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Falsi medici e deroga emergenziale: i rischi di una normativa prorogata fino al 2027

Il caso del presunto falso medico scoperto recentemente, a Vizzolo Predabissi, in provincia di Milano, ha riacceso i riflettori sulla questione della sicurezza e delle verifiche nel sistema sanitario italiano. L’Ordine dei Medici di Milano, tramite il suo Presidente, prende una posizione netta sulla vicenda e solleva preoccupazioni su una normativa emergenziale che rischia di tenere aperte pericolose falle nel sistema.

«Quando scopriamo questi casi, siamo spietati – afferma Roberto Carlo Rossi, Presidente dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Milano. – Ci costituiamo immediatamente parte civile e, se l’imputato è riconosciuto colpevole, non solo deve espiare le sanzioni penali, ma si trova anche a risarcire l’Ordine. È l’unico modo per tutelare i cittadini, perché l’atto medico è una cosa seria».

Quali sono i sistemi di controllo e di verifiche che l’Ordine mette in atto in casi di questo tipo?

«Il sistema di controllo ordinario prevede verifiche rigorose: per iscriversi all’Ordine, prerequisito per esercitare la professione, i medici devono presentare una serie di titoli che, anche quando autocertificati, vengono poi sistematicamente controllati. Per le lauree straniere, l’iter è ancora più severo e richiede l’approvazione del Ministero della Salute. L’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Milano ha addirittura un ufficio legale dedicato, guidato da un avvocato specializzato, che si occupa esclusivamente, del riconoscimento dei titoli esteri».

Roberto Carlo Rossi

I titoli esteri per l’esercizio della professione medica, dall’emergenza Covid-19 ad ora, come vengono gestiti?

«Sul tema dei titoli esteri emerge una criticità preoccupante. Durante l’emergenza da pandemia di Covid-19, è stata introdotta una deroga nazionale che permette alle Regioni di autorizzare l’esercizio temporaneo della professione a medici con titoli stranieri, bypassando le normali procedure di verifica. Una norma forse affrettata, nata dalla paura di non avere abbastanza medici durante la pandemia. Il problema è che questa deroga, invece di essere eliminata con la fine dell’emergenza, è stata prima prorogata fino al 2025 e poi ulteriormente estesa al 31 dicembre 2027. Si tratta di una follia. Non possiamo mai recedere dal requisito della qualità dell’atto medico. Possiamo discutere di condizioni di lavoro migliori, di aumenti salariali per attirare più medici, ma mai transigere sui controlli di qualità. Nel caso specifico di Vizzolo Predabissi, il sospetto è che il presunto falso medico, che millanta una laurea irlandese, possa aver approfittato proprio di queste maglie larghe create dalla deroga. Non si spiegherebbe altrimenti come l’Azienda sanitaria non abbia richiesto l’iscrizione all’Ordine».

«È tempo di tornare indietro su una deroga che, nata come risposta emergenziale, rischia ora di compromettere la sicurezza del sistema sanitario italiano»

Come si tutelano i cittadini da questi fatti?

«Per tutelare i cittadini, ricordo che è possibile verificare l’iscrizione di qualsiasi medico attraverso il sito dell’Ordine provinciale, che viene aggiornato in tempo reale dopo ogni Consiglio. Il database della Federazione Nazionale, seppur con qualche giorno di ritardo, offre un’ulteriore garanzia. Il rapido intervento dei NAS in questo caso dimostra che il sistema di controllo funziona, ma non possiamo permetterci eccezioni. I rischi per i pazienti sono troppo alti: anche un semplice consiglio sbagliato, l’indicazione di non approfondire un sintomo apparentemente banale, può avere conseguenze gravissime».

L’appello al legislatore da parte del Presidente Rossi è chiaro: «È tempo di tornare indietro su una deroga che, nata come risposta emergenziale, rischia ora di compromettere la sicurezza del sistema sanitario italiano».

«Creare l’Istituto Italiano sull’Invecchiamento. Servono ricerca e soluzioni innovative per affrontare l’eccezionale sfida demografica dell’Italia»

Creare l’Istituto Italiano sull’InvecchiamentoI3 per affrontare l’eccezionale sfida demografica dell’Italia e dare al Paese una visione del futuro della popolazione e soluzioni innovative per essere competitivo sullo scenario globale, sostenibile e in salute, inclusivo per tutte le età e con il giusto equilibrio intergenerazionale. 

È questo il senso dell’incontro che si è svolto oggi al Ministero della Salute alla presenza del Ministro, Orazio Schillaci, del Viceministro del lavoro e delle politiche sociali, Maria Teresa Bellucci, di Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente Pontificia Accademia per la Vita e Presidente della Fondazione Età Grande, della Rettrice dell’Università di Firenze, Alessandra Petrucci e di molti esponenti delle istituzioni, dell’università e della ricerca. 

Nonostante la peculiarità demografica e malgrado i traguardi raggiunti negli studi sulla longevità, l’Italia difetta di un centro scientifico di eccellenza sulla ricerca e la raccolta dati, sulla prevenzione e l’invecchiamento attivo, sull’analisi multidisciplinare di soluzioni e il disegno di politiche d’intervento. Francia, Gran Bretagna, Germania, Portogallo, Paesi Bassi e quasi tutti i Paesi europei hanno un’istituzione dedicata. Una nazione giovane come il Canada ne ha fondato uno più di 20 anni fa e quello statunitense, il National Institute on Aging (NIA), è un punto di riferimento per tutti da mezzo secolo. 

«Ci siamo chiesti se fosse possibile partire da un approccio diverso: vedere la trasformazione in atto anche come un’opportunità e non solo come uno scenario negativo e abbiamo pensato di costruire qualcosa che potesse essere un riferimento a livello nazionale e internazionale» ha dichiarato Alessandra Petrucci. A fare da premessa e intelaiatura scientifica alla creazione dell’Istituto Italiano sull’InvecchiamentoIè stato il lavoro portato avanti da Age-It, il programma di ricerca guidato dall’Università di Firenze e finanziato dal PNRR: la più importante ricerca mai fatta in Europa sul futuro della popolazione con più di 800 ricercatori, una rete di oltre 20 atenei che va da Nord a Sud, centri di ricerca, aziende e istituzioni. 

«Ma dobbiamo anche contrastare l’ageismo e dare un senso nuovo agli anni in più che ci sta regalando la scienza. Se gli anziani vengono considerati sostanzialmente inutili, in una società fatta soprattutto di anziani ci rassegniamo all’idea che il futuro del nostro Paese sia inutile. È una prospettiva inaccettabile che va ribaltata», ha spiegato ancora la Rettrice. 

«L’invecchiamento è una tematica cruciale e la creazione di un Istituto Italiano sull’Invecchiamento può contribuire ad affrontare le sfide che abbiamo davanti dovute all’andamento demografico e all’impatto sociale e sanitario che ne deriva. L’invecchiamento attivo è stato uno dei temi portanti del G7 della salute. Il futuro della popolazione italiana al centro anche del lavoro di Age-It è una responsabilità che chiama in causa tutti» ha dichiarato nel suo intervento il Ministro della Salute, Orazio Schillaci. 

«La Riforma in favore delle Persone Anziane, voluta dal Governo Meloni e varata in tempi record, è un testo storico, che ha colmato un vuoto legislativo andando a riconoscere i diritti dei 14 milioni di anziani che vivono in Italia – ha affermato il Viceministro Bellucci –. Oggi, attraverso il Comitato interministeriale per le Politiche in favore della popolazione Anziana (CIPA), di cui sono delegata a presiedere i lavori, come Governo portiamo avanti il nostro impegno per la programmazione di efficaci politiche nazionali in favore dei nostri anziani, con particolare attenzione ai fragili e ai non autosufficienti. L’Italia è infatti la prima Nazione in Europa per popolazione anziana e questo dato di realtà ci spinge a lavorare con determinazione affinché ciascuno possa vivere in modo dignitoso questa preziosa stagione della vita. La sfida demografica, quindi, rimane tra i temi in cima all’agenda del nostro Governo, e certamente la creazione dell’Istituto Italiano sull’Invecchiamento può essere uno strumento efficace per avere una visione del fenomeno più attenta e complessiva». 

Le dieci aree di ricerca

Dieci gruppi di lavoro (SPOKE) con dieci aree di ricerca hanno presentato i risultati dei loro studi e le loro proposte innovative: dalla demografia, che ha analizzato per la prima volta l’impatto della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sulle nascite in Italia anche alla luce dei LEA appena entrati in vigore che prevedono la copertura per numerose prestazioni per la procreazione; all’intelligenza artificiale utilizzata per prevedere i fattori di decadimento cognitivo; dall’impatto dell’inquinamento sulle patologie neurologiche degli anziani alle mutazioni del mercato del lavoro nel Paese con meno giovani in Europa; dalle sperimentazioni terapeutiche per contrastare l’invecchiamento cellulare alle proposte per la sostenibilità del sistema previdenziale; dal ripensamento dell’assistenza ai non autosufficienti, alla formazione dei caregiver e alla tutela della loro condizione psicologica. E poi nuove evidenze in tema di dieta, esercizio fisico, stimolazione cognitiva, socializzazione e controllo dei fattori di rischio vascolari, innovative soluzioni per ripensare case e spazi urbani, un nuovo approccio del mercato che valorizzi la silver economy e l’esordio dell’indice di giustizia intergenerazionale che misura lo sbilanciamento a favore dei diversi gruppi sociali in Italia e nella UE. 

Rapporto OISED, in 5 anni meno strutture e forte carenza del personale nei SerD

In cinque anni, tra il 2018 e il 2023 (ultimo anno i cui dati sono disponibili) il personale dei SerD (i servizi per le dipendenze da sostanze stupefacenti) si è ridotto di -252 unità.

Nei SerD alla riduzione si associa una diminuzione degli utenti presi in carico (-4.125 nei cinque anni), sebbene in aumento nell’ultimo anno (+4.835 utenti), nei servizi di alcologia invece, si registra una riduzione degli utenti in carico sia nel medio periodo (-2.501) che nell’ultimo anno (-604).

Il tasso di personale in rapporto agli utenti in carico per la dipendenza da stupefacenti è circa il 30% in meno rispetto alla dipendenza da alcol (4,7 vs 7,2 ogni 100 utenti in carico rispettivamente). Nel medio periodo il primo ha registrato una riduzione ed il secondo un aumento: -0,2 unità ogni 100 utenti e +0,6 unità ogni 100 utenti rispettivamente.

E per raggiungere gli standard previsti dal DM 77/2022 di applicazione del PNRR per il riordino dell’assistenza territoriale, mancano all’appello 1.929 unità di personale: 261 medici, 215 infermieri, 396 psicologi, 646 educatori professionali, 273 assistenti sociali, 139 amministrativi. Solo quattro Regioni, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Molise, sono allineate agli standard, mentre sono al di sotto tutte le Regioni del Mezzogiorno, tranne la Puglia, tutte quelle del Centro, tranne il Lazio. L’allineamento agli standard consentirebbe di prendere in carico altri 40.000 soggetti (100 in più ogni 4 unità di personale).

In termini economici, la dipendenza da stupefacenti e da alcol, genera un costo (diretto) annuo complessivo di 7,8 miliardi, di cui 6,7 nel primo caso (compresi i poli consumatori) e 1,1 nel secondo.

L’analisi è contenuta nel secondo rapporto OISED (Osservatorio sull’impatto Socio-Economico delle dipendenze, primo Centro Studi e think thank interamente dedicato allo sviluppo di analisi a supporto della governance e la sostenibilità del settore per la cura delle dipendenze), presentato oggi a Roma.

L’Osservatorio è nato da una iniziativa congiunta del Centro di ricerca C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) e di Ce.R.Co (Centro Studi e Ricerche Consumi e Dipendenze) con l’obiettivo di colmare le lacune nelle conoscenze e informazioni sul settore delle dipendenze, e favorire il confronto tra istituzioni e stakeholder.

Contenere gli “esiti del fenomeno”, sottolinea OISED, porta a risparmi per il Paese: per ogni euro investito in termini di presa in carico socio-sanitaria (farmaci, interventi psico-sociali, visite etc.) si stima potrebbero esserne risparmiati 4. Analogamente si stimano molto rilevanti i risparmi ottenibili con gli effetti di una riduzione del ricorso alla detenzione in favore di misure alternative, consentirebbero un risparmio di 45,7 milioni l’anno per ogni punto percentuale di riduzione dei casi “a rischio”.

Ai costi diretti, si affiancano poi 198,8 milioni di costi indiretti associati alle perdite di produttività dovuti ai decessi, agli accessi al pronto soccorso e ai ricoveri, associati alle patologie alcol e droga correlate, generando un costo totale annuo  per il Paese di € 8 miliardi.

Considerando anche il valore, in continuo aumento, delle sostanze stupefacenti, che nel 2023 raggiunge circa 16,2 miliardi, il valore economico annuo del fenomeno per il Paese è di 24,2 miliardi: l’1,2% del PIL italiano.

L’epidemiologia

Dalle elaborazioni condotte basate sulle fonti disponibili dei servizi per le dipendenze, sia pubblici che del privato sociale, la stima 2023 è di circa 235.000 utenti con dipendenza presi in carico: l’83,5% nei servizi pubblici, il 16,5% nel privato sociale. Il 65,9% sono tossicodipendenti (“puri” o con dipendenza da alcol concomitante), il 24,6% alcolisti “puri”, per il 6,4% di utenti con dipendenza da gioco d’azzardo patologico, per il 3,4% da tabagismo e per l’1,3% da altre dipendenze, quali internet, social, sex addiction e così via.

Per le tossicodipendenze prevale la popolazione maschile, che rappresenta l’85,4% dell’utenza per i maschi, il tasso di assistiti è di 392 persone in trattamento ogni 100.000 abitanti, contro le 64 nelle donne.

Per il 90,9% sono italiani, per il 3,2% provenienti dall’Africa Settentrionale e, per il restante 5,9%, provenienti da Paesi americani e asiatici.

L’utenza è in età produttiva: il 54,6% si concentra nella fascia d’età 35-54 anni, il 18,0% in quella 25-34 anni ed il 18,0% in quella 55-64 anni.

Il 60,2% è in trattamento per uso primario di eroina, il 26,0% di cocaina e il 12,0% di cannabinoidi; il restante 1,8% abusa di altre sostanze, quali ipnotici e sedativi, stimolanti, allucinogeni o inalanti volatili.

Il numero dei detenuti tossicodipendenti, a fine 2023, è di 17.405, il 29,0% della popolazione carceraria, in aumento nell’ultimo quinquennio del +2,8 per cento. Il 30,3% dei detenuti è straniero (5.899 detenuti), dato in riduzione nell’ultimo quinquennio del -31,2 per cento.

Per la dipendenza da alcol gli utenti dei servizi sono soprattutto maschi: il rapporto maschi/femmine risulta pari a 3,2.

Il 73,2% ha un’età compresa tra 30 e 59 anni; un terzo della casistica totale trattata si concentra nella fascia d’età 50-59 anni; i giovani sotto i 30 anni sono il 7,4% della casistica trattata.

I nuovi utenti sono per il 28,2% compresi nella fascia d’età 40-49 anni. La loro incidenza si è ridotta dell’1,8% rispetto al 2019: la riduzione è stata massima nel Centro (-4,8%), minima nel Nord-Est (-0,5%).

L’organizzazione dei servizi e ricorso all’Emergenza-Urgenza

In Italia ci sono 570 SerD articolati in 614 sedi: in media un SerD ogni 100.000 abitanti. Ma si passa dal massimo di 1,1 nel Nord-Ovest, al minimo di 0,8, del Nord-Est (0,9 nel Centro e 1 nel Sud e Isole). Il Molise è la Regione col valore massimo: 2,1 SerD per 100.000 abitanti; la P.A. di Trento registra invece il valore minimo: 0,2. P.A. di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Campania hanno un valore inferiore a 0,8; Piemonte e Puglia un valore superiore a 1,4.

I Servizi di alcologia erano nel 2022 (ultimo anno disponibile) 449; nei Servizi operano 4.512 persone (di cui una consistente parte sono le stesse dei SerD), +5,2% rispetto al 2019. Il valore massimo, pari a 9,5 unità ogni 100.000 ab. di età 16+, si registra nel Centro del Paese, seguito dal Sud e Isole con 9,3 e dal Nord-Ovest con 9,0; il dimensionamento minimo si riscontra nel Nord-Est (7,2 unità ogni 100.000 ab. di età 16+).

Il ricorso ai servizi di emergenza-urgenza nei casi di dipendenza da stupefacenti è in continuo aumento (+22% nell’ultimo quinquennio) e rilevante, in controtendenza con quanto accade per le problematiche connesse all’alcol; il rapporto è di 1:4 tra gli accessi di chi ha fatto abuso di droghe e chi di alcol (14,6 e 67,1 ogni 100.000 rispettivamente); il primo fenomeno si concentra soprattutto nel Nord-Ovest del Paese, il secondo nel Nord-Est. In entrambe le tipologie di utenti il 60-70% degli accessi avvengono in seguito ad un trasporto da parte del 118 e in circa il 12% dei casi esitano in un ricovero ospedaliero.

Il personale

In media il personale infermieristico è circa un terzo dell’organico (28,5%), seguito da quello medico (20,9%); gli psicologi rappresentano il 17,6% di tutto il personale, gli assistenti sociali il 14,9%, gli educatori professionali il 9,6%, il personale amministrativo il 3,9%, e il restante 4,7% altre figure professionali.

Nel Nord-Ovest si riscontra in media una quota di medici e infermieri inferiore alla media nazionale, e una superiore di educatori professionali, assistenti sociali ed amministrativi. Nel Centro e Mezzogiorno si osserva una quota di medici ed infermieri superiore alla media nazionale, e inferiore degli educatori professionali e agli amministrativi.

Per i SerD, Calabria, Sardegna, Sicilia e Abruzzo sono le Regioni con la maggior quota di personale medico (27,4%, 25,2%, 24,6% e 24,6% rispettivamente).

In Friuli-Venezia Giulia il personale infermieristico è quasi la metà di tutto l’organico (49%), seguono Molise, Liguria e Lazio (44,2%, 42,5%, 42,4%); all’estremo opposto la P.A. di Trento, la P.A. di Bolzano e il Piemonte, dove gli infermieri sono il 21,9%, il 26,3% e il 28,1% di tutto il personale dedicato.

Nella P.A. di Bolzano e in Umbria è più presente la figura dello psicologo: rispettivamente il 26,3% e il 21,8% del personale. In queste Regioni i medici sono il 17,5% e 17,3% e gli infermieri il 26,3% e 37,3%. L’incidenza minima di psicologi sull’organico è in Valle d’Aosta e Toscana (5% e 7,8% rispettivamente).

Per i servizi di alcologia il dato regionale è eterogeneo: massima offerta (24,3 unità ogni 100.000 ab. 16+) in Valle d’Aosta; minima (3,1, in Emilia-Romagna). La media è di 9,9 unità. Lombardia, P.A. di Trento, Emilia-Romagna, Umbria, Calabria, Sicilia e Sardegna hanno un valore inferiore a 7,8; Piemonte, Valle d’Aosta, P.A. di Bolzano, Liguria, Molise e Basilicata, invece, un valore superiore a 13,4 unità ogni 100.000 ab. 16+.

Il valore economico dell’assistenza sanitaria

L’assistenza distrettuale, domiciliare e territoriale rappresenta il 67,1% del totale, l’assistenza residenziale il 26,4% e l’assistenza semi-residenziale il restante 6,5 per cento.

Nei servizi pubblici, il costo per l’assistenza è di1.362,7 euro per 100 abitanti, in aumento rispetto al 2019 del +15,2% (1.183,2 euro per 100 abitanti); a livello regionale si va dal minimo di 650,6 per 100 abitanti nel Lazio, al massimo di 6.444 euro per 100 abitanti in Sardegna.

La spesa pubblica per l’assistenza residenziale è 534,8 euro ogni 100 abitanti, in aumento rispetto al 2019 del +4%; a livello regionale il minimo di 120 euro è in Molise, il massimo di 1.369,1 euro in Liguria.

Il costo per l’assistenza semi-residenziale è di 132 euro per 100 abitanti, in aumento del +78,8% sul 2019. A livello regionale il minimo di 0 euro è in Valle d’Aosta, il massimo di 676 euro in Campania.

Per i ricoveri in acuzie, per i tossicodipendenti il costo medio pro-capite nazionale è di € 920,8 euro ogni 1.000 abitanti. A livello regionale, il massimo di 2.107,6 euro è in Emilia-Romagna, il minimo di 253,6 euro in Campania: la media è di 866,9 euro.

Per i ricoveri in acuzie, da dipendenza da alcol, il costo medio pro-capite nazionale è di 2.995,8 euro per 1.000 abitanti per i ricoveri ordinari e 16,7 euro per quelli diurni. Per gli ordinari, a livello regionale il massimo è di 5.304 euro a Bolzano, il minimo di 1.759 in Sicilia: la media è di 3.501,5 euro. Per i diurni il massimo è di 99,1 in Friuli-Venezia Giulia, il minimo di 3 euro in Puglia: la media è 15,2 euro.

I ricoveri in acuzie, per i tossicodipendenti costano in media a ricovero 2.864,1 euro. Il massimo di 4.076,6 euro in Basilicata, il minimo di 1.985,4 euro a Bolzano, la media è 2.694,4 euro.

Per gli alcolisti il costo medio per ricovero è 4.585,4 euro per gli ordinari e 360,4 per i diurni. Gi ordinari costano (il massino) 5.767,7,8 euro nel Lazio e al contrario (minimo) 3.152,9 euro a Bolzano: la media è 4.360 euro. Per i diurni il massimo è di 613,6 euro in Friuli-Venezia Giulia, il minimo di 250,1 euro a Bolzano: la media è di 318,2 euro.

I possibili risparmi

In base agli scenari elaborati da OISED, azioni per migliorare l’aderenza alla terapia (potenziamento interventi psicosociali, ricorso a trattamenti terapeutici quali i long acting etc.) potrebbero far crescere la quota degli attivi trattati in un range 5-15 punti percentuali, con un dimezzamento per utente degli esami per accertamento d’abuso e delle visite di controllo; ovviamente l’investimento sarebbe rappresentato da un incremento della spesa farmaceutica (posta pari al triplo dell’attuale), un dimezzamento della spesa per gli esami ed un raddoppio di quella per le visite psicologiche. Tali azioni porterebbero un risparmio per il Paese compreso 58 e 126,9 milioni annui.

L’adozione di azioni finalizzate a migliorare l’aderenza alla terapia, attraverso la formalizzazione di percorsi trasversali tra i vari setting assistenziali, in una potenziale crescita degli utenti trattati in un range 5-15 punti percentuali  produrrebbe un risparmio annuo compreso tra € – 66,3 e -198,6 mln.

Sul versante del potenziamento dei Servizi a bassa soglia, si è ipotizzato si possa produrre un incremento del 15-25% degli utenti attivi, che genererebbe una crescita nel range 5-15% del costo di presa in carico presso i SerD, una riduzione degli utenti che commettono illeciti/reati del 5-15%, e degli accessi al Pronto Soccorso del 15-25%. In tal caso il valore centrale dei range elencati porta a stimare un risparmio potenziale di circa € 175,1 mln. annui.

Per il sistema giudiziario, un maggior ricorso alle misure alternative alla detenzione, e relativi percorsi riabilitativi, può produrre una riduzione dei costi attribuibili agli Esiti e alla dimensione Sociale (ordine pubblico e aspetti giudiziari), attraverso l’ aumento degli utenti presi in carico dal privato sociale (con comprensivo aggravio dei costi dell’assistenza necessari per l’adeguamento delle infrastrutture per la gestione di questa categoria di utenti), e un risparmio di 45,7 milioni. per ogni punto percentuale di riduzione degli Esiti droga-correlati e dei reati/illeciti amministrativi.

Per l’alcol, i costi relativi agli Esiti sono quasi tutti (86,0%) attribuibili ai decessi e agli accessi alle strutture ospedaliere (al pronto soccorso e ricoveri, dovuti sia alle patologie alcol-correlate sia agli incidenti stradali), e valgono 546,6 milioni.

Analogamente a quanto fatto per la dipendenza da sostanze stupefacenti, OISED ha determinato l’impatto economico di azioni politica sanitaria, sociale e giudiziaria, finalizzate a contenerne gli effetti.

Per la dipendenza da alcol, il board scientifico OISED ha indicato quale azione ritenuta di potenziale efficacia un incremento del 10-20% degli utenti in carico presso i servizi, attraverso attività di screening sulle abitudini di vita, campagne informative con i MMG, comporterebbe una riduzione di richiesta di assistenza sanitaria alcol-correlata nel range 5-15% (patologie specifiche, trattamento di feriti di incidenti stradali etc.) e di denunce per violazioni degli artt. 186 e 187 del Codice della Strada di pari entità nel range 5-15%. Tali azioni comporterebbero un risparmio per il Paese nel range € 8,2-21,3 mln. Lo scenario associato al valore centrale dei range proposti comporterebbe un risparmio annuo di € 19,2 mln.

Gli effetti dell’Autonomia Differenziata

Nel secondo Rapporto OISED è stato poi applicato, utilizzando dimensioni di valutazione (Equità, Appropriatezza, Esiti, Innovazione ed Economico-finanziaria) articolati in dieci indicatori di performance,  il modello elaborato dal CREA Sanità per valutare gli effetti dell’autonomia differenziata applicato in questa annualità, a fini esemplificativi, su tre gruppi di Regioni: Province/Regioni Autonome e/o a statuto speciale; Regioni in Piano di Rientro economico-finanziario; Regioni che hanno richiesto l’AD in Sanità nel 2017 (Emilia Romagna, Lombardia e Veneto).

Mettendo a confronto i tre gruppi di Regioni con le “altre” Regioni rimanenti, l’andamento nel medio periodo (pre-concessione AD) degli indicatori selezionati è stato migliore nel gruppo di Regioni “target” specifico che non nelle “Altre”, per il gruppo di quelle a statuto speciale e, soprattutto, per quelle che hanno richiesto l’Autonomia Differenziata, mentre va peggio nelle Regioni in Piano di Rientro. La determinazione della variazione di tale trend nel periodo pre e post concessione AD consentirà quindi di valutare gli “Esiti” della sua introduzione.

Le proposte OISED

Dalle analisi emerge un dimensionamento dell’offerta sociosanitaria per la presa in carico di soggetti con dipendenza da stupefacenti e/o alcol, con una forte variabilità regionale, sia in termini di personale dedicato, che di tipologia di figure professionali. Per la dipendenza da stupefacenti il Nord-Ovest ha il maggior organico in rapporto alla popolazione, agli utenti in carico, e in termini di ricorso al ricovero ospedaliero; per quella da alcol è invece il Nord-Est. Per tutte e due le forme di dipendenza il minor tasso di personale e di utenti in carico si registra nel Mezzogiorno.

Per questo, dato l’elevato impatto del fenomeno delle dipendenze, a livello organizzativo, giudiziario ed economico, OISED ritiene auspicabile:

  • Allineare la dotazione di personale agli standard organizzativi previsti dal DM 77/2022, per allineare l’offerta al fabbisogno “reale”, anche in base alla “nuova” domanda (4 unità in più consentirebbero una presa in carico di 100 utenti in più)
  • Promuovere e potenziare attività di sensibilizzazione alla popolazione giovanile per introdurli in percorsi terapeutici anche specifici, per prevenire, oltre agli episodi acuti, la “cronicizzazione” del problema
  • Introdurre percorsi di presa in carico socio-sanitaria degli utenti (PDTA-SS, Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali Socio-Sanitari) trasversali tra servizi pubblici (ambulatoriali e ospedalieri), del privato sociale (servizi a bassa soglia, servizi ambulatoriali privati, strutture comunitarie residenziali e semiresidenziali, etc.) e carcere, per:
    • incrementare il numero di nuovi utenti in carico per prevenire il verificarsi di “esiti” e implicazioni a livello sociale (incidenti, denunce ecc.)
    • garantire continuità nella presa in carico, in particolare per i detenuti stranieri una volta messi in libertà
    • garantire equità di trattamento tra i diversi setting nelle diverse Regioni
  • L’adozione di azioni finalizzate ad aumentare l’aderenza al trattamento, anche riducendo lo stigma, attraverso soluzioni quali il potenziamento-integrazione degli interventi psicosociali, il ricorso ad approcci farmacologici sempre più personalizzati (quali, ad esempio, potrebbero essere le formulazioni long acting dei farmaci), etc. Particolare attenzione deve essere dedicata ai senza dimora, ai disoccupati, ai soggetti con comorbidità psichiatriche, etc.

«Queste azioni – commenta OISED – richiedono evidentemente un incremento di risorse economiche che però, alla luce di quanto emerso dall’analisi, generano complessivamente dei risparmi per la Società».

Inoltre, commenta OISED, «la “nuova” epidemiologia richiede anche una revisione del ruolo dei servizi e della tipologia di attività che gli stessi erogano: i “nuovi” servizi, pubblici e del privato sociale, dovrebbero lavorare in maniera integrata al fine di garantire una individuazione e relativa presa in carico, anche in una fase di pre-dipendenza». A tal proposito, sarebbe auspicabile prevedere un finanziamento dedicato alle dipendenze, peraltro introdotto nella recente Legge di Bilancio, sebbene quantitativamente limitato e da monitorare nel riparto e nell’effettiva implementazione nelle Regioni; è altresì auspicabile che il fondo regionale delle dipendenze sia associato anche alla definizione di un budget a livello di Azienda Sanitaria, con una distinzione per tipologia di setting assistenziale (ambulatoriale, residenziale e semiresidenziale, carcerario), al fine di garantire equità di presa in carico nei diversi setting, nelle diverse Regioni.

RLS, in Europa è la malattia neurologica con il costo totale più alto

Marco Rolandi, presidente di RLS Italia, che si occupa della sindrome delle gambe senza riposo (Restless Legs Syndrome), ricorda come una relazione comparsa sull’European Brain Council rivela che la sindrome è tra i disturbi neurologici più costosi in Europa.

Una malattia poco conosciuta e sottodiagnosticata, il cui sintomo principale è l’insonnia, che impatta pesantemente sulla qualità di vita dei pazienti.

«Occorre investire sulla prevenzione, fin dall’infanzia, quando il sintomo principale è l’irrequietezza», osserva Rolandi.

Emilia-Romagna, Snami: medici base non diventino dipendenti Ausl

No all’assunzione dei medici di famiglia da parte delle aziende sanitarie come rinforzi per le Case di Comunità. A schierarsi così è il sindacato medico Snami Emilia-Romagna, che giudica un grave errore la proposta trapelata nei giorni scorsi. Prima di tutto perché le Case di Comunità sono «un progetto oramai ritenuto ampiamente critico».
Inoltre, trasformare i medici di base in lavoratori dipendenti e subordinati rischia di compromettere «qualità ed efficienza del nostro sistema sanitario territoriale, a meno che non sia ribaltata su di esso una vagonata di miliardi». Secondo lo Snami Emilia-Romagna, «questa soluzione nel contesto attuale appare come una toppa peggiore del buco, capace solo di aumentare le criticità esistenti senza affrontare i veri problemi della medicina di base». 
 

In poche parole, «si cambia il contenitore senza ragionare dei problemi del contenuto e del sistema, realizzando uno scenario paradossale. Nemmeno negli ospedali i medici rimangono più come dipendenti subordinati ai vari nominati, spesso con ampia ingerenza politica. Il fenomeno dei gettonisti ne è testimonianza e si vorrebbe, invece che correggere i problemi, moltiplicarli su tutto il sistema sanitario”, critica il sindacato, nella cui visione i medici di famiglia dovrebbero essere «liberi e autonomi da gerarchie” per poter “continuare a svolgere il ruolo fondamentale di garante degli interessi dei cittadini». Gli stessi medici dipendenti della sanità pubblica, afferma lo Snami, «scappano sempre più numerosi da una gestione gerarchica spesso degenerata nel tempo, al punto da non consentirgli più di lavorare con la necessaria serenità e sostenibilità sia sul piano umano che su quello professionale».



Voler quindi trasformare i medici di base in dipendenti delle Case di Comunità, insiste lo Snami Emilia-Romagna, «significa snaturare la loro funzione primaria e il loro ruolo di garanzia autonoma, libera da ingerenze». Le Case di Comunità, dal canto loro, «sono l’esatto contrario rispetto l’odierna capillarità degli studi- punta il dito il sindacato- rischiano di diventare poliambulatoriali sovraccarichi e impersonali, forse capaci di erogare prestazioni in una logica industriale più che aziendale, ma incapaci di rispondere efficacemente alle esigenze di relazione e di vincolo fiduciario coi cittadini». 



Secondo lo Snami, la soluzione quindi «non è assorbire i medici di famiglia nel sistema pubblico come lavoratori subordinati, ma aggiornare le regole convenzionali, potenziando funzioni e competenze attribuite, a partire dal percorso formativo, negoziando regole aggiornate per contestabilità del curante e standard di accreditamento delle prestazioni da erogare, in una logica di programmazione vera. Semplificare i processi amministrativi e garantire risorse adeguate per svolgere al meglio il loro ruolo: questo manca in qualunque proposta, dal Governo centrale in giù». Per il sindacato, è insomma «fondamentale riscrivere la figura del medico di famiglia in senso migliorativo, non distruttivo, come pilastro centrale del sistema. Occorre puntare su investimenti mirati, strumenti innovativi e una maggiore integrazione tra i diversi livelli di assistenza, senza compromettere l’efficacia del servizio offerto». Lo Snami invita quindi «le istituzioni a riconsiderare questa scelta e avviare un confronto serio con i professionisti del settore per individuare soluzioni concrete e sostenibili che rispondano davvero ai bisogni del sistema nel suo complesso».

Protesta medici, CIMO-FESMED: «Modalità ancora non definite. La professione al centro dell’incontro del 25 gennaio»

Il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED smentisce le voci che stanno circolando in queste ore sulla stampa in merito ad un imminente sciopero della categoria. «Sebbene il malcontento ed il disagio dei medici siano palpabili, le modalità della protesta non sono ancora state definite, e saranno discusse il prossimo 25 gennaio nel corso di un incontro dei direttivi nazionali delle organizzazioni sindacali più rappresentative dei medici dipendenti e convenzionati» dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED (a cui aderiscono le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED).

«Come CIMO-FESMED – aggiunge Quici – intendiamo chiedere alle Istituzioni risposte immediate su alcuni temi che riguardano strettamente la professione: la definizione puntuale di atto medico che ponga un freno al costante task shifting di attività mediche verso altri professionisti sanitari; la depenalizzazione dell’atto medico che consenta ai medici di lavorare serenamente, abbattendo anche i costi della medicina difensiva che ammonta a circa 13 miliardi l’anno; la rivendicazione della presenza di rappresentanti dei medici in tutti gli organi che definiscono l’organizzazione ed il funzionamento del Servizio sanitario nazionale».

«Sono questi i temi che porremo all’attenzione dei colleghi a fine mese. Si tratta dunque di argomenti legati strettamente al nostro ruolo, e non di mere rivendicazioni sindacali che saranno discusse in altre sedi, a partire dalla trattativa in Aran per il rinnovo del contratto dei medici dipendenti del SSN che sta per avviarsi».

«Lo ripetiamo ancora una volta: senza medici non c’è salute. È tempo che tutti se ne rendano conto», conclude.

Tecnologia e Slow Medicine: amiche o nemiche?

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Se il proverbio dice il vero, e la lentezza è davvero una ricchezza, questo principio è stato ben compreso dai fondatori di Slow Medicine. Ma la lentezza, intesa come pigrizia o svogliatezza, qui non c’entra. Slow Medicine è un movimento che promuove un approccio all’assistenza sanitaria centrato su cure appropriate, personalizzate e di qualità, evitando sprechi e contenendo i costi per il SSN. È una medicina riflessiva e misurata, che valorizza il tempo necessario per comprendere e rispondere ai bisogni del paziente. L’obiettivo non è solo curare, ma farlo nel modo giusto, coinvolgendo attivamente il paziente nelle decisioni terapeutiche, per garantire una cura consapevole e partecipata. Ma tutto questo come si integra con le nuove tecnologie digitali che nascono, invece, per velocizzare gli interventi?

Rispondono a TrendSanità Marco Bobbio (presidente Slow Medicine), Nicola Draoli (consigliere nazionale FNOPI) e Gianluca Giaconia (vicepresidente AIIC).

Diagnosi e responsabilità medica

«Le tecnologie non sono né buone né cattive – ci dice Bobbio. Dipende da come sono utilizzate, da come scegliamo di applicarle. Possono migliorare il rapporto con il paziente, ma possono anche avere l’effetto opposto. È difficile prevedere quale sarà il loro utilizzo predominante, ma la mia impressione è che si rischi di rendere il rapporto medico-paziente più anonimo. Non solo, possono anche condizionare il giudizio del clinico. Immaginiamo una situazione in cui il paziente descrive i suoi sintomi e il medico formula una diagnosi, ma poi consulta un sistema di intelligenza artificiale. Che succede se l’algoritmo propone una diagnosi diversa?

Fare una diagnosi significa assumersi una responsabilità, anche a livello legale

Marco Bobbio

Se poi ci fosse una contestazione e la diagnosi del medico risultasse sbagliata, la presenza di una diagnosi formulata dall’algoritmo, ben precisa e non accettata, potrebbe renderlo colpevole di non aver seguito il suggerimento dell’AI. Al contrario, se accetta la diagnosi dell’algoritmo, rischia di perdere la sua autonomia professionale. In questo modo, diventa inutile che il medico formuli le sue ipotesi, poiché dipenderà comunque dall’algoritmo. Fare una diagnosi significa assumersi una responsabilità. È un tema discusso anche in ambito giuridico: se la diagnosi formulata dall’algoritmo fosse errata, di chi sarebbe la colpa? Del medico che l’ha approvata, di chi ha acquistato la tecnologia, dell’ospedale, della ditta che l’ha commercializzata o dell’ingegnere che ha sviluppato il software? Questa domanda rappresenterà una questione importante in futuro, un tema complesso che richiede una riflessione approfondita su come integrare correttamente la tecnologia».

Integrazione è la parola chiave

Possiamo chiederci quindi se esistono tecnologie che possono essere utilizzate in modo coerente con l’approccio della Slow Medicine. «La risposta non è semplice – afferma Giaconia, vicepresidente AIIC – anche perché la nostra esperienza come ingegneri clinici ci porta a ragionare sempre in termini di evidenze. Siamo abituati a valutare le tecnologie in ottica HTA (Health Technology Assessment), quindi abbiamo bisogno di evidenze concrete che dimostrino l’efficacia di una tecnologia. Ma, premesso questo, è evidente che alcuni approcci potrebbero dover essere rivisti, soprattutto nel mondo della salute. Una delle principali aree di criticità è il livello di assistenza dei medici di medicina generale. Oggi, il medico di base spesso è ridotto a un ruolo di semplice prescrittore e rischia di perdere la visione d’insieme del paziente. L’uso della telemedicina potrebbe essere un primo passo per ristabilire un rapporto più diretto e umano con il paziente, riducendo la necessità di visite “in presenza” per attività semplici come l’aggiustamento di una terapia. Tale approccio consentirebbe di dedicare più tempo alla cura personalizzata, aumentando l’efficienza senza compromettere la qualità del rapporto umano».

La rivoluzione digitale deve riguardare le persone, non solo la tecnologia

Nicola Draoli

Interviene Draoli: «La prima domanda che emerge è se l’uso crescente delle tecnologie rischia di disumanizzare la cura o se, al contrario, può migliorare la qualità delle terapie e dell’informazione al paziente. Gli infermieri si interrogano da tempo su questo. L’utilizzo di strumenti come il telemonitoraggio, la teleassistenza e il controllo remoto dei parametri vitali, permette di migliorare l’efficacia della presa in carico degli assistiti, specialmente sul territorio, e gestire i consulti a distanza, non solo tra medici ma anche tra tutte le professioni sanitarie, favorendo la collaborazione interprofessionale. Il rischio di disumanizzazione esiste, ma non è tanto una questione tecnologica quanto di come la tecnologia si inserisce nella cura. La rivoluzione digitale riguarda le persone, non solo la tecnologia».

Nuove tecnologie e automatizzazione: più tempo e più attenzione al paziente?

Non è detto che le nuove tecnologie consentano di far guadagnare tempo, con il risvolto positivo di poter dedicare maggiore attenzione al paziente. « Il problema dell’attenzione al paziente non riguarda solo il tempo – interviene il presidente Slow Medicine. Spesso si sente dire, anche dai medici, che abbiamo solo dieci minuti per valutare un paziente e quindi è difficile dedicare abbastanza tempo. In parte è vero, ma non è solo una questione di quantità di tempo, dipende anche da come si usa quel tempo. I nuovi strumenti diagnostici potrebbero, però, essere orientati e progettati affinché anche il parere del paziente diventi parte integrante del processo decisionale. Tuttavia, se dovessi fare una previsione, direi che gran parte dello sviluppo di queste tecnologie mira ad accelerare i processi, rendendo tutto più efficiente, ma non necessariamente più efficace o più umano. Il rischio è che la medicina diventi sempre più distante dai pazienti e questo mi preoccupa».

Gianluca Giaconia

«L’uso della tecnologia in ospedale – ci dice Giaconia –, è spesso indirizzato a soluzioni molto avanzate, come la chirurgia robotica o le grandi apparecchiature di diagnostica per immagini. Un clinico che utilizza queste tecnologie può mantenere una visione globale del paziente o rischia di concentrarsi esclusivamente sulla singola lesione da trattare? La risposta non è semplice, ma il rischio di trasformare un intervento chirurgico o un referto diagnostico in un processo meccanico, piuttosto che umano, è reale. L’appropriatezza non significa solo precisione tecnologica, ma anche avere il tempo giusto per ogni passo del percorso di cura. Un altro elemento critico è la gestione del tempo. Gli operatori sanitari lamentano costantemente la mancanza di tempo. La tecnologia, in teoria, dovrebbe poter ridurre questa pressione, ma spesso la sua implementazione non è efficace.

Se una vera relazione umana mancava già prima della digitalizzazione, la tecnologia rischia di amplificare questo problema. Al contrario, se la tecnologia è utilizzata all’interno di un contesto relazionale ben strutturato, può potenziare la prossimità e la cura del paziente

In pratica, l’AI potrebbe ridurre il carico di lavoro dei medici, supportando la diagnosi e l’aggiustamento delle terapie, diventare uno strumento di supporto che permette al medico di lavorare con meno stress e più sicurezza. La tecnologia, però, non è di per sé la soluzione ai problemi di gestione del tempo e qualità delle cure. Deve essere inserita in un modello organizzativo funzionale. Se integrata in un contesto in cui il rapporto col paziente è già debole, rischia di peggiorare la situazione. Al contrario, in un approccio relazionale forte, la tecnologia può diventare un fattore facilitante e un moltiplicatore di valore».

La ricerca che manca

Uno dei problemi principali degli strumenti diagnostici automatici è che spesso si crede siano più accurati dei medici, ma questo è il cosiddetto bias del risultato positivo: sono pubblicati quasi esclusivamente i risultati positivi. «Se un sistema di intelligenza artificiale per la diagnosi risulta peggiore dei medici, quei risultati non sono pubblicati – spiega Bobbio. Ciò crea un’impressione distorta: sembra che tutti questi sistemi funzionino meglio dei medici, perché vediamo solo gli studi in cui ottengono risultati superiori. La domanda vera è: queste “migliori” diagnosi miglioreranno davvero la vita dei pazienti? Li faranno vivere più a lungo o meglio? Finora non si è quasi mai confrontato l’impatto concreto di questi sistemi, ovvero se, dopo anni, i pazienti trattati con diagnosi automatiche stanno meglio di quelli seguiti da medici umani. Dovremmo fare studi simili a quelli sui farmaci, che dimostrino non solo un miglioramento nei parametri, ma anche un impatto sulla salute, come la riduzione di infarti o della mortalità. Ad oggi, però, studi di questo tipo su larga scala mancano.

Quello che manca oggi è verificare se questi strumenti, oltre ad essere più accurati, migliorano davvero la qualità della vita dei pazienti

Ci sono sistemi di analisi delle immagini che riescono a leggere le radiografie meglio dei radiologi, ma cosa significa “meglio”? Significa che rilevano elementi che avrebbero danneggiato il paziente se non individuati, o solo dettagli irrilevanti che generano ansia inutile? Immaginiamo di avere uno strumento molto preciso per analizzare il flusso sanguigno nel cuore. Scoprirebbe che quasi tutti hanno una lieve insufficienza mitralica, una condizione normale e clinicamente irrilevante. Ma se tutti i pazienti fossero informati di questa “anormalità”, potrebbero entrare in ansia e avviare periodicamente controlli superflui».

Territorialità e vulnerabilità digitale

«La vera rivoluzione digitale dovrebbe partire dal territorio – conclude Draolidove la tecnologia può accorciare le distanze e supportare la medicina territoriale, spesso in difficoltà rispetto agli ospedali. L’assistenza sul territorio può beneficiare della telemedicina e del monitoraggio remoto, consentendo una presa in carico continua dei pazienti anche fuori dall’ospedale. In quest’ottica, l’infermieristica territoriale, come quella degli infermieri di famiglia e comunità, può consentire la costruzione di relazioni durature con i pazienti e la conoscenza dei bisogni della collettività. C’è poi la “fragilità digitale” dei pazienti, specialmente gli anziani o chi vive in aree con scarsa connettività, che hanno difficoltà nell’usare le tecnologie, che da vantaggio potrebbero diventare un ostacolo. La rivoluzione digitale, quindi, non deve essere l’obiettivo, lo è la cura delle persone. Bisogna capire come le tecnologie possano aiutare. Prima di implementare modelli digitali, occorre definire il modello organizzativo e l’approccio alla cura delle persone. Solo così la tecnologia diventa uno strumento funzionale, non un fine».

Rapporto RespiVirNet, in aumento i casi di sindromi simil-influenzali

Nella prima settimana del 2025, dal 30 dicembre 2024 al 5 gennaio 2025, aumenta il numero di casi di sindrome similinfluenzale (ILI) dopo una lieve flessione dovuta alla chiusura delle scuole per le festività. Il livello d’incidenza è pari a 11,3 casi per mille assistiti (9,9 nella settimana precedente). Nella stessa settimana della scorsa stagione la curva dell’incidenza cominciava la sua discesa.  I casi stimati di sindrome simil-influenzale, rapportati all’intera popolazione italiana, risultano essere circa 667.500, per un totale di circa 5.851.500 casi a partire dall’inizio della sorveglianza. Lo evidenzia l’ultimo rapporto RespiVirNet appena pubblicato.

L’incidenza è stabile nelle fasce di età pediatrica, mentre è in aumento nei giovani adulti e negli anziani. Maggiormente colpiti i bambini sotto i cinque anni di età, in cui l’incidenza è pari a 21,4 casi per mille assistiti (21,7 nella settimana precedente). Maggiormente colpite le seguenti Regioni/PPAA: P.A. di Bolzano, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia . Basilicata e la Calabria non hanno attivato la sorveglianza epidemiologica.

Durante la settimana 01/2025, la percentuale dei campioni risultati positivi all’influenza sul totale dei campioni analizzati risulta pari al 21,9%, in ulteriore aumento rispetto alla settimana precedente (17,6%). Tra i campioni analizzati, 113 (6,9%) sono risultati positivi per VRS, 42 (2,6%) per SARSCoV-2 e i rimanenti 259 sono risultati positivi per altri virus respiratori, di cui: 123 (7,5%) Rhinovirus, 49 Coronavirus umani diversi da SARS-CoV-2, 41 Adenovirus, 25 Metapneumovirus, 11 virus Parainfluenzali e 10 Bocavirus. Ad oggi, sul portale RespiVirNet non è stato segnalato nessun campione positivo per influenza di tipo A “non sottotipizzabile” per i virus influenzali stagionali e/o appartenente ad altro sottotipo (es. A/H5).

Distribuzione intermedia del farmaco: bene prime indispensabili misure

La Legge di Bilancio 2025 introduce misure indispensabili a garantire la sostenibilità del servizio della Distribuzione Intermedia farmaceutica nel più ampio contesto sanitario nazionale.

Le due sigle nazionali del settore (ADF e Federfarma Servizi) ritengono che gli interventi previsti in finanziaria siano soltanto il primo passo di un percorso che, grazie ad una visione strategica di politica sanitaria di questo Governo, rafforzerà l’intera catena logistico-distributiva del farmaco.

«Da numerosi anni i Distributori Intermedi attendevano misure tangibili a supporto delle loro Aziende per garantire la sostenibilità del servizio pubblico essenziale svolto e che solo ora, con la Manovra del 2025 e grazie ad una visione strategica del Ministero della Salute, iniziano finalmente a realizzarsi. Si tratta di un importante segnale di attenzione da parte del Governo per la nostra categoria, che trova oggi un primo, concreto sostegno a beneficio anzitutto del bisogno di salute dei cittadini», afferma Walter Farris, presidente dell’Associazione Distributori Farmaceutici (ADF).

Le misure previste da questa Legge di Bilancio, assegnando ai Distributori Intermedi – i Grossisti di farmaci, secondo il D. Lgs. 219/2006 – un incremento della remunerazione pari allo 0,65% sul prezzo dei farmaci SSN di classe A, non consentono tuttavia di risolvere il problema sistemico della sotto remunerazione originatasi con il taglio del margine dal 6,65% al 3% determinato quindici anni fa dalla Legge 122/2010.

«Con questa manovra finanziaria la catena logistico-distributiva del farmaco trova un primo, reale sostegno. Auspichiamo che questo si configuri come l’avvio di un percorso strutturale di attenzione e valorizzazione del servizio pubblico svolto quotidianamente dai Distributori Intermedi. Il nostro comparto, a differenza di altri operatori, ha patito l’assenza di qualsiasi intervento a sostegno dell’indispensabile ruolo avuto anche durante l’emergenza sanitaria generata dal Covid, pur avendo continuato a garantire il servizio alla collettività con margini che da molti anni non coprono neanche i costi operativi delle aziende», dichiara Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi.

«Apprezziamo dunque l’attenzione che il Ministero della Salute e questo Governo hanno voluto riservare alla categoria in un’ottica di efficienza del Sistema sanitario e di servizio al cittadino, – dichiarano i Presidenti delle due sigle nazionali della Distribuzione Intermedia del farmaco – e auspichiamo che non manchino prossime occasioni di dialogo con le Istituzioni e i partners di filiera nel comune obiettivo di contribuire all’equo ed universale accesso ai medicinali ed ai servizi sanitari nazionali».

GIMBE, crisi senza precedenti del personale sanitario: persi oltre 28 miliardi in 11 anni

«Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – ha dichiarato Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – sta affrontando una crisi del personale sanitario senza precedenti, causata da errori di programmazione, dal definanziamento e dalle recenti dinamiche che hanno alimentato demotivazione e disaffezione dei professionisti verso il SSN. Senza un adeguato rilancio delle politiche per il personale sanitario, l’offerta dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali sarà sempre più inadeguata rispetto ai bisogni di salute delle persone, rendendo impossibile garantire il diritto alla tutela della salute». Queste le criticità al centro dell’audizione di ieri della Fondazione GIMBE presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’“Indagine conoscitiva in materia di riordino delle professioni sanitarie”.

Il Presidente ha presentato in audizione diverse analisi mirate a rispondere su come affrontare carenze e criticità riscontrate in tema di personale sanitario. Per le analisi sulla spesa per il personale dipendente sono stati utilizzati i dati del recente Report “Il Monitoraggio della Spesa Sanitaria” della Ragioneria Generale dello Stato (RGS) relativi all’anno 2023. Per le analisi sulle unità di personale dipendente sono stati invece utilizzati i dati aggiornati al 2022 del Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato (CA-RGS), che include esclusivamente il personale dipendente delle Pubbliche Amministrazioni a cui si applica il CCNL del comparto sanità, indipendentemente dalla professione e alla tipologia di ente in cui presta servizio. Si è inoltre fatto riferimento ai dati del report del Ministero della Salute, che include sia il personale dipendente del SSN e dell’Università che opera nelle Aziende e nelle strutture pubbliche o nelle strutture di ricovero equiparate alle pubbliche.

Spesa per il personale dipendente

«Nel periodo 2012-2023 – ha spiegato Cartabellotta – il capitolo di spesa sanitaria relativo ai redditi da lavoro dipendente è stato quello maggiormente sacrificato». In termini assoluti, dopo una progressiva contrazione da € 36,4 miliardi nel 2012 a € 34,7 miliardi nel 2017, la spesa ha iniziato a risalire raggiungendo € 40,8 miliardi nel 2022, per poi scendere a € 40,1 miliardi nel 2023 (figura 1).

Tuttavia, in termini percentuali sulla spesa sanitaria totale, il trend rileva una lenta ma costante riduzione: se nel 2012 rappresentava il 33,5%, nel 2023 si è attestato al 30,6% (figura 2).  «Se la spesa per il personale dipendente si fosse mantenuta ai livelli del 2012, quando rappresentava circa un terzo della spesa sanitaria totale, negli ultimi 11 anni il personale dipendente non avrebbe perso € 28,1 miliardi, di cui € 15,5 miliardi solo tra il 2020 e il 2023, un dato che evidenzia il sacrificio economico imposto ai professionisti del SSN», ha commentato Cartabellotta.

Unità di personale dipendente del SSN

Per l’anno 2022, ultimo disponibile, la RGS riporta un totale di 681.855 unità di personale dipendente, pari ad una media nazionale di 11,6 unità per 1.000 abitanti con nette differenze regionali: da 8,5 unità per 1.000 abitanti in Lazio e Campania a 17,4 unità per 1.000 abitanti in Valle D’Aosta (figura 3). «Questi dati – ha osservato il Presidente – portano a due considerazioni generali. Nelle prime 5 posizioni si collocano tutte le Regioni e Province autonome a statuto speciale di più piccole dimensioni (Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Province autonome di Trento e Bolzano) oltre alla Liguria. Al contrario, al di sotto della media nazionale si trovano tutte le Regioni in Piano di rientro, tutte del Centro-Sud, oltre alla Lombardia».

Spesa pro-capite per il personale dipendente

Parametrando i dati RGS-CA sulla spesa sanitaria 2023 per il personale dipendente alla popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023 la spesa pro-capite per il personale dipendente nel 2023 è stata di € 672, con differenze significative tra le regioni: dai € 1.405 euro nella Provincia autonoma di Bolzano a € 559 in Campania (figura 4), con una “classifica” che riflette quella relativa alla distribuzione del personale dipendente per 1.000 abitanti (figura 3).

Spesa per unità di personale dipendente

Mettendo in correlazione, per l’anno 2022, le unità di personale dipendente con la spesa pubblica totale, la spesa per unità di personale a livello nazionale è pari a € 57.140, con un range che varia da € 49.838 del Veneto a € 81.139 della Provincia autonoma di Bolzano (figura 5), con tutte le Regioni in Piano di rientro che mostrano paradossalmente valori superiori alla media nazionale.

«Quest’inedito indicatore– ha commentato Cartabellotta – dimostra che l’ottimizzazione della spesa pubblica per il personale sanitario è stata gestita in maniera molto differente tra le Regioni. Non a caso, quelle più virtuose nell’erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni registrano una spesa per unità di personale dipendente più bassa. Un risultato verosimilmente dovuto sia alla riduzione delle posizioni apicali, sia ad un più elevato rapporto professioni sanitarie/medici, che consente di ridurre la spesa mantenendo una maggiore forza lavoro per garantire l’erogazione dell’assistenza sanitaria».

Spesa per fornitura di personale sanitario

«La carenza di personale sanitario – ha spiegato Cartabellotta – unita all’impossibilità per le Regioni di aumentare la spesa per il personale dipendente a causa dei tetti di spesa, negli anni ha alimentato il fenomeno dei “gettonisti”: medici, infermieri e altri professionisti sanitari reclutati tramite agenzie di somministrazione del lavoro e cooperative, con i relativi costi rendicontati come spese per beni e servizi». Secondo un report dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), relativo al periodo gennaio 2019 – agosto 2023, il fenomeno era già molto evidente nel 2019, con una spesa complessiva di quasi € 580 milioni. Nel 2020 il valore è crollato a € 124,5 milioni, per poi risalire negli anni 2021-2022, fino a raggiungere, nel solo periodo gennaio-agosto 2023, € 476,4 milioni, un valore doppio rispetto all’anno precedente (figura 6).

Personale del SSN e benchmark internazionali

Per l’anno 2022 il report del Ministero della Salute riporta un totale di 727.169 unità di personale: 625.282 dipendenti del SSN (86%), 84.452 dipendenti delle strutture equiparate a quelle pubbliche (11,6%), 8.839 universitari (1,2%) e 8.596 con altro rapporto di lavoro (1,2%). Di queste unità, il 72% è rappresentato dal ruolo sanitario, il 17,6% dal ruolo tecnico, il 9,9% dal ruolo amministrativo, lo 0,2% dal ruolo professionale e lo 0,3% da qualifiche atipiche.

Medici. Nel 2022 i medici che lavoravano nelle strutture sanitarie erano 124.296: 101.827 come dipendenti del SSN e 22.469 come dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 2,11 medici per 1.000 abitanti, con un range che varia da 1,80 della Campania a 2,64 della Sardegna. L’Italia si colloca sopra la media OCSE come numero di medici in servizio (4,2 vs 3,7 medici per 1.000 abitanti), ma con un gap rilevante tra i medici attivi e quelli in quota al SSN. Nel 2022, il numero di laureati in Medicina e Chirurgia è stato di 16,7 per 100.000 abitanti, un dato superiore alla media OCSE di 14,2. «Oltre ai medici di famiglia – commenta Cartabellotta – le carenze riguardano alcune specialità di fondamentale importanza per il funzionamento del SSN che non sembrano essere più di interesse per i giovani medici: medicina d’emergenza-urgenza, medicina nucleare medicina e cure palliative, patologia clinica e biochimica clinica, microbiologia, e radioterapia. Specialità per le quali la percentuale di assegnazione delle borse di studio per l’ultimo anno accademico è stata inferiore al 30%».

Infermieri. Nel 2022 il numero di infermieri che lavorano nelle strutture sanitarie è di 302.841: 268.013 come dipendenti del SSN e 34.828 come dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 5,13 per 1.000 abitanti, con un range che varia da 3,83 della Campania a 7,01 della Liguria. L’Italia si colloca notevolmente al di sotto della media OCSE (6,5 vs 9,8 per 1.000 abitanti). Nel 2022, il numero di laureati in Scienze Infermieristiche è stato di 16,4 per 100.000 abitanti, un dato significativamente inferiore alla media OCSE di 44,9: difficilmente la situazione potrà migliorare, visto che per l’Anno Accademico 2024-2025 nel Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche sono state presentate solo 21.250 domande per 20.435 posti. «Questa grave carenza – commenta Cartabellotta – stride con il fabbisogno stimato da Agenas in 20-25 mila infermieri di famiglia e di comunità necessari per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR».

Il Presidente ha quindi analizzato le dinamiche che hanno portato negli anni alla crisi del personale sanitario «I tagli al SSN e il sotto-finanziamento cronico hanno determinato una forte contrazione degli investimenti per il personale sanitario dipendente e convenzionato, attraverso misure come il blocco delle assunzioni, i mancati rinnovi contrattuali e un numero insufficiente di borse di studio per specialisti e medici di famiglia. Inoltre, l’assenza di una programmazione adeguata ha aggravato la progressiva carenza di professionisti sanitari, mentre l’emergenza COVID-19 ha poi slatentizzato una crisi motivazionale già in corso. Sempre più giovani disertano l’iscrizione a corsi di laurea come scienze infermieristiche e a specializzazioni mediche meno attrattive, come emergenza-urgenza), mentre numerosi professionisti abbandonano il SSN per lavorare nel privato o addirittura all’estero. A tutto ciò si aggiungono i pensionamenti previsti tra medici (ospedalieri e di famiglia), infermieri e altri professionisti sanitari, aggravati da burnout e demotivazione, che stanno riducendo sempre più la forza lavoro della sanità pubblica. Ciò ha inevitabilmente peggiorato la qualità e la sicurezza del lavoro per chi rimane, spesso costretto a turni massacranti in condizioni di carenza di organico. Inoltre, l’aumento dei casi di violenza fisica e verbale ai danni del personale sanitario, soprattutto nei pronto soccorso, ha ulteriormente compromesso la sicurezza e le condizioni di lavoro. Il peso della burocrazia e la scarsa digitalizzazione, infine, complicano il lavoro quotidiano dei professionisti sanitari, alimentando inefficienze e frustrazione».

«La crisi del personale sanitario – ha concluso Cartabellotta – non è solo una questione economica, ma una priorità cruciale per la sostenibilità del SSN. Liste di attesa interminabili, pronto soccorso affollati, impossibilità di trovare un medico di famiglia hanno un comune denominatore: la carenza di professionisti sanitari, la loro disaffezione e il progressivo abbandono del SSN. È urgente rilanciare le politiche sul capitale umano per valorizzare la colonna portante della sanità pubblica, rendendo nuovamente attrattiva la carriera nel SSN e innovando i processi di formazione e valutazione delle competenze professionali. Senza questi interventi, il SSN non sarà in grado di garantire universalmente il diritto alla tutela della salute, rendendo vano qualsiasi tentativo di arginare questa crisi».