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Alessandro Riccardi è il nuovo presidente SIMEU

Alessandro Riccardi

Il nuovo presidente nazionale SIMEU è Alessandro Riccardi, nominato in occasione della prima riunione del neoeletto Consiglio Direttivo Nazionale della Società Scientifica, risultato delle elezioni avvenute nello scorso novembre. Riccardi, laureato a Genova lavora a Pietra Ligure dal 1° febbraio di quest’anno e sostituisce nella carica Fabio De Iaco, Presidente uscente che entrerà di diritto nell’Ufficio di Presidenza del prossimo triennio come Past President.

Dell’Ufficio di Presidenza nazionale sono stati assegnati anche gli altri incarichi gestionali e rappresentativi: Vicepresidente della società è Mario Guarino(Napoli), Segretario Mirko Di Capua (Bergamo), Tesoriere Giovanni Noto (Ragusa) Coordinatore area infermieristica Antonella Cocorocchio (Roma), mentre il Coordinatore degli Specializzandi eletto è Alessandra Iorfida della Scuola di Specializzazione di Medicina di Emergenza Urgenza Humanitas University di Milano

Fanno inoltre parte del Direttivo Nazionale come Consiglieri: Andrea Fabbri, Roberto Cosentini, Sossio Serra, Simone Vanni, Domenico Michele Spampinato, Anna Maria Brambilla, Paolo Pinna Parpaglia, Daniela Pierluigi, Alessio Gamboni, Gabriele Savioli, Nazerian Peiman e Emiliano Fanicchia e Simoni Pompili per l’area infermieristica.

Il Board si completa con il Collegio dei Revisori dei Conti composto da Fabio Causin, Giuseppina Fera e Marco Valobra ed il Collegio dei Probiviri i dott.ri Gian Alfonso Cibinel, Stefano Paglia e Michele Zagra.

«L’impegno condiviso del nuovo gruppo di lavoro è di rafforzare ulteriormente il ruolo scientifico di SIMEU in tutti gli aspetti dell’emergenza urgenza. In un momento molto difficile in cui è necessario evidenziare il ruolo fondamentale di tutti i professionisti, medici ed infermieri, in ambito ospedaliero e preospedaliero come specialisti unici in una medicina di servizio quale è la MEU è importante per noi rinsaldare un legame costruttivo e di lavoro per innovare e costruire nuovi scenari di valorizzazione per tutti i nostri colleghi», la prima dichiarazione del Presidente neoeletto.

Europa, ancora troppe persone con disabilità sono disoccupate: ecco norme e strategie in campo

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Nel 2022, in Europa, 101 milioni di persone vivevano con una disabilità. Un numero pari al 27% della popolazione sopra i 16 anni. I dati del Consiglio europeo mostrano che il tasso di disoccupazione per le persone con disabilità tra i 16 e i 26 anni è del 17,7%, quasi il doppio rispetto alle persone non disabili. La disabilità spesso si accompagna a ingiustizie e disparità e l’accesso al lavoro rimane uno degli ostacoli più grandi: un quinto delle persone con disabilità in Europa è disoccupato, una situazione che rende difficile l’autonomia economica, aumentando il rischio di povertà e isolamento sociale.

Le disuguaglianze di genere aggravano ulteriormente la situazione: le donne con disabilità rappresentano il 29,5% del totale, rispetto al 24,4% degli uomini. Sul fronte dell’istruzione, il divario è evidente: solo il 29% delle persone con disabilità ha un’istruzione superiore, rispetto al 44% della popolazione generale, una disparità che si traduce in un accesso limitato al lavoro e una maggiore vulnerabilità sociale. Anche durante il recente G7 Inclusione e Disabilità, organizzato dal ministro Alessandra Locatelli in Umbria, sono stati discussi temi critici come inclusione lavorativa, accessibilità e vita autonoma, ponendo le basi per un futuro più equo e inclusivo. Anche per proseguire la strada aperta dalla recente riforma, il Decreto 62 del giugno 2024.

Ma il diritto alla piena partecipazione alla vita civile, sociale e politica è davvero garantito a tutte e tutti? Ne parla a TrendSanità Hayd Hammersley, coordinatore delle politiche sociali del Forum europeo sulla disabilità e Vincenzo Falabella, Presidente FISH onlus. A questi interventi si aggiungono le considerazioni raccolte da un portavoce della Commissione europea.

Barriere all’inclusione lavorativa: poche soluzioni, troppe difficoltà

«Ci sono numerosi ostacoli – esordisce Hammersley -. Nei Paesi UE, le persone con disabilità che iniziano a lavorare perdono spesso i sussidi di invalidità e l’accesso ai servizi gratuiti essenziali e riottenerli, in caso di cessazione del lavoro, è molto complicato. È un problema di non poco conto, poiché molte persone con disabilità faticano a vivere con il solo stipendio, spesso hanno lavori part-time o salari bassi e perché il costo della vita associato alla disabilità è più elevato. Per questo chiediamo all’Europa di conservare l’assegno di invalidità alle persone con disabilità che iniziano a lavorare, anche se parzialmente».

Hayd Hammersley

«Inoltre, molti lavoratori disabili hanno bisogno di adattamenti sul luogo di lavoro (“accomodamenti ragionevoli”) per svolgere al meglio il proprio incarico, ma il procedimento per ottenere le sovvenzioni che li finanziano è complesso e poco trasparente, impedendo così a molti datori di lavoro di accedervi. Infine, è essenziale investire nella formazione digitale per chi è disoccupato e disabile, ma anche nell’educazione generale del personale per rendere il lavoro più accessibile, ad esempio con contenuti digitali fruibili, per colleghi non vedenti o ipovedenti». «Molti datori di lavoro non sanno come facilitare il reclutamento e l’occupazione di persone con disabilità – aggiungono dalla Commissione UE –. Ad esempio, non sempre applicano adeguatamente la Direttiva UE sull’uguaglianza in materia di occupazione (78/2000/CE), che richiede gli accomodamenti ragionevoli»

«Un’altra barriera è la scarsa accessibilità dei luoghi di lavoro, che include l’accessibilità fisica degli edifici, delle tecnologie e dei trasporti, rendendo difficile la partecipazione. Inoltre, l’approccio alla disabilità è spesso frammentato, portando a una mancanza di supporto adeguato e integrato. Per affrontare questi problemi, la Strategia per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030 ha posto l’occupazione di persone con disabilità tra le priorità e la Commissione Europea continua a sostenere gli Stati membri per migliorare l’inclusione di queste persone nel mondo del lavoro».

Collocamento mirato: il punto in Italia e in Europa

«In Italia e in Europa – conferma Falabella – l’inserimento delle persone con disabilità nel mondo del lavoro è ostacolato da diverse barriere, tra cui la mancanza di accessibilità fisica e digitale, la carenza di formazione specifica, sia per le stesse persone con disabilità che per i datori di lavoro, ma anche i persistenti stereotipi che vedono la disabilità come un limite insuperabile. Dal canto loro, le aziende, soprattutto le piccole e medie imprese, spesso non sono preparate a creare ambienti di lavoro inclusivi, né hanno sufficienti incentivi economici per farlo. Di conseguenza, la Legge 68/99 e il collocamento obbligatorio delle persone con disabilità sono spesso vissuti come un obbligo e non come un’opportunità».

Non vanno dimenticate le buone prassi che meritano attenzione, come i progetti di integrazione socio-lavorativa sviluppati in collaborazione tra associazioni e imprese sociali

«La legge, infatti, che aveva introdotto il concetto di “collocamento mirato”, obbligando appunto le aziende a riservare una quota di posti di lavoro per le persone con disabilità, secondo le loro capacità e nelle giuste condizioni, continua a incontrare gravi ostacoli nella sua applicazione pratica. Sia in termini di controlli e sanzioni, sia per la frammentazione territoriale e la mancanza di uniformità nelle politiche regionali. Un esempio significativo in tal senso è il modello delle cooperative sociali, che riescono a coniugare impresa e inclusione, favorendo l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in un contesto protetto, ma produttivo» spiega ancora Falabella.

Cosa fa l’Unione Europea

«I diritti delle persone con disabilità sono garantiti dalla legislazione dell’UE, con la Direttiva sull’uguaglianza in materia di occupazione, l’European Accessibility Act e la recente Direttiva sulla Carta Europea della Disabilità – commentano dalla Commissione europea. Inoltre, il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali sancisce, al principio 17, il diritto delle persone con disabilità a partecipare al mercato del lavoro. L’UE e tutti i suoi Stati membri fanno anche parte della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (UNCRPD)».

«Per promuovere l’uguaglianza, la Commissione ha adottato la Strategia per i Diritti delle Persone con Disabilità 2021-2030 che mira a migliorare la vita delle persone con disabilità e a rafforzare l’attuazione della UNCRPD e invita gli Stati membri a fissare obiettivi concreti di occupazione. Ad oggi, 11 Stati membri hanno stabilito questi obiettivi nazionali, mentre altri 6 stanno lavorando in questa direzione» dicono ancora da Bruxelles.

«La Commissione ha anche lanciato il Disability Employment Package, una guida con buone pratiche per supportare ogni fase del percorso lavorativo delle persone con disabilità: dal reclutamento all’assunzione, fino alla permanenza e al ritorno al lavoro. Questo pacchetto è rivolto ai servizi per l’impiego, ai consulenti e ai datori di lavoro».

Esempi di inclusione virtuosa in Europa

«Nei Paesi nordici, è molto più facile rispetto ad altre regioni europee ottenere un assistente personale retribuito che fornisca supporto durante l’orario di lavoro. Per le persone che necessitano di un alto livello di assistenza, questo può fare la differenza tra poter accettare un lavoro o dover rinunciare», spiega Hammersley. «Ogni Paese ha i suoi aspetti positivi e negativi. Tuttavia, in alcuni è ancora diffusa la pratica di inserire le persone con disabilità in laboratori protetti e separati, una tradizione che non rispetta il concetto di occupazione inclusiva, come richiesto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle persone con disabilità. In molti casi, questi lavoratori non hanno un vero contratto e quindi non ricevono nemmeno un salario minimo».

Vincenzo Falabella

Interviene ancora Falabella: «Tra i Paesi più virtuosi, troviamo la Germania, la Svezia e i Paesi Bassi. La Germania ha adottato un sistema di “quote obbligatorie” per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, accompagnato da un robusto sistema di sanzioni per le aziende che non rispettano tali quote. I fondi raccolti dalle sanzioni sono reinvestiti in programmi di sostegno e formazione per le persone con disabilità. Un altro punto di forza è l’approccio sistematico alle politiche di inclusione, con un forte coordinamento tra servizi pubblici e privati. La Svezia si distingue per la creazione di un ambiente lavorativo flessibile e inclusivo, con politiche mirate a garantire l’accesso a formazione e aggiornamento professionale per le persone con disabilità. La collaborazione tra datori di lavoro e servizi pubblici per l’impiego è molto sviluppata e facilita l’integrazione delle persone con disabilità».

Disability Employment Gap: Italia tra i migliori con alcune criticità

Tra i Paesi con le migliori performance nel ridurre il divario occupazionale tra persone con e senza disabilità troviamo l’Italia, la Spagna e il Portogallo

Secondo la Commissione Europea, «l’occupazione delle persone con disabilità dipende anche da altre politiche nazionali, come istruzione, formazione, politiche giovanili, misure antidiscriminazione, assistenza sanitaria e protezione sociale. Occorre considerare tutti questi fattori per avere un quadro completo della situazione. A livello dell’UE, si valutano diversi indicatori, come il tasso di istruzione terziaria, l’abbandono scolastico precoce, l’accesso ai servizi e la differenza di occupazione tra persone con e senza disabilità (disability employment gap), uno degli indicatori principali del Social Scoreboard».

L’Italia ha un gap di 15,9 punti percentuali, la Spagna di 13,8 e il Portogallo di 14, rispetto alla media UE di 21,5 nel 2023. Tuttavia, l’Italia presenta anche alcune criticità: il tasso di abbandono scolastico precoce per le persone con disabilità è molto alto (36,6% rispetto al 19,2% della media UE) e il livello di istruzione terziaria è uno dei più bassi (16,2% rispetto al 35,7% della media UE). Inoltre, un terzo dei giovani con disabilità in Italia non è né in formazione né in occupazione, rispetto alla media UE del 27,3% (2022).

La “blacklist” dei Paesi meno inclusivi

«Nel panorama europeo – afferma il Presidente FISH onlus – ci sono Paesi che hanno più di altri difficoltà nell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. In Grecia e in Romania, ad esempio, nonostante l’adozione di normative europee, l’inclusione nel mondo del lavoro è molto bassa. Sono Paesi che soffrono la mancanza di politiche attive sul lavoro e di servizi di sostegno efficienti. Le barriere strutturali e culturali sono ancora molto radicate e spesso le persone con disabilità sono viste come dipendenti da sussidi, piuttosto che come lavoratori e lavoratrici da includere».

Europa vs Italia

Secondo le stime più recenti, indicate dal Forum Europeo sulla Disabilità, solo il 51,3% delle persone attive in età lavorativa con disabilità nell’UE ha un lavoro retribuito

A livello europeo, la situazione è diversa ma continua ad essere preoccupante. Le donne e i giovani con disabilità poi sono più svantaggiati degli uomini. Percentuali e dati sono ulteriormente penalizzanti per chi ha disabilità intellettive e del neurosviluppo. «Guardando ai singoli Paesi – interviene Falabella ­– ve ne sono alcuni nei quali l’inclusione lavorativa è più strutturata e sostenuta da politiche pubbliche e da una collaborazione stretta tra pubblico e privato. Per quanto riguarda l’Italia, possiamo dire che si trova in una posizione intermedia: se da un lato le normative ci sono, così come gli esempi virtuosi delle Cooperative sociali, dall’altro la frammentazione e la mancanza di coordinamento tra le istituzioni e il settore privato limitano i risultati».

«Ci sono progetti di grande valore, come il Progetto Cometa in Lombardia, che promuove l’inserimento lavorativo dei giovani con disabilità intellettive attraverso un modello di apprendimento duale, in cui la formazione teorica si integra con l’esperienza pratica in azienda. Anche il programma Garanzia Giovani prevede specifiche misure per facilitare l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, sebbene con risultati variabili in base alle Regioni».

Nuove tecnologie e inclusione lavorativa

Automazione e intelligenza artificiale possono rappresentare un rischio se non accompagnate da politiche di inclusione

«Le nuove tecnologie rappresentano una leva fondamentale per l’inclusione lavorativa – conclude Falabella – poiché permettono di superare molte barriere tradizionali. Strumenti come software per la comunicazione aumentativa e alternativa, dispositivi per il controllo vocale o oculare e le piattaforme di telelavoro possono offrire opportunità lavorative concrete anche a persone con gravi disabilità. Tuttavia, l’accesso a queste tecnologie non è ancora garantito per tutti, soprattutto in termini di costi e formazione. È necessario, pertanto, che le aziende e le Istituzioni investano in formazione tecnologica, affinché le persone con disabilità possano sfruttare appieno queste opportunità. L’automatizzazione di alcuni lavori potrebbe addirittura ridurre le opportunità per chi ha una disabilità, salvo che le nuove tecnologie non siano progettate sin dall’inizio per essere accessibili e inclusive. In Italia, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato fondi anche per l’innovazione tecnologica a favore delle persone con disabilità, puntando sull’abbattimento delle barriere digitali. Questo rappresenta un’opportunità cruciale per integrare le tecnologie a beneficio dell’inclusione lavorativa».

Grandi apparecchiature sanitarie in Italia: il report AGENAS 2024

Le grandi apparecchiature sanitarie in Italia si trovano in prevalenza nelle strutture pubbliche, ad eccezione delle risonanze magnetiche, che risultano collocate per il 60% in strutture private accreditate, e dei mammografi, di cui il 52% si trova nel privato (accreditato e non accreditato). In totale le grandi apparecchiature sono 8.228; il 51% risulta allocato in strutture pubbliche, il 44% in strutture private accreditate e il 6% in strutture private non accreditate. A scattare questa fotografia è il report AGENAS sulla distribuzione delle grandi apparecchiature sanitarie in Italia, realizzato dall’Agenzia con la collaborazione delle Società Scientifiche di settore e del Ministero della salute che, in particolare, ha fornito i dati aggiornati a maggio 2024 provenienti dal flusso informativo per il monitoraggio di questo tipo di apparecchiature sanitarie in uso presso le strutture sanitarie pubbliche, private accreditate e private non accreditate istituito con Decreto del Ministero del 22 aprile 2014.

Nel documento è possibile rilevare le informazioni riguardo queste tipologie di apparecchiature: Tac (TC), risonanze magnetiche (RM), acceleratori lineari, sistemi robotizzati per chirurgia endoscopica, sistemi TC/PET, gamma camere computerizzate, sistemi TC/gamma camera, mammografi, angiografi.

Fonte: Rapporto Agenas Grandi apparecchiature 2024

Il 34% delle grandi apparecchiature ha un’età minore o uguale a 5 anni, il 29% tra 5 e 10 anni, il 37% più di 10 anni

Le apparecchiature che presentano una maggiore numerosità rispetto alla popolazione sono le TC (37,3 per milione di abitanti), i mammografi (35,2 per milione di abitanti), le RM (32,9 per milione di abitanti).

A livello europeo, l’Italia presenta un numero di TC e RMN per milione di abitanti paragonabile a quello della Germania (36,5 TC e 35,2 RM per milione di abitanti) e superiore a quello di altri Paesi quali Spagna (21,4 TC e 20,3 RM per milione di abitanti) e Francia (19,5 TC e 17 RM per milione di abitanti).

L’obiettivo del Report è rendere disponibile la conoscenza aggiornata della dotazione, distribuzione sul territorio nazionale, livello tecnologico e obsolescenza delle grandi apparecchiature presenti nelle strutture delle varie Regioni e Province Autonome. Infatti, il livello tecnologico delle apparecchiature sanitarie e la loro adeguata distribuzione sul territorio rivestono un ruolo fondamentale nel garantire la qualità dell’assistenza erogata dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), l’equità nell’accesso alle prestazioni, la riduzione dei tempi di degenza e delle liste d’attesa, la razionalizzazione delle risorse.

Partendo dalla fotografia aggiornata della dotazione e distribuzione in Italia, sarà anche possibile valutare gli effetti degli investimenti del PNRR

Le successive edizioni del Report consentiranno, attraverso l’aggiornamento delle informazioni del flusso informativo, di poter rilevare gli effetti derivanti dall’impatto del sub investimento della M6C2 del PNRR sulle grandi apparecchiature per l’ammodernamento del parco tecnologico ospedaliero attraverso l’acquisizione di TC, risonanze magnetiche, acceleratori lineari, angiografi, gamma camere, gamma camere/TC e mammografi.

Per favorire la maggior diffusione e approfondimento dei dati disponibili, AGENAS rende disponibile anche una dashboard navigabile, accessibile liberamente dal proprio Portale statistico (Portale Statistico AGENAS), nella quale sono riportati ulteriori informazioni e dettagli relativi al parco tecnologico per Azienda e singola struttura sanitaria.

Fonte: Rapporto Agenas Grandi apparecchiature 2024

Prosegue l’iter del correttivo al Codice dei contratti pubblici

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Prosegue l’iter dello schema di decreto legislativo correttivo al Codice dei contratti pubblici (Disposizioni integrative e correttive al codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 31 marzo 2023, n. 36): approvato dal Consiglio dei Ministri il 21 ottobre 2024, il testo del decreto in questi giorni è passato al vaglio del Consiglio di Stato e alle Commissioni parlamentari per ulteriori pareri.

Lo schema di decreto, frutto di un ampio processo di consultazione che ha coinvolto oltre 90 stakeholder (77 operatori privati e 17 soggetti pubblici), è stato concepito per migliorare l’efficienza, la trasparenza e l’equità del sistema degli appalti pubblici, affrontando criticità emerse durante l’applicazione del Codice vigente (D.Lgs. n. 36/2023). Riassumiamo di seguito alcune delle principali novità del correttivo e le possibili implicazioni sul settore sanitario.

Novità principali del correttivo

L’equo compenso è uno dei pilastri fondamentali del correttivo. Viene introdotto un meccanismo che garantisce che i professionisti coinvolti negli appalti pubblici ricevano compensi adeguati. Per gli affidamenti diretti, il compenso minimo è fissato all’80% del corrispettivo previsto, mentre nelle gare d’appalto si applica un sistema di calmierazione per i ribassi, con un tetto fissato al 35% del corrispettivo. Queste misure mirano a prevenire offerte al ribasso che potrebbero compromettere la qualità dei servizi e delle opere.

Il correttivo conferma l’applicazione di un contratto collettivo unico nelle gare d’appalto e introduce linee guida specifiche per le stazioni appaltanti. Questo approccio garantisce che le tutele lavorative siano equipollenti a quelle del contratto collettivo indicato, contribuendo a evitare il dumping contrattuale e a rafforzare la protezione dei lavoratori nel settore sanitario.

Lo schema di decreto è frutto di un ampio processo di consultazione che ha coinvolto oltre 90 stakeholder

Un altro aspetto cruciale è la revisione dei prezzi, chiarita nel contesto dell’equilibrio contrattuale. Il correttivo introduce un nuovo allegato che disciplina l’attuazione delle clausole di revisione per lavori, servizi e forniture. Questo permette ai contratti pubblici di adeguarsi alle variazioni di costo senza compromettere l’equilibrio finanziario delle parti coinvolte, riducendo l’incertezza per le imprese.

Il correttivo potenzia la digitalizzazione attraverso l’introduzione di misure che semplificano le procedure di gara e migliorano la trasparenza. Questa spinta verso la digitalizzazione è particolarmente importante per il settore sanitario, dove una gestione più efficiente delle pratiche burocratiche può tradursi in un miglioramento della qualità dell’assistenza.

Inoltre, il correttivo prevede anche l’apertura delle gare pubbliche agli enti del terzo settore, inclusi quelli operanti nel campo della salute e del sociale. Questa modifica potrebbe favorire una maggiore partecipazione di organizzazioni non profit nella fornitura di servizi sanitari, aumentando la competitività e migliorando l’accesso ai servizi per i cittadini.

Impatti attesi sul settore sanitario

Le modifiche introdotte dal correttivo al Codice degli Appalti promettono di avere un impatto profondo e positivo sul settore sanitario, toccando aspetti chiave come la qualità, la trasparenza e l’inclusione sociale.

Uno dei principali benefici attesi riguarda il miglioramento della qualità dei servizi sanitari. L’introduzione dell’equo compenso, insieme a nuove tutele per i lavoratori coinvolti, mira a creare un sistema più equo e stabile. Questi cambiamenti potrebbero favorire un ambiente lavorativo più motivante per i professionisti del settore, con ricadute dirette sulla qualità delle prestazioni sanitarie erogate ai cittadini. Un sistema che premia la professionalità e tutela i diritti dei lavoratori può infatti garantire servizi più efficienti e attenti ai bisogni della popolazione.

L’approvazione del testo, dopo i passaggi in Consiglio di Stato, Conferenza Unificata e Camere, è prevista entro fine anno

Un altro aspetto fondamentale è rappresentato dalla maggiore trasparenza nei processi di appalto. La digitalizzazione delle procedure, accompagnata da una revisione dei prezzi e da meccanismi di controllo più stringenti, contribuirà a rendere il sistema più chiaro e competitivo. Questo non solo ridurrà le possibilità di irregolarità e inefficienze, ma consentirà anche di ottimizzare le risorse disponibili, indirizzandole verso interventi realmente necessari e di valore. Una gestione trasparente degli appalti può, inoltre, rafforzare la fiducia dei cittadini e degli operatori nel sistema sanitario.

Infine, il correttivo offre opportunità significative in termini di inclusione sociale. L’apertura agli enti del terzo settore rappresenta un passo importante verso una sanità più inclusiva e orientata alle comunità. Questi enti, grazie alla loro natura spesso radicata nel territorio e alla loro sensibilità verso le esigenze sociali, potranno contribuire a diversificare l’offerta di servizi, rispondendo in modo più capillare e mirato ai bisogni di gruppi vulnerabili o di specifiche realtà locali. Ciò potrebbe favorire una maggiore equità nell’accesso ai servizi sanitari e una sanità più vicina alle persone.

Conclusioni

Le misure proposte nello schema di decreto mirano a garantire una gestione più equa ed efficiente degli appalti pubblici in Italia, con elementi essenziali per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria fornita ai cittadini e ripercussioni positive attese anche nel settore sanitario.

L’approvazione del testo, dopo i passaggi in Consiglio di Stato, Conferenza Unificata e Camere, è prevista entro fine anno.

Farmacisti dirigenti senza specializzazione, SIFO dice: NO grazie

La Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie-SIFO  sta seguendo con attenzione il dibattito parlamentare che in questi giorni è particolarmente intenso sui temi che riguardano la salute e le sue professioni. In particolare l’attenzione della Società scientifica si pone su un emendamento al DDL Liste d’Attesa (il 6.0.15, “Disposizioni relative all’esercizio della professione di farmacista“) in cui si paventa la possibilità per i laureati in Farmacia e Farmacia Industriale abilitati all’esercizio della professione di farmacista, di partecipare ai concorsi pubblici per dirigente sanitario farmacista del Servizio Sanitario Nazionale anche senza specifica specializzazione.

Arturo Cavaliere: «Siamo in dialogo con Ministro e Sottosegretario e confidiamo che la professione venga rinforzata anziché indebolita»

«Come SIFO stiamo seguendo con attenzione questo emendamento», dichiara Arturo Cavaliere, presidente della Società. «Ci pare che, se l’emendamento venisse accolto, imprimerebbe un indirizzo preoccupante all’intero sistema della sicurezza delle cure, perché porterebbe alla semi-distruzione della professione specialistica di farmacista ospedaliero, mettendo in serio pericolo il mondo Accademico Universitario e della formazione specialistica, facendo da cavallo di Troia ed indebolendo un sistema complessivo di diagnosi, cura, vigilanza e ricerca».

«La SIFO», conclude Cavaliere, «sta dialogando da tempo con il Ministro Orazio Schillaci ed il Sottosegretario Marcello Gemmato, oltre che con FOFI, per la difesa, il consolidamento ed il rilancio della professione del farmacista ospedaliero e dei servizi sanitari. Di conseguenza ci siamo subito attivati per una interlocuzione diretta affinché l’emendamento indicato non venga approvato. Confidiamo nel Governo e nel Parlamento affinché la nostra professione venga rinforzata, invece che indebolita, per il suo ruolo trasversale e sempre più centrale nel rinnovamento del SSN».

Diagnosi lente, difformità territoriali e lo spettro della rinuncia alle cure: il mondo difficile dei malati cronici e rari nel XXII Rapporto di Cittadinanzattiva sulle politiche della cronicità

Diritti sospesi per chi soffre di una patologia cronica e rara e per i loro familiari: dall’indagine annuale emergono criticità a 360 gradi, a partire dalla diagnosi che in più di un caso su quattro si riceve dopo oltre i 10 anni. Oltre alle tempistiche necessarie per dare un nome alla patologia, pazienti e caregiver devono affrontare anche le difficoltà che derivano dalle difformità territoriali nell’erogazione delle prestazioni sanitarie: ad esempio, 4 intervistati su 5 affermano che il supporto psicologico non è garantito ovunque allo stesso modo; in percentuale simile, si riscontrano disuguaglianze che riguardano la presenza sia di percorsi specifici che di centri specializzati o di una rete di presidi dedicati. Fra le criticità particolarmente avvertite, anche quella dei costi: quasi due su tre li sostengono per le visite specialistiche private, uno su due per gli esami diagnostici o per acquistare farmaci necessari che il SSN non rimborsa. Emerge così, fortemente legato ai costi, anche il fenomeno della rinuncia alle cure, segnalato dal 30% degli intervistati: per 1 su 10 di loro l’abbandono per questi motivi avviene di frequente.

Sono questi alcuni dei dati contenuti nel XXII Rapporto sulle politiche della cronicità, presentato oggi a Roma da Cittadinanzattiva con il titolo “Diritti sospesi”. Il documento è il risultato di un’indagine effettuata su tutto il territorio nazionale che ha interessato 102presidenti delle Associazioni dei malati cronici e rari, 3500 persone affette da patologia cronica e rara e i loro familiari. Il Rapporto scatta un’istantanea sulla rispondenza del SSN ai bisogni di salute dei pazienti cronici e rari e delle famiglie, con l’intento di far comprendere, soprattutto alle Istituzioni, cosa significa vivere quotidianamente con una patologia cronica e rara e trovare servizi non sempre efficienti o inadeguati che rendono poco esigibili il diritto alla cura, il diritto a una qualità di vita migliore e, non ultimo, il diritto a mantenere la qualità di vita acquisita.

«Da diversi anni – dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva – il dibattito pubblico riconosce nella cronicità l’ambito che richiede, anche per le caratteristiche demografiche del nostro Paese, maggiore innovazione e maggior investimento in termini professionali, organizzativi ed economici. Piani e norme non mancano e, in genere, ben definiscono i diritti delle persone con malattia cronica e rara. Ma, troppo spesso, restano sospesi: nelle more delle decisioni, negli ostacoli che le istituzioni tendono a frapporsi, nella insufficiente partecipazione dei pazienti e delle loro associazioni, nelle maglie di procedure poco orientate alla concretezza. Questo, soprattutto, denuncia il nostro Rapporto: la necessità di politiche pubbliche efficaci per ora e per il futuro, e l’urgenza di un Patto rinnovato fra le istituzioni, soprattutto nel rapporto fra Stato e Regioni, per accelerare i tempi di esigibilità dei diritti e dar loro attuazione in modo equo a tutti i pazienti in tutto il Paese».

Il contesto

Le malattie croniche interessano il 40,5% della popolazione italiana (24 milioni), mentre le persone affette da almeno due patologie croniche sono 12,2 milioni. Gli ultra 75enni affetti da una patologia sono l’85%, il 64,3% da due o più patologie. In base ai dati la tendenza è che nel 2028, i malati cronici saliranno a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni. In riferimento alle malattie rare, le indagini del Registro Nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità stimano 20 casi di malattie rare ogni 10.000 abitanti e ogni anno sono circa 19.000 i nuovi casi segnalati. Il 20% delle patologie coinvolge persone in età pediatrica (di età inferiore ai 14 anni). 

«I dati del presente Rapporto – dichiara Tiziana Nicoletti, Responsabile Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici e rari (CnAMC) – delineano in modo sempre più evidente, le problematiche che si sono radicate nel tempo per i pazienti cronici e rari e per le loro famiglie, impedendo loro di accedere pienamente e in maniera uniforme alle cure. Su questo chiediamo come primo atto urgente il recepimento in Conferenza Stato – Regioni del nuovo Piano Nazionale della Cronicità 2024 e il monitoraggio costante degli obiettivi previsti. Va inoltre garantita al più presto una revisione costante e certa dei Livelli Essenziali di Assistenza, l’aggiornamento del Decreto Tariffe per la specialistica ambulatoriale e la protesica, con cadenza almeno biennale, e l’aggiornamento del panel che riguarda gli screening neonatali estesi».

Diagnosi – presa in cura – liste d’attesa – assistenza domiciliare

Per il 27,6% delle persone affette da patologia cronica, il tempo necessario per dare un nome ad una serie di sintomi e disagi è stato superiore a 10 anni. Comunque molto ampia la percentuale di persone che hanno atteso dai 2 ai 10 anni per ottenere la diagnosi (22,9%). Solamente per il 18,1% il tempo per la diagnosi è stato meno di 6 mesi. Nell’84,9% dei casi si tratta di pazienti con patologia cronica riconosciuta ma, per un 7,6%, la patologia non è riconosciuta e non viene garantito il diritto all’esenzione dal ticket.

Gli elementi che ostacolano maggiormente la diagnosi precoce della malattia: con l’80,2%, la scarsa conoscenza della patologia da parte del Medici di base e Pediatri; segue la sottovalutazione dei sintomi (68,9%), gli elementi comuni ad altre patologie (54,7%); ilpoco ascolto del paziente (46,2%); la mancanza di personale specializzato sul territorio (42,5%); le liste di attesa eccessivamente lunghe (23,6%).

Il tema dei tempi d’attesa si fa più critico nel momento dell’avvio del percorso terapeutico. Per ciò che attiene le liste di attesa, gli ambiti più segnalati sono: 64,6% prime visite specialistiche; 56,1% visite di controllo e follow-up; 53% esami diagnostici; 60% riconoscimento invalidità civile e/o accompagnamento; 45,3% riabilitazione; 39,7% riconoscimento handicap.

Gli aspetti più carenti ai fini di un’adeguata presa in cura per la patologia di riferimento sono: coordinamento fra l’assistenza primaria e specialistica 69,8%; continuità assistenziale 48,1%; liste di attesa 44,3%; integrazione tra aspetti clinici e socioassistenziali 43,4%.

Il 44% dei pazienti lamenta problemi con le cure a domicilio, a causa del numero di giorni/ore di assistenza erogati inadeguati; della difficoltà nella fase di attivazione/accesso; della carenza di alcune figure specialistiche e di assistenza, in particolare di tipo sociale.

I costi e la rinuncia alle cure

Altro elemento critico per il percorso terapeutico è il dover affrontare costi per accedere ad alcune prestazioni: il 59,8% dei cittadini ricorre infatti a visite specialistiche effettuate in regime privato o intramurario; il 52,8% acquista farmaci necessari e non rimborsati dal SSN; il 50% effettua esami diagnostici in privato o in intramoenia; il 47,5% acquista parafarmaci (es. integratori alimentari, dermocosmetici, pomate). Il 42,4% spende privatamente per la prevenzione terziaria (diete, attività fisica, dispositivi); il 36,3% per la prevenzione primaria e secondaria; il 22% per ilsupporto psicologico; il 16,9% per spostamenti dovuti a motivi di cura; il 14,7% per le visite specialistiche o attività riabilitative da effettuare a domicilio e il 12% per l’acquisto di protesi e ausili non riconosciuti (o insufficienti nella quantità/qualità erogata).

Oltre il 30% dei pazienti ci informa di aver dovuto rinunciare alle cure. Nel 19% dei casi è capitato in modo sporadico ma, per oltre il 12%, è capitato spesso.

Disuguaglianze e difformità regionali

Per i presidenti delle associazioni dei pazienti questi sono gli ambiti in cui si riscontrano maggiori difformità regionali: innanzitutto (79,2%) il supporto psicologico; a seguire la presenza di percorsi e/o PDTA (77,4%), la presenza di Centri specializzati/Rete (73,6%); la modalità di gestione delle prenotazioni e dei tempi di attesa (72,6%); le prestazioni necessarie non ricomprese nei LEA (70,8%).

In particolare, in riferimento ai PDTA, Il 63,2% degli intervistati sa che ne esiste uno per la propria patologia; solo nel 28,4% dei casi si tratta di PDTA nazionali, mentre nel 71,6% dei casi sono PDTA regionali, nel 31,3% aziendali e nel 7,5% distrettuali. Per quanto riguarda le regioni dove è presente un PDTA di patologia, primeggiano Lombardia e Toscana, a seguire Piemonte, Lazio, Emilia-Romagna, Veneto.

Bisogni assistenziali e sostegno nel percorso di cura

I Medici di famiglia continuano ad essere il primo punto di riferimento per il paziente (75,2%). Al secondo posto troviamo lo specialista privato con il 41,7%.

i dati confermano che è quasi sempre il cittadino a doversi occupare di prenotare la prestazione di controllo, contrariamente a quanto indicato, prima, dal Piano Nazionale Governo Liste d’Attesa 2019 – 2021 e successivamente ribadito dal nuovo Decreto sulle liste d’attesa. Anche per ciò che attiene alle informazioni ricevute sull’importanza di seguire correttamente la terapia farmacologica vi sono risposte non positive: oltre un paziente su quattro non ha ricevuto informazioni chiare ed esaustive. Spesso il tempo di ascolto e di cura non è abbastanza (problema che subiscono sia i medici, alle prese con ambulatori affollati e tempi ridotti, che i cittadini).

Gli aspetti psicologici e il dolore connesso alla patologia

La patologia cronica può determinare gravi ripercussioni sulla qualità della vita e sugli aspetti psicologici della persona. Abbiamo chiesto se a causa della patologia la persona abbia provato senso di ansia, e la risposta non lascia dubbi: circa il 70% risponde affermativamente. inoltre, circa il 90% delle persone che hanno risposto al questionario ha sofferto negli ultimi 12 mesi di depressione. 

Il 40% delle persone, inoltre, ha risposto che la propria patologia causa episodi di dolore e che, per il 34% dei rispondenti, questo dolore è cronico, persistente e continuativo. il 50% dei pazienti risponde che non ha ricevuto una prescrizione per il trattamento adeguato e continuativo dello stesso e non si è sentito sufficientemente orientato o informato su cosa fare in caso di dolore e a chi rivolgersi.

Le proposte di Cittadinanzattiva

Richiamandoci al titolo del Rapporto, ecco le proposte relative a come sbloccare alcuni “diritti sospesi”.

LEA: garantire, come previsto, una revisione costante e certa dei Livelli Essenziali di Assistenza; aggiornare il Decreto Tariffe per la specialistica ambulatoriale e la protesica, con cadenza almeno biennale; rafforzare l’attuale sistema di monitoraggio dei Lea, al fine di migliorare la sua capacità di fotografare la reale dinamica che esiste tra cittadino e Servizio Sanitario Nazionale nella garanzia dei suoi diritti.

Piano Nazionale Cronicità: Recepire celermente in sede di Conferenza Stato – Regioni il nuovo Piano Nazionale della Cronicità e monitorare il raggiungimento degli obiettivi previsti.

Malattie Rare: dare piena attuazione alla legge 167/2016, “Disposizioni per l’avvio dello screening neonatale per la diagnosi precoce di malattie metaboliche ereditarie”; emanare i decreti attuativi previsti dal Testo Unico sulle malattie rare, n. 175 del 2021, al fine di garantire la piena operatività; monitorare la realizzazione del Piano Nazionale Malattie rare.

Liste d’attesa: garantire la piena e tempestiva attuazione delle disposizioni previste dal Decreto Liste d’attesa con particolare riguardo alle misure previste per i pazienti cronici agli aspetti di monitoraggio del dato e uniformità sul territorio.

Assistenza anziani non autosufficienza: dare attuazione al D.lgs. 29/2024 attraverso l’adozione dei quasi 20 relativi decreti attuativi così da garantire risposte adeguate in termini di assistenza sociosanitaria.

Caregiver: approvare una legge inclusiva e di equità sociale che garantisca diritti e tutele al caregiver familiare rispettando quattro criteri: una definizione ampia della figura, che riconosca diritti e tutele anche se il caregiver non convive o non è un familiare; coinvolgimento attivo del caregiver nella definizione del progetto di vita della persona assistita; la previsione di tutele crescenti rapportate al carico assistenziale e agli impatti/bisogni del caregiver; risorse congrue per garantire una effettiva esigibilità delle tutele.

Manovra, Confindustria DM: bloccare il payback, 1 impresa su 5 a rischio fallimento immediato

«A rischio fallimento immediato 1 impresa su 5 a causa del payback, che significa licenziamenti, famiglie e lavoratori lasciati nell’incertezza e l’impoverimento di una filiera strategica per il sistema sanitario nazionale. Le altre aziende, pur evitando un immediato collasso, sarebbero comunque condannate all’uscita dal mercato italiano nel breve periodo. È urgente che il Governo ascolti il grido d’allarme del settore e intervenga in manovra per rimuovere una misura che rischia di distruggere un comparto vitale per la crescita economica e per il benessere dei cittadini». Questo l’appello lanciato dal Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Nicola Barni, a seguito dell’analisi dettagliata degli impatti del meccanismo del payback sulla spesa del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nel periodo 2015-2018, realizzata dal Centro studi Confindustria Dispositivi Medici con il supporto metodologico di PwC Italia.

«Il meccanismo del payback – ha dichiarato il Presidente Barni – sta mettendo in ginocchio il settore dei dispositivi medici, con conseguenze drammatiche per il tessuto imprenditoriale, l’economia del Paese e la salute dei cittadini. Questo scenario non solo comprometterebbe la competitività del Paese, ma avrebbe un impatto diretto sull’accesso dei pazienti a tecnologie mediche essenziali, generando disuguaglianze e aumentando i costi per il sistema sanitario. Questa è l’ultima possibilità per il Governo di ascoltare il nostro appello urgente e passare alla storia come chi ha salvato la qualità del Servizio sanitario nazionale. L’industria dei dispositivi medici è un pilastro fondamentale per l’innovazione e la qualità delle cure in Italia, ma il payback la sta trasformando in un comparto ad alto rischio. Inoltre, a causa del payback e delle sue conseguenze devastanti sull’occupazione le nostre imprese, che vivono di innovazione, rischiano di non poter nemmeno beneficiare di misure a sostegno delle imprese come l’Ires premiale, che si sta discutendo in manovra».

Mobilità sanitaria, dati AGENAS: gli ospedali più attrattivi sono quelli del privato accreditato

Agenas presenta per il 3° anno consecutivo una dettagliata analisi sulle principali dinamiche della mobilità sanitaria interregionale nel nostro Paese. Si tratta di un lavoro svolto in collaborazione e su mandato del Ministero della Salute i cui dati sono fanno riferimento all’anno di attività 2023.

Anche quest’anno, per la definizione della metodologia di calcolo della mobilità sanitaria, l’Agenzia si è avvalsa delle determinanti che caratterizzano tale fenomeno, ovvero:

  • mobilità apparente costituita dai ricoveri effettuati nella regione di domicilio del paziente, quando quest’ultima non coincide con la regione di residenza;
  • mobilità casuale relativa ai ricoveri effettuati in urgenza;
  • mobilità effettiva determinata dalla scelta del cittadino/paziente.

I risultati

Nonostante la pandemia abbia causato una riduzione del fenomeno della mobilità sanitaria, già dalla seconda metà del 2020 si osserva una ripresa del trend. In particolare, confrontando i dati del 2023 con quelli del 2019, si osserva come, sebbene il numero di ricoveri in mobilità sia diminuito (668.145 nel 2023 rispetto ai 707.811 del 2019), la spesa è aumentata leggermente, passando da 2,84 miliardi di euro nel 2019 a 2,88 miliardi nel 2023. Questo incremento è principalmente attribuibile all’aumento della mobilità legata ai ricoveri per DRG di alta complessità, che comportano trattamenti più costosi e specializzati.

I principali dati sulla mobilità sanitaria interregionale:

  • Le componenti di mobilità casuale e apparente sono rimaste pressoché stabili nel corso degli anni. Tuttavia, si è registrato un aumento del 12% nella mobilità legata a prestazioni di alta complessità, mentre la componente di media/bassa complessità ha visto una diminuzione corrispondente del 12%.
  • Le regioni più attrattive per la mobilità sanitaria sono l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto. L’attrazione è in gran parte dovuta ai DRG legati alle malattie e disturbi del sistema muscolo-scheletrico e del tessuto connettivo (MDC 08), che rappresentano per le tre regioni rispettivamente il 52%, il 31% e il 34% dell’attrazione totale.
  • Le regioni con il maggior saldo positivo sono l’Emilia-Romagna e la Lombardia che presentano risultati equiparabili (rispettivamente 387 milioni e 383 milioni).
  • Il flusso migratorio per ricoveri ospedalieri è prevalentemente diretto da Sud a Nord. Tuttavia, si rileva anche una mobilità significativa tra le regioni del Centro-Nord, soprattutto quelle di confine. In termini percentuali, il flusso migratorio è così suddiviso: 83,78% al Nord, 68,24% al Centro, e 27,22% al Sud.
  • Le strutture ospedaliere maggiormente attrattive sono quelle private accreditate, che gestiscono circa i tre quarti delle prestazioni di alta complessità.
  • Da considerare, inoltre, alcune delle variazioni più interessanti rispetto al 2019. In particolare:
    • Il Lazio ha registrato una riduzione del saldo negativo grazie alla diminuzione dei costi di mobilità passiva (-9%) e a un aumento dei ricavi (+11%).
    • La Campania ha ridotto i costi legati alla mobilità passiva del 6%, mentre ha incrementato i ricavi grazie a un aumento dei ricoveri in mobilità attiva di alta complessità.

Il Portale Statistico di Agenas offre una vasta gamma di dati e analisi relativi alla mobilità sanitaria in Italia, con un focus su vari aspetti della salute e dei servizi sanitari, sia a livello territoriale che temporale. Le informazioni disponibili permettono di esplorare in modo interattivo i fenomeni legati alla mobilità sanitaria attraverso grafici, cartografie e altre elaborazioni utili per i cittadini, i professionisti del settore sanitario e gli amministratori.

La cultura digitale per avvicinare le persone alle tecnologie e abbattere il gender gap

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Laura Patrucco

Tra le varie forme di disuguaglianza, quella digitale è tra le più subdole, perché spesso è poco evidente. La mancanza di accesso, competenze e opportunità digitali può restare sullo sfondo rispetto a divari che sembrano dotati di un peso specifico diverso.
Tuttavia, in una società sempre più connessa, restare esclusi dal progresso digitale può comportare conseguenze significative e durature.
«Per questo è importante un lavoro di advocacy culturale: prima ancora di parlare di formazione bisogna lavorare sull’alfabetizzazione dell’utente», afferma Laura Patrucco, Presidente di ASSD, l’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale, che nel mese di novembre ha presentato in Senato un volume dedicato proprio al gender gap digitale in sanità curato dalla Commissione Donna dell’associazione. «ASSD vuole essere un promotore della cultura del digitale e una costola di questa filiera non poteva non essere una Commissione Donna. Purtroppo il gender gap esiste in tutti gli ambiti: nella ricerca, nella medicina personalizzata poiché mancano real world data che arrivino dal mondo di genere… Abbiamo voluto creare una Commissione che potesse accendere i riflettori anche sulla questione del digitale di genere».

La triplice disuguaglianza del Sud Italia

Marisa De Rosa


Il Global Gender Gap Report del 2024 del World Economic Forum posiziona l’Italia al 87° posto in termini di parità di genere su 146 paesi analizzati, perdendo ben 8 posizioni rispetto al 2023.
Nel nostro paese solo il 16% delle donne sono impiegate nel settore ICT e solo l’1,7% sono laureate in quest’ambito (rispetto all’8,2% degli uomini). Il Digital Gender Gap rappresenta una delle principali disuguaglianze di genere, manifestandosi nella mancanza di accesso, competenze e opportunità digitali per le donne rispetto agli uomini.


Nonostante le donne siano più istruite degli uomini, la loro partecipazione nei settori STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) è significativamente inferiore. Nel settore sanitario, le donne costituiscono il 70% della forza lavoro globale, ma solo il 25% ricopre ruoli di leadership, mostrando un forte divario nelle opportunità di carriera. «Si stima che le donne che lavorano nel settore tecnologico guadagnino il 19% in meno degli uomini: è necessario rompere il cosiddetto “tetto di cristallo” per consentire alle donne di raggiungere posizioni apicali in organizzazioni innovative ad oggi dominate dagli uomini», ricorda Marisa De Rosa, coordinatrice del progetto “Il Digital Gender Gap nella cultura del digitale in sanità” e membro del Comitato Scientifico ASSD.

Il Digital Gender Gap è mancanza di accesso, competenze e opportunità digitali per le donne rispetto agli uomini


In generale nel nostro paese, sebbene le donne rappresentino una parte significativa del personale sanitario, sono gravemente sottorappresentate nei ruoli dirigenziali e nelle posizioni apicali, con un impatto negativo anche sulla medicina personalizzata e sui processi decisionali strategici.
«E non si tratta di problemi di capacità – riprende De Rosa -: secondo Forbes, le imprenditrici in aziende innovative sono in grado di generare il 20% in più di profitti rispetto a quelle gestite da uomini, nonostante abbiano avviato le loro aziende con il 50% di capitale in meno».
E se torniamo all’Italia, è al Sud che si consuma la cosiddetta triplice disuguaglianza per le donne: territoriale, economica e di genere. «Nelle regioni meridionali si registra il tasso più basso di occupazione femminile rispetto all’Europa: parliamo del 30% di donne che lavorano contro una media europea del 72,5%. È chiaro che è anche un problema di welfare».

Il ruolo del digitale nel superamento del divario di genere


Se è vero che il digitale può aumentare il gender gap, è anche uno strumento che, se usato correttamente, potrebbe contribuire a ridurlo. Le tecnologie digitali rappresentano infatti uno strumento chiave per affrontare le disuguaglianze di genere, ma richiedono una strategia che coinvolga uomini e donne.
«Durante la 67° sessione della Commissione sullo status delle donne che si è tenuta nel maggio del 2023, Sima Bahous, Executive Director di UN Women, ha affermato: “Digital rights are women’s rights”, sottintendendo che non possiamo raggiungere la parità di genere e avere una ripresa economica sostenibile a lungo termine senza prima colmare il divario digitale di genere che diventa sempre più un problema cruciale», ricorda De Rosa.
Ecco quindi che, oltre a continuare il monitoraggio del digitale all’interno del network ASSD, è importante muoversi in più direzioni:

  • promuovere l’alfabetizzazione digitale e STEM tra le giovani donne attraverso programmi educativi e di mentorship;
  • implementare politiche aziendali e di governo che incentivino la diversità di genere nei settori tecnologici e sanitari;
  • investire in ricerca e sviluppo specifica per la salute delle donne e aumentare i finanziamenti per le tecnologie FemTech;
  • riconoscere il ruolo delle donne nel disegno e nell’implementazione di soluzioni tecnologiche, con particolare attenzione alla rimozione di bias di genere.

“Digital rights are women’s rights”: per una ripresa economica sostenibile a lungo termine dobbiamo colmare il divario digitale di genere

«Il superamento del Digital Gender Gap richiede un approccio integrato che coinvolga tutti gli stakeholder – afferma Patrucco -. Ed è quello che da sempre ASSD cerca di fare: coinvolgere l’utilizzatore finale delle tecnologie digitali, che è il paziente, ma anche il professionista sanitario. Vogliamo fare rete e stimolare un dibattito “di piazza”, promuovendo una cultura dell’accoglienza digitale».

Raccolta e utilizzazione dei dati per una migliore sanità nazionale: a Verona il meeting AIIC

La sanità ha bisogno di dati per ottimizzare l’operatività, governare l’innovazione e migliorare il sistema complessivo delle cure. Ma quali strumenti e metodi possono essere utilizzati per raccogliere questi dati per una loro ottimale utilizzazione a livello tecnico? E come questi “numeri” possono essere trasformati in informazioni utili al SSN? Per rispondere a questi interrogativi l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici propone il suo 4° Meeting Nazionale “Quali dati per la governance delle tecnologie in sanità” (12-13 dicembre, Verona, Camera di Commercio), una due giorni di dialoghi e approfondimenti sviluppati da AIIC con la collaborazione di tutti gli stakeholder di sistema e con la partecipazione inaugurale del sindaco di Verona, Damiano Tommasi, di Callisto Marco Bravi (Direttore Generale Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata – Verona), di Massimo Pulin (Presidente Confimi Sanità) e di Guido Beccagutti (Confindustria Dispositivi Medici).


«Il Meeting AIIC vuole tradizionalmente approfondire un tema specifico legato alla nostra professione – precisa Lorenzo Leogrande, presidente del IV Meeting AIIC -. Quest’anno a Verona abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione sull’importanza dei dati più direttamente correlati alla gestione delle tecnologie, autentico patrimonio della nostra attività quotidiana, e di come questi possano essere centrali e di supporto per il governo della singola Azienda Sanitaria e, conseguentemente, del SSN. Le domande a cui desideriamo dare risposta sono numerose: in che modo i dati provenienti dalle apparecchiature possono supportare le decisioni strategiche in ambito di innovazione tecnologica, contribuendo ad ottimizzare l’operatività, governare l’innovazione, rendere l’innovazione coerente con i percorsi di cura e con le reali necessità di salute? Perché le informazioni ottenute sono cruciali per la gestione operativa di una struttura ospedaliera? Come possiamo integrare efficacemente tutte le informazioni rendendole utili anche per il livello decisionale centrale? Attraverso gli interventi di speaker autorevoli di settore e l’analisi di scenari presenti e futuri desideriamo a Verona definire un percorso di riferimento che possa essere utile ad affrontare al meglio l’evoluzione continua del sistema sanitario». 

«Il Meeting si colloca nell’insieme delle attività di AIIC con una sua specificità – sottolinea Umberto Nocco, presidente di AIIC -. L’ingegneria clinica da anni sta sviluppando una riflessione che coinvolge tutti gli snodi tecnologici e di innovazione che investono il SSN, perchè sappiamo che il miglioramento della sanità nazionale passa proprio dalla capacità di ricondurre tutti questi percorsi in un unico luogo di governance. Per questo oggi l’approfondimento sul dato fa parte di un percorso globale omogeneo e coerente che la nostra Associazione sta portando avanti, sempre in stretta collaborazione con tutti gli altri professionisti e con le agenzie nazionali e regionali».


Il Meeting di Verona è suddiviso in quattro sessioni: 1 sessione – Quali dati per la governance? Con la partecipazione di Simona Ravizza (Corriere della Sera), di un rappresentante dell’Ufficio Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute e di Enrica Giarmoleo (Agenas); 2 sessione – Regioni e dati healthcare, con Roberto Toniolo (Azienda Zero Veneto), Nicola Amadori (Settore Risorse Umane e Strumentali, infrastrutture, Area Tecnologie Sanitarie e HTA, Regione Emilia-Romagna), Adriano Leli (Azienda Zero Piemonte, Presidente FARE), Marco Niccolai (Regione Toscana); 3 sessione – Ingegneria clinica: qualità delle informazioni e loro utilizzo a livello locale, dove saranno presentate le esperienze dei soci AIIC che utilizzano i dati raccolti tramite i CMMS, fornendo un feedback sulla qualità e sull’efficienza delle informazioni e del loro utilizzo. La quarta ed ultima sessione del Meeting presenterà il lavoro gli ingegneri clinici e porterà alla definizione di un position paper AIIC inteso come Linea guida associativa su come i dati dovrebbero essere integrati e utilizzati in modo sistemico. La giornata prevede anche una lecture internazionale proposta in collegamento video dagli Stati Uniti, da Binseng Wang (BSI), tra i fondatori dell’American College of Clinical Engineering. L’evento AIIC si aprirà già nel pomeriggio di giovedì 12 Dicembre, con nove workshop tecnici che approfondiranno soluzioni e best practice inerenti il tema di riferimento del Meeting.