, differenze di genere e sociali”, che include i risultati di un’indagine condotta per investigare le conoscenze dei servizi della sanità digitale della popolazione, con particolare attenzione verso i “bisogni di salute della cittadinanza nell’alfabetizzazione digitale”.

Al sondaggio hanno risposto in maggioranza donne, prevalentemente nella fascia d’età 41 – 60 anni. Dall’analisi si evince che gli intervistati sono strutturalmente ben predisposti e preparati sul tema dell’alfabetizzazione digitale, come lo sono sui servizi di sanità digitale, che permettono di interagire con le aziende sanitarie e ospedaliere per servizi come prenotazioni, referti o il Fascicolo sanitario elettronico. In molti dichiarano di sapere cos’è la telemedicina, ma in pochi la utilizzano – solo il 35,5%, mentre il 2,6% degli intervistati sostiene di fare uso delle terapie digitali. Tuttavia, emerge in modo determinato la volontà degli intervistati nel migliorare e approfondire le proprie conoscenze in ambito sanità digitale, complice una fotografia che oggi vede una Italia sempre più anziana con un cittadino su quattro che ha più di 65 anni, un anziano su due – circa 7 milioni di persone – che nel 2019 dichiarava di avere una o più patologie croniche, e con una proiezione sugli over 65 che nel 2050 saranno il 34% della popolazione.

In molti dichiarano di sapere cos’è la telemedicina, ma in pochi la utilizzano

Nel contesto della sanità digitale, il ruolo del professionista sanitario si rivela fondamentale sia per gli assistiti che per i caregiver, fornendo consulenza, orientamento e competenza nel campo delle tecnologie digitali applicate alla cura e all’assistenza.

La loro presenza è fondamentale per facilitare la conoscenza delle tecnologie digitali e garantire un utilizzo sicuro ed efficace. Teresa Calandra, Presidente della FNO TSRM e PSTRP: «Con il libro abbiamo voluto indagare il ruolo delle 18 professioni sanitarie che insistono nella nostra FNO nella sanità digitale, un modo per mettere a disposizione della comunità le competenze che ognuna delle professioni possiede. Le soluzioni digitali, se ben conosciute ed utilizzate, possono fare la differenza, e sono fondamentali quali supporti per migliorare l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria alle persone assistite, ai caregiver, alle famiglie, alle loro comunità e alla società in generale».

Per l’utilizzo equo e giusto dei servizi digitali la disparità economica, sociale e di genere rappresentano ostacoli da superare

Per l’utilizzo equo e giusto dei servizi digitali, oltre a limiti strutturali – gli indicatori sulle prestazioni digitali dell’Europa, l’Italia è al 18esimo posto – la disparità economica, sociale e di genere possono rappresentare ostacoli.

Una analisi del 2022 dell’Organizzazione mondiale della sanità ha evidenziato che sono le persone che potrebbero maggiormente trarre vantaggio dalla sanità digitale quelle che hanno maggiore difficoltà ad accedervi o fanno un uso limitato degli strumenti esistenti: è più utilizzata nella aree urbane che in quelle rurali, viene adoperata maggiormente da persone con istruzione superiore e con condizione economica più elevata rispetto a quelli in situazione di disagio socio-economico. Inoltre, minore è l’accesso per il genere femminile rispetto a quello maschile. Tuttavia, nella popolazione con tasso di istruzione più elevato è la donna a gestire per sè e per la famiglia l’accesso alla sanità digitale.

Dal punto di vista delle professioni sanitarie – in maggioranza donne, che si trovano spesso a ricoprire sia il ruolo di sanitario che di caregiver familiare – la sanità digitale rappresenta un’opportunità per personalizzare maggiormente la cura, e permettere una continuità delle informazioni, vicinanza all’assistito, alimentando la relazione di cura tra i diversi attori, dove la persona assistita è parte del sistema, in quanto protagonista della sua salute.

Il convegno è stato sostenuto da Sandra Zampa, Senatrice e Componente della X Commissione permanente Affari sociali al Senato della Repubblica, che ha ribadito l’importanza dell’alleanza tra i vari attori per l’accesso alle cure anche digitali: «La collaborazione tra pazienti, caregiver e professionisti sanitari, quindi, è fondamentale per creare un modello virtuoso di cura partecipata e informata. La salute digitale è uno strumento potente che ci aiuta a realizzare questa visione. È una strada che richiede un impegno continuo, ma i benefici sono immensi».

I professionisti sanitari devono essere in grado di stabilire una connessione empatica con i caregiver e gli assistiti, pur utilizzando le tecnologie digitali come strumenti di supporto

La relazione di cura in sanità digitale diventa quindi un aspetto cruciale. I professionisti sanitari devono essere in grado di stabilire una connessione empatica con i caregiver e gli assistiti, pur utilizzando le tecnologie digitali come strumenti di supporto. La fiducia, la comunicazione efficace e l’empatia rimangono elementi fondamentali per promuovere una relazione di cura solida e di qualità.

Il modello guida proposto si basa anche sull’analisi delle differenze di genere e sociali che possono influenzare l’esperienza di cura e assistenza. Questo approccio mira a garantire l’equità nell’accesso alle risorse sanitarie digitali e a promuovere una maggiore consapevolezza delle sfide che caregiver e persone assistite possono affrontare.

Monica Calamai, Direttrice generale AUSL/AOU di Ferrara e Fondatrice Community Donne Protagoniste in sanità, che ha partecipato come moderatore all’evento, ha affermato: «È di fondamentale importanza ridefinire i modelli organizzativi nel settore sanitario al fine di fornire un solido sostegno agli operatori che lavorano sul territorio, di cui le donne sono in netta prevalenza. È imperativo integrare in modo efficace l’utilizzo delle tecnologie digitali all’interno dei percorsi di cura, garantendo un accesso equo e sostenibile per tutti gli assistiti. Il digitale dovrebbe essere il nostro alleato principale in questo processo di trasformazione, e pertanto è indispensabile fornire una formazione adeguata a tutti gli attori coinvolti per sfruttarne appieno le potenzialità. Questo impegno va al di là del semplice settore sanitario, coinvolgendo tutti i soggetti che partecipano attivamente all’assistenza delle persone».

La giornata è stata intervallata da interventi strutturati e confronti mirati che hanno visto la partecipazione di molti professionisti sanitari, dirigenti ospedalieri, rappresentanti provenienti dalle Istituzioni e dalla società civile. Tra questi è intervenuto anche Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, che ha dichiarato: «Come Fondazione GIMBE, siamo particolarmente soddisfatti dell’iniziativa promossa da ASSD che è in linea con uno dei 14 punti del piano di rilancio del SSN, che abbiamo elaborato come Fondazione, rispetto alla promozione della cultura e delle competenze digitali nella popolazione e tra professionisti della sanità e caregiver, oltre che rimuovere gli ostacoli infrastrutturali, tecnologici e organizzativi, al fine di minimizzare le diseguaglianze e migliorare l’accessibilità ai servizi e l’efficienza in sanità».

SSN e salute dei cittadini nell’emergenza-urgenza: è tempo di cambiare

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Non si vuole rappresentare soltanto il disagio dei professionisti, quanto assicurare un servizio ai cittadini. È questo il messaggio condiviso dai primari dei reparti di Medicina d’Emergenza-Urgenza italiani, ospedalieri e universitari, riunitisi a Roma per l’Accademia dei Direttori SIMEU.

Il titolo dell’evento è RiEvoluzione del servizio sanitario, troppo spesso identificato come sistema. Si cercano soluzioni scientifiche da applicare agli attuali scenari critici e complessi in ambito del Pronto Soccorso e del 118. Un servizio indispensabile per la salute pubblica in cui si affrontano situazioni patologiche gravi, nonché la sopravvivenza, che coinvolgono tutti, indistintamente da ruolo, classe sociale e condizione.

Il Sistema dell’Emergenza-Urgenza italiano deve affrontare soprattutto l’esigenza di un servizio efficace in termini clinici ed efficiente in termini organizzativi, senza tralasciare le novità in campo tecnico scientifico e le evidenti difficoltà organizzative determinate in particolare dalla carenza degli organici e dal crescente fenomeno del boarding.

Si cercano soluzioni scientifiche da applicare agli attuali scenari critici e complessi in ambito del Pronto Soccorso e del 118

Come sempre l’obiettivo finale dell’Accademia è generare una posizione comune e un documento di sintesi da sottoporre all’opinione pubblica e alle Istituzioni.

Vogliamo tornare a svolgere il nostro lavoro di specialisti dell’emergenza-urgenza per garantire i giusti percorsi di cura ai pazienti. Oggi, per lo stato di necessità, siamo a volte costretti a operare delle scelte di priorità che possono arrivare a penalizzare chi ha bisogno di assistenza. Ci rendiamo conto che spesso alle persone manca questa consapevolezza”, dichiara Andrea Fabbri dell’Ufficio di Presidenza SIMEU.

Purtroppo il confronto con le Istituzioni non è stato possibile, poiché nessun esponente politico si è presentato all’incontro.

Rilancio del SSN: risorse e proiezione futura

L’analisi del Rapporto Gimbe evidenzia un processo che sembra ormai inarrestabile di de-finanziamento della sanità pubblica italiana. Ma non è solo una questione di risorse, che comunque sono necessarie, perché quelle disponibili devono essere usate in modo appropriato, mentre è evidente che in Italia ci sia un problema organizzativo con profonde disuguaglianze a livello locale.

“Per la sanità italiana non si prevede nessun rilancio del finanziamento pubblico, ma si torna alla ‘manutenzione ordinaria’ che punta a risolvere i problemi contingenti senza eliminare le cause, portata avanti ormai da molti anni dai governi e che non fa che erodere sempre più i princìpi di universalismo, uguaglianza ed equità”. In altre parole, “dalla manovra di bilancio non si evidenzia alcun potenziamento strutturale del servizio sanitario”. Così il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, illustra le misure per la sanità contenute nella manovra, nell’ambito di un’analisi indipendente realizzata da Gimbe.

“Manca il personale infermieristico e in ambito europeo l’Italia si attesta agli ultimi posti per infermieri/1.000 abitanti” – prosegue Cartabellotta. “Soprattutto per attuare quanto previsto dal PNRR per le Case di comunità, le centrali operative territoriali, gli ospedali di comunità e l’assistenza domiciliare integrata. Siamo anche indietro su 5 scadenze e la proposta di rimodulazione dei fondi prevede di sopprimere 105 case di comunità, 87 centrali operative territoriali e due ospedali di comunità ex novo con criteri di distribuzione regionale non noti”.

Il punto è che il SSN è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia. Inoltre, il livello di salute e benessere della popolazione condiziona la crescita economica del Paese. Quindi, la perdita del SSN è destinata a portare a un disastro sanitario, sociale ed economico. “Occorre una visione chiara sul modello di Sanità pubblica che vogliamo lasciare alle generazioni future, quante risorse investire e quali riforme sono necessarie per indirizzare il SSN”.

Anche l’obiettivo dell’aggiornamento dei LEA, con la proposta di esclusione di prestazioni e servizi ormai superati e di inclusione di prestazioni innovative ed efficaci per allineare i LEA al progresso scientifico, non è mai stato raggiunto.

“Lo stato di salute del SSN” – conclude Cartabellotta – “richiede una profonda riflessione. Il tempo della manutenzione ordinaria è scaduto, è ora di fare delle scelte: o si avviano delle riforme e si mettono in campo investimenti importanti per restituire al SSN la sua missione originale, oppure si deve dichiarare apertamente che il nostro Paese non può più permettersi quel modello di SSN. In questo caso, la politica deve governare il processo di privatizzazione, che è ormai occulto visto l’indebolimento della sanità pubblica”.

Il tempo della manutenzione ordinaria è scaduto, è ora di fare delle scelte

In realtà, ci dice il presidente Gimbe, il sistema misto c’è già in parte, nella prassi comune, ciò che manca è la governance, una riforma coraggiosa che coinvolga i privati e che ne regolamenti l’attività. “Siamo già nel sistema misto nel percorso di cura. I pazienti spesso effettuano le analisi diagnostiche nel privato per poi farsi operare nel pubblico”.

La Fondazione GIMBE, con il Piano di Rilancio del SSN, conferma però che la bussola deve restare puntata verso l’articolo 32 della Costituzione che tutela il diritto alla salute di tutti i cittadini.

Dati dell’Osservatorio SIMEU

Fabio De Iaco, Presidente SIMEU, prosegue annunciando la mancata presenza dei rappresentati delle istituzioni invitati: il Ministro Orazio Schillaci, Francesco Zaffini, Presidente X Commissione permanente del Senato Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale e Ugo Cappellacci, presidente della XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati.

Poi illustra i dati raccolti dall’Osservatorio Nazionale permanente SIMEU sulla situazione in cui versano i PS, nello specifico 137 strutture di MEU, quindi un campione significativo, con un’omogenea distribuzione sul territorio nazionale, pari al 30% del totale nazionale. Sono dati che si riferiscono a un campione di accessi al pronto soccorso pari a più di 6 milioni, anche in questo caso rappresentativi del 30% dell’attività totale dei PS.

Mancano nei PS almeno 4.000 medici (pari al 40% del fabbisogno nazionale). Le fuoriuscite, negli ultimi 12 mesi, sono state 1.033 (di cui il 70% dimessi, pensionati, passati alla Medicina Generale o al privato e il 30% trasferiti ad altri reparti). I nuovi assunti, sempre degli ultimi 12 mesi, sono stati invece 567.

Ne consegue che il bilancio tra fuoriusciti e nuovi ingressi è negativo per il 45%; ciò vuol dire che solo il 55% dei medici è sostituito.

Continua poi il trend di abbandono. Secondo Beniamino Susi, Vice presidente nazionale SIMEU, “per invertire la tendenza, è necessaria una progettualità che parta dalla valorizzazione del ruolo del medico d’urgenza e proponga un modello organizzativo innovativo proiettato alle esigenze del futuro. Riceviamo continue manifestazioni di entusiasmo rispetto alla medicina d’urgenza da parte dei giovani professionisti che, però, dichiarano di non voler compiere questa scelta di vita, a causa del contesto in cui oggi si opera”.

Il bilancio tra fuoriusciti e nuovi ingressi è negativo per il 45%: solo il 55% dei medici è sostituito

Anche il livello del contenzioso in pronto soccorso è oggi uno dei motivi che allontana i giovani medici da questa specializzazione e incoraggia le dimissioni. Si rileva che nel 53% dei centri è presente almeno un procedimento penale a carico dei Dirigenti. In altre parole, c’è un procedimento penale ogni 12 medici.

Un’insufficiente copertura dei turni necessari da parte del personale in organico genera invece l’attuale difficoltà di gestione. 

Come si attrezzano le strutture per colmare questa carenza? Dall’analisi dei dati emerge:

  • nel 54% dei PS sono presenti contratti atipici: ogni medico è impegnato per una media di 4 turni al mese;
  • nel 48% dei PS operano dirigenti medici non MEU (provenienti da altri reparti dell’ospedale) in regime di prestazione aggiuntiva per una media mensile pro-capite di 3 turni;
  • nel 32% dei PS operano specializzandi MEU per una media di 5 turni pro capite al mese;
  • nel 29% dei PS operano specializzandi NON MEU per una media di 5 turni pro capite al

mese;

  • nel 28% dei PS sono presenti cooperative che forniscono in media 60 turni al mese (di cui al Nord 47%, al Centro 19% e al Sud 10%);
  • nel 20% dei PS operano dirigenti medici non MEU gestiti dalla Direzione per una media di 3 turni al mese pro capite.

“Se consideriamo che un pronto soccorso, con un’attività medio bassa, non oltre i 30.000 accessi annui, ha la necessità di almeno 300 turni mensili, ci rendiamo conto dell’esiguità del contributo portato da queste soluzioni e contemporaneamente si rileva l’estrema difficoltà di governo delle strutture che ne deriva”, afferma il presidente SIMEU.

L’indagine evidenzia anche un altro fenomeno legato agli accessi. I Direttori di struttura intervistati hanno, infatti, definito le principali caratteristiche dei pazienti che più frequentemente restano in boarding. Un tema molto delicato che non si esaurirà nei prossimi anni.

Ci sono:

  • Problematiche socio-assistenziali, presenti nel 90% delle risposte, cioè pazienti che potrebbero trovare una soluzione più adeguata fuori dagli ospedali, nel territorio;
  • polipatologia (più di 3 patologie), secondo il 75% delle risposte, ovvero pazienti presenti in pronto soccorso perché non è stato trovato un letto nel reparto di riferimento;
  • età superiore agli 80 anni, secondo il 62% delle risposte, per cui si tratta di pazienti anziani che non trovano una rete di supporto, per esempio in famiglia o nel territorio.

Il boarding non può continuare a essere considerato un tema esclusivo del pronto soccorso, occorre istituzionalizzarlo, in quanto problema dell’ospedale

Le più recenti evidenze in letteratura indicano che proprio il profilo del paziente debole è quello che paga di più in termini di mortalità e complicanze. Occorre un modello organizzativo innovativo generale che superi la visione attuale e che consideri il pronto soccorso come una priorità.

Dai dati emerge poi che nel 40% dei PS sono presenti ambulatori per pazienti a bassa criticità gestiti da medici esterni alla struttura non MEU. Quindi, nei fatti, “in alcuni pronto soccorso, c’è un tentativo di organizzazione le proprie risorse sui pazienti più acuti” – afferma Salvatore Manca, Past President SIMEU – “con modelli non molto diversi da quanto alcune Regioni stanno proponendo, come ad esempio l’Emilia Romagna e l’Abruzzo, per indirizzare la gestione dei pazienti a bassa criticità a professionisti non MEU, salvaguardando in questo modo anche la specialistica”.

Altrettanto importante, in termini di soluzione, è il dialogo che necessariamente deve avvenire con le Università e le Scuole di specializzazione.

Emergenza-urgenza: quale futuro per i cittadini

Nel prosieguo dell’evento, strutturato con tavola rotonda, Angelo Aliquò di Federsanità sottolinea che la situazione è più critica di quanto emerge dai dati, soprattutto per quanto riguarda la carenza di personale. Le soluzioni proposte negli anni sono diverse, ma è a monte che occorre agire, affrontando le difficoltà di volta in volta e tutti insieme, usando meglio le risorse economiche e gli strumenti già in atto, come gli screening oncologici.

Pe Giovanni Migliore di FIASO, PS e liste di attesa sono i due problemi cardine del nostro SSN e si trascinano da anni. Le cooperative sono una soluzione tampone e ci si chiede come mai non si usano invece quei fondi per incentivare il personale interno. Perché “i problemi del PS si risolvono in ospedale e non in PS, così come i problemi dell’ospedale si risolvono fuori dall’ospedale stesso”.

Per Carmelo Gagliano di FNOPI, invece, occorre supportare l’Emergenza-Urgenza, fare formazione e potenziare gli aspetti organizzativi per soddisfare i bisogni di salute dei cittadini. Muoversi verso il territorio con l’infermiere di famiglia o di comunità, anche per una gestione più efficace dei posti letto sempre più carenti. C’è bisogno, conclude, di una formazione specifica e continua post laurea e corsi magistrali ad indirizzo medico-assistenziale.

Francesco Franceschi di ITEMS (Italian Emergency Medicine Schools ) interviene, invece, sulla questione della mancanza di “vocazione” verso alcune specializzazioni come la chirurgia, la medicina di urgenza e l’anestesia e rianimazione. Ma serve ottimismo, perché le cose migliori spesso nascono proprio dalle crisi. Così come occorre una maggiore integrazione tra università e territorio e quindi ospedali.

Per Lorenzo Ghiadoni di AcEMC (Academy of Emergency Medicine and Care) è bene non restare isolati e arroccati sulle lamentele, ma agire e non delegare, e soprattutto parlare con i cittadini, coinvolgerli.

Anna Lisa Mandorino di Cittadinanzattiva concorda e vede nei cittadini gli alleati più importanti, come indicato nella Carta dei diritti nel pronto soccorso,cercando di prevenire i ricoveri in PS ed evitare gli accessi non necessari, spesso associati a disagio sociale.

Per Tonino Aceti di Salutequità le risorse per il SSN devono essere una priorità della politica, perché non c’è economia senza salute. È urgente ammodernare il SSN seguendo un nuovo modello che ponga al centro il cittadino e deleghi ai margini le lobby di potere. Le risorse ci sono ma allocate non sempre correttamente, come ad esempio i 10 miliardi non spesi per l’edilizia sanitaria. Perché non spostarli sul personale? Sono soldi fermi da anni. “Manca quindi un piano sanitario nazionale, un progetto e una visione chiara anche sul capitale umano del SSN”.

I professionisti dell’Emergenza-Urgenza fra aggressioni e denunce

L’ultimo confronto vuole focalizzare l’attenzione sulle aggressioni in PS, sulla legge 113 e su come la magistratura recepisce tale normativa.

Per Attilio Pisani, sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma, le lesioni al personale sanitario sono considerate un aggravante, ma forse sarebbe più opportuno prevedere una fattispecie di reato a livello legislativo. Le denunce del personale medico in emergenza non sono numericamente più alte degli altri reparti e con la riforma Cantabria è stato fatto un passo in avanti, inserendo l’obbligo per il pubblico ministero di iscrivere il nome della persona alla quale il reato è attribuito non appena risultino indizi di colpevolezza a suo carico. “Non prima e non dopo”, così indica la legge in termini di pratica applicazione.

Il 50% delle aggressioni ha come motivo scatenante l’attesa

L’avvocato Dario Imparato evidenzia come la depenalizzazione dei medici sia un problema soprattutto politico e si concentra sulla difficoltà dell’operatore sanitario che deve seguire i protocolli con scrupolo, soprattutto nei triage.

Cristina Matranga, Direttore generale della ASL Roma 4, sottolinea come più del 95% delle denunce si conclude con un nulla di fatto, tuttavia l’operatore sanitario in PS non si sente sicuro. Ciò si deve anche all’incapacità del territorio di filtrare gli accessi in PS e ai tempi di attesa delle ASL. Il 50% delle aggressioni, infatti, ha come motivo scatenante proprio l’attesa. L’aggressione “infrange il patto sociale con il cittadino” e deve chiamare in causa tutti, stampa, avvocati e soprattutto la politica che destina al SSN sempre meno risorse. Occorre un patto di lealtà.

L’intelligenza artificiale per lo screening vocale del diabete

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Fammi sentire come parli e ti dirò se hai il diabete di tipo 2. È quanto promette uno degli ultimi algoritmi di intelligenza artificiale programmati e addestrati negli Usa, messo alla prova dai ricercatori per riuscire a identificare se una persona è affetta da diabete di tipo 2 analizzando solo una manciata di secondi del suo parlato. Secondo quanto pubblicato sulla rivista scientifica “Mayo Clinic Proceedings: Digital Health” l’accuratezza della diagnosi algoritmo-mediata sarebbe dell’89% nelle donne e dell’86% negli uomini.

Se questi risultati si confermassero attendibili, si potrebbero aprire scenari davvero interessanti per la diagnosi precoce del diabete, con evidenti risparmi anche per la sanità pubblica in termini di prevenzione a basso costo, semplicità di accesso da parte della popolazione e conseguente possibilità di trattare precocemente le persone affette da diabete, riducendo le complicanze di questa patologia. E quindi l’incidenza del peso socio-sanitario – che poi è anche economico – che il diabete porta con sé in una popolazione che tende a invecchiare come quella italiana. Ma è tutto oro quel che luccica?

La connessione tra la voce e il diabete ha suscitato l’interesse di ricercatori e scienziati, ma è ancora da verificare

L’identificazione precoce del diabete è fondamentale per prevenire gravi complicazioni legate a questa malattia. Tradizionalmente, la diagnosi del diabete si basa su esami del sangue, test di glicemia e analisi urinarie. Tuttavia, negli ultimi anni, la ricerca ha aperto la strada a nuovi approcci, tra cui l’analisi della voce, che potrebbe fornire un metodo non invasivo ed efficiente per rilevare il diabete.

La connessione tra la voce e il diabete ha suscitato l’interesse di ricercatori e scienziati. Uno dei motivi principali di questa correlazione è che il diabete può influenzare vari aspetti della salute, tra cui la salute orale, la funzione dei nervi e la produzione di saliva. Questi fattori possono contribuire a cambiamenti nelle caratteristiche della voce come frequenza, modulazione, durata e altri parametri. L’obiettivo è sviluppare un modello che possa rilevare con precisione i segni del diabete nella voce di un individuo.

“Il lavoro scientifico di cui stiamo parlando è preliminare”, commenta il presidente della Società italiana di Diabetologia (Sid) Angelo Avogaro, “la ricerca ha preso in esame le sequenze fonatorie (oltre 18.000) di un certo numero di persone vedendo quali di esse fossero associate al diabete di tipo 2. È chiaro che un diabetico, spesso in forte sovrappeso o obeso ha un accumulo di grasso a livello del collo, ha problemi di fonazione. Così come soffre di russamento e apnee notturne”. Avverte però il diabetologo che il limite di questo studio è il fatto di essere associativo e non predittivo.

In altri termini, analizzando la voce gli algoritmi non sono in grado di determinare se un soggetto svilupperà o meno il diabete in futuro. “È come avere davanti a sé un fotogramma di un film, senza poter vedere il film intero”, esemplifica Avogaro. Che poi evidenzia anche alcuni limiti del lavoro. Tra cui la mancanza di una stratificazione in base al peso delle persone prese in esame, cioè la valutazione dell’esito dell’analisi fonatoria tra un gruppo di diabetici di tipo 2 magri e un gruppo di pazienti in sovrappeso o obesi.

“Se l’algoritmo fosse in grado di riconoscere una variazione di voce anche nei diabetici magri rispetto ai soggetti sani, allora il risultato sarebbe molto più significativo”.

Se l’algoritmo fosse in grado di riconoscere una variazione di voce anche nei diabetici magri rispetto ai soggetti sani, allora il risultato sarebbe molto più significativo

Anche se per ora l’algoritmo non può prevedere l’evoluzione dello stato di salute degli individui rispetto alla possibilità di sviluppare il diabete di tipo 2, lo studio clinico che ha portato ai risultati pubblicati potrebbe però porre le basi per aiutare la comunità medico-scientifica a far emergere il cosiddetto “sommerso”. Analizzando le voci dei cittadini si potrebbe capire chi già ha il diabete, ma non lo sa.

Inoltre l’analisi della voce per la diagnosi del diabete presenta diversi vantaggi. Tra questi il fatto che l’analisi vocale potrebbe essere un metodo di screening economico ed efficiente, specialmente in luoghi dove l’accesso ai servizi sanitari è limitato.

“È un’ipotesi di lavoro abbastanza interessante”, dice il diabetologo, “perché non invasiva come un prelievo di sangue per la misurazione della glicemia. Per quanto semplice, questo banale esame ematochimico rappresenta una certa barriera per fare screening. E certamente è più costoso che non la semplice analisi vocale”. Nell’ottica di uno screening di massa “si potrebbe ipotizzare un primo passaggio con l’analisi della voce. Per poi procedere con la glicemia sui soggetti che l’algoritmo indica come affetti da diabete”.

Lo screening vocale è un’ipotesi di lavoro abbastanza interessante soprattutto per un preliminare screening di massa

Se questo approccio potrebbe essere ragionevole per lo screening del diabete di tipo 2, non altrettanto potrebbe essere fatto per identificare le persone con diabete di tipo 1. “Le caratteristiche antropometriche delle persone con le due forme di questa malattia sono diverse”, spiega il presidente Sid. “Le persone con diabete di tipo 2 sono spesso obese o gravemente obese, cosa che raramente accade per chi ha il diabete di tipo 1. Per queste ragioni in questi ultimi non sarebbe facile rilevare differenze fonatorie rispetto ai soggetti sani”.

Certamente la base delle analisi condotte dai ricercatori americani dovrebbe essere ampliata per poter dare maggior valore e affidabilità ai risultati ottenibili con questo algoritmo.

Fatta salva questa premessa, quale potrebbe essere la platea di soggetti che potrebbero essere il target giusto per questo tipo di screening vocale attraverso algoritmi di intelligenza artificiale? Risponde Avogaro: “Le persone in sovrappeso, con familiarità per il diabete, soggetti con pressione alta e/o con alti valori ematici di trigliceridi. Ancora le etnie a rischio, come i nigeriani, le persone originarie del Bangladesh. Poi le donne in sovrappeso che hanno avuto un figlio, coloro che non fanno attività fisica. Naturalmente a prescindere dall’età. Anche a vent’anni, se l’esame ha una specificità elevata”.

La Giornata mondiale del Diabete quest’anno è stata incentrata sul fare emergere il sommerso. Tiene a ricordare il presidente Sid: “Il sommerso è ben un terzo dell’emerso. Se l’analisi della voce divenisse un esame con alta attendibilità potrebbe portare grandi risparmi per la sanità pubblica. Si risparmierebbero accessi in ospedale o farmacia per l’esame della glicemia, con i conseguenti importanti risparmi diretti e indiretti. Ancora più importante, si otterrebbe la prevenzione precoce della glicemia, andando nella direzione del trattamento precoce della malattia e la limitazione delle sue complicanze”.

Le cause dell’esitazione vaccinale

Ogni anno in Europa muoiono tra le 15.000 e le 70.000 persone per cause associate all’influenza. Il 90% di questi ha più di 65 anni. In Italia i morti riconducibili all’influenza sono oltre 9.000 all’anno.
Eppure, nonostante questi numeri, l’esitazione vaccinale resta molto diffusa.
Roberta Siliquini, presidente della Siti, la Società italiana d’Igiene, Medicina preventiva e Sanità pubblica, spiega il perché.

L’impatto della vaccinazione antinfluenzale

Un recente studio italiano ha misurato l’impatto della vaccinazione antinfluenzale in termini di mortalità correlata all’influenza negli over 65 dimostrando che, a fronte di un aumento dell’1% della copertura vaccinale, si ha una riduzione dello 0,6% delle morti legate all’influenza.
Il primo autore del lavoro, Alexander Domnich, specialista in Igiene e Medicina preventiva dell’Azienda ospedaliera universitaria San Martino di Genova, spiega perché questi numeri sono così significativi.

Vaccinazione antinfluenzale, la chiamata attiva salva vite

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Nel mese di ottobre è partita la campagna vaccinale contro l’influenza nella maggioranza delle Regioni italiane. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 indicano nel 95% il tasso di copertura ottimale per quanto riguarda gli over 65 e i soggetti a rischio, mentre l’obiettivo minimo è fissato al 75%.

In Italia tuttavia non raggiungiamo il 60%. Il picco è stato toccato nella stagione 2020-2021, quando siamo arrivati al 65,3%. Durante la pandemia infatti, molte persone hanno scelto di proteggersi anche dall’influenza. Con la fine dell’emergenza pandemica, la copertura vaccinale è poi scesa nel biennio successivo: 58,1% nel 2021-22 e 56,7% nella scorsa stagione 2022-23.

L’influenza è una malattia grave, tutt’altro che banale – afferma Roberta Siliquini, presidente della Siti, la Società italiana d’Igiene, Medicina preventiva e Sanità pubblica – Ricordo che la severità di una malattia dipende sempre da chi colpisce ed è per questo che la vaccinazione è raccomandata alle persone anziane e a quelle fragili”. L’influenza può infatti aggravare condizioni preesistenti come malattie cardiorespiratorie, diabete, nefropatie.

L’esitazione vaccinale

Ogni anno in Europa muoiono tra le 15.000 e le 70.000 persone per cause associate all’influenza. Il 90% di questi ha più di 65 anni. In Italia i morti riconducibili all’influenza sono oltre 9.000 all’anno.

Eppure, nonostante questi numeri, l’esitazione vaccinale resta molto diffusa. “I motivi sono molteplici, ma volendo citare i tre principali direi una scarsissima campagna di comunicazione sia a livello nazionale che locale, l’organizzazione carente da parte delle Regioni, che fa sì che spesso i cittadini stessi non sappiano come e dove richiedere il vaccino antinfluenzale, e una certa stanchezza vaccinale accumulata in seguito allo stress pandemico”, prosegue Siliquini.

Michele Conversano, presidente dell’Alleanza per l’Invecchiamento Attivo Happy Ageing, scende più nel dettaglio: “Abbiamo sbagliato la comunicazione: durante la pandemia abbiamo pensato che il vaccino contro il Covid bloccasse anche l’infezione, poi abbiamo capito che ci copriva dalle complicanze della malattia e dai decessi. Una situazione simile è accaduta con l’antinfluenzale: la vaccinazione non annulla i sintomi, ma evita la sovrapposizione con altre malattie come ictus, infarto, broncopatie cronico ostruttive, tutte patologie che aumentano dopo il periodo influenzale”.

Bisogna quindi rinforzare la comunicazione per favorire la comprensione dei benefici reali della vaccinazione che, spesso, non sono percepiti. La persona vaccinata che presenta sintomi influenzali potrà quindi realizzare che la vaccinazione ha evitato complicanze più gravi o un accesso in pronto soccorso. Questo è il paradosso della prevenzione: quando funziona, non si vede.

Coperture vaccinali e riduzione della mortalità

Di recente è stato pubblicato uno studio italiano che misura l’impatto della vaccinazione antinfluenzale in termini di mortalità correlata all’influenza negli over 65. Si tratta di un dato particolarmente importante per i policy maker chiamati a effettuare valutazioni sull’efficacia delle politiche di sanità pubblica.

“Il nostro lavoro ha dimostrato che a fronte di un aumento dell’1% della copertura vaccinale si ha una riduzione dello 0,6% delle morti legate all’influenza”, afferma Alexander Domnich, primo autore dello studio e specialista in Igiene e Medicina preventiva dell’Azienda ospedaliera universitaria San Martino di Genova.

“Il numero potrebbe sembrare piccolo, ma non lo è affatto – afferma l’esperto – Siccome in Italia muoiono ogni anno oltre 9.000 persone a causa dell’influenza e della polmonite ad essa associata, il dato significa che un aumento dell’1% della copertura vaccinale può salvare quasi 60 persone. E possiamo assumere che con un incremento del 10% le persone sarebbero quasi 600”.

Lo studio ha considerato le coperture vaccinali nelle singole Asl e Province durante 17 stagioni consecutive. “Questo è un dato particolarmente importante perché non è pubblicamente disponibile, quindi abbiamo dovuto eseguire una survey tra i possibili detentori di questo dato, considerando poi anche altri fattori che possono in qualche modo influenzare la mortalità per influenza, come quelli socio demografici, climatici o legati alla disponibilità delle risorse”.

La conclusione del lavoro è chiara: “Abbiamo visto con chiarezza che le Regioni e le Province italiane che hanno ottenuto una più alta copertura vaccinale per l’influenza nei soggetti over 65 hanno sperimentato in media, durante le ultime 17 stagioni antinfluenzali, una significativa riduzione di mortalità per influenza e polmonite. Questo ci dice che dobbiamo aumentare le coperture vaccinali”.

La chiamata attiva come strumento di supporto all’incremento delle coperture vaccinali

Molte sono le idee e proposte da parte di chi lavora sul campo.

Alessandro Rossi, responsabile dell’area di malattie infettive per la Simg, la Società italiana di medicina generale, riassume in tre punti gli interventi necessari: rafforzare il concetto di chiamata attiva, mettere a punto un percorso di counselling per il cittadino e far sì che sia possibile ricevere i vaccini nei tempi e nelle modalità corrette.

“La chiamata attiva viene effettuata dai medici nei confronti delle categorie a rischio per patologia o età che possono beneficiare della vaccinazione – spiega Rossi – Si tratta di un processo attivo che presuppone una selezione della popolazione a rischio. Questo significa essere dotati di strumenti informatici, avere cartelle con i dati e uno strumento di comunicazione evoluto con i propri pazienti”.

Il counselling serve perché la chiamata da sola non basta, un paziente infatti può non essere convinto di vaccinarsi: un confronto personalizzato con il proprio medico è fondamentale per ascoltare dubbi e perplessità e rispondere alle domande sul caso specifico.

Infine, una distribuzione che funzioni: “L’anno scorso in alcune Regioni abbiamo ricevuto forniture in estremo ritardo e in quantitativi limitati – ricorda Rossi – Si tratta di un problema diffuso che l’anno scorso si è particolarmente acuito. Questo è in assoluta contraddizione con l’obiettivo di aumentare la copertura vaccinale”.

I vaccini antinfluenzali sono ormai prodotti differenziati, e per gli anziani sono raccomandati quelli definiti “potenziati”, come il vaccino contenente l’adiuvante MF59 e il vaccino ad alto dosaggio, nato per promuovere la risposta immunitaria nei pazienti con immunosenescenza. Avere a disposizione questo tipo di vaccini avvicina il traguardo stabilito dall’Oms per quanto riguarda le coperture vaccinali e supporta il concetto di equità nell’accesso alle cure – Health Equity.

La medicina territoriale

L’ostacolo nell’attuazione della chiamata attiva è, ancora una volta, l’eterogeneità: “Ci sono differenze sostanziali tra singoli medici di medicina generale – afferma Michele Conversano – Ci sono professionisti che vaccinano il 95-97% degli anziani che hanno in carico e altri che si fermano al 5-7%. Questo accade perché c’è una diversa sensibilità e le coperture più alte sono raggiunte da chi è strutturato in gruppi e associazioni e ha personale amministrativo e infermieristico a supporto”.

Per Conversano “l’esitanza vaccinale e la mancata percezione del rischio scompaiono davanti a una buona organizzazione della medicina generale. Soprattutto per gli anziani, il proprio medico curante è un punto di riferimento importante”.

Sono però sempre di più i casi nei quali i medici di base vengono affiancati nel loro ruolo da altre figure professionali, nelle aree marginali ma non solo.

Va in questa direzione il coinvolgimento delle farmacie territoriali e l’apertura di ambulatori nelle Asl, simili a quelli che già esistono per esempio per le vaccinazioni pediatriche. È importante offrire delle alternative, in modo che vaccinarsi diventi semplice.

“Tra le due soluzioni, la farmacia è sicuramente quella più flessibile, sia a livello di orari, sia per quanto riguarda la sua capillarità”, riflette Conversano.

Questo punto di vista, trova d’accordo anche Alessandro Rossi, che afferma: “Non vedo problemi, purché la vaccinazione rimanga un atto medico e avvenga di concerto con i medici curanti. Abbiamo visto che durante la pandemia le farmacie hanno funzionato bene”.

E, per quanto riguarda l’organizzazione della medicina del territorio, Rossi sottolinea “è fondamentale una buona organizzazione della medicina di gruppo. Non possiamo più parlare di medico singolo ormai. In futuro credo che avremo forme di associazione più complesse, come possono essere le Case di Comunità oppure gli ambulatori associati spoke, dotati di personale amministrativo e infermieristico e di spazi dedicati alla vaccinazione”.

Una migliore organizzazione sul territorio, quindi, può contribuire ad aumentare i tassi di copertura della vaccinazione antinfluenzale e, allo stesso tempo, ridurre la mortalità legata alle complicanze dell’influenza.

Riduzione dell’impatto dei frequent users sulle strutture per acuti: l’approccio Lean di ASST Valle Olona

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Introduzione

La recente narrazione mediatica post pandemica sulla sanità pubblica ritrae un sistema in estremo affanno: da un lato liste di attesa ancora in fase di recupero, e dall’altro aree produttive delle aziende sanitarie sovraffollate, come reparti di degenza e Pronto Soccorsi.

Il disallineamento tra la domanda di servizi e la reale offerta comporta notevoli squilibri a livello di sistema con gravi ripercussioni su tutti gli attori coinvolti, siano essi direttamente coinvolti come lavoratori o come fruitori dei servizi stessi.

Uno dei principali problemi rilevati nel Sistema Sanitario italiano giace nella frammentazione della rete di offerta. Essa risulta essere poco adeguata nel rispondere ai differenti bisogni di salute che la popolazione esprime, considerando che territori differenti esprimono domande di salute diverse alle quali deve corrispondere una risposta altrettanto difforme.

Il Pronto Soccorso rappresenta uno snodo nevralgico dell’ecosistema salute dove i numeri degli accessi sono imponenti

Per come è strutturato il SSN italiano ad oggi, il Pronto Soccorso rappresenta una delle principali porte di accesso ai servizi, ma è ritenuto anche il punto debole per eccellenza del nostro Servizio Sanitario all’interno del quale si riversa un significativo volume di problemi, nonostante gli sforzi di tutti i livelli istituzionali.

Quando si parla di Pronto Soccorso, infatti, si fa riferimento a uno snodo nevralgico dell’ecosistema salute dove i numeri degli accessi sono imponenti. Secondo dati nazionali del Ministero della Salute, nel periodo pre-pandemico (2019) si registravano quasi 22 milioni di accessi annui: più di uno ogni tre abitanti. Del resto, la domanda potenziale cresce: negli ultimi 10 anni la popolazione over 65 è cresciuta di 1.6 milioni.

I dati Agenas 2019-2020, che suddividono i pazienti per codici di triage, confermano quanto riportato, indicando che oltre il 70% degli accessi è costituito da codici bianchi o verdi. Dunque, il sovraffollamento è principalmente da ricondurre a pazienti che necessitano di prestazioni non urgenti o differibili, per le quali si potrebbe ipotizzare una presa in carico differenziale in setting di cura territoriali, anche alla luce dei recenti cambiamenti normativi dettati dal DM 77.

In secondo luogo, gli stessi dati indicano che sono stati proprio i codici bianchi e verdi a diminuire maggiormente durante la pandemia: -46% per i codici bianchi, -42% per i verdi a fronte di un -22% dei gialli e del – 16% dei rossi. Da una parte, le misure di restrizione sociale hanno confinato i cittadini nelle loro abitazioni, riducendo l’esposizione a situazioni di potenziale infortunio; dall’altra, il timore del contagio, per un certo periodo, ha convinto una consistente quota di pazienti con problematiche meno critiche a evitare il PS.


Questo ovviamente non è un risultato desiderabile in sé, perché non è possibile sapere con certezza se (e in che modo) i bisogni dei pazienti siano stati presi in carico.

È possibile orientare la domanda ed evitare gli accessi differibili, conoscendo e governando i bisogni di salute della popolazione

Emerge però un’evidenza importante: è possibile orientare la domanda ed evitare gli accessi differibili, conoscendo e governando i bisogni di salute della popolazione. Anche interventi focalizzati sull’efficienza e la funzionalità dei processi interni al PS devono essere inquadrati in una cornice più ampia di programmazione sanitaria.

Il primo passo è analizzare e comprendere maggiormente la domanda. Le analisi di sistema si limitano spesso al codice colore, ma qual è il profilo anagrafico, sociale, sanitario dei pazienti dei PS, a livello nazionale, regionale e locale? Quali sono le determinanti sanitarie (e non) per gli accessi caratterizzati da un livello inferiore di urgenza? Qual è il percorso tipico del paziente, prima e dopo la presa in carico? Quanti sono gli accessi ripetuti e a quali cluster di utenti-pazienti corrispondono?

Queste informazioni sono in buona parte già raccolte dai sistemi informativi del SSN e andrebbero utilizzate in modo maggiormente efficiente al fine di organizzare una risposta sanitaria e assistenziale puntuale.

Quali potrebbero essere le emergenze in qualche misura prevedibili ed evitabili? Ad esempio, secondo il Rapporto OsMed (2021), in Italia solo il 55% dei pazienti affetti da ipertensione arteriosa o da osteoporosi assume il trattamento prescritto con continuità e l’aderenza alle indicazioni terapeutiche è inferiore al 45% fra i pazienti con diabete di tipo II, e al 35% fra chi soffre di insufficienza cardiaca e addirittura al 15% circa fra i pazienti con asma e BPCO. Il 70% dei pazienti over 75, inoltre, sospende autonomamente il trattamento farmacologico, senza consultare il proprio medico di base o lo specialista di fiducia, di conseguenza la scarsa efficacia nel seguire le cure si riflette in acutizzazioni della malattia e ricorso al PS.

Per questi pazienti cronici, il cui disturbo è già stato diagnosticato e preso in carico, la priorità sarebbe quella di monitorare meglio l’assunzione dei farmaci, anche attraverso la telemedicina e la formazione di familiari e caregiver.

È necessario analizzare e comprendere meglio la domanda, per poi rivedere l’offerta e i meccanismi di accesso

Il secondo passo è la revisione dell’offerta e dei meccanismi di accesso.

La risposta immediata consiste nel creare canali di risposta alternativi al PS: questi devono essere efficaci nel dare una prima risposta, rapidi (indicativamente entro 24 ore o poco più) e gratuiti. Ad esempio, un’indagine della Regione Emilia-Romagna estesa nel decennio 2009-2019, ha evidenziato un calo del 16% negli accessi inappropriati al PS nei contesti locali in cui sono state aperte e rese operative alcune strutture multi-professionali come le Case della Salute (ora Case della Comunità). La percentuale sfiora il 26% quando il medico di medicina generale lavora stabilmente nella Casa. Queste evidenze indicano che il rafforzamento delle attività sanitarie sul territorio ha potenzialmente un impatto positivo, ma l’entità dello stesso dipende dall’efficacia dei modelli organizzativi adottati; in ogni caso la riorganizzazione sanitaria territoriale non permetterà di azzerare gli accessi inappropriati, soprattutto considerando il trend crescente legato alla carenza di personale sanitario e assistenziale.

Con la Legge Regionale n. 23/2015 si delinea in Lombardia l’occasione di ridefinire una rete d’offerta che fa propri i principi di personalizzazione e differenziazione, evolvendo il sistema attuale verso un sistema proattivo, orientato alla presa in carico di fasce diverse di utenza in relazione ai rispettivi bisogni di cura e assistenza. E, in tempi più recenti, con l’introduzione del PNRR si fa sempre più forte la volontà di un rafforzamento della sanità pubblica attraverso lo sviluppo di un’assistenza sanitaria di prossimità diffusa capillarmente sul territorio nazionale al fine di garantire un’equità di accesso alle cure primarie e intermedie, rivolgendo l’attenzione in prima istanza alle categorie più fragili [DGR X/6164 – governo della domanda: avvio della presa in carico di pazienti cronici e fragili – determinazioni in attuazione dell’art. 9 della legge n. 23/2015 – Regione Lombardia].

Nel progetto di presa in carico del frequent user della ASST Valle Olona proattività e Lean sono i principi cardine

Facendo della proattività e del concetto di Lean i principi cardine del progetto, è proprio in questo contesto che si inserisce il progetto di presa in carico del frequent user della ASST Valle Olona, con l’ambizione di individuare i pazienti erroneamente inseriti (direttamente e/o indirettamente) in percorsi inappropriati e ricondurli verso un contesto maggiormente appropriato ed efficace per i loro bisogni.

Attraverso il coordinamento della struttura complessa “Gestione Operativa – Next Generation EU” di ASST Valle Olona –  organo deputato alla pianificazione e programmazione delle attività con il fine di massimizzare la produttività e l’efficacia del polo ospedaliero e territoriale, e promotore di progetti di miglioramento organizzativo nell’erogazione dei servizi e nella presa in carico del paziente – [Attuazione del DM 23 maggio 2022, n. 77 “Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel servizio sanitario nazionale” – documento regionale di programmazione dell’assistenza territoriale (primo provvedimento)], si è individuata l’opportunità di sviluppare un modello predittivo e proattivo di presa in carico del frequent user, che permetta di intercettare i bisogni della popolazione, sempre più anziana e affetta da plurime patologie croniche, e che renda il paziente protagonista con il fine di sviluppare empowerment, pro attività e self-care.

Analisi del contesto di riferimento

In Regione Lombardia, stando ai dati circa la popolazione residente distribuita per fasce di età negli anni compresi tra il 2016 e il 2021, si evidenzia un trend crescente del numero di persone anziane; un evento dovuto a diversi fattori come l’aumento della speranza di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’incremento del fenomeno della denatalità. Inoltre, si sta rapidamente diffondendo la prospettiva di persone anziane sempre più sole e con minore presenza dei supporti famigliari. È insita in tale dinamica la crescita del numero di soggetti in condizioni di cronicità e/o fragilità che, oltre a problematiche sanitarie, presentano anche necessità di carattere socio-assistenziale [FONTE DGR 6867 del 2022].

In Regione Lombardia si evidenzia un trend crescente del numero di persone anziane, con sempre minore presenza di supporti famigliari

Le malattie croniche, dalla definizione dell’OMS “problemi di salute che richiedono un trattamento continuo durante un periodo di tempo da anni a decadi”, necessitano di risorse e interventi differenti dall’episodio acuto e spesso colpiscono persone anziane le cui esigenze assistenziali sono determinate anche da altri fattori di natura sociale o psico-fisica e che quindi gravano in condizioni di fragilità. Per fragilità si intende una “condizione dello stato di salute caratterizzata da una rigidità delle capacità adattive dell’organismo ad eventi avversi clinici e/o sociali”.

Questi soggetti sono caratterizzati da un insieme di criticità che risiedono nel rischio che le loro condizioni vengano affrontate in maniera frammentaria, focalizzando l’intervento sul trattamento della malattia e mettendo in secondo piano la gestione del malato nella sua interezza. Questo fenomeno delinea i “Frequent users”, noti anche come pazienti frequenti o “high utilizers”, i quali sono individui che richiedono cure ospedaliere multiple e frequenti nel corso di un periodo di tempo relativamente breve. Questi pazienti sono spesso caratterizzati da alcune delle seguenti caratteristiche:

  1. condizioni mediche complesse o croniche: molte volte, i frequent users soffrono di condizioni mediche complesse o croniche, come malattie cardiache, diabete, insufficienza renale, malattie polmonari croniche o disturbi mentali gravi. Queste condizioni richiedono monitoraggio e trattamento costanti, che possono portarli a richiedere cure ospedaliere frequenti.
  2. mancanza di cure primarie adeguate: in alcuni casi, la mancanza di accesso a cure mediche preventive o adeguate cure primarie può portare i pazienti a cercare cure ospedaliere per problemi che potrebbero essere gestiti in modo più efficace a livello ambulatoriale. La mancanza di risorse, assicurazione sanitaria o strutture mediche nelle vicinanze può contribuire a questa situazione.
  3. complicazioni e ricadute: alcuni pazienti frequenti possono essere soggetti a complicazioni o ricadute legate alle loro condizioni di base. Ad esempio, un paziente con diabete non gestito adeguatamente potrebbe sviluppare complicazioni che richiedono cure ospedaliere ripetute.
  4. svantaggi socioeconomici: fattori socioeconomici come la povertà, l’instabilità abitativa e la mancanza di accesso a una dieta equilibrata possono contribuire alla necessità di cure ospedaliere frequenti. Questi pazienti potrebbero avere difficoltà a seguire regimi di cura adeguati a causa delle loro circostanze.
    problemi di salute mentale: le persone con disturbi mentali gravi, come la schizofrenia o il disturbo bipolare, possono essere più inclini a ricorrere alle cure ospedaliere. La mancanza di supporto sociale e di servizi di salute mentale adeguati può influire su questa situazione.
  5. manutenzione di dispositivi medici: alcuni pazienti con dispositivi medici come cateteri, ventilatori o dialisi potrebbero richiedere cure ospedaliere regolari per la manutenzione di tali dispositivi.

I frequent users possono avere molteplici impatti sugli ospedali e sul sistema sanitario nel complesso, tra cui, l’aumento dei costi dovuto alla richiesta di cure frequenti, la congestione delle strutture ospedaliere dovuta all’occupazione continua dei posti letto disponibili, la riduzione della capacità di risposta dell’ospedale a situazioni di emergenza o ad altri pazienti che richiedono cure acute, una diminuzione della qualità delle cure dovuta all’afflusso continuo di pazienti frequenti e, infine, l’assistenza ai pazienti frequenti richiede un notevole impegno da parte del personale medico e infermieristico che può causare stress e affaticamento del personale, influenzando negativamente la qualità dell’assistenza fornita e portando a un’elevata rotazione del personale.

È importante affrontare il fenomeno dei frequent users ospedalieri in modo strategico e coordinato

In generale, è importante affrontare il fenomeno dei frequent users ospedalieri in modo strategico e coordinato. Ciò può comportare la necessità di cambiamenti nei modelli di cura, nell’allocazione delle risorse e nella collaborazione tra i diversi livelli di assistenza sanitaria.

Infine, una ulteriore necessità è il focus sulla prevenzione e la gestione a lungo termine: l’alto utilizzo da parte dei pazienti frequenti potrebbe spingere il Sistema Sanitario a concentrarsi maggiormente sulla prevenzione e sulla gestione a lungo termine delle malattie croniche. Ciò potrebbe portare a un maggiore sostegno per le cure primarie, la gestione delle malattie e la promozione di stili di vita sani.

Il caso della ASST Valle Olona

I frequent users

La modalità operativa di presa in carico proposta persegue due obiettivi: la presa in carico dei pazienti fragili affetti da malattie croniche e la diminuzione degli accessi impropri al Pronto Soccorso, facendo leva proprio sul passaggio di testimone per la risposta ai bisogni di questa categoria di pazienti. Il setting di cura viene quindi spostato dall’ospedale al territorio, in particolare presso la Casa di Comunità (CdC), che riveste un ruolo fondamentale come centro di risposta al bisogno di presa in carico del cittadino fragile e affetto da patologie croniche, in quanto luogo del primo accesso del cittadino nel servizio sanitario, presidio di prossimità e luogo di accoglienza.

Il modello si propone di prendere in carico i pazienti fragili con malattie croniche e diminuire gli accessi impropri al Pronto Soccorso

Il confine operativo dell’attività è circoscritto nel territorio di competenza dell’azienda ASST Valle Olona: in particolare, si concentra nel territorio afferente al Distretto di Saronno – 6 i comuni che lo compongono: Caronno Pertusella, Cislago, Gerenzano, Origgio, Saronno, Uboldo – che può contare sul supporto della nuova Casa di Comunità hub inaugurata ufficialmente il 28 ottobre 2022.

La prima fase di sviluppo del modello ha avuto luogo con l’analisi dei flussi delle schede di accesso ai 4 Pronto Soccorso aziendali durante l’anno 2022, circoscrivendo il campo ai soggetti residenti all’interno dei 6 comuni di competenza del Distretto, ottenendo un primo campione di 9.126 persone distinte per le quali si registrano 13.212 accessi e, distribuendole per numero di accessi, si evince che i soggetti che hanno effettuato in un anno più di 3 accessi risultano 780, con 3.047 accessi totali effettuati: il 9% delle persone genera il 23% degli accessi.

Questo dato alimenta la necessità di analizzare i motivi per cui è avvenuto l’accesso, valutando se questo bisogno di salute possa effettivamente essere soddisfatto attraverso l’assistenza territoriale, al fine di ridurre il carico sul Pronto Soccorso.

La discriminante utilizzata per valutare la presa in carico da parte del territorio diviene l’eventuale appartenenza della diagnosi principale rilevata nell’accesso al Pronto Soccorso al gruppo delle 62 patologie croniche individuate da regione Lombardia attraverso l’elenco contenuto nella DGR n. 6164 del 30.01.2017. Viene così individuata una coorte sulla quale riporre maggiore attenzione, composta dai soggetti che hanno effettuato 3 o più accessi al Pronto Soccorso durante il corso dell’anno, di cui almeno 1 dovuto ad una patologia cronica; questi prendono la definizione di “frequent users”: 168 persone distinte per un totale di 763 accessi, di cui 239 per una patologia cronica.

Attraverso il codice fiscale dei soggetti è stata effettuata un’indagine all’interno dei database aziendali contenenti informazioni circa i ricoveri e le prestazioni ambulatoriali. È stato inoltre possibile ricavare informazioni su esenzioni e invalidità eventualmente attive sulla coorte di pazienti selezionati. Raggruppando questi dati con le informazioni relative all’accesso al Pronto Soccorso, si ottiene uno strumento multidimensionale che permette di disporre di una visione globale e trasversale sul percorso sanitario del paziente durante il corso dell’anno.

Quantificazione dell’impatto dei frequent users sulle strutture ospedaliere

L’analisi delinea che i 168 individuati, tradotti in un numero complessivo di accessi al Pronto Soccorso pari a 763 durante il 2022, hanno richiesto un impegno temporale di circa 6.700 ore di assistenza, le quali declinate in risorse umane equivalgono all’operato annuale di 4,3 dirigenti medici.

Le diagnosi croniche che caratterizzano tali accessi sono rappresentate principalmente da insufficienza cardiaca, affezioni del sistema circolatorio e psicosi. Dal dato presentato emerge una evidenza oggettiva sui bisogni di salute prioritari per la popolazione di riferimento, delineando una reale opportunità di riorganizzazione in relazione all’offerta del territorio e del presidio ospedaliero di competenza.

Per quanto riguarda i ricoveri ospedalieri, considerando il campione considerato pari a 168 pazienti, per il 64% è stato previsto almeno un episodio di ricovero nel corso del 2022, per un totale di 194 ricoveri totali. Di seguito la distribuzione del numero di ricoveri:

Per gli episodi di ricovero si è registrata una degenza media pari a circa 13 giorni per un complessivo di 2.469 giornate annue totali di degenza, come di seguito illustrato:

2.469 giorni equivalgono in termini pratici a privare l’Ospedale di circa 7,7 posti letto con un tasso di occupazione del 85% (tasso di occupazione pressoché realistico).

131 pazienti (corrispondenti al 78% del campione individuato) hanno usufruito di almeno una prestazione di specialistica ambulatoriale nel corso del 2022 per un totale complessivo di 957 prestazioni, le quali moltiplicate per il tempo medio standard della prestazione corrispondono a 352 ore di attività, l’equivalente di 53 ambulatori da 6 ore.

In ultima istanza, andando ad esaminare il campione dei 168 “frequent users” individuato nella metà dell’anno successivo, ovvero il 2023, si riscontrano 40 deceduti; dei 128 pazienti restanti risultano 318 le esenzioni associate, 56 le invalidità attive, tra cui il diabete mellito e l’ipertensione essenziale, ma solamente per due pazienti è stato attivato un Piano Assistenziale Individualizzato, come illustrato di seguito:

Conclusioni e sviluppi futuri

Alla luce delle evidenze presentate, si conferma che il rafforzamento del territorio può avere un impatto positivo sulla gestione delle cure mediche. Tuttavia, l’efficacia di tali modelli organizzativi dipende da diversi fattori, soprattutto considerando le notevoli carenze di personale.

La Legge Regionale n. 23/2015 in Lombardia offre un’opportunità per ridefinire una rete di servizi che tenga conto dei princìpi di personalizzazione e differenziazione, evolvendo il sistema attuale verso un approccio proattivo che si concentri sulla presa in carico di diverse fasce di utenti in base alle loro specifiche esigenze di cura e assistenza.

Per migliorare la risposta sanitaria, è quindi fondamentale analizzare non solo il codice colore, ma anche le condizioni sociali e socio-assistenziali dei pazienti che accedono ai Pronto Soccorso a livello nazionale, regionale e locale. Sarebbe anche utile indagare sulle determinanti sia sanitarie che non sanitarie dell’accesso meno urgente.

Inoltre, è importante comprendere il percorso tipico del paziente prima e dopo la presa in carico, valutare il numero di accessi ripetuti e identificare i gruppi di pazienti a cui tali accessi corrispondono.

L’approccio proattivo basato su una rete di servizi territoriali ben organizzata può fornire una migliore risposta sanitaria, ma è fondamentale sfruttare al meglio le informazioni disponibili

Le informazioni necessarie per fare queste elaborazioni sono per la maggior parte già presenti all’interno dei sistemi informativi del servizio sanitario nazionale, ma devono essere rielaborate, magari utilizzando anche algoritmi elaborati o sistemi di Artificial Intelligence, e calare in ogni singolo contesto territoriale. In questo modo sarà possibile identificare e gestire le emergenze prevedibili ed evitabili.

Con il supporto delle nuove risorse territoriali, si crea l’opportunità di coinvolgere e valorizzare maggiormente i professionisti impegnati nella cura dei pazienti, garantendo un processo di cura completo che soddisfi tutte le esigenze cliniche, assistenziali, sociali e amministrative del paziente stesso. Nell’era digitale attuale, con i rapidi sviluppi della tecnologia, c’è l’opportunità di integrare algoritmi di analisi come quello presentato all’interno dei software aziendali, in modo da ottenere notifiche istantanee quando un paziente soddisfa i requisiti per la presa in carico.

In sintesi, un approccio proattivo che si basa su una rete di servizi territoriali ben organizzata e basata su evidenze può fornire una migliore risposta sanitaria, ma è fondamentale sfruttare al meglio le informazioni disponibili per comprendere e affrontare le diverse sfaccettature del problema degli accessi inappropriati.

Salutequità: ancora insufficiente la copertura di cure palliative e terapia del dolore

Le cure palliative sarebbero necessarie per quasi 600mila persone l’anno (nell’84% dei decessi), ma la copertura risulta ancora insufficiente (secondo i dati del ministero della Salute più recenti circa una persona su 3) anche per i soli pazienti oncologici. E non è un dato che riguarda solo la popolazione anziana: tra i minori solo il 15% di chi ne ha bisogno (circa 30.000) le ottiene.

E c’è anche il dolore cronico, quello con cui le persone fanno i conti a lungo, mesi o anni: in Italia quello “severo” colpisce circa un milione di persone che raddoppiano (due milioni) se si considera il dolore cronico moderato. Il costo medio di un paziente con dolore cronico è di oltre 4.500 euro, con costi diretti per il Servizio Sanitario Nazionale di circa 1.400 euro (quindi su due milioni di individui si parla di quasi 3 miliardi) e altrettanto di costi indiretti (congedi, assenze per malattia ecc.).

Nelle cure palliative e terapia del dolore l’Italia ha un primato: è stata la prima in Europa a varare una legge-quadro (la 38/2010) per riconoscere il diritto alla misurazione e al trattamento del dolore, al trattamento delle sofferenze di paziente e familiari, alla formazione dei professionisti e a un’organizzazione secondo reti cliniche.

Ma le buone notizie sono affiancate da tante ombre. L’ultima relazione al Parlamento, che doveva essere annuale, risale al 31 gennaio 2019 e si riferisce all’intervallo di tempo 2015-2017, con un “vuoto” di rendicontazione di 6 anni rispetto allo stato dell’arte, agli sviluppi della legge quadro, alla capacità di garantire ai pazienti e alle loro famiglie il diritto a non soffrire inutilmente.

Per questo Salutequità, attraverso il suo Osservatorio,  vuole riportare l’attenzione sul tema che incrocia un interesse sensibile per i diritti dei pazienti così come per la qualità, l’efficienza e l’efficacia del SSN.

Dall’emanazione della legge si sono succedute una serie di norme tra cui la più recente legge di Bilancio del 2023 che ha definito un traguardo importante e non più procrastinabile: entro il 2028 le cure palliative dovranno raggiungere il 90% delle persone che ne hanno bisogno, ma la Corte dei Conti sottolinea come nel 2021 (ultimi dati disponibili) sia “ancora fortemente insufficiente l’assistenza prestata ai malati di tumore attraverso la rete delle cure palliative: appena 5 regioni, tutte del Centro-Nord, sono state in grado di garantire un livello adeguato; tra le regioni meridionali, solo la Puglia con una percentuale del 34,3 si avvicina alla soglia minima richiesta (35 per cento)”. I dati di Italialongeva riportano che nel 2022 solo una persona su tre deceduta per tumore, precisamente il 36%, aveva ricevuto assistenza di cure palliative: 61 mila persone.

I dati sulle cure palliative pediatriche commenta Tonino Aceti, presidente di Salutequitàsono irricevibili per un SSN che dichiara di mettere al centro l’umanizzazione dell’assistenza. Su un fatto così grave, dopo l’acquisizione del dato ci aspettiamo interventi concreti e risolutivi in tempi brevi, perché quelle famiglie tempo da perdere non ne hanno”.

“Dobbiamo recuperare terreno – aggiunge – sul fronte dell’offerta e adeguarla ai bisogni reali della popolazione. Questo vale sia per la terapia del dolore, che rischia di essere un diritto per chi vive al nord, come mostra la distribuzione dei centri e l’uso dei farmaci; sia per le cure palliative, dove ancora oggi misuriamo l’andamento considerando l’assistenza offerta ai soli pazienti oncologici. Ma stando a stime europee, rappresentano solo il 40% delle persone adulte che avrebbero necessità di cure palliative. Il restante 60% di chi ne ha bisogno è affetto da patologie croniche degenerative non oncologiche (dalle malattie cardiovascolari al Parkinson). E ad oggi non sono oggetto di valutazione nel Nuovo Sistema di Garanzia dei livelli essenziali di assistenza: in altre parole non è parametro di valutazione delle performance delle Regioni nella loro capacità di garantire i LEA”.

La “rete” nelle Regioni

Tutte le Regioni avrebbero dovuto realizzare la Rete di cure palliative, secondo quanto previsto dalla legge 38/2010, ma a distanza di 13 anni due regioni a dicembre 2021, secondo le rilevazioni Agenas non avevano l’avevano istituita: Abruzzo e Marche. Tutte le reti esistenti dichiarano di prendere in carico pazienti oncologici e non oncologici; 14 non avevano attivato la procedura di accreditamento.

La situazione è sensibilmente peggiore per le cure palliative pediatriche, che non risultava istituita in otto Regioni: Abruzzo, Calabria, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna, Umbria, Valle d’Aosta.

Per la terapia del dolore invece, in assenza di dati istituzionali, viene in soccorso il censimento SIAARTI che nel 2021 ha rilevato 305 centri di terapia del dolore non oncologico, anch’essi collocati in modo eterogeneo sul territorio: 164 al Nord, 64 al Centro e 77 al Sud.

Non va meglio anche su altri due fronti essenziali per l’applicazione della legge.

Reti cure palliative formalmente istituite ed elementi di funzionamento
RegioneRete cure palliativeRete CP pediatricaOrganismo coord.reg.attivazione piattaforma informativa
AbruzzoNoNonoNo
BasilicataSiSinoSi
CalabriaSiNosiNo
CampaniaSiSisiNo
Emilia-RomagnaSiSisiSi
Friuli-Venezia GiuliaSisisiNo
LazioSinosiNo
LiguriaSisisiNo
LombardiaSisisiSi
MarcheNo*nonoNo
MoliseSisinoNo
P.A. BolzanoSisinoNo
P.A. TrentoSisisiNo
PiemonteSisisiNo
PugliaSinonoSi
SardegnaSinosiNo
SiciliaSisisiNo
ToscanaSisisiSi
UmbriaSinonoNo
Valle d’AostaSinonoNo
VenetoSisisiNo
Fonte: Salutequità su dati Agenas, 2021

Formazione del personale e uso dei farmaci

L’ultima relazione al Parlamento giudicava l’offerta formativa disomogenea sul territorio nazionale -confermata, peraltro, nel 2021 dall’Istruttoria Agenas- con 9 Regioni che non avevano attivato corsi di formazione per i professionisti per le cure palliative. Sul fronte ECM, l’analisi di Salutequità della banca dati Agenas mostra che dal 2019 a oggi l’attenzione e l’aggiornamento professionale sul tema ha avuto una flessione verso il basso: la pandemia ha fatto passare in secondo piano questi aspetti, anche se si colgono segnali di ripresa.

L’utilizzo dei farmaci per il trattamento del dolore mostra, ancora una volta differenze Nord-Sud, che richiederebbero una valutazione omnicomprensiva rispetto all’organizzazione e allo sviluppo delle reti cliniche di riferimento, così come di gap di diagnosi e cura a partire dal dolore cronico non oncologico.

Nel 2022 il Rapporto OsMed dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) evidenzia che il ricorso ai farmaci contro il dolore riguarda prevalentemente il dolore neuropatico (41% delle dosi giornaliere totali in aumento del 4,8% rispetto al 2021). L’uso di questi farmaci si riduce spostandosi da Nord a Sud, dove il consumo è di 6,2 DDD, di circa il 22% inferiori alla media nazionale (7.9); per contro le Regioni del Nord hanno un livello di consumo del 14% superiore (9).

Le regioni nelle quali l’uso dei farmaci contro il dolore (dosi per mille abitanti al giorno) è superiore alla media nazionale sono quasi tutte al nord: Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana. Le regioni in cui l’uso è notevolmente al di sotto tra 5.4 e 5.8 DDD sono: Calabria, Campania, Molise, Sicilia. Colpisce anche che di fronte ad un dolore cronico, metà dei pazienti sia stato trattato per meno di due settimane e oltre un terzo (34%) abbia ricevuto un’unica prescrizione nel corso dell’anno; le Regioni del Sud riportano i livelli più alti di utilizzatori sporadici (37,8%).

Le proposte di Salutequità

Di fronte a una legge dello Stato ancora vigente e oggetto di Accordi Stato-Regioni non può essere e non deve essere applicata parzialmente soprattutto quando in ballo c’è la qualità di vita delle persone e l’efficienza del SSN. Secondo Salutequità, quindi, è indispensabile:

1.               Garantire accountability, facendo il punto aggiornato sulla legge 38/2010 sia sulle cure palliative, sia sulla terapia del dolore. Il prossimo appuntamento da non bucare è dicembre 2023 con l’auspicio che rappresenti il riavvio delle relazioni annuali al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 38/10, anche in vista del raggiungimento del 90% nel 2028 di cure palliative previste nella legge di bilancio 2023.

2.               Colmare le iniquità di accesso agendo sui ritardi nell’attuazione della legge. È urgente adeguare l’offerta assistenziale in termini quantitativi delle cure palliative in età adulta e pediatrica, così come di terapia del dolore al bisogno effettivo della popolazione considerando anche l’andamento demografico ed epidemiologico. È inoltre essenziale colmare le differenze nord-sud e intraregionali, sul consumo dei farmaci appropriati e necessari al trattamento del dolore

3.               Aggiornare gli indicatori LEA del Nuovo Sistema di Garanzia inserendo anche la capacità di assicurare cure palliative e terapia del dolore ai pazienti cronici non oncologici.

4.               Misurare l’assistenza in termini non solo quantitativi, ma anche qualitativi (es. audit clinici indicati da AIFA) 5.               Garantire che il personale che opera tanto in cure palliative, quanto in terapia del dolore abbia sempre una formazione adeguata e specialistica.