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Giornata internazionale della copertura sanitaria universale, 2 miliardi di persone nel mondo sono in difficoltà finanziarie e 1,3 miliardi rischiano la povertà per le spese sanitarie

Un sistema che estenda la copertura sanitaria a tutta la popolazione, garantisca i servizi e le prestazioni necessarie quando e dove ne hanno bisogno e lo faccia senza caricare le persone di costi diretti. Questo si intende per copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage o UHC), un tema da tempo al centro dell’agenda internazionale e uno dei target degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile per il 2030. Quest’anno il focus dell’Universal Health Coverage Day – che si celebra il12 dicembre istituito dalle Nazioni Unite  nel 2012 – è sul ruolo della protezione finanziaria nel raggiungimento della UHC. «La protezione finanziaria garantisce che le persone non si impoveriscano a causa del pagamento di tasca propria delle spese sanitarie – si legge sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – Negli ultimi 20 anni – riporta ancora l’OMS – la protezione finanziaria si è progressivamente ridotta con 2 miliardi di persone in difficoltà economiche e 1,3 miliardi di individui spinti verso la povertà a causa dei costi per la salute che sono costretti a sostenere».

Passi d’argento: gli anziani più svantaggiati e i residenti al Sud rinunciano di più alle cure

Per i dati della sorveglianza Passi d’Argento dell’ISS pubblicati a ottobre 2024, nel biennio 2022-2023, il 18% degli ultra 65enni (2,6 milioni di persone) ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita medica o a un esame diagnostico di cui avrebbe avuto bisogno nei 12 mesi precedenti l’intervista. Fra le ragioni principali della rinuncia: le lunghe liste di attesa (nel 55% delle rinunce), le difficoltà logistiche nel raggiungere le strutture sanitarie o la scomodità degli orari (13%) e i costi eccessivi delle prestazioni (10%).

La rinuncia è risultata più frequente fra le persone più svantaggiate, economicamente (39% tra coloro che hanno dichiarato di arrivare a fine mese con molte difficoltà vs il 20% tra chi non ne ha) o per bassa istruzione (24% tra chi ha al più la licenza elementare vs il 19% tra i laureati) e tra gli over65 che risiedono al Centro e al Sud (27% vs 16% tra i residenti nelle regioni settentrionali). Oltre la metà degli intervistati che non ha rinunciato a ciò di cui aveva bisogno ha fatto ricorso a prestazioni a pagamento: il 10% ricorrendo esclusivamente a strutture private e il 49% ricorrendovi alcune volte. Solo il 41% ha utilizzato esclusivamente il servizio pubblico.

Il Rapporto del Gruppo di Lavoro Equità e Salute ISS: cala mortalità per tumori di mammella e colon dove si fanno più screening

Nelle regioni del Sud si perdono più anni di vita per i tumori della mammella e del colon e i tassi di mortalità, storicamente più bassi nel Mezzogiorno, ora sono paragonabili a quelli del settentrione. Lo afferma il Rapporto Istisan Tumori della mammella e del colon-retto: differenze regionali per mortalità, screening oncologici e mobilità sanitaria dell’Istituto Superiore di Sanità. Secondo il documento ISS tra le cause di questo fenomeno c’è anche il minore ricorso agli screening: nelle aree dove si partecipa meno a questa forma di prevenzione la mortalità è maggiore e si rileva anche un più alto l’indice di fuga (il numero di pazienti costretti a spostarsi per potersi operare).

La copertura totale dello screening mammografico disegna un chiaro gradiente Nord-Sud, a sfavore delle regioni meridionali con la percentuale di adesione che va dal 90% raggiunto in molte regioni settentrionali ad appena il 60% in alcune regioni meridionali. Nelle regioni del Nord dove la copertura degli screening è elevata la riduzione di mortalità per tumore della mammella tra il 2001 ed il 2021 è più forte (supera il 35%) rispetto alle regioni del Sud. 

Un andamento simile si ha anche per i tumori del colon: la copertura dello screening per il tumore del colon-retto raggiunge valori più alti fra i residenti al Nord (67%), ma è significativamente più basso fra i residenti del Centro (51%) e del Sud (26%). Nelle regioni del Centro e del Nord dove lo screening è partito prima e con livelli di copertura più elevati (intorno al 70%) la mortalità si è ridotta di circa il 30%, molto più che al Sud (-14% nelle donne e -8 negli uomini).

Per entrambi i tumori il rapporto ISS mostra livelli contenuti di mobilità dei pazienti nel Centro e nel Nord del Paese. Nel Sud comprese le isole sono presenti livelli di mobilità nettamente più alti (circa 3 volte) rispetto al Centro-Nord. Per quanto riguarda il tumore della mammella le Regioni con le coperture di screening più alte presentano indici di fuga più bassi. “Questo dato – sottolineano gli autori – evidenzia come in Regioni in cui lo screening mammografico raggiunge una buona parte della popolazione femminile target il sistema è anche in grado si prendersi carico dei casi di tumore della mammella che necessitano di un ricovero ospedaliero per intervento chirurgico, mentre questo non è sempre garantito nelle Regioni dove lo screening è ancora lontano dai livelli ottimali. In questo panorama Regioni come Calabria e Molise si distinguono fra quelle con i più bassi livelli di copertura dello screening mammografico e il più alto indice di fuga».

Anche per il tumore del colon-retto, così come per la mammella, le regioni con alti livelli di copertura dello screening tendono a presentare livelli bassi dell’indice di fuga, seppure esistano alcune regioni in controtendenza (Puglia e Campania, bassa copertura e bassa fuga). Si conferma invece per regioni come Calabria e Molise la compresenza di elevati indici di fuga e bassi livelli di copertura dello screening.

Mastroianni: «Contro l’antibiotico-resistenza, fondamentale l’approccio One-Health»

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Negli ultimi anni, il fenomeno dell’antibiotico-resistenza (AMR, Antimicrobial resistance) è aumentato notevolmente e ha reso necessaria una valutazione dell’impatto in sanità pubblica, specifica per patogeno, per antibiotico e per area geografica.

Per capire meglio la situazione e le prospettive, abbiamo rivolto cinque domande a Claudio Maria Mastroianni, Professore Ordinario di Malattie Infettive, Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali, della Sapienza Università di Roma, e Direttore UOC Malattie Infettive Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I.

Gli antibiotici sono una delle più importanti scoperte per l’umanità, eppure oggi l’antibiotico-resistenza è diventata un’emergenza sanitaria

Professor Mastroianni, gli antibiotici sono una delle più importanti scoperte per l’umanità, eppure oggi l’antibiotico-resistenza è diventata un’emergenza sanitaria. Perché?

Oggi l’AMR rappresenta un grave problema di sanità pubblica mondiale. È stato stimato che 4,95 milioni di decessi sono stati associati all’AMR, di cui 1,27 milioni di decessi direttamente attribuibili alla resistenza, cioè all’incirca la mortalità per malaria e HIV messi insieme. Si stima che se non si interviene con misure adeguate le infezioni causate da microbi resistenti agli antibiotici potrebbero causare entro il 2050 più di 10 milioni di decessi.

I dati ci dicono che in Italia la resistenza agli antibiotici è tra le più alte al mondo. In cosa consiste il Piano nazionale per il contrasto dell’antimicrobico-resistenza (PNCAR)?

Il PNCAR nasce con l’obiettivo di fornire al Paese le linee strategiche e le indicazioni operative per affrontare l’emergenza AMR. Gli obiettivi strategici sono: rafforzare l’approccio One Health e la prevenzione e la sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria; promuovere l’uso appropriato degli antibiotici e l’innovazione e ricerca; migliorare la consapevolezza della popolazione e promuovere la formazione degli operatori sanitari e ambientali sul contrasto all’AMR.

Che cosa si intende per approccio “One Health”, e cosa prevedono i programmi di ricerca attivi su questo?

L’approccio One Health considera in modo integrato la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente. È un modello sanitario basato sul riconoscimento che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema siano legate indissolubilmente. Mi piace sottolineare come l’Università Sapienza partecipi attivamente ad un importante progetto di ricerca nazionale finanziato con i fondi del PNRR denominato “One Health Basic and Translational Research Actions addressing Unmet Needs on Emerging Infectious Diseases” che ha tra le diverse linee strategiche quella di sviluppare ricerche e studi in ambito di AMR.

Quali sono i rischi dell’antibiotico-resistenza per gli uomini, gli animali e l’ambiente, e cosa possono fare i singoli cittadini?

I cittadini debbono acquisire maggiore consapevolezza e conoscenza che gli antibiotici sono farmaci attivi solo contro i batteri e non i virus; quindi vanno utilizzati sempre dopo aver consultato il proprio medico di fiducia. In ambito animale va segnalato che ultimamente c’è una tendenza in calo all’uso di antibiotici ma comunque l’attenzione va sempre mantenuta alta.

Lei ha preso parte come Relatore alla Conferenza dedicata alle “Strategie e prospettive per l’antibiotico-resistenza: Partnership – Innovazione – One health”, nell’ambito del G7 Salute, che si è svolto a Bari il 28-29 novembre scorso. Che cosa è emerso di importante e quali sono le prospettive per il futuro?

È stata un’importante conferenza in cui rappresentanti delle istituzioni, della società civile e del mondo scientifico hanno discusso le prospettive nell’ambito della collaborazione interdisciplinare, della ricerca e dell’innovazione per affrontare efficacemente l’emergenza dell’AMR.

Al G7 Salute di Bari si è discusso anche di vaccinazioni, antimicrobial stewardship e incentivi per la ricerca (“push” e “pull”)

Tra i punti di discussione, cruciale l’approccio One-Health con i principali interventi di prevenzione e controllo dell’antibiotico-resistenza nel settore umano, animale e ambientale. Infine sono emersi altri 3 aspetti fondamentali:

  • il ruolo delle vaccinazioni nella prevenzione dell’AMR;
  • l’uso appropriato degli antibiotici con i programmi di antimicrobial stewardship (che hanno l’obiettivo di fornire strumenti agli operatori sanitari per la gestione complessiva del paziente che presenta un’infezione di origine di batterica, oppure colonizzato da un microrganismo resistente agli antibiotici);
  • favorire incentivi “push”, per incoraggiare la ricerca e lo sviluppo di nuovi antibatterici, e incentivi “pull”, per rendere attrattivo il mercato.

Corte Costituzionale: devono essere ridotte le altre spese indistinte, prima di sacrificare quella per la sanità

In un contesto di risorse scarse, «per fare fronte a esigenze di contenimento della spesa pubblica dettate anche da vincoli euro unitari, devono essere prioritariamente ridotte le altre spese indistinte, rispetto a quella che si connota come funzionale a garantire il “fondamentale” diritto alla salute di cui all’art. 32 Cost., che chiama in causa imprescindibili esigenze di tutela anche delle fasce più deboli della popolazione, non in grado di accedere alla spesa sostenuta direttamente dal cittadino, cosiddetta out of pocket». È quanto si legge nella sentenza n. 195 del 2024, depositata il 6 dicembre, con cui la Corte costituzionale ha deciso il ricorso della Regione Campania avverso l’art. 1, commi 527 e 557, della legge 30 dicembre 2023, n. 213 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2024 e bilancio pluriennale per il triennio 2024-2026).

La Corte ha dichiarato non fondate diverse questioni, che riguardavano la legittimità della misura, le modalità e la durata del concorso delle regioni agli obiettivi di finanza pubblica, stabilite dalla legge di bilancio 2024 nelle more della nuova governance economica europea, che, peraltro, mostrano la volontà del legislatore statale di non far gravare il suddetto contributo sulle spese relative alla missione 12, Diritti sociali, politiche sociali e famiglia, e alla missione 13, Tutela della salute. La sentenza ha però sollecitato il legislatore, al fine di «scongiurare l’adozione di “tagli al buio”», ad «acquisire adeguati elementi istruttori sulla sostenibilità dell’importo del contributo da parte degli enti ai quali viene richiesto» e a non trascurare, per garantire maggiore effettività al principio di leale collaborazione, il coinvolgimento della Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica, di cui l’art. 5 della legge 5 maggio 2009, n. 42.

La sentenza ha poi dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 527, quinto periodo, della legge di bilancio per il 2024, ma solo nella parte in cui non esclude dalle risorse che è possibile ridurre, a seguito del mancato versamento del contributo dovuto da parte delle regioni, quelle spettanti per il finanziamento dei diritti sociali, delle politiche sociali e della famiglia e, in particolare, della tutela della salute. Ciò in quanto, «nemmeno nel caso in cui la regione non abbia versato la propria quota del contributo alla finanza pubblica, lo Stato può “rispondere” tagliando risorse destinate alla spesa costituzionalmente necessaria, tra cui quella sanitaria – già, peraltro, in grave sofferenza per l’effetto, come si è visto, delle precedenti stagioni di arditi tagli lineari – dovendo quindi agire su altri versanti che non rivestono il medesimo carattere»: il diritto alla salute, infatti, «coinvolgendo primarie esigenze della persona umana», non può essere sacrificato «fintanto che esistono risorse che il decisore politico ha la disponibilità di utilizzare per altri impieghi che non rivestono la medesima priorità».

Da ultimo, la sentenza ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 557 dell’art. 1 della legge n. 213 del 2023, nella parte in cui non prevede che il decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, diretto a individuare i criteri e le modalità di riparto, nonché il sistema di monitoraggio dell’impiego delle somme, del «Fondo per i test di Next-Generation Sequencing per la diagnosi delle malattie rare», sia adottato d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano.

Scudo penale e formazione in medicina generale, Silvestro Scotti (FIMMG): «Soddisfatti per le modifiche approvate con il Milleproroghe, elementi importanti per affrontare le carenze di medici»

«Benché possano sembrare semplici tecnicismi, in realtà le correzioni approvate dal Consiglio dei ministri sono molto importanti per la medicina generale e dimostrano una grande sensibilità politica e attenzione alla categoria da parte del ministro Orazio Schillaci e dei suoi uffici legislativi con cui abbiamo un contatto costante». Silvestro Scotti, segretario generale FIMMG, commenta positivamente le modifiche approvate in Consiglio dei ministri con il decreto Milleproroghe. In particolare, sono due le questioni rispetto quali la FIMMG ha chiesto grande attenzione, portando a casa un risultato importante per l’intera categoria e, soprattutto, per la salute dei pazienti.

In primis, viene prorogata al 31 dicembre 2025 “l’applicazione della limitazione della punibilità ai soli casi di dolo e colpa grave (prevista nel periodo di emergenza COVID-19), in relazione ai fatti di cui agli articoli 589 e 590 del Codice penale – omicidio colposo e lesioni personali colpose – commessi nell’esercizio di una professione sanitaria, in situazioni di grave carenza di personale sanitario”.

Inoltre, “si modificano, in modo da mandarle a regime senza ulteriori proroghe, le disposizioni che consentono ai medici iscritti al Corso di formazione in medicina generale di partecipare all’assegnazione degli incarichi convenzionali. Si prevede la possibilità di mantenere gli incarichi già assegnati al momento dell’iscrizione al corso di formazione specifica in medicina generale e si specifica che tra gli incarichi convenzionali assegnabili sono inclusi quelli provvisori e di sostituzione, anche ai fini del riconoscimento delle ore di formazione”.

«Disposizione, quest’ultima – evidenzia Scotti – che consente ai medici iscritti al Corso di formazione specifica in medicina generale di partecipare all’assegnazione degli incarichi convenzionali rimessi all’Accordo collettivo nazionale nell’ambito della disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale. Tra questi la possibilità di un incarico di assistenza primaria a ciclo di scelta con la limitazione del massimale degli assistiti in carico fino a 1.000. Le ore di attività svolte dai medici assegnatari sono riconosciute come attività formativa pratica iniziando un vero percorso che speriamo si completi con la trasformazione in formazione-lavoro della specializzazione in medicina generale». Cosa importante, si interviene anche sulla disciplina delle incompatibilità durante la frequenza del Corso di formazione specifica in medicina generale, consentendo il mantenimento degli incarichi già assegnati al momento dell’iscrizione al corso di formazione specifica in medicina generale. 

«Questi aggiustamenti che sono stati adottati in modo strutturale e sono frutto anche del costante confronto con il capo dell’Ufficio legislativo Massimo Lasalvia, contribuiscono ad arginare la grave carenza di medici su tutto il territorio, che rappresenta la vera emergenza alla quale si deve dare prioritariamente una risposta. Sono, con il provvedimento a regime definitivo e non di proroga, una certezza per i giovani professionisti rispetto alla scelta di diventare medico di medicina generale, che speriamo possa migliorare l’attrattività con più iscritti alla formazione in medicina generale. Un intervento, quello realizzato, ancor più importante in considerazione del fatto che la precedente proroga sarebbe andata in scadenza il 31 dicembre creando problemi molti seri per l’assistenza».

PMA nei LEA e nel Decreto Tariffe. Ora evitare i rischi di diseguaglianze sul territorio e monitorare l’accessibilità

Incentivare le nascite è una priorità sia dal punto di vista demografico sia per la condizione sociale del Paese e con l’entrata in vigore del decreto tariffe, prevista per il 30 dicembre prossimo, in cui si riconosce l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita come LEA, livello essenziale di assistenza, ogni individuo (o meglio, coppia) ha diritto di accesso tempestivo, sicuro e di qualità ovunque risieda nel nostro Paese.

Fine dell’iniquità, quindi, con cui le coppie si sono confrontate finora, sia per i costi, avendo definito una tariffazione per le prestazioni e il costo del relativo ticket per l’omologa, sia per il numero di cicli erogabili, ad oggi variabile da 3 a 6.

E fine anche delle diversità nei criteri di accesso, ovvero all’età di “sbarramento” per le donne: si passa ad oggi da quella inferiore ai 42 anni dell’Umbria ai 50 della Regione Veneto, a Regioni che hanno limiti di età differenziati per omologa ed eterologa (es. Regione Toscana 43 anni per omologa, 46 per eterologa).

Ora, con l’entrata in vigore dei nuovi LEA l’età massima della donna è di 46 anni e il numero di cicli pari a 6.

Ma non tutto è risolto se non sarà evitata una serie di rischi – cinque i più evidenti – che potrebbero creare problemi alle coppie, al SSN, al Paese alle prese con un inverno demografico generalizzato: l’Istat prevede una flessione negativa più marcata nel Mezzogiorno (fino a -4,8%), rispetto al Nord e al Centro.

La richiesta di PMA naturalmente aumenterà e il primo allarme arriva proprio dall’ultima Relazione al Parlamento che sottolinea come «rimane la diversa distribuzione dei centri pubblici e privati convenzionati, più presenti nel Nord del Paese… Inoltre, un consistente numero di centri PMA di II e III Livello presenti sul territorio nazionale svolge un numero ridotto di procedure nell’arco dell’anno… Sarebbe auspicabile che i centri PMA fossero in grado di svolgere volumi di attività congrui in modo da garantire qualità, sicurezza e appropriatezza delle procedure nelle tecniche di PMA e che fossero equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale per offrire il miglior livello di prestazione possibile».

I nuovi rischi da scongiurare li ha analizzati l’Osservatorio di Salutequità, che già lo scorso anno aveva analizzato i problemi di questa importante prestazione.

Se la domanda aumenta, l’offerta attraverso il SSN presenta sperequazioni per quantità, oltre che per qualità e sicurezza, il primo rischio è quello di una mobilità sanitaria interregionale destinata ad aumentare (e che rischia di impoverire le Regioni più in difficoltà).

Nel 2021 il 41,5% dei cicli che utilizzano gameti donati è stato effettuato in centri di una regione diversa da quella di residenza (mobilità): nella maggior parte dei casi avviene verso i centri pubblici o privati convenzionati della Toscana e della Lombardia e verso i centri privati del Lazio. Il numero di cicli effettuati su pazienti per milione di abitanti è un altro parametro importante per capire l’offerta regionale. Lo standard di adeguatezza, secondo la società scientifica ESHRE, è di 1500 cicli per milione di abitanti.

Le Regioni che non raggiungono tale standard – dove quindi la mobilità è ad alto rischio – sono 14. Sono al di sotto dei mille cicli molte regioni del sud/isole (Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Liguria); fanno registrare i valori più bassi Marche (180), Molise (355), Sardegna (543). Superano i 1000 cicli, ma non raggiungono i 1500: Veneto (1113), Piemonte (1198), Friuli-Venezia Giulia (1155) e PA Trento (1398). Oltre lo standard (1500 per milione di abitanti), Valle d’Aosta (4429), PA Bolzano (3380), Toscana (2961), Lombardia (2221), Lazio (2139), Campania (1559).

In più, nel momento in cui la prestazione entra nei LEA, i confini per poter accedere alla prestazione a carico del SSN si allarga alla dimensione europea, per effetto della direttiva sulle cure transfrontaliere.

Il secondo rischio è dell’aumento dei tempi di attesa e della sussistenza dei requisiti per la mobilità nei confini europei a carico del SSN.

Una delle motivazioni per le quali l’autorizzazione alle cure transfrontaliere non può essere rifiutata è quando l’assistenza sanitaria in questione non può essere prestata in Italia entro un termine giustificabile dal punto di vista clinico. Quindi il monitoraggio dei tempi di attesa diventa ancor più necessario. Ma su questo, al momento, non esiste un sistema di monitoraggio al livello nazionale.

Esistono tuttavia pratiche interessanti sul territorio, che cercano di colmare questo bisogno informativo sviluppate in Piemonte, Basilicata, Veneto, Toscana.

Il terzo rischio è quello di non riuscire a garantire percorsi di prevenzione e presa in carico dell’infertilità.

Secondo il progetto CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) “Analisi delle attività della rete dei consultori familiari per una rivalutazione del loro ruolo con riferimento anche alle problematiche relative all’endometriosi” offrono indicazioni interessanti.

I risultati mostrano che «nel nostro Paese ci sono troppo pochi consultori familiari rispetto ai bisogni della popolazione (un consultorio ogni 35.000 abitanti sebbene siano raccomandati nel numero di uno ogni 20.000)». Prendendo a riferimento il fabbisogno di un consultorio ogni 20.000 abitanti, Agenas attraverso il portale statistico mostra che in 16 regioni mancano 919 consultori. Ne mancano di più in Lombardia (-268), Lazio (-131), Campania (-163).

Il quarto rischio è l’iniquità generata da differenze di costo per l’accesso all’eterologa.

I nuovi LEA prevedono, in caso di gameti esterni alla coppia, che le tariffe siano definite dalla Regione. Questo perché i gameti devono essere importati dall’estero e i costi variano a seconda degli accordi che si riescono a stringere.

Ci sono Regioni che hanno lavorato e investito già per migliorare l’offerta per l’eterologa – in virtù di un’offerta più strutturata e consolidata nel tempo – e che hanno utilizzato fondi propri e quelli previsti dalla Legge di bilancio n. 178/2020. Stando all’ultimo Rapporto al Parlamento ad esempio Emilia-Romagna e Lombardia, che sono anche tra le Regioni che hanno più mobilità attiva, hanno investito le risorse del fondo per potenziare e strutturare meglio l’offerta per l’eterologa, creando una «banca di gameti regionale» che possa occuparsi di procurement dall’estero/bancaggio/distribuzione presso i centri di PMA.

Il quinto rischio è l’assenza di monitoraggio e valutazione dell’effettiva garanzia di questo “nuovo diritto” per tutte le coppie che ne hanno necessità e in tutte le Regioni.

Come tutti i nuovi LEA, anche la PMA non è ancora stata dichiarata oggetto di una valutazione e monitoraggio nel Nuovo Sistema di Garanzia. Eppure, la PMA beneficia di un importante strumento che il Registro Nazionale PMA istituito presso l’ISS, che fornisce dati e informazioni preziose su molti aspetti e che potrebbero essere integrate con indicatori sui tempi di attesa.

Agire su questi rischi vuol dire attivare leve importanti per assicurare finalmente equità anche a chi, per molti anni, ha visto tradire l’accesso a cure garantite a persone nelle stesse condizioni, ma che avevano la fortuna di risiedere in territori con un CAP diverso dal proprio.

«Rendere davvero efficace ed efficiente la PMA non è un vantaggio solo per la salute – commenta Tonino Aceti, presidente di Salutequità – ma anche un supporto per il sistema Paese alle prese con una denatalità che mette a rischio l’intera tenuta economica e sociale. Superato lo scoglio dell’inserimento nei Lea e del decreto tariffe non si possono più correre rischi di ulteriori complicazioni: non devono esistere più le insopportabili disparità di accesso e la PMA deve essere uguale in ogni angolo del Paese. È urgente che la PMA diventi oggetto di monitoraggio e valutazione nel Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA, integrando il sistema attualmente garantito dal Registro istituito presso l’ISS con i tempi di accesso, così come adeguare l’offerta sul territorio in termini quali-quantitativi. Altrimenti la mobilità andrà ad erodere risorse importanti per la sostenibilità e la qualificazione dei servizi di alcuni territori. E le coppie che non potranno permettersi di viaggiare per accedere alle prestazioni continueranno ad essere penalizzate».

Prevenire l’inevitabile: come gli screening neonatali possono cambiare il destino delle malattie rare

Il 12 dicembre 2024, alle ore 18,30, si terrà l’incontro pubblico “Prevenire l’inevitabile: come gli screening neonatali possono cambiare il destino delle malattie rare” presso Novelab di Novello (CN), organizzato dal Comune di Novello, con la collaborazione attiva della Cooperativa Sociale di Comunità Tessì, il patrocinio della Regione Piemonte e dell’ASL CN2, il contributo di Banca D’Alba e Turismo in Langa come media partner.

L’incontro si propone di sensibilizzare e informare il pubblico su uno degli strumenti più potenti e ancora poco conosciuti nella lotta contro le malattie rare: gli screening neonatali. Attraverso interventi di esperti e testimonianze dirette, l’evento illustrerà come una diagnosi precoce possa realmente fare la differenza nel destino di migliaia di neonati, offrendo possibilità concrete di trattamento e, in alcuni casi, la possibilità di una vita normale, grazie alle recenti scoperte in campo medico, come la terapia genica.

L’idea del convegno è nata dopo che Novelab ha dedicato una serata al racconto informale del papà di Elettra, bimba di Alba (CN) affetta da Leucodistrofia Metacromatica, malattia metabolica degenerativa, con esito infausto: proprio a causa di una diagnosi tardiva, Elettra non ha potuto accedere alle cure. Il programma della serata vede Marco Pallaro, Sindaco di Novello, ad aprire l’incontro, a cui seguirà la testimonianza della famiglia di Elettra, che racconterà la storia della loro bambina, la cui vita è stata segnata dalla diagnosi tardiva della malattia rara di cui è affetta, la Leucodistrofia Metacromatica. Gli interventi scientifici saranno a cura di Alessandro Aiuti dell’Istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica (SR-Tiget), che presenterà i progressi straordinari della terapia genica, illustrando come queste tecnologie innovative stiano riscrivendo le prospettive di vita per i bambini affetti da malattie genetiche. Il suo intervento porta il titolo “Diagnosi precoce e terapia genica”.

A confronto interverrà Marco Spada dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, che illustrerà come vengono effettuati gli screening neonatali nella Regione Piemonte e quali sono le sfide attuali nel rendere questi test più accessibili e completi, con un intervento dal titolo “Che cos’è lo screening neonatale e come viene applicato oggi in Piemonte”. A testimonianza di un’importante case history, interverrà Guido De Barros Presidente dell’Associazione Voa Voa! Amici di Sofia aps di Firenze, che presenterà il caso dello screening neonatale per la MLD nella Regione Toscana quale modello che potrebbe ispirare altre regioni italiane, oltre a portare la memoria della personale storia della sua bimba Sofia, scomparsa a causa della Leucodistrofia Metacromatica.

Seguirà il contributo a cura di Ileana Agnelli, Direttore SC Psicologia dell’ASL CN2, sul tema “Cosa può fare un neogenitore oggi?” Infine, l’atteso intervento sul “Ruolo della politica nel promuovere gli screening neonatali: prospettive e azioni concrete” a cura di Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, che condividerà la visione e le iniziative della politica regionale per ampliare l’accesso agli screening neonatali e garantire una copertura sempre più ampia.

Moderatrice dell’incontro sarà Adriana Riccomagno, giornalista scientifica e saggista albese, che ha seguito la storia di Elettra fin dai primi giorni della diagnosi. L’ingresso all’incontro è libero, ma i posti a sedere e la partecipazione all’aperitivo di chiusura (offerto grazie a sponsor locali di prodotti tipici) saranno riservati su prenotazione.

Il momento conviviale finale sarà un’occasione per approfondire i temi trattati e confrontarsi direttamente con i relatori e gli esperti presenti e per la distribuzione di gadget Telethon e Voa Voa ad offerta libera a cura del papà di Elettra: il ricavato sarà devoluto a favore della ricerca scientifica sulle patologie genetiche rare.

Per maggiori informazioni e per riservare il posto a sedere e l’aperitivo, scrivere a info@novelab.it oppure chiamare Valentina 333 2389767 oppure Paola 334 3582182.

Psoriasi pustolosa generalizzata: clinico e farmacista ospedaliero a confronto

La psoriasi pustolosa generalizzata è una malattia infiammatoria cronica con un impatto drammatico sui pazienti, sia per la sintomatologia sia per la qualità della vita e le relazioni sociali. La diagnosi differenziale e l’appropriatezza terapeutica sono due elementi chiave per la gestione di questi pazienti, insieme alla necessità di individuare centri di riferimento e percorsi condivisi. Parliamo dello stato dell’arte e delle prospettive con un’intervista doppia: a TrendSanità Paolo Gisondi (Professore Associato di Dermatologia e Direttore della Scuola di Specializzazione in Dermatologia, Università di Verona) e Anna Marra (Direttrice Farmacia ospedaliera e territoriale, AOU Sant’Anna di Ferrara; Direttrice Dipartimento Farmaceutico Interaziendale, AOU Sant’Anna di Ferrara e AUSL Ferrara)

Nuovo Codice della Strada: non penalizzare i pazienti in terapia con farmaci oppioidi

Non penalizzare i pazienti in terapia con farmaci oppioidi, sotto stretto controllo medico, applicando un nuovo Codice della Strada che rischia – in sostanza – di negare loro il diritto alla cura e alla libertà di movimento; prevedere, per l’implementazione della normativa, opportuni decreti attuativi che distinguano l’abuso di sostanze stupefacenti a titolo ricreativo da un loro impiego per necessità terapeutiche, al fine di alleviare la sofferenza derivante da patologie invalidanti.

È quanto ha chiesto a gran voce nei giorni scorsi il Gruppo di lavoro “Legge 38, uno sguardo al presente progettando il futuro” in una lettera aperta inviata al Ministro dei Trasporti e delle infrastrutture Matteo Salvini e al Ministro della Salute Orazio Schillaci, a seguito delle recenti modifiche all’art. 187 che regola la guida sotto l’effetto di sostanze psicotrope, in vigore dal prossimo 14 dicembre.

L’appello – che porta la firma di AIOM, AIRO, AISD, Federazione Cure Palliative – FCP, Federdolore – SICD, FIMP, SARNEPI, SIAARTI, SICP, SIMG, SIR, di diversi Primari ospedalieri e della fondatrice dell’associazione pazienti Vivere senza dolore – è stato accolto, insieme alle altre richieste che, nelle scorse settimane, erano giunte ai Ministri competenti. Il Vicepremier Salvini ha chiesto l’avvio di un tavolo tecnico che stabilisca eventuali deroghe, allo scopo di tutelare la possibilità di cura dei malati di dolore e preservarne la qualità di vita.

La modifica dell’art. 187, non distinguendo tra uso terapeutico e abuso a scopo ludico di sostanze stupefacenti, creerebbe una barriera al corretto impiego dei farmaci

Sono circa 10 milioni gli italiani che soffrono di dolore cronico (nell’88% dei casi di natura non oncologica). Tra questi, molti sono in trattamento con oppioidi, per gestire efficacemente il problema e mantenere un’esistenza il più possibile attiva.

Il 15 marzo 2010, l’Italia aveva approvato in maniera bipartisan la Legge 38, che finalmente garantiva ai malati di dolore il diritto alla cura, semplificando anche l’accesso ai medicinali più appropriati, per assicurare il rispetto della dignità e dell’autonomia della persona. Il nuovo Codice della Strada rischiava di rappresentare un passo indietro rispetto al percorso compiuto finora contro la sofferenza inutile. Nell’inasprire le norme con l’intento di promuovere la sicurezza stradale, era stato modificato l’art. 187, equiparando chi si mette alla guida dopo l’abuso illecito di droghe a chi, invece, segue una terapia farmacologica prescritta dal medico, anche in assenza di condizioni tali da pregiudicare la sicurezza personale e della collettività: per sanzionare chi guida sotto effetto di sostanze stupefacenti, infatti, sarebbe bastato l’esito positivo del test, senza una verifica del reale stato di alterazione psico-fisica del conducente.

«Da anni combattiamo contro l’oppiofobia, spiegando ai nostri pazienti i corretti comportamenti da tenere quando sono in cura con alcune categorie di farmaci, come gli oppioidi ma anche gli antidepressivi, alcuni miorilassanti o certi farmaci antitumorali», sottolineano all’unisono Gabriele Finco, Presidente AISD, Leonardo Consoletti, Presidente Federdolore-SICD, Elena Bignami, Presidente SIAARTI, e Silvia Natoli, Responsabile Sezione Medicina del Dolore e Cure Palliative SIAARTI. «La modifica dell’art. 187, non distinguendo tra uso terapeutico e abuso a scopo ludico di sostanze stupefacenti, creerebbe una barriera al corretto impiego dei farmaci. Per questo, con altre società scientifiche attente al tema dolore ed esperti del settore, abbiamo scritto al Ministro della Salute e al Ministro dei Trasporti, chiedendo che, per l’applicazione della nuova normativa, si definiscano congrui criteri di valutazione, al fine di salvaguardare la sicurezza stradale e, al tempo stesso, i diritti dei pazienti che seguono le terapie sotto controllo medico. Siamo grati al Ministro Salvini per aver ascoltato le nostre richieste e rinnoviamo la nostra disponibilità a fornire tutti i chiarimenti medico-scientifici che possano essere ritenuti utili».

«I medici di medicina generale sono da sempre in prima linea nella cura del malato di dolore, identificando di volta in volta, con scrupolo, le terapie più idonee allo specifico caso», afferma Alessandro Rossi, Presidente SIMG. «Dall’entrata in vigore della Legge 38, abbiamo tutti lavorato per abbattere tra i pazienti il muro di ritrosia e timore nell’utilizzo degli oppioidi. L’impiego di queste soluzioni farmacologiche, se prescritte con competenza, rappresenta un valido aiuto nella gestione di alcune forme di dolore. Con la modifica dell’art. 187 del Codice della Strada, rischiavamo di retrocedere ai tempi in cui il malato di dolore aveva difficoltà nell’accesso alle cure più appropriate. SIMG si mostra fiduciosa per la disponibilità dimostrata a tutela dei pazienti».

«Con la Legge 38, i pazienti affetti da dolore si erano finalmente visti riconoscere il loro diritto a non soffrire e ad accedere, quando prescritto dallo specialista o dal medico di famiglia, anche a terapie farmacologiche a base di oppioidi», conclude Marta Gentili, fondatrice dell’Associazione pazienti Vivere senza dolore. «La modifica dell’art. 187 sarebbe un duro attacco ai malati con dolore, posti sullo stesso piano rispetto a chi abusa di stupefacenti. Di fatto, si negherebbe loro la possibilità di condurre una vita sociale normale. Siamo fiduciosi che, al tavolo di lavoro proposto dal Ministro Salvini, ci sia spazio anche per il punto di vista dei pazienti e siamo certi che, grazie al lavoro congiunto con gli esperti del settore, sia tutelato il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione».

A Ivrea scuola di futuro sulle discipline STEM e il ciclo di vita del farmaco

A Ivrea si investe sulle nuove generazioni: Merck Italia, leader del settore farmaceutico e delle Life Sciences con sede anche nel Canavese, a Colleretto Giacosa, ha incontrato 130 studenti del Liceo Gramsci di Ivrea promuovendo un evento di orientamento alla scoperta delle professioni del futuro, tra scienza e tecnologia.

Durante l’incontro sono intervenuti le Senatrici della Repubblica Paola Ambrogio ed Elisa Pirro, il Consigliere della Regione Piemonte Roberto Ravello e Stefania Bertone, Direttrice dello stabilimento Merck RBM.
L’obiettivo: ispirare e orientare i giovani verso carriere innovative nell’ambito delle STEM – Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica -, illustrando le possibili carriere che scandiscono il ciclo di vita del farmaco, le competenze richieste e i percorsi formativi necessari per accedere a queste carriere.

Obiettivo dell’incontro ispirare e orientare i giovani verso carriere innovative nell’ambito delle STEM, illustrando le possibili carriere che scandiscono il ciclo di vita del farmaco

«Iniziative come queste – ha sottolineato la Senatrice Paola Ambrogio – permettono di avvicinare i giovani alle carriere nel mondo della ricerca e delle discipline STEM, offrendo loro gli strumenti necessari per compiere scelte che plasmeranno il loro futuro professionale».

Sulla stessa linea anche la senatrice Elisa Pirro: «Partecipo sempre con grande entusiasmo a queste iniziative di incontro tra istituzioni e studenti: è fondamentale dialogare con i giovani, aiutandoli a esplorare le opportunità che il mondo del lavoro offre loro oggi e a trasformare le proprie passioni in percorsi formativi e professionali che rispecchino i loro interessi».

Un’occasione anche per il territorio, come ha espresso il Consigliere della Regione Piemonte Roberto Ravello: «Essere qui nel Canavese rappresenta una splendida opportunità per conoscere e far conoscere un territorio che si distingue per competenze, eccellenze e professionalità, configurandosi come un motore di sviluppo per il Piemonte, che a sua volta rappresenta un traino per l’intero Paese. Questa realtà offre ai giovani di quarta e quinta superiore un supporto fondamentale per affrontare uno dei momenti più delicati nella vita di ciascuno: la scelta del proprio percorso formativo e professionale. Una decisione che non solo definirà il futuro dei singoli, ma contribuirà anche al progresso dell’intera nazione».

«Siamo orgogliosi di aver ospitato presso il nostro stabilimento una mattinata intensa di lavoro con gli studenti del Liceo Gramsci di Ivrea – chiosa Stefania Bertone, Direttrice dell’Istituto RBM di Colleretto Giacosa. – Questo momento rappresenta uno degli obiettivi principali di Merck sul territorio: creare connessioni tra azienda, scuola e università. RBM è una realtà con una grande storia alle spalle, nata nel 1969 per volontà di Silvia Olivetti Marxer, in memoria del marito Antoine Marxer, oggi ospita oltre 170 dipendenti. Collaboriamo con tutte le università del Piemonte, e negli anni abbiamo formato tantissimi studenti. Siamo lieti di accogliere giovani talenti per attività di tirocinio, offrendo loro opportunità concrete. Cerchiamo di consolidare le attività di orientamento verso le materie tecnico-scientifiche, lavorando con scuole superiori e medie per far comprendere l’importanza di questo settore e del nostro territorio».

«Non sono solo gli stipendi a far fuggire i medici all’estero: decisivi orari, carriera e gratificazioni»

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Da ogni angolo d’Europa, dal sud al nord e dall’est all’ovest, cresce il numero di medici del settore pubblico che abbandonano le loro posizioni, attratti da salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Questo fenomeno migratorio è al centro dell’analisi che Alessandra Spedicato, neoeletta Presidente della European Federation of Salaried Doctors (FEMS) per il triennio 2025-2027, svolge dialogando con TrendSanità.

Spedicato, anestesista rianimatrice all’ospedale Sandro Pertini di Roma e prima donna a ricoprire questo ruolo, pone l’accento sulle sfide e sulle opportunità che questa tendenza rappresenta per il settore sanitario europeo. «Oggi, i medici del settore pubblico, in particolare i professionisti più giovani, tra i 30 e i 45 anni, hanno aspettative molto diverse rispetto alle generazioni precedenti. Queste nuove aspettative riguardano non solo lo stipendio, ma anche l’organizzazione delle strutture sanitarie nelle quali operano. Un aspetto cruciale per loro è il raggiungimento di un migliore equilibrio tra vita lavorativa e privata».

Alessandra Spedicato

Nel 2023, la European Junior Doctors, organizzazione internazionale attiva dalla metà degli anni ’70, ha pubblicato un report dal titolo “From Tradition to Transition: Navigating Through the Healthcare Workforce Crisis“, che svela un aspetto cruciale: il sovraccarico di lavoro è uno dei principali ostacoli alla soddisfazione dei professionisti sanitari. Alessandra Spedicato conferma questa tendenza, affermando: «I giovani medici europei preferirebbero un orario di lavoro ridotto rispetto alle attuali 38 ore settimanali in Italia e alle 35 ore in Francia». Prosegue Spedicato: «I Paesi europei verso cui oggi si emigra maggiormente sono Germania, Olanda e Francia. Le strategie adottate da questi governi per formare e impiegare il personale sanitario variano notevolmente. La Germania, ad esempio, preferisce formare un numero ridotto di medici per contenere i costi di formazione. Il governo tedesco è consapevole della necessità di mantenere elevate le remunerazioni per trattenere i professionisti nel sistema sanitario nazionale». Spedicato continua: «In Olanda, invece, il sistema prevede significativi benefit e importanti riconoscimenti di carriera, che fungono da forte deterrente all’abbandono del settore pubblico».

E sul piano europeo esiste una strategia risolutiva per affrontare questo fenomeno? Spedicato risponde: «Purtroppo, l’Europa sembra essere poco attenta alla questione. Sia nella mission letter che Ursula von der Leyen a settembre ha inviato al Commissario della Salute, Olivér Várhelyi, sia nella mission letter per Roxana Mînzatu, vicepresidente esecutivo designato per “People, Skills and preparedness“, non ci sono citazioni, né indicazioni, su come affrontarla. Anche il tema della libera circolazione dei professionisti, che non considera le carenze di organico nei Paesi di provenienza, non è menzionato. E conclude la Presidente: «Questa è una delle priorità del mio mandato».

Aodi (AMSI): «Partono i medici con le specializzazioni più ricercate»

La fuga dei medici dal settore pubblico verso Paesi che offrono condizioni di lavoro migliori è un fenomeno globale e allo stesso tempo profondamente italiano. Foad Aodi, Presidente dell’Associazione Medici di origine Straniera in Italia (AMSI), dichiara a TrendSanità: «Nonostante la situazione internazionale e i conflitti in corso, in Italia le richieste per andare a lavorare all’estero non sono diminuite. Non sono i medici generici a lasciare il Paese, ma quelli con le specializzazioni più ricercate, già difficili da reperire e sottoposti a stress lavorativo eccessivo per compensare la carenza di professionisti nel settore. Questi sono i primi candidati a lasciare la sanità pubblica».

Negli ultimi anni, AMSI, nata per accogliere e assistere i medici stranieri in arrivo in Italia, è diventata un vero e proprio sportello d’informazione per chi desidera lasciare la penisola. Dal 1° gennaio al 31 ottobre 2024, l’associazione ha risposto a oltre 13mila richieste di informazioni, pervenute tramite email, telefono e social media. Secondo le stime dell’organizzazione la fuga dei medici dal settore pubblico verso il privato sarebbe aumentata del 35%.

Foad Aodi

Aodi specifica: «I flussi di professionisti che emigrano includono i medici del pronto soccorso, i medici di emergenza e gli anestesisti, nonché specialisti in ortopedia, fisiatria, neurochirurgia, radiologia, pneumologia, chirurgia, pediatria, ginecologia e dermatologia». Sul fronte italiano, ancora c’è molto da fare. Aodi dichiara: «Con il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, c’è un buon dialogo, sono state intraprese azioni importanti come la depenalizzazione dell’atto medico, gli incentivi fiscali per chi rientra e le leggi per contrastare le aggressioni al personale medico». Tuttavia, aggiunge il Presidente AMSI: «Purtroppo, nell’agenda politica non sono ancora state inserite le soluzioni necessarie ed efficaci per affrontare questioni cruciali come la medicina difensica e una risposta adeguata per contrastare le aggressioni ai medici».

Inoltre, sottolinea: «Mancano azioni per prevenire il suicidio, che è in aumento a causa dei turni insostenibili e delle carenze di professionisti della sanità. Oggi il Governo dovrebbe intervenire economicamente tenendo presente che, senza una copertura finanziaria adeguata, le azioni necessarie rimarranno solo sulla carta».

I professionisti tra campagne di reclutamento globale e agenzie “fasulle”

Mentre in Europa si assiste a un fenomeno che impatta direttamente sulla qualità di vita dei cittadini, alcuni Paesi extra europei come il Regno Unito, e i Paesi del Golfo Persico, già con la pandemia da covid-19, hanno avviato vere e proprie campagne di reclutamento a livello globale. Dati ufficiali dicono che il sistema sanitario inglese ha registrato una presenza di circa il 35% di medici stranieri provenienti da Europa, Africa e altre aree del Mondo e registrati presso il General Medical Council (GMC).

Aodi conclude lanciando un allarme: «Sono presenti online oltre 6mila pagine social, in particolare su Facebook, di agenzie di reclutamento di personale medico che non sono accreditate dagli ospedali. Per questo motivo è facile per il professionista andare incontro ad agenzie fasulle – e sottolinea -. È importante verificare queste organizzazioni. In Europa, ci sono due o tre agenzie principali che offrono servizi affidabili, ma è sempre consigliabile rivolgersi a enti pubblici per essere garantiti con maggiore sicurezza e trasparenza».