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Unificazione dei magazzini farmaceutici per il Nuovo Ospedale Unico di Busto Arsizio-Gallarate: analisi di fattibilità

Introduzione

Il magazzino farmaceutico ospedaliero tratta medicinali, dispositivi medici e altri articoli sanitari, quali parafarmaci, disinfettanti, integratori, prodotti per la nutrizione enterale, gestendone la ricezione, lo stoccaggio e la distribuzione, sia ai diversi reparti dei tre presidi e alle strutture ad essi collegate, sia direttamente agli assistiti residenti nel territorio di competenza.

L’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Valle Olona (ASST) si compone di quattro presidi ospedalieri (P.O.): P.O. di Busto Arsizio, P.O. di Saronno, P.O. di Gallarate e P.O. di Somma Lombardo.

La gestione ottimale dei magazzini farmaceutici risulta cruciale per assicurare un’efficienza che bilanci disponibilità e risparmio

In un’ottica di analisi di risk management per criticità di risorse di struttura, organizzative e di processo, oltre a definire una struttura organizzativa propedeutica alla realizzazione del Nuovo Ospedale Unico Busto Arsizio-Gallarate, si stima che l’unificazione dei magazzini farmaceutici determini un rilevante impatto a livello logistico, ottimizzando la movimentazione dei medicinali in ingresso e in uscita verso le unità operative (UU.OO.) richiedenti. Inoltre, si stimano benefici anche a livello amministrativo-contabile, con un abbattimento del numero di ordini e di fatture gestite attraverso il processo.

Perseguendo tali propositi è stato condotto lo studio di fattibilità di unificazione, presso la sede di Busto Arsizio, dei magazzini dei due presidi ospedalieri, mantenendo elevati la qualità e livello del servizio, la sicurezza e la tempestività delle forniture di medicinali, dispositivi medici e altri articoli sanitari ai reparti di ciascun presidio ospedaliero.

Obiettivo

L’obiettivo dell’analisi è stato valutare la fattibilità tecnica e organizzativa dell’unificazione dei due magazzini. Esso può essere suddiviso in due parti: dapprima si è proceduto alla valutazione della capacità ricettiva del magazzino del P.O. di Busto Arsizio al fine di stabilire se lo spazio fosse sufficiente per accogliere l’attuale giacenza del magazzino del P.O. di Gallarate; successivamente si è posta attenzione su quali dovessero essere i cambiamenti organizzativi in termini di dotazioni tecniche e di personale attualmente in servizio nei due presidi, oltre ad una valutazione utilizzando la metodologia lean rispetto alla distribuzione ottimale dei presidi sul territorio, evitando sovrapposizioni e duplicati, ma soprattutto che soddisfi la reale richiesta dei Reparti e dei Servizi.

Materiali e metodi

L’analisi di fattibilità è stata sviluppata da un gruppo di lavoro multidisciplinare, il quale ha messo in campo tecniche di Lean Management sui dati estratti riguardanti i magazzini del P.O. di Busto Arsizio e del P.O. di Gallarate.

I dati di giacenza e movimenti entrata-uscita sono stati estratti dall’applicativo gestionale di magazzino e dall’applicativo utilizzato per effettuare richieste informatizzate e sono stati incrociati con i dati rilevati durante l’inventario 2022.

Considerando inizialmente solo il magazzino del P.O. di Gallarate si è estratto l’inventario comprendente tutti gli articoli presenti al 21/12/2022; sono stati poi individuati gli articoli interessati da movimentazioni in ingresso e in uscita nel periodo 21/12/2022-31/12/2023. Sono stati estratti, quindi, anche tutti i movimenti degli articoli selezionati in entrata e uscita dal P.O. di Gallarate.

Dall’analisi sono stati esclusi:

  • i dispositivi medici;
  • gli articoli di grosso volume come ad esempio le soluzioni infusionali;
  • medicinali, dispositivi medici e altri articoli sanitari destinati esclusivamente alla distribuzione ai pazienti afferenti al servizio di Farmaceutica territoriale che rimarranno in deposito presso il magazzino del P.O. di Gallarate;
  • medicinali distribuiti attraverso lo sportello della distribuzione diretta ai pazienti in visita presso gli ambulatori del P.O. di Gallarate;
  • medicinali ed altri prodotti sanitari acquistati presso grossista.

In seguito è stata calcolata la giacenza incrementale giorno per giorno di ciascun articolo, utilizzando il differenziale fra gli ingressi e le uscite della singola giornata e sommandolo alla giacenza del giorno precedente. Poi, è stata calcolata la giacenza giornaliera complessiva, intesa come la somma della giacenza di tutti gli articoli presenti in magazzino.

Parallelamente è stato calcolato il volume di una confezione da considerare ai fini del calcolo misurando il volume di singoli campioni di scatole di medicinali di diverse taglie e pezzature e determinandone poi la mediana.

Adottare un approccio gestionale basato sul valore consente di evitare sprechi e duplicazioni di scorte, riducendo i costi e ottimizzando le risorse

Moltiplicando il dato della giacenza giornaliera complessiva al volume stabilito di una confezione è stato ottenuto il volume complessivo dei medicinali contenuti nel magazzino del P.O. di Gallarate.

Infine, attraverso un sopralluogo nel magazzino del P.O. di Busto Arsizio, è stato misurato lo spazio totale destinato allo stoccaggio dei medicinali, concentrandosi su quello attualmente non occupato.

AS-IS

Attualmente, i presidi di Gallarate e Busto Arsizio hanno due magazzini farmaceutici indipendenti; in particolare, escludendo i centri di costo del territorio di competenza, il magazzino di Gallarate serve i presidi di Gallarate e Somma Lombardo, mentre quello di Busto Arsizio serve il presidio di Busto Arsizio e parte delle richieste provenienti dal presidio di Saronno.

Propedeutica alla futura unificazione, è stata da breve variata la classificazione utilizzata per lo stoccaggio a scaffale delle scorte, passando da quella secondo ordine alfabetico a quella secondo il codice attribuito nel gestionale di magazzino, codice che a sua volta viene assegnato sulla base della classificazione anatomica terapeutica chimica (ATC). Quest’ultima viene già da tempo impiegata presso il magazzino farmaceutico di Busto Arsizio.

TO-BE

L’obiettivo di unificare il magazzino di Gallarate con quello di Busto Arsizio ha come scopo l’accentramento su quello di Busto Arsizio dell’attività di distribuzione agli ospedali di Busto Arsizio, Gallarate e Somma Lombardo.

La distribuzione a Distretti territoriali, Servizi territoriali per le Dipendenze (Ser.D.) e centri vaccinali, rimarrebbe in carico alla Farmacia del P.O. di Gallarate, dove ha sede la Farmacia Territoriale che ha competenza su queste strutture.

In carico alla Farmacia del P.O di Gallarate resterebbe altresì la distribuzione di medicinali di grosso volume, quali le soluzioni infusionali, il cui trasporto sarebbe più dispendioso rispetto ai benefici apportati.

È stata quindi condotta un’analisi di tutti i codici presenti a Gallarate e dei 2101 codici presenti sono 410 quelli esclusivamente distribuiti dalla Farmacia del P.O. di Gallarate. Per i restanti codici, presenti anche nel magazzino della Farmacia del P.O. di Busto Arsizio, è stato ipotizzato un aumento del 50 % della giacenza attuale a copertura del fabbisogno rilevato da quanto richiesto ai due magazzini.

La gestione orientata al valore non solo ottimizza le risorse ma riduce le scorte in eccesso, migliorando la qualità delle cure e la tempestività degli interventi

Dal sopralluogo effettuato nel magazzino farmaceutico del P.O di Busto Arsizio è stata quantificata la capacità ricettiva al fine di valutare se fosse in grado di accogliere la quantità supplementare di articoli provenienti dal magazzino del P.O. di Gallarate. Durante il sopralluogo sono stati presi in considerazione soltanto gli scaffali contenenti medicinali, medicinali nutrizionali e disinfettanti mentre non sono entrati nel computo quelli su cui sono stoccati dispositivi medici e grossi volumi che, come anticipato, rimarranno in gestione al magazzino di Gallarate. In dettaglio si è rilevato quanto segue.

Medicinali

  • N° 37 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 119L x 29H x 49P cm;
  • N° 3 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 99L x 29H x 49P cm;
  • N° 4 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 119L x 42H x 49P cm;
  • N° 1 cella frigorifera da 3 scaffali con 4 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 150L x 36H x 50P cm.

Disinfettanti

  • N° 5 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 99L x 42H x 49P.

Medicinali nutrizione

  • N° 1 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 119L x 42H x 49P cm;
  • N° 2 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 99L x 42H x 49P cm.

Inoltre le scorte di alcuni medicinali che risultano ingombranti sono stoccati su pallet disposti in scaffalature aventi la seguente struttura: n.2 campate da 270 cm di larghezza e n.1 campata larga 180 cm, ogni campata consta di due ripiani di altezza 150 cm.

Lo spazio totale offerto dagli scaffali misurati del magazzino di Busto Arsizio corrisponde a 49.89 m3, a cui si sommano 8 posti pallet per le scorte.

Conclusione

L’analisi di fattibilità condotta evidenzia che lo spazio occupato dagli articoli stoccati nel magazzino farmaceutico del P.O. di Gallarate risulta essere pari a 15,16 m3; considerando che la capacità ricettiva del magazzino di Busto Arsizio è pari a 49.89 m3 ed è occupato per circa il 65% (32,43 m3) del volume totale offerto dalle scaffalature, si conclude che esso sia in grado di accogliere gli articoli provenienti dal magazzino della Farmacia del P.O. di Gallarate, in quanto rimangono ancora disponibili 17,46 m3 senza contare i posti pallet per le scorte.

In conclusione si evince come la gestione ottimale dei magazzini farmaceutici risulta cruciale per assicurare un’efficienza che bilanci disponibilità e risparmio. Adottare un approccio gestionale basato sul valore consente di evitare sprechi e duplicazioni di scorte, riducendo i costi e ottimizzando le risorse. Un sistema di programmazione accurato permette di monitorare costantemente le necessità dei diversi reparti, garantendo la disponibilità dei farmaci e dei presidi sanitari quando richiesti. Questa gestione orientata al valore non solo ottimizza le risorse ma riduce le scorte in eccesso, migliorando la qualità delle cure e la tempestività degli interventi.

Sostenibilità ambientale: il legame tra clima e salute

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Il legame tra clima e salute è uno dei temi più urgenti e dibattuti nella comunità scientifica globale. «Il cambiamento climatico, o crisi ecologica, rappresenta la principale minaccia alla salute globale di questo secolo» afferma Roberto De Vogli, Professore associato in Salute globale e Psicologia del potere presso l’Università di Padova, citando anche la prestigiosa rivista The Lancet. Ogni anno, la pubblicazione offre una dettagliata analisi attraverso il Lancet Countdown, che esplora gli effetti del cambiamento climatico sulla salute umana.

Roberto De Vogli

Tra gli impatti già documentati, spiccano l’aumento delle malattie infettive come la malaria, i cambiamenti nei tassi di mortalità legati alle ondate di calore e le conseguenze degli eventi climatici estremi, come inondazioni. «Le popolazioni socio-economicamente svantaggiate sono quelle che pagano il prezzo più alto» sottolinea l’esperto. Questa disparità si osserva sia all’interno dei singoli paesi, dove le fasce più vulnerabili subiscono i maggiori danni, sia tra le nazioni, con i paesi meno responsabili delle emissioni di CO2 che sopportano le conseguenze peggiori. «Pensiamo a luoghi come il Bangladesh o l’Africa subsahariana, che vivono una vera e propria ingiustizia climatica».

Sono già documentati l’aumento delle malattie infettive come la malaria, i cambiamenti nei tassi di mortalità legati alle ondate di calore e le conseguenze degli eventi climatici estremi come le inondazioni

A livello politico, la risposta risulta spesso inadeguata: «Eventi come le COP (Conferenza delle parti della convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), pur avendo un ruolo di sensibilizzazione, si rivelano più orientati alla comunicazione che all’azione concreta. Continuiamo a seguire un modello di sviluppo basato sul profitto a breve termine, trascurando le necessità di lungo periodo».

Ricerche pubblicate su autorevoli riviste, come i Proceedings of the National Academy of Sciences, evidenziano scenari ancora più allarmanti. Secondo De Vogli, «si parla di un rischio esistenziale per la specie umana. Perfino riviste scientifiche tradizionalmente caute hanno adottato termini come “Climate Endgame” per descrivere le possibili conseguenze catastrofiche del cambiamento climatico».

Un aspetto spesso trascurato è rappresentato dalle crisi a cascata. «I report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) si sono spesso concentrati sugli eventi estremi, come le ondate di calore o le inondazioni, ma hanno dedicato meno attenzione agli effetti a cascata sulla disponibilità di risorse essenziali come acqua e cibo, o sulle ripercussioni economiche globali. Questi effetti interconnessi potrebbero portare a conseguenze gravissime».

Serve una revisione completa del sistema basato sul profitto, sui mercati e sulla crescita economica infinita, che ha ignorato i limiti ambientali e il capitale naturale

In un recente studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences gli autori hanno introdotto una metafora molto efficace per rappresentare il rischio di un evento catastrofico legato al clima, stimato in una probabilità su 20. «È come salire su un aereo con una probabilità su 20 di cadere. Nessuno lo farebbe, allora perché – si chiedono gli autori dello studio – su quell’aereo ci volete mandare i vostri nipoti e nipoti dei nipoti?». Mandare le generazioni future incontro a questo rischio innesca una sorta di “ingiustizia generazionale”, un senso di tradimento ormai palpabile tra i giovani, come dimostrano molte indagini internazionali.

«Serve un cambiamento radicale, ma anche vigoroso e deciso, nelle politiche climatiche e sanitarie globali. Non possiamo più permetterci di ignorare le ripercussioni a lungo termine delle nostre azioni», ribadisce l’esperto.

Indicazioni scientifiche per un cambio di rotta climatica

Quando si parla di soluzioni alla crisi climatica, spesso gli scienziati e gli attivisti vengono accusati di proporre posizioni troppo rigide o di criticare senza offrire alternative. Tuttavia, secondo De Vogli, questa è una percezione distorta. «Il numero di proposte politiche e di richieste per cambiare il modello di sviluppo economico è enorme. Non si tratta solo di politiche isolate, ma di una revisione completa di un sistema basato sul profitto, sui mercati e sulla crescita economica infinita, che ha ignorato i limiti ambientali e il capitale naturale», afferma.

Le proposte, infatti, sono numerose e provengono da migliaia di scienziati e da varie agenzie governative e non. «Ci sono modelli che dimostrano la possibilità di convertire interamente la produzione energetica in energie rinnovabili in tempi relativamente brevi», spiega l’esperto, citando un report di 14 università che ha analizzato questo scenario. Tuttavia, gli ostacoli principali sono di natura politica ed economica. «Il problema riguarda potere e ricchezza. Pensiamo alle industrie dei combustibili fossili: gas, carbone e petrolio sono i principali responsabili del cambiamento climatico. Convertirle richiederebbe una decisione radicale come la nazionalizzazione, ma ciò è in contrasto con il modello economico neoliberale che promuove deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione».

Le previsioni scientifiche sono state costantemente superate dalla velocità dei cambiamenti climatici

L’esperto sottolinea come le previsioni scientifiche siano state costantemente superate dalla velocità dei cambiamenti climatici. «Il Protocollo di Parigi fissava il limite di 1,5°C come soglia critica, ma questa è già stata superata. Nessuno si aspettava un’accelerazione così rapida. Le temperature oceaniche del 2023 e 2024 hanno ampiamente superato le previsioni, e le notizie dall’Antartide sono incredibili, con il ghiacciaio Thwaites, conosciuto anche come “Doomsday Glacier (ghiacciaio dell’Apocalisse)” che si sta sciogliendo».

L’idea di un cambiamento lineare e graduale è ormai superata: «Molti modelli si basavano sull’anno 2100, ma ora è chiaro che il punto di non ritorno potrebbe arrivare molto prima».

Differenze tra i paesi sviluppati sulle politiche climatiche

Le politiche climatiche non sono uniformi tra i paesi sviluppati, e ci sono differenze significative sia all’interno dell’Unione Europea che tra queste nazioni e gli Stati Uniti. «C’è una grande eterogeneità tra i paesi più ricchi. Ad esempio, i paesi del nord Europa hanno fatto passi avanti giganteschi sul piano delle rinnovabili e hanno adottato politiche che sarebbero state impensabili altrove», osserva l’esperto.

Diverso è il caso degli Stati Uniti, dove l’approccio alle politiche climatiche è stato fortemente influenzato dalla politica interna. «Con l’elezione di Trump, gli Stati Uniti tornano ad avere un leader negazionista climatico. Parliamo di una nazione che è seconda al mondo, dopo la Cina, per la percentuale di emissioni di CO2 e dove alcune forze politiche considerano il cambiamento climatico come una cospirazione di paesi stranieri per indebolire l’economia statunitense», sottolinea. Questo rappresenta non solo un’incapacità di affrontare la crisi climatica, ma anche un’incursione nel regno delle fake news e una distorsione della realtà.

Senza la pace, l’ambientalismo non esiste

La mancanza di una linea comune tra le nazioni sviluppate evidenzia come la risposta globale alla crisi climatica sia frammentata e spesso ostacolata da visioni politiche e ideologiche che ignorano l’urgenza della situazione. «Siamo ben oltre l’incapacità di incorniciare una situazione ecologica in modo realistico; siamo in un contesto dove la realtà stessa viene negata», sottolinea ancora l’esperto. Che, inoltre, richiama l’attenzione sul ruolo devastante dei conflitti geopolitici: «Senza la pace, l’ambientalismo non esiste. In 120 giorni di assalto a Gaza sono state emesse emissioni di CO2 pari a quelle annuali di 26 paesi. E per il sabotaggio del gasdotto Nord Stream si stima che siano state rilasciate nell’arco di sei giorni oltre 115.000 tonnellate di gas naturale (CH4), contribuendo a emissioni di gas serra equivalenti a un terzo delle emissioni annuali totali di CO2 della Danimarca».

Questi dati dimostrano come il problema non possa essere risolto solo a livello individuale. «Il comportamento del singolo va apprezzato e riconosciuto, ma dobbiamo anche confrontarci con una realtà molto più pervasiva. Non è a livello di singolo individuo che si riesce a incidere così tanto», conclude De Vogli.

Carenze farmaci, EMA vuole migliorare il monitoraggio

Monica Dias

Siamo in pieno periodo di transizione per quanto riguarda l’ESMP, la piattaforma lanciata dall’EMA (l’Agenzia europea per i farmaci) che dovrebbe contribuire a avere informazioni più dettagliate e standardizzate sulle carenze di medicinali negli Stati europei.

La versione base della European Shortages Monitoring Platform è stata lanciata il 28 novembre e la seconda fase scatterà il 2 febbraio, con la versione completa il cui uso diventerà obbligatorio per l’industria.     
«Questa è l’ultima pietra miliare dell’attuazione del Regolamento 2022/123, che rappresenta il mandato esteso dell’EMA per la preparazione alle crisi e anche per la gestione delle crisi per i farmaci e i dispositivi medici», ricorda Monica Dias a TrendSanità. Dias è responsabile dell’approvvigionamento e della disponibilità di farmaci e dispositivi medici in EMA. 

Lo scopo del regolamento europeo è quello di facilitare lo scambio di informazioni per una migliore prevenzione, identificazione e gestione delle carenze, nonché una migliore comunicazione tra EMA, le autorità nazionali competenti e l’industria per garantire la disponibilità dei farmaci per i pazienti durante le emergenze di salute pubblica e i grandi eventi. 

Limitare l’impatto delle carenze

La piattaforma automatizzerà la raccolta dati sulla carenza di medicinali a livello centrale, fornendo alle autorità di regolamentazione accesso a informazioni complete e in tempo reale per migliorare la gestione delle carenze di farmaci a livello europeo.

Da molti anni le autorità di regolamentazione all’interno dell’Unione Europea e a livello globale lavorano insieme per prevenire le carenze e, se non è possibile, per limitarne l’impatto. «Se vogliamo evitare che le carenze si verifichino, se vogliamo ridurre al minimo il loro impatto sui pazienti, dobbiamo collaborare con le aziende farmaceutiche – ricorda Dias -. Dobbiamo quindi ottenere informazioni e dati dall’industria per sapere quando hanno una carenza effettiva o potenziale,  conoscere quali sono stati gli imprevisti o la causa principale e come intendono risolvere il problema».

La nuova piattaforma permetterà di avere informazioni in tempo reale per migliorare la gestione delle carenze di farmaci a livello europeo

Il problema potrebbe essere di produzione o di distribuzione, e le cause alla base delle carenze sono molteplici. «Il nostro compito è quello di verificare se possiamo aiutare quella particolare azienda a prevenire la carenza o a mitigarne l’impatto. In alcuni casi, potremmo dover prendere in considerazione farmaci o fornitori alternativi per compensare la mancanza di quel particolare farmaco».

EMSP, un hub centralizzato

La piattaforma è stata sviluppata durante il Covid: «L’ESMP fa parte del mandato allargato dell’EMA. Abbiamo già fatto esperienza nella raccolta di dati, ma non attraverso questa piattaforma, che è stata sviluppata durante la pandemia: abbiamo raccolto dati dalle aziende farmaceutiche per i prodotti che facevano parte dell’elenco dei farmaci critici».

Finora è mancato un archivio centrale e standardizzato per gli Stati membri

L’esperienza accumulata, in sinergia con la nuova piattaforma, permetterà di reagire meglio alle minacce future: «Adesso abbiamo uno strumento analitico che ci aiuterà a elaborare quei dati che in passato sono stati analizzati in modo manuale», rileva Dias.

Le difficoltà registrate finora erano dovute anche alla mancanza di un archivio centrale per le carenze, standardizzato in tutti gli Stati membri. «Inoltre, le carenze di farmaci autorizzati a livello nazionale, soprattutto quando non si estendono ad altri Stati membri, vengono gestite a livello nazionale – afferma Dias -. EMA si occupa delle carenze di prodotti autorizzati a livello centrale e delle carenze critiche che sono portate a livello europeo dagli Stati membri, ma la maggior parte delle carenze è gestita a livello nazionale. Nel corso degli anni abbiamo ovviamente aumentato il nostro coinvolgimento e messo in atto una serie di misure per l’armonizzazione. Ritengo che avere l’EMSP come hub centralizzato per le informazioni sulle carenze aiuterà lo scambio di informazioni e una migliore prevenzione e identificazione delle carenze. Tutto questo migliorerà anche la comunicazione tra EMA e le parti interessate e quella verso i cittadini».

I cambiamenti all’orizzonte

È in discussione la Riforma della legislazione farmaceutica, che si ipotizza possa essere approvata entro la fine del 2026. Tra gli aspetti più criticati dall’industria, quello della market exclusivity, che sarebbe estesa per quei medicinali che arrivino subito al maggior numero di Stati membri. «In questo caso stiamo parlando di un problema di accesso e non di disponibilità – chiarisce Dias -. Detto questo, proprio perché si tratta di un testo ancora in discussione, non è chiaro come EMA, in quanto organismo scientifico, possa essere coinvolta per assistere la Commissione nella risoluzione delle controversie tra le aziende e gli Stati membri relative al processo di presentazione dei prezzi e dei rimborsi».

Naturalmente l’Agenzia monitorerà l’impatto di questa proposta sulla disponibilità di farmaci. «Speriamo che qualunque sia la misura messa in atto, abbia ricadute positive, perché sappiamo che il fatto che i farmaci non vengano rilasciati nello stesso momento in tutti gli Stati membri porta a disuguaglianze di salute».

Per quanto riguarda il Critical Medicines Act, un documento che il nuovo commissario per la salute Olivér Várhelyi si è impegnato a pubblicare entro 100 giorni, Dias afferma: «Lo consideriamo complementare alla legislazione farmaceutica proposta. Il lavoro è già iniziato, quindi abbiamo già un elenco di farmaci critici. Riteniamo che la legge sui farmaci critici possa fornire alcuni importanti strumenti di politica industriale per affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento dei farmaci critici nel lungo periodo, quindi la consideriamo una misura a lungo termine. E naturalmente ci impegniamo a sostenere la Commissione e i legislatori nell’evoluzione di questa legge».

Malessere degli infermieri, a rischio l’assistenza ai pazienti

Cure centrate sul paziente, di alta qualità, di valore elevato e sicure non possono prescindere dal benessere dei professionisti, essenziale e irrinunciabile per stabilire un’alleanza terapeutica efficace con i pazienti e le loro famiglie. Lo evidenzia uno studio condotto dall’Università di Genova con il sostegno dalla Federazione nazionale degli infermieri (Fnopi) sul benessere dell’infermiere e sicurezza delle cure.

Come sottolineano gli autori dello studio, un alto livello di benessere dei professionisti è associato a una maggiore soddisfazione lavorativa, a un minore rischio di burnout, a una riduzione dell’assenteismo, a una maggiore qualità delle cure erogate e, conseguentemente, a una maggiore sicurezza del paziente.

Cure di qualità, sicure e di valore richiedono il benessere dei professionisti, indispensabile per un’alleanza terapeutica efficace con pazienti e famiglie

Nel corso del tempo e, progressivamente, a partire dalla crisi finanziaria del 2008, seguita dalla pandemia Covid-19, però, la soddisfazione lavorativa è diminuita, i livelli di staffing si sono ridotti, il burnout è aumentato, così come l’intenzione di lasciare il lavoro, e questo ha impattato significativamente e continua a farlo sul benessere dei professionisti.

I risultati dello studio, condotto tra giugno e luglio 2023 e che ha coinvolto oltre tremila infermieri afferenti a reparti di degenza di 38 Presidi ospedalieri sul nostro territorio, hanno evidenziato che il 59% degli infermieri in servizio negli ospedali italiani è molto stressato e il 36% sente di non avere il controllo sul proprio carico di lavoro. Il 47,3% si percepisce “privo di energia” e nel 40,2% dei casi si ravvisa un esaurimento emotivo elevato. Il 45,4% ritiene che l’impegno professionale non lasci abbastanza tempo per la propria vita personale e familiare. Sulla possibilità di lasciare l’ospedale a causa dell’insoddisfazione lavorativa, quasi la metà degli infermieri ha risposto in modo affermativo (45,2%).

L’esposizione a pazienti Covid-19 ha determinato un elevato livello di stress nel 46,4% degli infermieri. Il 38,3% ha dichiarato insoddisfazione lavorativa per svariati motivi: principalmente, a causa dello stipendio (77,9%) e della mancanza di opportunità di avanzamento professionale (65,2%). Il 43,4% ha descritto il proprio ambiente di lavoro come frenetico e caotico. Solo il 3,2% percepisce come “eccellente” la sicurezza del paziente nel proprio ospedale. E solo il 27,7% ha affermato che le azioni della direzione dimostrano la sicurezza del paziente come massima priorità. Indipendentemente dal turno di lavoro, ogni infermiere assiste mediamente 8,1 pazienti contro uno standard indicato come ottimale di non più di 6. Studi europei indicano che ogni paziente aggiuntivo per infermiere è associato a un aumento del 7% della mortalità a 30 giorni in ospedale.

Tra le azioni per ridurre il burnout e migliorare il benessere, gli infermieri coinvolti nello studio hanno indicato l’aumento dei livelli di organico infermieristico, permettere agli operatori sanitari di lavorare al massimo delle loro competenze professionali, migliorare la comunicazione del team.

Un cambio di passo dunque che non può che partire dalle organizzazioni e dalla leadership, come peraltro sottolineato in una recente conferenza internazionale sigma Alpha Alpha Beta tenuta a Genova sul tema “Valorizzare gli infermieri e migliorare l’assistenza: focus sul benessere degli infermieri e degli assistiti”.

Una cultura sanitaria empatica e sostenibile valorizza la persona e rende l’ospedale un luogo promotore di salute per chi cura e chi viene curato

«Il benessere organizzativo è un concetto fondamentale per creare un ambiente favorevole; le Direzioni Infermieristiche devono oggi necessariamente mettere in campo azioni atte a promuovere il benessere all’interno delle organizzazioni sanitarie. Dalla promozione di una cultura inclusiva, alla sperimentazione di forme di valorizzazione delle competenze come opportunità di crescita, ai percorsi di inserimento e accoglienza fino al coinvolgimento dei “talenti” come potenziale ed espressione di creatività e innovazione. Su questo abbiamo scelto di investire certi del fatto che caratteristiche quali adattabilità, collaborazione, impegno e motivazione dei giovani talenti rappresentino una delle sfide per il futuro» – afferma Monica Chiti, Direttore Professioni sanitarie, Ospedale di Prato, Dipartimento Infermieristico ed Ostetrico ASL Toscana Centro.

Sulla leadership pone invece l’accento Graziella Costamagna, Direttore Struttura Complessa, Direzione Professioni Sanitarie, Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, sottolineando come gli studi scientifici dimostrano con chiarezza che lo stile di leadership è un fattore predittivo degli esiti sul paziente sensibili all’assistenza infermieristica determinando il benessere degli infermieri e la qualità dell’assistenza alla persona. «La vision, – sostiene Costamagna – le strategie e le azioni di una leadership infermieristica matura nell’implementazione di modelli innovativi e di personalizzazione delle cure è dimostrato avere un ruolo chiave nei contesti socio-sanitari per un uso efficiente delle risorse, per sostenere il ruolo infermieristico e migliorare l’intention to leave e garantire sicurezza alle cure. I leader a livello organizzativo devono raccogliere la sfida e creare le migliori condizioni possibili affinché gli infermieri possano tornare all’essenza dell’infermieristica e garantire un’assistenza che li fa star bene nella relazione con le persone assistite e restituisce valore all’apporto infermieristico nel percorso complessivo ed interdisciplinare di cura».

Lo stile di leadership è un fattore predittivo degli esiti sul paziente sensibili all’assistenza infermieristica determinando il benessere degli infermieri e la qualità dell’assistenza alla persona

Ancora, come sostiene Franco Piu, Direttore delle Professioni Sanitarie, ASL 5 Spezzino, è necessario puntare sull’adeguamento degli staffing e sull’implementazione di nuovi modelli organizzativi non solo per garantire una migliore qualità dell’assistenza, ma anche per cercare di ridurre lo stress e migliorare il benessere dei professionisti. «In questa direzione – sottolinea Piu – i riscontri positivi ricevuti dalle persone assistite e dai loro famigliari, che si sentono più accuditi e “coccolati” dal personale, sono certamente segnali che incoraggiano a proseguire su questa strada».

E lo confermano le associazioni dei pazienti, che ritengono irrinunciabile l’alleanza e la sinergia con gli infermieri, tanto che organizzazioni come il Comitato Assistenza Malati dell’Ingegnere A. Perioli, associazione che opera sul territorio spezzino dal 1981, ha istituito borse di studio per infermieri per l’acquisizione di maggiore professionalità per la sicurezza e la qualità delle cure dei pazienti.

Come sottoscritto nella Carta di Udine “Stati Generali Itineranti per l’umanizzazione delle cure e il benessere organizzativo”, pubblicata il 30 novembre scorso, il benessere organizzativo configura la capacità di un’organizzazione di mantenere il benessere fisico, sociale, di tutti i professionisti che operano al suo interno. Una cultura sanitaria empatica e sostenibile valorizza la persona e rende l’ospedale un luogo promotore di salute per chi cura e chi viene curato.

Un diritto che cura: il ponte verso la salute per chi è senza fissa dimora

L’approvazione all’unanimità alla Camera della Legge 176/2024, voluta fortemente dal Partito Democratico, a prima firma di Marco Furfaro, segna una svolta storica. La nuova legge, che riconosce il diritto all’assistenza sanitaria alle persone senza dimora, prive della residenza anagrafica sul territorio nazionale o all’estero, che soggiornano regolarmente nel territorio italiano, colma una lacuna che, per troppo tempo, ha escluso migliaia di cittadini dai servizi sanitari di base. Categorie fragili come padri di famiglia separati, donne vittime di violenza e persone che hanno perso lavoro e casa, costringendoli a ricorrere al Pronto Soccorso anche per situazioni non urgenti.

La nuova legge permette l’iscrizione nelle liste degli assistiti delle aziende sanitarie locali, la possibilità di scegliere un medico di medicina generale o un pediatra e l’accesso alle prestazioni sanitarie essenziali. Per rendere operativo questo diritto è prevista la sperimentazione di un programma pilota, finanziato con 1 milione di euro per gli anni 2025 e 2026. I fondi saranno distribuiti su base regionale e assegnati tramite un decreto del Ministro della Salute, in collaborazione con il Ministro dell’Economia e delle Finanze.

La Legge 176/2004 restituisce il diritto alla salute a oltre 96.000 persone, di cui il 62% di nazionalità italiana, finora escluse dall’assistenza sanitaria perché senza fissa dimora

Un aspetto fondamentale sarà il monitoraggio periodico: sarà verificata la spesa sostenuta, le criticità incontrate nell’attuazione della legge e i costi effettivi del programma, per garantire che le risorse siano impiegate in modo efficace e che l’obiettivo di inclusione sanitaria sia raggiunto. La sperimentazione della legge, con avvio nel 2025, proseguirà fino al 2026 in 14 città metropolitane italiane: Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia.

A TrendSanità ne parlano Carlo Curatola, membro dell’esecutivo nazionale FIMMG, e Marco Furfaro, primo firmatario della legge.

Una legge in linea con la Costituzione

La nuova normativa si allinea perfettamente ai principi sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione italiana: il diritto all’uguaglianza e il diritto alla salute. Come dichiara a TrendSanità Carlo Curatola, membro dell’esecutivo nazionale FIMMG, «la norma conferma l’importanza del ruolo dei medici di medicina generale nella gestione delle persone fragili, costrette a ricorrere direttamente e tardivamente al Pronto Soccorso per qualsiasi problema di salute, aggravando situazioni già complesse sia dal punto di vista clinico, sia socioculturale.

La norma conferma l’importanza del ruolo dei medici di medicina generale nella gestione delle persone fragili

Carlo Curatola

Siamo fieri di essere stati indicati anche questa volta come le risorse umane più adeguate alla presa in carico di quelli che oggi finalmente potremo chiamare “assistiti” e che fino ad oggi non avevano la dignità di un’identificazione in tal senso. Soddisfatti anche per l’approvazione trasversale del mondo politico che, di fatto, ha facilitato l’approvazione della norma. Soddisfazione per una norma che conferma l’importanza del ruolo dei medici di medicina generale nella presa in carico della fragilità.

Fragilità che nelle persone senza fissa dimora assume spesso dimensioni disumane, sommando aspetti clinici e socioculturali. Un motivo in più per continuare a chiedere con forza l’atto di indirizzo utile ad aprire le trattative per il nuovo ACN della medicina generale che dovrà armonizzare il dettato normativo anche nell’interesse di questa tipologia di assistiti».

Risponde a TrendSanità Marco Furfaro, deputato PD

Si è concluso l’iter legislativo: la legge è diventata legge dello Stato. Cosa succederà ora?

Marco Furfaro

«È un passo importante, ma ora inizia il vero lavoro. La legge prevede un’implementazione concreta che spetta al governo in collaborazione con gli enti locali e la Conferenza Stato-Regioni. Non è sicuramente una norma di attuazione automatica. Dal 1° gennaio, infatti, ha avuto avvio la fase di sperimentazione, che poi si estenderà su tutto il territorio nazionale.

Questa norma è fondamentale perché permette alle persone senza dimora di iscriversi all’ASL competente nel territorio dove si trovano abitualmente, ottenendo così l’accesso al medico di base. Parliamo di decine di migliaia di persone, suddivise principalmente in due categorie».

Quali sono?

«La prima è quella più semplice, nel senso è più facile il raggiungimento del diritto. Penso a chi è finito improvvisamente in povertà, magari un genitore che, dopo un divorzio, si ritrova a vivere in macchina o ospite da amici. In questi casi, pur non avendo una residenza fissa, queste persone riescono più facilmente ad accedere ai servizi e a scegliere il medico di base, hanno gli strumenti per farlo.

Il secondo gruppo è più complesso. Sono persone senza dimora per svariati motivi, magari partono da una situazione di povertà, ma col tempo si trovano a dover affrontare difficoltà fisiche, psicologiche e sociali che aggravano la loro condizione. Spesso sono diffidenti nei confronti delle istituzioni e più difficili da raggiungere».

Come si supera questo ostacolo?

«È qui che entra in gioco la collaborazione tra enti locali e terzo settore. Gli enti locali hanno una conoscenza diretta dei casi, ma non è sufficiente inviare una mail o una comunicazione. C’è una difficoltà nel trasmettere un’informazione, di stabilire un rapporto».

E per quanto riguarda i migranti?

«Per i migranti il discorso si complica. I migranti regolari, con permesso di soggiorno e una situazione di integrazione stabile, possono accedere ai servizi sanitari senza particolari problemi. Ci sono poi migranti che hanno bisogno di una mediazione culturale e sociale e, ancora una volta, il terzo settore è fondamentale per colmare queste distanze.

Serve un contatto umano, un ponte di fiducia. È bene partire da ciò che già c’è e funziona, cioè le associazioni di volontariato, che svolgeranno un ruolo determinante per accompagnare le persone verso il loro diritto all’assistenza sanitaria

Il problema maggiore riguarda i migranti irregolari. Per loro, l’accesso al medico di base è precluso, non per la legge in sé, ma per la loro condizione di irregolarità, che andrebbe sanata. Sono persone le cui uniche alternative spesso sono il lavoro nero o situazioni ancora più gravi, come la criminalità. Non si tratta solo di un dramma umano, ma di una condizione che ha costi molto elevati anche per il sistema sanitario, perché l’unico punto d’accesso diventa il Pronto Soccorso».

Com’è stato il dialogo in Parlamento per far approvare questa legge?

«È una battaglia che portiamo avanti da tanti anni, indipendentemente dai colori dei governi, ma che aveva una spinta importante anche da parte delle associazioni di volontariato. La prima legge è nata in Emilia-Romagna, grazie ad Antonio Mumolo, presidente di Avvocati di Strada, per riconoscere il diritto alla salute e il medico di base anche a coloro privi di fissa dimora. Una legge simile è stata poi varata in Puglia e altre Regioni hanno iniziato a parlarne, perché si tratta di un problema trasversale, sotto gli occhi di tutti.

Quando abbiamo deciso di portare questa proposta in Parlamento, come PD ho chiesto la priorità su questa legge e ho iniziato un confronto serrato con il governo e la maggioranza. Non è stato facilissimo ma oggettivamente era una legge necessaria, che affronta anche un problema di giustizia sociale e che aiuta a risolvere il problema dei Pronto Soccorso ingolfati.

Non è ovviamente mancato il sostegno di realtà importanti come Caritas, Comunità di Sant’Egidio, del mondo associativo ma anche della Federazione degli Ordini dei Medici e dei Chirurghi».

Da una parte avevamo il mondo della sanità, dall’altra quello del volontariato. Insieme, queste forze sono state decisive

Quali sono i rischi e le criticità che intravede?

«Ci sono sicuramente delle difficoltà. La legge è fatta e va bene, dopodiché serve che le istituzioni la implementino, la rendano operativa. Noi saremo lì a vigilare ma ciò che mi rincuora è la Conferenza Stato-Regioni che aprirà un dialogo con il governo. Le Regioni, avendo una maggiore prossimità e conoscenza del territorio, troveranno il modo per costruire meccanismi attraverso i quali applicare la legge. Problemi oggettivi ci sono, come la carenza di medici di base, ma non è un buon motivo per non fare la legge, semmai per aumentare il numero dei medici.

Non credo poi che ciò influenzerà più di tanto l’applicazione della legge per due motivi. Primo perché la sperimentazione partirà dalle aree metropolitane dove è concentrata la maggior parte delle persone senza fissa dimora. La seconda è che la penuria di medici di base è un problema che caratterizza più le aree interne e rurali ma dove è anche ridotta la presenza dei senza fissa dimora.

Se questa legge funzionerà, sarà una misura di prevenzione che alleggerirà il peso sui Pronto Soccorso e ridurrà i costi sanitari

Una criticità che intravedo, invece, è il rischio che tutto sia scaricato sul terzo settore, soprattutto nei casi più complessi. E laddove ci sono delle reti associative efficienti, i problemi si affrontano e risolvono, ma dove non ci sono, il rischio che le persone siano lasciate a se stesse è reale.

Infine, c’è un altro aspetto da considerare: se questa legge funzionerà, sarà una misura di prevenzione che alleggerirà il peso sui Pronto Soccorso e ridurrà i costi sanitari. Non risolverà tutti i problemi, ma potrà essere un miglioramento per tante persone e per lo Stato stesso».

Robert F. Kennedy Jr e il futuro della sanità USA, tra scetticismo vaccinale e sfide politiche

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Robert F. Kennedy Jr

Manca meno di un mese al cambio di inquilino alla Casa Bianca e le tensioni politiche non accennano a diminuire. A partire dalla proposta del presidente eletto Donald Trump di affidare l’amministrazione di salute e dintorni a Robert F. Kennedy Jr, nipote del più famoso zio-presidente Usa assassinato a Dallas nel 1963. Anche se questo nome, così come quello di tutta la squadra di governo eccetto il Segretario di Stato, non è ancora certo ma dovrà essere confermato dal Senato americano, il dibattito politico è già entrato nel vivo. Perché il nome Kennedy porta con sé un trascorso ideologico alquanto discutibile. Quantomeno divisivo dell’opinione pubblica, e non solo. Le preoccupazioni riguardano le sue posizioni scettiche sui vaccini, inclusi i controversi commenti sul legame tra vaccini e autismo – peraltro non suffragati da evidenze scientifiche, e la sua intenzione di rivedere i legami tra l’industria farmaceutica e le agenzie regolatorie.

Critiche dalla comunità scientifica

La possibilità che Kennedy Jr.  possa fungere da ministro della salute negli Stati Uniti ha generato una forte opposizione anche tra gli scienziati di tutto il mondo. È di poche settimane fa la lettera firmata da 75 Premi Nobel che sottolinea i rischi di questa nomina, in particolare per il potenziale impatto sulla fiducia pubblica nelle vaccinazioni.

La possibilità che Kennedy Jr.  possa fungere da ministro della Salute negli Stati Uniti ha generato una forte opposizione anche tra gli scienziati di tutto il mondo

Kennedy infatti, reiterando la richiesta presentata nel 2002, per tramite del suo legale di fiducia Aaron Siri ha chiesto alla FDA (Food And Drug Administration) di rivedere l’approvazione del vaccino antipolio. L’obiettivo sarebbe la revoca della sua commercializzazione o, quantomeno, quella dell’obbligatorietà di questa vaccinazione demandando ai cittadini la scelta di sottoporsi o meno all’immunizzazione. Il tutto orchestrato sotto l’egida di una “operazione trasparenza” nei confronti del popolo americano. Una mossa che, quindi, ha più il sapore politico che non sanitario.

Monta così il dibattito istituzional-politico. A partire dalla messa in allarme di senatori come Mitch McConnell, sopravvissuto alla polio. I dati mostrano l’importanza del vaccino anti-polio: grazie a esso, la trasmissione della malattia è stata eliminata negli Stati Uniti dal 1979, con oltre il 93% della popolazione vaccinata. Tuttavia, un caso isolato di paralisi nel 2022 in una comunità con basso tasso di vaccinazione ha dimostrato che la poliomielite rimane una minaccia laddove la copertura vaccinale sia insufficiente.

Commenta Massimo Ciccozzi, epidemiologo e biostatistico del Campus Biomedico di Roma: «I vaccini, dopo l’acqua potabile, sono la cosa che ha salvato più vite umane. Togliere quello contro la poliomielite sarebbe un grave errore e sarebbe decisivo per riavere il problema della polio nei nuovi nati. Se una cosa funziona perché eliminarla? La polio è un virus che disabilita o uccide specialmente i giovani: perché rischiare questo? Che beneficio si trarrebbe dall’eliminazione di questa vaccinazione, visto che non ci sono gravi effetti collaterali? Non sarebbe meglio concentrarsi su altre riforme?»

L’incertezza politica del nome di Kennedy Jr.

Certo, il nome di Kennedy dovrà essere confermato dal Senato. E con i 53 seggi repubblicani ciò non dovrebbe essere un problema. O forse no. Giacché lo stesso Kennedy ha ritenuto di dover incontrare proprio i senatori repubblicani assicurando loro di essere “favorevole al vaccino antipolio”, cercando di allontanare i timori relativi al suo passato di scetticismo vaccinale. Dimostrando così una non tanto celata contraddizione di vedute. Senatori repubblicani come Lisa Murkowski e Thom Tillis hanno chiesto chiarimenti sul suo approccio ai vaccini, ritenendo fondamentale salvaguardare l’accesso e la fiducia nei programmi vaccinali. E mentre alcuni senatori come Rick Scott apprezzano la sua enfasi sulla trasparenza, altri, come John Thune, chiedono spiegazioni approfondite e temono le conseguenze delle sue posizioni antiscientifiche.

Molti interrogativi rimangono comunque irrisolti. E ancor di più fanno discutere i nomi delle figure che potrebbero ricoprire importanti cariche ai vertici delle istituzioni sanitarie a stelle e strisce. Come l’ipotesi della candidatura di Mehmet Oz, meglio noto come il televisivo “Dr. Oz” che ha spesso preso posizioni mediche non convenzionali, per i Centers for Medicare and Medicaid Services.

Oltre alle posizioni sui vaccini, suscitano perplessità alcune dichiarazioni di Kennedy sui rapporti tra FDA e industrie del farmaco

A lasciare perplessi gli esperti di politiche sanitarie sono anche le dichiarazioni rilasciate da Kennedy sulle relazioni finanziarie tra FDA e le industrie del farmaco. Puntando su maggiore trasparenza, il Segretario alla Salute in pectore vorrebbe interrompere tutti questi tipi di relazione, ma gli esperti temono che questo possa rallentare l’approvazione di farmaci vitali. E, più concretamente, avere riflessi nefasti sugli investimenti nel campo delle scienze della vita e della farmaceutica.

Commenta Vincenzo Salvatore, professore di diritto dell’Unione europea e International Trade Law presso l’Università degli Studi dell’Insubria: «In effetti un esponente repubblicano che esprime posizioni sfavorevoli al comparto industriale, e in particolare a quello della salute e farmaceutico che vede una gran parte delle corporation di casa madre americana, suona perlomeno strano. Da un punto di osservazione esterno pare quasi esserci una dicotomia interna al personaggio: da un lato radicate convinzioni personali antivaccinali e la reale volontà di rendere più trasparente il settore farmaceutico», più volte oggetto di inchieste e indagini, «dall’altro la consapevolezza di dover agire secondo l’area politica di appartenenza».

Ripercussioni economiche e la minaccia Oms-Exit

Di fatto, però, le dichiarazioni anti-vaccinazioni, così come quelle che relative alla necessità di ridurre le prescrizioni di farmaci per contenere la spesa sanitaria americana, e le incertezze sulla sua nomina hanno già avuto conseguenze economiche: titoli di aziende farmaceutiche come Moderna hanno subito cali significativi, riflettendo i timori per un potenziale rallentamento delle approvazioni regolatorie. Al contempo, le dichiarazioni di Trump su “indagini scientifiche sull’autismo” rischiano di alimentare ulteriori divisioni su un tema già delicato.

Se confermato, Kennedy dovrà bilanciare le sue convinzioni personali con la necessità di governare un sistema sanitario complesso. La sua nomina rappresenta una prova per il futuro della sanità americana e per la fiducia del pubblico nelle istituzioni.

Se confermato, Kennedy dovrà bilanciare le sue convinzioni personali con la necessità di governare un sistema sanitario complesso

E intanto il quadro si complica. Il suo comandante in capo Donald Trump ha dichiarato l’intenzione di far uscire gli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Che si tratti di una butade Tycoon-style o meno è una mossa degna di essere monitorata: come la storia insegna, quando si spara alto lo si fa per poi ottenere comunque un risultato di portata più modesta che va, però, in quella stessa direzione.

La medicina generale deve tornare ad essere attrattiva in tutta Europa

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato l’allarme: l’Europa si trova di fronte a una carenza di operatori sanitari e sociali, che si prevede raggiungerà 1,6 milioni entro il 2024 e 4 milioni entro il 2030.

Secondo le stime dell’OMS, la crisi incombente comprende un deficit di 600.000 medici, 2,3 milioni di infermieri e 1,1 milioni di operatori sociali e assistenziali se non si interviene con urgenza per invertire la tendenza.

Quando pensiamo ai medici, ci immaginiamo quelli degli ospedali, ma i medici di medicina generale (MMG) devono affrontare sfide simili nel loro ruolo.

«La sfida principale in questo momento è il reclutamento e il mantenimento degli operatori sanitari. Nel caso dei medici di base, in Europa anche i Paesi che hanno ottime condizioni di lavoro e un’ottima retribuzione sono alle prese con la carenza di personale». Tiago Villanueva è presidente dell’UEMO, l’Unione Europea dei Medici di Medicina Generale e di Famiglia. Si tratta di un’organizzazione senza scopo di lucro che riunisce le organizzazioni nazionali, non governative e indipendenti più rappresentative dei medici di base in Europa.

Tiago Villanueva

Villanueva ha raccolto alcuni dati recenti intervistando i membri dell’associazione: «In Romania servono almeno 2.000 medici di base, in Spagna circa 5.000, nel Regno Unito ne servono circa 70.000 e ne hanno 43.000. È abbastanza incredibile che anche in Norvegia ci siano 160.000 pazienti senza medico di base e la Norvegia è un paese piccolo, quindi 160.000 persone sono un numero considerevole». E ancora: «L’Irlanda ha bisogno di 1.400-1.600 medici di base; l’anno prossimo in Italia mancheranno circa 4.000 medici di base; almeno 500 medici di base in Croazia. Anche in Islanda, un Paese minuscolo, servono 200 medici di base. In Macedonia del Nord ci sono attualmente 1.200 MMG, ma il 30% di loro ha più di 65 anni e i giovani medici lavorano in questo ruolo solo per due o tre anni, dopodiché passano ad altre specializzazioni o si trasferiscono in altri Paesi per avere uno stipendio e un futuro migliori».

Anche in Finlandia servono 1.000 medici di base e in Svezia circa 5.000. «E la lista continua», dice Villanueva a TrendSanità.

Ripensare la professione

«Direi che la situazione è preferibile nell’Europa settentrionale, dove le condizioni di lavoro e la retribuzione sono migliori. Tuttavia, se fosse un problema di retribuzione, l’avremmo già risolto. Non si tratta solo di questo. È anche una questione di attrattiva della carriera».

Per Villanueva «i medici di base sono ancora una specialità molto orientata al paziente, dove quasi il 100% del tempo è dedicato alla cura del paziente. Penso che sia necessario rendere più attraente la possibilità di avere tempo per altre attività, come quelle non cliniche: attività accademiche, ricerca, insegnamento. È importante rendere l’intero pacchetto appetibile, non solo l’assistenza clinica. Qualsiasi medico di base sa che quando si inizia la giornata si comincia con il primo paziente e si prosegue senza sosta fino all’ultimo, spesso senza avere nemmeno il tempo di mangiare o di andare in bagno. È un lavoro molto duro. In ospedale c’è una dinamica diversa perché si lavora in team. Penso che dobbiamo ripensare a come rendere la professione attraente per gli studenti di medicina e i giovani medici e non credo che stiamo facendo un buon lavoro».

Anche i luoghi che offrono condizioni più interessanti hanno una carenza di medici di base: «Per esempio, nel sud della Francia, se vai a lavorare in aree remote chiamate deserti sanitari, ti pagano molto bene, ti danno persino incentivi fiscali. Ma anche in questo caso è difficile reclutare medici perché rimangono isolati in un piccolo centro e questo non è positivo per il loro sviluppo professionale».

Differenze tra i Paesi europei

«Qui in Portogallo tendo a venire a conoscenza della carenza di farmaci attraverso i miei pazienti. La segreteria dice che il paziente ha bisogno di una prescrizione ma il suo farmaco è finito: non lo trova in farmacia, bisogna trovare un sostituto. Questo ci mette sotto pressione».

La carenza di medicinali è un problema per tutti i Paesi europei e, sebbene oggi si possa prevedere praticamente tutto, come terremoti e inondazioni, i medici non riescono ad anticipare la carenza di medicinali. 

«Non abbiamo un sistema di allerta per le carenze di farmaci: quando qualcosa non va possiamo solo trovare un modo per mitigare i danni – riflette Villanueva -. Sappiamo che alcuni enti regolatori in alcuni Paesi europei stanno facendo un ottimo lavoro, per esempio l’Irlanda, perché è possibile andare sul sito web dell’agenzia per i medicinali e consultare le carenze, sapere quali farmaci mancano, perché mancano, quando finiranno le carenze. Ma in altri Paesi non c’è questo tipo di infrastruttura informativa». 

La situazione è eterogenea e ogni Paese ha i propri standard: «Le autorità europee non amano dire molto perché la salute è una competenza nazionale degli Stati membri ed è un fatto che alcuni Paesi sono più organizzati di altri». 

La medicina che cambia

«Tra le sfide per il futuro c’è quella delle nuove generazioni: non vogliono lavorare come le precedenti – osserva il presidente dell’UEMO -. Tradizionalmente, negli ultimi 50 anni la medicina è stata più di una professione: è stata una vocazione. Si metteva la professione davanti alla famiglia».

Ma le nuove generazioni non la vedono più così: «Non vogliono lavorare a tempo pieno, vogliono avere tempo per gli amici e la famiglia, chiedono orari di lavoro ragionevoli, non vogliono lavorare di notte e nei weekend. E questa è una sfida perché l’Europa sta diventando sempre più vecchia, la popolazione sta crescendo, ma più si invecchia, più si hanno esigenze sanitarie».

Inoltre, durante la pandemia la maggior parte del lavoro è stato svolto silenziosamente nelle cure primarie, dove i pazienti presentavano sintomi non gravi. «A causa del sovraccarico di lavoro durante il Covid, i medici di base sono stati disillusi dalla professione e credo che le persone si siano sentite frustrate dal fatto di non essere valorizzate dalle autorità e molte persone hanno abbandonato la professione», è l’analisi di Villanueva. 

Sembra che i decisori politici di tutta Europa scelgano sempre le politiche negative invece di quelle positive

L’Associazione Medica Spagnola ha prodotto un’infografica su quelle che definisce politiche positive e politiche negative. Le politiche positive sono cose come gli incentivi finanziari, quelli fiscali, la concessione di alloggi ai medici… Le politiche negative sono cose che sappiamo non funzionare, come il tentativo di aumentare il numero di posti nelle scuole di medicina.

«Si possono immettere nel sistema migliaia e migliaia di studenti in più, ma non funzionerà perché non entreranno negli studi della medicina generale se non la troveranno attraente – ricorda Villanueva -. E purtroppo sembra che i decisori politici di tutta Europa scelgano sempre le politiche negative invece di quelle positive. Le soluzioni sono state individuate, ma non vengono applicate dai decisori, quindi il nostro compito come associazione europea è quello di allertare le autorità europee, la Commissione e il Parlamento su questo genere di cose». A gennaio l’UEMO incontrerà proprio a questo scopo i nuovi rappresentanti della Commissione europea, della DG Sante e del Parlamento europeo.

Sfide per il futuro 

«Continueremo a battere sulla questione del reclutamento e del mantenimento; continueremo a sostenere il riconoscimento della medicina generale e della medicina di famiglia come specialità in Europa, perché nella legislazione europea la medicina generale non è considerata una specialità». Al momento la medicina generale è considerata una qualifica, ma non una specializzazione.

Per le nuove generazioni la medicina non è più una vocazione

Un’altra questione emergente è la sostituzione dei medici di base con altri operatori sanitari. Sta accadendo per esempio nel Regno Unito.

«Ironia della sorte, in un Paese in cui servono quasi 30.000 medici di base nel sistema, molti non riescono a trovare lavoro. È una contraddizione: il governo britannico investe nella formazione di operatori sanitari meno qualificati dei medici. Ma in molti casi sostituiscono i medici nel visitare i pazienti. Non sono infermieri. Non sono medici. Si chiamano Professionisti Medici Associati».

Ma i medici di base sono sostituibili? «Beh, credo che molto di quello che facciamo possa essere delegato, come ad esempio le cose amministrative – ammette Villanueva -. Ma la cura del paziente è qualcosa che deve rimanere al medico, non si possono fare tagli su questo. E non è qualcosa che si può imparare in poco tempo, con un corso. Bisogna frequentare una scuola di medicina, specializzarsi ed essere in grado di fornire uno standard molto elevato di assistenza clinica. Altrimenti si rischia di ottenere risultati negativi».

Sober bar: l’alternativa che salva il fegato, un milione i giovani nel mirino per i danni da binge drinking

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Il momento è decisamente appropriato: le vacanze natalizie offrono l’opportunità di riunirsi con i propri cari, rilassarsi e concedersi piaceri gastronomici. Piccole trasgressioni che, in fin dei conti, fanno sentire meglio. Tuttavia, per alcuni, queste occasioni si accompagnano a un eccessivo consumo di alcol. Negli ultimi anni, i bar senza alcol o sober bar, stanno emergendo come una valida alternativa ai tradizionali luoghi di ritrovo giovanile, offrendo uno spazio sociale alternativo e più sicuro.

Sober bar: la nuova frontiera del divertimento senza rischi

In un contesto in cui i giovani sono abituati a frequentare locali per aperitivi e happy hour, i sober bar si distinguono per la loro offerta esclusivamente analcolica, puntando a promuovere abitudini sobrie e a favorire una socializzazione sana. Sono ambienti ideali anche per famiglie, donne in gravidanza e rappresentano un’interessante rimedio al consumo eccessivo di alcol, grave problema di salute pubblica in Europa.

Gli europei, infatti, sono tra i più grandi consumatori al mondo e questo ha conseguenze molto gravi sulla salute, soprattutto nella fase di crescita tra i 12 e i 24 anni, quando il cervello è particolarmente vulnerabile agli effetti negativi delle sostanze. Niente di nuovo, visto che l’OMS ha da tempo ribadito, in modo inequivocabile, che non esiste un consumo di alcol sicuro.

Un milione di giovani a rischio per i danni da Binge Drinking

I numeri parlano chiaro: nel nostro Paese, circa un milione e trecentomila giovani tra gli 11 e i 24 anni sono considerati consumatori a rischio di alcolismo, con circa 650.000 minorenni. In particolare, i dati sono preoccupanti per le ragazze, in aumento rispetto agli anni precedenti, che risultano più sensibili ai conseguenti effetti dannosi, come riferisce Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità: «Questa sostanza interferisce con il sistema ormonale, aumentando i rischi di patologie gravi, come la formazione di noduli maligni nelle mammelle». E poi, aggiunge: «In generale, il consumo precoce di alcol è particolarmente pericoloso per i giovani, poiché la loro capacità di metabolizzare l’alcol è inferiore rispetto agli adulti, aumentando il rischio di danni cerebrali e fisici».

La percentuale di trapianti legati all’alcol è passata dal 40,9% nel 2023 al 46,8% nel 2024, segno di un fenomeno in costante crescita

In un’epoca in cui si parla sempre più di binge eating e fame emotiva, il binge drinking, l’abbuffata alcolica, non fa eccezione. «Un fenomeno pericoloso che sta mettendo a dura prova il fegato e causando un aumento dei trapianti», afferma il Professor Adriano Pellicelli, direttore della UOC Malattie del Fegato dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini. Le conseguenze di questo comportamento, che porta a rischi immediati come la cirrosi epatica, l’insufficienza epatica acuta e il tumore al fegato, sono ben documentate. Inoltre, l’abuso di alcol è legato a un aumento significativo degli incidenti stradali e di altri comportamenti violenti.

Circa il 47% dei trapianti di fegato a causa dell’alcol: l’allarme dell’ospedale San Camillo

L’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma è in prima linea nella lotta contro le malattie epatiche causate dall’abuso di alcol. Nel 2024, circa il 47% dei trapianti di fegato eseguiti nel centro sono stati causati dall’alcol. «Questo dato è allarmante e richiede un intervento urgente a livello nazionale», afferma il professor Pellicelli, sottolineando l’importanza di strategie preventive per ridurre l’incidenza delle malattie epatiche.

Dal 2015, l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini ha registrato un aumento significativo dei trapianti di fegato legati all’alcol. Nel 2023, su 88 trapianti di fegato effettuati, 29 erano dovuti a cirrosi alcolica e 7 a tumori epatici causati dall’abuso di alcol. Nel 2024, il numero di trapianti è salito a 94, con un forte incremento dei casi legati a malattie epatiche indotte dall’alcol. La situazione è definita dal professor Pellicelli una “crisi sanitaria crescente”, che richiede interventi urgenti e mirati in termini di prevenzione, diagnosi precoce e trattamenti tempestivi.

Le iniziative educative e le etichette come strumento di consapevolezza

Per contrastare il pericolo del consumo eccessivo di alcol, alcuni Paesi europei corrono ai ripari. Il Belgio, ad esempio, segue le orme dell’Irlanda e introduce l’obbligo di avvertenze sanitarie sui prodotti alcolici. Pertanto, a partire da gennaio, le bottiglie di vino, birra e superalcolici dovranno riportare etichette che informino sui rischi per la salute legati al consumo di alcol. Questa misura, simile a quella già in vigore per le sigarette, è stata introdotta per proteggere i consumatori, in particolare i più giovani. Malgrado le chiare indicazioni note da tempo, l’obbligo di etichette informative sugli alcolici è ancora una misura adottata da pochi.

Sulle etichette l’Italia si è schierata contro questa iniziativa, temendo ripercussioni negative sulle esportazioni e sulla reputazione del vino italiano

L’Italia, rappresentante di un’importante industria vinicola, si è schierata contro questa iniziativa, temendo ripercussioni negative sulle esportazioni e sulla reputazione del vino italiano. «Per arrivare a una cultura di questo tipo bisogna sorpassare le diciture deboli come “bevi responsabilmente”, perché è opportuno che le etichette parlino», sottolinea Scafato. Il vino si prepara quindi a indossare l’etichetta con le avvertenze sanitarie? Intanto, Scafato si domanda: «Se all’estero siamo obbligati a informare i consumatori sui rischi legati all’alcol, perché non farlo anche nel nostro Paese? Il diritto di sapere cosa si sta consumando è un principio fondamentale che dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dal mercato di riferimento».

Il difficile equilibrio tra sostenibilità e competitività: una sfida europea

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Tra i documenti più rilevanti presentati nel corso dell’anno ormai al termine, spicca il rapporto sulla competitività europea redatto da Mario Draghi, destinato a lasciare un segno profondo negli anni a venire.

Il settore farmaceutico occupa una posizione centrale nell’analisi, con l’indicazione di riformare il quadro normativo europeo. L’obiettivo? Stimolare l’innovazione, attrarre investimenti strategici e garantire ai cittadini accesso equo e tempestivo alle cure. Un messaggio che punta a ridefinire le priorità del continente in un momento cruciale per la sua competitività globale.

Tra le criticità evidenziate nel documento spicca il GDPR, il Regolamento europeo per la protezione dei dati personali, la cui applicazione disomogenea genera incertezza sull’uso legittimo dei dati sanitari. Questa frammentazione normativa ostacola lo sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale, limitandone l’efficacia nel settore medico e farmaceutico, e rallenta il progresso tecnologico in un ambito determinante per la salute pubblica.

Non tutti i paesi dell’Unione, poi, hanno adeguato la normativa permettendo l’uso secondario dei dati sanitari per scopi di ricerca scientifica.

Marcello Cattani

«Bisogna agire sulla legislazione farmaceutica che voleva inizialmente accorciare la proprietà intellettuale, quindi rendere più difficile fare investimenti in ricerca di base, in ricerca clinica in Europa, andando a invertirla – ribadisce il Presidente di Farmindustria Marcello Cattani a TrendSanità –. L’auspicio è che i due documenti – il report di Enrico Letta e quello di Mario Draghi – che segnano il passo rispetto alla priorità strategica dell’industria farmaceutica e della ricerca e sviluppo diventino la base di lavoro non più procrastinabile per la nuova Commissione e il nuovo Parlamento».
L’industria chiede una legislazione più forte, che allunghi la proprietà intellettuale per rendere più attrattiva l’Europa per quanto riguarda gli investimenti, la ricerca e la produzione farmaceutica. «In questo modo si potranno garantire più certezze di salute e farmaci ai cittadini europei», prosegue Cattani.

Il documento auspica infine una maggiore collaborazione tra istituzioni pubbliche e private per rafforzare la resilienza del settore.

Complessivamente, il report richiede un’accelerazione importante in un momento di grande trasformazione a livello europeo, con le nuove istituzioni che stanno costruendo i prossimi cinque anni e alle porte l’approvazione della più importante riforma farmaceutica a livello comunitario a distanza di due decenni dalla precedente.

Favorire una maggiore indipendenza produttiva dell’Europa

Marcello Gemmato
Marcello Gemmato

«Nel Rapporto Draghi emerge quanto il settore farmaceutico sia cruciale per la salute pubblica e per l’innovazione tecnologica e industriale – ricorda a TrendSanità il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato –. Sono considerazioni che questo Governo ha fatto sue fin dal primo giorno di mandato; non è un caso che uno dei primi tavoli tecnici che ho voluto insediare al Ministero della Salute sia stato quello sull’approvvigionamento dei farmaci, al quale si è affiancato quello interministeriale con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sul biomedicale. L’obiettivo è individuare soluzioni per favorire una maggiore indipendenza produttiva dell’Europa di medicinali e principi attivi e per continuare ad essere attrattivi per il comparto».

E proprio per allinearsi con quanto contenuto nell’analisi e semplificare gli aspetti regolatori della ricerca sanitaria, «fra i primi provvedimenti del Ministro Schillaci c’è stata la firma di quattro decreti sulle sperimentazioni cliniche per snellire le procedure amministrative e favorire una minore burocrazia, senza però rinunciare al necessario rigore scientifico», prosegue il Sottosegretario, citando anche il tema della Zona Economica Speciale (ZES) del Mezzogiorno, introdotta come opportunità per le imprese di beneficiare di un’autorizzazione unica e di crediti di imposta per chi decide di investire al Sud.

Necessaria un’azione congiunta


L’invito di Marcello Cattani è a fare sistema: «Ci sono spinte nazionalistiche e capacità diverse di essere attrattivi e competitivi rispetto agli investimenti esteri e credo che i Governi dovrebbero fare un’azione congiunta, rafforzando il framework degli investimenti e dell’attrattività europea per mitigare e andare ad ammorbidire questi effetti di singoli nazionalismi che sono una strategia presente ma miope rispetto a un quadro più ampio che deve essere il rafforzamento dell’Europa, nell’attrarre investimenti nell’industria farmaceutica e stimolare la crescita della propria industria farmaceutica che fa ricerca scientifica, tecnologica e industriale; non solo farmaci innovativi ma tutti i farmaci che in condizioni così difficili possono andare in stato di carenza, e poi non ci dobbiamo lamentare se questo succede». 

Per la prima volta, l’Italia fa il suo ingresso a livello internazionale nel sistema strutturale di incentivi per favorire lo sviluppo di nuovi antibiotici

Tra le indicazioni pratiche, si parla di sbloccare investimenti pubblici e privati tramite incentivi fiscali. È possibile farlo nel nostro Paese? «Riporto un esempio pratico e attuale richiamando quanto abbiamo discusso nel corso dell’evento conclusivo del G7 Salute che si è svolto a Bari sul tema dell’antibiotico-resistenza – afferma Gemmato –. Insieme ai Grandi della Terra, i Paesi ospiti e le organizzazioni internazionali abbiamo commentato le iniziative dell’Italia nel contesto degli incentivi push and pull alla ricerca e all’industria farmaceutica. Per la prima volta, infatti, l’Italia fa il suo ingresso a livello internazionale nel sistema strutturale di incentivi per favorire lo sviluppo di nuovi antibiotici, attraverso 21 milioni di euro annunciati dal Ministro Giorgetti per il finanziamento della partnership globale no profit CarbX. In questo modo promuoviamo gli incentivi push per incoraggiare gli investitori privati ad allocare risorse nella fase di ricerca di nuovi antibatterici».

A questo si aggiungono i 100 milioni di euro del Fondo farmaci innovativi previsti nella Legge di Bilancio 2025, per lo sviluppo di agenti antinfettivi per infezioni da germi multi-resistenti: «Sono misure concrete che puntano a stimolare lo sviluppo di medicinali per una criticità che da qui al 2050 sarà sempre più sentita a livello mondiale».

La sostenibilità della sanità pubblica

E proprio la Legge di Bilancio è di attualità nelle ultime settimane: assunzioni, formazione e investimenti non sembrano all’altezza di quanto promesso qualche mese fa e gli operatori sanitari lamentano la mancanza di soluzioni concrete a problemi strutturali.

Prevenzione, digitalizzazione, presa in carico multidisciplinare e approccio personalizzato sono al centro della discussione sulla Manovra per quanto riguarda la sanità

«Come ho avuto modo di commentare in occasione dello sciopero indetto nelle passate settimane da alcune sigle sindacali di medici e infermieri, la protesta è sacrosanta e riconosciuta dalla nostra Costituzione ed è senz’altro di stimolo per noi tutti a fare meglio – chiosa Gemmato -. Mi chiedo, tuttavia, come mai queste stesse rimostranze non siano state manifestate negli anni passati, quando sotto la guida degli esecutivi di centro sinistra venivano effettivamente applicati tagli lineari al Fondo Sanitario Nazionale che hanno generato le criticità che adesso noi stiamo cercando di sanare. Con uno sguardo programmatico e di lungo respiro, ci stiamo concentrando a rendere più performante e soprattutto coerente con le esigenze di salute attuali un Servizio Sanitario Nazionale che a breve compirà ben 46 anni».

Per Gemmato «la sostenibilità della sanità pubblica e il suo miglioramento sono l’obiettivo in cima all’agenda politica; perché oggi ci troviamo a dover conciliare il progressivo invecchiamento della popolazione e l’incidenza sempre maggiore delle cronicità con la necessità di continuare a garantire l’universalismo delle cure e l’omogeneità del loro accesso in tutto il territorio nazionale. Le leve strategiche su cui intervenire sono dunque la prevenzione, per una gestione del paziente più tempestiva e che eviti il conclamarsi delle patologie; unita alla digitalizzazione della sanità, che consente già di colmare i gap di distanza fisica tra medico e paziente e di applicare un modello di presa in carico del cittadino multidisciplinare, personalizzato e che tenga sempre il cittadino al centro».

Esiti della riunione CIPESS del 19 dicembre 2024: riparto del FSN 2024

Si è tenuta questo pomeriggio a Palazzo Chigi la riunione del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS) che ha approvato il riparto fra le Regioni e le Province Autonome delle disponibilità finanziarie per il Servizio Sanitario Nazionale nell’anno 2024, su cui è stata sancita intesa in Conferenza Stato-Regioni lo scorso 28 novembre. Presenti alla conferenza stampa il Sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, e il Sottosegretario di Stato, con delega al CIPESS, Alessandro Morelli.

«Il 2024 vede un significativo incremento delle risorse destinate al SSN, con un importo di oltre 134 miliardi di euro e un delta positivo rispetto al 2023 di 5 miliardi e 140 milioni di euro – commenta in apertura il Sottosegretario Gemmato – È l’investimento in sanità pubblica più alto di sempre grazie agli incrementi previsti con le Leggi di Bilancio 2023 e 2024, e soprattutto conferma il trend di crescita del finanziamento al fondo sanitario nazionale mantenuto dal Governo Meloni. La manovra 2025, infatti, prevede un incremento di oltre 2,5 miliardi di euro e ulteriori 4 miliardi nel 2026».

«Per il secondo anno vengono applicati i nuovi criteri di riparto del FSN, approvati nel dicembre del 2022 in linea con le richieste delle Regioni, che ne auspicavano la revisione dal 2015 – continua Gemmato – Se lo scorso anno le Regioni del centro-sud avevano beneficiato di un incremento di risorse pari a 220 milioni di euro, quest’anno possono contare su 236 milioni di euro, un totale di 456 milioni di euro nel biennio 2023-2024 a sostegno di quei territori in cui il cosiddetto coefficiente di deprivazione è maggiore».

I nuovi criteri tengono conto, infatti, oltre che della popolazione residente e della frequenza dei consumi sanitari per età, anche del tasso di mortalità della popolazione con età inferiore a 75 anni e degli indicatori utilizzati per definire particolari situazioni territoriali che impattano sui bisogni sanitari (vale a dire l’incidenza della povertà relativa individuale, il livello di bassa scolarizzazione e il tasso di disoccupazione della popolazione).

Molte delle risorse allocate del fondo sanitario nazionale 2024, poi, sono destinate alla valorizzazione del personale sanitario: 500 milioni di euro per finanziare l’incremento dell’indennità di esclusività della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria; 335 milioni di euro per finanziare l’incremento dell’indennità di specificità infermieristica; quasi 300 milioni di euro totali che vanno a coprire l’indennità di pronto soccorso per la dirigenza medica e per il personale del comparto sanità.

Oltre 500 milioni di euro vanno al recupero delle liste d’attesa dei quali circa 200 milioni per finanziare gli incrementi delle tariffe orarie delle prestazioni aggiuntive svolte dal personale medico e circa 80 milioni per gli incrementi delle tariffe orarie delle prestazioni aggiuntive svolte dal personale del comparto sanità.

«Sulle liste d’attesa abbiamo investito risorse – dichiara Gemmato – già con le leggi di bilancio 2023 e 2024 veniva data la possibilità alle Regioni di attingere rispettivamente allo 0,3% e 0,4% del FSN per i piani operativi regionali di recupero delle liste d’attesa. Con il decreto Milleproroghe questa possibilità viene estesa a tutto il 2025 e la percentuale sale fino allo 0,7% del FSN».

«Vorrei inoltre evidenziare, perché tema a me caro – prosegue il Sottosegretario Gemmato – che, nell’ambito della ripartizione delle quote vincolate agli obiettivi del Piano Sanitario Nazionale, figurano anche quest’anno 25 milioni di euro per il finanziamento delle attività del Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026 e per il riordino della Rete nazionale delle malattie rare».

Sempre nell’ambito delle risorse vincolate alla realizzazione degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale, rientrano 40 milioni di euro (dei 120 totali) per finanziare il Piano Nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza 2022-2025 (PNCAR); 328,3 milioni di euro per lo sviluppo dell’assistenza territoriale, in coerenza con il PNRR, che si tradurranno in un potenziamento del personale da impiegare in tale ambito; e 12 milioni di euro per finanziare anche nel 2024 il bonus psicologo.

Nella seduta odierna, il CIPESS ha deliberato anche la ripartizione dei 25,3 milioni di euro destinati alla proroga della sperimentazione della farmacia dei servizi.

«Anche per il 2025 è presente in legge di bilancio un emendamento bipartisan per proporre un finanziamento analogo alla farmacia dei servizi – commenta Gemmato -. È il segno che l’attenzione verso il cittadino e verso la facilitazione del suo accesso alle cure e alle prestazioni sanitarie di cui necessita su tutto il territorio è un obiettivo comune, non dettato da ideologie, ma semplicemente dal valore etico di portare salute e prevenzione il più vicino possibile al paziente, con il supporto di tutti i soggetti che compongono la sanità italiana».