«Ora è praticamente impossibile interrompere legalmente una gravidanza, da quando nel 2020 la Corte costituzionale, politicamente schierata, ha stabilito che uno dei presupposti per l’aborto è anticostituzionale: per la precisione, il sospetto di gravi difetti del feto. In questo momento, il personale medico ha paura di interrompere le gravidanze per diversi motivi previsti dalla legge. Di conseguenza, si sono verificati molti decessi di donne con gravidanze complicate, che non hanno ricevuto cure mediche adeguate». Così, Maria Boratyńska, Professoressa di diritto sanitario e segretaria del Comitato di bioetica dell’Accademia polacca delle scienze, commentò a TrendSanità nel mese di aprile la situazione polacca sull’interruzione di gravidanza.
La situazione, mesi dopo ha subito un ulteriore tracollo: lo scorso luglio, il governo liberale Tusk ha visto naufragare il tentativo di depenalizzare l’aborto in Polonia. La proposta è stata respinta dal Parlamento con 218 voti contrari, segnando una battuta d’arresto significativa per i diritti delle donne nel Paese.
Sebbene l’aborto rimanga uno dei temi più divisivi in Polonia, anche la fecondazione in vitro (IVF) continua a suscitare controversie, nonostante sia ampiamente accettata dalla maggior parte della popolazione. Attualmente, la IVF è accessibile quasi esclusivamente attraverso strutture private, rendendola di fatto inaccessibile a molte coppie. Solo per un breve periodo, dal 2013 al 2016, è stato previsto un finanziamento pubblico per questa pratica.
La Chiesa Cattolica, unita al conservatorismo di alcune frange della politica polacca, continua a etichettare la IVF come una pratica immorale, considerandola incompatibile con i principi bioetici cattolici. Accuse infondate alimentano ulteriormente la disinformazione, inquinando il dibattito pubblico e perpetuando lo stigma sociale nei confronti di chi vi ricorre.
Il prossimo 18 maggio, la Polonia tornerà alle urne per le elezioni presidenziali, un appuntamento che potrebbe segnare una svolta storica per il leader liberale Donald Tusk. Sebbene il ruolo del presidente sia perlopiù simbolico, egli ha il potere di porre il veto sui nuovi disegni di legge, influenzando significativamente il panorama politico del Paese.
In un contesto così precario, tra tensioni politiche e sociali, nasce l’e-book Reproductive Justice in Poland: Legal Challenges and Societal Impacts della Professoressa Boratyńska, un testo necessario oggi più che mai. Non è solo un’analisi delle politiche riproduttive nel Paese, ma un invito a riflettere sull’impatto delle ideologie, e della politica, sulle vite delle persone stesse.
Con lucidità estrema, Boratyńska ci parla di un mondo in cui la salute riproduttiva è continuamente minata da false credenze e ideologie. Un mondo in cui i diritti fondamentali, in particolare quelli delle donne, vengono sistematicamente erosi e calpestati.
Un e-book pensato non solo per esperti di legislazione e politiche sanitarie, ma per chiunque voglia approfondire le complesse questioni legate ai diritti, ai propri diritti. Un’opera che ci ricorda come i diritti riproduttivi non debbano essere un privilegio riservato a pochi, né appannaggio esclusivo di una parte politica, ma una componente fondamentale della libertà individuale e della giustizia sociale, pilastri essenziali di un Paese davvero civile.
Come può la sanità affrontare le sfide globali, tutelare il pianeta e creare valore per pazienti e comunità? La sostenibilità non può più essere limitata alla sola dimensione ambientale: oggi è necessario adottare un nuovo paradigma che integri tre dimensioni fondamentali – economica, sociale e ambientale. Questo approccio richiede di superare la tradizionale visione centrata su costi e spese, per abbracciare un modello basato sul valore generato per la collettività.
La sanità, in quest’ottica, non è solo un sistema di servizi, ma un ecosistema complesso in cui istituzioni, aziende, cittadini e comunità collaborano per garantire benessere e qualità della vita. Dalla tutela del pianeta all’equità nell’accesso alle cure, le sfide globali richiedono soluzioni condivise e innovative, capaci di trasformare i modelli di lavoro e di cura.
Un elemento chiave per il successo di questo modello è la valorizzazione del capitale umano: il personale sanitario, vera spina dorsale del sistema, deve essere al centro di strategie che promuovano il benessere, la formazione continua e l’inclusione. Parallelamente, l’apertura all’innovazione e alle tecnologie disruptive rappresenta una leva cruciale per costruire un sistema sanitario resiliente, competitivo e orientato al futuro.
A che punto siamo in Italia? Quali prospettive si aprono per il settore? E quali priorità dovrebbero guidare le azioni di istituzioni e aziende private?
Ne parliamo con:
Daniela Bianco Partner e Responsabile Area Healthcare, The European House Ambrosetti
Guido Rasi Ordinario di Microbiologia, Università Tor Vergata, Roma
In merito alle recenti dichiarazioni del coreografo Luca Tommassini sull’uso del Fentanyl, riportate su tutti i principali media, la Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) ritiene necessario intervenire per fare chiarezza e offrire un’informazione corretta e scientificamente fondata. Le parole di Tommassini descrivono il Fentanyl come «la droga peggiore perché è legale», un’affermazione che, basata su un’esperienza personale, rischia di generare disinformazione e timori infondati nei pazienti trattati con questo oppiode, ignorando l’importante ruolo terapeutico che questa molecola svolge nella gestione del dolore.
Secondo il Global Risk Report 2024 del World Economic Forum, la disinformazione è oggi una delle principali minacce globali, con conseguenze particolarmente gravi nel settore sanitario e SIAARTI teme che dichiarazioni come queste rientrino in questa casistica.
Il Fentanyl, se utilizzato secondo rigorosi protocolli clinici e sotto la supervisione di professionisti sanitari esperti, rappresenta uno strumento terapeutico essenziale per il controllo del dolore acuto e cronico. «La narrazione generalizzante e allarmistica su un farmaco come il Fentanyl può scoraggiare i pazienti dall’accedere a terapie efficaci e salvavita – sottolinea Elena Bignami, Presidente di SIAARTI – È fondamentale ribadire che esiste una netta distinzione tra l’uso terapeutico regolamentato, che permette una gestione sicura del dolore migliorando significativamente la qualità della vita dei pazienti, e l’abuso illegale della sostanza, che rappresenta un problema sociale di rilevanza globale», continua.
«Demonizzare una molecola utilizzata quotidianamente in ambito clinico porta a stigmatizzare il trattamento del dolore, con il rischio di compromettere la qualità della vita di molti pazienti che necessitano di queste terapie – aggiunge Silvia Natoli, Responsabile dell’Area Culturale Dolore e Cure Palliative di SIAARTI -. Il Fentanyl, quando utilizzato secondo protocolli rigorosi e sotto la supervisione di professionisti qualificati, rappresenta uno strumento terapeutico irrinunciabile. Il Fentanyl di cui parla Tommassini non deriva neppure dal mondo sanitario e si tratta di una sintesi illegale e pericolosa della molecola in laboratori clandestini che, come tali, non garantiscono gli standard qualitativi e controllati della produzione del farmaco, risultando pertanto ancora più pericolosi perché impuri e a rischio di sovradosaggio».
La crescente diffusione di informazioni fuorvianti evidenzia l’importanza di un approccio strutturato alla comunicazione sanitaria, affinché le informazioni divulgate siano accurate e basate su evidenze scientifiche. «È essenziale – afferma Silvia De Rosa, Responsabile del Comitato di Comunicazione di SIAARTI – che giornalisti, influencer e personaggi pubblici si avvalgano della consulenza di esperti prima di trattare argomenti così delicati. Una corretta informazione si costruisce attraverso il dialogo con i pazienti, la collaborazione con i media e una continua attività di sensibilizzazione nelle scuole e nei luoghi di aggregazione, affinché si diffonda una cultura della salute fondata su dati affidabili e verificati».
Episodi di disinformazione come quello relativo al Fentanyl dimostrano quanto sia urgente un impegno congiunto per proteggere la fiducia nelle istituzioni sanitarie e garantire ai pazienti l’accesso a cure sicure ed efficaci. SIAARTI ribadisce il proprio impegno nella promozione di una corretta informazione sanitaria e invita tutte le parti coinvolte, dai professionisti della salute ai media, a lavorare insieme per contrastare la diffusione di notizie infondate e potenzialmente dannose.
Stop alle accuse di “accessi impropri” in Pronto soccorso e all’abuso del termine burnout. Alessandro Riccardi, nuovo presidente SIMEU (Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza), pone l’accento sull’importanza del linguaggio nel dibattito sanitario. Già responsabile della Formazione SIMEU e direttore – da febbraio 2024 – del Pronto Soccorso dell’Ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, Riccardi guiderà la società scientifica nel triennio 2025-27, una fase cruciale per la trasformazione della sanità territoriale. Con l’avvio delle Case di Comunità previsto per giugno 2026, il focus resta sull’evoluzione della medicina d’emergenza-urgenza.
Qual è il ruolo oggi della vostra società scientifica?
«La SIMEU oggi deve fare da garante rispetto al ruolo unico dello specialista dell’emergenza urgenza nell’ambito di un servizio sanitario in trasformazione, con un ospedale che si sta depauperando e in attesa di un territorio che non è ancora potenziato. Al momento attuale il sistema dell’emergenza urgenza è quindi un cuscinetto tra questi due sistemi: uno che si è già ridotto, l’altro che dovrebbe crescere ma è in ritardo. Nella situazione attuale, chi ci rimette è il cittadino, perché quello dello specialista dell’emergenza urgenza è un ruolo veramente fondamentale. Le cooperative hanno creato la falsa illusione che chiunque possa fare il nostro lavoro, ma non è così. Può farlo solo chi è formato. Oggi un Pronto soccorso su due ha in organico almeno un non specialista, chiaramente uno degli obiettivi è avere organici con il 100% di specialisti in medicina di emergenza urgenza, professionisti che sono in grado di riconoscere i sintomi dei pazienti che accedono al Pronto soccorso, di stabilizzare l’urgenza e di lavorare in un continuo multitasking, abituati a gestire molti stimoli in contemporanea. Durante il turno elaboriamo diverse migliaia di informazioni che ci arrivano da più fonti su un singolo paziente, gestendo almeno 10-12 pazienti in contemporanea».
Uno dei dei problemi che state vivendo è la carenza di personale sia strutturale, sia di motivazione. Molti bandi, quando ci sono, vanno deserti o non vengono riempiti tutti i posti a disposizione. Dal suo punto di vista a che cosa è dovuto questo calo di interesse dei futuri medici rispetto alla vostra specialità?
«È dovuto proprio al problema strutturale: un medico che vuole intraprendere questa strada vuole occuparsi dell’emergenza urgenza. Tuttavia, quando entra in ospedale e si rende conto che le carenze del territorio e dell’ospedale ricadono soprattutto sul Pronto soccorso, con il tempo decide di fare qualcos’altro, perché quello non è il lavoro che ha scelto.
Per motivare i giovani medici bisogna migliorare la qualità lavorativa e intervenire sulle retribuzioni
A questo proposito noi parliamo di moral injury: i professionisti, nel caso del boarding per esempio, si ritrovano a svolgere un altro lavoro oltre al proprio, oltre ad assistere a scene di perdita della dignità della persona. Non è uno scenario sostenibile. Sicuramente un requisito fondamentale affinché questa specializzazione torni ad essere attrattiva è migliorare la qualità lavorativa e quella del luogo di lavoro, garantire che gli specialisti facciano il loro lavoro e siano rispettati come tali. In secondo luogo occorre potenziare la parte economica, perché stiamo parlando di un lavoro unico per quanto riguarda l’impegno, lo stress e le rinunce che comporta a causa della turnazione costante, del grande numero di festivi e di notti che richiede. Tutto questo rende difficile interagire con il “mondo civile” e complica la gestione famigliare».
Negli ultimi anni si è fatto un massiccio ricorso alle cooperative di gettonisti: in ospedale sono quindi arrivate persone tendenzialmente meno preparate che percepiscono una retribuzione più alta rispetto agli specialisti assunti. Tuttavia, sono in molti a sostenere che in questo momento questi professionisti siano essenziali per garantire i servizi. Qual è la sua posizione in merito?
«Purtroppo i decisori non hanno recepito negli anni i nostri allarmi sulla carenza di personale perché c’erano dei problemi di spesa. Noi siamo stufi di dover rincorrere l’emergenza e trovare delle soluzioni tampone che poi peggiorano il sistema stesso. Vorremmo che le nostre istanze fossero recepite quando le solleviamo perché annunciano una situazione reale e che potrà evolvere in senso peggiorativo. Quello del personale è un esempio eclatante: quando abbiamo detto che in emergenza urgenza sarebbero mancati diverse migliaia di medici non siamo stati ascoltati. Quando poi questa carenza si è manifestata, ecco che si è cercato di mettere delle toppe per evitare che i servizi chiudessero. Al momento attuale il ricorso ai gettonisti è un male necessario: ribadisco che per superare questo problema occorre intervenire su retribuzione e qualità di vita del personale assunto. Si tratta di rivendicazioni sindacali e non scientifiche, ma se non si farà questo i professionisti continueranno a non arrivare e il Pronto soccorso diventerà un luogo non specialistico dove il personale si limiterà a coprire il turno, senza offrire un servizio di qualità, come sta già accadendo in certe realtà che fanno ricorso a gettonisti esterni».
Un altro tema forte riguarda il sovraffollamento dei Pronto soccorso, spesso a causa di quelli che sono chiamati accessi impropri. A che cosa è dovuto?
«Spesso si sente parlare di accessi impropri al Pronto soccorso, ma SIMEU non ama questa terminologia. Sono senz’altro accessi non appropriati dal punto di vista dell’emergenza urgenza, ma se andiamo a vedere le motivazioni che hanno spinto il cittadino a raggiungere il Pronto soccorso, queste sono assolutamente appropriate perché sono conseguenza di una carenza del territorio. Quindi dare una colpa dell’affollamento agli accessi impropri significa colpevolizzare in qualche modo il cittadino e questo a noi non piace. Ovviamente sarà un’area su cui si dovrà intervenire, grazie al potenziamento del territorio e all’alfabetizzazione del cittadino, ma al momento questo aspetto lo possiamo gestire. In realtà oggi il Pronto soccorso è affollato perché c’è un blocco nell’uscita dei malati: dopo che il paziente è stato stabilizzato rimane in barella in Pronto soccorso, attendendo il suo posto in reparto. È il fenomeno del cosiddetto boarding, causato dalla riduzione dell’assistenza ospedaliera nel corso degli anni.
Dare la colpa dell’affollamento del Pronto soccorso agli accessi impropri significa colpevolizzare il cittadino
Il Ministero configura il boarding se il paziente attende in barella per oltre 8 ore. In Italia i dati dell’anno scorso dicono che i pazienti aspettano un posto letto per una media di 31 ore, una cifra da medicina di guerra e non da paese civile. Si tratta di un dato inaccettabile e di un’assistenza non di qualità, perché il paziente che staziona in corridoio non ha privacy, non ha la possibilità di essere assistito dai familiari, è in un luogo rumoroso e sempre illuminato. Nonostante i nostri sforzi, il livello di assistenza che possiamo garantire a queste persone non è comparabile con quello di un reparto, ma allo stesso tempo, seppur inadeguato, sottrae tempo ed energie al nostro mandato principale, peggiorando la qualità complessiva del sistema. Il boarding non è l’unico problema e non è costante, ma interessa il 90% degli ospedali italiani».
In medicina e non solo si parla molto di intelligenza artificiale. La utilizzate nel vostro lavoro quotidiano? E come funziona dal suo punto di vista la formazione?
«In questo momento di forte carenza di personale ciò di cui abbiamo bisogno è l’intelligenza umana, più che quella artificiale, che sicuramente ci può essere molto di aiuto. Purtroppo dobbiamo risolvere una serie di problemi a monte, prima di arrivare a utilizzare queste tecnologie: l’estrema regionalizzazione dei servizi fa sì che ogni ASL, a volte ogni ospedale, abbia un sistema operativo autonomo che non è in grado di comunicare con gli altri e spesso le strutture informative sono arcaiche perché mancano gli investimenti. Questo si traduce in ospedali della stessa città che non riescono a comunicare gli uni con gli altri o mandare immagini da un consulente all’altro perché ci sono problemi di interfaccia informatica, abbiamo degli ospedali che non riescono a creare delle cartelle condivise tra sedi diverse. Esiste un grosso problema di alfabetizzazione informatica dal punto di vista delle strutture. Anche l’accesso al Fascicolo Sanitario Elettronico non è uniforme: alcune realtà possono vederlo, altre no. Dovremo arrivare a un sistema universalistico anche dal punto di vista informatico, in modo da avere un flusso di dati che sarà utile anche per la ricerca perché il sistema di raccolta e di comunicazione è veramente arcaico.
Esiste un grosso problema di alfabetizzazione informatica dal punto di vista delle strutture, con sistemi che non si parlano e l’impossibilità di creare cartelle condivise tra sedi diverse
Solo a questo punto potremo e dovremo ragionare di intelligenza artificiale. Per quanto riguarda la formazione, sicuramente l’università sta facendo dei passi importanti: la specialità dell’emergenza urgenza è una delle ultime arrivate e abbiamo avuto qualche problema di partenza. La situazione degli atenei è abbastanza disomogenea, ma ci sono delle ottime realtà che hanno compreso che il Pronto soccorso si impara in gran parte sul campo e che quindi garantiscono la circolazione degli specializzandi, mentre ci sono altre realtà che sono ancora un po’ indietro. Per questo abbiamo bisogno che siano garantiti livelli di competenza base che gli specializzandi dovrebbero avere per poter intraprendere questo lavoro».
Martedì 20 gennaio, Donald Trump si è insediato come 47° presidente degli Stati Uniti. Tra i primi provvedimenti con effetto immediato, il neo-presidente ha firmato un decreto per avviare l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Una mossa simbolica e politica che rievoca le sue critiche già espresse durante il primo mandato.
I tempi e le implicazioni del ritiro
Il ritiro non sarà immediato. Una risoluzione del 1948, adottata al momento della fondazione dell’OMS, stabilisce che gli Stati Uniti devono fornire un preavviso di un anno e onorare gli obblighi finanziari per l’anno fiscale in corso. Questa tempistica potrebbe trasformare il ritiro in una leva politica per negoziare riforme interne, come una redistribuzione dei contributi e una revisione della governance dell’organizzazione.
Abbandonare l’OMS avrà conseguenze significative. I Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) perderanno l’accesso ai dati globali dell’OMS, una risorsa cruciale per monitorare epidemie emergenti e sviluppare vaccini e terapie. Inoltre, gli Stati Uniti rinuncerebbero al loro ruolo di leadership nelle politiche sanitarie internazionali, rischiando di essere esclusi da decisioni strategiche come il trattato pandemico globale e le future elezioni per il direttore generale dell’OMS.
Le reazioni internazionali
L’OMS in una nota si è detta rammaricata della decisione di Trump e ha auspicato un ripensamento, dichiarandosi pronta a impegnarsi in un dialogo costruttivo per mantenere la partnership.
Anche l’Unione europea si è augurata un dietrofront, aprendo timidamente a una possibile riforma dell’Organizzazione Mondiale.
Guido Rasi, Ordinario di Microbiologia presso l’Università Tor Vergata di Roma, Consulente del Ministro della Salute e già Direttore esecutivo di EMA e direttore Generale di AIFA, interpellato da TrendSanità commenta: «L’OMS serve. Per la salute pubblica mondiale sarebbe una perdita enorme se non ci fosse più e non lavorasse. Detto questo, deve cambiare passo, essere potenziata e depoliticizzata. Deve cambiare radicalmente. È un’istituzione che ha delle regole che potevano andare bene per una gestione di vent’anni fa. Oggi serve un altro passo, un altro approccio. Soprattutto per la qualità delle decisioni che vengono prese. Quando ero in EMA ho avuto degli scontri durissimi, ad esempio sul disegno di alcuni studi, ma su molte cose, come per la malaria, hanno fatto progressi fondamentali, e senza l’OMS non saremmo dove siamo. L’OMS ci vuole, però deve funzionare meglio».
Un nodo politico e sanitario
Mentre l’amministrazione Trump punta a cercare alternative per affrontare le emergenze sanitarie globali al di fuori dell’OMS, resta il rischio di un isolamento americano sul piano della cooperazione internazionale. Nonostante le critiche mosse all’OMS, la sua capacità di coordinare gli sforzi globali, specialmente nelle aree più vulnerabili, è stata storicamente cruciale.
La scelta di Trump, oltre a influenzare la salute globale, potrebbe anche avere un impatto sul vantaggio competitivo delle aziende farmaceutiche statunitensi, che dipendono dai dati che i paesi condividono con l’OMS per sviluppare innovazioni in campo medico.
Con un anno di tempo per il ritiro formale, la decisione americana resta un capitolo aperto, ma segnala già un cambio di rotta che potrebbe ridefinire il panorama della cooperazione sanitaria internazionale.
«Sostenere l’adozione delle terapie digitali rappresenta un’opportunità che porta vantaggi a tutti gli attori del sistema e un traguardo importante per un mercato di ultima generazione, che in Italia finora non è ancora adeguatamente regolamentato. Accogliamo pertanto con entusiasmo i due disegni di legge che disciplinano e definiscono le terapie digitali come dispositivi medici, in quanto è dimostrato che portano benefici anche economici, generando risparmi al Servizio sanitario nazionale e incrementando la produttività del sistema». Così Guido Beccagutti, Direttore generale di Confindustria dispositivi medici, intervenuto oggi in audizione alla Commissione Affari sociali della Camera.
Le terapie digitali (DTx) rappresentano una categoria innovativa di dispositivi medici, che includono software o app progettati per trattare o alleviare malattie, disturbi o lesioni, generando e fornendo un trattamento medico che abbia un impatto terapeutico positivo dimostrabile sulla salute del paziente. “Oggi – spiega Beccagutti – queste tecnologie sono già utilizzate con successo in ambiti come il diabete, le malattie cardiovascolari, le broncopneumopatie, le patologie neurologiche e neuropsichiatriche, oltre che nei percorsi di riabilitazione».
Nel corso dell’audizione, il Direttore generale di Confindustria dispositivi medici ha sottolineato alcune priorità fondamentali. Prima fra tutte, la necessità di garantire criteri uniformi di valutazione su tutto il territorio nazionale e di prevedere l’inserimento delle DTx nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), assicurando così la loro rimborsabilità da parte del SSN. Un altro punto cruciale riguarda il monitoraggio dell’utilizzo e dei consumi delle terapie digitali, per assicurare trasparenza e ottimizzare le risorse.
«La formazione è un pilastro essenziale per il successo delle DTx – ha dichiarato Beccagutti – e necessita di una governance specifica che potrebbe configurarsi come una vera e propria Educazione Continua in Medicina (ECM), sotto la supervisione di un soggetto garante come Agenas. Tale governance dovrebbe coinvolgere anche imprese, società scientifiche e università». Infine, Beccagutti ha posto l’accento sulla necessità di mantenere una visione flessibile: «Nuove declinazioni del digitale emergono continuamente, e restringere gli ambiti applicativi delle DTx potrebbe limitare le opportunità future».
Stimolare la crescita del settore delle DTx in Italia, secondo Confindustria dispositivi medici, non richiede investimenti milionari, ma offre enormi opportunità di sviluppo per le imprese nazionali. «Oggi, molte delle aziende italiane sono costrette a esportare in Francia e in Germania, dove una regolamentazione chiara ha già permesso a questo settore di prosperare – ha concluso Beccagutti -. Regolamentare e sostenere le terapie digitali significa investire nel futuro della nostra sanità e creare un sistema più efficiente, sostenibile e vicino alle esigenze dei pazienti».
Fare fronte, con un opportuno passo indietro, alla uscita della visita al fondo dell’occhio dai LEA e reinserirla quanto prima per evitare il grave impatto che questa decisione potrà avere sulla salute delle persone con diabete e sulla sostenibilità del Sistema Sanitario. È questa la richiesta di Fand – Associazione Italiana Diabetici, che lancia l’allarme, e fa appello all’importanza imprescindibile della prevenzione.
«Come organizzazione che rappresenta la persone con diabete», dichiara il Presidente Fand, Emilio Augusto Benini, «siamo preoccupati da questa fuoriuscita della visita al fondo dell’occhio dai LEA, che rappresenta una pericolosa battuta d’arresto con inevitabili ripercussioni sui pazienti. Nel corso degli anni si sono registrati numeri in diminuzione relativamente alla retinopatia diabetica, e questo è dovuto principalmente a due fattori: il buon controllo glicemico dei pazienti grazie ai farmaci e la prevenzione svolta proprio dagli oculisti attraverso le visite ai pazienti. Ora con l’uscita dai LEA della visita al fondo dell’occhio, si mette a rischio questo secondo importante baluardo, cioè la prevenzione. Per questo motivo come Fand chiediamo che si faccia, urgentemente, un passo indietro rispetto a questa eliminazione dissennata, e si ripristini questa condizione essenziale».
«Questa malaugurata scelta», aggiunge la Vice Presidente Fand, Manuela Bertaggia, «non potrà che tradursi nei prossimi anni in un forte aumento di complicanze oculistiche per i pazienti con diabete. Ma non solo: tutto questo non potrà che avere anche delle ripercussioni forti in termini di tenuta del sistema. La visita al fondo dell’occhio ha dimostrato di essere un caposaldo anche su questo fronte. È fondamentale puntare sulla prevenzione, che non va intesa come mera spesa, ma come investimento che, consentendo di risparmiare nel medio-lungo periodo, promuove fattivamente la sostenibilità del Sistema Sanitario».
Un Protocollo d’Intesa biennale è stato sottoscritto oggi tra Alleanza Contro il Cancro (ACC), la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute, eFarmindustria, l’Associazione delle imprese farmaceutiche con circa 200 aziende associate su tutto il territorio nazionale, 70 mila addetti e 52 miliardi di euro di produzione.
ACC coordina il progetto Health Big Data (HBD) al quale partecipano le altre Reti del Ministero (Cardiologica, Neurologica e Pediatrica), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), il Politecnico di Milanoe laFondazione Politecnico di Milano. Finanziato dal MEF tramite il Ministero della Salute con 55 milioni di euro, HBD prevede lo sviluppo di una piattaforma integrata e federata per raccogliere, condividere e analizzare i dati clinici e scientifici dei pazienti di ciascuno dei 51 IRCCS partecipanti al progetto e, inoltre, di fornire risorse analitiche avanzate per l’analisi dei dati.
HBD è finalizzata a sviluppare «progetti innovativi di indagine scientifica», con particolare attenzione alla valorizzazione dei dati. L’obiettivo è generare prove di evidenza reale (Real World Evidence) attraverso l’utilizzo di informazioni digitali provenienti dalla pratica clinica. I principali propositi di HDB includono la creazione di nuove metodologie di ricerca, con la raccolta di dati scientifici e clinici, l’utilizzo di piattaforme informatiche per condividere analisi e progetti tra i diversi IRCCS e per verificare l’efficienza dei medicinali. Si punta inoltre a sostenere l’indagine scientifica farmaceutica a tutti i livelli, collaborando con le autorità competenti per studiare, formare e attuare le normative di interesse.
La partnership con Farmindustria si concretizzerà in uno studio osservazionale retrospettivo – cioè una ricerca che analizza eventi passati per studiare correlazioni, senza intervenire direttamente sui pazienti – basato su algoritmi e sistemi di IA con un focus specifico per generare evidenze nel campo della gestione del dolore nella continuità assistenziale. Saranno messe a disposizione le competenze tecnico-scientifiche necessarie al disegno dello studio e supporto logistico mentre Farmindustria organizzerà incontri di approfondimento e metterà a disposizione il know how delle aziende associate.
Uno degli aspetti più rilevanti di questa partnership è il valore del network e delle competenze messe a sistema. Entrambe le parti investono risorse strumentali mosse da una visione condivisa: la ricerca come strumento di progresso e miglioramento della salute pubblica.
Ruggero De Maria, Presidente di Alleanza Contro il Cancro, ha commentato: «Questo accordo rappresenta un passo fondamentale verso una ricerca più innovativa e concreta, incentrata sulla valorizzazione dei dati clinici reali e sull’applicazione di metodologie avanzate, come l’intelligenza artificiale. La collaborazione tra le Reti del Ministero della Salute e Farmindustria crea un modello virtuoso di sinergia pubblico-privata, capace di trasformare la pratica clinica in evidenza scientifica di alto valore. Questa partnership offre inoltre un’opportunità unica per comprendere il dolore oncologico e migliorarne la cura, con l’obiettivo di portare ai pazienti terapie sempre più efficaci e tempestive».
Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria: «Sono 4 le novità introdotte dal Protocollo che vede per la prima volta Farmindustria partecipare, seppur indirettamente, insieme agli IRCCS coinvolti, a uno studio clinico retrospettivo. La prima è l’uso di una “federazione” di banche dati sul modello del nascente European Health Data Space. La seconda riguarda la semplificazione nel ricorso all’uso secondario dei dati per Ricerca e Sviluppo. Il terzo è l’utilizzo di algoritmi di Intelligenza Artificiale per analizzare i dati condivisi nel network. Infine, la generazione di evidenze per valutare nel complesso l’efficacia non solo clinica ma anche economica e sociale dei farmaci. Innovazioni che nel futuro dovrebbero trasformarsi in prassi consolidata. Il Protocollo di collaborazione con ACC rappresenta quindi un ulteriore passo nella direzione per realizzare modelli organizzativi innovativi nel campo della medicina».
Pier Giuseppe Pelicci, Coordinatore Scientifico HBD, Vicepresidente ACC, ha affermato: «I Real World Data stanno rivoluzionando il modo in cui conduciamo la ricerca clinica. Grazie a questa partnership, stiamo costruendo le fondamenta per un futuro in cui i dati reali saranno integrati in ogni fase del processo di sviluppo dei farmaci. Questo ci consentirà di prendere decisioni più informate e di portare sul mercato terapie innovative più efficaci e più rapidamente».
Paolo Locatelli, referente HBD per Fondazione Politecnico di Milano: «L’attività svolta negli ultimi quattro anni dal progetto Health Big Data ha permesso di costruire una piattaforma federata di gestione ed analisi dei dati che ora può essere utilizzata anche in iniziative basate sulla condivisione di dati di pratica clinica, estratti dalle cartelle cliniche elettroniche presso i singoli IRCCS, per ricerche focalizzate su singoli ambiti verticali – in questo caso il dolore e il suo impatto sulla continuità assistenziale. Facendo leva su codifiche uniformi dell’informazione e sull’interoperabilità tra sistemi informatici locali differenti, è possibile rendere più veloce l’estrazione di conoscenza scientifica dalla esperienza sul campo».
Mentre Barbara Martelli, referente HBD per Istituto Nazionale di Fisica Nucleare: «Grazie alla piattaforma cloud federata di Health Big Data ed ai processi tecno-legali sviluppati nei quattro anni di progetto, oggi in Italia siamo in grado di condividere dati di ricerca sanitaria in modo semplice per i ricercatori e allo stesso tempo sicuro dal punto di vista della tutela della privacy dei pazienti. L’auspicio è che questa piattaforma tecnologica costituisca un fattore abilitante ed un volano per un sempre maggiore sviluppo di progetti di medicina personalizzata e di precisione nel nostro paese».
Gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCSS) sono ospedali di eccellenza: perseguono le finalità della ricerca clinica, traslazionale, biomedica e organizzativa nella gestione dei servizi e si caratterizzano per curare i pazienti con prestazioni di ricovero e cura di alta specialità. Quindi per introdurre l’innovazione nei percorsi diagnostici, terapeutici, assistenziali e organizzativi, alla base degli IRCCS vi è l’attività di ricerca clinica traslazionale, che significa anche migliorare la qualità e l’efficienza del sistema sanitario nazionale attraverso l’applicazione al ‘letto del malato’ delle scoperte della ricerca sperimentale, o per meglio dire, bench to bed, come viene definita a livello internazionale.
Attualmente, sono 53 gli IRCCS in Italia, sia a carattere pubblico sia a carattere privato, monospecialistici e multispecialistici, nati nel 1938 con un Regio Decreto. Nel 1988 erano 32; hanno prodotto oltre 4mila e 900 progetti di ricerca, 18mila e 800 pubblicazioni e gestiscono circa il 40% dei trial clinici in Italia.
TrendSanità sta seguendo il tema della riforma del IRCCS, e in questo nuovo approfondimento è a colloquio con Carlo Nicora, già Direttore Generale della Fondazione Istituto dei Tumori di Milano e Vicepresidente di FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere).
Cosa rappresentano gli IRCCS per il Servizio sanitario nazionale?
«Gli IRCCS devono rappresentare, per l’intero sistema sanitario nazionale, elementi che favoriscano l’innovazione in sanità, migliorando la qualità, l’efficacia e l’appropriatezza delle cure, tutti parametri che devono poter essere misurati con sistemi di valutazione nazionale e regionale».
Quali investimenti ci sono per gli IRCCS?
«La missione 4 del PNRR (Istruzione e ricerca) investe oltre 30 miliardi, di cui 11 miliardi per sostenere gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione e quasi 400 milioni per sostenere i dottorati di ricerca, quindi anche il PNRR – che è “dell’altro ieri” rispetto a quando sono nati gli IRCCS – ha sottolineato l’importanza degli investimenti nella ricerca. Tutte azioni che stiamo mettendo in pratica per migliorare il Sistema sanitario nazionale. Inoltre, gioca un ruolo importantissimo la riorganizzazione della rete degli IRCCS con la legge delega».
IRCCS non più competitor, ma partecipanti di una stessa squadra, con un’ottica di ritorno e di ricaduta nel territorio regionale e poi nazionale
Approfondiamo la legge di riforma e riordino degli IRCCS…
«Uno degli aspetti di questa legge che voglio sottolineare con forza è che questa riorganizzazione deve, a mio avviso, facilitare lo scambio di competenze tra gli IRCCS, non più con una logica di competizione, ma di lavoro comune al fine di aumentare il risultato finale per il sistema sanitario nazionale e, aggiungo e sottolineo, anche e soprattutto per i sistemi sanitari regionali, poiché questi ospedali di eccellenza sono inseriti nelle regioni. Per quanto riguarda l’attività clinico-assistenziale, sono erogatori dei sistemi sanitari regionali e questa legge di riordino deve favorire questa interrelazione. Non più competitor, ma partecipanti di una stessa squadra, con un’ottica di ritorno e di ricaduta nel territorio regionale e poi nazionale».
Negli ultimi anni gli investimenti negli IRCCS cos’hanno portato?
«Oltre 18mila e 800 pubblicazioni, un Impact Factor enorme, oltre 650mila citazioni e più di 11mila ricercatori che, a pieno titolo, hanno contribuito alla ricerca. Quindi un investimento importante e una capacità scientifica non indifferente. È interessante notare anche che quasi la metà dei trial clinici presenti in Italia, supportati dalle aziende farmaceutiche, sono svolti negli IRCCS dove si fa ricerca con competenze, strumentazione e complessità delle casistiche e dove, effettivamente, si può sperimentare un farmaco o un dispositivo e valorizzarlo rispetto alle terapie standard. Gli IRCCS effettuano oltre 800mila ricoveri e arruolano oltre 50mila pazienti in trial clinici. Quindi numeri importanti per il nostro sistema sanitario nazionale».
Come massimizzare gli investimenti negli IRCCS?
«Il primo tema che viene posto è quello del finanziamento, che ci riporta al finanziamento complessivo del sistema sanitario nazionale legato ad una percentuale del PIL, quindi alla disponibilità economica, che permette di svolgere più attività; l’importante è spendere in maniera efficiente. È vero che il Ministero della Salute finanzia con 172 milioni la ricerca corrente ed è anche vero che nel 2021 gli IRCCS hanno raccolto 334 milioni di euro in Grant competitivi, cioè quasi due terzi in più del finanziamento del Ministero della Salute. Un altro elemento fondamentale è quello della ricerca competitiva che la “si gioca” in Europa, a livello internazionale, e per accedervi è necessario essere performanti. Va da sé che se, effettivamente, volessimo fare un riordino e una riforma degli IRCCS, qualche criterio di valutazione delle performance occorrerebbe assolutamente introdurlo. Siamo passati da 32 a oltre 50 IRCCS attuali, come se esserlo potesse aumentare il finanziamento aziendale. Tuttavia, per ottenere il riconoscimento come IRCCS una struttura sanitaria deve dimostrare standard di eccellenza sia nell’assistenza clinica sia nella ricerca scientifica».
La sostenibilità degli IRCCS attuali è ancora possibile?
«L’incremento “esplosivo” del numero degli IRCCS rappresenta un valore sul territorio nazionale e che il nostro sistema sanitario ha voluto sottolineare; tuttavia, non è più sostenibile questa situazione, poiché a fronte di questo incremento nel numero, non c’è stato un contestuale incremento di fondi dedicati alla ricerca corrente. L’attuale sistema di valutazione ministeriale si basa su 5 criteri: produzione scientifica (55%), attività assistenziale (20%), capacità di operare in rete (10%), capacità di attrarre risorse (10%) e trasferimento tecnologico (5%). Tuttavia, dal mio punto di vista, questo sistema dovrebbe essere migliorato perché tende a privilegiare degli indicatori quantitativi, cioè il numero di pubblicazioni che possono seguire anche delle derive. Riconosco l’importanza finora svolta nel finanziamento degli IRCCS dalla produzione scientifica, ma se non ho ricercatori, o comunque non ho un sistema che sia capace di produrre pubblicazioni che vanno sulle riviste con maggiore Impact Factor, o addirittura cerco di avere un maggior numero di pubblicazioni atte ad avere maggiore finanziamento, questo potrebbe non essere più attuale per il calcolo delle performance degli IRCCS; ritengo invece importante far emergere, laddove esista, la differenza nelle capacità clinico-assistenziali e nelle capacità di operare in rete con un ruolo di guida nella ricerca clinica».
Il sistema di valutazione ministeriale rischia di privilegiare indicatori quantitativi rispetto alle capacità clinico-assistenziali e di operare in rete
Come fare per migliorare i criteri di riconoscimento degli IRCCS?
«All’interno della legge di riordino degli IRCCS, occorre una revisione dei criteri per il riconoscimento degli IRCCS, ma anche l’introduzione di criteri sia per la conferma, sia anche per la revoca. Necessariamente, se vogliamo che questo sistema rimanga competitivo nella ricerca internazionale, è obbligatorio che si debba rafforzare il sistema di valutazione che si basa, fondamentalmente, sulla natura scientifica degli Istituti, rappresentata dall’attività di ricerca clinica, preclinica sanitaria e comunque dall’attività scientifica. Il tutto dentro una programmazione nazionale, regionale con un sistema di rendicontazione chiaro e di valutazione trasparente nei criteri di misurazione. Ritengo sia necessaria la predisposizione di livelli minimi di queste cinque voci, se vogliamo mantenerle, ma ho già sottolineato come occorra introdurre nuovi criteri di valutazione dell’attività clinico-assistenziale e nelle capacità di operare in rete con un ruolo guida nella ricerca clinica. Inoltre, per la riconferma o la revoca, in caso di valori inferiori agli standard prefissati, dovrebbe essere dato un tempo per recuperare, come in qualsiasi sistema di qualità o un qualsiasi sistema di analisi delle performance. Altro elemento da valorizzare è la capacità di attrarre risorse, nell’ambito della ricerca clinica traslazionale, visto l’importante ruolo che gli IRCCS hanno nel vincere, a livello internazionale, dei Grant competitivi».
Squilibri territoriali: tanti IRCCS sono concentrati in due regioni, meno al sud e quattro regioni sono senza. Quali soluzioni si potrebbero prospettare?
«La territorialità degli IRCCS, presenti in 16 regioni su 20 è una fotografia che parla da sola. Il fatto che la distribuzione geografica veda anche una presenza prevalente in due regioni, la Lombardia e il Lazio, che hanno oltre il 50% degli IRCCS è un ulteriore elemento che fa riflettere. Questa situazione porta a delle domande: quali soluzioni? Li aumentiamo, ma con quali finanziamenti? Li diminuiamo? Come facciamo per quelli che verrebbero revocati? Tempi eventuali “di recupero”? È necessaria una riflessione. Il sistema di valutazione sopra citato dovrebbe portare a una strategia legata all’assetto territoriale. Ed è l’assetto territoriale che può garantire l’equo accesso alle cure, ma necessita di un ambito di programmazione nazionale che tenga conto di come questi bisogni siano sostenibili. Ciò comporta l’introduzione di “bacini minimi” di riferimento, già inseriti nella legge di riforma che garantisce una suddivisione degli IRCCS in nord, centro e sud, tenendo anche in conto molteplici variabili. Inoltre, un sistema di valutazione strategico deve considerare anche l’expertise poiché la ricerca è una professione fatta anche di competenze e di regole. Operare in rete significa che l’IRCCS diventa un punto di riferimento di un territorio più ampio con la capacità di coagulare intorno a sé e individuare ciò che deve essere fatto nell’ospedale spoke sul territorio e ciò che deve essere fatto al centro. Tutto ciò aiuterebbe la programmazione regionale o interregionale».
Dobbiamo avere la possibilità di premiare o individuare quote di valorizzazione per i giovani ricercatori
Potenziare gli IRCCS anche in un’ottica interregionale quindi?
«L’articolo 7 della Legge 200 riferisce che bisogna individuare i centri di riferimento regionale o nazionale; ciò deve essere letto come un elemento sostanziale ed entrare a pieno titolo nella programmazione sanitaria di quella regione o di quel sistema interregionale, diventando punto di eccellenza per la cura, per la ricerca biomedica e per l’innovazione terapeutica e tecnologica. Tutto ciò, le regioni devono metterlo “a sistema” anche se non è facile. Nell’ambito delle linee guida per redigere i piani organizzativi strategici, rispetto alle Aziende sanitarie, gli IRCCS, a mio avviso, dovrebbero avere un grado di libertà maggiore, che significa la possibilità di disegnare modelli organizzativi adatti a confrontarsi con la ricerca a livello internazionale, come modelli di costruzione di team che lavorano in ambiti di ricerca preclinica, clinica e terapeutica, quindi avere qualche elemento per disegnare l’organizzazione che ricalchi quella internazionale».
Piramide della Ricerca e talent retention: si può fare?
«Il percorso di regolarizzazione, detto anche Piramide della Ricerca, ha permesso di introdurre giovani ricercatori, ha riconosciuto il ruolo di personale della ricerca non medico, bioinformatici, ingegneri e coordinato i data manager. Ma sono solo una parte del personale. E fanno sia ricerca, sia assistenza. Occorre quindi che nel sistema di calcolo dei fabbisogni minimi assistenziali che le regioni chiedono agli IRCCS e lo Stato chiede alle regioni, ci sia una percentuale di personale dedicato all’assistenza e alla ricerca. Sarebbe necessario un indicatore per misurare questa percentuale. Inoltre, sarebbe importante valorizzare le potenzialità e il percorso professionale per poter fare retention dei talenti: dobbiamo avere la possibilità di premiare o individuare quote di valorizzazione per i giovani ricercatori. E occorre un cambio dell’aspetto giuridico della normativa. Riguardo alle Reti di patologia, strumento previsto nel DL 200, non devono diventare “un’associazione di scienziati’” ma uno strumento, un modello gestionale e organizzativo. Non solo linee guida e protocolli, ma anche analisi dei bisogni. Negli IRCCS, inoltre, occorre una connessione forte tra il direttore generale e il direttore scientifico, elementi essenziali di una direzione strategica, ma finora nella stragrande maggioranza degli IRCCS queste sono in posizioni contrapposte. Ultime tre sfide per gli IRCCS sono la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e l’internazionalizzazione».
Oggi sono circa 3500, ma entro il 2037 potrebbero diventare 10.000. Il governo sta attuando una revisione delle attività da loro svolte, ma mentre questa si sta svolgendo, non sono stati inseriti correttivi. Sono i Medical Associate Professionals (MAPs), assistenti con due anni di formazione medica che lavorano all’interno degli ospedali e ambulatori. Si tratta di figure che dovrebbero supportare i clinici raccogliendo la storia medica di un paziente, conducendo alcuni esami fisici, analizzando i risultati dei test, ma anche diagnosticando malattie e contribuendo alla definizione del piano terapeutico di un paziente.
Siamo nel Regno Unito, dove c’è forte preoccupazione per queste figure: se il NHS England dice chiaramente che non sono medici e non possono sostituirli, in un sistema che sta soffrendo la carenza di personale e strutture non sempre è facile garantire a questi professionisti la supervisione necessaria. Ha fatto molto discutere la vicenda di Emily Chesterton, ragazza morta a 30 anni per una presunta diagnosi scorretta da parte di un MAP che aveva incontrato per due volte e che credeva fosse un GP, un medico di medicina generale.
«I professionisti associati in ambito medico sono presenti nel Regno Unito dal 2006. Questa figura si è sviluppata a partire dall’esperimento statunitense degli assistenti medici militari, che avevano lavorato in altri settori sanitari e avevano seguito un corso biennale per poter assistere i medici a livello clinico con interventi amministrativi e clinici minori», spiega a TrendSanità Peter Holden, un medico di medicina generale inglese del Derbyshire associato alla British Medical Association (BMA), il sindacato inglese dei medici e vicepresidente dell’European Union of General Practitioners (UEMO).
Gli effetti della carenza di personale
«I governi britannici successivi hanno gestito malissimo la pianificazione del personale medico, e ci troviamo ora con una grave carenza di medici nel Regno Unito – prosegue Holden -. Per molti anni per colmare il divario si è fatto affidamento sui colleghi provenienti dai paesi dell’ex Impero Britannico, in particolare India e Pakistan, e, più recentemente, sui colleghi europei. Il vero problema nel Regno Unito è che, a differenza di Australia, Nuova Zelanda e Canada, il servizio sanitario presuppone che i medici non prendano mai ferie annuali, permessi di studio, malattia o abbiano altri problemi: devono lavorare sette giorni su sette e coprire i colleghi assenti. Sebbene questo approccio possa essere moralmente discutibile, 30 o 40 anni fa era fisicamente possibile. Con la medicina moderna e il tasso di consultazioni che i pazienti hanno nel Regno Unito, tutto questo è diventato del tutto impossibile».
Peter Holden
Da qui il tentativo di affiancare ai medici delle figure che potessero supportarli. Con la crescente carenza di medici nel Paese, però, è sempre più difficile distinguere le attività svolte da questi professionisti da quelle che competono un medico. «Con la situazione attuale nel Regno Unito, per garantire a ogni medico uno stile di lavoro professionale e una settimana lavorativa di 40 ore, sarebbero necessari oltre 75.000 medici di famiglia a tempo pieno – riporta Holden -. Attualmente, abbiamo poco più di 40.000 medici di famiglia nel Regno Unito, ma questo numero non corrisponde ai medici a tempo pieno».
Nel 2004 Holden, in qualità di vicepresidente del comitato dei medici generici della BMA, aveva avvertito il governo che intorno al 2016 si sarebbe registrata una carenza di medici di famiglia. «Mi sono sbagliato solo di un anno – sorride amaro il medico -. I politici dimenticano che ci vogliono almeno 10 anni prima che un medico possa lavorare senza supervisione e almeno 13 prima che possa esercitare in modo indipendente, a partire dall’ammissione alla facoltà di medicina». Nel Regno Unito servono 5 o 6 anni per ottenere la qualifica medica di base, seguiti da due anni di lavoro in ospedale in una serie di posizioni approvate dall’università. Solo dopo 7 o 8 anni dall’ammissione alla facoltà di medicina i camici bianchi possono specializzarsi in una delle 61 sottospecialità mediche del Regno Unito, tra cui la medicina generale. Il tempo minimo di formazione per un medico di famiglia è di altri tre anni, anche se da tempo si sta cercando di portare questo tempo a cinque anni, e in ogni caso spesso prima di esercitare autonomamente passa un altro anno.
Il rischio di “passing off”
A causa della carenza di medici, i governi britannici che si sono susseguiti nel tempo hanno cercato modi per consentire alle professioni di supporto alla medicina di “esercitare al massimo la loro licenza”. Per esempio, in UK gli infermieri si occupano di malattie croniche specifiche come l’asma o il diabete e in questi casi possono prescrivere farmaci. «I colleghi hanno una significativa esperienza clinica già prima di iniziare la formazione avanzata – ricorda Holden -. La loro formazione di base dura tre anni all’università, seguiti da circa cinque anni di esperienza clinica, prima di conseguire una qualifica a livello di master che conferisce loro lo status di professionista avanzato».
Agli assistenti medici manca l’esperienza clinica e la formazione necessaria per lavorare autonomamente su casi complessi
Per contro, gli assistenti medici ricevono due anni di formazione clinica dopo una laurea scientifica. A questi professionisti manca l’esperienza clinica e la formazione necessaria per lavorare autonomamente su casi complessi. Devono essere supervisionati dopo ogni caso che gestiscono.
«Per alcuni aspetti, è come supervisionare uno studente di medicina e non fa risparmiare tempo – riflette Holden -. Alcuni non riconoscono i limiti delle proprie competenze, e la loro sicurezza supera spesso le loro capacità reali. Alcuni non si rendono conto quando operano al di fuori dei propri limiti. Ci sono stati diversi casi di diagnosi errate gravi, con esiti fatali per i pazienti». Esiste poi un problema di trasparenza: «Molti pazienti credevano di aver visto un medico, quando in realtà non avevano incontrato alcun medico registrato. Questo, legalmente parlando, è una sorta di “passing off” nell’ordinamento giuridico inglese, ovvero indurre qualcuno a credere di essere qualcosa che non si è».
Una questione (anche) di termini
La confusione secondo l’esperto è amplificata dal fatto che il governo desidera che queste figure siano chiamate “Medical Associates” piuttosto che “Medical Assistants”. Nel mondo anglofono, un “associate” è un professionista pienamente qualificato che non possiede però l’attività in cui lavora. «Per esempio, abbiamo “associate solicitors” (avvocati associati) o “associate dental surgeons” (dentisti associati), che sono completamente qualificati ma non proprietari dello studio. Un “assistant”, invece, non è completamente qualificato».
Esiste una confusione di termini e una di registrazione e entrambi «sembrano essere un tentativo deliberato di confondere il pubblico»
La professione medica britannica è estremamente preoccupata perché il governo insiste non solo nel chiamare queste figure “Medical Associates” ma anche nel registrarli presso il General Medical Council (GMC), una mossa percepita come un tentativo deliberato di sminuire la professione medica e confondere il pubblico. Il GMC è l’ordine dei medici britannico.
Tutti gli altri professionisti sanitari, ad eccezione di infermieri e ostetriche, sono registrati presso l’HCPC (Healthcare Professions Council), mentre infermieri e ostetriche sono registrati presso il Nursing and Midwifery Council. Questi organismi hanno pieno potere regolatorio e possono sanzionare i professionisti fino alla revoca permanente della licenza. Registrare una categoria di professionisti sanitari presso il GMC anziché presso l’HCPC «sembra essere un tentativo deliberato di confondere il pubblico».
Attualmente, il numero di professionisti associati in ambito medico è relativamente basso, ma si prevede che entro un anno o due saranno circa 13.000. Alcuni lavoreranno in ospedali occupandosi di anestesia, un numero limitato eseguirà procedure chirurgiche di routine, e alcuni saranno impiegati nella medicina generale.
Le dispute all’interno della professione sono state enormi: «L’attuale politica del Royal College of General Practitioners e della British Medical Association rende quasi impossibile l’ulteriore espansione degli assistenti medici nella medicina generale, poiché non sono economicamente sostenibili. Queste figure non sono in grado di gestire pazienti in modo autonomo: un medico deve rivedere ogni caso, e poiché i medici di famiglia sono già molto occupati, manca la capacità di supervisionarli. Inoltre, gli assistenti medici ricevono salari superiori a quelli di alcuni medici residenti, a pochi giorni dal completamento della loro formazione professionale e dall’acquisizione del titolo di consulente», conclude Holden.
Attualmente è in corso un’azione legale su questo tema, intentata tra gli altri dalla British Medical Association contro il General Medical Council.