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Appropriatezza e disparità nelle cure pediatriche

Identificare criteri condivisi per le dieci patologie più comuni per singola sottospecialità, per tutelare i pazienti e ridurre il cattivo uso delle risorse.

È tra gli obiettivi della Consensus su appropriatezza prescrittiva diagnostica presentata oggi al XXXV Congresso nazionale della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) in corso a Bologna: “È un documento che serve ai pediatri per ridurre le liste d’attesa garantendo un accesso equo alle cure e rivedendo le indicazioni validate dalla letteratura sulla necessità di un approfondimento diagnostico, sull’invio in ospedale e sul numero di visite di controllo per persone e pazienti pediatrici che presentano determinati sintomi”, ha commentato Susanna Esposito, ordinaria di Pediatria dell’Università di Parma e presidentessa della Sipps – sezione Emilia-Romagna.

L’importanza dell’appropriatezza

“Il concetto di appropriatezza – prosegue l’esperta – ha sempre avuto un ruolo fondamentale nel nostro Servizio sanitario nazionale e con il Covid, a seguito dei ritardi nelle visite e delle lunghe liste d’attesa che si sono create, la situazione relativa al tempo richiesto dai pazienti per approfondire eventuali dubbi diagnostici all’interno delle strutture ospedaliere, dunque a seguito dell’invio da parte dei pediatri di famiglia e di chi lavora sul territorio, è diventato un qualcosa di molto problematico, soprattutto per determinate sottospecialità pediatriche”.

Gli esperti hanno esteso l’analisi a tutte le sottospecialità pediatriche e hanno posto tre domande per singola sottospecialità: quando sono indicati esami di laboratorio o radiologici e quali sono quelli indicati a fronte di uno specifico sospetto diagnostico; quando è indicato l’invio in ospedale per visita specialistica e con quale priorità l’invio è indicato (es. U, urgente con invio in PS; B, breve; D, differibile; P, programmabile); quali sono le principali esigenze dal punto di vista formativo.

Gli esperti hanno posto tre domande per singola sottospecialità

In totale sono 26 gli ambiti specialistici considerati: dall’allergologia alla cardiologia, dalla chirurgia alla dermatologia, dall’ematologia ed oncologia all’emergenza-urgenza, dalla ginecologia alla neonatologia, dalla neurologia alla nutrizione, dall’odontoiatria all’ortopedia, dalla pneumologia alla psicologia clinica, solo per citarne alcune. “Abbiamo riportato due tabelle per ognuna di queste singole specialità – ricorda Susanna Esposito – con i principali dieci quesiti diagnostici che arrivano all’attenzione dello specialista e le manifestazioni cliniche per cui ha senso procedere con approfondimenti specialistici”.

Nella Consensus sono riportati gli esami da eseguire.

Le disparità nell’emergenza urgenza pediatrica

In corso in questi giorni anche il XVII Congresso nazionale della Simeup, durante il quale sono stati presentati i risultati preliminari della prima indagine nazionale sulla emergenza-urgenza pediatrica in Italia, condotta da Simeup (la Società italiana di medicina di emergenza urgenza pediatrica) in collaborazione con Società Italiana di Pediatria (Sip) e Sipo, la Società italiana di pediatria ospedaliera.

L’indagine ha coinvolto 252 ospedali di 16 Regioni (deve essere completata nel Piemonte, Lombardia, Sicilia e nelle Province autonome di Bolzano e Trento) e ha mostrato come al Sud e nelle Isole siano disapplicate le linee di indirizzo sul triage ospedaliero che 4 anni fa avevano previsto il passaggio da 4 a 5 colori e spazi per bambini separati da quelli degli adulti.

Dall’indagine emerge una forte disparità tra il Nord e il Sud e le isole

Sempre al Sud solo il 35% degli ospedali ha attivato le Osservazioni brevi pediatriche (Obip) che riguardano casi in cui il bambino deve essere tenuto in osservazione per breve tempo senza necessità di ricovero. E ancora: il Mezzogiorno resta penalizzato per presenza di posti letto in Terapia Intensiva Pediatrica. Altro aspetto che genera diseguaglianze nel nostro Paese è che solo il 20% dei Pronto Soccorso Pediatrici e dei reparti di Pediatria accoglie ragazzi sino a 18 anni; in molti casi dopo i 14 anni si finisce insieme agli adulti (abbiamo parlato di questi aspetti anche su Igea, la rassegna stampa settimanale di TrendSanità).

Fondamentale la valorizzazione e la gratificazione del pediatra di emergenza-urgenza, con la sua formazione e  le sue peculiarità specialistiche sia nella cura del bambino critico con patologia acuta sia nel bambino con riacutizzazioni di patologie croniche che colpiscono ormai il 18% della popolazione pediatrica.

“Oggi purtroppo assistiamo su tutto il territorio nazionale alla fuga dei medici dai Pronto Soccorso – afferma Stefania Zampogna, presidente di Simeup – Basta pensare che all’ultimo concorso di specializzazione sono stati assegnati un quarto dei posti banditi. Turni massacranti, stipendi inferiori rispetto a quelli dei colleghi europei, maggiore attrattività del territorio sono le cause di questa ‘crisi di vocazione’.

A cui si aggiunge il fenomeno delle aggressioni indiscutibilmente in crescita dopo il Covid e che vede proprio i medici dei Pronto Soccorso i più esposti, bersaglio del disagio e dell’insoddisfazione più facile da colpire”.

Case di Comunità, il punto di vista del sindacato nazionale dei medici di base

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Secondo le indicazioni contenute nel PNRR, le Case di Comunità dovrebbero diventare il vero motore di un cambiamento profondo nelle dinamiche sanitarie regionali e nazionali. Quello auspicato è un cambiamento dal basso che entro i prossimi due anni (nel 2026) dovrebbe portare all’apertura di 1.350 strutture in tutta Italia aperte 24 ore al giorno.

Nelle strutture ad oggi aperte, i medici di famiglia sono presenti solo nel 6,5% dei casi

Ospedali in miniatura, in cui trovare accesso alle cure mediche e infermieristiche di base ad orario continuato, con la presenza degli specialisti. Un unico luogo, prossimo al cittadino, in cui chi ha bisogno di cure e assistenza medica possa trovare vicino alla propria abitazione il medico di medicina generale, lo specialista e l’infermiere di comunità (la nuova e importantissima figura introdotta dal Pnrr). Ma nelle strutture ad oggi aperte, circa il 13% del totale, i medici di famiglia sono presenti solo nel 6,5% dei casi.

Ne abbiamo discusso con Alessandro Dabbene, vice segretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg), che ha esposto il punto di vista del sindacato su come queste strutture di nuova apertura dovrebbero effettivamente funzionare dal punto di vista dei medici di famiglia.

I medici di famiglia assenti in una struttura su due

L’idea, da un lato, è che il cittadino risparmi tempo e spostamenti, recandosi in un unico centro a pochi chilometri da casa. Dall’altro lato il motivo per cui stanno aprendo le Case di Comunità ha a che fare con la necessità che il paziente che non presenta una patologia acuta o il malato cronico con una terapia già definita eviti di recarsi al pronto soccorso o in ospedale, se non è strettamente urgente, ogni volta in cui la prestazione può essere erogata da una struttura più indicata al tipo di trattamento richiesto.

Va quindi da sé che la rivoluzione sanitaria territoriale, sulla carta, è bastata sia sul risparmio delle risorse che sulla volontà di mettere in pratica più efficacemente il concetto di “presa in carico”, rendendo possibile un dialogo fra le varie figure sanitarie, in particolare quello fra medico di base e specialisti.

Considerando però la presenza dei medici di base nelle Case di Comunità, le cose non sembrano andare in questa direzione: il report tracciato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) sull’apertura e lo sviluppo delle Case di Comunità in Italia mostra come i medici siano presenti solo nel 54% delle strutture già aperte in tutta Italia, poco più del 13% del totale che dovrà aprire entro il 2026.

Ciò significa che solo il 6,5% delle strutture aperte ha al suo interno un medico di medicina generale. E se la presenza in sé non basta, basti pensare che in una regione “sanitariamente virtuosa” come la Lombardia, i medici di famiglia collaborano fra loro per garantire una maggior copertura oraria dei servizi solo in 10 casi su 70.

“Un maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale non passa solo dalla presenza nelle Case di Comunità – ha spiegato Dabbene –: In primis perché non è mai stata formalmente decisa né normata all’interno delle strutture. Abbiamo solo una indicazione di massima nel DM77 e nel PNRR ma è facilmente intuibile che la risposta alla prossimità non possa essere quella di compattare tutti gli ambulatori dei medici di base in poche strutture, centralizzando un servizio che deve essere invece sparso capillarmente su tutto il territorio”.

La Casa di Comunità, da punto di riferimento a servizio in più

Il sindacato dei medici non ha dubbi: serviranno più risorse per capire come allocare nelle Case di Comunità i medici di base che dovranno continuare a svolgere il lavoro nel proprio ambulatorio, parallelamente alle ore in più che andranno a svolgere nelle nuove strutture.

“È stato creato prima il contenitore del contenuto – ha aggiunto Dabbene –. Tranne nei pochi casi in cui c’è stata la volontà individuale di alcuni medici di famiglia di trasferire totalmente il proprio studio all’interno delle Case di Comunità, non è pensabile chiedere a tutti i medici di famiglia di lasciare i propri ambulatori, licenziare il personale di segreteria che ci lavora, e trasferirsi lontano dai propri assistiti”.

Da sempre la Fimmg sostiene che “la Casa di Comunità debba avere una funzione di integrazione, per fare da filtro fra i propri studi e gli ospedali. La mancanza di fondi in più ha fatto sì che la presenza dei medici di famiglia sia ancora minoritaria e resti il frutto di una scelta individuale. Entro il 2026 bisognerà arrivare ad una soluzione collettiva più definita”.

Il divario fra generalisti e specialisti

La Casa di Comunità idealmente nasce anche come luogo in cui azzerare il gap fra medici generalisti e specialisti. Il paziente, recandosi in un luogo solo, può accedere a una migliore cura se le prescrizioni del medico di base possono essere direttamente discusse con medici specialisti direttamente presenti nella struttura.

Così come il dialogo fra medico di famiglia e infermiere di comunità che accoglie il paziente in struttura consente di alleggerire i clinici da tutte le prestazioni per cui non serva obbligatoriamente una figura medica. Inoltre, la necessità dei pazienti di recarsi al pronto soccorso ogni qual volta una richiesta di controllo urgente non si possa conciliare con l’orario o il giorno di lavoro del proprio curante possono essere prese in carico dagli altri medici di base se, come indicato nel Pnrr, si crea un lavoro di gruppo fra gli studi professionali per la presa in carico collettiva dei pazienti.

Un luogo solo in cui azzerare il gap tra medici generalisti e specialisti

“Secondo noi la soluzione è da cercare più nelle nuove tecnologie e nella telemedicina che non nella presenza fisica”, ha detto il vice segretario della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, da anni impegnato personalmente in un progetto di “gestione integrata del diabete” che prevede visite a tre con medico di famiglia e specialista nello studio del medico di base, senza che sia il paziente a doversi spostare.

“In Spagna sono in corso sperimentazioni che prevedono che sia lo specialista ad andare nello studio del medico di base a visitare il paziente – ha proseguito Dabbene –. Insomma, le soluzioni possono essere molte e non passano necessariamente da un raccordo organizzativo ma soprattutto da uno funzionale”.

L’accordo fra i medici di base è già legge

“Il problema dell’aggregazione territoriale fra gli studi dei medici di base è già stato risolto con la legge del 2012 siglata dal Ministro Renato Balduzzi nell’allora governo di Mario Monti – ha spiegato Dabbene –: poi tutto si è fermato fino alla firma dell’accordo fra i sindacati dei medici di medicina generale con le Regioni nel 2022 in cui è stata definita l’Aggregazione Funzionale Territoriale, atta a garantire l’assistenza dei medici di basi sia di giorno che di notte, 7 giorni su 7, con una organizzazione che raggruppa gli studi medici che lavorano ogni 30 mila abitanti”.

Menzionando l’accordo fra medici di famiglia e Regioni, il vice nazionale di Fimmg ha sottolineato come questo sia la prova del fatto che non saranno le Case di Comunità a risolvere il problema di una maggior copertura sanitaria della medicina di base, che risultano essere quindi un di più che, da questo punto di vista, deve ancora trovare una sua diretta collocazione.

“Attualmente non vi è alcuna norma che obblighi o incoraggi i medici di famiglia a spostarsi dai propri studi professionali agli ambulatori delle Case di Comunità – ha concluso Dabbene –. I medici di base vogliono restare quello che sono, liberi professionisti convenzionati che in quanto tali possono decidere di lavorare con autonomia e senza essere inquadrati in una struttura al pari di altro personale subordinato”.

Un ponte verso il futuro delle malattie croniche intestinali

Cure più efficaci, sicurezza dei trattamenti e multidisciplinarietà. Negli ultimi anni la diagnosi e la terapia delle malattie infiammatorie croniche intestinali (Ibd) sono state oggetto di una importante evoluzione, ma nei prossimi anni la gestione di queste patologie verrà completamente rivoluzionata. Al XIV Congresso Nazionale dell’Italian Group For The Study Of Inflammatory Bowel Disease (Ig-Ibd), in programma a Riccione dal 30 novembre al 2 dicembre, saranno illustrati i risultati degli studi più recenti per la cura e la gestione delle patologie. Qui si può accedere al programma completo.

“‘A bridge to the future’ è il titolo che abbiamo scelto per il Congresso, in riferimento al ponte che IG-IBD ha voluto creare con le diverse società scientifiche e le associazioni dei pazienti per migliorare la presa in carico globale: la transizione dal paziente pediatrico e la gestione del paziente con comorbidità immunologiche rappresentano due esempi di successo”, spiega Flavio Caprioli, segretario Generale di Igibd.

Consensus con i reumatologi

Una delle novità presentate al Congresso è il documento di Consensus Delphi, realizzato da Ig-Ibd insieme alla Società italiana di Reumatologia (Sir), per la cura delle persone affette da malattie infiammatorie croniche intestinali associate ad una patologia reumatologica. Questo documento raccoglie raccomandazioni pratiche relative all’invio precoce del paziente al collega specialista, e alla gestione condivisa delle terapie, alcune delle quali in grado di trattare entrambe le problematiche.  

Le malattie infiammatorie croniche intestinali – sottolinea Caprioli -si associano talora a patologie articolari, e questa condizione aumenta la difficoltà di trattamento dei pazienti. Sempre più si rende necessaria quindi una collaborazione a livello multidisciplinare. La Consensus Delphi, prodotta da un lavoro condiviso e paritetico fra rappresentanti Ig-Ibd e Sir, ha conferito un significato istituzionale alla collaborazione fra le società scientifiche di riferimento in Italia per le due condizioni, pur mantenendo un’elevata utilità pratica”

Dieta di esclusione 

Tra le tematiche al centro del Congresso, vi è la modulazione della dieta per i pazienti che avrà, fra i relatori, anche Maria Teresa Abreu, esperta internazionale, Direttrice del Centro per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali dell’Università di Miami e Presidente eletta dell’American Gastroenterological Association (Aga). Il concetto della dieta nelle malattie infiammatorie croniche intestinali è stato negli ultimi anni rivoluzionato: si è passati da una dieta restrittiva, con l’obiettivo di ridurre i sintomi o il rischio di ostruzione del transito, a un nuovo concetto di alimentazione, in grado di modulare la flora batterica intestinale in senso antinfiammatorio, per arrivare alla sperimentazione di alcune diete di esclusione per la malattia di Crohn nel paziente adulto. 

“Nella gestione della dieta – commenta il Segretario Generale Ig-Ibd – si è passati dal concetto della malnutrizione a quello del controllo dell’infiammazione. È una novità importante, mutuata in parte dall’esperienza pediatrica, che inizia a mostrare dei vantaggi anche in età adulta”.

Rischi-benefici

La gestione del paziente affetto da rettocolite ulcerosa o da malattia di Crohn deve basarsi su un adeguato rapporto fra beneficio e rischio, soprattutto nel trattamento della patologia mediante i farmaci immunomodulanti, oggi sempre più numerosi e diffusi. 

“Durante la sessione dedicata al tema – anticipa Caprioli – parleremo della possibilità che le terapie immunomodulatorie prescritte per le Ibd di determinare un’infiammazione paradossa in altri apparati. La gestione degli effetti paradossi è talora di difficile gestione: è possibile l’uso di terapie di combinazione, ma in alcuni casi, può essere necessario sospendere il trattamento”.

Collaborazione con i pazienti

Nella cura quotidiana delle malattie infiammatorie croniche intestinali,la direzione verso il futuro non verrebbe presa senza la collaborazione con l’associazione dei pazienti.

Per quanto riguarda il coinvolgimento dei pazienti e la visione futura nella gestione delle malattie infiammatorie croniche intestinali, è importante lavorare a stretto contatto con Ig-Ibd – dichiara Valentina Ferracuti, Presidente di Amici Italia – La voce dei pazienti è fondamentale per definire le migliori strategie di gestione delle Ibd, e il nostro impegno è quello di garantire che le esigenze e le prospettive siano sempre al centro di ogni decisione e iniziativa. Insieme, possiamo costruire un futuro migliore per tutti coloro che vivono con queste patologie. In questo contesto, la digitalizzazione riveste un ruolo fondamentale per migliorare l’accesso alle informazioni, la condivisione di esperienze e la promozione della ricerca. È essenziale che le istituzioni siano al nostro fianco in questo percorso che rappresenta un passo importante per garantire una migliore qualità di vita ai pazienti affetti da Ibd e per promuovere politiche che rispondano alle loro esigenze, garantendo la sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale.”

Realtà virtuale per la riabilitazione dei pazienti emofilici all’Ospedale Maggiore di Parma

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È ormai da qualche anno che dispositivi per la realtà virtuale o la realtà aumentata sono stati introdotti in ambito sanitario, a vantaggio sia dei medici sia dei pazienti. Un tipo di digital health, la realtà virtuale per la riabilitazione dei pazienti emofilici, che si è concretizzata per le persone affette da questa patologia genetica che fanno riferimento al Centro hub dell’Ospedale Maggiore di Parma.

Così l’Associazione Volontariato Emofilici e Similemofilici (A.V.E.S.),costituta nel 1982, ha donato alla struttura ospedaliera ad alta specializzazione della città emiliana una speciale attrezzatura per un programma riabilitativo fondato sul controllo di postura, movimento e percezione di sé.

“Grazie ad un nostro progetto premiato dalla Fondazione Roche e ad un contributo dell’associazione Parma Palatina, abbiamo realizzato questa donazione nell’ottica del raggiungimento del pieno benessere psico-fisico del paziente emofilico, sia nella prevenzione sia nel recupero funzionale post traumatico o post chirurgico. Consci che la riabilitazione e la prevenzione permettono di migliorare le condizioni fisiche e la resistenza alle sollecitazioni esterne”, le parole di Luca Montagna, presidente di A.V.E.S. Parma.

Il sistema è una vera palestra di ultima generazione con uno specchio digitale in grado di valutare forza, movimento ed equilibrio in tempo reale

Sistema tecnologico all’avanguardia per la riabilitazione dei pazienti emofilici, in grado di effettuare valutazioni su postura, allineamento del corpo e deficit percettivo (propiocettivo) di persone con disabilità semplici e complesse, questo strumento non è un gioco virtuale ma una vera e propria palestra di ultima generazione che si compone di una sorta di specchio digitale ad alta tecnologia in grado di valutare forza, movimento ed equilibrio in tempo reale, attraverso telecamere 3D, nonché di una piattaforma dotata di sensori. Con il rilevante vantaggio di stimare e rivedere in maniera dettagliata i parametri di movimento del paziente e monitorare l’andamento della fisioterapia.

A ciò si aggiunge un insieme di strumenti e attrezzi per specifici esercizi e un ecografo di ultima generazione per gli approfondimenti diagnostici e le terapie infiltrative mirate.

Da qui l’opportunità – precisa Cosimo Costantino, direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina Fisica e Riabilitativa, coordinatore del Corso di Laurea in Fisioterapia, direttore della SSD Riabilitazione Ambulatoriale e Ortogeriatrica presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma – “di elaborare un programma riabilitativo personalizzato ottenendo risultati clinici e funzionali altrimenti non raggiungibili, per i pazienti emofilici e anche per i pazienti complessi del Maggiore”.

Educare i pazienti a gestire al meglio la patologia

L’attività, dunque, si svolgerà presso la struttura di Riabilitazione Ambulatoriale e Ortogeriatrica del dipartimento Geriatrico-riabilitativo, guidata dal professor Costantino, che collabora con il Centro hub Emofilia e Malattie Emorragiche Congenite (Dipartimento Medicina generale e specialistica) dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma guidato da Annarita Tagliaferri e riconosciuto a livello internazionale. Qui i pazienti potranno eseguire una valutazione fisiatrica preparatoria all’attività e, subito dopo, un percorso di riabilitazione funzionale.

A causa dei ricorrenti emartri ed ematomi, i pazienti emofilici presentano una postura scorretta e problematiche della colonna vertebrale

Spiega Costantino: “La Struttura semplice dipartimentale definisce sulla base delle evidenze scientifiche le procedure di presa in carico dei pazienti e la progettazione di specifici percorsi riabilitativi intraospedalieri e ambulatoriali, condivisi con tutte le figure professionali e finalizzati al raggiungimento delle migliori condizioni possibili sul piano fisico, psichico e sociale per consentire al paziente il massimo grado di autonomia”. Quindi prosegue: “I pazienti, che accedono alla Struttura semplice dipartimentale provengono dalle diverse unità operative aziendali e dalle visite ambulatoriali specialistiche come quelle emofiliche, saranno trattati sulla base della valutazione fisiatrica e di una relazione specialistica dettagliata comprensiva delle terapie in atto e degli obiettivi del programma riabilitativo”.

Parole a cui fanno eco quelle di Tagliaferri: “I pazienti affetti da emofilia grave/moderata e i lievi in età pediatrica eseguono una volta all’anno un check-up multidisciplinare, organizzato dalla Struttura semplice dipartimentale del Centro hub Emofilia e Malattie Emorragiche Congenite, che comprende visita ematologica, fisiatrica e odontoiatrica. Durante la visita fisiatrica di check-up viene eseguito un monitoraggio dello stato muscolo-scheletrico utilizzando uno specifico score internazionale. E ancora, vengono valutate le problematiche del paziente e decisi gli approfondimenti diagnostici per gli interventi riabilitativi”.

Un intervento rilevante, dunque, che al suo interno custodisce “il valore dell’approccio globale alla malattia per il benessere complessivo del paziente”, rimarca Massimo Fabi, direttore generale dell’Ospedale Maggiore.

Realtà virtuale a sostegno dei pazienti emofilici

A oggi si calcola che al mondo soffrano di emofilia quasi 400mila persone (circa 4mila solo in Italia). Secondo l’ultimo report “Registro Nazionale Coagulopatie Congenite. Rapporto 2020” dell’Istituto Superiore di Sanità – in cui vengono riportati dati della “Sezione anagrafica” aggiornati all’anno 2022 e dati sui trattamenti aggiornati all’anno 2020 –, i pazienti sono in totale 9.784: il 30,1% con emofilia A, 28,6% con malattia di von Willebrand, 7,2% con emofilia B e 34,1% con carenze di altri fattori.

Va da sé che il contributo di A.V.E.S. Parma “ha permesso di arricchire le nostre opportunità di prevenire le complicanze muscolo-scheletriche della malattia, in particolare per i nostri giovani pazienti – riprende Tagliaferri – al pari del miglioramento della gestione delle problematiche tipiche dei pazienti emofilici adulti”.

Ogni azione fornisce un biofeedback immediato e la performance viene analizzata in real time secondo precisi parametri

Entrando nel dettaglio, la tecnologia in uso nella struttura di Parma è un sistema di realtà virtuale, che attraverso una telecamera 3D e una piattaforma baropodometrica e stabilometrica, riconosce in tempo reale fino a 16 articolazioni del corpo e ogni movimento effettuato dalle stesse”, illustra Costantino, “ogni azione  fornisce un biofeedback immediato e permette di eseguire ogni gesto motorio col massimo controllo, analizzando in real time la performance secondo precisi parametri. Grazie a tale palestra di ultima generazione è possibile eseguire esercizi e programmi specifici per la postura, l’allenamento funzionale, l’equilibrio e la forza”.

Una tecnologia a scopo di prevenzione primaria e secondaria delle problematiche posturali, articolari e della colonna vertebrale, il cui utilizzo nasce dalla valutazione dei pazienti emofilici che – a causa dei ricorrenti emartri ed ematomi – presentano una postura scorretta e nel tempo problematiche della colonna vertebrale.

Saranno programmate sedute riabilitative e posturali personalizzate e i pazienti verranno istruiti ad eseguire successivamente esercizi di mantenimento a domicilio. Già posto nelle valutazioni fisiatriche dei pazienti emofilici, questo percorso vedrà i suoi candidati inseriti in una lista di trattamento, per poi essere presi in carico dalla Struttura semplice dipartimentale Riabilitazione Ambulatoriale e Ortogeriatrica”, riconosce ancora il professor Costantino. Chiosando: “Si tratta di un progetto pilota italiano che potrà essere fonte di ricerche e conoscenze sugli aspetti finora poco trattati ed evidenziati nei pazienti emofilici. Un protocollo, quello elaborato ad hoc per tali pazienti, che potrà essere proposto anche ad altre patologie disabilitanti”.

Report Meridiano sanità: servono investimenti in prevenzione e innovazione

È stato presentato oggi a Roma il rapportoMeridiano Sanità” realizzato da The European House – Ambrosetti dal titolo “Prevenzione e innovazione per l’evoluzione sostenibile del sistema sanitario e la crescita economica dell’Italia”.

Il report riprende i pilastri su cui fondare l’evoluzione del nostro Ssn per migliorare la salute e qualità di vita dei cittadini e ridurre il burden delle malattie trasmissibili e non trasmissibili rendendo quindi sostenibile il sistema sanitario non solo dal punto di vista economico e organizzativo. La cornice di riferimento è sempre la situazione socio-economica e la struttura demografica dell’Italia, già discussa nella prima giornata dei lavori che ha portato a riflessioni di tipo economico ma anche di programmazione di modelli di presa in carico con il Ministro della Salute Orazio Schillaci.

A fronte di una limitatezza di risorse pubbliche, il nostro Paese vive una trasformazione demografica particolarmente accelerata, con quasi un quarto della popolazione anziana, accompagnata dall’aumento delle cronicità – quasi 9 italiani over-75 su 10 hanno una patologia cronica – e delle disabilità, fortemente impattanti sulla spesa sanitaria.

L’importanza degli stili di vita

La perdita di produttività legata agli stili di vita scorretti degli italiani costa ogni anno circa 93 miliardi di euro. Il fumo si conferma il fattore di rischio modificabile con il maggiore impatto economico in termini di perdita di produttività (oltre 60 miliardi di euro).

Interventi trasversali sui comportamenti e stili di vita, riducendo i fattori di rischio, possono avere benefici sia sull’aspettativa di vita dei cittadini sia sui costi sanitari legati poi allo sviluppo di alcune malattie, e permetterebbero di liberare risorse fino a 25 miliardi di euro in termini di recupero di produttività, che potrebbero essere dedicati al miglioramento della qualità dei servizi offerti.

Parallelamente all’aumento dell’età media, negli anni è aumentato l’impatto dei fattori di rischio modificabili, cioè legati a comportamenti e stili di vita, in primis fumo, alcol, cattiva alimentazione e sedentarietà. Dagli ultimi dati disponibili sono 1,1 milioni gli anni vissuti in disabilità (Years Lived with Disability, YLD) dai cittadini italiani dovuti a comportamenti e stili di vita scorretti, che, aggiunti agli anni vissuti con disabilità per cause metaboliche, come ipertensione e ipercolesterolemia, raggiungono i 2,2 milioni.

A questi fattori sono collegati inoltre 200.000 delle morti per malattie non trasmissibili, a cui si aggiungono quelle correlate ai fattori di rischio ambientali, come l’inquinamento e i cambiamenti climatici.

In questo quadro destinato a peggiorare nel prossimo futuro – dichiara Daniela Bianco, Partner e Responsabile dell’Area Healthcare di The European House – Ambrosetti – si deve cambiare il paradigma della sanità, da un modello reattivo a un modello proattivo, che parte dalla prevenzione. Si deve agire sui comportamenti dei cittadini, sin dai primi anni di vita, intervenendo su abitudini e stili di vita e promuovendo tutti gli strumenti di immunizzazione e diagnosi precoce. La prevenzione deve essere riconosciuta come un investimento e non come una spesa, intervenendo anche sulle modalità della contabilizzazione internazionali”.

Prioritario investire in prevenzione e ricerca

Orazio Schillaci

“Credo fortemente in una stretta collaborazione tra Ministero della Salute e Regioni per dare piena attuazione all’art.32 della Costituzione e fare in modo che i cittadini possano contare su di un servizio sanitario nazionale all’altezza – ha affermato il Ministro della Salute Orazio Schillaci – Investire nella prevenzione e nella ricerca è quanto di meglio possiamo fare ed anche in questo senso è fondamentale una piena sinergia tra tutti gli attori che si occupano di sanità. Abbiamo molte sfide davanti a noi, prima tra tutte quella demografica perché la popolazione invecchia e dobbiamo gestire tanti pazienti con molte cronicità. Da questo punto di vista l’innovazione è fondamentale perché porta dei costi ma è necessario investire su di essa, ad esempio, puntando ad una vera trasformazione digitale. Il Ssn deve infatti recuperare efficienza in tanti processi anche se resta tra i migliori al mondo”.

Il ministro ha aggiunto che “stiamo puntando anche sui fondi Pnrr per potenziare l’assistenza sanitaria e riorganizzare il sistema sanitario che è un pò ingolfato e le cui debolezze sono emerse durante il periodo pandemico. Infatti, oltre ad avere più risorse bisogna spenderle bene e devono andare veramente a favore dei cittadini, soprattutto dei più deboli. Il nostro obiettivo è quello di rendere il nostro Ssn al passo con i tempi e dotato di personale motivato e orgoglioso di lavorarci. Abbiamo aumentato le risorse del Fondo sanitario nazionale ma ci sono tante situazioni che vanno migliorate e da qui l’impegno nella legge finanziaria per il rinnovo del contratto. È opportuno aumentare i fondi per la prevenzione e fare in modo che quelli previsti siano spesi bene. Dobbiamo migliorare il tasso di adesione ai programmi di screening perché la diagnosi precoce è essenziale per gestire al meglio le patologie. Altro elemento centrale nella prevenzione sono i vaccini: ogni euro investito nella vaccinazione degli adulti oltre i 50 anni produce 4 euro di risparmio per il Ssn. Tra i tanti fronti sui quali stiamo lavorando c’è la piena attuazione degli investimenti Pnrr relativi alle case di comunità e le attività per ridurre le liste di attesa, problema annoso del nostro sistema sanitario, anche riorganizzando l’attuale sistema di monitoraggio dei tempi”.

L’impatto delle vaccinazioni

La pandemia da Covid-19, anche per la crescita dell’esitazione vaccinale, ha reso ancor più complesso il raggiungimento dei target di copertura vaccinali soprattutto per alcune vaccinazioni quali l’Hpv e le vaccinazioni negli adulti: Herpes Zoster, malattia pneumococcica e Influenza, malattie prevenibili con la vaccinazione, costano complessivamente 664,5 milioni di euro soltanto negli over-65 (61,8% costi diretti e 38,2% costi indiretti, in termini di perdita di produttività).

In base al modello sviluppato da Meridiano Sanità, il costo evitato all’anno zero grazie alla vaccinazione per queste tre patologie degli adulti e dei pazienti oncologici potrebbe variare tra 0,7 e 1,5 miliardi di euro complessivi tra costi diretti e indiretti a seconda della copertura vaccinale raggiunta.

La piena attuazione degli interventi previsti dal nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale, l’aggiornamento continuo del Calendario vaccinale, la realizzazione dell’Anagrafe Vaccinale e la promozione della vaccinazione in tutti i setting assistenziali sono strumenti essenziali per aumentare la protezione dell’individuo e della collettività ma devono essere affiancate da una azione congiunta di comunicazione, crescita culturale dei cittadini e formazione degli operatori sanitari sul valore della prevenzione vaccinale.

L’antimicrobico resistenza

Al centro del dibattito anche la pandemia silente dell’antimicrobico resistenza. Le tradizionali misure di prevenzione e controllo delle infezioni sono, insieme alla ricerca e sviluppo e all’utilizzo appropriato di nuovi antibiotici, vaccini e della diagnostica molecolare innovativa, gli strumenti più efficaci per il contrasto dell’Amr che causa 1,7 milioni di infezioni e circa 22.000 morti nei Paesi europei, di cui il 12% in Italia.

Senza adeguati provvedimenti, nei Paesi in cui si registrano le più alte percentuali di Amr, come l’Italia, si potrebbe raggiungere un livello di resistenza fino al 90% per alcune specifiche infezioni entro il 2035. È stato ricordato inoltre che, soltanto in Europa, le Infezioni Correlate all’Assistenza (Ica), spesso causate dai patogeni multiresistenti, causano ogni anno 16 milioni di giornate aggiuntive di degenza, 37.000 decessi direttamente attribuibili e 110.000 decessi in cui l’infezione è una concausa; le Ica costano al sistema sanitario italiano 783 milioni di euro l’anno di soli costi diretti, di cui 259 milioni di euro sono imputabili alle Ica da batteri resistenti.

Le malattie infettive

In generale, preoccupa anche in Italia la diffusione delle malattie infettive. Dopo 2 anni di pandemia il Covid continua a circolare: dal 9 al 15 novembre si sono registrati 192 decessi con un aumento del 17,8% rispetto alla settimana precedente e la copertura vaccinale per gli per over-60 e i fragili è ferma al 3,12% (meno di 700.000 dosi somministrate).

Non si tratta solo delle infezioni respiratorie ma aumentano le patologie legate all’aumento delle temperature, come quelle trasmesse dalle zanzare; nel 2023 sono stati 332 i casi di febbre del Nilo occidentale, 317 quelli di Dengue di cui 76 autoctoni.

Le malattie non trasmissibili assorbono l’80% della spesa sanitaria

Se il mutato contesto socio-economico e demografico, il cambiamento climatico e dell’ambiente e la globalizzazione hanno contribuito ad aumentare la diffusione delle malattie infettive, le malattie non trasmissibili continuano ad avere il maggior impatto a livello di sistema in termini sanitari ed economici, assorbendo circa l’80% della spesa sanitaria. Nonostante una riduzione della mortalità del 40% negli ultimi 20 anni, le malattie non trasmissibili impattano in maniera sempre più significativa sulla salute degli italiani, causando oggi il 93,3% dei decessi e l’89,5% degli anni vissuti con disabilità: le malattie cardio, cerebro e vascolari sono la prima causa di mortalità, seguite dai tumori e dai disturbi neurologici, mentre le malattie muscoloscheletriche e i disordini mentali sono i primi due gruppi di patologie per anni vissuti in disabilità.

Dalle analisi e riflessioni contenute nel XVIII Rapporto Meridiano Sanità, arricchite dal confronto e dibattito con numerosi expert e stakeholder avvenuti nel corso del 2023, sono emerse 15 linee di azione, riconducibili a 3 ambiti di intervento prioritari per il Paese:

  • 1. Riconoscere e investire sulle attività di promozione della salute e di prevenzione per garantire la sostenibilità della sanità pubblica
  • 2. Accelerare l’evoluzione e il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale per dare risposte concrete alle sfide di salute
  • 3. Aumentare gli investimenti nell’ambito della salute, driver di crescita socio-economica del Paese
  • La XVIII edizione di Meridiano Sanità è stata realizzata con il contributo non condizionante di bioMérieux, GSK, MSD, Pfizer e Sanofi e con il supporto non condizionante di Teva.

Per una nuova organizzazione della Sanità penitenziaria

Le carceri italiane esplodono tra problemi cronici e conseguenze della pandemia. Da una parte vi sono sovraffollamento, mancanza di personale, strutture fatiscenti, difficoltà per il personale medico, psicologi ed infermieri. Dall’altra, nonostante l’impatto della pandemia sia stato contenuto, vi sono le conseguenze psicologiche sui nuovi detenuti, come si evince dai dati su suicidi, uso di stupefacenti, violenza. Da queste esigenze nasce la proposta di un nuovo modello organizzativo da parte della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria – SIMSPe, presentato in occasione del XXIV Congresso Nazionale – Agorà Penitenziaria, in corso a Napoli.

L’incremento dell’uso di stupefacenti e il record di suicidi

Il 2022 è stato anno record per il numero di suicidi (84), mentre nel 2023, a metà novembre, sono già 62 le persone che si sono tolte la vita in carcere, collocando anche quest’anno tra quelli con il dato più elevato. Per quanto riguarda la salute mentale, secondo dati recenti, sono significative le percentuali di coloro che nelle carceri italiane assumono sedativi, ipnotici o stabilizzanti dell’umore, anche se il numero di diagnosi psichiatriche gravi resta limitato. A questo si aggiunge il tema della tossicodipendenza.

“Tra i detenuti riscontriamo un tasso di tossicodipendenza sempre più elevato – sottolinea Antonio Maria Pagano, Presidente SIMSPe, Dirigente medico psichiatra, responsabile Uosd Tutela salute adulti e minori area penale presso l’Asl di Salerno – Si stima che, considerando anche il sommerso, oltre il 60% dei detenuti faccia uso di stupefacenti, mentre prima del Covid non si arrivava al 50%. Purtroppo la frammentazione del sistema impedisce il reperimento di dati scientifici precisi, motivo per cui auspichiamo anche la creazione di un sistema di raccolta e analisi dei dati intersettoriali per velocizzare le risposte. Nel caso della tossicodipendenza, infatti, il fenomeno genera un effetto disinibente che aumenta la violenza, di cui pagano le conseguenze i detenuti stessi, il personale sanitario e la polizia penitenziaria. La stessa tendenza si riscontra anche all’esterno delle mura carcerarie: non a caso, come emerge da una recente indagine della Asl di Salerno tra i minori autori di reato nella provincia, sono aumentati i reati contro le persone e diminuiti quelli contro il patrimonio. In Campania, il problema atavico del sovraffollamento e questa nuova realtà della tossicodipendenza rappresentano emergenze ancora più dilaganti, con dati al di sopra della media nazionale”.

Le nuove unità operative di sanità penitenziaria

Tra le principali difficoltà nella gestione del diritto alla salute nelle carceri italiane, dove ogni anno transitano oltre 100mila persone, vi è una situazione operativa di grande difficoltà e frammentazione sull’intero territorio nazionale. Per questo SIMSPe propone Unità Operative aziendali di Sanità Penitenziaria, dotate di autonomia organizzativa e gestionale, multifunzionali e multiprofessionali e accoglie con favore l’ipotesi di una cabina di regia interministeriale composta da tecnici indicati dal Ministero della salute e dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, come emerso dal recente incontro tra Andrea Ostellari, Sottosegretario di Stato alla Giustizia con delega al Trattamento dei detenuti e alla Giustizia minorile e di comunità, e il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, chiedendone l’integrazione con il ministero del Welfare e l’Anci.

Proposto un Manuale di accreditamento per le strutture sanitarie penitenziarie e l’infermiere di Comunità per la Sanità Penitenziaria

“In Italia, l’assistenza sanitaria penitenziaria non è univoca ed è parcellizzata tra tanti servizi, nonostante rappresenti uno degli ultimi presidi di sanità pubblica – evidenzia Antonio Pagano – Per molti detenuti che provengono da situazioni di svantaggio sociale, infatti, il carcere è il primo contatto con il Ssn. Ma per una sanità penitenziaria efficiente servono Unità Operative aziendali multifunzionali e multiprofessionali cui siano assegnati tutti i professionisti che abbiano esclusivo compito di assistenza nei confronti delle persone private della libertà, dai minori agli adulti, dalle dipendenze alla salute mentale, dall’infettivologia alla medicina legale, dall’odontoiatria all’igiene pubblica, in modo che lavorino in sinergia tra loro e riescano a dare risposte univoche ai bisogni complessi delle persone e alle necessità dell’Autorità Giudiziaria e dell’Amministrazione Penitenziaria. Una cabina di regia interministeriale rappresenta un processo da noi auspicato da anni e ci candidiamo a collaborare sulla base della lunga esperienza maturata in tema di sanità penitenziaria”.

La detenzione come momento chiave per gli screening per Hiv ed epatiti

“I risultati ottenuti in ambito infettivologico sono stati realizzati grazie a importanti progetti come Rose – Rete donne SIMSPe, che ha affrontato le infezioni da Hiv e da epatite C nelle donne detenute – sottolinea Sergio Babudieri, Direttore scientifico SIMSPe – L’Hcv è stato eliminato in diversi penitenziari, mentre gli screening per l’Hiv hanno consentito di avviare i relativi trattamenti. I dati sono significativi: se vent’anni fa in carcere la prevalenza di Hiv era del 20%, oggi è appena l’1% e sono quasi tutti in terapia, riducendo anche il rischio di contagio. Tuttavia, negli ultimi anni abbiamo riscontrato un aumento delle infezioni da Hiv in cui incorre la popolazione migrante una volta giunta sul territorio italiano a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie a cui è costretta. L’auspicio è quello di ottimizzare il momento di detenzione per favorire screening e trattamenti per persone che accedono con maggiore difficoltà ai servizi di cura e assistenza”.

Negli ultimi anni è stato riscontrato un aumento delle infezioni da Hiv nella popolazione migrante a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie

“La realtà penitenziaria rappresenta un setting particolare per intervenire con screening per Hiv, epatite C, tubercolosi su uno dei principali serbatoi di queste patologie – sottolinea Roberto Parrella, vicepresidente della Simit – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, Direttore Uoc Malattie infettive ad indirizzo respiratorio Aorn Ospedali dei Colli “Monaldi-Cotugno-CTO” Napoli – Il momento della detenzione può essere determinante per effettuare screening diffusi, seguiti da immediati avvii al trattamento. Per l’epatite C i nuovi farmaci antivirali consentono di eliminare il virus definitivamente, in poche settimane e senza effetti collaterali. Per l’Hiv i nuovi trattamenti consentono di cronicizzare l’infezione e, se regolarmente assunti, rendono il virus non più rilevabile nel sangue e non trasmissibile, come sintetizzato anche nell’evidenza scientifica U=U, Undetectable=Untransmittable, da cui deriva il concetto di Treatment as Prevention. Pertanto, come già realizzato negli ultimi anni, sono auspicabili attività di screening presso case circondariali e distretti sia come intervento di salute pubblica per la prevenzione di queste patologie infettive che per il riconoscimento di un’equa sanità anche in situazioni di disagio”.

Non decolla la campagna vaccinale anti-Covid

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La campagna vaccinale per contrastare il coronavirus nella stagione invernale 2023-24 non è mai decollata. Doveva trattarsi di una operazione congiunta per somministrare l’antinfluenzale e il richiamo del vaccino anti-Covid19 a chi è in condizioni di fragilità, negli anziani, nelle donne in gravidanza e negli operatori sanitari al fine di prevenire la mortalità, le ospedalizzazioni e le forme più gravi di Covid19. I dati, forniti dal commissario straordinario, mostrano come abbia deciso di fare il nuovo richiamo solo l’11,44% della popolazione italiana, di cui il 35,21% fra la platea di soggetti per cui il vaccino era fortemente indicato perché fragili o personale sanitario.

Le Regioni hanno il compito di far partire le campagne vaccinali che quest’anno hanno coinvolto 40 mila medici di famiglia e 19mila farmacie

Per chi l’ha fatta, la dose di richiamo avrà una durata pari a 12 mesi e potrà avvenire a distanza di almeno 3 mesi dall’ultimo evento, vaccino o infezione che sia.

La priorità è stata data agli over80 ed è proprio con loro che all’inizio di ottobre è iniziata la distribuzione. Il richiamo è consigliato dai medici anche a chi convive con persone in condizione di grave fragilità o età avanzata.

Chi dovrebbe fare il richiamo del vaccino

Le persone alle quali è raccomandato il richiamo sono gli over 60 anni in salute; gli ospiti delle strutture per lungodegenti; le donne in gravidanza o in allattamento; gli operatori sanitari e sociosanitari; gli studenti e le studentesse di medicina, delle professioni sanitarie e sociosanitarie in formazione; le persone dai 6 mesi ai 59 anni di età compresi con elevata fragilità, in quanto affette da patologie o con condizioni che aumentano il rischio di Covid19 grave; i disabili gravi ai sensi della legge 104/1992 art. 3 comma 3.

Per quanto riguarda i bambini, il ciclo primario di vaccinazione è previsto per tutti i soggetti a partire dai 5 anni di età. Per la fascia di età 6 mesi – 4 anni (compresi) il vaccino è raccomandato solo ai bambini che presentano condizioni di fragilità, tali da esporli allo sviluppo di forme più severe di infezione da Sars-Cov2.

Come stanno andando le Regioni

Mentre la terza dose è stata scelta dal 68,82% degli italiani, che quindi risultano complessivamente coperti da un ciclo vaccinale completo nell’85% dei casi, la quarta dose non ha convinto le persone in quasi tutte le Regioni italiane.

Se si guarda al valore assoluto delle vaccinazioni erogate, la Lombardia risulta essere la regione con una platea più alta di vaccinati, ma è solo la quarta in classifica rispetto al numero di quarte dosi erogate ad oggi.

Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana sono le Regioni con le percentuali di adesione più alte.

I numeri più alti, nell’ordine, si trovano in Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana con il 26%, il 24% e il 22% di popolazione che si è vaccinata in autunno.

Nel nord e nel centro Italia la fiducia verso la necessità dei vaccini si conferma più alta, mentre calano drasticamente le adesioni al sud: i numeri più bassi sono in Calabria, dove si è vaccinato solo 7,9%, mentre in Puglia e in Sicilia rispettivamente l’8,3% e l’8,7%.

Le farmacie protagoniste della campagna vaccinale

Con l’arrivo della cosiddetta stagione dell’influenza è salita l’attenzione rispetto alle possibili infezioni virali da Covid19.

Nel bollettino prodotto bisettimanalmente dal Ministero dell’Interno emerge però che l’impatto del virus sugli ospedali resta limitato e il numero dei casi segnalati e identificati di infezione non è preoccupante.

La situazione epidemiologica in Italia è in linea con il quadro europeo

Le varianti ad oggi in circolazione sono rappresentate da ceppi virali ricombinanti di tipo omicron XBB, con predominanza di EG.5, proprio come negli altri Paesi. E questo significa che la situazione epidemiologica è in linea con il quadro europeo.

La scelta del Ministero della Salute di accorciare i tempi e rendere disponibili già dal 25 settembre il primo milione di dosi, soprattutto Pfizer e una piccola scorta del vaccino Novavax, ha comunque garantito la possibilità di non farsi trovare impreparati rispetto ad una nuova impennata di contagi che al momento non sembra essere probabile.

Le Regioni hanno il compito di far partire le campagne vaccinali che quest’anno hanno coinvolto 40 mila medici di famiglia e 19mila farmacie pubbliche e private, nelle quali lavorano i 50 mila i farmacisti che hanno seguito il corso per fare le vaccinazioni.

“I farmacisti italiani stanno dando il proprio contributo alla campagna vaccinale anti-Covid annunciata dal Ministro della Salute, per rendere facilmente accessibile ai cittadini questo importante strumento di prevenzione, fortemente raccomandato per gli ultrasessantenni e le persone fragili, oltre che per gli operatori sanitari”, ha commentato il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), Andrea Mandelli, agli inizi della campagna vaccinale.

Prossimità al cittadino, rapporto di fiducia ed efficienza del servizio sono fattori importanti per la scelta di vaccinarsi in farmacia

La rete capillare delle oltre 19mila farmacie pubbliche e private e gli oltre 50mila farmacisti di comunità abilitati all’inoculazione dei vaccini – ha aggiunto Mandelli – sono una risorsa per il Servizio Sanitario Nazionale e un presidio di salute insostituibile per gli italiani, come dimostra la crescente domanda di farsi vaccinare in farmacia, registrata nel corso delle ultime campagne contro Covid e influenza”.

La prossimità al cittadino, nelle grandi città così come nei piccoli centri e nelle aree più interne, il rapporto di fiducia col farmacista e l’efficienza del servizio, eseguito in condizioni di piena sicurezza per gli assistiti, sono fattori importantissimi, che possono favorire un’adesione più ampia e consapevole alla vaccinazione”.

Dati ISS su infezioni correlate all’assistenza e resistenza agli antibiotici

In Italia negli ospedali restano alte le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici rilevate nei microrganismi ‘sorvegliati’, anche se per alcune combinazioni microrganismo/antibiotico si continua ad osservare un andamento in diminuzione; cresce leggermente la prevalenza dei pazienti con una infezione correlata all’assistenza negli ospedali per acuti, mentre cala dopo il picco pandemico quella nelle terapie intensive. Sono questi i principali andamenti riscontrati dalle diverse sorveglianze e gestite o coordinate dall’Istituto Superiore di Sanità, resi noti nel corso del convegno “L’antibiotico-resistenza in Italia: stato dell’arte e risultati delle rilevazioni 2022-2023 sulle Sorveglianze delle Infezioni Correlate all’Assistenza ICA e dell’Antibiotico-resistenza” che si è tenuto nella sede dell’Iss.

La raccolta di dati affidabili è il primo passo indispensabile per la risoluzione di qualunque problema medico, e questo vale a maggior ragione per fenomeni complessi come le infezioni correlate all’assistenza e la resistenza agli antibiotici. Questo convegno – ha affermato il Commissario Straordinario dell’Iss Rocco Bellantone in apertura dell’evento – è un’occasione per aumentare la consapevolezza del problema tra gli operatori sanitari e continuare a fare rete per migliorare l’implementazione del Piano Nazionale di contrasto”.

Per elaborare interventi efficaci è necessario implementare la sorveglianza e la ricerca in prospettiva One Health

“Il tema della resistenza agli antibiotici va affrontato nella sua complessità ed è per questo che, nell’organizzazione della giornata, abbiamo voluto toccare alcuni degli aspetti più significativi per mettere a punto interventi efficaci – sottolinea Anna Teresa Palamara, direttrice del dipartimento di Malattie Infettive dell’Iss. Tra questi la sorveglianza, cioè la capacità di tracciare la circolazione dei microrganismi resistenti ed il loro impatto sulla salute, la ricerca in una prospettiva ‘One Health’ che è la base solida su cui si fonda l’innovazione e il progresso tecnologico in campo diagnostico, preventivo e terapeutico; i modelli organizzativi sul territorio, da cui dipende l’attuazione di qualsiasi piano che voglia guidare tutte le attività di contrasto”.

“Il tema della resistenza agli antibiotici non riguarda solo la salute umana, ma va visto in un’ottica ‘One Health’. – ha ricordato il Direttore Generale dell’Iss Andrea Piccioli -. Una prova ulteriore di questa necessità vie e dai risultati preliminari del progetto ‘Sea Care’, coordinato dall’Iss con la Marina Militare. I nostri ricercatori a bordo dell’Amerigo Vespucci e di altre navi della Marina nel corso dei loro campionamenti hanno trovato i geni della resistenza in acque del Mediterraneo, dell’Oceano Atlantico, del Golfo Persico e persino dell’Oceano Artico”.

I dati di Ar-Iss e Cre sui batteri resistenti

In Italia, i dati ottenuti nell’ambito del sistema di sorveglianza nazionale dell’antibiotico-resistenza AR-ISS, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che si basa su una rete di laboratori ospedalieri di microbiologia clinica, mostrano che nel 2022 le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli 8 patogeni sotto sorveglianza in generale si mantengono elevate.

Tuttavia, per alcune combinazioni patogeno/antibiotico, in particolare Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi si continua ad osservare un andamento in diminuzione rispetto agli anni precedenti (dal 33,2% nel 2015 al 24,9% nel 2022), mentre per Enterococcus faecium resistente alla vancomicina si osserva un continuo e preoccupante trend in aumento (la percentuale di isolati di resistenti alla vancomicina è passata dall’11,1% del 2015 al 30,7% nel 2022).

I dati della sorveglianza nazionale delle batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi (CRE), condotta dall’ISS, mostrano che, in Italia, nel 2022, sono stati diagnosticati e segnalati circa 3.000 casi, confermando la larga diffusione delle batteriemie da CRE nel nostro paese, soprattutto in pazienti ospedalizzati. Nel 2022 l’incidenza dei casi segnalati è in aumento rispetto al 2021 (3056 casi vs 2396 nel 2021).

Infezioni correlate all’assistenza (ICA) negli ospedali per acuti

A questa sorveglianza, coordinata dall’Iss e condotta dall’università di Torino, hanno partecipato 325 ospedali di 19 Regioni/Province autonome. In totale, sono stati raccolti dati su 60.404 pazienti.

Considerando tutte le ICA, incluse le infezioni da SARS-CoV-2 trasmesse in ospedale, la media della prevalenza di pazienti con ICA nei singoli ospedali era dell’8,8%, mentre nella precedente rilevazione, che si riferisce al 2017, era dell’8,1%.

Su un totale di 6.340 ICA registrate, le tre tipologie di ICA riscontrate con maggior frequenza erano: infezioni del basso tratto respiratorio (19,18%), infezioni del sangue (18,83%), infezioni delle vie urinarie (17,09%), COVID-19 (16,23%), infezioni del sito chirurgico (10,53%).

Tra i vari fattori che incidono sulla prevalenza si segnalano la Regione/PA partecipante (dal 4,17% al 14,14%; le dimensioni dell’ospedale: 7,81%, 8,83% e 12,20% rispettivamente per ospedali piccoli (< 200 posti letto per acuti), medi (201 – 500 posti letto) e grandi (≥ 500 posti letto); la classe di età: dal 4,21% in età neonatale/pediatrica (≤ 18 anni) all’11,71% negli adulti sopra i 65 anni;

Infezioni correlate all’assistenza nelle Unità di Terapia intensiva

Sono stati presentati i risultati della nona edizione (2022-2023) del Progetto SPIN-UTI – Sorveglianza attiva Prospettica delle Infezioni Nosocomiali nelle Unità di Terapia Intensiva (UTI), del Gruppo Italiano Studio Igiene Ospedaliera (GISIO) della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità pubblica (SItI). Nel corso di quest’ultima edizione, la sorveglianza ha incluso circa 4200 pazienti degenti in più di 60 UTI su tutto il territorio nazionale, da ottobre 2022 a luglio 2023.

Dopo il picco del 24,5% osservato nella scorsa edizione 2020-21, l’incidenza di pazienti infetti diminuisce al 18,8% nel 2022-2023, così come l’incidenza di infezioni correlate all’assistenza (ICA) che diminuisce da 30,6 a 29,3 ICA per 100 pazienti. Analogamente, anche la mortalità in UTI ritorna sui livelli pre-pandemici (26,8% nel 2022-2023) rispetto al picco osservato nella precedente edizione 2020-21 (42,3%).

Per quanto concerne l’antimicrobico-resistenza, sebbene non vi siano variazioni nella proporzione di isolati multidrug-resistant (MDR) tra tutti gli isolati associati a ICA, un significativo trend in aumento è evidente per l’incidenza di ICA da A. baumannii MDR (5,4 per 100 pazienti nel 2022-2023) e per l’incidenza di ICA da K. pneumoniae MDR (5,1 per 100 pazienti).

Lo strumento Spincar-1 per monitorare le azioni di contrasto

Lo strumento SPiNCAR-1 è stato sviluppato per monitorare l’implementazione delle azioni di contrasto all’AMR a livello regionale e di struttura assistenziale.

La prima raccolta dei dati si riferisce al 2022 ed è durata da giugno a novembre 2023 attraverso un questionario via web con più di 200 domande multidisciplinare suddivise in aree tematiche in cui vengono definiti degli standard.

14 tra Regioni/P.A. e 130 Strutture hanno partecipato alla rilevazione volontaria.

L’analisi preliminare dei risultati ha evidenziato una realtà variegata sia tra le diverse istituzioni, sia per le differenti aree tematiche del questionario.

Riguardo quest’ultime i risultati migliori, ad esempio, sono nell’area “Uso Appropriato degli Antibiotici”, in cui più dell’80% degli Enti coinvolti che ha dichiarato di aver adottato politiche di contenimento della prescrizione di antimicrobici, oppure nell’area “Sorveglianza”, in cui il 75% dei rispondenti ha dichiarato di disporre di un sistema di sorveglianza delle resistenze agli antimicrobici in ambito umano.

Per altri standard, come ad esempio nell’area “Alleanza per il contrasto all’antimicrobico-resistenza” appare necessario un maggiore impegno; ad esempio, meno del 25% degli Enti ha raggiunto gli standard inerenti all’adozione di iniziative per il coinvolgimento attivo e la formazione di cittadini/pazienti sul tema del contrasto all’antimicrobico-resistenza, uso appropriato degli antimicrobici e prevenzione e controllo delle ICA.

Il consumo di soluzione idroalcolica negli ospedali

In Italia dal 2021 è attiva la Sorveglianza nazionale del Consumo di Soluzione Idro-Alcolica (CSIA) gestita dall’ISS per l’igiene delle mani in ambito ospedaliero.

Ad oggi sono stati raccolti i dati relativi agli anni 2020, 2021 e 2022 da rispettivamente 13, 11 e 16 Regioni/PP.AA.

Nel 2022 si riscontra una ulteriore riduzione dei consumi mediani nazionali di soluzione idroalcolica, arrivati a 15,63 Litri/1.000 Giornate di Degenza Ordinaria (GDO), mentre era 20,66 nel 2021 e 24,47 nel 2020 a fronte di uno standard di 20 litri/1.000 giornate di degenza.

Canali distributivi del farmaco: online il documento congiunto SIFO, FOFI, Federfarma e Assofarm

È stato pubblicato sul portale Sifoweb.it della Società italiana di Farmacia Ospedaliera e dei servizi farmaceutici delle aziende sanitarie, nell’ambito dei Documenti di Consensus presentati al XLIV Congresso nazionale SIFO, il documento congiunto espresso dal tavolo tecnico per la revisione dei canali distributivi dei farmaci.

Il documento è stato messo a punto da SIFO, FOFI, Federfarma e Assofarm, quindi dall’intera comunità dei farmacisti.

Obiettivo del documento è fornire alle istituzioni criteri oggettivi e di sostenibilità del SSN per determinare la modalità di distribuzione dei farmaci

Nel testo (firmato dai quattro presidenti: Cavaliere, Mandelli, Cossolo e Gizzi, ma alla cui stesura hanno partecipato anche Nello Martini, Marcello Pani, Francesco Schito e Francesco Trotta ed Aurora Di Filippo) vengono perseguiti alcuni obiettivi, in primis quello di fornire alle Istituzioni (Politica-Conferenza delle Regioni-AIFA), partendo da una visione complessiva degli attuali assetti e canali distributivi, criteri oggettivi e scientifici e di sostenibilità del SSN, in grado di determinare a monte:

• le categorie di farmaci che verranno dispensati dai Servizi Farmaceutici Ospedalieri e Territoriali pubblici mediante la Distribuzione Diretta (DD);

• le categorie di farmaci che dalla Distribuzione Diretta (DD) possono essere trasferite nella Distribuzione per Conto (DPC) la cui dispensazione avviene per conto delle Regioni per il tramite delle Farmacie di Comunità.

Per quanto riguarda invece il trasferimento dalla DPC alla convenzionata, il Documento precisa che per poter individuare dei criteri condivisi è necessario prima dare applicazione alla normativa di modifica della remunerazione della farmacie, con il successivo cambio di flusso informativo utilizzato ai fini della rendicontazione della spesa farmaceutica dall’attuale sistema di rilevazione.

La finalità del documento è stata quella di assicurare che i modelli organizzativi e distributivi possano finalmente garantire un’assistenza farmaceutica (parte integrante dei LEA), omogenea e sostenibile per il SSN, orientata alla qualità, alla sicurezza e facilità di accesso alle cure presso l’intensività ospedaliera e all’interno di una nuova assistenza di prossimità sempre più capillare sul territorio mediante le Farmacie di Comunità.

“Crediamo nel valore complessivo di questo documento per la revisione dei canali distributivi”, commenta Arturo Cavaliere, presidente SIFO, “perché è frutto di un lavoro congiunto meticoloso che si presenta come primo documento congiunto di categoria”.

“La sua integrale e auspicabile applicazione”, conclude Cavaliere, “porterà sicuramente ad una riforma che modificherà in meglio alcune distorsioni della 405/2001 emerse anche nell’ambito dell’indagine conoscitiva presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati avviata a Marzo 2022 in materia di ‘distribuzione diretta’, ma la sua maggior valenza è l’aver individuato dei precisi criteri scientifici di omogeneità di assistenza e cura che porteranno a un accesso uniforme alle terapie su tutto il territorio”.
 

Come coinvolgere davvero il paziente: tante domande all’EngageLab

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Come coinvolgere realmente il paziente nel processo di presa in carico? Come riuscire a uniformare i linguaggi e riuscire ad avere un impatto significativo? È stata una giornata di domande quella che si è svolta venerdì 17 novembre a Firenze: all’EngageLab associazioni di pazienti, aziende sanitarie e case farmaceutiche si sono trovate letteralmente intorno a una serie di tavoli per confrontarsi sui tanti aspetti che riguardano il coinvolgimento dei pazienti.

Associazioni dei pazienti, aziende private e aziende sanitarie “Insieme per” trovare le risposte

“Volevamo dare la possibilità a mondi diversi di poter stare assieme e condividere la propria esperienza – ha commentato Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe, che ha organizzato la giornata con il contributo non condizionante di Merck – Avere l’associazionismo, il mondo dell’azienda privata e le aziende sanitarie nella stessa sala è stato arricchente”.

Il percorso

La giornata del 17 novembre fa parte di un percorso iniziato oltre un anno fa: a settembre 2022 si è infatti tenuto il primo incontro di “Insieme per”, una 2 giorni a cui parteciparono una sessantina di associazioni a cui fu chiesto di discutere su quali fossero i temi per loro centrali. I principali furono:

  • Ascolto e comprensione del bisogno
  • Advocacy e relazioni istituzionali
  • Relazione medico-paziente

Seguirono 3 webinar di approfondimento e, il 3 ottobre di quest’anno, un incontro al Senato in cui sono stati presentati i risultati di un’indagine condotta da Helaglobe in collaborazione con le associazioni del network “Insieme per” sul dialogo tra paziente cronico e medico specialista.

Parallelamente “Insieme per” è diventata una piattaforma aggregativa che oggi conta oltre 70 associazioni.

Nel secondo incontro operativo in presenza, si è scelto di concentrarsi su un tema unico: l’engagement del paziente, che ha visto anche la consegna del Patient Engagement Award, un premio per i migliori progetti sul coinvolgimento del paziente divisi in 9 categorie (Digital solution, Awareness, Patient support program, Activation, Compliance, Empowerment, Health Literacy, Policy making, Ricerca e Medicina narrativa).

Un centinaio le candidature arrivate, 56 quelle che hanno superato la prima scrematura e sono state vagliate da una giuria tecnica (composta da esperti e accademici) e una formata dalle associazioni e da chi convive con una patologia.

Hanno potuto partecipare tutti e tre i mondi: le associazioni, le aziende private e quelle sanitarie.

L’importanza dell’implementazione

C’è un’eterogeneità di vedute su che cosa sia l’engagement del paziente”, ha affermato Cafiero, invitando i partecipanti a partecipare a un workshop nel quale far emergere le diverse visioni.

Rappresentanti di realtà diverse si sono così trovati a discutere su come, nella loro esperienza, hanno affrontato le diverse sottofasi della costruzione di un progetto, definite come avvio, pianificazione, esecuzione, monitoraggio, espansione.

Durante la giornata è emerso come la pianificazione sia un momento molto delicato nel quale far confluire competenze diverse e come l’espansione la fase più complessa da realizzare.

“Le criticità emerse in fase di valutazione per alcuni progetti sono state di natura metodologica”, ha affermato Enrica Menditto, direttrice del Centro interdipartimentale di ricerca in farmacoeconomia e farmacoutilizzazione dell’Università Federico II di Napoli e membro della giuria tecnica. “Alcuni progetti erano di valore nel breve periodo, ma mancavano quelle caratteristiche che li avrebbero resi implementabili su larga scala”.

Da qui la necessità di lavorare in team multidisciplinari per poter costruire azioni che possano essere mantenute nel tempo.

La senatrice Ylenia Zambito, segretaria della Commissione permanente Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale e presidente della giuria tecnica, ha evidenziato la stessa debolezza, sottolineando come l’approccio metodologico usato per la raccolta dati da parte delle associazioni faccia la differenza.

La senatrice si è poi soffermata sull’importanza del rapporto medico-paziente: “Ci deve essere una preparazione corretta dei medici. La sensibilità non si insegna, ma la comunicazione sì. Fornire le giuste informazioni ai pazienti, nel modo corretto, può fare la differenza sugli esiti di cura”.

Nel 2024 “Insieme per” continuerà su tre direttrici: la relazione e il dialogo tra medico e paziente, l’importanza della figura del caregiver e il benessere emotivo e psicologico.

“Non abbiamo ancora contezza del come, ma sappiamo cosa e con chi – ha concluso Cafiero al termine della giornata -: vogliamo proseguire questo percorso costruendolo pezzo a pezzo con il network di “Insieme per”. Inoltre, abbiamo la volontà di proseguire anche nel 2024 con l’iniziativa sul patient engagement: ci piacerebbe provare a lavorare sulla cultura, cercando di uniformare il concetto, un lavoro non facile”.