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Pazienti reumatologici: verso una presa in carico precoce e una rete territoriale integrata

La presa in carico precoce dei pazienti reumatici sul territorio è un tema centrale per garantire una gestione efficace e tempestiva delle patologie reumatologiche. Il ritardo diagnostico, che può arrivare fino a 4-5 anni, porta a danni irreversibili e a significativi costi sociali e sanitari. La medicina di prossimità, che pone il paziente al centro e facilita il suo accesso alle cure, è essenziale per ridurre le disuguaglianze regionali e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Daniela Marotto, past president del Collegio Reumatologi Italiani (CReI), a colloquio con TrendSanità, sottolinea la necessità di una rete integrata di professionisti e l’importanza del supporto psicologico e sociale.

Perché è importante una presa in carico dei pazienti reumatici sul territorio in maniera precoce, e che cosa significa?

La presa in carico precoce sul territorio è importante perché i nostri pazienti purtroppo sono gravati da un ritardo diagnostico che per alcune patologie ancora si attesta sui 4-5 anni. In patologie che per lo più sono sistemiche, infiammatorie, croniche, significa che questi pazienti vanno incontro a danni che nel momento in cui vengono presi in carico sono ormai diventati irreversibili, con una serie di costi sociali, diretti e indiretti, molto onerosi. Sono pazienti che presentano disabilità, e ad esempio vanno incontro a numerose assenze dal lavoro, con i relativi e importanti costi.

Daniela Marotto

Pensiamo all’artrite reumatoide: il costo annuo dei pazienti con artrite reumatoide annuo è di 2 miliardi di euro. Cifra già rilevante e destinata ad aumentare in maniera significativa se la diagnosi viene accertata con un ritardo di alcuni anni.

Per una presa in carico precoce, per evitare questi ritardi diagnostici e terapeutici, è necessario che il paziente trovi il riferimento più prossimo al suo domicilio. La medicina di prossimità è fondamentale: fino ad oggi se ne parla tanto, nel Piano Nazionale della Cronicità e anche nel PNRR, ma alla fine il territorio rimane sguarnito. In campo reumatologico questo è ancora molto evidente, con forti disparità regionali.

In alcune regioni virtuose si può trovare un’adeguata assistenza reumatologica altre ne sono carenti.

Un aspetto importante è far comprendere che le nostre patologie sono patologie croniche e, come ben sottolineato dal PNRR, andrebbero gestite sul territorio riservando la gestione delle acuzie e delle forme più severe e complesse ai centri ospedalieri.

La medicina di prossimità è fondamentale ma in campo reumatologico ci sono ancora forti disparità regionali

La mancanza di una rete di assistenza reumatologica capillare e integrata Territorio Ospedale ritarda le diagnosi e le cure, costringendo il paziente a spostarsi per cercare il centro di riferimento a volte distante centinaia di chilometri.

La medicina di prossimità che avvicina la salute al cittadino è per il Collegio Reumatologi Italiani (CReI) un aspetto cruciale e per cui ci stiamo impegnando con forza.

Che cosa manca, quindi, sul territorio?

Quello che manca sul territorio è innanzitutto il coinvolgimento attivo del medico di medicina generale e del pediatra di libera scelta. Sottolineo questo secondo professionista perché solitamente siamo abituati a pensare alle malattie reumatologiche come patologie dell’età adulta ma questa è una considerazione da sfatare. Le patologie reumatologiche sono oltre 150, e colpiscono tutte le età anche i bambini, pertanto è importante che anche il pediatra di libera scelta, così come il MMG, conosca i campanelli d’allarme di queste malattie.

La mancanza di una rete di assistenza reumatologica capillare e integrata Territorio Ospedale ritarda le diagnosi e le cure

Essendo patologie sistemiche, la presa in carico deve essere multidisciplinare e deve prevedere che, una volta riconosciuti i segnali di allarme, il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta possa rapidamente inviare il paziente allo specialista di primo livello, che deve fungere da filtro. È purtroppo, di nuovo, è questa figura a mancare sul territorio: uno specialista che sia in grado di indirizzare all’assistenza ospedaliera solo i pazienti con patologie più severe, con un coinvolgimento sistemico più grave o con acuzie. In mancanza di questo filtro, tutti i pazienti afferiscono all’ospedale e l’ospedale diventa il “cronicario”, mentre invece dovrebbe essere riservato alla gestione solo del paziente con patologia acuta.

Considerando i nostri pazienti, che sono per lo più cronici, se vengono indirizzati tempestivamente allo specialista e seguiti con la terapia adeguata, si possono evitare le complicanze limitando l’attività di malattia molto raramente hanno necessità di un ricovero ospedaliero. Ogni figura ha un compito bene preciso.

Il medico di medicina in generale è fondamentale perché è la prima interfaccia con il paziente, deve poterlo prontamente inviare allo specialista di riferimento, evitando così ritardi diagnostici e terapeutici.

Lo specialista di primo livello, situato sul territorio, è il filtro che valutando il singolo caso deciderà che cosa è più opportuno fare. In questo modo si realizza una corretta rete integrata ospedale-territorio, con l’ospedale che è libero di gestire i casi più complessi e lo specialista universitario che si dedica alla ricerca.

Purtroppo, attualmente anche l’Università è oberata di attività ambulatoriali che sarebbero di competenza del territorio, e di conseguenza ha meno tempo da dedicare alla ricerca. L’ Università ha il compito importantissimo di far avanzare gli studi sui farmaci, sulle terapie, sulle patologie ne vien da se che se i ricercatori devono impegnarsi nell’assistenza di primo livello, e non di ricerca, tutto il sistema viene penalizzato.

La riorganizzazione dei servizi territoriali così come ha appena delineato potrebbe contribuire a ridurre le liste d’attesa?

Assolutamente sì. In reumatologia, il problema delle liste d’attesa è strettamente legato all’appropriatezza prescrittiva. Innanzitutto, è fondamentale che il medico di medicina generale, il pediatra di libera scelta o un altro specialista di riferimento sappiano riconoscere quando un paziente presenta effettivamente un problema di natura reumatologica. Escludendo l’invio al reumatologo per patologie non di sua competenza, si può già ottenere una significativa riduzione delle liste d’attesa.

In reumatologia, il problema delle liste d’attesa è strettamente legato all’appropriatezza prescrittiva

Un secondo elemento cruciale è la necessità di una pianificazione adeguata, basata su un’analisi accurata della domanda e dell’offerta. Senza questa valutazione preliminare, diventa inevitabile trovarsi di fronte a difficoltà organizzative. Il Collegio Reumatologi Italiani (CReI) ha già sollevato questo tema con il Ministro della Salute, sottolineando come ci siano Regioni in cui le liste d’attesa sono relativamente brevi, mentre in altre i tempi per una prima visita possono arrivare a 6, 8 o addirittura 12 mesi. Questa disparità dipende, in gran parte, dall’assenza di un’analisi approfondita delle reali esigenze territoriali.

Infine, un altro aspetto da migliorare è il monitoraggio delle liste d’attesa per le patologie reumatologiche. A differenza di altre discipline, come la cardiologia o l’urologia, in reumatologia non esiste un sistema di controllo strutturato. L’introduzione di un monitoraggio sistematico permetterebbe di ottimizzare il percorso del paziente, rendendolo più fluido e organizzato.

Quali sono le priorità per mettere in campo davvero questa rete di professionisti?

Quello che noi stiamo cercando di fare è cambiare l’approccio: il nostro obiettivo deve essere quello di “dare salute” al paziente e al cittadino, in senso globale di benessere, psico, fisico, sociale. Quindi, non dobbiamo ragionare più per specialità, ma per problemi.

In concreto, è necessario guardare alla globalità del paziente, non limitandosi a considerare solo la patologia reumatologica ma valutando anche le eventuali comorbidità. Ad esempio, se un paziente presenta artrite reumatoide o lupus con una cardiopatia associata o la presenza di diabete, è necessario poter colloquiare con gli altri colleghi per creare un protocollo terapeutico idoneo per quel paziente, anche in relazione alle terapie concomitanti che, in qualche caso, possono comportare anche delle interazioni farmacologiche.

È necessario guardare alla globalità del paziente, non limitandosi a considerare solo la patologia reumatologica ma valutando anche le eventuali comorbidità

Ma non ci si deve fermare qui: è cruciale valutare anche lo stato psicologico del paziente. Questo aspetto è determinante, ad esempio, per migliorare l’aderenza terapeutica. Un paziente supportato dal punto di vista psicologico, che sviluppa maggiore consapevolezza e accettazione della propria condizione, risponde meglio alle cure.

Un altro elemento chiave è il coinvolgimento degli assistenti sociali. Le malattie reumatologiche spesso generano ripercussioni sociali ed economiche. È quindi indispensabile supportare i pazienti nel comprendere e accedere alle leggi e agevolazioni esistenti, per la gestione della casa, ad esempio, o di altri bisogni sociali.

In questa prospettiva, nella struttura in cui opero abbiamo recentemente attivato un ambulatorio di psicoreumatologia, primo in Italia. La mia azienda, la ASL Gallura, sta abbracciando un approccio innovativo, riconoscendo l’importanza della cogestione multidisciplinare del paziente. Lo psicologo, tra i tanti aspetti, svolge un ruolo cruciale nell’aiutare il paziente a comprendere e accettare la terapia, nonché nel dialogo con i familiari. Spesso, infatti, non è il paziente a rifiutare la malattia, ma il contesto sociale circostante.

Ho visto casi di donne abbandonate dai loro partner o persone che si isolano per via delle disabilità causate dalla malattia. Grazie al supporto psicologico, i pazienti riescono ad accettare la loro condizione, comprendendo l’importanza di seguire le terapie. Questo ha un forte impatto che si ripercuote anche sui costi perché diminuisce il rischio di abbandono delle cure, che rappresenta uno dei principali problemi che affrontiamo, e la necessità di andare a utilizzare terapie più costose.

Questa esperienza, inizialmente avviata come progetto, è diventata una realtà strutturata, tanto che la ASL Gallura ha intenzione di aprire anche un ambulatorio di fisioreumatologia con fisioterapisti e ambulatori condivisi tra dermatologi, gastroenterologi e pneumologi, dove gli specialisti collaborano direttamente sul paziente. Questo approccio ha un impatto positivo anche sul paziente stesso, che si sente più seguito e supportato. E, alla fine, è proprio questo che fa la differenza.

Un’altra priorità riguarda uno degli ostacoli più rilevanti che ci troviamo spesso ad affrontare, e cioè l’accesso alle terapie. Ancora oggi, dobbiamo constatare significative limitazioni in questo ambito, in quanto gli specialisti del territorio non possono prescrivere tutti i farmaci necessari. In origine, queste restrizioni erano principalmente legate a ragioni di farmacoeconomia, poiché alcuni trattamenti avevano costi elevati ed erano riservati esclusivamente a centri di riferimento specializzati.

Oggi, però, con l’introduzione dei biosimilari, il costo di molti di questi farmaci è sensibilmente diminuito. Di conseguenza, le motivazioni economiche alla base di tali restrizioni risultano ormai superate. Anzi, se si adottasse una visione più lungimirante, si comprenderebbe che il vero valore di questi farmaci non risiede solo nel loro costo diretto, ma nel beneficio complessivo che possono offrire. Permettere agli specialisti del territorio, adeguatamente formati, di prescrivere questi trattamenti precocemente garantirebbe un miglior controllo della patologia, prevenendo complicanze e danni ulteriori. Questo non solo migliorerebbe la qualità di vita dei pazienti, ma ridurrebbe anche i costi aggiuntivi legati alla gestione delle conseguenze di una malattia non adeguatamente trattata. In sostanza, un accesso più rapido e diffuso alle terapie rappresenta un investimento sulla salute che si traduce, nel lungo termine, in risparmi per il sistema sanitario e in migliori esiti per i pazienti.

FADOI e Cittadinanzattiva scrivono ad AIFA: «Troppe disparità di accesso tra le Regioni nell’accesso ai farmaci innovativi»

Molte Regioni, disattendendo le indicazioni dell’AIFA, autorizzano alla prescrizione di alcuni farmaci innovativi solo i medici specialisti di branca e questo crea disparità territoriali nell’accesso alle terapie e un allungamento delle liste d’attesa per le visite agli stessi specialisti prescrittori. A denunciare il fenomeno è FADOI, la Federazione dei medici internisti ospedalieri in una lettera cofirmata con Cittadinanzattiva, inviata al Presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Robert Nisticò.


Dopo aver riconosciuto l’impegno di AIFA nel garantire un rapido accesso ai medicinali innovativi, il Presidente FADOI, Francesco Dentali e il Segretario generale di Cittadinanzattiva, Anna Lisa Mandorino, osservano «con preoccupazione come, a livello regionale, vi siano frequenti discrepanze nelle modalità di prescrizione dei farmaci approvati dall’AIFA». Discrepanze  che «derivano dalle decisioni prese dalle Farmacie e dai Servizi sanitari regionali, che talvolta disattendono le indicazioni fornite dall’Agenzia e introducono limitazioni sui medici autorizzati a prescrivere alcuni farmaci».

«Esempi emblematici di questo ultimo periodo – ricordano Dentali e Mandorino – riguardano farmaci recentemente approvati dall’AIFA per il trattamento o la prevenzione di malattie cardiovascolari o renali di estrema frequenza e rilevanza clinica. Tali molecole sono state destinate alla prescrizione da parte di specialisti di branca come cardiologi e nefrologi ma anche da parte di internisti, e in alcuni casi geriatri. Una decisione motivata dalle competenze trasversali da parte degli specialisti internisti e dal fatto che in molti casi, come in quello dello scompenso cardiaco, la gran parte dei pazienti affetti da tale patologia vengono effettivamente ricoverati o gestiti in Ospedale prevalentemente dagli specialisti di Medicina Interna. Però in alcune Regioni, purtroppo, questi farmaci innovativi possono essere prescritti esclusivamente dagli specialisti di branca, con una significativa restrizione rispetto alle indicazioni dell’Agenzia. Questo fenomeno non solo rischia di compromettere l’efficacia delle terapie per i pazienti, ma potrebbe anche generare disuguaglianze nell’accesso alle cure, soprattutto in quelle aree dove la disponibilità di specialisti di branca è limitata».

Dopo aver ricordato «la capillarità e la distribuzione della medicina interna su tutto il territorio nazionale, FADOI e Cittadinanzattiva sollecitano «il coinvolgimento degli internisti come prescrittori su tutto il territorio nazionale», che «oltre a rispettare le indicazioni dell’AIFA, garantirebbe un accesso più rapido e capillare alle cure, riducendo il rischio di complicazioni e migliorando la qualità di vita dei pazienti. L’attuale limitazione dei prescrittori in alcune Regioni – si rimarca nella lettera – rischia invece di allungare i tempi di accesso alle terapie, provocando disparità territoriali non in linea con i principi costituzionali di uguaglianza e tutela della salute».

Da qui l’invito ad AIFA a considerare un possibile intervento per sensibilizzare le Regioni sull’importanza di allinearsi alle indicazioni nazionali in materia di prescrivibilità dei farmaci.

HIV, SIMIT: confermato successo terapia e prevenzione nella lotta al virus

Nuovi successi della terapia antiretrovirale contro l’HIV nella soppressione del virus e nella Profilassi Pre-Esposizione: questo è il messaggio che emerge dagli studi più recenti presentati al XXIII Congresso della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali. Grazie a questi trattamenti, infatti, l’infezione da HIV può essere cronicizzata garantendo sopravvivenza e qualità di vita sempre più simile alla popolazione generale. Inoltre, la regolare assunzione della terapia permette di rendere il virus non trasmissibile, come rilevato dall’evidenza scientifica U=U (Undetectable=Untransmittable). Gli sviluppi più recenti aprono ulteriori prospettive, con la possibilità di prevenzione a lungo termine e con una minore infiammazione del sistema immunitario.

L’ottimizzazione del trattamento antiretrovirale

I risultati straordinari raggiunti con la terapia antiretrovirale permettono di valutare diverse possibilità terapeutiche in base alle caratteristiche del paziente. «Recentemente è emersa l’opportunità di individualizzare il trattamento con la terapia a due farmaci invece di tre, ma entrambe le strategie presentano vantaggi specifici, da valutare caso per caso – spiega Giovanni Di Perri, professore ordinario di Malattie Infettive, Università di Torino -. La terapia a tre farmaci Bictegravir + Emtricitabina + Tenofovir Alafenamide rappresenta il massimo punto di sviluppo di ogni categoria (emivita lunga, potenza intrinseca, forgiveness), con livelli di potenza e tollerabilità tali da affrontare anche una non perfetta adesione. Una mancata aderenza del 20%, ad esempio, che in passato poteva costare il fallimento terapeutico, oggi con questa terapia diventa sostenibile. Questi dati ci devono indurre a valutare i benefici della triplice terapia nella definizione di un trattamento individualizzato e preciso per la persona con HIV».

Le opportunità di prevenzione

Come rilevano i dati UnAids, circa il 76% delle 39 milioni di persone nel mondo che vivono con l’HIV riceve la terapia antiretrovirale, e circa il 71% di esse ha il virus soppresso dalle terapie. Tuttavia, per frenare la diffusione dell’epidemia occorre ampliare queste percentuali. «Anzitutto, è necessario aumentare gli screening per far emergere il sommerso, favorire diagnosi precoci e avviare al trattamento chi si scopra infetto – sottolinea Massimo Andreoni, direttore scientifico SIMIT -. Se le persone sono trattate con successo, infatti, non trasmettono più l’infezione. Inoltre, è possibile effettuare prevenzione nei soggetti non infetti ma ad alto rischio di contrarre l’infezione: non esiste un vaccino, ma è dimostrato che le terapie antiretrovirali sono estremamente efficaci nella Profilassi Pre-Esposizione (PrEP). Gli ultimi progressi della ricerca ci hanno consegnato un farmaco che si somministra ogni due mesi; nel prossimo futuro avremo un farmaco in grado di estendere la protezione fino a sei mesi».

La terapia e il rafforzamento del sistema immunitario

La terapia antiretrovirale da sola riesce a controllare molto bene la carica virale, ma non sempre riesce a intervenire del tutto sul recupero del sistema immunitario, mettendo le persone a rischio di patologie cardiovascolari, ossee, nefrologiche, che possono inficiare la durata e la qualità della vita. «Tra le terapie antiretrovirali più diffuse, quella con BIC/FTC/TAF ha dimostrato in vari trial clinici grande efficacia nel ridurre alcuni marcatori infiammatori e nel migliorare il funzionamento del sistema immunitario – spiega Giulia Marchetti, professore ordinario di Malattie Infettive Università di Milano, Ospedale San Paolo -. Questo risultato rappresenta un grosso passo avanti nella somministrazione della terapia antiretrovirale, poiché queste molecole permettono alle persone con HIV, soprattutto quando iniziano la terapia precocemente con un sistema immunitario ancora robusto, di mantenere una buona qualità di vita e una sopravvivenza simile a quella della popolazione generale».

Telemedicina e sanità privata in Italia: a che punto siamo?

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«I dati della seconda edizione dell’indagine sulla telemedicina in ambito privato sono in continuità con i risultati della survey dell’anno scorso – commenta a TrendSanità Duilio Carusi, Coordinatore Osservatorio Salute Benessere e Resilienza Fondazione RiES, Adjunct Professor Luiss Business School. – La telemedicina stenta a decollare nella sanità privata, quindi al di fuori delle strutture pubbliche che, invece, beneficiano della spinta del PNRR e stanno portando avanti la realizzazione di una piattaforma nazionale della telemedicina e di piattaforme regionali. Nel privato la telemedicina ancora non attecchisce, non ha trovato un quadro chiaro di riferimento, di regole, ma anche di facilità applicativa. Uno strumento che deve essere altresì remunerativo, integrarsi all’interno dei LEA e di un piano tariffario ancora in via di definizione».

La ricerca, sviluppata in partnership con il Fondo Assistenza Sanitaria Dirigenti Aziende Commerciali (FASDAC) e con il disegno scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità, ha coinvolto oltre 270 strutture sanitarie sul territorio nazionale ed è stata presentata a Roma presso l’Aula Toti del Campus LUISS Guido Carli nel corso del Simposio dell’Osservatorio Salute Benessere e Resilienza, promosso dalla Fondazione RiES, dal titolo “Digital Health e accesso ai diritti di cittadinanza”. Ha aperto i lavori la senatrice Ylenia Zambito, Segretario 10ª Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale).

I risultati della survey

La survey, disegnata con l’obiettivo di capire lo stato dell’arte, le modalità di adozione e gli ostacoli allo sviluppo dei servizi di telemedicina nel settore privato, ha fatto emergere ostacoli significativi allo sviluppo, di natura organizzativa e culturale, nonostante le grandi potenzialità.

Solo il 15% delle strutture partecipanti ha adottato iniziative di telemedicina, mentre il restante 85% non ha mai integrato questi servizi.

La telemedicina stenta a decollare nella sanità privata, al di fuori delle strutture pubbliche che, invece, beneficiano della spinta del PNRR

Le modalità di erogazione sono diverse: il 32% delle strutture utilizza piattaforme digitali via web, il 23% app dedicate, il 20% apparecchiature specifiche, l’11% preferisce le email e il 14% si affida a telefonate, messaggistica o whatsapp.

Un’evidente diversificazione nell’approccio tecnologico, che risponde sia alle diverse esigenze, sia alle capacità delle strutture sanitarie.

Specialità cliniche e volumi di attività

Le più interessate alla telemedicina sono la salute mentale (psichiatria e psicologia) e la cardiologia, entrambe al 6%, seguite dalla diagnostica per immagini (5%), endocrinologia e diabetologia (5%) e scienza dell’alimentazione (5%). Sono numeri che sottolineano un particolare interesse per settori dove il supporto a distanza può rivelarsi particolarmente utile per la continuità assistenziale e per facilitare l’accesso alle cure.

Riguardo ai volumi di attività, nel 2024 il 59% delle strutture ha dichiarato di aver erogato meno di 100 prestazioni di telemedicina, il 30% tra 101 e 500 e solo il 10% ha superato le 501 prestazioni. È piuttosto evidente quindi che la telemedicina è ancora in fase di sviluppo in molte realtà, con un utilizzo limitato ma in crescita.

Aderenza alle linee guida e prospettive

Un altro elemento emerso dall’indagine riguarda l’aderenza alle linee guida tecniche nella produzione di documenti sanitari: solo il 40% delle strutture ha adottato gli standard previsti, come il formato HL7 CDA R2, mentre il 60% non lo ha ancora fatto. È necessario quindi un maggiore sforzo per uniformare e standardizzare i processi legati alla telemedicina.

Le prospettive di sviluppo appaiono comunque promettenti: il 65% delle strutture ha dichiarato l’intenzione di adottare o ampliare l’offerta dei servizi di telemedicina nei prossimi 12 mesi, mentre il 31% è ancora in fase di valutazione e il 4% non prevede sviluppi in questo ambito.

Gli ostacoli non mancano, ma resta la fiducia

Il 58% delle strutture impegnate in attività di telemedicina ha riscontrato alcuni problemi: complessità organizzativa (22%), scarsa collaborazione del personale medico (18%) e onerosità economica (9%). La gestione del cambiamento culturale e organizzativo si conferma quindi un fattore critico per l’adesione alla telemedicina, così come la necessità di strategie di formazione e supporto per il personale sanitario.

Infine, la fiducia nella telemedicina varia in base ai profili professionali: la direzione generale e amministrativa mostra il livello di fiducia più alto (34% fiducia alta/medio-alta), seguita dalla direzione sanitaria (32%), mentre tra i clinici e le professioni sanitarie resta più contenuta, rispettivamente al 20% e al 22%.

La gestione del cambiamento culturale e organizzativo è un fattore critico per l’adesione alla telemedicina, così come la necessità di formazione e supporto per il personale sanitario

«La trasformazione digitale in ambito sanitario, come la telemedicina, richiede un cambiamento culturale significativo per medici, infermieri e pazienti – afferma Bernardino Petrucci, Vice Presidente, Fasdac. – Durante la pandemia, molti professionisti sono stati costretti a usare la telemedicina, ma l’abitudine alla visita in presenza e la diffidenza verso le nuove tecnologie hanno frenato dopo l’emergenza.

La telemedicina offre vantaggi per i controlli di routine e può ridurre gli spostamenti inutili, soprattutto per le visite non urgenti. Restano in piedi le problematiche mediche e legali legate all’affidabilità e alla responsabilità delle diagnosi a distanza. Negli ultimi due anni, la telemedicina è stata adottata in diverse cliniche, con una buona adesione da parte dei medici, ma con un impiego ancora limitato, poiché sia i professionisti, sia i pazienti devono essere stimolati a integrare queste tecnologie nella pratica quotidiana».

Nuovi luoghi per i servizi digitali: potenzialità e trasformazioni in atto

La trasformazione digitale non si esaurisce con la sola telemedicina. Oggi è in atto una rivoluzione silenziosa data dalla transizione digitale, cioè l’implementazione delle tecnologie digitali, dell’interconnessione che sta trasformando i luoghi quotidiani.

«Parliamo di “ibridazione” degli uffici postali, tabaccherie, farmacie e, in alcuni casi, anche punti della grande distribuzione – ci dice Carusi – che diventano centri multiservizi, sia fisici che digitali. Questa evoluzione è un punto fondamentale della rivoluzione del nostro sistema salute, poiché permette di sfruttare reti infrastrutturali esistenti, sia tecnologiche, sia fisiche, distribuite capillarmente sul territorio.

L’obiettivo è aumentare la vicinanza della salute ai cittadini, coinvolgendo tutti gli attori possibili, utilizzando asset fisici e competenze già disponibili, nonché il capitale umano presente in questi luoghi. Un contatto diretto con l’utenza particolarmente importante, soprattutto per la popolazione anziana, per avvicinare la salute al cittadino».

Nei nuovi luoghi di accesso ai servizi digitali per la salute, come farmacie e uffici postali, la tutela della privacy è una sfida da vincere

«I nuovi luoghi di accesso alla salute, come farmacie e uffici postali con servizi digitali integrati, presentano sia punti di forza che sfide, soprattutto per la tutela della privacy – interviene Giovanni Petrosillo, Vice Presidente Federfarma, Presidente Federfarma Sunifar (La farmacia dei servizi). Per la “farmacia di servizio” occorrono certamente spazi adeguati per attività come la telemedicina e altri interventi sanitari, ma rappresenta un’efficace opportunità, soprattutto nelle aree rurali e isolate. La principale sfida è far coincidere la disponibilità delle farmacie con i bisogni del territorio, mantenendo però autonomia e identità delle strutture coinvolte e rispettando gli standard di riferimento.

La tutela della privacy è un aspetto basilare: è essenziale garantire la riservatezza dei dati sensibili durante l’erogazione dei servizi sanitari, partendo dalla progettazione e organizzazione di queste nuove aree di accesso alla salute».

Integrazione e omnicanalità

«La trasformazione digitale è un tema fondamentale per migliorare i servizi ai cittadini – dichiara a TrendSanità Guido Crozzoli, responsabile mercato, imprese e pubblica amministrazione Poste Italiane. Pensiamo, ad esempio, alla piattaforma nazionale dei vaccini. In otto Regioni era possibile prenotare online tramite SPID, alle Poste o, per i milanesi, agli sportelli ATM. È un esempio concreto di “omnicanalità”, cioè l’integrazione di diversi canali per offrire un servizio più accessibile a tutti. È una trasformazione strategica proprio per il territorio. Ogni giorno ci sono milioni di interazioni tra cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni, noi cerchiamo di migliorare la connettività tra loro. Ad esempio, già oggi negli uffici postali si possono raccogliere richieste per permessi di soggiorno o passaporti.

Omnicanalità – cioè integrazione di diversi canali – come trasformazione strategica per il territorio

Sul lato sanitario, uno degli sviluppi più immediati potrebbe essere la gestione dei ticket sanitari, diventando un ulteriore canale a sostegno di quelli centralizzati come i CUP. La logistica di una rete come quella di Poste può fare molto. Abbiamo lavorato, ad esempio, con la Regione Campania per ripensare il modello logistico sanitario. Un modello integrato che preveda l’interconnessione degli ospedali con il territorio e che coinvolga anche farmacie e altri attori. Ci vorrà del tempo, ma la visione è chiara e siamo convinti che questa sia la direzione giusta per migliorare il servizio ai cittadini».

Farmacie di servizio e vulnerabilità digitale

«La popolazione anziana ha sicuramente bisogno di supporto per l’accesso ai servizi sanitari digitali – conferma Petrosillo – La farmacia ha già compiuto importanti passi avanti, come l’introduzione della ricetta elettronica, ma è fondamentale garantire un’assistenza specifica a questa fascia di popolazione. Stiamo chiedendo con forza che le prescrizioni dematerializzate siano sempre accompagnate da un promemoria digitale che includa il nome del farmaco. Questo perché, durante eventuali blocchi del sistema, il codice della ricetta elettronica diventa inutile se il sistema gestionale non è operativo.

L’accompagnamento digitale deve includere il supporto sia dei caregiver, sia di strumenti cartacei, quando indispensabili, per garantire la certezza della prescrizione.

Con il “Decreto anziani” del 2023, le farmacie sono state coinvolte in quanto “sentinelle del territorio”. Possono, infatti, segnalare situazioni di disagio, anche non ancora diagnosticate dai medici, e possono favorire l’assistenza domiciliare per rafforzare il concetto della casa come primo luogo di cura.

L’accompagnamento digitale deve includere il supporto sia dei caregiver, sia di strumenti cartacei, quando indispensabili, per garantire la certezza della prescrizione

La farmacia può porsi anche da intermediaria tra pazienti e specialisti, come dimostrato dai progetti di telemedicina sperimentati in Veneto, in cui la farmacia offre spazi e strumenti per le visite specialistiche a distanza, abbattendo le barriere di accesso alle cure per le persone anziane.

La farmacia, quindi, non è solo un luogo di dispensazione dei farmaci, ma diventa un centro di connessione e supporto, capace di garantire assistenza specializzata anche a distanza.

In questo senso la formazione continua è fondamentale per i farmacisti. Una formazione supportata dalle organizzazioni sindacali e scientifiche del settore, come UNIFA e la Federazione degli Ordini dei Farmacisti, che offrono corsi a tutti i livelli. Del resto, la formazione obbligatoria fa già parte della professione del farmacista, inclusa la preparazione digitale per affrontare le nuove tecnologie emergenti».

AI, Fondazione Onda ETS: grande risorsa per la salute di genere, ma fondamentale umanizzare i processi

L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (AI) nella pratica clinica e nella ricerca, e in particolare il suo possibile contributo, tra potenzialità e criticità, per una medicina sempre più personalizzata. È questo il tema su cui si focalizza la decima edizione del Libro bianco sulla salute della donna, realizzato da Fondazione Onda ETS grazie al sostegno incondizionato di Farmindustria, presentato oggi in una conferenza stampa. Il volume, intitolato quest’anno “Dalla medicina di genere alla medicina personalizzata. Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale”, vuole offrire numerosi spunti sul nesso fra un approccio genere-specifico, la personalizzazione delle cure e l’innovazione tecnologica.

«Come ogni anno il Libro Bianco, offrendo uno scenario ampio sulla salute della donna, si focalizza su un tema chiave, che in questa edizione è in particolare quello dell’impiego dell’Intelligenza Artificiale nell’ambito della salute. Siamo di fronte a una grande sfida, perché l’AI offre l’opportunità di elaborare un’eccezionale quantità di dati, con grandi vantaggi, non solo in chiave di salute di genere, ma anche nel processo di sempre maggiore personalizzazione della cura. Tuttavia, questa è, appunto, anche una grande sfida, perché non sono poche e trascurabili le criticità che emergono su più fronti, sul piano della tutela della privacy, per esempio, o del divario digitale di genere. E ancora di più nell’ambito dell’intelligenza emotiva, che ci richiama a quelle competenze specifiche dell’essere umano che la tecnologia non può sostituire. È importante quindi accompagnare questo processo con un’umanizzazione della tecnologia che consenta ai professionisti di ottimizzare il loro lavoro, anche in termini di miglioramento della qualità e quantità del rapporto col paziente. Un sentito ringraziamento a Farmindustria, alle Istituzioni e ai numerosi Autori che hanno partecipato a questo progetto editoriale, che anche quest’anno vuole essere da stimolo per affrontare uno dei temi cruciali nell’evoluzione della salute di genere», dichiara Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS.

Competenze, collaborazione e ambiente aperto

«Competenze, collaborazione e ‘ambiente aperto’. Sono le tre direttrici su cui puntare per sfruttare appieno le enormi potenzialità dell’Intelligenza Artificiale. Competenze, perché la tecnologia corre veloce con ricadute significative non solo nella R&S, ed è necessario formare le nuove figure professionali e aggiornare in maniera continuativa gli attuali professionisti. Collaborazione fin dalle scuole, perché ormai i team sono multidisciplinari: medici, matematici, ingegneri, data scientist, bioinformatici, specialisti di nanomateriali, esperti di robotica. ‘Ambiente aperto’, perché solo in un contesto di open e network innovation che offra la possibilità di condividere e utilizzare in modo semplificato i dati sanitari nella ricerca pubblica e privata, l’Italia e l’Europa saranno in grado di attrarre una parte degli ingenti investimenti in R&S dell’industria farmaceutica previsti tra il 2024 e il 2029: 2.000 miliardi di dollari a livello globale. Oggi è indispensabile cambiare passo e abbandonare approcci anti-industriali che danno un vantaggio di competitività e produttività negli studi clinici ad altri player globali come USA e Cina, aumentando così un gap che già è evidente. Deve essere questo il ‘must’ del Governo Italiano e della Commissione Ue. Il momento è ora», dichiara Marcello Cattani, Presidente Farmindustria.

Nel 2023 record negativo di natalità

Il Libro bianco, che si avvale in apertura degli importanti contributi delle Istituzioni, presenta nella prima parte i dati di popolazione e i principali fattori di rischio in ottica di genere, con un approfondimento sulla salute femminile, attraverso le indagini realizzate nel 2024, in particolare sui cambiamenti ormonali, la percezione e i vissuti correlati alla menopausa, la conoscenza rispetto al rischio cardiovascolare al femminile. Con 379mila nascite, l’anno 2023 ha segnato il nuovo record di minore natalità registrato in Italia. Una delle cause è la fecondità: il numero medio di figli per donna è sceso da 1,24 nel 2022 a 1,20 nel 2023. La speranza di vita alla nascita risulta pari a 83,1 anni, 81,1 anni per gli uomini e 85,2 anni per le donne. Gli uomini hanno recuperato i livelli di sopravvivenza ante pandemia (81,1 anni nel 2019), mentre le donne presentano ancora margini di recupero (85,4 anni nel 2019). Rispetto agli stili di vita, in Italia una persona su quattro è fumatrice (24%), una percentuale progressivamente ridottasi negli anni (30% nel 2008), ma più lentamente fra le donne. Un terzo della popolazione italiana (32,7%) è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su dieci è obesa (10,4%). Il sovrappeso è caratterizzato da una forte differenza di genere (40,9% degli uomini contro il 24,5% delle donne), mentre per l’obesità il divario è più ridotto (11,1% degli uomini e 9,7% delle donne).

Le traiettorie di intervento e sviluppo della Medicina di genere, definite dal Piano attuativo del 2019 e rappresentate da percorsi clinici, ricerca, formazione e comunicazione, costituiscono il focus della seconda parte del volume. Nella definizione degli interventi di prevenzione, includere in modo sistematico e coerente gli aspetti di genere ne può aumentare l’efficacia, riducendo non solo i fattori di rischio individuali ma anche rimuovendo le cause che impediscono l’adozione di uno stile di vita sano. Alcuni fattori rendono difficile tale inclusione: l’assenza o la scarsità di dati correlati al genere nel contesto dei sistemi informativi sanitari, e l’esiguità delle best practice, limitate a pochi esempi non sempre facilmente trasferibili alle diverse realtà locali.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Dall’approccio di genere si passa poi alla medicina personalizzata, ambito in cui l’intelligenza artificiale (AI) trova diverse applicazioni, grazie alla sua capacità di elaborare una grande mole di dati. Questo è il tema fulcro della terza parte del libro che, partendo dallo stato dell’arte dell’AI nella pratica clinica e passando attraverso alcuni ambiti di applicazione – prevenzione, ricerca farmacologica, imaging, cardiologia, medicina della riproduzione, gerontologia – delinea le sfide etiche e sociali per una AI equa, sicura e inclusiva, che possa sostenere una medicina sempre più a misura di persona. L’AI contribuisce a una più rapida identificazione delle diagnosi e una maggiore personalizzazione dei trattamenti, confrontando i dati del paziente con quelli disponibili nella letteratura scientifica.

Le AI possono eccellere nei compiti analitici, ma esistono delle competenze uniche dell’essere umano difficilmente sostituibili dalle entità artificiali e che acquistano grande rilevanza nell’assistenza e nella definizione della relazione medico-paziente, come per esempio l’intelligenza emotiva. I professionisti sanitari dovrebbero impiegare l’IA per facilitare il proprio operato, esaltando le proprie componenti umane per favorire una migliore interazione con la persona malata. L’introduzione delle nuove tecnologie potrà rappresentare una rivoluzione positiva per la salute se sarà in grado di supportare i professionisti sanitari nei compiti tecnici, dando loro la possibilità di dedicare più tempo alla relazione con i loro assistiti.

In ambito clinico, l’AI trova applicazione nei seguenti sistemi: supporto alla diagnostica; assistenza al trattamento; supporto alla pianificazione sanitaria e per la salute pubblica, supporto ai pazienti. L’impiego di questi strumenti non è tuttavia privo di rischi, tra cui la vulnerabilità a cyber attacchi, la violazione della privacy dei dati personali e le disparità nell’accesso che possono amplificare le ineguaglianze sociali ed economiche, ma in ambito clinico ci si trova ad affrontare rischi nuovi, specifici, che, se non adeguatamente conosciuti e affrontati, potrebbero pregiudicare l’esito delle cure e la salute degli assistiti. Come il deskilling, ovvero la perdita di competenze da parte dei medici a causa dell’uso crescente di tecnologie avanzate, che li rendono meno coinvolti in alcune procedure cliniche, con il rischio di una diminuzione della loro capacità di prendere decisioni autonome e risolvere problemi complessi. Un approccio attento e collaborativo, che coinvolga Istituzioni, società scientifiche e professionisti legati al mondo dell’IA (ingegneri, ricercatori, clinici, metodologi, comunicatori e divulgatori scientifici, data scientists, esperti di diritto, filosofi), può essere determinante nell’identificare percorsi e soluzioni che avvicinino il medico a queste nuove tecnologie. Un’opportunità, quindi, molto importante quella dell’IA nell’ambito della salute, che pone però allo stesso tempo nuove grandi sfide da affrontare come quella, nell’ambito della privacy, della gestione dei Big data, quella del Divario Digitale di Genere, e quella fondamentale dell’umanizzazione delle tecnologie.

La medicina di genere all’epoca dell’AI

«L’idea fondante del Libro Bianco è sensibilizzare su quelle che sono inevitabilmente, anche grazie all’Intelligenza Artificiale, le nuove prospettive della medicina di genere che avrà un’accelerazione importante proprio grazie alle nuove tecnologie perché, esemplificando, oggi abbiamo ancora farmaci senza distinzione di dosaggi appropriati come già dovrebbe essere in via sistematizzata per genere. La presentazione è senz’altro molto apprezzabile e non solo perché in linea con le trend line di differenziare la medicina per genere evolutivamente in chiave di medicina preventiva e personalizzata, valorizzando anche le opportunità offerte dall’IA cosiddetta generativa, rafforzando la tutela della salute delle utenti quale bene primario agendo prioritariamente in benessere della persona e della famiglia secondo principi di prevenzione e protezione predittiva e proattiva. Onda ha il merito di estrapolare in tutte le sue edizioni del Libro Bianco temi che saranno oggetto di interesse per gli anni a venire. Il ché non può prescindere da approfondimenti sulla necessaria revisione formativa degli operatori che se ne occupano, precondizione di competenza e conoscenza, motivazione e conseguente recupero in attrattività. Ma la valorizzazione delle professioni sanitarie deve andare necessariamente di pari passo con la presa di confidenza alle nuove tecnologie, alla digitalizzazione e a sistemi di valutazione, monitoraggio e controllo che misurino le effettive competenze e promuovano capacità e merito, come abbiamo previsto nelle iniziative legislative già promosse in linea con quanto si va a presentare per la sistematizzazione dell’opzione biomedica, sull’accesso a medicina, sull’evoluzione e innovazione della formazione specialistica nonché la valorizzazione dei ricercatori universitari. Emergeranno durante la conferenza stampa importanti spunti per il futuro del nostro sistema sanitario», dichiara la Sen. Maria Cristina Cantù, Vicepresidente Commissione Affari Sociali, Sanità, Lavoro pubblico e privato, Previdenza sociale, Senato della Repubblica.

«Ringrazio Fondazione Onda ETS per la stesura di questo Libro Bianco, fonte di dati numerosi e qualificati, utili nei processi decisionali, per lo sviluppo di politiche pubbliche mirate e con finanziamenti adeguati. In particolare, il focus sull’AI mi consente di riaffermare che l’innovazione tecnologica debba sempre essere orientata al servizio del cittadino, rispettando i principi di equità, trasparenza e accessibilità universale. È fondamentale che l’implementazione dell’IA nella sanità sia accompagnata da un rigoroso rispetto della privacy e dalla garanzia che nessuno rimanga escluso, ma credo che potrà fornire un supporto tecnico importante in termini di personalizzazione dalla fase della prevenzione alle cure. Certamente non potrà, però, mai sostituire il valore imprescindibile della relazione umana tra medico e paziente. In questo senso, è essenziale che il medico mantenga il controllo decisionale e che vengano evitati fenomeni come il deskilling. Infine, ritengo che la medicina di genere e la personalizzazione delle cure debbano essere al centro di un sistema sanitario universale, equo e pubblico, in linea con i principi costituzionali e che l’accesso alle tecnologie innovative debba essere garantito a tutti i cittadini, senza disuguaglianze economiche o geografiche. In questo contesto, ribadisco il nostro impegno per un sistema sanitario che metta al centro la persona, non come utente o numero, ma come essere umano con diritti inalienabili», dichiara la Sen. Elisa Pirro, Componente Commissione Affari Sociali, Sanità, Lavoro pubblico e privato, Previdenza sociale, Senato della Repubblica.

«Ci troviamo alle soglie di una vera e propria “rivoluzione” in ambito medico, che sta avvenendo con grande rapidità grazie alla combinazione di innovazioni scientifiche e tecnologiche, dal supporto dell’AI allo sviluppo delle terapie geniche. Tutto questo, in pochi anni, cambierà non solo l’approccio medico-scientifico, ma anche la pratica clinica, i percorsi di cura e il rapporto con i pazienti, verso una medicina sempre più personalizzata. In questo contesto, la politica deve essere strumento di governo e di programmazione nel delineare il perimetro di regole certe, a tutela assoluta dei cittadini e del loro diritto a essere considerati, sempre, persone e non numeri e per garantire che queste nuove possibilità siano proposte in termini di accessibilità pubblica e universalistica. Non vi è, infatti, un vero e reale progresso umano e tecnologico, se questo non è messo a disposizione di tutti, in particolare su temi come la salute. Ringrazio, dunque, Fondazione Onda ETS per aver promosso questa nuova edizione del Libro Bianco, uno strumento utilissimo perché – come anche per le scorse edizioni – ha la capacità di portare al centro dell’attenzione temi molto importanti e di stretta attualità, contribuendo al fondamentale confronto e allo scambio di idee e di competenze», dichiara l’On. Ilenia Malavasi, Componente XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati.

«Il mondo della sanità sta vivendo una indubbia e profonda trasformazione, guidata dai paradigmi della telemedicina e della digital health, e la decima edizione del Libro Bianco ci dà l’opportunità di sviluppare un dibattito costruttivo su un tema di grande impatto sociale ed economico. Nel contesto sanitario, l’Intelligenza Artificiale si profila come una forza rivoluzionaria, prospettando diagnosi più accurate, un supporto personalizzato ai pazienti, e un miglioramento complessivo del sistema. Tuttavia, il potenziale dell’AI può essere realizzato solo bilanciando l’uso degli strumenti tecnologici con il valore imprescindibile del personale sanitario e delle competenze professionali che esso esprime. La salute delle donne, in particolare, rappresenta un indicatore essenziale della qualità, efficacia ed equità del Sistema Sanitario Nazionale. Gli obiettivi strategici ministeriali devono mirare a promuovere un approccio life-course alla salute femminile, per abbracciare quindi l’intera gamma di esigenze sanitarie delle donne, superando così la classica focalizzazione sul benessere riproduttivo e sull’assistenza materno-infantile. In tal senso, l’AI può svolgere un ruolo chiave, contribuendo a costruire un sistema sanitario più solido e sensibile, e rendendo la medicina più equa e personalizzata. L’obiettivo che dobbiamo porci non è solo quello di sfruttare la tecnologia per migliorare i servizi sanitari, ma di farlo con una visione etica e inclusiva, orientata al benessere di ogni individuo», dichiara Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie, Ministero della Salute.

«Se i dati utilizzati per addestrare gli algoritmi non rappresentano adeguatamente la popolazione generale, l’intelligenza artificiale può fornire risultati imprecisi e discriminatori. Questo è ciò che accade, per esempio, quando il genere femminile non è sufficientemente rappresentato nelle casistiche di popolazioni che soffrono di una specifica patologia. Per limitare questo rischio, è cruciale implementare strategie di mitigazione, come la diversificazione dei dataset e l’adozione di tecniche per identificare e correggere tali distorsioni», dichiara Eugenio Santoro, Responsabile dell’Unità di Ricerca in Sanità digitale dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e componente del Comitato Tecnico Scientifico di Fondazione Onda ETS.

RSV negli adulti: un rischio emergente sottovalutato che richiede attenzione e prevenzione

Il virus respiratorio sinciziale (RSV), spesso associato ai neonati, rappresenta un rischio significativo anche per gli adulti, in particolare per gli over 60 con patologie croniche. Secondo i dati del documento redatto da SItI e SIMIT, in Italia nel 2019 si sono verificati circa 290.000 casi di infezioni respiratorie acute da RSV, 26.000 ospedalizzazioni e 2.000 decessi correlati in ambito ospedaliero. Inoltre, per ogni 1.000 individui sopra i 65 anni, si registrano circa 2 ricoveri annui legati all’RSV, una cifra che aumenta con l’età e in presenza di patologie croniche.

A livello europeo, l’impatto del virus è altrettanto evidente: si stimano 3 milioni di casi di sindromi respiratorie acute e oltre 33.000 decessi ospedalieri correlati ogni anno tra gli anziani.

Un rischio concreto per gli adulti fragili

Il virus RSV si diffonde principalmente nei mesi invernali, da novembre a marzo, e può causare infezioni respiratorie gravi come polmonite o bronchiolite. Negli adulti, i sintomi includono febbre, tosse persistente, difficoltà respiratorie e, nei casi più gravi, insufficienza respiratoria e decesso.

L’RSV è un’infezione che passa spesso inosservata, ma può evolvere rapidamente in forme gravi, specialmente tra le persone anziane o con patologie preesistenti come BPCO, diabete o scompenso cardiaco. Spesso si manifesta con sintomi inizialmente lievi, come un raffreddore comune, con congestione nasale, febbre e dolori muscolari. Tuttavia, in persone vulnerabili, l’infezione può aggravarsi, causando bronchite, polmonite o peggioramento delle patologie croniche già presenti.

«Un aspetto preoccupante è la sottovalutazione del problema, sia a livello di diagnosi sia di prevenzione – spiega Fabrizio Pregliasco -, direttore scientifico dell’Osservatorio Virus Respiratori -. Gli adulti tendono a considerare l’RSV un problema pediatrico, ma i dati dimostrano chiaramente che è una minaccia significativa anche per loro. Ecco perché è fondamentale informare e sensibilizzare la popolazione adulta sull’importanza della prevenzione. Fortunatamente, oggi abbiamo strumenti efficaci, come i nuovi vaccini specifici, che possono prevenire la maggior parte delle forme gravi di RSV. A questi si aggiungono semplici accorgimenti, come il lavaggio frequente delle mani, evitare contatti con persone malate e mantenere uno stile di vita sano, per ridurre ulteriormente il rischio di contagio».

Vaccinazione: decisiva nella prevenzione

«Attualmente, in Italia anche per l’RSV sono disponibili vaccini per gli adulti. Sono specificamente sviluppati per proteggere gli over 60 e le persone con patologie croniche – continua Pregliasco -. L’efficacia della vaccinazione è stata dimostrata in recenti studi clinici. L’importanza della vaccinazione è supportata anche dai dati: si stima che un’ampia adesione alla profilassi potrebbe ridurre il carico di malattia del 30-40% nei Paesi ad alto reddito».

Con l’arrivo dei vaccini specifici, la prevenzione dell’RSV diventa una priorità per la salute pubblica, specialmente per gli adulti over 60 e per tutte le persone con patologie croniche, al fine di ridurre il peso di questa infezione sul sistema sanitario e sulla qualità di vita delle persone più vulnerabili.

Più informazioni su: www.virusrespiratori.it

Perdita dell’udito e Alzheimer: il ruolo dei professionisti sanitari tra AI e teleaudiologia

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La relazione tra perdita uditiva e declino cognitivo sta emergendo con chiarezza quando si parla di salute, soprattutto degli over 65. Diverse ricerche evidenziano che chi soffre di ipoacusia ha un rischio significativamente maggiore di sviluppare demenza, come ad esempio la malattia di Alzheimer. La Lancet Commission ha identificato la perdita dell’udito come uno dei 14 fattori di rischio modificabili che contribuiscono a circa il 40% delle diagnosi di demenza in tutto il mondo​. Recenti studi, tra cui il trial ACHIEVE pubblicato su The Lancet, che ha interessato 977 partecipanti tra 70 e 84 anni, mostrano che l’uso di apparecchi acustici può ridurre il declino cognitivo del 48% in 3 anni nelle persone più vulnerabili a questo deterioramento​.

Una persona con disturbi uditivi oltre i 45 anni, ha il 7% di probabilità in più di insorgenza della malattia rispetto a un normo udente

Intervenire precocemente per trattare la perdita di udito, quindi, non solo migliora la qualità della vita, ma potrebbe rappresentare una strategia efficace e appropriata per prevenire la demenza. La relazione tra udito e funzioni cognitive solleva domande importanti per la sanità pubblica: in che modo la perdita di udito accelera il declino mentale e quali interventi potrebbero fare la differenza?

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con il neurologo Claudio Liguori, UOC Neurologia Policlinico Tor Vergata di Roma e Ricercatore all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Pietro Cino, Presidente di Commissione di albo nazionale dei tecnici audiometristi e Lorenzo Notarianni, tecnico audioprotesista, consulente della Commissione di albo nazionale dei tecnici audioprotesisti che afferiscono agli Ordini FNO TSRM e PSTRP.

L’isolamento uditivo e il declino cognitivo

Parliamo di sordità riferendoci non all’ipoacusia congenita, cioè presente fin dalla nascita, ma alla perdita uditiva graduale che spesso colpisce le persone in età avanzata. È un fenomeno, progressivo e silenzioso, che isola chi ne soffre e rende difficile partecipare alla vita quotidiana, interagire con il mondo che le circonda.

Claudio Liguori

«Il problema di fondo connesso al calo dell’udito – ci dice Liguori ­– riduce sensibilmente l’interazione con l’ambiente esterno e quindi la possibilità di comunicare, ascoltare ed elaborare informazioni per poi rispondere in maniera congrua. Tutto questo rallenta i processi cognitivi in generale. Quando la perdita di udito si manifesta dai 50 anni in su, può causare un progressivo isolamento sociale che, se non affrontato, tende a cronicizzarsi. Questo isolamento influisce sulle funzioni cerebrali, rallentando l’attività cognitiva e aumentando il rischio di sviluppare disturbi come la demenza. Il cervello ha bisogno di restare attivo e stimolato, interagendo costantemente con l’ambiente e con le persone intorno. Mantenere il cervello “in allenamento” non significa ripetere esercizi, ma far parte di una vita sociale attiva che permette al nostro sistema cognitivo di rimanere reattivo e vigile».

Sordità e malattia di Alzheimer: il legame nascosto

«Un aspetto interessante è che la regione cerebrale coinvolta nell’elaborazione delle informazioni uditive, – continua il neurologo – è il lobo temporale, che è la stessa regione che si occupa della nostra memoria. È qui che la malattia di Alzheimer tende a svilupparsi inizialmente. Di conseguenza, ci sono diverse ipotesi che suggeriscono che una perdita di udito potrebbe essere uno dei primi segnali di questa malattia. Ciò crea una sorta di circolo vizioso: la riduzione dell’udito potrebbe essere sia una causa che una conseguenza della demenza. Quando l’udito diminuisce, le capacità cognitive peggiorano, il che a sua volta può facilitare lo sviluppo della malattia. È l’alterazione delle dinamiche cerebrali in network, del dialogo continuo tra le regioni cerebrali che si attivano e si deattivano in maniera sinergica e di concerto che influisce sul funzionamento cerebrale. Se una persona non sente chiaramente, potrebbe sembrare che abbia problemi di memoria, quando in realtà il problema è legato all’udito. Questo complica la diagnosi precoce e può ritardare l’intervento».

Un aspetto importante è che i primi segni di Alzheimer, come la difficoltà nel ricordare le informazioni recenti, possono essere mascherati dalla perdita uditiva

«Anche se non è stata dimostrata scientificamente una correlazione diretta tra perdita uditiva e la malattia di Alzheimer – interviene Cino – è ormai acclarato dai numerosi studi pubblicati su importanti riviste scientifiche che la perdita uditiva rappresenta un fattore di rischio modificabile. Mi spiego: una persona con disturbi uditivi oltre i 45 anni, ha il 7% di probabilità in più di insorgenza della malattia rispetto a un normo udente. Anche per questo motivo, sarebbe utile sottoporsi periodicamente a un esame audiometrico completo per evidenziare un calo dell’udito».

Il ruolo della prevenzione e dei trattamenti

Secondo Liguori «anche se non esiste un legame diretto tra perdita di udito e formazione delle placche amiloidee tipiche dell’Alzheimer, mantenere un buon livello di udito può avere un effetto preventivo. L’uso di apparecchi acustici o altre soluzioni terapeutiche per l’ipoacusia potrebbe ridurre il rischio di declino cognitivo, rendendo più facile per il cervello mantenere le sue funzioni attive. Inoltre, anche nei pazienti che già convivono con la demenza, migliorare l’udito può rallentare la progressione della malattia, migliorando la qualità della vita e riducendo comportamenti problematici come l’aggressività o l’agitazione».

«Un aspetto simile si osserva anche nei bambini con problemi di udito: spesso possono sembrare iperattivi o frustrati perché non riescono a dire che non sentono bene. Ciò può provocare comportamenti aggressivi, poiché non possono interagire adeguatamente con l’ambiente circostante. La stessa cosa può accadere agli anziani con perdita di udito e demenza: l’isolamento uditivo li porta a sentirsi distanti e incompresi, influenzando negativamente il loro comportamento e rendendo ancora più difficile mantenere relazioni sociali e un’interazione adeguata con il mondo esterno» spiega il neurologo.

Pietro Cino

«A un adulto con disturbi dell’udito – prosegue Cino – può capitare che i risultati dell’audiometria vocale non siano coerenti con il grado di perdita uditiva. Ciò è spiegabile con un’alterazione del processamento del messaggio verbale dell’area uditiva corticale. Questa condizione deve rappresentare un campanello d’allarme che richiede approfondimenti per escludere una diagnosi di Alzheimer. Una valutazione audiologica tempestiva, un’eventuale terapia protesica, se indicata, associata a una riabilitazione uditiva, possono mitigare questo particolare fattore di rischio, evitando probabilmente l’insorgenza della malattia o quantomeno rallentandone la progressione».

Apparecchi acustici contro il rischio di demenza

«Il trattamento tempestivo della perdita uditiva – interviene Notarianni – attraverso la protesizzazione acustica, potrebbe contribuire a prevenire o rallentare il declino cognitivo nelle persone a rischio di demenza. Sebbene la relazione tra ipoacusia e deterioramento cognitivo sia complessa, affrontare l’ipoacusia con tecnologie protesiche può ritardare l’insorgenza della demenza o attenuarne gli effetti. Tuttavia, il punto di forza risiede nella competenza del tecnico audioprotesista, che adatta e personalizza, in base alle specifiche caratteristiche audiologiche e stile di vita, gli apparecchi acustici per migliorare l’accesso ai suoni e facilitare la comunicazione. Un ambiente favorevole e il supporto dei caregiver sono essenziali per massimizzare questi benefici e ridurre l’isolamento sociale».

Nuove tecnologie

Lorenzo Notarianni

«Nel campo dell’audioprotesi, stanno emergendo nuove tecnologie che possono supportare le persone con ipoacusia associata a demenza, ma è importante ricordare che questi strumenti non devono essere considerati soluzioni autonome. Tra le tecnologie emergenti – continua Notarianni – e approcci innovativi ci sono, ad esempio, gli apparecchi acustici intelligenti, che utilizzano l’intelligenza artificiale per adattarsi automaticamente ai diversi ambienti sonori. Riescono a regolare il volume e identificare la direzione del suono in modo autonomo, permettendo un’esperienza d’ascolto ottimale in base alle capacità residue e specificità uditive della persona con ipoacusia. Un’altra frontiera è la teleaudiologia, che consente agli audioprotesisti di monitorare e regolare gli apparecchi a distanza. È vantaggiosa per chi ha difficoltà a raggiungere i centri acustici, garantendo così una continuità delle cure e la possibilità di interventi tempestivi, senza bisogno di spostamenti frequenti. Infine, ci sono le tecnologie di supporto alla comunicazione, come applicazioni che trascrivono il parlato in tempo reale o dispositivi che utilizzano segnali visivi per facilitare l’interazione. Tali strumenti, se integrati in un percorso di cura personalizzato, possono migliorare significativamente la qualità della vita di chi vive con perdita uditiva e condizioni cognitive complesse, dimostrando che il futuro del settore audioprotesico non è solo tecnologico, ma anche umano e centrato sull’assistito.

Quanto conta l’approccio multidisciplinare

La domanda che emerge da queste riflessioni è come si possa migliorare la collaborazione tra neurologi e tecnici audiometristi nella gestione delle persone con deficit uditivi e malattia di Alzheimer? Risponde Cino: «Sarebbe più corretto parlare di collaborazione multiprofessionale e multidisciplinare che includa diversi attori (neurologo, geriatra, otorino, tecnico audiometrista, tecnico audioprotesista, logopedista, ecc…). La collaborazione è efficace se si uniscono sinergicamente le competenze delle singole figure in un’ottica di miglioramento della gestione di queste persone».

Così come la partecipazione a conferenze e la collaborazione in progetti di ricerca, potrebbero promuovere approcci innovativi

Conclude Notarianni, «migliorare la collaborazione medici specialistici e professionisti sanitari è essenziale per gestire in modo efficace chi ha problemi di udito e una diagnosi di Alzheimer. Un approccio integrato consentirebbe una valutazione più completa e trattamenti più mirati. Una comunicazione efficiente tra i professionisti è essenziale per facilitarne il coordinamento: incontri regolari, discussioni sui casi clinici e piattaforme digitali per condividere informazioni possono fare la differenza. La formazione congiunta, inoltre, aiuterebbe a migliorare la comprensione reciproca delle rispettive competenze, mentre l’integrazione delle valutazioni audiologiche, neurologiche e psicologiche permetterebbe di sviluppare linee guida più accurate per diagnosi e trattamento. Un ulteriore passo avanti potrebbe essere lo sviluppo di piani di trattamento che coinvolgano attivamente familiari e caregiver, fondamentale per un’assistenza più efficace e completa. Secondo la Commissione Lancet, uno dei principali ostacoli per gli assistiti e i loro cari è la scarsa informazione e il ritardo nella diagnosi, spesso causati da stigma, negazione e mancanza di supporto. Un impegno congiunto per abbattere queste barriere, ispirato ai principi di cura della Slow Medicine, potrebbe contribuire al miglioramento della qualità di vita delle persone più vulnerabili».

SIMG, il rilancio della Medicina Generale passa attraverso il confronto e la pubblicazione di un “Libro Bianco”

In un momento di difficoltà del SSN, la Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG si impegna in un progetto di rifondazione della sanità territoriale: vuole prendere coscienza delle principali esigenze sanitarie e sociali della popolazione, ascoltare proposte e stimoli da tutti gli attori coinvolti, lanciare un progetto di rigenerazione della sanità territoriale. Questo è il messaggio che parte dal 41° Congresso SIMG di Firenze.

La condivisione di intenti SIMG-FIMMG

Claudio Cricelli

«È giunto il momento di elaborare una nuova proposta per un rilancio dell’efficacia e dell’efficienza della Medicina Generale e del suo protagonista, il medico di famiglia. Questi si caratterizza per il rapporto di reciproca fiducia con il paziente, elemento cardine a supporto delle cure di prossimità – ha evidenziato Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG –. L’esigenza di un cambiamento è sentita tanto dalle istituzioni quanto dai cittadini. Gli stessi medici la percepiscono e sono intenzionati a presentare una loro proposta. All’interno di questa riflessione, nel corso del 41° Congresso Nazionale della SIMG, abbiamo definito un’intesa, un protocollo di intenti, degli obiettivi condivisi con il Segretario del principale sindacato dei medici di famiglia italiani, Silvestro Scotti di FIMMG».

Il “Libro Bianco” della Sanità

L’obiettivo della SIMG è l’elaborazione di un progetto costruttivo. «Ci appelliamo a tutti i cittadini, alle forze politiche, a chi fosse interessato alla sopravvivenza del servizio sanitario di questo Paese per coinvolgerli in un processo di ristrutturazione – sottolinea Cricelli –. In una prima fase, intendiamo acquisire dati e informazioni per delineare il funzionamento del SSN, capire come si impiegano le risorse, definire come sarà nella medicina del futuro la presa in carico dei pazienti, che non significa solo curare le patologie, ma anche affrontare gli aspetti sociali che condizionano la vita delle persone. Questi dati economici, finanziari, clinici, demografici, sociali andranno a costruire un “Libro bianco”. Il libro Bianco si concentrerà sulla Sanità Territoriale all’interno dello scenario del SSN, analizzando e contenendo dati e riferimenti comparativi del nostro SSN e dei Sistemi Sanitari internazionali. Da questi dati oggettivi si svilupperà la seconda parte del lavoro, un’analisi di questi stessi dati per elaborare la nuova proposta della medicina generale».

I tempi del progetto

«La raccolta di questi dati strutturali dovrà avvenire entro l’estate del 2025 – continua il Presidente Emerito SIMG –. Nel secondo semestre del prossimo anno, forze politiche e associazioni avranno la possibilità di migliorarlo con consigli e proposte. Una volta giunti a una versione definitiva del Libro Bianco, lo presenteremo: nei primi mesi del 2026 organizzeremo una conferenza della medicina generale e delle cure primarie, che non avrà come destinatari solo i medici di famiglia, ma anche le forze politiche, sociali, produttive. Ci stiamo aprendo a un confronto con tutti coloro che abbiano a cuore la sopravvivenza del SSN».

La sostenibilità economica

«Servizi sanitari basati solo sugli ospedali non sono più sostenibili – spiega Cricelli –. Le cure primarie sono l’arco di volta di qualunque sistema che abbia un contatto con la cittadinanza. Noi medici di famiglia non svolgiamo una funzione solo nella presa in carico dei pazienti, ma siamo gli strumenti attraverso cui gestire le risorse disponibili del SSN. La sostenibilità è un concetto relativo: sappiamo quali risorse saranno disponibili nei prossimi anni, dobbiamo capire come farle bastare migliorando l’efficienza. A questo si rivolge il nostro progetto, con massima trasparenza verso il mondo esterno».

Formazione e progresso chiavi del rilancio dei MMG

Le proposte di rilancio della Medicina Generale sono state uno dei temi al centro del 41° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), che si è tenuto a Firenze, presso la Fortezza da Basso, con oltre tremila medici di famiglia presenti. È stato un’occasione per approfondimenti scientifici e per iniziative innovative come la SIMG Academy e il SIMG Lab Village, strumenti all’avanguardia per la formazione delle nuove generazioni di medici di medicina generale.

Rapporto OASI Cergas 2024: alla sanità italiana servono 40 miliardi per raggiungere i livelli dell’Europa

Il Servizio Sanitario Nazionale italiano è da decenni tra i meno finanziati in Europa, per una cifra oggi pari al 6,3% del PIL, pur essendo il secondo Paese più anziano al mondo. Per portare la sanità pubblica italiana ai livelli dei grandi Paesi europei servirebbero almeno 40 miliardi, vale a dire metà dell’attuale spesa annua per l’istruzione. Una cifra enorme, in uno scenario caratterizzato da una situazione demografica critica che implica un’elevata spesa pensionistica e minore popolazione in età da lavoro.

Rendere sostenibile l’universalismo è la vera sfida che la sanità pubblica italiana ha davanti a sé: è necessario prendere atto di questo vincolo e ragionare soprattutto su come mettere ordine al sistema, dove attualmente le priorità di accesso ai servizi sono spesso casuali, dunque poco efficaci e poco eque – basti pensare che gli anziani cronici in buona salute si dimezzano se si passa da chi è laureato a chi ha licenza elementare. I consumi delle stesse prestazioni sanitarie variano anche del 100% tra territori simili di una stessa Regione e c’è un forte divario tra quanto prescritto e quanto erogabile – e ciò danneggia inevitabilmente la reputazione del SSN.

Sono alcune delle principali evidenze dell’edizione 2024 dell’Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano (OASI), pubblicato oggi dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (CERGAS) di SDA Bocconi School of Management. I principali risultati del rapporto sono stati presentati oggi presso l’Aula Magna dell’Università Bocconi di Milano alla presenza di policymaker nazionali e regionali, direzioni strategiche delle aziende sanitarie pubbliche e private, e da professionisti del settore sanitario.

Il rapporto, giunto alla sua 25esima edizione e diventato il punto di riferimento per l’analisi dei cambiamenti in corso nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e nella sanità italiana, offre una fotografia dello stato di salute del sistema e propone misure utili alla risoluzione delle principali criticità identificate.

L’analisi, elaborata dal gruppo di ricerca coordinato da Francesco Longo, Associate Professor dell’Università Bocconi e da Alberto Ricci, Associate Professor of Practice di SDA Bocconi, identifica le criticità principali del SSN che, pur proponendosi come servizio sanitario universalistico, risulta incapace di fare fronte ai bisogni crescenti dei cittadini, in particolare della popolazione cronica (pari al 41% dei residenti) e della popolazione anziana non autosufficiente (4 milioni di persone).

Se Francia, Germania e Regno Unito finanziano i rispettivi sistemi sanitari nazionali intorno al 9-11% sul PIL, l’Italia si è mantenuta costante nel tempo intorno al 6,3% sul PIL, cifra che si prevede resterà sostanzialmente invariata nel 2025 e 2026. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche la spesa sanitaria privata cresce meno del PIL, e si attesta al 2,2% nel 2024 – circa il 26% della spesa sanitaria complessiva. Il dato, in sostanziale continuità con gli anni precedenti al Covid-19 – è chiaro: l’Italia non è disponibile a spendere per la salute, né pubblicamente, né privatamente.

Il Rapporto approfondisce le cause delle liste d’attesa: attualmente, la mancanza di criteri di priorità di accesso ai differenti servizi e le logiche prescrittive spesso lontane dalle linee guida cliniche aggravano il problema della scarsità di risorse. Per l’accesso ai servizi non si tiene conto di criteri di prioritizzazione quali, ad esempio, aree di patologia, cluster di popolazione per reddito o livello di istruzione, portafogli di tecnologie da includere nel contenuto dei servizi garantiti dal SSN. Questo è un meccanismo molto importante, ma quasi mai esplicitato, che ha portato il SSN a prescrivere molte più prestazioni rispetto alla sua effettiva capacità erogativa. Nei territori dove sono maggiori le prescrizioni, spesso sono elevati anche i consumi per abitante, ma cresce anche la distanza tra prescritto ed erogato, con conseguente incidenza sull’allungamento delle liste d’attesa.

In tal modo l’universalismo dichiarato dal SSN, con l’idea irrealistica di dare qualsiasi prestazione a tutti in tempi brevi, non essendo governato, finisce per genere un effetto opposto a quello voluto: la possibilità o meno di ottenere una prestazione è lasciata di fatto al cittadino, alla sua rete e alle sue risorse personali, generando un senso di disorientamento e impossibilità di programmazione. Questa logica genera inefficienze e diseguaglianze, con risorse allocate senza un chiaro processo di valutazione.  

Inevitabilmente anche i consumi di prestazioni per abitante risultano disomogenei e non correlati al bisogno epidemiologico, a livello sia nazionale che regionale e persino locale. I motivi possono essere vari, ma si rileva in particolar modo l’attenzione dell’agenda manageriale e di governo non tanto verso le cause di questa disparità di consumo, bensì sulla produttività delle singole strutture sanitarie.

Per rispondere a tali criticità, il Rapporto OASI 2024 individua e percorre quattro prospettive di policy che, introdotte individualmente o in combinazione tra loro, porterebbero a miglioramenti significativi del SSN e del suo supporto ai cittadini:

  • Governare le aspettative: esplicitare i limiti del SSN e ridefinire i criteri di priorità per le prestazioni esigibili è il primo passo fondamentale per allineare le aspettative dei cittadini alle risorse effettivamente disponibili. Identificare i target prioritari, come pazienti cronici o persone con bassa autosufficienza, e comunicare chiaramente le prestazioni garantite, semplificherebbe il sistema e il relativo accesso. In questo modo, si arriverebbe progressivamente ad una maggiore convergenza tra il prescritto e l’erogabile dal SSN.
  • Efficienza impopolare: ottimizzare la rete ospedaliera riconvertendo le strutture più piccole e frammentate, riorientandole verso i servizi territoriali. Accorpare servizi ambulatoriali e laboratori, soprattutto nelle aree con densità eccessiva di strutture. Intervenire su ospedali di medie dimensioni che non raggiungono i volumi necessari per garantire qualità e sostenibilità. La costruzione o il rinnovo delle case della Comunità rappresenta, per fornire un esempio concreto, una grande opportunità per accorpare servizi territoriali in precedenza dispersi e frammentati.
  • Aumentare le risorse per il SSN: adottare strategie già sperimentate in altri Paesi, come l’aumento delle compartecipazioni per alcune prestazioni, oppure l’introduzione di assicurazioni integrative per il loro rimborso, la revisione delle allocazioni di spesa pubblica per aumentare il finanziamento alla sanità; si tratta, in tutti i casi, di proposte non semplici da tradurre nell’attuale contesto politico e sociale italiano.
  • Rivoluzionare la geografia e i formati dei servizi: digitalizzare i servizi sanitari specializzati attraverso la diffusione di strumenti di autocura per i pazienti cronici e l’implementazione di sistemi di telemedicina, ad esempio per le visite specialistiche. Ridisegnare i ruoli professionali favorendo la collaborazione orizzontale e una maggiore integrazione tra competenze nuove e ordini professionali tradizionali, ad esempio introducendo figure quali il case manager amministrativo del service center per la presa in carico della cronicità.

Francesco Longo, Responsabile scientifico del Rapporto OASI, ha dichiarato: «La sanità italiana è ad un punto di svolta: l’Italia è ormai il secondo Paese più anziano al mondo, la spesa sanitaria è rimasta costante nel tempo, mentre le esigenze dei cittadini continuano a evolversi e questi si aspettano un servizio sostenibile ed efficiente. La realtà è però sotto gli occhi di tutti: il SSN presenta evidenti contraddizioni che peggioreranno in mancanza di una rivoluzione nelle logiche di governo del sistema, indebolendo il tessuto delle aziende del SSN».

Alberto Ricci, Coordinatore del Rapporto OASI, ha concluso: «La consapevolezza delle evidenze dello scenario attuale, seppur critiche e complesse, è il primo strumento che i manager del SSN hanno per continuare a crescere e ad essere generativi. Il nostro Rapporto offre le basi per avviare il confronto tra tutti gli attori del sistema sanitario italiano e, auspicabilmente, imprimere una nuova rotta dai più alti livelli del sistema Paese».

Sostenibilità e acquisti in sanità, verso un futuro più verde

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La sostenibilità ambientale è ormai una priorità per le politiche sanitarie globali e nazionali. In Italia, la transizione verso una sanità sostenibile è supportata da regolamentazioni specifiche, come i Criteri Ambientali Minimi (CAM), e da un crescente impegno nel Green Public Procurement (GPP), ovvero l’integrazione di criteri ambientali negli appalti pubblici. Tuttavia, il cammino verso un sistema sanitario realmente sostenibile presenta ancora numerosi ostacoli e sfide.

Regolamentazioni internazionali e italiane

A livello internazionale, il Green Deal europeo rappresenta il quadro di riferimento per promuovere un’economia a basse emissioni di carbonio. Direttive come quelle sugli edifici a energia quasi zero (Nearly Zero-Energy Buildings) e il regolamento sull’efficienza energetica negli appalti stanno tracciando il percorso per l’evoluzione delle normative nazionali. Questi sviluppi richiederanno un adeguamento delle pratiche italiane nei prossimi anni, rendendo il sistema più rigoroso e in linea con le nuove disposizioni dell’Unione Europea.

In Italia, il Piano Nazionale d’Azione per il GPP e i CAM, obbligatori dal 2008, sono un punto di riferimento chiave. Come spiega Roberto Caranta, professore dell’Università di Torino e coordinatore del Network SAPIENS (Sustainability and Procurement in International, European, and National Systems), «i CAM sono pensati per acquisti seriali e trovano applicazione in settori cruciali della sanità come il catering, il lavaggio industriale e il noleggio tessile. Questi criteri stabiliscono requisiti tecnici minimi da rispettare negli appalti, ma è possibile aggiungere elementi premiali per incentivare l’offerta di soluzioni ancora più sostenibili».

I Criteri Ambientali Minimi (CAM) sono pensati per acquisti seriali e trovano applicazione in settori cruciali della sanità come il catering, il lavaggio industriale e il noleggio tessile

Un aspetto interessante, sottolineato dal professor Caranta, è l’approccio avanzato italiano, che combina obblighi normativi e supporto tecnico alle amministrazioni. «Questo sistema facilita l’applicazione dei CAM e prevede anche criteri premiali, che consentono di andare oltre i requisiti minimi. Ad esempio, per il catering sanitario, si può richiedere una percentuale di prodotti biologici superiore al minimo obbligatorio, incentivando così i fornitori più virtuosi e superando il modello degli appalti al prezzo più basso.»

Il mancato rispetto dei CAM non solo espone le amministrazioni a rischi legali, ma può compromettere la validità stessa degli appalti. «La giurisprudenza italiana – continua Caranta – sottolinea che il mancato inserimento dei CAM comporta la nullità della procedura di gara e del contratto stesso, rendendo fondamentale la loro applicazione».

Attualmente, le normative sui CAM non includono disposizioni specifiche per farmaci e dispositivi medici, come quelle relative allo smaltimento dei farmaci o a sistemi di produzione ecologicamente sostenibili. Questa assenza si spiega, in parte, con la difficoltà di standardizzare normative per prodotti caratterizzati da proprietà uniche e specifiche esigenze terapeutiche.

Sebbene non vi siano ancora regolamenti specifici in questo ambito, sono in programma iniziative come l’Ecolabel, che potrebbero in futuro influenzare prodotti e servizi, anche se l’implementazione richiederà tempo. Nel frattempo, i CAM contengono clausole, come ad esempio quella sui rifiuti, che potrebbero fungere da modello per sviluppare normative più mirate.

Attualmente le normative sui CAM non includono disposizioni specifiche per farmaci e dispositivi medici

Inoltre, il Codice dei Contratti Pubblici offre alle amministrazioni la possibilità di elaborare clausole ambientali per prodotti, inclusi farmaci e dispositivi medici, che attualmente non rientrano nei CAM, favorendo così un approccio più sostenibile anche in questi settori.

Acquisti Green in sanità: opportunità e sfide

Il settore sanitario è responsabile del 5,2% delle emissioni di gas serra, rendendo essenziale l’adozione di pratiche di acquisto sostenibile. Tuttavia, gli ostacoli non mancano:

  • Competenze insufficienti: molte amministrazioni faticano a redigere bandi che integrino criteri ambientali.
  • Carenza di fornitori qualificati: non tutte le aziende sono pronte a soddisfare requisiti ambientali rigorosi.
  • Resistenza culturale: persiste un atteggiamento orientato al solo risparmio economico, senza considerare la qualità ambientale.

Secondo Caranta, «la cultura del prezzo più basso è controproducente. Dobbiamo puntare su un equilibrio tra qualità e costo, come facciamo nelle scelte quotidiane. Non si tratta solo di risparmiare, ma di investire nella qualità e nella sostenibilità a lungo termine».

Innovazione e tecnologie green

L’intelligenza artificiale (AI) e la sanità digitale stanno trasformando il settore sanitario, offrendo vantaggi come l’espansione della telemedicina e il miglioramento dei processi diagnostici. Tuttavia, queste tecnologie comportano un significativo dispendio energetico, rendendo necessario valutare con attenzione il rapporto tra benefici e costi.

Il monitoraggio energetico negli edifici sanitari basato sull’analisi dei dati, unito all’intelligenza umana, riduce inefficienze e genera risparmi significativi

Sottolinea Caranta: «Questo rappresenta una questione rilevante. L’intelligenza artificiale è indubbiamente uno degli elementi con il consumo energetico più elevato, sebbene non sia necessariamente il più utilizzato e non ci si aspetti un impiego massivo nel prossimo futuro. Un aspetto fondamentale è la raccolta e l’analisi dei dati. Fondamentale, ad esempio, per il monitoraggio dei consumi energetici negli edifici sanitari, che, pur richiedendo energia, può portare a risparmi importanti se integrato con un’interpretazione efficace dei dati da parte dell’intelligenza umana. Ad esempio, individuare e correggere inefficienze, come luci lasciate accese inutilmente, può avere un impatto positivo su larga scala».

Tuttavia, Caranta invita alla cautela riguardo alle tecnologie più energivore, come l’intelligenza artificiale: «Nonostante il potenziale, l’adozione dell’AI in sanità rimane ancora limitata. È importante, quindi, concentrarsi prima sull’ottimizzazione di processi più basilari per massimizzare i benefici futuri, assicurandosi al contempo di ridurre al minimo l’impatto ambientale».

La legge europea sul clima e il futuro della sanità sostenibile

Un elemento chiave per il futuro della sostenibilità sanitaria è la legge europea sul clima, che obbliga gli Stati membri a ridurre le emissioni di gas serra e a rendicontare i progressi compiuti. «Questo implica – afferma Caranta – un impegno sempre maggiore nel monitoraggio delle performance ambientali, anche da parte delle aziende sanitarie, che devono adeguarsi a standard sempre più stringenti. La sfida non è solo rispettare le normative, ma sfruttare questa opportunità per migliorare le strutture sanitarie in termini di efficienza energetica e sostenibilità».

La sfida non è solo rispettare le normative, ma sfruttare questa opportunità per migliorare le strutture sanitarie in termini di efficienza energetica e sostenibilità

Un altro aspetto cruciale è la direttiva europea sulla due diligence, che obbligherà i grandi contraenti a monitorare il ciclo dei fornitori, garantendo il rispetto delle normative ambientali e sociali. Ad esempio, per le forniture di strumenti chirurgici prodotti in Paesi a basso reddito, le amministrazioni potranno inserire clausole contrattuali che impongano standard rigorosi di sostenibilità e sicurezza sul lavoro.

Il tema della produzione di farmaci e dispositivi merita particolare attenzione, anche in relazione alla localizzazione. Prosegue Caranta: «Produrre in Europa può garantire criteri di sostenibilità più rigorosi rispetto a produzioni in aree come l’Asia o la Cina, dove tali investimenti non sono ancora una priorità. Tuttavia, sono tendenzialmente ottimista. L’Europa sta già intraprendendo iniziative significative in questo ambito, come dimostra la nuova direttiva sulla resilienza, che prevede un sistema di preferenza per le imprese europee e consente, ad esempio, di privilegiare prodotti come i pannelli solari fabbricati in Europa, nonostante possano avere un costo superiore».

L’Europa ha appreso importanti lezioni dalla crisi legata al Covid-19, evidenziando la necessità di rafforzare la propria capacità produttiva, ed è cruciale che tali normative vengano attuate anche a livello nazionale, garantendo un futuro più sostenibile per il settore sanitario.

Creare una rete di addetti agli appalti

La transizione verso una sanità sostenibile richiede uno sforzo collettivo da parte di istituzioni pubbliche, aziende e cittadini

Caranta evidenzia l’importanza di creare una rete di collaborazione per supportare chi si occupa degli appalti, soprattutto nelle realtà più piccole. «È fondamentale prevenire l’isolamento di chi gestisce appalti, specialmente in contesti complessi e privi di indicazioni chiare. Condividere esperienze e soluzioni con chi affronta problematiche analoghe è essenziale, poiché spesso esistono già risposte efficaci a sfide comuni. Questo approccio consente di evitare di ricominciare da zero ogni volta, favorendo una gestione più efficiente e ottimizzando i risultati attraverso l’apprendimento reciproco e il trasferimento delle migliori pratiche».

Conclusioni

La transizione verso una sanità sostenibile richiede uno sforzo collettivo da parte di istituzioni pubbliche, aziende e cittadini. «Se vogliamo ridurre significativamente l’impatto ambientale del settore – conclude Caranta – dobbiamo investire nella formazione, nell’innovazione tecnologica e nella collaborazione. Solo così potremo garantire un futuro più verde per il nostro sistema sanitario».

L’obiettivo rimane ambizioso ma raggiungibile: creare un sistema sanitario capace di generare l’energia che consuma, riducendo al minimo l’impatto ambientale e promuovendo una cultura di sostenibilità a tutti i livelli.