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Centrali Operative Territoriali previste dal PNRR: intervista doppia a Veneto e Campania

Le Centrali Operative Territoriali (COT) rappresentano uno dei pilastri della nuova sanità di prossimità delineata dal PNRR. Con un finanziamento complessivo di 180 milioni di euro e un ruolo chiave nel contesto della riforma sanitaria introdotta dal DM77, le COT sono destinate a diventare il fulcro del coordinamento tra ospedale e territorio.

Come riportato da Agenas, queste strutture, distribuite in modo da coprire circa 100mila abitanti ciascuna, devono garantire un approccio integrato alla gestione dei pazienti, soprattutto cronici, fragili o in fase post-acuta, che necessitano di un percorso di cura continuativo, che in molti casi si spinge ben oltre la dimissione ospedaliera e coinvolge direttamente i vari servizi del territorio.

Attraverso l’uso di piattaforme digitali, le COT monitorano i bisogni dei cittadini in tempo reale, attivando le risorse più appropriate, come la telemedicina, le case di comunità e l’assistenza domiciliare, fino a includere hospice e cure palliative. Rappresentano un modello innovativo che promette di rendere migliori i percorsi di cura, più accessibili ed efficienti. Ma come stanno evolvendo queste strutture nelle diverse Regioni? Siamo andati ad approfondire come procede la realizzazione delle COT in due Regioni: il Veneto e la Campania.

Intervista a Romina Cazzaro (Regione Veneto)

Romina Cazzaro

La Regione Veneto ha completato l’implementazione delle Centrali Operative Territoriali (COT), raggiungendo un importante traguardo nella riorganizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale. Romina Cazzaro, Direttrice della programmazione sanitaria della Regione Veneto, illustra come questo nuovo modello stia trasformando la gestione dei percorsi di cura.

A che punto è il sistema delle COT in Veneto?

«Il Veneto ha sviluppato un sistema capillare di 49 COT, articolate in 9 COT principali (hub) – una per ogni azienda sanitaria – e relative COT “spoke”, distribuite in proporzione alla popolazione con un rapporto di circa 1 ogni 100mila abitanti. Questo network è stato completamente attivato a fine settembre e si trova ora in fase di rendicontazione».

Con la realizzazione delle COT, come vengono ridefiniti i percorsi?

«Le COT fungono da nodo centrale nella rete territoriale, coordinando i collegamenti tra strutture ospedaliere e servizi territoriali. La loro funzione è particolarmente cruciale nella gestione dei pazienti con bisogni complessi, dove emerge la necessità di ridefinire i percorsi assistenziali. Un esempio tipico è il caso di un paziente ospedalizzato che, al momento della dimissione, presenta necessità socio-sanitarie più complesse rispetto a quelle precedenti al ricovero. La COT svolge un ruolo fondamentale nella “decodifica del bisogno“, analizzando l’offerta territoriale disponibile per costruire percorsi personalizzati che tengano conto non solo delle necessità del paziente, ma anche delle capacità assistenziali del nucleo familiare».

La COT analizza l’offerta territoriale disponibile per costruire percorsi personalizzati anche a livello socio-sanitario

Quali criticità avete riscontrato?

«Tra le criticità emerse, la principale riguarda l’omogeneizzazione dei servizi. Il sistema, sviluppatosi prima del DM 77 e del PNRR, aveva infatti generato modelli con peculiarità diverse tra le varie aziende sanitarie. La Regione sta ora lavorando per standardizzare le regole di ingaggio e i livelli di attività, garantendo equità di accesso alle cure su tutto il territorio regionale. Nonostante queste sfide, l’esperienza viene valutata positivamente, evidenziando come la diversità delle aziende sanitarie coinvolte abbia arricchito il progetto, permettendo di raccogliere e integrare le migliori pratiche sviluppate nei diversi contesti territoriali. Un elemento distintivo del modello veneto è l’adozione di un software unico regionale, che sta contribuendo a uniformare i processi tra le diverse aziende sanitarie. Questo strumento tecnologico si accompagna all’adeguamento strutturale degli ambienti fisici, in linea con le indicazioni ministeriali del DM 77».

Intervista a Massimo Bisogno (Regione Campania)

Massimo Bisogno

Come la Regione Campania sta cambiando l’assistenza sanitaria territoriale attraverso l’implementazione delle COT? Massimo Bisogno, Direttore dell’Ufficio Speciale per la Crescita della Transizione al Digitale, illustra la trasformazione che sta ridefinendo il rapporto tra ospedale e territorio.

A che punto è il sistema delle COT in Campania?

«Le COT fungono da “vigili urbani della sanità”, orchestrando gli spostamenti dei pazienti tra strutture ospedaliere e territoriali. Questo nuovo modello organizzativo alleggerisce il carico sui caregiver, eliminando la necessità di spostarsi tra uffici per gestire documenti e autorizzazioni. La Campania ha già attivato 58 COT delle 62 previste, servendo una popolazione di 5,6 milioni di abitanti attraverso 7 ASL e 10 aziende ospedaliere».

Quale peculiarità ha il modello campano?

«L’elemento distintivo del modello campano è l’adozione di un sistema informativo regionale unificato, che facilita la gestione dei pazienti indipendentemente dalla loro ASL di appartenenza. Questo approccio standardizzato permette, per esempio, che un paziente di Salerno ricoverato all’Ospedale Cardarelli di Napoli possa essere seguito efficacemente nel suo percorso di dimissione verso strutture territoriali».

La digitalizzazione completa del processo elimina la documentazione cartacea

Flussi sostenibili e dati digitali?

«La digitalizzazione completa del processo elimina la documentazione cartacea, rendendo le informazioni cliniche immediatamente disponibili a tutti gli operatori coinvolti, nel rispetto della normativa sulla privacy. Anche i medici di medicina generale vengono automaticamente informati sugli spostamenti dei loro assistiti».

Quali criticità vede nel sistema?

«L’implementazione non è priva di sfide. La carenza di personale infermieristico con competenze digitali rappresenta un ostacolo significativo. L’interoperabilità tra i sistemi delle diverse strutture, incluse le RSA private, richiede soluzioni tecnologiche complesse. La standardizzazione dei processi di cura tra diverse aziende sanitarie aggiunge un ulteriore livello di complessità. Nonostante queste criticità, i benefici sono tangibili: snellimento delle procedure, migliore comunicazione tra strutture sanitarie, riduzione degli spostamenti fisici con conseguente impatto positivo sulla sostenibilità ambientale. Inoltre, l’adozione di un sistema standardizzato a livello regionale sta elevando la qualità generale del servizio, portando le best practice delle strutture più efficienti a beneficio dell’intero sistema sanitario regionale».

Payback DM, l’Emilia Romagna prima Regione a chiedere pagamenti alle imprese per scongiurare danno erariale

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«Prosegue l’azione comune nei confronti del Governo per una soluzione condivisa che attenui l’impatto sulle imprese. Ma non essendo arrivata la soluzione richiesta dall’Esecutivo nazionale, e per non infrangere i termini di legge, la Regione deve intanto inviare alle imprese la richiesta di pagamento del payback sui dispositivi medici, atto a questo punto dovuto». Così si legge in un comunicato della Regione Emilia Romagna, che in questi giorni sta inviando decine di pec con richieste di pagamento e preavviso di compensazione alle aziende medtech da corrispondere entro 30 giorni. Sebbene ci sia una sospensiva da parte del TAR (le prime sentente sono attese tra un mese), infatti, dalla Regione fanno sapere che «di fronte a un quadro normativo che non è cambiato e al fatto che nella nuova Legge di Stabilità non c’è nulla, se non venisse fatto sarebbe inevitabile la contestazione di danno erariale a nostro carico», come spiegano Massimo Fabi e Vicenzo Colla, rispettivamente assessore alle Politiche per la salute e vicepresidente della Regione con delega alle Attività produttive. I due ricordano tuttavia come l’Emilia Romagna abbia ripetutamente chiesto l’abrogazione del payback per i dispositivi medici.

Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro PMI Sanità, in una nota parla di «una scelta quantomeno azzardata», mentre l’avvocato Giampaolo Austa, legal team di Conflavoro PMI Sanità, aggiunche che se «la Regione Emilia Romagna dovesse dare seguito a tali compensazioni, sarà la magistratura penale a dover valutare le rispettive responsabilità per la violazione delle ordinanze esplicite del Tribunale amministrativo. Non vogliamo credere che la Regione voglia arrivare a tanto vista anche l’imminenza delle prime udienze pubbliche. In ogni caso, abbiamo già predisposto una diffida a nome delle aziende da noi rappresentate e siamo pronti a difendere le società ad oltranza».

Confindustria DM si appella al Governo e alle Regioni affinché si esca dall’impasse: «La richiesta di pagamento immediato del payback da parte dell’Emilia-Romagna mette in grave difficoltà le imprese dei dispositivi medici, molte delle quali a rischio chiusura. Facciamo appello a Governo e Regioni affinché non seguano l’esempio con altri provvedimenti regionali simili sul payback: sarebbero migliaia i ricorsi al TAR, col rischio di provocare conseguenze devastanti per l’intero settore, ma anche per i bilanci regionali e per il tribunale amministrativo, generando un caos senza precedenti. Per questo, abbiamo inviato oggi una lettera alla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, ai ministeri competenti, alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome e alla Presidenza del Consiglio per scongiurare che altre regioni replichino la richiesta dell’Emilia-Romagna e si attenda la prima udienza di merito del Tar del Lazio prevista per il prossimo 25 febbraio».

«Le imprese del settore – ha dichiarato il Presidente di Confindustria dispositivi medici, Nicola Barni – si trovano a fronteggiare non solo un ulteriore aggravio di costi legati a nuovi ricorsi amministrativi, ma soprattutto il rischio concreto di chiusura per molte piccole e medie realtà. Apprendiamo con favore l’appello della Regione Emilia-Romagna alla cancellazione immediata di questa assurda legge e proprio per questo motivo fatichiamo a comprendere come questa Regione abbia potuto attuare tale provvedimento senza attendere il Tar del Lazio, quando sul suo territorio vivono centinaia di imprese dei dispositivi medici che rappresentano un indotto fondamentale che genera benessere economico per il territorio. Siamo di fronte a un tessuto produttivo variegato e altamente specializzato, che rischia di scomparire con la permanenza strutturale del payback. Continueremo – ha concluso Barni – a batterci in tutte le sedi opportune per tutelare il settore e garantire cure di qualità ai cittadini. È in gioco il futuro di centinaia di aziende, il lavoro di migliaia di persone e, soprattutto, la salute di tutti».

Elezioni FNOPI, il nuovo Comitato Centrale conferma Mangiacavalli presidente

A indicarla all’unanimità è stato il nuovo Comitato Centrale eletto a seguito dalle elezioni che si sono tenute a Roma dal 24 al 26 gennaio e che hanno portato alle urne i delegati degli Ordini provinciali e interprovinciali (OPI) di tutta Italia.

Altissima la partecipazione al voto, al quale hanno preso parte 100 OPI su 102, pari a una percentuale del 98%. Cifre superiori all’ultima tornata elettorale, quando gli Ordini partecipanti furono 90 (88%).

Barbara Mangiacavalli
Barbara Mangiacavalli

Il Comitato Centrale che, come definito dalla legge 3/2018, è il principale organo di governo della Federazione, ha poi individuato come nuovi vicepresidente e tesoriere, rispettivamente, Maurizio Zega e Carmelo Gagliano, già consiglieri nel precedente mandato. Confermata segretaria nazionale, Beatrice Mazzoleni.

La tornata elettorale appena conclusa ha consentito il rinnovo anche delle Commissioni d’Albo: Infermiere e Infermiere pediatrico. Pasqualino D’Aloia è il nuovo presidente della Commissione d’Albo Infermieri, con vicepresidente Daniel Pedrotti e segretaria Marina Vanzetta. La Commissione d’Albo Infermieri pediatrici sarà guidata da Valentina Vanzi, con vicepresidente Barbara Caposciutti e segretaria Angela Capuano.

Tutti gli eletti fanno parte della lista Consolidare il futuro.

«Siamo consapevoli del ruolo sempre più decisivo dell’Ordine professionale nel panorama politico, istituzionale e sociale del Paese e siamo convinti di poter mettere a disposizione di infermieri e cittadini le idee e le energie giuste per, appunto, consolidare quanto realizzato finora, con un’idea chiara di futuro da comunicare e agire nell’interesse della collettività», ha commentato la presidente Mangiacavalli.

Il nuovo mandato si apre infatti nel segno di una continuità dettata dalle numerose progettualità messe in cantiere durante il mandato 2020-2024, contrassegnate dalla gestione della pandemia da Covid e dalla successiva riorganizzazione del sistema sociosanitario del Paese. Spazio anche a numerosi elementi di cambiamento che, come si legge nel programma elettorale presentato dalla lista, punta a costruire una nuova professione infermieristica, inserita nell’ambito di politiche sanitarie, economiche, sociali in evoluzione.

Un obiettivo che i nuovi organi della Federazione si impegnano a centrare continuando a garantire i massimi livelli di rappresentanza politica e istituzionale, conferendo visibilità alla professione a livello nazionale e internazionale. Ma anche aprendo ai giovani a partire dalla creazione di un think tank nazionale che favorisca un ambiente professionale dinamico, stimolante e aperto. Con un occhio attento alla formazione, alla ricerca, all’innovazione e alla sinergia tra professioni sanitarie.

Barbara Mangiacavalli dal 15 febbraio 2019 è Direttore Socio-Sanitario della ASST Milano Nord. L’incarico segue quello ricoperto in precedenza, con lo stesso ruolo, presso l’Asst Bergamo Ovest. Fino al 2015 è stata Direttore di struttura complessa Sitra alla Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia. Un percorso professionale che negli anni si è consolidato grazie anche a un curriculum di studi che coniuga la conoscenza delle scienze infermieristiche con la formazione manageriale in campo sanitario.

Alfabetizzazione sanitaria e sicurezza sul lavoro: un nuovo strumento per i lavoratori italiani

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L’alfabetizzazione sanitaria (health literacy) sul lavoro – cioè la capacità dei lavoratori di comprendere, valutare e utilizzare informazioni sulla salute e sicurezza – è una leva strategica per garantire il benessere individuale e collettivo nelle aziende. In un contesto in cui la prevenzione e la promozione della salute diventano priorità sempre più centrali, i ricercatori dell’Università degli Studi di Palermo hanno tradotto, adattato e validato per il contesto italiano l’Occupational Health Literacy Scale (OHLS), un questionario nato in Germania nel 2023 e progettato per misurare il livello di alfabetizzazione sanitaria dei lavoratori. Questo strumento non è solo un mezzo per raccogliere dati, ma un punto di partenza per sviluppare strategie preventive in linea con il modello Total Worker Health (TWH).

La ricerca, recentemente pubblicata sulla rivista Public Health, ha visto un susseguirsi di fasi, tra cui traduzioni indipendenti, confronto delle versioni, back-translation e una revisione finale affidata a esperti in salute e sicurezza occupazionale. Un percorso rigoroso che ha garantito la piena accuratezza e validità dello strumento per l’applicazione in Italia.

Abbiamo intervistato i protagonisti di questa ricerca innovativa per approfondire il significato e le prospettive di questo lavoro nel panorama delle politiche sanitarie italiane: parlano a TrendSanità Emanuele Cannizzaro (professore associato di Medicina del Lavoro, Direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina del Lavoro presso il Dipartimento PROMISE, Università di Palermo) e Ginevra Malta (ricercatore in Medicina Legale, Dipartimento PROMISE), gli autori dello studio.

Quali sono state le principali sfide nel tradurre e adattare l’OHLS al contesto culturale e linguistico italiano?

«Per la validazione italiana della Occupational Health Literacy Scale (OHLS) abbiamo rispettato i processi previsti dalle Linee Guida di Beaton et al. per la validazione dei questionari in lingua straniera, al fine di garantire il mantenimento delle proprietà psicometriche già testate e validate nella lingua originale; in sintesi quindi abbiamo proceduto a far effettuare una prima traduzione da un esperto madrelingua. La successiva fase di sintesi e di ritraduzione hanno migliorato la comprensibilità del test, centrando l’argomento, e consentendo quindi di passare alle successive fasi di validazione e test pilota.

La traduzione e l’adattamento della OHLS hanno in concreto comportato una serie di sfide sia di carattere linguistico che culturale

Innanzitutto, è stato necessario assicurare che la terminologia tecnica relativa alla salute e sicurezza sul lavoro fosse coerente con il quadro normativo italiano, spesso diverso da quello dei Paesi di origine della scala».

Come si è affrontata la diversità lessicale?

«Nello specifico, alcuni termini e concetti legati a responsabilità, procedure operative standard, segnaletica di sicurezza o ruoli professionali non avevano equivalenti diretti, richiedendo adattamenti o perifrasi. Inoltre, la struttura sintattica e l’uso di determinate espressioni idiomatiche hanno dovuto tener conto del contesto lavorativo locale e delle specificità settoriali, così da rendere gli item comprensibili e pertinenti per lavoratori con differenze di formazione, livello di studio e background socio-culturale.

Emanuele Cannizzaro

Infine, la sensibilità culturale si è rivelata cruciale: concetti come l’approccio al rischio, la percezione delle responsabilità individuali e collettive, così come la fiducia verso le istituzioni preposte alla sicurezza, sono stati attentamente considerati per garantire che gli item dell’OHLS riflettessero fedelmente i valori, le norme e le aspettative del contesto italiano.

I primi risultati del successo di questi sforzi sono stati apprezzati con il test pilota».

Come l’alfabetizzazione sanitaria sul luogo di lavoro influisce sulla sicurezza e sul benessere dei lavoratori?

«Abbiamo potuto apprezzare una eterogeneicità di risposte che hanno consentito di affermare che un elevato livello di alfabetizzazione sanitaria sul luogo di lavoro consente ai lavoratori di comprendere meglio i rischi, le misure preventive, le procedure e i diritti e doveri legati alla propria attività.

Ciò si traduce in una maggiore capacità di riconoscere situazioni potenzialmente pericolose, di seguire correttamente le linee guida di sicurezza, di utilizzare i dispositivi di protezione individuale in modo appropriato e di sapere come agire in caso di emergenza. Inoltre, la comprensione del proprio stato di salute e la consapevolezza del valore delle politiche di prevenzione e promozione del benessere incidono positivamente sullo stato psico-fisico dei lavoratori. Questo potrebbe ridurre i tassi di infortunio, malattia professionale e assenteismo, aumentando la soddisfazione lavorativa e favorendo un clima organizzativo più sano e produttivo, ovvero sostenibile».

Settori ad alto rischio infortunistico, come l’edilizia o la meccanica, tendono a mostrare livelli bassi di alfabetizzazione sanitaria

Avete riscontrato differenze rilevanti nei livelli di alfabetizzazione sanitaria tra diversi settori lavorativi o gruppi demografici?

«Premettendo che il nostro primo studio, effettuato per validare il questionario, è da considerare uno studio pilota, condotto quindi su un numero limitato di soggetti, a cui sta seguendo uno studio più esteso, possiamo affermare come nel corso della validazione e delle prime applicazioni dell’OHLS sono emerse differenze nei livelli di alfabetizzazione sanitaria a seconda del settore lavorativo. Ad esempio, settori ad alto rischio infortunistico, come l’edilizia o la meccanica, tendono a mostrare livelli bassi di alfabetizzazione sanitaria rispetto a settori con maggiore tradizione formativa e protocolli strutturati, come il settore sanitario o quello amministrativo».

Ginevra Malta

E le differenze di età?

«Anche differenze demografiche possono giocare un ruolo importante: lavoratori più giovani, con titoli di studio superiori o con una maggiore familiarità con strumenti digitali e informativi, spesso mostrano livelli di alfabetizzazione sanitaria più elevati. Al contrario, fasce di popolazione lavorativa più anziane, o inserite in contesti socio-culturali con meno esposti a campagne di informazione sulla salute, o con minor livello di istruzione formale, mostrano competenze più limitate.

È auspicabile come tali differenze non siano statiche, ma possano essere modificate attraverso interventi mirati di formazione e comunicazione».

Quali sono le implicazioni dei vostri risultati per le aziende italiane nella promozione della salute e sicurezza sul lavoro?

«I nostri risultati suggeriscono che le aziende italiane, per migliorare la salute e la sicurezza sul lavoro, dovrebbero investire non solo in misure tecniche e strutturali ma anche nello sviluppo dell’alfabetizzazione sanitaria tra i dipendenti. Ciò significa promuovere programmi di formazione mirati, comunicazione chiara e accessibile dei rischi e delle norme, e una cultura organizzativa in cui la sicurezza sia percepita come un valore condiviso.

Le imprese possono ad esempio proporre corsi di formazione interattivi, supporti visivi e digitali, nonché verifiche periodiche della comprensione delle procedure di sicurezza. Questo investimento, oltre a migliorare la prevenzione degli infortuni e la salute a lungo termine dei lavoratori, potrebbe rafforzare la reputazione aziendale, aumentare la produttività e ridurre i costi legati ad incidenti e malattie professionali».

Come si posiziona l’Italia rispetto ad altri Paesi europei e quali lezioni possiamo acquisire?

«L’argomento è controverso. Lo Studio Europeo sull’Alfabetizzazione Sanitaria (HLS-EU), sostenuto dalla Commissione Europea, ha dimostrato che una limitata alfabetizzazione sanitaria è una sfida in diversi Paesi europei.

L’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, mostra una crescente attenzione al tema dell’alfabetizzazione sanitaria sul lavoro, ma con margini di miglioramento, specie rispetto ad alcune nazioni del Nord Europa o alla Germania, dove la formazione professionale e la cultura della prevenzione sono da tempo integrate nel tessuto socio-lavorativo, si osservano livelli più elevati di competenza e consapevolezza.

L’esperienza di altri Paesi suggerisce l’utilità di creare sinergie tra istituzioni, sindacati, datori di lavoro e sistemi formativi per diffondere conoscenze e prassi efficaci

L’esperienza di altri Paesi suggerisce l’utilità di creare sinergie tra istituzioni, sindacati, datori di lavoro e sistemi formativi per diffondere conoscenze e prassi efficaci.

L’Italia potrebbe apprendere da questi modelli, investendo in soluzioni innovative e sostenute nel tempo, rafforzando le campagne informative e favorendo una maggiore partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali inerenti la sicurezza e la promozione della salute, allineandosi ai Sustainable Development Goals (SDG) delle Nazioni Unite in tema di “lavoro sostenibile”, lavoro che stiamo già promuovendo attivamente, portando l’argomento in progetti Horizon Europe ed Erasmus+».

Rapporto RespiVirNet, nell’ultima settimana sindromi simil influenzali in aumento contenuto, forse raggiunto il picco stagionale

Sale ancora, ma con minore intensità, il numero di casi di sindromi similinfluenzali (ILI) nella terza settimana del 2025. Il livello d’incidenza in Italia è pari a 15,0 casi per mille assistiti (14,4 nella settimana precedente). Probabilmente è stato raggiunto il picco stagionale. Sono circa 886.000, per un totale di circa 7.705.000 casi a partire dall’inizio della sorveglianza. Lo evidenzia l’ultimo rapporto RespiVirNet appena pubblicato.

L’incidenza è in aumento solo nelle fasce di età pediatrica soprattutto nei bambini sotto i cinque anni di età, in cui l’incidenza è pari a 34,2 casi per mille assistiti (25,3 nella settimana precedente). Stabile nei giovani adulti e negli anziani. Maggiormente colpite le Regioni/PPAA Lombardia, EmiliaRomagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo e Campania. Basilicata e la Calabria non hanno attivato la sorveglianza epidemiologica.

Durante la settimana 03/2025, la percentuale dei campioni risultati positivi all’influenza sul totale dei campioni analizzati risulta pari al 31%, stabile rispetto alla settimana precedente (31,8%). In particolare, su 3.023 campioni clinici ricevuti dai diversi laboratori afferenti alla rete RespiVirNet, 937 sono risultati positivi al virus influenzale, 742 di tipo A (365 di sottotipo H1N1pdm09, 192 H3N2 e 185 non ancora sottotipizzati) e 195 di tipo B. Tra i campioni analizzati, 202 (6,7%) sono risultati positivi per VRS, 82 (2,7%) per SARSCoV-2 e i rimanenti 421 sono risultati positivi per altri virus respiratori, di cui: 179 (5,9%) Rhinovirus, 110 Coronavirus umani diversi da SARS-CoV-2, 55 Adenovirus, 32 Metapneumovirus, 27 virus Parainfluenzali e 18 Bocavirus.

Ad oggi, sul portale RespiVirNet non è stato segnalato nessun campione positivo per influenza di tipo A “non sottotipizzabile” per i virus influenzali stagionali e/o appartenente ad altro sottotipo (es. A/H5).

Sanità digitale per un SSN più inclusivo

In Italia, il digital gender gap rappresenta una sfida cruciale, con significative disparità di accesso e competenze tra uomini e donne. Nonostante un’ampia diffusione di Internet (84,1% delle famiglie connesse), meno della metà degli utenti possiede competenze digitali di base.

Ridurre il digital gap significa rafforzare la qualità della sanità e rispondere in modo innovativo e giusto alle sfide della salute digitale

Colmare il divario digitale di genere è fondamentale non solo per garantire alle donne un accesso equo alle tecnologie, ma anche per promuovere una sanità più efficiente e personalizzata. È necessario adottare politiche sanitarie inclusive che tengano conto delle diverse esigenze di genere, migliorando così l’equità nell’accesso alle cure e l’efficacia dei risultati sanitari.

Costruire un ecosistema sanitario digitale inclusivo, non solo delle donne ma di tutti i soggetti presenti nella società e di tutte le fasce d’età, non è solo un imperativo etico, ma rimane una priorità strategica per il futuro della salute pubblica in Italia.

Ridurre il digital gap significa rafforzare la qualità della sanità e rispondere in modo innovativo e giusto alle sfide della salute digitale. A che punto siamo in Italia e quali sono le priorità, per le istituzioni, le strutture sanitarie, i professionisti ma anche i cittadini e pazienti?

Ne parliamo con:

  • Monica Calamai
    Direttrice Generale AUSL Ferrara
  • Laura Patrucco
    Presidente Associazione Scientifica Sanità Digitale (ASSD)

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

GIMBE: Le COT senza infermieri rischiano di diventare scatole vuote

«Al 31 dicembre 2024 – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – l’unica scadenza europea della Missione Salute del PNRR che condiziona il pagamento delle rate, ovvero la realizzazione di almeno 480 Centrali Operative Territoriali, è stata rispettata».

L’Osservatorio GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale prosegue la sua attività di monitoraggio indipendente, analizzando sia i risultati raggiunti che le criticità relative all’avanzamento delle riforme. L’obiettivo è fornire ai cittadini un quadro chiaro e oggettivo, al riparo da strumentalizzazioni politiche.

Stato di avanzamento al 31 dicembre 2024

Secondo i dati pubblicati sul portale del Ministero della Salute che monitora lo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR:

  • Milestone e target europei: è stata raggiunta la scadenza relativa all’entrata in funzione di almeno 480 Centrali Operative Territoriali (COT), strutture essenziali per il coordinamento della presa in carico dei pazienti e l’integrazione dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria. Le risorse assegnate a questo target ammontano a € 280 milioni. Il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha confermato alla Camera che la rendicontazione di questo obiettivo è stata inviata alla Commissione Europea, avviando così la procedura per il versamento della settima rata da € 18,3 miliardi. Tuttavia, è importante ricordare che, a seguito della rimodulazione del PNRR, il target minimo di COT è stato ridotto da almeno 600 ad almeno 480 e la scadenza è stata posticipata dal 30 giugno al 31 dicembre 2024.
  • Milestone e target nazionali: «Anche se non condizionano l’erogazione dei fondi del PNRR – spiega Cartabellotta – questi step intermedi richiedono un attento monitoraggio perché potrebbero compromettere le correlate scadenze europee». Sono stati raggiunti tutti i target previsti per il periodo 2021-2024. In dettaglio, nell’ultimo trimestre sono stati raggiunti i seguenti risultati:
    • Pubblicazione di una procedura per l’assegnazione di voucher per progetti PoC (Proof of Concept) e ricerca su tumori e malattie rare. L’obiettivo programmato per fine dicembre era già stato centrato a giugno.
    • Interoperabilità del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE): realizzate le necessarie componenti architetturali. La scadenza di questo target, era stata prorogata dal 30 giugno al 31 dicembre 2024.
    • Completamento degli interventi per interconnessione aziendale: traguardo centrato con 6 mesi di ritardo rispetto alla scadenza originale del 30 giugno 2024.
    • Formazione sulle infezioni ospedaliere: la procedura di registrazione è stata raggiunta con un ritardo di oltre 3 mesi rispetto alla scadenza originale del 30 settembre 2024.

Focus sulle Centrali Operative Territoriali

Nell’ambito della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR, le COT sono state progettate come hub organizzativi per migliorare il coordinamento tra ospedali, medici di famiglia, assistenza domiciliare e servizi sociali. Pensate per garantire una presa in carico continua e personalizzata dei pazienti, rappresentano un elemento chiave per affrontare le sfide legate all’invecchiamento della popolazione e alla crescente prevalenza delle malattie croniche. «In occasione del raggiungimento del target EU sulle COT – spiega il Presidente – è opportuno fare il punto sullo status complessivo di attuazione di queste strutture che, insieme a Case di Comunità, Ospedali di Comunità, telemedicina e al potenziamento dell’assistenza domiciliare, configurano quella rivoluzione organizzativa dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77 e finanziata dal PNRR». Relativamente allo stato di completamento delle COT è opportuno distinguere quelle “dichiarate attive” dalle Regioni e quelle “pienamente funzionanti”, ovvero quelle per le quali è stata elaborata la necessaria relazione da parte di un ingegnere indipendente e una dichiarazione firmata dal Direttore Generale dell’Azienda sanitaria che attesti l’entrata in funzione dell’opera e dei servizi correlati.

Rimodulazione target COT

Secondo la programmazione iniziale del PNRR, era previsto un rapporto di una COT ogni 100.000 abitanti, per un totale di almeno 600 strutture distribuite proporzionalmente tra le Regioni. Tuttavia, per l’aumento di costi di energetici e materie prime, la rimodulazione del PNRR approvata il 24 novembre 2023 dalla Commissione Europea, le ha ridotte del 20%, portando il target ad almeno 480 COT.  Tale rimodulazione, tuttavia, non modifica il numero originario di COT da attivare, ma riduce prudenzialmente il target EU per garantire l’erogazione delle risorse previste dal PNRR: di conseguenza, le ulteriori 120 COT dovranno essere realizzate con altri fondi non ancora ben definiti e senza vincoli legati alle scadenze del PNRR, ovvero senza tempistiche definite.  «In tal senso – commenta il Presidente – fino a quando non saranno pienamente funzionanti tutte le 611 COT previste originariamente, si registrerà un aumento del carico di lavoro per quelle attive, che si troveranno a gestire un bacino di utenza più ampio, rischiando di compromettere la qualità dei servizi».

Attivazione e funzionamento delle COT

«Sebbene sia stato raggiunto – evidenzia Cartabellotta – il target europeo di almeno 480 COT pienamente funzionanti, necessario per richiedere il versamento della settima rata, ad oggi non è disponibile pubblicamente la relativa distribuzione regionale delle COT pienamente funzionanti al 31 dicembre 2024, indispensabile per monitorare l’equità territoriale». Secondo l’ultimo dato reso pubblico dall’Agenas il 18 settembre 2024, al 30 giugno risultavano pienamente funzionanti 362 COT, pari al 59% del totale previsto prima della rimodulazione, ovvero 611 COT. «Infine – continua il Presidente – in un momento storico caratterizzato grave carenza di infermieri dal SSN, l’effettiva operatività delle COT rischia di essere compromessa, rendendole di fatto delle scatole vuote». In particolare, secondo le stime dell’Agenas per il funzionamento delle COT servirebbero da 2.400 a 3.600 unità di infermieri di famiglia e di comunità (IFoC), ovvero un coordinatore infermieristico, oltre a 3-5 IFoC per ciascuna COT, personale per il quale sono già stati stanziati € 480 milioni dal DL 34/2020.  Un fabbisogno che stride con sia con la carenza di personale infermieristico (nel 2022 6,5 per 1.000 abitanti, rispetto alla media OCSE di 9,8), sia con il basso numero di laureati (nel 2022 16,4 per 1.000 abitanti, rispetto alla media OCSE di 44,9), sia con la scarsa attrattività della professione visto per l’Anno Accademico 2023-2024 sono pervenute 23.627 domande per 20.058 posti disponibili e per il 2024-2025 21.250 domande per 20.435 posti. 

«Inevitabilmente – conclude Cartabellotta – la crisi del personale sanitario, in particolare quello infermieristico, si ripercuote a cascata sulla riforma dell’assistenza territoriale programmata dal PNRR che rischia di trasformarsi in una occasione mancata. È inaccettabile che, mentre si celebrano giustamente gli obiettivi raggiunti, si perda di vista che l’indebitamento del Paese rischia di non avere alcun beneficio per la salute delle persone. Ovvero, il fine ultimo del PNRR non può limitarsi al rispetto delle scadenze per incassare le rate: ma è cruciale garantire che queste riforme lascino un’eredità duratura per tutelare la salute di tutte le persone, riducendo le diseguaglianze regionali e territoriali e assicurando un’assistenza sanitaria equa e universale. Ecco perché il successo del PNRR è strettamente legato al rilancio del Servizio Sanitario Nazionale e in particolare delle politiche per rendere nuovamente attrattiva la carriera di tutti i professionisti nella sanità pubblica».

Il Presidente Nisticò incontra il Presidente dell’Agenzia tedesca dei farmaci

Promuovere l’innovazione farmaceutica, in particolare nel campo delle malattie neurodegenerative, e renderla accessibile ai pazienti in tempi più rapidi. Cogliere e regolare le potenzialità dell’intelligenza artificiale, con una mole di informazioni e dati senza precedenti. Questi i temi al centro dell’incontro fra il Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Robert Nisticò, e il Presidente dell’Istituto federale per i farmaci e i dispositivi medici (BfArM) della Germania, Karl Broich, che si è tenuto ieri a Bonn.

Nisticò, accompagnato dal responsabile dell’Ufficio Ricerca indipendente dell’AIFA, Armando Magrelli, ha visitato l’Autorità federale indipendente sui medicinali, l’analogo tedesco dell’AIFA, e il DZNE (Deutsches Zentrum für Neurodegenerative Erkrankungen), il più grande centro di ricerca in Europa sulle malattie neurodegenerative, di cui è direttore scientifico l’italiano Pierluigi Nicotera. La visita ha segnato l’avvio di un dialogo internazionale destinato a proseguire.

«Auspico per l’AIFA un ruolo sempre più decisivo nel contesto europeo – sottolinea Nisticò –. Uno degli obiettivi del mio mandato è quello di rafforzare i rapporti con le Agenzie degli altri Paesi, l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e gli altri organismi internazionali. L’Agenzia tedesca dei farmaci è un partner strategico in quanto vanta esperienza in tema di accesso precoce all’innovazione, promuovendo politiche di ricerca e sviluppo. Inoltre, sta implementando programmi moderni per un utilizzo ottimale dell’IA nei processi decisionali regolatori».

Durante l’incontro si è discusso dell’importanza di rafforzare la cooperazione a livello dell’UE: per i presidenti delle due agenzie regolatorie, l’armonizzazione e la collaborazione sono infatti essenziali per fornire ai pazienti un accesso più rapido alle terapie innovative e, al contempo, contrastare il fenomeno della carenza di medicinali. A questo possono contribuire i progetti finanziati dall’Unione europea come IncreaseNET e CHESSMEN, di cui AIFA è capofila.

Nisticò e Broich si sono confrontati su come poter migliorare le condizioni per la ricerca e lo sviluppo di terapie di precisione, con l’obiettivo di promuovere l’innovazione nel settore sanitario garantendo la sostenibilità del sistema. In particolare, la ricerca nel campo delle malattie neurodegenerative sta vivendo un momento di grande fermento, che ha portato alla scoperta di diversi biomarcatori, con un ruolo sempre più importante per comprendere meglio e intercettare precocemente questi disturbi, e a nuovi approcci terapeutici.

Al centro dell’incontro fra i due presidenti, infine, il tema delle carenze e le azioni messe in campo per migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento dei farmaci, come il ruolo che può svolgere l’AI anche in questo ambito.

«È stato un piacere accogliere al Bfarm il professor Robert Nisticò e il dottor Armando Magrelli – ha commentato Broich –. Quest’occasione di confronto stimolante apre nuove prospettive e ci incoraggia a promuovere soluzioni congiunte».

Nomenclatore, Giorlandino (UAP): «Sciopero privati accreditati? È un’ipotesi»

«Sciopero dei privati accreditati? È un’ipotesi. Noi vogliamo erogare una sanità sana e con rimborsi di pochi euro per esami e visite questo non è possibile». Ha risposto così la presidente della UAP (Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata), la dottoressa Mariastella Giorlandino, interpellata dai giornalisti in occasione della conferenza stampa organizzata oggi a Roma dalla UAP (Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata) per discutere sulle «gravi problematiche derivanti dall’applicazione del nuovo Nomenclatore tariffario, entrato in vigore il 30 dicembre», e sulle conseguenze dirette per le strutture sanitarie private e per i cittadini. L’evento si è svolto presso la Clubhouse di piazza Montecitorio.

Il 28 gennaio, intanto, si riunirà il Tar del Lazio sul merito della sospensiva del nuovo nomenclatore tariffario, entrato in vigore a fine 2024, che ha scatenato le polemiche degli ambulatori e dei laboratori privati accreditati, secondo cui c’è stato per molte tariffe un taglio al ribasso. «Ci aspettiamo il buonsenso da parte del governo e del ministro della Salute Schillaci per rivedere le tariffe – ha aggiunto Giorlandino -. Noi non siamo contro il governo, ma si devono correggere gli errori che danneggiano la sanità privata accreditata e anche il Servizio sanitario nazionale, che in alcune regioni andrà ancora più in rosso».

Tariffe: tagli fino a 60%, non fattibile

«Nel nuovo nomenclatore ci sono tagli ai rimborsi che arrivano fino al 60%. Non è fattibile così, questi errori devono essere corretti, perché danneggeranno noi come privati accreditati, ma anche la sanità pubblica con una forte disparità tra nord e sud – continua la presidente della U.A.P. Giorlandino -. L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, ha detto che la Lombardia perde 1 miliardo di euro, ma le regioni del sud, che già sono in piano di rientro, finiranno per andare ancora più in rosso». Le realtà ospedaliere accreditate grandi e piccole, intanto, «non ce la fanno a coprire i costi di un Ecg rimborsato a 17,50 euro, ma come si paga il professionista che lo fa? Il 28 gennaio dal Tar del Lazio mi aspetto buonsenso e un correttivo», ha concluso la presidente UAP.

Volontà di colpire il sud

«È ben chiaro che c’è una volontà di colpire le regioni del sud, perché non è possibile fare un tariffario sottocosto. Non vorrei che si volessero far acquistare un po’ di strutture a chissà chi – conclude Giorlandino -. C’è il colpevole e ci sono le responsabilità: non credo che tutto ciò avvenga in maniera così superficiale. Sicuramente c’è un movente: far fallire tante aziende italiane. Noi difendiamo la salute, non facciamo politica, difendiamo l’italianità e tuteliamo il cittadino, che non deve essere preso più in giro con ‘sanità privata’ o ‘sanità pubblica’. La politica non ne faccia un’arma di scontro».

Reproductive Justice in Poland: Legal Challenges and Societal Impacts

This e-book by Professor Maria Boratyńska offers an in-depth examination of the legal, ethical, and social challenges surrounding reproductive justice in Poland. It explores key areas such as abortion, contraception, prenatal diagnosis, and medically assisted procreation, with a particular focus on the practical barriers posed by inconsistent legal enforcement, societal stigma, and the significant influence of Catholic institutions.

A significant section is dedicated to in vitro fertilisation (IVF), addressing the difficulties encountered by patients due to limited state support and strong opposition rooted in religious doctrine. It also addresses the social stigma faced by couples seeking infertility treatment and children born through IVF, advocating for the recognition and protection of their rights and dignity.

In conclusion, this text calls for a balanced approach that upholds personal autonomy, ensures equitable access to reproductive healthcare, and counters the undue influence of religious ideology in legislative processes.