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Autismo: pubblicata la Linea Guida ISS su diagnosi e trattamento in bambini e adolescenti

L’ISS ha pubblicato il testo completo della Linea Guida sulla diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti che include 27 raccomandazioni e 1 indicazione di buona pratica clinica che gli esperti – professionisti e familiari/persone autistiche – hanno formulato sulla base della letteratura più aggiornata e della loro esperienza professionale e personale.

Il documento pubblicato riporta le raccomandazioni relative agli interventi diagnostici, che non erano regolati dalle linee guida precedenti, e terapeutici, sia farmacologici che abilitativi e riabilitativi, da implementare nella pratica clinica, valutando le evidenze nel dettaglio producendo raccomandazioni e indicazioni di buona pratica clinica.

“Gli interventi raccomandati ora saranno pienamente esigibili” – dichiara Maria Luisa Scattoni, coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Autismo e del Comitato Tecnico Scientifico per l’elaborazione delle Linee Guida – “e potranno essere integrati tra di loro, se ritenuto appropriato dal clinico, all’interno di un progetto terapeutico complessivo che tenga conto delle caratteristiche specifiche di ogni bambino/adolescente, della sua età, del suo profilo di funzionamento e del suo contesto di vita. Lo sviluppo di raccomandazioni diagnostiche, la partecipazione degli stakeholder, dalle associazioni di pazienti alle Società Scientifiche, e l’adozione di un metodo rigoroso che tiene conto degli aspetti di contesto sono elementi di grande novità rispetto a quanto sinora disponibile per le Istituzioni e l’intera comunità”.

Gli interventi raccomandati ora saranno pienamente esigibili e potranno essere integrati tra di loro, se ritenuto appropriato dal clinico

Le raccomandazioni prodotte nell’ambito di questa LG sono dirette a tutti i professionisti sanitari e socio-sanitari coinvolti nei processi di diagnosi e di presa in carico delle persone nello spettro autistico.

“Le linee guida sulla gestione dei Disturbi dello spettro autistico contengono raccomandazioni a supporto delle decisioni degli operatori basate sulle migliori evidenze di sicurezza, efficacia, efficienza ed equità, che possono contribuire al miglioramento della qualità dei servizi erogati con maggiore soddisfazione dei professionisti e dei cittadini-utenti con una notevole riduzione dei contenziosi medico-legali e la garanzia della sostenibilità del SSN pubblico, equo e universalistico” dichiara il Professor Rocco Bellantone, Commissario dell’Istituto Superiore di Sanità.

Come sono state elaborate le linee guida

Tramite l’art. 2 del decreto che disciplina le modalità di utilizzo del “Fondo per la cura dei soggetti con disturbo dello spettro autistico”, il Ministero della Salute ha affidato all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) il compito di aggiornare le linee guida in tutte le età della vita.

Le raccomandazioni di buona pratica clinica sono state elaborate attraverso il metodo GRADE (Grading of Recommendations, Assessment, Development and Evaluation), uno strumento di riferimento per la valutazione della affidabilità delle prove scientifiche e per la formulazione di raccomandazioni cliniche basate sulle evidenze.

Un aspetto peculiare del sistema GRADE è l’integrazione della valutazione della qualità delle prove disponibili con altri aspetti quali la fattibilità e le implicazioni organizzative ed economiche. Il rigore metodologico nello sviluppo della Linea Guida è stato assicurato dall’esperienza dei professionisti con riconosciuta esperienza e competenza nell’applicazione del metodo GRADE quali il Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario del Lazio, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma per l’analisi economica e dal Quality Assurance Team del Centro Nazionale per l’Eccellenza Clinica, la Qualità e la Sicurezza delle Cure con specifiche competenze in tema di sviluppo e valutazione di linee guida. 

Il Ministero della Salute ha affidato all’Istituto Superiore di Sanità il compito di aggiornare le linee guida in tutte le età della vita

“La Linea Guida sulla diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti è stata elaborata nel rispetto dei migliori standard internazionali per lo sviluppo di linee guida e può certamente essere considerata un brillante esempio di applicazione meticolosa e coscienziosa dei criteri per sviluppare raccomandazioni sanitarie affidabili e sicure” dichiara Holger Schunemann, epidemiologo clinico e Direttore del Centro GRADE della McMaster University (Canada) e coordinatore metodologico della Linea Guida. “Personalmente mi sento onorato e orgoglioso per essere stato coinvolto, in qualità di co-coordinatore insieme al Dottor Franco Nardocci” prosegue Holger Schunemann “in questo importante progetto”.

I membri del Panel auspicano che la Linea Guida venga recepita quanto prima e che siano diffuse le raccomandazioni elaborate a tutela delle persone con autismo e delle loro famiglie inclusa la necessità di personalizzare la cornice terapeutica, predisporre iniziative formative sulle metodologie di intervento, attivare progetti di ricerca nel campo degli interventi e promuovere iniziative istituzionali dirette a disciplinare il curriculum formativo delle professionalità abilitate all’esercizio dei vari interventi.

“Su tutte queste iniziative l’ISS è disponibile a collaborare con le Istituzioni competenti, le Società scientifiche e con le Associazioni delle persone con autismo e delle loro famiglie” – conclude Maria Luisa Scattoni.

Rapporto Agenas-Aiop sulla qualità degli Outcome clinici negli ospedali italiani

È stato presentato a Roma il Rapporto sulla Qualità degli Outcome clinici negli Ospedali italiani 2023, elaborato da Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e Aiop (Associazione italiana ospedalità privata), che propone una valutazione comparativa tra le strutture di diritto pubblico e le strutture di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale, da cui si evince la qualità offerta dalla sanità italiana, con un focus sulla variabilità tra Regioni e all’interno delle stesse, sulla base dei risultati del Programma Nazionale Esiti (PNE) 2022.

Il risultato è una fotografia della qualità offerta dal nostro SSN che consente il confronto sulla base della natura giuridica delle strutture

livello nazionale, delle 511 strutture di diritto pubblico valutate, 45 (pari al 9%) riportano tutte le aree cliniche validate di qualità alta o molto alta; delle 297 strutture di diritto privato, quelle con standard elevati sono, invece, 80 (pari al 27%). Per quanto riguarda le strutture di qualità bassa o molto bassa, queste rappresentano il 19% delle strutture valutate di diritto pubblico (54 su 511) e il 32% delle strutture di diritto privato (75 su 297).

Nell’area del sistema cardiocircolatorio, si rileva un’elevata concentrazione su livelli alti/molto alti di aderenza agli standard: mentre nel nord e, ancora di più, nel sud e isole la proporzione di strutture di diritto privato over-standard è superiore rispetto a quella delle strutture di diritto pubblico, nel centro la situazione è ribaltata. Qui, infatti, le strutture di qualità bassa/molto bassa sono proporzionalmente di più tra quelle accreditate che tra quelle di diritto pubblico.

Nell’area sistema nervoso, la divaricazione tra le due componenti è sostanziale soprattutto al sud e isole: qui le strutture che riportano livelli di qualità alta/molto alta sono proporzionalmente di più tra le accreditate, mentre quelle che riportano una qualità substandard sono proporzionalmente di più tra quelle di diritto pubblico. Nel centro – analogamente a quanto riportato per l’area cardiocircolatoria – le strutture di qualità bassa/molto bassa sono proporzionalmente di più tra le strutture accreditate che tra quelle di diritto pubblico.

Nell’area sistema respiratorio, per quanto riguarda il confronto pubblico-privato, la percentuale di strutture che raggiunge standard di qualità alta/molto alta è significativamente maggiore tra quelle accreditate.

Nell’area della chirurgia oncologica, è il nord ad avere risultati simili al sud, con le strutture di diritto privato che, nel confronto con quelle di diritto pubblico, sono proporzionalmente di più tra quelle di qualità alta/molto alta e di meno tra quelle di qualità bassa/molto bassa. Al centro, se le strutture sovra-standard hanno la stessa percentuale tra le pubbliche e le accreditate, le strutture con qualità bassa/molto bassa sono proporzionalmente di più tra quelle di diritto privato.

Nell’area osteomuscolare, le differenze tra le due componenti sono soprattutto al centro e al sud, dove, rispettivamente il 37% e il 52% delle strutture pubbliche riportano livelli di qualità bassa/molto bassa.

Nell’area gravidanza e parto si documenta una importante divaricazione tra le due componenti: al nord il 56% delle strutture di diritto privato registra livelli di qualità alta/molto alta contro il 15% del sud, mentre le strutture accreditate di qualità bassa/molto bassa sono il 22% al nord e il 75% nel sud e isole

Il PNE ha sempre avuto la finalità positiva di voler restituire una fotografia attraverso la quale identificare gli spazi di miglioramento percorribili per realizzare una sanità di prossimità, efficace e appropriata

“Anche grazie alla realizzazione del Rapporto presentato – ha dichiarato il Presidente di Agenas Enrico Coscioni – prosegue il lavoro di collaborazione tecnico-operativa dell’Agenzia nei confronti delle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano, nonché delle loro aziende sanitarie, in ambito organizzativo, gestionale oltre che in tema di efficacia degli interventi sanitari. Avere strutture – siano esse di diritto pubblico o privato – in grado di garantire una sempre più efficace presa in carico dei pazienti è l’obiettivo che Agenas persegue sin dalla sua istituzione. Dunque, ben venga l’individuazione di buone pratiche da diffondere in modo uniforme per tutto il territorio nazionale”.

“Il Rapporto, frutto dell’Accordo di collaborazione stipulato tra Agenas e Aiop – ha affermato il Direttore Generale Agenas Domenico Mantoan – ha voluto mettere in evidenza sia l’apporto che la componente pubblica e quella privata hanno fornito al corretto funzionamento del SSN, sia la risposta rispetto all’emergenza pandemica. Ciò è stato possibile rielaborando i dati dell’edizione 2022 del Programma Nazionale Esiti (PNE) per verificare, a un livello di dettaglio maggiore, la qualità delle prestazioni erogate dalle strutture pubbliche e da quelle private accreditate. Ricordo che Agenas si configura come organo tecnico-scientifico del SSN e anche grazie al ruolo acquisito da oltre un anno di Agenzia nazionale per la sanità digitale ha sempre più tra i suoi obiettivi quello di assicurare il potenziamento dei servizi e dei processi in sanità mediante l’analisi approfondita dei dati. Va considerato, comunque, che il privato accreditato, a differenza di altri comparti del SSN, è l’unico sottoposto a dei tetti rigidi, congelati al 2011, con la conseguenza di generare una “schizofrenia” di sistema”.

Per la Presidente Nazionale Aiop Barbara Cittadini “Il PNE ha, sempre, avuto la finalità positiva di volere restituire una fotografia attraverso la quale identificare tutti gli spazi di miglioramento percorribili per realizzare una sanità di prossimità, efficace ed appropriata. Con questo lavoro, nato dalla virtuosa sinergia tra Agenas e Aiop, partiamo proprio dall’analisi degli esiti in funzione della natura giuridica delle strutture per superare l’ideologica dialettica che contrappone “il pubblico al privato”. È prioritario riflettere sull’estrema variabilità della qualità all’interno delle due componenti, in ogni Regione e tra Regioni, facendo emergere quelle contraddizioni che devono essere migliorate in un percorso di efficientamento complessivo che tuteli i valori di universalità, solidarietà ed equità ai quali si ispira il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

La riforma del sistema, già in atto – ha commentato Cittadini – non deve tradire la preziosa ed originaria natura del PNE, utilizzandone la valenza tecnico-scientifica a servizio di un meccanismo di razionalizzazione acritica delle sole strutture di diritto privato del SSN. Se la concorrenza non si sostituirà alla programmazione, se la selezione non si sostituirà al miglioramento, vorrà dire che saremo stati in grado di costruire un sistema solido, che non lasci intere aree geografiche sguarnite di presidi di ricovero e cura, finalmente in grado di tutelare il diritto alla salute sancito dalla Costituzione” ha concluso.

Secondo Giovanni Baglio, Direttore UOC Ricerca, PNE, Rapporti Internazionali di Agenas, “per una effettiva tutela della salute del cittadino la prospettiva deve essere quella della corresponsabilità e complementarietà, non della concorrenza fra pubblico e privato. Il PNE rappresenta un osservatorio permanente sull’efficacia, l’appropriatezza, la sicurezza e l’equità di accesso alle cure garantite dal SSN nell’ambito dei LEA ed è uno strumento di supporto al miglioramento continuo”.

La prospettiva deve essere quella della corresponsabilità e complementarietà, non della concorrenza fra pubblico e privato

Alice Basiglini, Responsabile area epidemiologia valutativa, Ufficio Studi di Aiop, ha rilevato che: “Il Rapporto analizza la qualità dei due comparti pubblico-privato del SSN al fine di superare la dialettica fra le due componenti e focalizzare l’attenzione sull’eterogeneità di prestazioni anche all’interno delle due componenti; si tratta di riportare al centro l’equità di accesso. Non ci sono strutture di alta qualità e bassa qualità – ha proseguito Basiglini – ma specifiche aree cliniche e specifiche prestazioni che all’interno di una stessa struttura riportano, alcune, livelli di qualità in linea con gli standard di efficacia e sicurezza e altre che sono lontane da questi standard. In linea generale possiamo valutare come le strutture di diritto privato riportano performance migliori in termini di esiti rispetto a quelle di diritto pubblico, ma soffrono per quanto riguarda i volumi di attività, soprattutto per l’impossibilità di esprimere interamente la propria potenzialità di produzione a causa dei tetti imposti”.

Per Angela Adduce, Ispettore Generale Capo per la Spesa Sociale Ragioneria Generale dello Stato, Ministero dell’Economia e delle Finanze: “Il tetto fissato dalla Spending review costituisce una delle norme che governano la spesa e come ogni tetto deve essere periodicamente manutenuto. Più volte la Ragioneria di Stato ne ha proposto la revisione, ma la decisione e l’opportunità che ne deriva è una scelta politica che deve essere presa in maniera coerente nell’ambito degli equilibri di finanza pubblica. È vero che non è ancora stato previsto un nuovo Tariffario ospedaliero, ma con quello specialistico-ambulatoriale che entrerà in vigore da gennaio 2024 si può già lavorare per provare a rivedere il valore del tetto. Intanto, il Governo ha consentito che tutte le prestazioni per il recupero delle liste d’attesa andassero in deroga al tetto di spesa per evitare di creare conseguenze drammatiche sul piano della tutela della salute”.

Guido Bertolaso, Assessore al Welfare della Regione Lombardia, ha osservato: “Oggi una delle questioni fondamentali nel nostro Paese riguarda le risorse umane. È fondamentale incentivare la permanenza in Italia del nostro personale sanitario – che non necessariamente lascia il pubblico per il privato – per frenare l’emorragia di capitale umano verso l’estero. I privati possono contribuire notevolmente alla tutela del diritto alla salute. In tal senso, è necessario rivedere il limite dei tetti di spesa a livello nazionale per permettere alle Regioni di favorire l’intervento dei privati per quanto riguarda tutte le attività diagnostiche e terapeutiche, a prescindere dalla loro remunerazione”.

La salute mentale in Italia

Dopo il Covid i problemi di salute mentale come ansia e depressione sono aumentati del 30%. Numericamente, si parla di circa un milione di persone in più che avrebbero bisogno di essere prese in carico. Purtroppo, le risorse non sono aumentate: un decreto che risale al 1999 stabilisce di destinare alla salute mentale il 5% della spesa sanitaria. Paesi come la Francia o la Germania investono il 10-14%.

In occasione della Giornata mondiale della Salute mentale, che si celebra il 10 ottobre, abbiamo intervistato Emi Bondi, direttore del Dipartimento di Salute mentale della Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo e presidente della Società italiana di Psichiatria (Sip).

L’esperta ha evidenziato, oltre a una carenza di risorse economiche, anche la mancanza di risorse umane: “In Italia mancano oltre 1.000 psichiatri e iniziano a scarseggiare anche le figure infermieristiche, che sono altrettanto importanti”.

Malattie rare: il ruolo del farmacista ospedaliero

Al Congresso SIFO le malattie rare sono state protagoniste di un approfondimento molto preciso e seguito da oltre settecento professionisti. “Abbiamo voluto concentrarci su questo tema già dal Piano programmatico dell’attuale Direttivo SIFO”, ha sottolineato il presidente Arturo Cavaliere aprendo la sessione inclusa nel XLIV Congresso, “Dove abbiamo inserito accesso precoce, personalizzazione delle cure e ricerca clinica al centro dei nostri obiettivi societari. Da quel momento abbiamo seguito passo dopo passo il percorso parlamentare del cosiddetto Testo unico, confermando che il farmacista ospedaliero e dei servizi territoriali svolge un ruolo fondamentale per assicurare certezza e governo organizzativo di terapie disponibili (e spesso salvavita) in tempi brevi”.

Alla sessione – dove sono intervenuti tra gli altri anche Federico Lega (UniMi), Gianluca Trifirò (UniVr), Maria Galdo (SIFO) e Giuseppe Limongelli (UniNa) – Ugo Trama (direttivo SIFO) e Tiziana Corsetti (referente dell’area SIFO Malattie rare) hanno affermato che oggi “al farmacista ospedaliero è richiesta la competenza e la tempestività per garantire percorsi che aiutino l’assistito ad accedere alla diagnosi ed alle migliori cure in modo corretto ed efficace. Ma la collaborazione istituzionale e socio-sanitaria è ingrediente essenziale perché le singole professionalità siano effettivamente in grado di produrre quei cambiamenti positivi a favore dei pazienti che il Testo unico ha individuato”.

Obiettivo primario per le malattie rare: diagnosi precoce ed omogeneo accesso alle terapie

Tra gli interventi, aperti dalla preziosa disamina di Giuseppe Limongelli che ha sintetizzato temi e opportunità offerti dal Piano nazionale malattie rare 2023-2026 (basato sui caposaldi di Prevenzione Primaria, Diagnosi, Percorsi assistenziali, Trattamenti farmacologici, Trattamenti non farmacologici, Ricerca, Formazione, Informazione, Registri e monitoraggio della Rete nazionale), da segnalare la sottolineatura del farmacologo Gianluca Trifirò, che ha evidenziato l’importante contributo che l’intelligenza artificiale ed il machine learning possono dare nell’ambito dei rare disease, “offrendo un supporto nell’identificazione delle patologie, visto che per certe malattie abbiamo ancora tempi di identificazione diagnostica che in certi casi raggiungono i due anni”.

Come giudica Uniamo – Federazione di riferimento dei pazienti con malattia rare e dei loro caregiver – la relazione con il mondo della farmacia ospedaliera e questa grande attenzione espressa da SIFO? Risponde Annalisa Scopinaro, presidente della Federazione e tra gli speaker più seguiti del workshop: “Per le tante malattie rare che hanno necessità di terapie che nella maggior parte dei casi devono essere somministrate in ospedale o sono comunque in fascia H, quindi da ritirare nelle farmacie ospedalieri, il rapporto con le persone che si occupano della distribuzione è fondamentale. Come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte, il farmacista ospedaliero ha un ruolo importantissimo anche per l’aderenza terapeutica, che presuppone una relazione stretta farmacista-paziente. La conoscenza delle malattie rare e delle loro specificità è fondamentale”.

Più volte citata, la nuova Legge 2021/175 – il Testo unico – ha cambiato o sta cambiando la vita delle persone con malattie rare. Gli auspici espressi durante il Congresso sono tanti: presa in carico uniforme, accesso alle terapie reso meno prolungato nel tempo e non disomogeneo sul territorio.

Scopinaro: farmacisti ospedalieri importanti anche per aderenza terapeutica

Cosa i pazienti sperano possa accadere in tempi brevi per un’efficace implementazione della Legge? “Ad oggi la Legge ha potuto esplicare solo alcuni degli step e degli obiettivi previsti”, precisa Scopinaro, “è stato istituito il Comitato Nazionale che ha potuto finalmente dare il via all’aggiornamento del Piano Nazionale Malattie Rare. Con il finanziamento previsto per il Piano, già al vaglio della Conferenza Stato Regioni, si potranno cominciare a realizzare alcuni degli obiettivi previsti, che sono in linea con quanto previsto dalla Legge. Per altre cose, come ad esempio il Fondo specifico, dovremo attendere i decreti attuativi”.

Come affermato anche da Tiziana Corsetti (referente SIFO per le Malattie rare), a piccoli passi, le cose stanno andando avanti: “auspichiamo che le Regioni implementino il PNMR quanto prima nei loro atti e che alcune delle azioni previste dalla Legge siano portate all’attenzione del CoNaMR per una loro implementazione e successiva decretazione”.

Concluso l’81simo Congresso Fimmg, Silvestro Scotti: “A noi il compito di tracciare la strada e vincere le sfide che la professione pone”

«Non solo un Congresso sindacale, ma il Congresso di una parte della società civile che è attenta a ciò che accade e che cerca di trovare all’interno di un sistema professionale un contributo alla soluzione dei problemi dei cittadini. Ci troviamo ad affrontare un bivio importante ed è nostro compito trovare la strada per una medicina generale che fortifichi sempre più il rapporto con i pazienti, a prescindere dallo strumento tecnologico che la intermedierà. Dobbiamo fare in modo che il paziente possa sempre riconoscere in noi il proprio medico». Lo ha detto il segretario generale Silvestro Scotti in chiusura dell’81simo Congresso nazionale Fimmg a Villasimius (Cagliari).

Votata all’unanimità anche la mozione di chiusura del Congresso, nella quale viene espresso apprezzamento per l’efficacia, l’attualità e l’importanza del tema scelto e sintetizzato nel titolo “La medicina generale al bivio tra mura e cura. Investimenti e digitalizzazione nel rispetto dei valori umanistici e professionali”, che con visione chiara indica le criticità e le proposte per la sopravvivenza del SSN.

Sottolineata anche la necessità della valorizzazione economica, del personale convenzionato nella prossima Legge di Bilancio, anche al fine di sostenere l’aumento dei costi negli investimenti per il personale di supporto (collaboratori/infermieri), tecnologie innovative e strutture che la categoria sta sostenendo nell’interesse degli obiettivi del SSN.

Espressa con fermezza la necessità di riconoscere la medicina generale come impresa solidale e di introdurre meccanismi indiretti di vantaggio fiscale applicabili al reddito accessorio, considerato che gli obiettivi raggiungibili con queste progettualità produrranno servizi e conseguenti risultati assistenziali al servizio pubblico, determinando potenzialmente risparmi più che spese.

Fimmg ritiene imprescindibile la conferma dell’attuale stato contrattuale di convenzione

Il Congresso accoglie con favore l’avvio delle trattative per l’ACN 2019-2021, in primo luogo per il recupero delle risorse economiche da anni attese, ma anche per il completamento dell’introduzione delle AFT e del Ruolo Unico al fine di consolidare la rete degli studi di medicina generale.

Auspica una rapida conclusione delle trattative, condizione necessaria per l’immediata adozione dell’Atto di Indirizzo e per l’apertura della trattativa 2022-2024, che porti al necessario allineamento temporale dell’ACN per l’attuazione dell’evoluzione della medicina territoriale e propedeutico alla realizzazione degli obiettivi della Missione 6 del PNRR.

Inoltre, il Congresso nazionale della Fimmg ritiene imprescindibile la conferma dell’attuale stato contrattuale di convenzione oggi previsto, confermando l’assoluta contrarietà, nell’interesse dei cittadini e del SSN, alla trasformazione dei sistemi territoriali convenzionati verso la dipendenza o sistemi misti.

L’81simo congresso nazionale della Fimmg ha voluto, nella mozione conclusiva, ringraziare il ministro Orazio Schillaci per la sua ferma volontà di non far mancare la sua presenza al congresso nazionale della Fimmg e per aver sottolineato nel suo intervento la necessità di rendere più attrattiva la formazione post laurea in medicina generale attraverso un nuovo percorso che la trasformi in scuola di specializzazione, di cui i medici di medicina generale siano coordinatori e docenti.

Per rendere più attrattiva la formazione post laurea, si auspica un nuovo percorso che la trasformi in scuola di specializzazione

Evidenziata e condivisa, poi, la necessità di individuare le modalità di coinvolgimento delle AFT nella riforma del territorio come forma di casa della comunità Spoke, in relazione funzionale con le case Hub, ribadendo la forte, costruttiva e leale collaborazione tra la Fimmg e la struttura ministeriale già in atto nel corso dell’ultimo anno che continua e continuerà in percorsi condivisi.

Apprezzamento viene espresso per i percorsi di evoluzione del SSN, ed in particolare della medicina generale prospettati dal Sen. Franco Zaffini, presidente della commissione affari sociali e sanità, e della espressa volontà di perseguirne, in tempi brevi, la loro attuazione.

La mozione riconosce inoltre all’onorevole Marta Schifone l’impegno di supporto legislativo profuso che ha portato, tra l’altro, all’approvazione dell’emendamento che nel modificare la compatibilità tra attività oraria e fiduciaria ha posto le basi per una più efficace realizzazione del Ruolo Unico nell’ambito della AFT.

Brevetti scaduti e mancati risparmi: la voce di Egualia

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha reso disponibile nei giorni scorsi un primo monitoraggio riguardante gli elenchi dei principi attivi con scadenza brevettuale 2022-2024, segnalando anche i traguardi raggiunti nella negoziazione tramite procedura semplificata dei prezzi.

E, come evidenzia una nota di Egualia, altrettanto puntualmente AIFA ha sottolineato il “potenziale mancato risparmio” derivante dalla mancata immissione sul mercato di molecole a brevetto scaduto per le quali AIFA ha individuato scaglioni di prezzo negoziali automatici.

L’Associazione che rappresenta l’industria dei farmaci generici equivalenti, dei biosimilari e delle Value Added Medicines ha diffuso pertanto alcune precisazioni in merito alle motivazioni di tali ritardi.

Si tratta in particolare di quattro principi attivi per i quali – ai sensi del decreto Salute per la negoziazione automatica dei farmaci generici e biosimilari del 21 luglio 2022 – è stata sancita una riduzione di prezzo che va dal 30% al 70%, con risparmi attesi pari a 198 milioni di euro.

Per uno dei principi attivi citati il ritardo di commercializzazione è legato alla necessità di documentare il rispetto dei limiti per le impurezze nitrosamminiche identificate nei medicinali fissati solo recentemente da Ema, di cui Aifa ha dato notizia alle aziende a metà luglio (https://www.aifa.gov.it/-/comunicazione-alle-aziende-sulle-nitrosammine-aggiornamento-delle-q-a).

Per gli altri sussistono problemi di natura diversa di cui AIFA è ben consapevole, anche alla luce dei tavoli di lavoro in cui sono state affrontati, ma di cui non fa cenno nella sua nota:

  • problemi di sostenibilità dei costi di produzione che le aziende segnalano da tempo e che da un lato, per i farmaci già in commercio, contribuiscono all’aggravarsi del problema delle carenze e per quelli di nuova immissione possono rendere difficile, se non impossibile, l’accesso al mercato per le mutate condizioni che intervengono tra la negoziazione del livello di rimborso e l’effettiva commercializzazione;
  • contese brevettuali infinite e irrisolte (a livello italiano ed europeo) che rendono solo “teorica” la data di scadenza brevettuale riportata nella tabella AIFA, mutuata dall’Ufficio italiano brevetti (UIBM) del MiMIT alla luce del mantenimento soltanto in Italia del meccanismo del “patent linkage” – che subordina la rimborsabilità dei farmaci equivalenti allo stato del brevetto del farmaco originario sancendo di fatto la non esecutività degli eventuali provvedimenti assunti da AIFA sulla fissazione del prezzo di rimborso dei medicinali generici – mantenuto pervicacemente in vita da una norma inserita nel Ddl Concorrenza 2021, che ne aveva inizialmente previsto l’abrogazione.

La nota di Egualia conclude con un ringraziamento ad AIFA “per aver voluto per la prima volta sollevare il tema dei mancati risparmi derivanti dalle storture presenti nel nostro ordinamento e dell’assenza di una politica di governance capace di premiare la concorrenza e agevolare l’accesso dei pazienti e del SSN ai trattamenti meno costosi senza inutili ostacoli.

Così come siamo grati nell’aver voluto evidenziare che grazie alle molecole off patent entrate negli ultimi due anni sul mercato i risparmi attesi e conseguibili ammontano a quasi 400 milioni di euro.

È un dato che dovrebbe servire ad indirizzare con chiarezza le scelte della politica in occasione della prossima legge di bilancio”.

DD, DPC e distribuzione convenzionata: documento congiunto SIFO, FOFI, FEDERFARMA e ASSOFARM

Equità di accesso nell’ambito del farmaco significa anche trovare un equilibrio tra i canali distributivi attualmente attivi e autorizzati: su questo tema SIFO ha presentato durante il recentissimo Congresso un Documento congiunto sulla distribuzione del farmaco a cui hanno lavorato SIFO, FOFI, Federfarma e Assofarm.

“Il Documento”, ha sottolineato il presidente SIFO, Arturo Cavaliere “è frutto di un lavoro collaborativo che aveva l’obiettivo di trovare un equilibrio tra i canali distributivi – Distribuzione diretta, Distribuzione per conto e Distribuzione convenzionata – che fosse scientificamente sostenibile ed economicamente accettabile”.

Storicamente il punto di partenza di questo lavoro è stata l’indagine conoscitiva promossa nel marzo 2022 dall’onorevole Marcello Gemmato, che aveva messo in luce (con una serie di audizioni parlamentari) la necessità di riflettere sulle modalità distributive del farmaco sviluppate nel nostro Paese a seguito della Legge 2001/405, nel tentativo di trovare un nuovo format dialogico tra i canali, per assicurare quell’assistenza farmaceutica omogenea accessibile che è parte integrante dei LEA.

Nel Documento si determinano quali farmaci si ritengono trasferibili da DD a DPC e con quali modalità

Il Documento presentato durante il Congresso SIFO ha alcuni obiettivi chiari, perché partendo da una visione degli attuali assetti e canali (in presenza di disomogeneità regionali purtroppo evidentissime, come sottolineato anche da Francesco Trotta di AIFA), intende determinare a monte: le categorie di farmaci che possono essere dispensati dai servizi mediante la DD; i farmaci che dalla DD possono essere agilmente trasferiti alla DPC e la cui dispensazione avviene per conto delle Regioni per il tramite delle farmacie di comunità; valutare il percorso istruttorio necessario per il trasferimento dei farmaci dalla DPC alla convenzionata.

Ed ecco dunque i tre criteri espressi nel Documento congiunto:

  • si ritengono non trasferibili da DD a DPC i farmaci con registro di monitoraggio e gestione tramite piattaforma informatica AIFA; i farmaci che richiedono scarico informativo da parte della farmacia ospedaliera; i farmaci con somministrazione endovenosa o associata a combo therapy; i farmaci per HIV (consegnati al paziente dai centri malattie infettive) e per dipendenze distribuiti dai serd; i farmaci per particolari tipologie erogative quali istituti semiresidenziali, penitenziari ed i farmaci orfani e legge 648.1996.
  • i criteri di trasferibilità dalla DD alla DPC individuano invece i farmaci erogati in classe A (A-pht) erogati in entrambi i canali come “diretta a cronici”: i farmaci non erogati negli istituti semiresidenziali, nei penitenziari né dispensati alla dimissione da ricovero o da visita specialistica e tutte le categorie comuni di farmaci con una quota prevalente di erogazione in DPC, senza che siano necessari approfondimenti ulteriori (come nel caso di NAO, Antidiabetici, Asma, Bpco, Antipsicotici, Anti-Parkinson) e verificate le dovute eccezioni.
  • per quanto riguarda il trasferimento dalla DPC alla convenzionata, il Documento precisa che per individuare i criteri condivisi il percorso istruttorio e la necessaria sostenibilità economica per questo trasferimento nell’ambito dell’assistenza di prossimità per le patologie croniche con farmaci prescrivibili dal MMG è necessario dare applicazione alla normativa di modifica della remunerazione della farmacie ed è necessario il cambio di flusso informativo utilizzato ai fini della rendicontazione della spesa farmaceutica dall’attuale sistema di rilevazione.

Si attende ora il riscontro del Governo, dopo la consegna del Documento al sottosegretario Gemmato

Il Documento è stato commentato positivamente da Andrea Mandelli (presidente FOFI), Marco Cossolo (presidente Federfarma), Venanzio Gilli (presidente Assofarm), oltre che da Annalisa Mandorino (Cittadinanzattiva), mentre Domenico Mantoan (Direttore Generale di AGENAS) ha colto l’occasione di questa presentazione per confermare la centralità del ruolo della categoria dei farmacisti (nella loro interezza) nello scenario complessivo delle trasformazioni che collegano sanità ospedaliera, sanità territoriale e sistemi tecnologici (di cui anche gli aspetti distributivi fanno parte).

Ha concluso Cavaliere: “Nel contesto di una nuova armonia professionale condivisa, base su cui si è sviluppato il Documento che abbiamo presentato, siamo consapevoli di aver generato la prima riforma concreta emersa in modo compatto dalla categoria. E siamo orgogliosi di mettere il tutto a disposizione dell’attenzione dei decisori politici affinché ne tengano conto nelle scelte immediate e nelle allocazioni economiche”.

Il testo del Documento congiunto è stato consegnato al Congresso SIFO al sottosegretario Marcello Gemmato, che ha confermato che anche “questa proposta autorevole della filiera del farmaco sarà presa in seria considerazione dall’attuale Governo”.

La speranza emersa dal Congresso SIFO è che il Documento possa essere acquisito in una prossima e ravvicinata norma, auspici che sono stati condivisi anche da Nello Martini e Luigi D’Ambrosio Lettieri, chairman della sessione.

Anziani e dipendenza da smartphone: le sfide della tecnologia nell’età matura

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Imparare a gestire in modo corretto la tecnologia. L’uso eccessivo dello smartphone, infatti, può giungere ad interferire con la normale routine quotidiana.

Secondo uno studio di Pew Research Center, l’85% degli anziani statunitensi di età superiore ai 65 anni possiede un telefono cellulare, il 40% di loro ha un telefono di vecchia generazione e il 46% ha uno smartphone.

Anziani e dipendenza da smartphone: un tema che si inserisce perfettamente in un quadro che già allarma, poiché le malattie da rete non sono appannaggio esclusivo di giovani e giovanissimi.

Parliamo di patologie digitali come la sindrome da iperconnessione tecnologica e l’isolamento sociale, la Nomofobia (termine che deriva dall’acronimo “NO Mobile Phone PhoBIA” e sta ad indicare il terrore di non essere raggiungibili e di non poter usare il proprio dispositivo), la Fomo (“Fear of Missing Out”), dunque sia l’ansia inerente la possibilità che gli altri possano vivere delle esperienze gradevoli e appaganti da cui si è assenti sia la volontà incessante di essere in contatto con gli altri mediante i social. E ancora, la dipendenza da internet abbraccia il Phubbing – termine che nasce dalla fusione delle parole “phone” e “snubbing” (snobbare) –, ovvero l’atto di disinteressarsi del proprio interlocutore in un contesto sociale concentrandosi sul proprio smartphone, e il Vamping, la pratica di restare svegli fino all’alba condividendo dei post, delle foto, dei meme ma anche giocando, guardano video o – più banalmente – scrollando tra i feed della propria rete sociale.

Dipendenza digitale in aumento tra gli anziani: lo studio giapponese

Va da sé che un utilizzo patologico ed eccessivo di smartphone tra gli anziani può giungere ad interferire con le canoniche attività quotidiane (fare la spesa, passeggiare da soli o con altri, ritirare una ricetta medica, recarsi in farmacia, leggere un libro, pagare le bollette) e sempre più di frequente molti adulti, spesso over 65, adottano gli stessi comportamenti della popolazione adolescente rispetto all’uso dei dispositivi e della rete.

C’è di più. Lo psichiatra giapponese Hiroyuki Yoshitake ha mostrato, in una serie di articoli scientifici, come la dipendenza da smartphone tra chi ha già spento 65 candeline sarebbe correlata a un declino delle funzionalità cognitive nonché della capacità di elaborare informazioni . Direttore sanitario di una clinica a Yamato, città della prefettura di Kanagawa, Yoshitake ha osservato che mentre i giovani tendono per lo più a essere “dipendenti” da giochi online, gli anziani sembrano non potere fare a meno di scorrere rapidamente i contenuti in rete e, soprattutto, sui social network per trovare qualcosa da vedere.

La dipendenza da smartphone negli over65 sarebbe correlata a declino delle funzionalità cognitive e della capacità di elaborare informazioni

In Giappone, i dati resi noti dal Ministero degli Affari Interni e delle Comunicazioni lasciano spazio a pochi fraintendimenti: nel Paese del Sol Levante oltre l’80% delle persone di età pari o superiore a 60 anni utilizza uno smartphone (quasi quanto il 90% di coloro che hanno tra i 20 e i 30 anni). Inoltre, la percentuale di anziani che utilizza un dispositivo mobile supera quella di chi guarda la tv (67%) o di chi usa un pc (60%).

Yoshitake rimarca quanto siano sempre di più le persone anziane dipendenti da smartphone a causa del loro crescente senso di isolamento man mano che invecchiano: in Giappone gli anziani si stanno rapidamente avvicinando al 30% della popolazione totale, con il 17% degli uomini e il 23% delle donne che vivono da soli. Rivolgendosi a queste persone, raccomanda: “Piuttosto che trascorrere un’esistenza virtuale, impegnatevi nella società con gli amici e i familiari”. Senza dimenticare che il Giappone, ancora nelle parole dello psichiatra, vanta il maggior numero di letti al mondo nei centri dedicati alla cura delle dipendenze da internet, e che il ricovero medio presso tali strutture (circa 400 giorni) è sensibilmente più lungo rispetto ad altre analoghe realtà internazionali.

Sul tema anziani e dipendenza da smartphone parla Paola Federici, psicologa e psicoterapeuta, che sul suo blog ha dedicato un post all’argomento (“Internet dipendenza, ma anche gli over 60 ne sono vittime?”): “Come sappiamo, in Giappone il lavoro assorbe tante ore della giornata per l’intera vita, non lasciando molto tempo alle attività di svago e agli interessi personali. A 65 anni, improvvisamente, i neopensionati si trovano a dover riempire le giornate dopo una vita spesa in ufficio. Forse non hanno hobbies, non hanno potuto coltivare le proprie passioni e possono così scivolare in progressivi stati di depressione per non saper come riempire il loro tempo. Di qui il passo verso un progressivo decadimento cognitivo ci può stare”.

Fermo restando che “ciò accade comunque e dappertutto, ma in altre culture la famiglia, il ruolo dei nonni che dopo l’orario scolastico accudiscono i nipoti, sono ancora prevalenti. Come nel sud europeo, Italia compresa”, la dottoressa Federici individua nei casi affrontati dagli articoli scientifici di Yoshitake “un’analogia con il fenomeno degli Hikikomori, la condizione dell’autoisolamento sociale degli adolescenti giapponesi – il cui unico contatto sociale mantenuto avviene tramite internet – di cui si parla in modo diffuso”. Ragione per cui, “non posso essere del tutto d’accordo con la motivazione dello studioso giapponese. Il decadimento cognitivo potrebbe essere una delle concause, a mio parere, anche perché non tutti gli over 65 hanno un decadimento importante a livello mentale”.

Malattie da rete sempre più diffuse, lo stato dell’arte in Italia

Sono distanti, comunque, i tempi in cui ci si collegava alla rete per cercare ciò di cui si aveva bisogno per poi tornare (a stretto giro) offline. Oggi gli utenti internet in tutto il mondo, Italia inclusa, sono “always on” – sempre connessi – e intendono il restare collegati come una condizione stabile delle proprie giornate.

Il report AGI-Censis “L’insostenibile leggerezza dell’essere digitale” riporta che il 77,7% degli italiani manifesta difficoltà a dormire la notte in quanto fatica a separarsi dal dispositivo tecnologico (che il 61,7% usa anche a letto). Complessivamente, un quinto della popolazione adulta (oltre il 20%) riconosce di essere dipendente da internet e l’11,7% di andare in ansia se si ritrova in un luogo privo della connessione.

Oggi gli utenti internet in tutto il mondo sono sempre connessi: in Italia oltre il 20% degli adulti riconosce di essere dipendente dalla rete

E ancora, il 63% degli italiani controlla i propri profili social come prima attività quotidiana dopo la sveglia e il 34,1% lo fa anche a tavola. Gli stessi social, che in principio hanno consentito di ricontattare vecchi amici e conoscenti (oppure allacciare nuovi rapporti), sempre più spesso divengono un surrogato delle conoscenze e delle frequentazioni che avvengono di persona.

“Ai nostri giorni, dopo il pensionamento, gli anziani possono disporre di molte offerte di attività sociali, organizzate dai comuni e da associazioni per il tempo libero”, riprende la dottoressa Federici. “In campo culturale, artigianale o sportivo: c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i tanti corsi offerti, i pomeriggi culturali, le visite a mostre d’arte e musei. Per non parlare delle gite, anche di un solo giorno, in pullman organizzati – prosegue –, tutte attività aiutano anche a livello cognitivo ed evitano l’isolamento sociale”.

Sulla condizione che colpisce il regolare funzionamento delle principali funzioni cognitive, come affermato da Yoshitake, la psicologa e psicoterapeuta conclude: “Credo che a favorirla sia l’abbandono improvviso degli impegni di una vita. Non parlo solo di quelli lavorativi, ma anche famigliari, i figli adulti ormai fuori casa”. Da qui l’importanza di ritrovare un proprio equilibrio, riconoscendo e spezzando i meccanismi che creano dipendenza, ripristinando i giusti ritmi sonno-veglia e attribuendo spazi consoni alle relazioni interpersonali.

Malattie reumatologiche, per 3 genitori su 10 il passaggio a medico degli adulti è incognita

Per quasi 3 genitori su 10 il passaggio dei propri figli dal pediatra reumatologo al reumatologo dell’età adulta è un’incognita. Ad oggi, infatti, i pazienti e i loro caregiver vivono questa transizione come un ‘salto nel buio’ perché il percorso è ancora farraginoso, non strutturato e non supportato anche da un punto di vista psicologico. Sono questi i principali risultati della ricerca quali-quantitativa ‘Fotografia di una Transizione complessa’, promossa da APMARR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare) con la collaborazione di REUMAPED (Società Italiana di Reumatologia Pediatrica).

La ricerca è stata presentata a Roma, in avvicinamento alla Giornata mondiale delle malattie reumatiche che ricorre il 12 ottobre, nel corso del convegno Istituzionale ‘La transizione dall’età pediatrica all’età adulta: un salto nel buio?’ promosso da APMARR e Rare APS ETS. Un incontro che ha riunito esponenti delle Istituzioni, delle società scientifiche, associazioni pazienti e clinici nel campo della reumatologia per discutere su una tematica che tuttora non trova una risposta concreta ovvero quella di agevolare la transizione dal pediatra reumatologo al reumatologo dell’età adulta che il paziente, con patologia ad esordio pediatrico, deve attraversare.

“La nostra missione è quella di dar voce ai pazienti che soffrono di patologie reumatologiche e portare alla luce le loro esigenze- ha sottolineato Antonella Celano, presidente di APMARR- I principali ostacoli che famiglie e pazienti affrontano nella transizione dal pediatra reumatologo al reumatologo dell’età adulta comprendono la carenza di informazioni chiare su questo processo, una comunicazione spesso non strutturata tra i due medici e il rischio di interruzioni nella continuità terapeutica. Inoltre, la transizione comporta sfide psicologiche e sociali, come l’adattamento a nuovi ambienti medici e la maggiore responsabilità per la propria salute“.

La transizione dalla presa in carico pediatrica a quell’assistenza degli adulti non è codificata nei Lea e spesso viene vissuta come un “salto nel buio”

Il concetto di ‘Transizione’ si riferisce al delicato passaggio che i pazienti in età pediatrica devono affrontare quando crescono e devono iniziare a essere presi in carico da un medico specializzato nell’assistenza agli adulti. Questo processo non è codificato all’interno dei Lea (Livelli essenziali di assistenza) o all’interno di percorsi di cura condivisi, e di conseguenza, per coloro che soffrono di patologie che hanno avuto inizio in età pediatrica, spesso si traduce in una solitudine terapeutica e nella mancanza di un percorso di assistenza coerente.

“Le malattie reumatologiche sono frequenti anche in età pediatrica: sono infatti in media 10.000 i bambini che ogni anno sono colpiti da queste patologie, la più comune è l’artrite idiopatica giovanile (AIG). Una diagnosi in tempi utili insieme a precoci e corretti approcci terapeutici possono portare a una remissione clinica della patologia e a una normale qualità di vita- ha dichiarato Fabrizio De Benedetti, presidente di REUMAPED e direttore della Uoc di Reumatologia e dell’Area di Ricerca di Immunologia, reumatologia e Malattie Infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma- Nel percorso del paziente con patologie reumatologiche ad esordio pediatrico la difficoltà è riconoscerne i sintomi, per questo occorre la presa in carico precoce del pediatra con specializzazione in reumatologia che ne imposterà il percorso terapeutico e lo accompagnerà fino all’età adulta. È quindi essenziale poter avere un percorso di transizione codificato e non lasciato soltanto alla ‘buona volontà’ dei medici”.

Sono in media 10.000 i bambini colpiti ogni anno da malattie reumatologiche

Il ruolo del pediatra reumatologo e del reumatologo dell’età adulta, deve essere sempre più al centro del percorso multidisciplinare che coinvolge le persone con malattie reumatologiche– ha evidenziato Gian Domenico Sebastiani, presidente SIR (Società Italiana di Reumatologia) e direttore della Uoc Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma- Per questo motivo, siamo al fianco delle associazioni di pazienti per promuovere iniziative, come queste, con l’obiettivo di aumentare la conoscenza sulle patologie reumatologiche non solo dal punto di vista dell’importanza di una corretta interpretazione dei sintomi e di una diagnosi precoce ma anche per sensibilizzare sulla necessità di fornire il migliore percorso di assistenza ai pazienti soprattutto quando l’esordio della patologia è in età giovanile, in modo da accompagnare chi ne soffre fino all’età adulta”.

È necessario fornire il migliore percorso di assistenza ai pazienti, soprattutto quando l’esordio della patologia è in età giovanile

Le malattie reumatologiche che riguardano oltre 5 milioni e mezzo di persone in Italia sono diversificate in più di 200 patologie tra cui l’artrite reumatoide, l’artrite idiopatica giovanile, la fibromialgia, le malattie auto infiammatorie, e possono colpire persone di tutte le età causando dolore, infiammazione e spesso limitando la mobilità e la qualità della vita, se non diagnosticate precocemente.

La Giornata mondiale delle malattie reumatiche è pertanto un’opportunità per aumentare la conoscenza e la sensibilizzazione nei confronti del pubblico e dei responsabili delle politiche sanitarie sulle sfide che affrontano le persone affette da queste patologie.

“Il nostro auspicio – ha concluso Antonella Celano- è che questo evento sia stato un primo passo per riunire i principali attori nel campo della reumatologia a fianco delle Istituzioni e delle Associazioni pazienti con l’obiettivo di intraprendere un percorso comune ovvero quello di agevolare la Transizione e includerla il prima possibile nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)”.

La ricerca

Composta da una parte qualitativa realizzata da APMARR attraverso oltre 400 minuti di interviste di medicina narrativa e da una parte quantitativa realizzata dall’Istituto di ricerca WeResearch, la ricerca ‘Fotografia di una Transizione complessa’ ha voluto indagare il processo di Transizione dal pediatra al medico per l’adulto.

I risultati hanno messo in evidenza che più di 6 persone su 10 riconoscono che è fondamentale la transizione dal punto di vista di utilità per la continuità di cura, ma seppur più della metà dei caregiver di persone di 14-20 anni di età (55,3%) afferma di aver vissuto un percorso positivo, rimane ancora l’11,3% che invece si è scontrato con un percorso problematico e difficoltoso. Sono la scarsa comunicazione e coordinamento tra i medici specialisti, i tempi di attesa eccessivamente lunghi e gli aspetti emotivi e psicologici i motivi per cui la continuità di cura risulta difficile durante il passaggio per il 19,4% delle persone di 16-30 anni di età che hanno già effettuato la ‘transizione’.

Le principali difficoltà risiedono proprio nella mancanza di informazioni su come effettuare la transizione

Le principali difficoltà risiedono proprio nella mancanza di informazioni su come effettuare la transizione, per più di due intervistati su 10 sono incomplete (24%), specialmente per i caregiver di chi è affetto da patologie reumatologiche (24,7%). Ed è proprio questa carenza di informazioni che rallenta la transizione dal pediatra reumatologo al reumatologo dell’età adulta. Gli intervistati, infatti, individuano come principali problematiche affrontate nella comunicazione della propria storia clinica al medico reumatologo per adulto gli aspetti procedurali nel passaggio di consegne tra i medici e una percezione di una minore empatia con il nuovo medico “sentendosi meno ascoltati” rispetto che col proprio pediatra reumatologo con il quale hanno instaurato un rapporto di fiducia.

“La ricerca mette in luce due aree di criticità che rendono la transizione un percorso non sempre semplice: da una parte, i caregiver, soprattutto i genitori, dichiarano di avere spesso informazioni incomplete, dall’altra, le persone affette da patologie reumatologiche in età pediatrica, riferiscono una certa difficoltà nella relazione con gli specialisti sotto il punto di vista comunicativo ed empatico’, ha commentato Matteo Santopietro, Senior Market Researcher dell’Istituto di ricerca WeResearch.

Il campione della ricerca quantitativa era composto da 694 persone, donne e uomini, di età 16-75 anni. Nel dettaglio: 308 caregiver di persone di 14-20 anni di età con patologie reumatologiche, 300 caregiver di persone di 14-20 anni di età con altre patologie, 86 pazienti di 16 -30 anni.

Governance del farmaco e dei dispositivi medici: ruolo dei farmacisti ospedalieri e criticità europee

Chi governa il cambiamento? Chi ha la responsabilità, la competenza e l’autorevolezza per prendersi in carico le spinte che le nuove norme europee stanno imprimendo al settore del farmaco e dei dispositivi medici? Lo scenario complesso e dinamico che si è creato con i due regolamenti europei 2017/45 e 2017/746, con il regolamento HTA e con una direttiva ed un regolamento che normeranno in modo nuovo il settore del farmaco in tutta Europa sono l’orizzonte di una serie di Sessioni durante il XLIV Congresso SIFO. Ma quali elementi “di sistema” intende sottolineare SIFO in questo momento specifico di fondazione di nuove governance?

La proposta di riforma della legislazione europea ha sollevato diverse critiche e perplessità

“La proposta di riforma della legislazione europea, tesa in linea di principio a conciliare l’esigenza di un accesso rapido ed equo alle terapie, la competitività dei mercati ed il governo della spesa da parte degli Stati Membri, ha sollevato diverse critiche e perplessità”, precisa Alessandro D’Arpino, vicepresidente SIFO, “Nelle sessioni congressuali la nostra Società intende far emergere con precisione gli scenari possibili ed i relativi cambiamenti che ci attendono. Essendo poi quella del farmaco una riforma costruita senza il coinvolgimento pubblico di esperti e portatori di interesse, si vuole cercare di analizzare e comprendere se le difficoltà legate all’accesso alle nuove terapie farmacologiche andranno risolte ed armonizzate con la necessità di garantire la sostenibilità economica dell’assistenza farmaceutica”.

Ma non c’è solo il farmaco: come nel recente passato SIFO ha deciso di proporre anche nel Congresso 2023 alcune specifiche riflessioni sulla governance dei DM. Che ruolo possono avere i Farmacisti Ospedalieri in questo ambito?

“A un anno dall’applicazione del nuovo Regolamento Europeo 2017/745 i principali attori del sistema faranno il punto sullo stato dell’arte nel nostro Congresso”, dice Marcello Pani, segretario nazionale SIFO, “evidenziando punti di forza e criticità che caratterizzano, a livello nazionale ed europeo, il settore dei dispositivi medici. La nostra professione intende mettere in campo anche in questo caso la competenza specialistica di molti colleghi, per fornire ai pazienti le migliori opportunità di cura per molte patologie, garantendo l’innovazione e la sostenibilità necessaria”.

Anche per i DM innovativi è evidente che sarà sempre più necessario lavorare in Team multidisciplinari

Prosegue Pani: “come nell’ambito dei farmaci innovativi, anche per i DM innovativi è evidente che sarà sempre più necessario lavorare in Team multidisciplinari e risulta quindi importante farsi trovare preparati a questa necessità. Come SIFO abbiamo a tal proposito avviato un’Area Scientifica dedicata al settore dei dispositivi con molti colleghi esperti che collaborano in attività di formazione e ricerca. Abbiamo inoltre attivato quest’anno anche un Master Universitario di II livello di Governance dei DM e dei diagnostici, presso l’Università Cattolica di Roma, in collaborazione con l’Università di Pisa e di Pavia, con docenti del Ministero della Salute e ISS, con ingegneri clinici ed economisti, con clinici e chirurghi di rilevanza nazionale al quale stanno partecipando 40 colleghi di tutte le regioni. È un segnale concreto del nostro impegno specifico in questo settore che sta diventando sempre più importante per la salute dei cittadini e per il SSN”.

Per riassumere: ci troviamo di fronte a varie riforme europee, sapendo che anche AIFA è in fase di importante cambiamento: cosa si attende SIFO da questi importanti passaggi normativi e istituzionali?

Risponde concludendo ancora il vicepresidente d’Arpino: “SIFO da queste riforme si attende uno snellimento delle procedure burocratico-amministrative al fine di garantire l’accesso a terapie nuove e/o innovative in tempi più brevi degli attuali. Allo stesso tempo ci aspettiamo che la sostenibilità e la governance dell’erogazione dell’assistenza farmaceutica non ricada tutta sui servizi farmaceutici che sono costretti ad impiegare una gran quantità di risorse per l’applicazione del Codice degli appalti anche nel caso di acquisto di farmaci nuovi, unici, infungibili e rimborsati dal SSN. Questo ci costringe a svolgere lunghe procedure amministrative che non portano nessun valore aggiunto, dal momento che le risultanze delle procedure sono state già ampiamente concordate tra AIFA e produttori”.