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Impatto dell’arte sulla salute: studio clinico all’ospedale Carlo Poma di Mantova

Uno studio clinico per valutare l’impatto dell’arte sul benessere dei pazienti sarà condotto dalla struttura di Nefrologia e Dialisi dell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova, guidata da Giuseppe Mazzola, coinvolgendo un gruppo di 25 pazienti sottoposti a trattamento dialitico, emodialisi o dialisi peritoneale. Si tratta del primo studio di Asst che vede protagoniste le arti con il loro potenziale terapeutico.

È realizzato in collaborazione con Fondazione Palazzo Te, che già vanta un’esperienza significativa nel campo del welfare culturale e prevede un percorso di laboratori molto articolato dal titolo “L’arTE che cura. Rubens e gli eroi”, che sfrutterà diversi linguaggi espressivi, stimolando le emozioni: danza, teatro, pittura e musica.

L’iniziativa è nata nell’ambito del più ampio progetto Arte in ospedale, curato dall’area Ufficio stampa e comunicazione di Asst Mantova, che da anni diffonde la bellezza nei luoghi di cura, grazie a svariati interventi artistici nelle strutture aziendali in partnership con istituzioni, artisti, istituti di formazione superiori e universitari. In particolare, nel 2023 è nato appunto il sottoprogetto Museoterapia, in cui si inseriranno i workshop di Palazzo Te.

Lo studio intende misurare scientificamente la reazione dei pazienti al contatto con la bellezza

“Si parte dall’idea – commenta il direttore generale di Asst Mara Azzi – che l’arte possa curare sia i pazienti che i professionisti, oltre a rappresentare un ponte fra i luoghi di cura e la comunità locale. Con questa iniziativa i nostri professionisti hanno voluto misurare scientificamente la reazione dei pazienti al contatto con la bellezza. Ringraziamo Fondazione Palazzo Te per questa importante collaborazione”.

Il direttore di Fondazione Palazzo Te Stefano, Baia Curioni, dichiara: “La partecipazione delle istituzioni culturali e del patrimonio alle attività di sostegno sanitario non è solo una scelta di inclusione, ma la risposta a una precisa dimensione etica, insita nella loro missione”.

Lo studio clinico

Lo studio clinico della Nefrologia metterà a confronto due gruppi di pazienti dializzati, uno dei quali svolgerà le attività strutturate per Palazzo Te. Ad entrambi sarà sottoposto un doppio questionario, a distanza di un tempo prestabilito: prima e dopo l’esperienza artistica.

L’obiettivo primario è quello di verificare se gli stimoli artistici possono contribuire a una riduzione del 10 per cento del grado di astenia.

Il secondo obiettivo è quello di valutare se le condizioni di dialisi ospedaliera o domiciliare possono contribuire a determinare il grado di astenia.

Il paziente dializzato riferisce spesso senso di stanchezza e astenia, condizioni che si ripercuotono sul benessere psichico, fisico e sociale

I pazienti hanno un’età compresa fra i 18 e gli 80 anni, maschi e femmine.

L’insufficienza renale cronica con necessità dialitica è una condizione che comporta spesso la comparsa di astenia fisica e mentale. Il paziente dializzato riferisce senso di stanchezza legata all’esecuzione della dialisi, ma anche dovuta alla modifica degli stili di vita e all’obbligatorietà del trattamento dialitico tre o più volte alla settimana, in base alla metodica prescelta. L’astenia si ripercuote sul benessere psichico, fisico e sociale di chi la sperimenta.

Il percorso di Palazzo Te

Il percorso prenderà come spunto iniziale i miti di Ercole e le storie di Achille, emblemi dell’eroe antico che si trova di fronte a fatiche e scelte, amori e arti, mostri e avversari, virtù e debolezze. Come queste storie ci parlano oggi? Come diventano una pratica sociale? Perché il mito è ancora materia viva?

Il percorso è partitolo il 17 ottobre con sei laboratori condotti da esperti che si concluderanno il 28 novembre: Visita alla mostra di Rubens. Il corpo dell’eroe. Forza, amore, virtù con Simone Rega; Percezione e senti-mento con Chiara Olivieri; Dal dipinto alla scena con Silvia Gandolfi; Segno, gesto, colore. L’energia nella pittura con Federica Aiello Pini; Piano e forte. La forza di una nota con Leonardo Zunica.

Il ruolo della ricerca nell’ambito di arte e salute nel mondo

Secondo il rapporto dell’Oms sul ruolo delle arti nel miglioramento della salute e del benessere (Health evidence network synthesis report 67 – What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? a scoping review – 2019), negli ultimi vent’anni la ricerca in questo campo si è intensificata in modo molto significativo.

Sono inoltre emersi sviluppi nelle pratiche e nelle atti­vità politiche in diversi Paesi dell’Organizzazione mondiale della sanità-Regione Europa, ma anche oltre i suoi confini. Più di 3.000 studi hanno evidenziato il ruolo determinante delle arti nella prevenzione delle malattie, nella promozione della salute, nel trattamento e nella gestione delle patologie che si manifestano nel corso della vita.

Il report censisce la letteratura accademica globale in inglese e in russo, dal gennaio 2000 al maggio 2019. Si parla di oltre 900 pub­blicazioni, fra le quali più di 200 tra recensioni, revisioni sistematiche, meta-analisi e meta-sintesi. I risultati sottolineano un potenziale impatto delle arti sulla salute mentale e su quella fisica, nell’ambito di due categorie tematiche: la preven­zione e promozione, la gestione e il trattamento. Visitare musei e gallerie, andare a teatro e assi­stere a concerti o all’opera lirica ogni due mesi o più frequentemente in età avanzata sono stati associati, ad esempio, a un più lento declino cognitivo e a un minore rischio di sviluppare demenza.

Intelligenza artificiale in sanità, le considerazioni dell’OMS

L’intelligenza artificiale è arrivata a pervadere così prepotentemente anche i diversi ambiti del settore della salute, dagli studi clinici alla gestione della relazione medico-paziente, che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ritenuto opportuno dire la sua. Sei punti di attenzione che possono servire per delineare delle buone pratiche per lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale in sanità.

Proprio questa mattina l’ente internazionale che sovrintende alla salute globale ha diffuso le proprie considerazioni in materia. Oms ha posto l’accento sulla necessità che i diversi stakeholder della sanità prestino attenzione affinché l’utilizzo degli algoritmi e delle loro applicazioni sia condotto in modo consapevole, nel rispetto delle regolamentazioni che oggi disegnano i contorni della rivoluzione macchina-uomo in sanità.

L’OMS si è concentrata su sei punti che possono servire per delineare le buone pratiche per lo sviluppo e l’applicazione dell’AI in sanità

L’intelligenza artificiale è molto promettente per la salute, ma comporta anche serie sfide, tra cui la raccolta di dati non etici, le minacce alla sicurezza informatica e l’amplificazione dei bias o della disinformazione”, ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale di Oms. “Questa nuova indicazione aiuterà i diversi Paesi a regolamentare l’intelligenza artificiale in modo efficace, per sfruttarne il potenziale, che si tratti di curare il cancro o di individuare la tubercolosi, riducendo al minimo i rischi”.

Nelle 80 pagine del documento diffuso oggi, Oms riconosce palesemente che le diverse applicazioni dell’intelligenza artificiale, sia predittiva che generativa, racchiudono in sé enormi potenziali capaci di trasformare significativamente il concetto di diagnosi, cura e di ricerca di nuovi farmaci. Con evidenti ottimizzazioni degli outcome clinici sia a livello ospedaliero che territoriale, giacché l’intelligenza artificiale si può esprimere tanto a favore degli operatori della salute quanto dei cittadini e dei caregiver nell’ottica di autocura. Finanche a consentire l’interpretazione di scansioni della retina e di immagini radiologiche in situazioni dove non sono presenti medici specialisti.

Tra i rischi indicati dall’Oms, la raccolta di dati non etici, le minacce alla sicurezza informatica e l’amplificazione dei bias o della disinformazione

Cionondimeno, avverte Oms, la velocità con cui questa tecnologia evolve è così rapida che si rischia di perdere di vista le riflessioni che dovrebbero sottendere a questo tipo di innovazione.

Partendo dalla verifica puntuale rispetto al bilanciamento tra vantaggi e rischi per gli utenti finali, che siano operatori della salute, pazienti o player diversi implicati nei percorsi di prevenzione, diagnosi e cura.

A preoccupare l’Organizzazione mondiale della sanità è anche l’aspetto relativo alla gestione dell’enorme mole di dati sanitari che servono agli algoritmi per poter funzionare e offrire output significativi e affidabili per gli utenti. Così come si deve porre attenzione, sostiene Oms, alla privacy di questi dati, per loro natura sensibili, facendo sì che anche le applicazioni dell’intelligenza artificiale siano progettate e realizzate nel rispetto dei quadri normativi in vigore nei diversi Paesi, dal regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) in Europa all’Health Insurance Portability and Accountability Act (Hipaa) statunitense.

Considerazioni normative sull’AI in sanità: sei aree tematiche

Oms, insieme all’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), ha così costituito un gruppo di lavoro proprio sull’intelligenza artificiale per la salute composto a sua volta di sottogruppi, tra cui uno dedicato alle considerazioni normative, a cui partecipano diversi stakeholder: autorità regolatorie, responsabili politici, università e industria.

Dal lavoro di questo panel di esperti sono scaturite sei aree tematiche di attenzione – documentazione e trasparenza, approccio al ciclo di vita totale del prodotto e gestione del rischio, destinazione d’uso e validazione analitica e clinica, qualità dei dati e privacy, engagement e collaborazione tra player – di cui sarebbe necessario tenere conto per la definizione di una regolamentazione dell’intelligenza artificiale applicate alla salute. Una sorta di buone pratiche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario e industriale.

Ecco in sintesi che cosa intende Oms rispetto a questi sei punti critici:

  1. Documentazione e trasparenza: pre-specificare e documentare lo scopo medico previsto dall’applicazione dell’AI e il relativo processo di sviluppo in modo da consentire di tracciarne le diverse fasi. Adottando al contempo un approccio basato sul rischio anche per il livello di documentazione e conservazione dei registri utilizzato per lo sviluppo e la validazione dei sistemi di intelligenza artificiale.
  2. Approcci alla gestione del rischio e al ciclo di vita dello sviluppo dei sistemi di AI: l’approccio volto alla gestione del rischio – inteso anche come minacce e vulnerabilità della cybersecurity, underfitting, bias algoritmici – deve essere mantenuto dal momento dello sviluppo pre-commercializzazione, a quello della sorveglianza post-marketing.
  3. Uso previsto e validazione analitica e clinica: è bene fornire sin dall’inizio una documentazione trasparente sull’utilizzo previsto del sistema di AI. Analoga trasparenza dovrebbe essere garantita rispetto al set di dati – comprese le dimensioni, il contesto e la popolazione, i dati di ingresso e di uscita e la composizione demografica – di addestramento degli algoritmi, con particolare riferimento a quando essi vengano utilizzati all’interno di studi clinici.
  4. Qualità dei dati: gli sviluppatori devono valutare se i dati disponibili sono di qualità sufficiente a supportare lo sviluppo del sistema di AI per raggiungere lo scopo prefissato.
  5. Analogamente si dovrebbe prendere in considerazione l’implementazione di rigorose valutazioni preliminari per garantire che l’AI non amplifichi bias e gli errori.
  6. Privacy e protezione dei dati: all’inizio del processo di sviluppo, gli sviluppatori dovrebbero essere certi di comprendere appieno le diverse regolamentazioni in tema di protezione dei dati e privacy e assicurando che processi e prodotti finali soddisfino i requisiti legali.
  7. Coinvolgimento e collaborazione: durante lo sviluppo del framework di lavoro per la progettazione e la realizzazione di tool di AI per la salute è auspicato che ci siano piattaforme per la condivisione delle riflessioni da parte di tutti gli stakeholder interessati.

Medici gettonisti, un’emergenza nell’emergenza

A inizio anno il Ministro della Salute Orazio Schillaci aveva annunciato una stretta sui cosiddetti “gettonisti”: dal 31 marzo, le aziende sanitarie “possono procedere alle esternalizzazioni una sola volta e senza proroga per l’affidamento di servizi medici ed infermieristici” e solo in caso di effettiva necessità e urgenza.
Il personale sanitario che abbia interrotto volontariamente il rapporto di lavoro dipendente con una struttura sanitaria pubblica per prestare la propria attività in regime di esternalizzazione, inoltre, non può chiedere successivamente la ricostituzione del rapporto di lavoro con il Ssn.
Dal 2023, infine, chi si occupa di emergenza-urgenza può avere un aumento per quanto riguarda gli straordinari.
Che impatto hanno questi cambiamenti sulle aziende sanitarie?

Ne parliamo con:

  • Fabio De Iaco
    Presidente Simeu
  • Michele Nicoletti
    Presidente Nazionale FederSpecializzandi

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Primi in classifica, ma per decessi legati all’antibiotico-resistenza

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Sono dati che arrivano dai programmi di Sorveglianza Nazionale dell’antibiotico-resistenza (AR-ISS) e Sorveglianza delle batteremie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi (CRE), coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità. È un triste primato, nell’ambito dei Paesi UE, quello della mortalità per antibiotico-resistenza.

Gli ultimi dati disponibili mostrano, infatti, che i livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza dei ceppi batterici sotto sorveglianza sono ancora troppo alti, nonostante gli sforzi messi in campo per promuovere un uso appropriato degli antibiotici e gli interventi per il controllo delle infezioni nelle strutture di assistenza sanitaria.

I livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza dei ceppi batterici sotto sorveglianza sono ancora troppo alti

Si inserisce in questo scenario il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) 2022-2025, un documento strategico importante per migliorare e rendere più incisive le attività di contrasto del fenomeno a livello nazionale, regionale e locale e per fornire le linee strategiche e le indicazioni operative per affrontare l’emergenza dell’antibiotico-resistenza nei prossimi anni, seguendo un approccio multidisciplinare e una visione One Health.

Il Piano si articola in cinque aree trasversali di intervento:

  • Governance
  • Formazione
  • Informazione, comunicazione e trasparenza
  • Ricerca, innovazione e bioetica
  • Cooperazione nazionale e internazionale

I tre pilastri tematici sono invece dedicati alla prevenzione e al controllo dell’antibiotico-resistenza nel settore umano, animale e ambientale:

  • Sorveglianza e monitoraggio integrato dell’antibiotico-resistenza (ABR), dell’utilizzo di antibiotici, delle infezioni correlate all’assistenza (ICA) e monitoraggio ambientale.
  • Prevenzione delle ICA in ambito ospedaliero e comunitario e delle malattie infettive e zoonosi.
  • Uso appropriato degli antibiotici sia in ambito umano, sia veterinario e corretta gestione e smaltimento degli antibiotici e dei materiali contaminati.

Parliamo di antibiotico-resistenza (AR) con il Dottor Fortunato Paolo D’Ancona, primo ricercatore medico dell’Istituto Superiore di Sanità, Dipartimento di malattie infettive, reparto di epidemiologia, biostatistica e modelli matematici (EPI).

Cos’è esattamente l’Antibiotico Resistenza  (AR) e il meccanismo attraverso il quale alcuni ceppi batterici “resistono” agli antibiotici?

Di fatto l’AR non è una malattia ma un fallimento terapeutico, quindi l’antibiotico che utilizziamo per bloccare l’infezione batterica perde di efficacia per capacità acquisite dai batteri stessi. Non esiste un solo meccanismo, sono molteplici, proprio perché ogni antibiotico ha sue caratteristiche. I batteri poco alla volta si selezionano, sopravvivono quelli che hanno la capacità di disattivare un particolare antibiotico.

È una capacità naturale dei batteri o si acquisisce con un’evoluzione?

È naturale per alcuni, ma per lo più è acquisita. In genere, più che di un’evoluzione, si tratta di una selezione. Tra i tanti cambiamenti dei batteri, come i virus con le varianti, come abbiamo imparato con il Covid-19, a un certo punto, sotto la pressione selettiva, quelli che sopravvivono sono quelli in grado di disattivare l’antibiotico o di renderlo inefficace. Esistono anche meccanismi di trasmissione di resistenza tra batteri attraverso piccoli filamenti di genoma chiamati plasmidi.

Perché proprio l’Italia detiene il primato dei decessi per AR? E com’è la situazione nel resto dell’Europa?

Intanto non è un primato assoluto. Diciamo che siamo tra i Paesi che subiscono un impatto maggiore dell’AR. Questo perché siamo, rispetto agli altri Paesi, una nazione piuttosto estesa, con quasi 60 milioni di abitanti, quindi siamo in tanti. In più, abbiamo un’alta percentuale di batteri resistenti, molte infezioni trasmesse negli ambienti assistenziali e una popolazione particolarmente anziana. Mettendo insieme questi tre fattori, siamo uno dei Paesi che, purtroppo, ha i numeri più alti di decessi per AR. Quindi, le circa 11.000 persone l’anno che si stima muoiano per AR è la conseguenza di questi tre fattori.

Anche perché usiamo troppo gli antibiotici?

Noi abbiamo un’alta percentuale di batteri resistenti per diversi motivi. Per prima cosa, un uso non appropriato degli antibiotici, li usiamo troppo, spesso senza la prescrizione del medico, oppure il medico li prescrive perché alcune persone lo chiedono insistentemente. Poi c’è la diffusione, poiché spesso l’AR è associata alle infezioni correlate all’assistenza. Che cosa succede? Se in certi ospedali o nelle RSA c’è una più alta percentuale di batteri resistenti, se non si isolano i casi singoli o se comunque non si blocca la trasmissione con le adeguate misure, c’è il rischio che si creino focolai epidemici, quindi una grande diffusione di questi batteri. Tale diffusione ovviamente aumenta il numero dei batteri resistenti e dei decessi.

L’impatto maggiore è nelle persone più fragili, come gli anziani o chi presenta malattie concomitanti

L’impatto maggiore è nelle persone più fragili, come gli anziani o chi presenta malattie concomitanti. Non è che improvvisamente tutti gli antibiotici non funzionano, ma è un fenomeno progressivo: usando una metafora, trattare i pazienti con batteri diventa sempre più difficile ed è come pedalare in salita e non si vede ancora all’orizzonte un po’ di pianura.

Un’altra problematica sono i costi, perché si allungano i ricoveri e i trattamenti. L’Italia, secondo le stime dell’OCSE, è uno dei Paesi europei che presenta i costi più alti dovuti all’antibiotico-resistenza. È come se questo fenomeno ci costasse quasi 5 euro a persona, mentre in Paesi come Norvegia o Danimarca siamo al di sotto dell’euro a persona. Sono costi aggiuntivi, perché si allungano i tempi di degenza, le persone operate talvolta devono essere rioperate, perché si possono infettare le ferite chirurgiche o le protesi impiantate. La chirurgia invasiva è quella a più alto rischio di infezioni correlate all’assistenza. AR e infezioni legate all’assistenza, infatti, sono spesso associate.

C’è anche il forte impatto psicologico sul paziente che non solo resta in ospedale per più tempo, ma può essere messo in isolamento.

Lo confermo, ci sono degli studi che mostrano che questo fenomeno colpisce soprattutto nell’ambito della chirurgia. Facciamo un esempio, una persona è operata, sembra che sia andato tutto bene dal punto di vista chirurgico, ma dopo un certo numero di giorni comincia la febbre. Quindi, indipendentemente dall’isolamento che potrebbe essere necessario se l’infezione è causata da certi batteri, c’è la percezione del fallimento dell’intervento, perché di fatto questa infezione è una complicanza post-operatoria: è andato tutto bene, ma la ferita si è infettata. Spesso c’è un impatto non solo sul paziente ma anche sui familiari.

Poi c’è anche l’aspetto legato all’isolamento. Quando ci sono pazienti ricoverati in ospedale con alcuni patogeni come Pseudomonas aeruginosa sono sistemati in camere separate, con un cartello fuori che fornisce indicazioni precise ai sanitari e ai familiari e con un tipo di assistenza diversa e maggiori precauzioni per le infezioni a trasmissione da contatto. Per alcuni patogeni, come Klebsiella pneumoniae, inoltre, alcune persone possono essere portatrici del batterio; anche se stanno bene, sono una potenziale fonte di contagio per altri. Tanto è vero che si eseguono all’interno degli ospedali, per pazienti da ricoverare in unità particolari come la terapia intensiva, dei tamponi per identificare i portatori e prendere le adeguate precauzioni per evitare che trasmettano l‘infezione ad altri ricoverati.

Un paziente spaventato, magari in isolamento, vedrà la guarigione come un traguardo lontano con tutto il disagio psicologico che comporta

Uno studio sulle ISC (Infezioni da Sito Chirurgico) e sull’impatto negativo sul paziente, anche dal punto di vista della salute mentale, a causa del dolore e dell’ansia, ha arruolato 760 pazienti da 21 centri del Regno Unito. Misurando la qualità della vita correlata alla salute, ha rilevato una riduzione dell’11% a 30 giorni nei pazienti con ISC. Quest’ultimi hanno, inoltre, sperimentato un notevole aumento del dolore attribuito all’infezione, che ha portato a un deterioramento del loro benessere, tra cui insicurezza e depressione. Hanno anche manifestato un senso di disagio nell’osservare le proprie cicatrici, per una mancanza di familiarità con l’aspetto di una tipica ferita in via di guarigione. Infine, hanno espresso un senso di angoscia e stati depressivi che hanno portato all’isolamento sociale, associando sentimenti di paura e ansia ai segni e ai sintomi della ISC. Vi è anche un effetto sulla vita quotidiana dei pazienti, con ripercussioni sulla loro rete sociale e sulle relazioni familiari.

Qual è il ruolo dei medici di base? C’è scarsa informazione o poca consapevolezza dei rischi?

Partiamo da un presupposto diverso. È necessario accrescere la consapevolezza dei medici verso la drammaticità del fenomeno dell’AR, ma anche fornire gli strumenti corretti per la giusta terapia. L’AIFA ha pubblicato un manuale che aiuta nella scelta corretta dell’antibiotico per le situazioni più frequenti, basato sul manuale dell’OMS chiamato AWaRE.

Si tratta di una classificazione degli antibiotici, introdotta nel 2017 e che divide questo tipo di farmaco in tre gruppi:

  • Access: antibiotici che hanno uno spettro di attività ristretto e un buon profilo di sicurezza in termini di reazioni avverse, da usare preferibilmente nella maggior parte delle infezioni più frequenti quali ad esempio le infezioni delle vie aeree superiori;
  • Watch: antibiotici a spettro d’azione più ampio, raccomandati come opzioni di prima scelta solo per particolari condizioni cliniche;
  • Reserve: antibiotici da riservare al trattamento delle infezioni da germi multiresistenti.

In questo modo si cerca di fornire un’indicazione corretta per il trattamento e supportare il medico nella scelta terapeutica. È un grande passo avanti per aumentare la disponibilità di indicazioni per la cura corretta e, soprattutto, in lingua italiana. Questo è un aspetto da non sottovalutare, poiché riferendosi a linee guida americane, ad esempio, alcuni medici potrebbero avere delle difficoltà a leggerle.

Molte persone spesso si auto-medicano ricorrendo agli antibiotici. Manca un’adeguata informazione sull’AR che consenta una maggiore cognizione del rischio?

Più dell’80% degli antibiotici, secondo l’AIFA, sono usati in comunità. L’uso in ospedale è già meno del 20%, quindi gli sforzi per ottimizzare la prescrizione antibiotica vanno concentrati nell’assistenza sanitaria al di fuori degli ospedali, è lì che si consumano troppi antibiotici. È importante quindi ridurre il numero di antibiotici utilizzati. Poi, di fronte a una malattia virale, non prescrivere subito l’antibiotico ma cercare di capire se si tratta di influenza o di Covid-19 e se non ci sono segni particolari di infezione batterica non prescriverli affatto. L’antibiotico deve essere quello giusto al momento giusto.

Quali attività di contrasto sono previste nel Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza?

Il PNCAR è un piano di tipo globale, mette insieme l’area umana, veterinaria e ambientale. Uno strumento multidisciplinare in cui diverse figure professionali stanno dando il loro contributo. I pilastri portanti sono tre.

Il primo è la sorveglianza, capire il numero delle infezioni, come sono usati gli antibiotici, quanti ce ne sono nell’ambiente, ecc. Secondo pilastro, prevenire le infezioni, perché meno infezioni ci sono, meno antibiotici servono. Faccio un esempio: si parla spesso di vaccinazione antinfluenzale, non solo perché l’influenza può essere una malattia grave nell’anziano, ma perché una persona meno si ammala e meno c’è il rischio che assuma inutilmente antibiotici. Quindi, anche la vaccinazione è uno strumento di prevenzione dell’AR. Poi ci sono le misure da prendere in ospedale per evitare che certe infezioni si trasmettano. Infine, il terzo grande pilastro per il buon uso degli antibiotici, sia in ambito umano, sia veterinario.

Tra le misure del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza c’è anche la formazione e l’incremento delle linee guida per il trattamento

Non mancano strumenti come la formazione, l’informazione e la comunicazione alla popolazione, che va informata sull’uso spesso inutile degli antibiotici, che vanno prescritti solo se necessari, e invitata a vaccinarsi. Ma anche la redazione di documenti tecnici che aiutino i medici sia nella prevenzione, sia nel buon uso degli antibiotici. In alcune patologie, infatti, è bene non prescrivere antibiotici senza fare prima i test di coltura. Ad esempio, nei Paesi del Nord Europa, prima di somministrare gli antibiotici ci vuole la prova che ci sia davvero un’infezione batterica in atto, tranne ovviamente nei casi più severi.

L’obiettivo resta quello di aumentare la comunicazione e la consapevolezza del cittadino del comportamento corretto anche, ad esempio, in corrispondenza delle campagne vaccinali e nel periodo invernale.

Aggiungo però che rispetto ad alcuni anni fa, è aumentata la cognizione del problema. Il Covid-19 poi ha rallentato parecchio l’implementazione del piano, ma ora dovremmo riuscire a raggiungere molti più obiettivi concreti in questa lotta.

PNRR, ristrutturare non basta

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Dopo la rimodulazione estiva del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), le Case di Comunità sono passate da 1350 a 936, le Centrali operative territoriali da 600 a 524 e gli Ospedali di Comunità sono scesi da 400 a 304. Tra il 2021 e il 2023, infatti, l’incremento dei costi di costruzione è stato tra il 24% e il 66% a seconda delle Regioni.

Nel frattempo, a inizio ottobre è arrivata la terza tranche di pagamento, pari a 18,5 miliardi di euro. Il Comitato europeo delle regioni, che riunisce governatori e sindaci di tutta Europa, nel suo rapporto annuale ha acceso i riflettori sull’efficacia degli indicatori PNRR per misurare i risultati degli investimenti.

Dal 3 maggio esiste l’Intergruppo parlamentare “Sanità e Ripresa”, che ha il doppio obiettivo di rafforzare il Ssn dopo la pandemia e monitorare l’utilizzo dei fondi del PNRR.

Lo stato di avanzamento del PNRR

Antonella Guida, direttrice responsabile del distretto sanitario 12 di Caserta, è tra i consulenti tecnico scientifici che hanno il compito di far pervenire proposte e elaborati per sensibilizzare i parlamentari su problematiche di interesse diffuso.

“Ogni Regione ha il suo organismo tecnico specifico che fa il punto, ma sono visioni di settore – spiega Guida, che è anche coordinatrice dell’Osservatorio sullo stato di avanzamento del PNRR dell’Università Federico II – Noi abbiamo avuto l’ambizione di mettere a sistema tutte queste produzioni e renderle omogenee, verificando la coerenza dei risultati e cercando di accendere dei fari su tematiche specifiche”.

Prima di luglio il gruppo aveva evidenziato l’impossibilità di realizzare tutto quanto previsto nella Missione 6 del PNRR nei tempi stabiliti. “L’analisi del Governo ci ha poi dato ragione e ha limitato gli interventi alle ristrutturazioni, abbandonando le nuove costruzioni”, commenta l’esperta.

In questo momento sono in via di aggiornamento le schede di rilevazione: “Penso che per fine ottobre o metà novembre faremo un’analisi sulle eventuali disuguaglianze che si possono acuire in questa situazione – afferma l’esperta -. Ci sono istituti specifici che curano lo stato di avanzamento del PNRR per conto dei ministeri e noi non ci vogliamo sostituire, ma abbiamo l’ambizione di lavorare come ente terzo che mette insieme tanti aspetti e mostra le situazioni da altre prospettive”.

La sfida delle disuguaglianze

Per l’esperta proprio le disequità e le aree interne sono tra i temi che potranno subire più penalizzazioni da questa rafforzata modifica del PNRR in ambito sanitario.

“Io credo sia possibile colmare queste eventuali disequità portando i servizi digitali, che restano strumenti e non soluzioni. Il tema dei cittadini che risiedono nei piccoli paesi e nelle isole è importantissimo, soprattutto dal punto di vista sanitario. Oltre a provare a forzare sulla digitalizzazione dei servizi, si potrebbe pensare di coinvolgere il terzo settore, che ha un suo ruolo e una sua competenza”.

L’Intergruppo ha inoltre presentato una proposta di collaborazione sia al Ministero della Salute sia al Miur.

“Come Osservatorio abbiamo fornito il nostro contributo all’Intergruppo seguendo tre direttrici: l’analisi dello stato di avanzamento del PNRR, i bisogni formativi e la proposta formativa”, continua Guida.

Le disequità e le aree interne sono tra i temi che potranno subire più penalizzazioni da questa rafforzata modifica del PNRR in ambito sanitario

L’Osservatorio della Federico II ha riportato all’Intergruppo i risultati di un questionario diffuso a tutti gli operatori sanitari, prevalentemente della Regione Campania, sullo stato di conoscenza sul PNRR.

“Abbiamo cercato di capire qual è il livello di consapevolezza dell’operatore sanitario sul Piano nazionale di ripresa e resilienza e quali sono gli ambiti in cui indirizzare percorsi formativi specifici”.

Sebbene i risultati siano in corso di elaborazione, Guida ha anticipato che almeno i due terzi degli operatori che hanno risposto hanno evidenziato bisogni formativi, mentre solo un terzo si è detto consapevole e ha dimostrato di aver compreso la visione del nuovo sistema proposto dal Piano.

Nello stesso tempo la Federico II ha avviato un corso di perfezionamento post universitario dedicato ai dirigenti dei servizi sanitari territoriali, per “rendere applicativo il Dm 77 e attivare nuove competenze e skills per la programmazione e la gestione dei gruppi. È necessario innovare le conoscenze che sono invecchiate. Il corso è quasi alla fine della prima edizione e proprio in questi giorni sta partendo il bando per la seconda annualità”.

La gestione delle cronicità

Il tema delle risorse è pressante, nelle settimane che ci stanno conducendo alla manovra economica. Recentemente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che al di là delle risorse, è necessaria una migliore organizzazione. Guida non si sottrae: “Che i finanziamenti a disposizione siano ridotti a causa dell’inflazione e degli eventi bellici è un dato di fatto. Tuttavia è vero che, parallelamente a un aumento delle risorse, sarebbe necessario intervenire sulle sacche di inappropriatezza o di uso non ottimale delle risorse”.

Come direttore di distretto Guida sta sperimentando la digitalizzazione applicata alle malattie croniche, attraverso i Chronical center, un modello di presa in carico del paziente multidisciplinare e multispecialistico che “attraverso l’analisi dei suoi bisogni riceve un’agenda annuale dei controlli. In questo modo eliminiamo i duplicati che probabilmente avremmo se il paziente fosse gestito solo dal medico curante o dai singoli specialisti”.

Uno degli obiettivi dei Chronical center è fornire a ogni paziente un’agenda annuale dei controlli per evitare la duplicazione delle prestazioni

Per ciascun paziente si elabora quindi un file unico annuale, con un’agenda di trattazione per 12 mesi che permette di evitare duplicazioni delle prestazioni e di seguire il paziente più da vicino, riuscendo a intercettare prima una riacutizzazione di una patologia cronica ed evitando per esempio l’accesso in ospedale.

“Abbiamo inoltre attivato dei servizi a domicilio che non sono Adi: si chiamano Uca, unità di continuità assistenziale, e sono ispirate alle Usca che abbiamo sperimentato durante la pandemia”. Queste unità permettono l’invio, anche occasionale, di medici e infermieri al domicilio del paziente per gestire delle prestazioni di media complessità.

La grande sfida è sulle patologie a larga diffusione, penso al diabete e alle sue complicazioni”, continua Guida.

I problemi organizzativi e culturali di personale sanitario e pazienti si possono superare “attuando processi di change management: se non c’è un percorso alla base del cambiamento, non convinci nessuno a cambiare. Sulle nuove progettualità che stiamo sviluppando è necessario avere un’idea chiara sul punto di partenza, gli obiettivi e i mezzi a disposizione. È poi necessario condividere questa idea con chi la deve applicare. Questo significa svolgere un lavoro di preparazione, di analisi, di studio e di messa a terra delle varie criticità”.

I problemi organizzativi e culturali di personale sanitario e pazienti si possono superare attuando processi di change management

In questo modo, in base all’esperienza di Guida, la resistenza iniziale si è trasformata in collaborazione: “È successo per esempio con i medici di medicina generale. In un anno e mezzo siamo riusciti a seguire circa 1.600 pazienti in questo modo. Abbiamo diagnosticato loro delle patologie oncologiche non ancora espresse, quindi hanno potuto godere di un trattamento precoce”. 

Gli altri elementi importanti sono il monitoraggio e la motivazione interna: “Occorre tenere sempre alta l’attenzione degli operatori, coinvolgendo l’intero comparto. L’infermiere di comunità non va inventato, ma supportato, accompagnando questi percorsi da leve motivazionali individuali – è la ricetta di Guida – A latere dell’implementazione dei Chronic Center ho sempre cercato di aggiungere percorsi formativi innovativi che potessero aprire la mente agli operatori su altre modalità di lavoro. E una volta raggiunto l’obiettivo non ci si ferma: il progetto va sempre attenzionato e rimodulato. Il rischio della routine, infatti, è perdere la capacità di attenzione e innovazione”.

Distribuire i profili di competenza

In questo momento i due problemi che attanagliano il Ssn riguardano la gestione delle liste d’attesa e la carenza di personale.

Per abbattere le prime, secondo Guida, “bisogna rendere ordinari nel pubblico alcuni meccanismi che utilizza anche il privato, come l’overbooking e l’attività di recall, con tutti i mezzi possibili. Non solo la telefonata, ma anche l’sms e il whatsapp, chiedendo al paziente di confermare o disdire”.

E poi è necessario lavorare sui codici di priorità: “Un codice di urgenza non può essere un escamotage per superare le liste d’attesa”.

Alcuni meccanismi che utilizza il privato, come l’attività di recall con tutti i mezzi possibili, vanno applicati anche alla sanità pubblica, per gestire meglio le liste d’attesa

Le liste d’attesa non sono diffuse nello stesso modo ovunque: ci sono delle specialità che sono più in sofferenza: “Occorre riorientare l’organizzazione sulle branche a maggiore domanda, formando anche il personale di comparto, che può essere di supporto per velocizzare le prestazioni. Infine, inserire i pazienti in Pdta probabilmente ridurrebbe il problema”.

Sul personale sanitario, Guida ritiene che la valorizzazione di professionalità come infermieri e Oss possa aiutare a sviluppare azioni di supporto e collaborazioni.

“Vanno ripartiti i profili di competenza, ridistribuendo meglio il lavoro. Se non siamo tanti, dobbiamo capire che questo è necessario”.

Digital Health Summit 2023: i sistemi informativi sanitari alla prova della digitalizzazione

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Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il cosiddetto ICT, sta emergendo come una delle leve strategiche di cambiamento nel settore sanitario.

Se da anni la promozione di una cultura del management dei sistemi informativi in ambito sanitario è definita come cruciale per catalizzare il progresso in questo settore, con le riforme portate dal PNRR, e soprattutto con la missione 1 dedicata a digitalizzazione e innovazione, questo ha assunto un valore ancora più strategico.

Un approccio incentrato sull’ICT crea valore sia per i pazienti che per coloro che utilizzano i sistemi informativi in ambito sanitario

L’adozione di soluzioni digitali può migliorare l’efficienza delle strutture sanitarie, consentendo una gestione più accurata dei dati dei pazienti e dei processi interni. Questo non solo riduce gli errori, ma promuove anche una migliore comunicazione tra gli operatori sanitari, migliorando l’esperienza dei pazienti e ottimizzando le risorse. Un approccio incentrato sull’ICT crea valore sia per i pazienti che per coloro che utilizzano i sistemi informativi in ambito sanitario.

Le sfide però sono tante e complesse. Se ne parla in questi giorni nel corso dell’evento Digital Health Summit, organizzato da AISIS (Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità), GGallery Group e NetConsultingCube, a Milano e online, dal 9 al 13 ottobre.

Nella giornata del 12 ottobre i temi trattati hanno riguardato lo stato di avanzamento dell’assetto organizzativo gestionale e tecnologico, il ruolo delle Regioni nell’attuazione del modello organizzativo, il raccordo tra i livelli nazionale-regionale-territoriale e le esperienze che si stanno realizzando nella gestione del paziente-assistito nelle territorialità del Paese, con una forte focalizzazione sulle piattaforme di presa in carico e le centrali operative territoriali (COT).

TrendSanità ha incontrato alcuni dei protagonisti: ecco le videointerviste.

Il coraggio del management

Massimo Annichiarico, Direttore Regionale Sanità Veneto

Le sperimentazioni digitali

Paolo Petralia, Vice Presidente Vicario FIASO e Direttore Generale ASL 4 Chiavarese

La sfida del Dm77 in Toscana

Antonio D’Urso, Direttore Generale Azienda USL Toscana Sud Est e Vice Presidente FIASO

Il sistema di gestione digitale del territorio (SGDT)

Lorenzo Gubian, Direttore Generale ARIA

L’interconnessione delle Cot a Roma

Claudia Curci, Dirigente UOC Sistemi e Tecnologie Informatiche e di Comunicazione, ASL ROMA1

Il procurement nella sanità digitale

William Frascarelli. Senior Procurement Manager Specialist Digital Healthcare & Innovation, Consip

Salute mentale in Italia: a che punto siamo?

La salute mentale in Italia è un tema di crescente rilevanza che richiede una profonda attenzione e azioni concrete. Negli ultimi anni, l’impatto della pandemia da COVID-19 ha amplificato le sfide legate alla salute mentale, evidenziando la necessità di un intervento su vasta scala.

Nonostante le esperienze realizzate a livello regionale e locale per affrontare la questione, la mancanza di un piano nazionale aggiornato è un ostacolo significativo. In questi mesi però assistiamo ad alcuni sviluppi significativi: le direttive del DM77 hanno richiamato la necessità di prevedere nelle nuove strutture di assistenza territoriale anche uno spazio per l’accoglienza delle persone con problemi di salute mentale e, ancora più recentemente, il Ministero della Salute ha istituito un tavolo tecnico per migliorare la qualità dei percorsi di prevenzione, trattamento e riabilitazione a favore delle persone con disagio psichico, in tutte le fasce di età, e dei loro familiari.

Quali prospettive si aprono quindi per il settore della salute mentale in Italia? Quali spazi e quali risorse saranno previsti nella nuova sanità territoriale e con quali rapporti tra ospedale e territorio?

Ne parliamo con:

  • Federico Durbano
    Direttore Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze, ASST Melegnano e Martesana
  • Tommaso Maniscalco
    Coordinatore Gruppo Interregionale salute mentale, Conferenza Stato-Regioni

La prevenzione come strumento per la sostenibilità del SSN

La prevenzione rappresenta un pilastro fondamentale del SSN, istituzione che è sempre più in affanno, per l’aumento dell’età della popolazione e delle possibilità di cura, con i relativi costi, e la riduzione delle risorse sia economiche che di personale.

“È vero che la sanità italiana è sotto-finanziata. Mi sento” però “anche d’accordo con la presidente del Consiglio che la parola d’ordine, al di là di un maggiore finanziamento, deve essere tagliare gli sprechi e l’inappropriatezza. E anche iniziare a pensare di governare un rapporto pubblico-privato, che già esiste ma che deve diventare integrazione governata a livello centrale e non lasciata a se stessa, pena alimentare le diseguaglianze di salute già fin troppo evidenti nel nostro Paese”.

Intervista alla professoressa Roberta Siliquini, presidente della Società italiana di Igiene e Medicina preventiva e Sanità pubblica (Siti) a margine del Congresso nazionale in corso a Como in questi giorni.

Sanità digitale alla Milano Digital Week 2023

Sanità digitale a tutto tondo alla Milano Digital Week 2023. In occasione dell’evento MiCuroDigitale Andrea Fortuna, Pharma & Life sciences Leader di PwC ha parlato delle aspettative dei cittadini nei confronti della digital health, della propensione delle professioni sanitarie all’uso di queste nuove tecnologie e delle leve su cui agire per poter accelerare il processo di trasformazione digitale della sanità. Ecco cosa ha detto ai microfoni di TrendSanità.

Come il digitale può aiutare a combattere le fake news

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Secondo il terzo rapporto Ital Communications – Censis, per tre quarti degli italiani è sempre più difficile riconoscere le fake news, cioè la disinformazione o la misinformazione che circola online e a volte anche sui cosiddetti media tradizionali. In particolare, se il 76,5% ritiene che sia sempre più complicato distinguerle dall’informazione, il 20,2% di questi pensa di non avere le competenze per riconoscere le fake news e il 61,1% di averle solo in parte.

A spaventare è soprattutto l’intelligenza artificiale che, sebbene sia uno strumento prezioso per i professionisti della comunicazione, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio perché rende sempre più indistinguibili le fake news dalle normali notizie.

Del rapporto tra informazione e sanità si è parlato anche al Festival del Digitale Popolare che si è tenuto dal 6 all’8 ottobre a Torino.

Nel panel “Digitale per la salute e lotta alle fake news”, moderato dal Ceo di Seed Medical Publishers Simone Eandi, si è discusso di come il digitale possa essere un alleato importante per l’informazione.

La digitalizzazione in sanità

In apertura, Biagio Oppi, responsabile comunicazione esterna di Pfizer, ha presentato dei dati di uno studio condotto dall’Istituto Piepoli riguardanti il rapporto tra informazione e salute.

“I risultati ci dicono che, in generale, il 45% della popolazione italiana non si fida delle informazioni sulla salute che riceve”, ha detto Oppi.

Dai dati presentati emerge come le principali fonti di informazione siano siti internet e tv, che sono ritenuti più affidabili, mentre giornali e riviste non sono considerati tali. I social sono attendibili dal 7% della popolazione.

Il digitale in sanità può fare tantissimo, sia lato paziente sia lato operatore sanitario

E la pandemia non ha contribuito a migliorare la fiducia nell’informazione: per il 17% degli intervistati il Covid non l’ha fatto, per il 40% l’ha fatto poco.

“Questo per noi è un punto di partenza, perché con Fondazione Italia Digitale intendiamo capire il fenomeno e proporre soluzioni che possono essere utili per migliorare la fiducia nei media e nelle istituzioni”.

Per il direttore della comunicazione di Pfizer, “il digitale in sanità può fare tantissimo, sia lato paziente sia lato operatore sanitario: può velocizzare il rapporto, permettere il monitoraggio a distanza, rendere più efficienti certi processi. Il Pnrr in questo rappresenta una grandissima opportunità per digitalizzare il Ssn”.

Il prebunking

“Abbiamo visto tutti quanto possa essere complicato, soprattutto durante un’emergenza, avere un alto livello di disinformazione”, ha esordito Cesare Buquicchio, giornalista e docente di comunicazione che durante la pandemia è stato capo ufficio stampa del Ministero della Salute.

“Secondo me bisogna avere un approccio più disincantato con queste tematiche forti: le dinamiche della disinformazione e della misinformazione sono sempre le stesse e fanno leva sui medesimi argomenti: l’odio, la paura, i complotti… Capire quali sono è uno degli antidoti più potenti per combattere le fake news”, ha affermato Buquicchio, che ha recentemente dato alle stampe il libro “La comunicazione del rischio nelle emergenze sanitarie”.

È stato dimostrato che il cosiddetto debunking, cioè il tentativo di demistificazione e confutazione delle informazioni false è poco efficace: una volta che sono in circolo, questi dati si propagano indipendentemente dai tentativi di contenerli e spiegarne la fallacia.

“Quello che si può fare, piuttosto, è un’operazione di prebunking, cioè cercare di fornire informazioni sulle dinamiche delle fake news, affinché le persone siano più preparate a riconoscerle”.

Il digitale per i cittadini

“Il digitale è in primis un canale di comunicazione con i nostri pazienti, che ridefinisce e ribilancia il rapporto tra l’ospedale, il centro diagnostico e la territorialità – ha affermato Massimiliano D’Elia, direttore operativo di Affidea Italia – Ci avvicina ai pazienti e permette loro un legame più stretto con il clinico visto che la comunicazione è più diretta”. 

Tecnologia, comunità e sostenibilità sono i tre pilastri della digitalizzazione per Affidea.

“La prima è alla base del percorso di trasformazione digitale che stiamo portando avanti, la comunità gioca per noi un ruolo fondamentale nell’educazione del paziente e nella diffusione dell’uso consapevole degli strumenti digitali in sanità. Tutto questo processo deve essere sostenibile, sia dal punto di vista economico, sia per quanto riguarda il reperimento delle risorse”.

Affidea ha una rete di centri che si occupano soprattutto delle attività di diagnostica per immagini: “Solo un’integrazione efficace di questi tre pilastri può portare valore aggiunto alla società, garantendo maggiore accesso alle cure ai pazienti, abbattendo le disuguaglianze dell’accesso alle cure e assicurando una maggiore salute e benessere ai cittadini”.