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Tumori: nel 2024 la stima dei casi è stabile e i decessi sono in calo

Nel 2024, in Italia, sono stimate 390.100 nuove diagnosi di tumore: 214.500 negli uomini e 175.600 nelle donne. Si tratta di numeri sostanzialmente stabili rispetto al biennio precedente (erano 391.700 nel 2022 e 395.900 nel 2023). Una tendenza favorevole, a cui si accompagna un altro dato positivo. La mortalità per cancro nei giovani adulti 20-49enni, in 15 anni (2006-2021), è diminuita del 21,4% nelle donne e del 28% negli uomini.

È significativa, in particolare, la riduzione dei decessi per carcinoma polmonare in entrambi i sessi: -46,4% nelle donne e -35,5% nei maschi. Un terzo elemento positivo, determinato soprattutto dai progressi nelle terapie, è costituito dal costante incremento del numero di persone che vivono dopo la diagnosi di tumore: nel 2024 sono circa 3,7 milioni. E la metà dei cittadini che oggi si ammalano è destinata a guarire, perché avrà la stessa attesa di vita di chi non ha sviluppato il cancro.

Differenze territoriali nello screening

Vi sono però aree su cui è necessario più impegno, a partire dai 3 programmi di screening. Nel 2023, rispetto agli anni precedenti, si registra una maggiore copertura della popolazione, che raggiunge il 49% per lo screening mammografico, il 47% per quello cervicale e il 32% per quello colorettale. Ciononostante, restano ancora notevoli differenze territoriali, con le Regioni meridionali che fanno registrare livelli di adesione inferiori rispetto alle altre aree in tutti e tre i programmi di screening. Serve più attenzione anche agli stili di vita: il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso e il 10% è obeso, il 18% consuma alcol in quantità a rischio per la salute. E si registra un boom di sedentari, aumentati dal 23% nel 2008 al 28% nel 2023.

Il volume “I numeri del cancro in Italia 2024”, presentato oggi in una conferenza stampa a Roma, è la pubblicazione ufficiale, giunta alla quattordicesima edizione, che descrive gli aspetti relativi alla diagnosi e terapia delle neoplasie grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), Fondazione AIOM, Osservatorio Nazionale Screening (ONS), PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPeC-IAP).

«Anche se la stima del numero di nuovi casi di cancro è di poco inferiore a quelle del 2022 e del 2023 – afferma Francesco Perrone, Presidente AIOM -, non si può essere particolarmente ottimisti in un quadro più generale di prevalenza ancora alta di fattori di rischio comportamentali e ambientali, che contribuiscono significativamente a causare il cancro. Si tratta di una materia in cui è necessario investire di più e a molteplici livelli, incluse, ad esempio, le riforme che AIOM sta promuovendo per rendere più efficace la lotta al tabagismo. Nel libro siamo andati ‘oltre i numeri’, sfruttando il punto di vista dell’oncologia per arricchire la riflessione su fenomeni di assoluta rilevanza sociale, come la cura del cancro nei migranti, nelle carceri e nelle zone di guerra. Sono contesti in cui i numeri tendono ad essere imprecisi o del tutto ignoti e in cui la prevenzione e la cura del cancro non necessariamente rappresentano la priorità massima, ma piuttosto una lente attraverso la quale mettere meglio a fuoco come il diritto alla salute possa venire calpestato o non sufficientemente garantito».

Il tumore più frequentemente diagnosticato in Italia, nel 2024, è il carcinoma della mammella (53.686 casi), seguito dal colon-retto (48.706), polmone (44.831), prostata (40.192) e vescica (31.016).

Gli stili di vita

«La sfida deve essere quella di investire in prevenzione, promuovendo stili di vita sani, a partire da un’alimentazione corretta, associata all’attività fisica – spiega il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del libro -. Oggi sappiamo che l’errata alimentazione incide per circa il 35% sull’insorgenza dei tumori e che la dieta mediterranea riduce del 10% la mortalità complessiva, prevenendo lo sviluppo di numerosi tipi di cancro. Allo stesso tempo occorre promuovere una maggiore partecipazione ai programmi di screening, fondamentali per diagnosticare precocemente una patologia e aumentare notevolmente le possibilità di guarigione, perché soprattutto in alcune Regioni non si registrano le adesioni auspicate. Eppure, anche in questo campo, abbiamo nuove opportunità diagnostiche che dobbiamo utilizzare fino in fondo, come l’ampliamento della fascia d’età dai 45 ai 74 anni per lo screening del tumore alla mammella, già partito in molte aree territoriali, a dimostrazione della capacità del nostro servizio sanitario nazionale di saper rispondere rapidamente alle nuove conoscenze e raccomandazioni adottate a livello internazionale. L’ambizione oggi è quella di garantire in un futuro non troppo lontano lo screening per il tumore al polmone, che a oggi è tra le patologie tumorali più diffuse tra gli uomini».

I numeri

Nel 2022, in Italia, sono stati stimati 35.700 decessi per cancro del polmone, 24.200 per il colon-retto, 15.500 per la mammella, 14.900 per il pancreas e 9.900 per lo stomaco.

Dei quasi 10 milioni di morti oncologiche ogni anno in tutto il mondo, il 10,5% avviene in giovani adulti, cioè persone di età compresa tra 20 e 49 anni. In Europa, dove le popolazioni sono più vecchie, le morti per cancro in giovani adulti rappresentano il 4,3% di tutti i decessi oncologici registrati nel 2022. Il volume contiene un’analisi della mortalità dei 20-49enni in Italia dal 2006 al 2021, che ha evidenziato un netto calo generale dei decessi per neoplasia in entrambi i sessi.

«In 15 anni, sono state 786 le vite salvate tra le donne e 939 tra gli uomini in questa fascia d’età rispetto al numero atteso basato sui tassi del 2006 – afferma Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM -. Assume particolare rilievo positivo, in entrambi i sessi, l’importante diminuzione nella mortalità per tumore del polmone, del 46,4% tra le donne e del 35,5% tra gli uomini under 50. Sono dati estremamente incoraggianti, se si considera che questa neoplasia rappresenta la prima causa di morte oncologica negli uomini giovani adulti e la seconda nelle donne dopo il tumore della mammella. Questa osservazione si aggiunge ai progressi ottenuti, grazie alle recenti innovazioni terapeutiche, nella sopravvivenza dopo la diagnosi di carcinoma polmonare. Peraltro, i dati relativi agli stili di vita degli italiani sottolineano la necessità di rafforzare gli sforzi per la prevenzione primaria in persone di tutte le età, attraverso la lotta al fumo di sigaretta, altrimenti si rischia nei prossimi anni un’inversione della tendenza. Dall’altro lato, va tenuto presente il campanello d’allarme che, in questa fascia d’età, suona per le neoplasie del colon-retto e dell’ovaio, dove la mortalità resta stabile da anni».

I Registri Tumori

«Per stimare i numeri del cancro nel 2024 in Italia, sono stati raccolti i dati da 35 Registri Tumori che coprono una popolazione di oltre 44 milioni di persone, cioè l’80% dei cittadini – sottolinea Fabrizio Stracci, Presidente AIRTUM -. Quest’anno, nel nostro Paese, le nuove diagnosi di tumori maligni non supereranno i 390.100 casi. Si tratta di una stima concordante con quanto riportato nel 2022 e 2023, sulla base delle proiezioni a livello europeo. Va evidenziato l’inizio di una potenziale inversione di tendenza nel numero assoluto di nuovi casi, cioè una diminuzione di circa il 5% rispetto all’ultima proiezione AIRTUM del 2020 e alle stime dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Un ruolo, seppure parziale, nel potenziale calo delle nuove diagnosi di cancro va anche attribuito alla riduzione di circa il 2,5% della popolazione italiana tra il 2017 e il 2024, da 60.484.000 abitanti a 58.990.000».

Dall’altro lato, i dati dei Registri Tumori indicano un costante aumento della prevalenza, cioè del numero di persone che vivono dopo la diagnosi, circa l’1,5% l’anno nell’ultimo decennio (1,6% nelle donne e 1,3% negli uomini). «Oggi sono quasi 3,7 milioni (3.661.499) di cittadini, il 6,2% dell’intera popolazione – spiega Diego Serraino, Direttore SOC Epidemiologia Oncologica e Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia, Centro di Riferimento Oncologico, IRCCS, Aviano -. E la metà delle persone che si ammalano di cancro nel 2024 è destinata a guarire. Per quanto riguarda i tumori ginecologici, la probabilità di guarigione per le donne colpite, nello scorso decennio, da tumore del corpo dell’utero è stata del 69%, per il collo dell’utero del 58%, per l’ovaio del 32%. È evidente il ruolo della diagnosi precoce nell’aumentare le probabilità di superare definitivamente la malattia. Nel carcinoma della mammella è pari complessivamente al 73%, ma passa dal 99% nello stadio I all’81% nello stadio II per scendere al 36% nel III e IV. Considerando tutti gli stadi, chi si è ammalato di tumore del colon-retto ha una probabilità di guarire del 56%, dal 92% se la malattia è diagnosticata in stadio precoce al 71% in stadio II».

La diagnosi precoce

«Individuare un tumore o i suoi precursori in fase iniziale permette di intervenire tempestivamente, con trattamenti più efficaci, meno invasivi e con minori rischi di complicanze, garantendo maggiore sopravvivenza e qualità della vita – sottolinea Paola Mantellini, Direttrice Osservatorio Nazionale Screening organismo coordinato dall’Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica della Regione Toscana -. I dati mostrano i progressivi miglioramenti dei programmi di screening, sia in termini di capacità di invito che di copertura. Nel 2023, quasi 16 milioni di persone, cioè oltre il 90% della popolazione italiana in età target per lo screening mammografico, colorettale e cervicale è stata regolarmente invitata. Vanno però ridotte le differenze nell’adesione, che restano ancora significative a livello territoriale. Per quanto riguarda la mammografia, la copertura ha raggiunto il 62% al Nord, il 51% al Centro e il 31% al Sud. Lo screening cervicale mostra un livello di copertura pari al 57% al Nord, al 45% al Centro e al 35% al Sud. Inferiori le percentuali di adesione allo screening colorettale: 45% al Nord, 32% al Centro e 15% al Sud».

La prevenzione passa anche dagli stili di vita corretti. «L’abitudine tabagica è più frequente fra gli uomini, fra i più giovani, fra i residenti nel Centro-Sud ed è fortemente associata allo svantaggio sociale, coinvolgendo molto di più le persone con difficoltà economiche o bassa istruzione – conclude Maria Masocco, Responsabile Scientifico dei sistemi di sorveglianza PASSI e PASSI D’Argento, coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità -. Anche sovrappeso e obesità sono un importante fattore di rischio oncologico poiché coinvolti, ad esempio, nell’insorgenza dei tumori dell’esofago, del fegato, del pancreas, della colecisti e delle vie biliari, dell’endometrio e del rene. L’obesità è poco più frequente fra gli uomini, aumenta con l’età e coinvolge particolarmente le persone con svantaggio sociale. Storicamente più frequente nel Sud, oggi il gradiente geografico si è annullato. La sedentarietà è aumentata costantemente, passando dal 23% del 2008 al 28% nel 2023. L’incremento ha coinvolto tutti i gruppi della popolazione, entrambi i sessi in egual misura e tutte le classi di età, ma è stato più veloce fra i più giovani e fra le persone con maggiori difficoltà economiche. L’aumento dell’inattività fisica ha coinvolto soprattutto il Meridione e il Centro, ampliando il gradiente geografico fra Nord e Sud».

Buzzetti (SID): sensori, microinfusori e monitoraggio avanzato, un diritto per tutti i pazienti con diabete

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L’ombra del diabete incombe su oltre 540 milioni di persone a livello globale, ma il dato più allarmante è che un milione di loro ne è all’oscuro. E le stime non sono più rassicuranti: entro il 2030 si arriverà a 630 milioni. Quali le conseguenze per la società e per il sistema sanitario e, soprattutto, come si potrà migliorare la qualità di vita dei pazienti? Per rispondere a questi interrogativi, TrendSanità ha intervistato la nuova presidente della Società italiana di diabetologia (SID), Raffaella Buzzetti, prima donna alla guida della storica società. La professoressa, titolare della cattedra di Endocrinologia alla Sapienza di Roma, ha annunciato una nuova era per la SID, con un focus particolare sulle donne con diabete.

Professoressa, cominciamo da quella che potremmo definire la base: il diabete è una delle malattie croniche con maggiore impatto sociale ed economico, che spesso comporta comorbidità e complicanze. Quali politiche sanitarie ritiene siano necessarie?

«Il diabete è una sfida che richiede una risposta coordinata e innovativa. Per affrontare questa complessa patologia, è fondamentale promuovere una stretta collaborazione tra istituzioni, professionisti sanitari, pazienti e aziende. È necessario investire in ricerca e sviluppo, per individuare nuove strategie terapeutiche e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Inoltre, è cruciale garantire l’accesso equo a terapie innovative, dispositivi medici e servizi di telemedicina. Solo attraverso un approccio multidisciplinare e una visione di lungo termine sarà possibile ridurre l’impatto del diabete sulla salute pubblica e migliorare la qualità di vita dei pazienti.

È fondamentale promuovere interventi mirati per superare le disuguaglianze sociali e sanitarie, garantendo un supporto adeguato a chi vive in condizioni di svantaggio

Garantire l’accesso equo alle cure è una priorità assoluta per ridurre l’impatto del diabete e promuovere la salute di tutti i cittadini. La Società Italiana di Diabetologia si impegna a collaborare con le istituzioni per uniformare i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), assicurando che farmaci innovativi, dispositivi tecnologici e percorsi diagnostico-terapeutici siano accessibili a tutti, indipendentemente dal luogo di residenza. Inoltre, è fondamentale promuovere interventi mirati per superare le disuguaglianze sociali e sanitarie, garantendo un supporto adeguato a chi vive in condizioni di svantaggio».

L’innovazione tecnologica sta cambiando rapidamente il panorama della diabetologia, dall’uso dei sensori per la glicemia alla telemedicina. Come la SID vede l’integrazione di queste nuove tecnologie nella cura del diabete in Italia?

«La SID vede l’innovazione tecnologica come una grande opportunità per migliorare la gestione del diabete in Italia. L’integrazione delle nuove tecnologie deve essere centrata su equità, efficacia e sostenibilità. Si parte dal presupposto che tutti i pazienti, indipendentemente da condizione economica o residenza, possano beneficiare di sensori glicemici, microinfusori e sistemi avanzati di monitoraggio. Inoltre un aspetto molto importante è la preparazione di medici e persone con il diabete  all’uso ottimale di queste tecnologie, valorizzandone il potenziale per una gestione autonoma e più precisa della malattia. La SID punta a una diabetologia tecnologicamente avanzata, ma sempre centrata sui bisogni reali di chi ha il diabete».

Capitolo ricerca: quali sono le future frontiere in diabetologia, in particolare sulla cura e la gestione del diabete in gravidanza?

«La ricerca si concentra sempre più sulla prevenzione primaria del diabete gestazionale, attraverso l’identificazione dei fattori di rischio modificabili e lo sviluppo di interventi mirati per promuovere stili di vita sani e ridurre l’incidenza della malattia. Le future frontiere della ricerca includono lo sviluppo di strumenti predittivi basati su biomarcatori genetici e metabolici per identificare precocemente le donne a rischio di diabete gestazionale, ma anche terapie personalizzate. Infatti, si sosterranno studi sull’adattamento delle terapie farmacologiche e nutrizionali per garantire un controllo glicemico ottimale senza rischi per il feto».

Sosterremo la ricerca scientifica di eccellenza e investiremo nella formazione continua degli operatori sanitari per garantire l’aggiornamento continuo delle conoscenze e delle competenze

Quali sono le principali linee di intervento che intende promuovere durante il suo mandato?

«Durante il mio mandato, le principali linee di intervento della SID si concentreranno su cinque aree strategiche:

  • prevenzione e diagnosi precoce: investiremo in programmi di screening innovativi e promuoveremo stili di vita sani per ridurre l’incidenza del diabete e delle sue complicanze.
  • accesso equo alle cure: ci impegneremo al fine di garantire a a tutte le persone con diabete, indipendentemente dal luogo di residenza o dalle condizioni socio-economiche, l’accesso a trattamenti di alta qualità e tecnologie all’avanguardia.
  • innovazione tecnologica: integreremo la telemedicina e i dispositivi digitali nella pratica clinica per migliorare il monitoraggio continuo e la personalizzazione delle terapie.
  • ricerca e formazione: sosterremo la ricerca scientifica di eccellenza e investiremo nella formazione continua degli operatori sanitari per garantire l’aggiornamento continuo delle conoscenze e delle competenze.
  • educazione e sensibilizzazione: lavoreremo in completa sincronia e condivisione con le associazioni dei pazienti per implementare  campagne informative finalizzate a promuovere una maggiore consapevolezza del diabete e favorire comportamenti salutari.

Attraverso queste azioni la SID mira a ridurre l’impatto del diabete sulla salute e sulla qualità di vita dei pazienti, contribuendo al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e costruendo un futuro più sano per tutti». 

Uno degli obiettivi della SID riguarda anche la sensibilizzazione e l’educazione sanitaria. Quali strategie adotterete per migliorare la consapevolezza e la gestione della malattia?

«La SID crede fermamente che l’educazione sanitaria sia la chiave per prevenire e gestire efficacemente il diabete. Attraverso una serie di iniziative mirate, vogliamo costruire una cultura della prevenzione e migliorare la qualità di vita delle persone con diabete».

Insulina settimanale: una nuova era per la gestione del diabete

Presentata la nuova edizione del Calendario vaccinale per la vita 2025

Oggi, mercoledì 18 dicembre, presso la Fondazione ENPAM, è stata presentata la nuova edizione del Calendario vaccinale per la Vita 2025, un documento che raccoglie tutte le evidenze scientifiche sulle vaccinazioni in grado di garantire per ogni fascia di età – dalla nascita alla senescenza – la promozione di un ottimale stato di salute.

Il documento, in linea con gli standard europei, è stato redatto sulla base degli ultimi aggiornamenti della letteratura scientifica e rappresenta il contributo di cinque Società scientifiche con più di 50mila Medici e Professionisti sanitari iscritti. Coordinato da Paolo Bonanni – Docente di Igiene presso il Dipartimento di Scienze della Salute Università di Firenze – il Board del Calendario per la vita comprende: Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), Società Italiana di Pediatria (SIP), Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) e Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG).

Nei cinque anni trascorsi dall’ultima edizione (2019) sono numerose le novità nel campo della prevenzione immunitaria che offrono importanti prospettive di salute per tutti. Nella nuova edizione del Calendario, un capitolo è dedicato al successo epocale dei vaccini contro il COVID-19, somministrati in numeri imparagonabili a qualsiasi altro vaccino nella storia, con un altrettanto impressionante risultato di sicurezza a fronte di miliardi di somministrazioni e con un numero di morti evitate che è stimato in 20 milioni a livello globale. È paradossale, a questo proposito, che la stanchezza per la pandemia abbia portato, in alcuni casi, ad una disaffezione per lo strumento che, proprio dalla pandemia, ci ha fatto uscire.

«Abbiamo scelto di dedicare un capitolo al vaccino contro il COVID-19 per delinearne caratteristiche e raccomandazioni di utilizzo per i più fragili – commenta Paolo Bonanni, Coordinatore scientifico del Board – Ampio spazio, però, è stato dato anche a tutti i nuovi strumenti per la prevenzione delle malattie da Virus Respiratorio Sinciziale, a partire dagli anticorpi monoclonali da somministrare ai neonati, senza dimenticare i tre vaccini per la popolazione adulta e le donne in gravidanza. Un altro capitolo, invece, è dedicato ai vaccini coniugati contro lo Pneumococco ad incrementato numero di valenze (15 e 20) ed un ulteriore capitolo sottolinea le caratteristiche del vaccino ricombinante per Herpes Zoster, supportato da nuovi dati sulla durata della protezione. Nel Calendario vengono fornite le nuove evidenze di efficacia dei vaccini contro il Papillomavirus Umano HPV, le cui coperture restano colpevolmente e inspiegabilmente basse. Abbiamo ritenuto, infine, di richiamare l’attenzione, ancora una volta, all’offerta gratuita del vaccino contro il Meningococco B in età adolescenziale».

«Il nuovo Calendario vaccinale per la Vita riveste un’importanza assoluta per le strategie preventive del nostro Paese – afferma Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI) – Basato sulle migliori evidenze scientifiche ad oggi disponibili e sulla sinergica competenza delle Società scientifiche di riferimento, rappresenta la base per l’aggiornamento del calendario vaccinale del Piano Nazionale della Prevenzione riportando importanti novità sia sul fronte delle tecnologie disponibili ed efficaci che sul fronte delle schedule vaccinali. Ci auguriamo che venga al più presto recepito dalle Istituzioni affinché il diritto alla miglior prevenzione possibile sia consolidato su tutto il territorio nazionale».

Nel documento viene sottolineata l’importanza, sempre più crescente, del coinvolgimento degli Specialisti nell’offerta vaccinale ai pazienti con malattie croniche senza dimenticare che il luogo dedicato alla cura della cronicità è innanzitutto il territorio. Quest’ultimo è ancora ampiamente coperto dalla Medicina Generale che, sempre di più, vuole essere protagonista per quanto riguarda le campagne vaccinali dell’adulto e dell’anziano.

«La Medicina Generale e le Cure Primarie confermano il proprio ruolo centrale nella presa in carico vaccinale del paziente adulto, con particolare attenzione agli anziani e ai soggetti fragili – sottolinea Alessandro Rossi, Presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) – Come avamposti del Servizio Sanitario Nazionale sul territorio, gli studi dei Medici di Medicina Generale rappresentano il canale più immediato ed efficace per promuovere ogni forma di prevenzione. La sfida attuale è incrementare i tassi di copertura vaccinale nell’adulto, che, a differenza delle vaccinazioni pediatriche, richiedono un’attenta selezione e una chiamata attiva, un intervento mirato in cui il Medico di Medicina Generale è la figura di riferimento. La nostra Società scientifica ribadisce il proprio impegno a rafforzare le competenze su questi temi e a promuovere l’organizzazione della Medicina Generale per tradurre questi obiettivi in risultati concreti».

Il Board del Calendario vaccinale per la Vita sottolinea l’importanza delle novità introdotte nel Calendario Vaccinale per la Vita 2025, soprattutto in ambito pediatrico. «Il Calendario punta a proteggere tutti i nuovi nati, con o senza fattori di rischio, dal Virus Respiratorio Sinciziale, responsabile della bronchiolite, che rappresenta la principale causa di ricovero nel primo anno di vita – dichiara Annamaria Staiano, Presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP) – La campagna di immunizzazione è partita nelle diverse Regioni, sebbene con modalità e tempi differenti. L’auspicio per il prossimo anno è quello di poter contare su una distribuzione più efficace ed omogenea, per garantire a tutti i bambini pari possibilità di accesso. Tra le altre innovazioni più rilevanti del nuovo Calendario Vaccinale per la Vita vi sono i vaccini pneumococcici a maggiore valenza sierotipica, capaci di ampliare la protezione contro lo pneumococco, con un impatto particolarmente significativo nella fascia pediatrica».

«Il pediatra di famiglia riveste un ruolo centrale nella prevenzione, e la vaccinazione ne rappresenta un pilastro fondamentale, soprattutto per le fasce di popolazione più fragili, come i bambini – aggiunge Antonio D’Avino, Presidente Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) – Siamo orgogliosi di far parte del Board che, ogni anno, si prefigge l’obiettivo di redigere il Calendario vaccinale per la Vita, proponendo l’offerta vaccinale ideale sulla base delle evidenze scientifiche e delle più recenti innovazioni farmacologiche disponibili. Ad oggi, uno degli obiettivi più importanti è aumentare le coperture vaccinali, per proteggere sé stessi e gli altri. Per raggiungere questo scopo, è fondamentale che tutti gli stakeholder lavorino nella stessa direzione, informando e sensibilizzando famiglie e genitori sull’importanza, la sicurezza e l’efficacia dei vaccini».

Nonostante negli ultimi anni si siano moltiplicate le occasioni di confronto e di discussione sul valore della vaccinazione nel paziente fragile (con oncologi, reumatologi, diabetologi, ematologi, pneumologi) il Documento sottolinea quanto sia cruciale che le vaccinazioni entrino a pieno titolo nei Percorsi Diagnostico-Terapeutici-Assistenziali (PDTA) affinché la vaccinazione sia responsabilità del terapeuta, alla stessa stregua dei farmaci anti-tumorali o contro le malattie respiratorie croniche, solo per fare due esempi. Ed è fondamentale che anche gli Ospedali si dotino di centri vaccinali per intercettare i malati cronici prima delle dimissioni.

Nella nuova edizione del Calendario trova spazio anche una riflessione sul contrasto tra diritto alla privacy e diritto alla salute che, nel post-COVID, è emersa sempre più. Se è infatti vero che una medicina di iniziativa, sulla base dell’età anagrafica, appare possibile nell’attuale legislazione (si possono organizzare chiamate attive, ad esempio, nella popolazione Over 60), risulta invece impossibile alle Agenzie di Sanità pubblica poter invitare a vaccinazioni – spesso in grado di salvare da gravi complicanze, ospedalizzazioni o morte – sulla base della situazione patologica specifica individuale, in quanto ciò lederebbe il diritto alla privacy. Se è vero che questa possibilità di invito sussista per il singolo Medico di Famiglia, appare chiaro come sia necessario affiancare a tale approccio anche un’offerta di popolazione sulla base dei fattori di rischio, superando l’attuale situazione di contrasto tra diritti che collidono. A questo proposito sarà necessario trovare un tavolo di discussione su come garantire ai soggetti a rischio l’offerta di interventi vaccinali di grande importanza per la salute.

«L’accurato lavoro di revisione delle evidenze scientifiche e la condivisione dei contenuti del nuovo Calendario per la Vita, nato dalla costante collaborazione delle Associazioni del Board rappresenta la migliore premessa alle azioni di governance che andranno attuate, nell’interesse della salute dei cittadini e della collettività, per rendere operativa la nostra proposta – dichiara Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) – La prevenzione, alla luce degli scenari assistenziali emergenti, non può che essere una responsabilità condivisa, che partendo dalla programmazione arrivi alla pratica vaccinale attraverso modelli organizzativi innovativi e percorsi comuni capaci di rafforzare la rete e le sinergie tra tutti gli attori coinvolti. La nostra Federazione rafforzerà il proprio impegno a sostegno e tutela del valore etico delle vaccinazioni e della necessaria innovazione organizzativa grazie alla quale i medici di famiglia continueranno a ricoprire un ruolo cruciale nella diffusione della cultura e della pratica vaccinale nelle famiglie italiane».

Se, poi, le raccomandazioni per le vaccinazioni in età adulta ed anziana sono ormai presenti in quasi tutti i Paesi avanzati, quello che manca è, spesso, un’adeguata organizzazione dei servizi vaccinali per tali fasce di età, ma anche adatti sistemi di archiviazione e sorveglianza sulle coperture. In tal senso, risulta di grande urgenza varare, finalmente, un’anagrafe vaccinale nazionale che possa essere estesa a tutta la popolazione, consentendo quindi un preciso monitoraggio delle coperture.

Tutte le Società appartenenti al Board del Calendario vaccinale per la Vita ribadiscono la propria disponibilità ad ogni possibile interlocuzione e supporto alle Autorità sanitarie, nazionali e regionali, con l’obiettivo di migliorare lo stato di salute della nostra popolazione attraverso l’offerta di una sempre migliore prevenzione immunitaria “da 0 a 100 anni”.

Payback DM, Conflavoro PMI Sanità: «Rischio per imprese e salute cittadini, già pronte prime mille lettere di licenziamenti»

«Confidavamo nella legge di Bilancio per risolvere il grave problema del payback dispositivi medici, ma la questione è stata nuovamente accantonata. Ora sono a rischio 4 mila PMI del medtech, 200 mila lavoratori e l’intero sistema sanitario nazionale». Così, in una nota, Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro PMI Sanità, citando «dati di Nomisma, secondo i quali il settore è vicino al collasso: ben 4 aziende su 5, infatti, rischiano il fallimento a causa di questo ‘Superbonus al contrario’, come lo ha definito anche il ministro Giorgetti».

Per Broya de Lucia siamo al cospetto di una «vera e propria assurdità che rende le imprese del medtech, fondamentali per il sistema sanitario, da creditori dello Stato a soggetti debitori». Oltre ai 3,8 miliardi di imposte già versate tra il 2015 e il 2018, infatti, adesso vengono chiesti loro altri 704 milioni di payback.

«Per il 44% delle imprese con meno di 10 addetti e meno strutturate, la situazione diventerà velocemente insostenibile – ammonisce Broya de Lucia annunciando che – sono già state predisposte le prime mille lettere di licenziamenti».

«Il medtech italiano finora ha garantito al nostro sistema sanitario prezzi inferiori del 20-30% rispetto alla media europea grazie alla forte e sana concorrenza. Ma il payback causerà un effetto domino devastante: fallimenti, disoccupazione, mancate entrate fiscali, aumento dei costi sociali», rilancia il presidente di Conflavoro PMI Sanità invocando «un confronto urgente al Governo, cui ribadiamo la nostra proposta: stanziare un fondo da 320 milioni per esentare le micro PMI sotto i 10 milioni di fatturato e ridurre dell’80% il peso per le imprese sopra la soglia. È il momento di agire con coraggio e visione per salvare imprese, sanità pubblica e cittadini», conclude Broya de Lucia.

Giovani medici al centro della riforma delle cure primarie in Italia: il progetto “MedicInRete” traccia i risultati del primo anno di lavoro

Si è concluso il primo anno di “MedicInRete – Formazione e Networking per le Cure Primarie”, un’iniziativa promossa Dipartimento di Politiche per la Salute dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, in collaborazione con l’Alleanza per la Riforma delle Cure Primarie e la Campagna PHC Now or Never, grazie al sostegno della Fondazione Banca Popolare di Milano. Il progetto ha messo al centro la formazione e il networking tra giovani medici per rispondere alle sfide attuali del Servizio Sanitario Nazionale, evidenziando risultati di grande interesse per il futuro delle cure primarie in Italia.

Avviato a gennaio 2024, il progetto ha coinvolto 116 giovani medici in formazione – futuri Medici di Medicina Generale (MMG) e Medici di Comunità e Cure Primarie (MCCP) – provenienti da diverse regioni italiane, creando una rete nazionale che promuove lo scambio di idee e di pratiche per la riorganizzazione delle cure primarie. Attraverso 13 laboratori territoriali e con il supporto di 22 referenti regionali, i partecipanti hanno mappato 40 esperienze virtuose di Primary Health Care distribuite su tutto il territorio nazionale, evidenziandone potenzialità e criticità. Tra queste figurano sperimentazioni in Medicine di Gruppo e Case della Comunità, percorsi sviluppati in collaborazione con il Terzo settore e iniziative di promozione della salute rivolte a popolazioni marginalizzate. Questi esempi dimostrano che il cambiamento non è solo possibile, ma necessario per garantire un sistema sanitario più equo e sostenibile.

«Il percorso di mappatura – spiega Martina Consoloni, antropologa promotrice della Campagna PHC Now or Never e tra le coordinatrici del progetto MedicInrete – ha offerto una panoramica delle buone pratiche portate avanti dai professionisti, che con determinazione e cura riescono a coltivare innovazione anche in un terreno spesso impegnativo e complesso come quello dell’assistenza territoriale. Le esperienze raccolte possono essere di ispirazione per lo sviluppo di nuove progettualità locali, ma è essenziale creare le condizioni affinché possa realizzarsi un cambiamento di sistema e ben radicato». Come infatti raccontava Erika Fiou, MMG partecipante al progetto, «l’innovazione prende vita quando si ha la possibilità di dedicarsi alla propria formazione, al lavoro di équipe e alla costruzione di percorsi condivisi con colleghi e comunità di riferimento». Senza questi elementi, l’innovazione rischia di restare confinata a singole esperienze locali.

Una delle attività centrali del progetto è stata la survey nazionale “SurForMed”, che ha coinvolto 347 giovani medici in formazione (301 futuri MMG e 46 futuri MCCP). I dati raccolti rivelano un forte interesse per la medicina del territorio, accompagnato da bisogni formativi specifici e diverse visioni sul futuro professionale. I futuri MMG esprimono preoccupazioni per il sovraccarico lavorativo, la mancanza di tutele contrattuali e il rischio di burnout, mentre i futuri MCCP guardano con maggiore fiducia al lavoro nelle Case e Ospedali di Comunità, chiedendo però un più chiaro riconoscimento delle loro competenze cliniche. L’indagine evidenzia inoltre un consenso diffuso sulla necessità di trasformare il Corso di formazione specifica in medicina generale in una specializzazione universitaria per migliorarne la qualità e riconoscere un maggior valore al percorso formativo.

Dal punto di vista formativo, i partecipanti hanno approfondito i principi della Primary Health Care attraverso incontri online e workshop. In particolare, il workshop presso l’Istituto Mario Negri ad aprile 2024 ha favorito il confronto tra esperienze nazionali e internazionali, mentre l’evento conclusivo del 14 dicembre 2024 ha presentato i risultati complessivi del progetto, offrendo indicazioni concrete per il futuro dell’assistenza sanitaria territoriale.

«‘MedicInRete’ – spiega Alessandro Nobili Responsabile del Dipartimento di Politiche per la Salute e Coordinatore del progetto – ha gettato le basi per un modello di assistenza territoriale più inclusivo, multidisciplinare e orientato ai bisogni della popolazione, dimostrando come la formazione e il networking possano essere leve fondamentali per rinnovare il Servizio Sanitario Nazionale».

«Siamo orgogliosi di aver sostenuto MedicInRete, il progetto di formazione e networking promosso dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – dichiara Umberto Ambrosoli, Presidente di Fondazione Banca Popolare di Milano – Supportare un’iniziativa rivolta ai giovani medici di medicina generale, promuovendo lo scambio e l’ampliamento anche multidisciplinare delle competenze,  porta valore sociale per il territorio e per le persone che vi abitano in particolar modo quelle più fragili, creando valore quindi per l’intera comunità».

Sostenibilità e politiche del lavoro: alla ricerca di un nuovo equilibrio

La sostenibilità nelle politiche del lavoro significa promuovere un equilibrio tra crescita economica, inclusione sociale e rispetto della dignità dei lavoratori, creando condizioni di lavoro etiche e garantendo il benessere presente e futuro dei dipendenti attraverso stabilità, diritti umani, eque retribuzioni e ambienti favorevoli alla salute fisica e mentale.

Sottolinea Simona Cuomo (SDA Bocconi School of Management): «In questo campo non ci sono soluzioni valide per tutte le imprese: occorre superare il mero concetto di benchmarking, per incentivare l’ascolto dei lavoratori, l’eliminazione dei bias nei processi decisionali e l’integrazione di pratiche personalizzate e strategiche che valorizzino il potenziale umano come risorsa chiave per lo sviluppo sostenibile delle imprese».

Giovanni Russo (DAP): «È drammatica la situazione sanitaria dei detenuti. Puntiamo su telemedicina e AI per prevenire suicidi»

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«Le nostre radici affondano nell’umanesimo. Vogliamo essere educatori di soggetti che hanno sbagliato, non custodi di corpi. Riconosciamo che alcuni detenuti necessitano di trattamenti di sicurezza, ma crediamo fermamente che abbiano diritto a una nuova chance. L’obiettivo è un trattamento individualizzato, che riconosca la dignità e le specificità di ogni singola persona».

Parte dai corpi dei detenuti e delle detenute la riflessione del Capo del DAPDipartimento dell’amministrazione penitenziariaGiovanni Russo, con TrendSanità. Corpi che, al pari di chi sta fuori dal carcere, hanno il pieno diritto di vedersi tutelati nella sfera della salute fisica e mentale.

«La salute è un aspetto fondamentale. Quando parlo direttamente con i detenuti nei miei giri nelle carceri italiane, non emerge per primo il problema del sovraffollamento o dei diritti presuntamente negati nei penitenziari, temi su cui siamo impegnati tutti i giorni e su cui c’è una evoluzione positiva. Quello che rilevo è, piuttosto, una condizione drammatica sul fronte sanitario. Sebbene la sanità penitenziaria sia di competenza delle ASL, il Dipartimento avverte come una propria manchevolezza la difficoltà a garantire ai cittadini detenuti un’assistenza sanitaria corrispondente a quella dei cittadini liberi».

«Il Dipartimento avverte come una propria manchevolezza la difficoltà a garantire ai cittadini detenuti un’assistenza sanitaria corrispondente a quella dei cittadini liberi»

Quali sono le principali problematiche?

«Un problema significativo riguarda gli interventi diagnostici. Un numero considerevole di accertamenti doverosi non viene realizzato perché richiederebbe di portare il detenuto fuori dall’istituto in un ospedale. Non si tratta di diagnostica altamente specializzata, ma di esami di base. Molte di queste trasferte non avvengono per mancanza di personale, generando un’aspettativa doverosa che però viene frustrata. Questo produce rancore e priva il detenuto della possibilità di effettuare gli accertamenti necessari che possono prevenire problematiche più serie».

Come incide la composizione multietnica della popolazione carceraria sui bisogni sanitari?

«La multietnicità così presente negli istituti richiede un approccio preventivo e curativo personalizzato e individualizzato»

«L’istituto penitenziario è una collettività forzata caratterizzata da una pronunciata multietnicità, la più alta che viene riscontrata nella nostra società. Circa un terzo della popolazione non appartiene alla nostra comunità originaria, portando con sé patologie e reattività a terapie del tutto innovative per noi. Questo richiede un approccio preventivo e curativo personalizzato e individualizzato, in linea con la filosofia moderna dell’esecuzione della pena. Il trattamento penitenziario e rieducativo non può essere fatto per masse o per corpi, ma deve essere necessariamente individuale».

Quali particolarità ha riscontrato nella salute delle detenute?

«Ecco, a proposito della pluralità di interventi diversi a cui siamo chiamati, quello per le donne è molto importante e delicato. Le detenute rappresentano circa il 4% della popolazione carceraria e presentano una compresenza di più patologie. Mostrano una presenza di disturbi psichiatrici e psicologici molto più pronunciata rispetto ai detenuti uomini».

Come vi state attrezzando per dare risposte a queste esigenze?

«Anche per rispondere a queste necessità stiamo investendo in tecnologia. Stiamo implementando il metaverso e la telemedicina: oltre 45 istituti sono già dotati di strumenti che attuano la telemedicina con risultati più che soddisfacenti, risolvendo parzialmente i problemi di trasferimento del detenuto a cui facevamo riferimento prima».

Quali altri risultati possono arrivare dall’innovazione tecnologica nel sistema penitenziario?

«La vera svolta la avrà l’intelligenza artificiale. Attraverso la nostra partecipazione al recente comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, siamo riusciti a ottenere che l’intelligenza artificiale abbia dignità di presenza nell’ambito del trattamento penitenziario. Non pensiamo a un Grande Fratello, ma a un’azione più specifica e capillare dei bisogni del singolo detenuto, soprattutto nella prevenzione dei suicidi. Stiamo lavorando con l’AGID – Agenzia per l’Italia Digitale – per individuare sistemi di allerta e rilevazione che, senza intaccare la privacy e la dignità del detenuto, ci aiutino a comprendere i processi degenerativi e a cogliere i segnali precoci di disagio».

AIFA vara la stretta sul conflitto di interessi. Ma apre a pareri e consulenze gratuite dei professionisti di alto profilo

«Dare all’Agenzia la possibilità di avvalersi di profili di alta professionalità per pareri e consulenze, senza cadere nella tagliola del conflitto di interessi. Contestualmente rafforzare i paletti per dirigenti e dipendenti, con l’obbligo esteso a entrambi di dichiarare eventuali conflitti di interessi che comportano la sospensione dai procedimenti nei quali si configura il conflitto stesso». Così il Direttore amministrativo di AIFA, Giovanni Pavesi, spiega le novità salienti del nuovo Regolamento sul conflitto di interessi, adottato con delibera dal CdA dell’Agenzia dopo aver accolto i suggerimenti dell’ANAC e ancora in attesa di eventuali osservazioni tecniche da parte dei ministeri vigilanti.

«Non avevamo alcun obbligo di intervenire con un Regolamento sul conflitto di interessi, ma abbiamo voluto farlo per seguire il solco che l’Europa sta tracciando in questo senso nel settore farmaceutico.  Ma soprattutto – spiega il Presidente di AIFA, Robert Nisticò, presentando il regolamento nella sede dell’Agenzia ai suoi dirigenti – abbiamo pensato di tutelare la salute dei cittadini assicurando un’efficace prevenzione dei conflitti di interessi, senza che questo si trasformi in un cappio per il buon andamento dell’Agenzia, ma impedendo che gli interessi di chi ci lavora o collabora possano anche solo apparire prevalenti sull’interesse principale, che è la tutela della salute pubblica».

Presentato il nuovo Regolamento sul conflitto di interessi, adottato con delibera dal CdA dell’Agenzia dopo aver accolto i suggerimenti dell’ANAC e in attesa di eventuali osservazioni tecniche da parte dei ministeri vigilanti

Lungo l’elenco di rapporti e attività che costituiscono “interessi secondari diretti”: rapporti di dipendenza, consulenza o collaborazione a qualsiasi titolo, anche gratuito, con un’entità “sensibile”; trasferimenti di denaro sotto qualsiasi forma da parte di privati operanti nel settore farmaceutico; attività extra istituzionali di docenza e interventi come relatori in eventi organizzati sempre da entità sensibili; possesso di titoli azionari, stock option o qualsiasi altra cointeressenza o interesse partecipato a società del settore farmaceutico; diritti di proprietà, brevetti inclusi relativi a medicinali o principi attivi; partecipazione a comitati strategici, scientifici e direttivi organizzati o finanziati da entità sensibili; cariche sociali, anche a titolo gratuito, di società scientifiche finanziate da imprese o qualunque altro soggetto privato operante nel settore farmaceutico. 
Simile l’elenco di interessi secondari che si configurano quando questi riguardano parenti o persone comunque vicine a dipendenti, dirigenti e collaboratori AIFA.

Dipendenti e dirigenti sono obbligati a presentare la dichiarazione sul conflitto di interessi (DOI) al dirigente superiore. I componenti di CdA, Cdr, OIV (Organismo indipendente di valutazione), CSE (Commissione scientifica ed economica del farmaco) e i Direttori generali rendono a loro volta la dichiarazione di conflitto di interessi al Comitato dei Garanti, che supporta i responsabili della valutazione del conflitto di interessi nei casi di particolare complessità. Del Comitato fanno parte Lorenzo D’Avack, con funzioni di presidente, e in qualità di componenti Pierluigi Navarra e Giuseppe Fabrizio Maiellaro.

Il Regolamento individua tre livelli di rischio:

  1. Assente o irrilevante, per il quale è consentito il coinvolgimento senza limitazioni nelle attività dell’Agenzia;
  2. Rilevante, per cui sono previste delle limitazioni, come l’obbligo di astensione in quelle fasi del procedimento in cui vi sia l’interesse dichiarato;
  3. Elevato, la cui sussistenza esclude lo svolgimento di qualsiasi attività istituzionale.

Una stretta decisa, alla quale si accompagna un’apertura alla possibilità di avvalersi di “elevate professionalità di carattere infungibile”, indispensabili per il buon funzionamento dell’Agenzia.

Ad esclusione dei componenti del CdA è prevista, inoltre, una specifica autorizzazione da parte del superiore gerarchico per la partecipazione, in rappresentanza dell’Agenzia, come relatore, docente, moderatore o assimilabile ad eventi sponsorizzati da soggetti che operano nel settore del farmaco.

La violazione degli obblighi previsti dal Regolamento comporta la sospensione dell’attività da tre mesi a un anno per esperti, consulenti, collaboratori e componenti gruppi di lavoro non alle dirette dipendenze di AIFA. Per i dipendenti scatta invece il procedimento disciplinare.

«Con il nuovo Regolamento – afferma Pavesi – l’AIFA si muove in linea con la recente decisione della Corte di Giustizia europea, che ribaltando una decisione dell’EMA di non approvare un farmaco, in presenza di un possibile conflitto di interesse, ha stabilito che la stessa Agenzia europea “è tenuta a vigilare per evitare che gli esperti che consulta si trovino in conflitto di interessi”. Un rischio dal quale l’AIFA vuole mettersi al riparo – conclude il Direttore amministrativo – anche con un nuovo codice di comportamento interno che amplia i doveri del personale dell’Agenzia, in un’ottica di prevenzione degli illeciti, con particolare attenzione all’utilizzo di tecnologie informatiche, mezzi di informazione e social media».

Nomina direttore Centro Nazionale Sangue, SIMTi e SidEM scrivono al ministro

Le Società Scientifiche SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia) e SIdEM (Società Italiana di Emaferesi e Manipolazione Cellulare) esprimono forte preoccupazione per la proposta di modifica dell’articolo 12 della legge 21 ottobre 2005, n. 219, relativa ai requisiti necessari per la nomina del direttore del Centro Nazionale Sangue e contenuta nell’emendamento 6.00.16 al DDL Prestazioni Sanitarie che intende portare modifiche all’ art. all’ art. 12 c.3 della Legge 219 del 21 ottobre 2005 ampliando la scelta della direzione “tra dirigenti, anche non dipendenti dall’Istituto, con adeguata esperienza dirigenziale”.


Una generica esperienza nel campo della programmazione delle attività sanitarie risulta del tutto insufficiente per garantire l’indispensabile competenza specialistica richiesta in un settore complesso come quello della medicina trasfusionale. Questa competenza ha sinora caratterizzato le direzioni succedutesi alla guida del Centro Nazionale Sangue, consentendo lo sviluppo della medicina trasfusionale italiana, sia a livello regolatorio sia nell’importante dialogo culturale con le scriventi Società Scientifiche e con i gruppi di lavoro europei ed extra-europei impegnati su sicurezza e qualità del sangue e dei suoi prodotti.


Qualora l’emendamento fosse accolto si correrebbe il rischio di perdere la funzione di “controllo tecnico-scientifico” del Centro Nazionale Sangue in particolare per quanto riguarda l’emanazione di linee guida sulla qualità e sicurezza del sangue e dei suoi derivati, in attuazione delle direttive comunitarie, la definizione di linee guida sul modello organizzativo e sull’accreditamento delle strutture trasfusionali, il monitoraggio e la verifica del raggiungimento dell’autosufficienza nazionale in sangue, plasma e medicinali plasmaderivati, la realizzazione di studi e ricerche sulla qualità e appropriatezza delle prestazioni trasfusionali, sui relativi costi, e sull’acquisizione di beni e servizi nel settore trasfusionale, con l’obiettivo di valutare l’efficacia e l’efficienza dei servizi erogati.


La credibilità del Centro Nazionale Sangue deriva anche dal riconoscimento, a livello nazionale e ai livelli europeo e internazionale, della competenza scientifica e professionale in medicina trasfusionale connessa proprio con l’esperienza di una direzione adeguata a guidare il nostro Paese, nel prossimo triennio, nel processo evolutivo di implementazione, nel campo del sangue e dei suoi derivati, delle previsioni del Regolamento Europeo sulle sostanze di origine umana (SoHOs), recentemente adottato da Parlamento e dal Consiglio.
Come Società Scientifiche chiediamo pertanto di rivedere la proposta formulata nell’emendamento in oggetto mantenendo invece ferma la necessità di una direzione medica dotata di adeguata e documentata esperienza clinico-assistenziale, organizzativa e gestionale in ambito trasfusionale

Meeting AIIC: l’ingegneria clinica protagonista nella corretta e puntuale raccolta dei dati per una programmazione efficace

«È stato un evento di successo che ha coinciso con la pubblicazione da parte di AGENAS dei dati sulla distribuzione delle grandi apparecchiature sanitarie in Italia nel 2024. Quindi possiamo dire che abbiamo raggiunto l’obiettivo primario: riunire nello stesso luogo i professionisti delle grandi tecnologie ospedaliere, i referenti istituzionali regionali e delle centrali di committenza, i rappresentanti delle agenzie nazionali ed il mondo della produzione per interrogarci tutti insieme su come contribuire alla sempre più corretta, vasta e puntuale raccolta dei dati ai fini di una programmazione efficace. Ci sembra che da qui si possa partire verso una nuova stagione della sanità»: è quanto dichiarato da Lorenzo Leogrande (past-president AIIC e presidente dell’evento) alla conclusione del 4° Meeting AIIC, Quali dati per la governance delle tecnologie in sanità, tenuto nei giorni scorsi a Verona.



Il Meeting – aperto dal messaggio di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, che aveva inviato il suo plauso all’«incontro che rappresenta un’opportunità per condividere conoscenze esperienze e innovazioni nel campo dell’ingegneria clinica, settore fondamentale per la salute e il benessere della nostra società» e proposto da professionisti impegnati «nel migliorare le tecnologie ed i processi che supportano un sistema sanitario» – ha visto la partecipazione di oltre 300 professionisti da tutta Italia ed ha registrato gli interventi di Simona Ravizza (giornalista e autrice, insieme a Milena Gabanelli, del volume Codice Rosso, dedicato alle criticità, anche tecnologiche, della sanità nazionale), Alessandro Preziosa (Elettromedicali Confindustria), Guido Beccagutti (Confindustria Dispositivi Medici), Massimo Pulin (Presidente Confimi Sanità), Callisto Marco Bravi (AOU Verona), Roberto Toniolo (Azienda Zero Veneto), Adriano Leli (Azienda Zero Piemonte), Nicola Amadori (Regione Emilia Romagna), Marco Niccolai (Regione Toscana), Massimo Di Gennaro (Estar Campania), Carmine Basilicata (Ministero della Salute) ed Enrica Giarmoleo (Agenas).



«L’idea di fondo da cui è partita la nostra Associazione e che abbiamo approfondito nei lavori del Meeting – precisa Umberto Nocco, presidente AIIC – è che possediamo un patrimonio di informazioni consistente legato alle tecnologie installate, uno scrigno informativo destinato a crescere. Sappiamo guardare i dati, siamo in grado di approfondirli ed analizzarli per fornire strumenti intesi come supporto decisionale per le aziende sanitarie: e quindi a partire da Verona la nostra professione si mette a disposizione di tutti gli stakeholder per essere il luogo di raccolta e di lettura di tutti quei dati utili alla gestione strategica e quotidiana della sanità territoriale». Il commento finale al Meeting è stato proposto da Davide Fasoli, coordinatore regionale AIIC Veneto, insieme a Rudi Coatto, entrambi tra i moderatori delle sessioni dell’evento «Avevamo lanciato una sfida: fare un passo in avanti come professionisti su un argomento che gestiamo tutti i giorni, il dato relativo alle apparecchiature come occasione per migliorare i processi e le performance. Adesso vogliamo entrare nella fase operativa: mettere in pratica nelle nostre aziende questa responsabilità per garantire efficienza, controllo, razionalizzazione e risparmio».  



Il prossimo passo, come annunciato nella sessione finale del Meeting, è nelle mani del Centro Studi AIIC: «Abbiamo programmato un lavoro di stesura di un position paper AIIC – conferma Stefano Bergamasco, coordinatore del Centro Studi – che avrà come punto di partenza la corretta identificazione delle tecnologie biomediche come piattaforma di riferimento globale di quell’universo di dati che devono essere standardizzati, resi interoperabili ed offerti all’intera comunità della sanità, sia professionale che di governance. Per il documento ci muoveremo partendo dai precedenti testi del nostro Gruppo di Lavoro sulla gestione, ma tenendo conto ovviamente delle novità emerse negli anni, in particolare a livello regolatorio europeo con l’identificativo UDI e la banca dati Eudamed. Con questo approccio crediamo di poter avviare un lavoro utile non solo in chiave nazionale, ben coscienti del fatto che anche negli ultimi anni l’Italia è stata di riferimento in questo ambito, con la sua Classificazione Nazionale dei Dispositivi Medici CND, avviata nel 2005, aggiornata negli anni successivi, ed ora adottata a livello comunitario come Nomenclatore su scala europea».