È possibile sostenere il benessere emotivo delle neomamme, contrastando la depressione post partum (DPP), con il canto di gruppo: lo ha dimostrato lo studio “Music and Motherhood”, promosso e coordinato dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS Europa) e coordinato in Italia dall’Iss, di cui è appena partita la seconda edizione, che si propone di allargare ulteriormente l’esperienza.
Secondo i risultati raccolti nella prima fase, pubblicati sulla rivista Frontiers in Medicine, il canto di gruppo si è rivelato uno strumento sostenibile e adeguato, che ha permesso di migliorare in modo significativo la sintomatologia depressiva e la qualità della vita delle neomamme partecipanti, aiutare le donne partecipanti a condividere e a migliorare il proprio stato emotivo, fornendo uno strumento di interazione con il bambino, demedicalizzare il processo di cura e coinvolgere anche donne straniere con padronanza linguistica non sufficiente per essere avviate alla psicoterapia in italiano.
Il progetto nella sua seconda fase si propone di promuovere su più larga scala, a livello nazionale, l’offerta di questo specifico intervento di canto di gruppo per neomamme che manifestano sintomi di depressione post partum. Il protocollo di studio richiama il precedente mirando a rendere disponibili informazioni sia sulla fattibilità dell’intervento, sia sull’impatto percepito sulla salute mentale e il benessere delle mamme partecipanti. L’ISS sta attualmente sviluppando un pacchetto formativo ad hoc per l’intervento in italiano. È inoltre in fase di elaborazione una guida pratica sull’attuazione dell’intervento, adattata al contesto italiano, che si rivolge a organizzazioni, decisori e professionisti del Servizio Sanitario Nazionale e del settore artistico e culturale interessati a esplorare le potenzialità e le caratteristiche di “Music and Motherhood” (per informazioni e adesioni è possibile scrivere a ilaria.lega@iss.it).
«Il canto – sottolinea Ilaria Lega, Reparto Salute della donna e dell’età evolutiva, Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità – ha aiutato le neomamme ad esprimere i propri sentimenti, a trovare strategie per migliorare il proprio stato d’animo e l’interazione con il bambino. È stato possibile, inoltre, coinvolgere anche donne straniere con padronanza linguistica non sufficiente per essere avviate alla psicoterapia in italiano. L’attenzione alle esigenze delle madri e la co-presenza di un insegnante di canto e di un operatore sanitario sono stati tra i fattori chiave del successo del progetto nella sua declinazione italiana. A testimonianza di quanto emerso dalle analisi svolte dall’Iss, non ci sono stati rifiuti né abbandoni fra le donne avviate all’intervento e l’aderenza all’intervento è stata molto elevata: il numero medio di incontri frequentati dalle mamme è stato di nove su dieci».
L’intervento di canto di “Music and Motherhood”
L’intervento, che prevede 10 incontri settimanali di canto di gruppo ai quali possono partecipare 8-12 mamme, si rivolge a donne nel periodo post natale con sintomi di DPP (punteggio ≥10 Edinburgh Postnatal Depression Scale, EPDS). Gli elementi chiave sono la centralità della mamma come destinataria dell’intervento e il fatto che tutte le partecipanti presentino sintomi di DPP. Le donne sono invitate a partecipare agli incontri con i loro bambini, ma non si tratta di un prerequisito per la loro partecipazione, in quanto l’obiettivo principale è il supporto al benessere emotivo delle mamme. Gli incontri sono condotti da un maestro di canto professionista – denominato leader di canto – che guida le mamme nel canto di insieme promuovendo il supporto fra pari e l’aiuto reciproco attraverso un approccio demedicalizzato. Sono proposte varie tipologie di brani anche in diverse lingue, sulla base della composizione specifica del gruppo. Per partecipare agli incontri non è richiesta alle mamme alcuna competenza musicale. Si possono utilizzare semplici strumenti di accompagnamento, come piccole percussioni. Durante le sessioni di canto è offerto un rinfresco, che costituisce un momento di pausa e socializzazione.
Consip ha pubblicato la prima gara per 36 robot chirurgici per le specialità di Urologia, Chirurgia generale e Ginecologia destinati alle strutture sanitarie pubbliche, del valore di 200 milioni di euro.
In linea con gli obiettivi del Piano industriale 2025-2028, l’iniziativa amplia il perimetro di intervento di Consip a un ambito merceologico innovativo – caratterizzato da una domanda emergente – con l’obiettivo di rispondere efficacemente ai fabbisogni della PA e contribuire alla diffusione dell’innovazione tecnologica.
Il contratto che sarà messo a disposizione prevede due diverse modalità di approvvigionamento – acquisto e noleggio – per rispondere a tutte le esigenze garantendo un’offerta ampia, flessibile e tecnologicamente avanzata.
Lo strumento contrattuale scelto – l’Accordo quadro con più aggiudicatari – consentirà alle amministrazioni di affidare appalti specifici a uno o più degli operatori economici aggiudicatari della gara, sulla base della graduatoria di merito o sulla base di specifiche esigenze tecnico-sanitarie.
Insieme al robot chirurgico, si potrà acquistare il materiale di consumo necessario all’utilizzo e, incluso nel costo della fornitura, il servizio di formazione del personale sanitario e il servizio di assistenza e manutenzione full risk per 5 anni.
Per la realizzazione dell’iniziativa, Consip si è avvalsa della collaborazione della Società Italiana di Chirurgia (SIC), della Società Chirurghi Ospedalieri Italiani (ACOI) e dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC).
In linea con l’approccio di Consip alle iniziative in campo sanitario, per garantire qualità e innovazione tecnologica delle apparecchiature offerte, la Commissione giudicatrice sarà composta da chirurghi con comprovata esperienza nel settore.
Il termine di presentazione delle offerte è fissato per il 27 febbraio 2025.
Ieri, 9 febbraio, scadeva la proroga per il nostro Paese in materia di serializzazione farmaci. A febbraio 2019 è infatti entrato in vigore il nuovo sistema di tracciamento dei farmaci europeo, che prevede un codice identificativo univoco e un dispositivo antimanomissione sulle confezioni. All’epoca Italia, Belgio e Grecia hanno ricevuto una proroga fino a febbraio 2025 in virtù dei loro sistemi di tracciabilità e controllo giudicati molto avanzati. All’inizio del 2024 il Belgio è entrato nel nuovo sistema, mentre l’Italia, all’avvicinarsi della scadenza dei 6 anni di proroga, sembrava impreparata.
Il consorzio che incaricato di gestire la serializzazione nel nostro Paese è stato istituito solo il 17 gennaio 2024, mentre il decreto che recepisce il nuovo regolamento è stato approvato il 28 gennaio e pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’ultimo giorno utile, venerdì scorso.
A dicembre, in un comunicato congiunto Farmindustria e Egualia avevano espresso tutta la loro preoccupazione: l’assenza di linee guida sulle specifiche tecniche avrebbe impattato sulla disponibilità di farmaci.
Cosa prevede il decreto
In Italia finora era in vigore un database unico nazionale e un bollino autoadesivo emesso dall’istituto Poligrafico dello Stato. Il nuovo decreto prevede un periodo di stabilizzazione fino al 8 febbraio 2027, durante il quale le sanzioni (comprese tra i 10.000 e i 140.000 euro per lotto) saranno sospese. Nel decreto si rimanda a una serie di decreti attuativi che saranno emessi a 30, 60 e 90 giorni. Si dovrà poi stipulare una convenzione – senza data di scadenza – tra NMVO Italia (il consorzio costituito a gennaio 2024 per la gestione nel sistema nazionale anticontraffazione) e il Poligrafico dello Stato.
Tutti i medicinali sottoposti alla normativa il cui lotto è stato rilasciato sul mercato entro il 9 febbraio possono essere normalmente distribuiti fino alla naturale scadenza.
Il provvedimento prevede appunto un periodo di stabilizzazione di 24 mesi nel quale industria, filiera e Pubblica Amministrazione potranno assicurare la continuità operativa nella produzione e nella fornitura dei farmaci e al contempo lavorare insieme per aggiornare le complesse procedure che le regolano. È infatti necessaria la revisione dei processi logistici e operativi.
La direttiva europea riguarda soprattutto i medicinali soggetti a prescrizione (con alcune eccezioni riportate in un allegato), ma si lascia a ogni Stato membro la possibilità di estendere l’ambito di applicazione.
Si tratta di una normativa end-to-end: il sistema va attivato al momento dell’immissione sul mercato di un farmaco e disattivato quando ne esce (perché esportato al di fuori dello spazio europeo, oppure venduto al consumatore finale). Nel caso di un ospedale, il sistema andrà disattivato nel momento dell’apertura della scatola e non al consumo. Tra l’attivazione e la disattivazione possono essere effettuati controlli e verifiche.
Secondo gli esperti, la serializzazione permette la gestione informatizzata di lotto e scadenza (oggi per farlo si ricorre al data entry manuale), assicurando una migliore gestione delle scorte e delle giacenze. Inoltre, la gestione informatizzata dei seriali permette una tracciabilità ancora più puntuale sula singola confezione e un miglioramento dei processi di rintracciabilità.
In un comunicato congiunto, Farmindustria e Egualia hanno parlato di «una misura – molto apprezzata – che dà certezze a tutta la filiera farmaceutica e conferma l’attenzione del Governo alla tutela della salute».
Il Decreto pone le basi per lavorare costruttivamente nelle prossime fasi della sua applicazione: «Siamo fiduciosi – prosegue la nota – che l’atteggiamento di apertura al confronto e al dialogo da parte di Istituzioni e imprese possa portare, in breve tempo, alle soluzioni tecniche necessarie per continuare ad assicurare la qualità della salute e la necessaria difesa della competitività dell’industria».
L’entrata in vigore della Legge 177, che ha riformato l’articolo 187 del Codice della Strada, ha suscitato un acceso dibattito tra associazioni di pazienti e specialisti. In occasione della Giornata Internazionale dell’Epilessia, il 10 febbraio 2025, approfondiamo l’impatto di questa riforma con Carlo Andrea Galimberti, Responsabile del Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia dell’IRCCS Fondazione Mondino di Pavia e Presidente della Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE). Un confronto per comprendere le implicazioni del nuovo quadro normativo e il punto di vista della comunità medico-scientifica, in particolare dei neurologi e delle altre figure sanitarie coinvolte nella gestione dell’epilessia.
Carlo Andrea Galimberti
Cosa cambia con la modifica dell’articolo 187 nella riforma del Codice della Strada per chi utilizza farmaci anticrisi?
«La riforma si inserisce in una prospettiva di inasprimento dei provvedimenti contro l’uso di sostanze che potrebbero compromettere la guida. Purtroppo, la riforma, nel testo dell’art. 187, persevera in alcuni equivoci già presenti in Decreti Legge dagli anni ’90 concernenti la definizione e la classificazione di farmaci psicoattivi. Inoltre, una novità davvero critica è che non è più necessario che venga osservata un’effettiva alterazione psicofisica: basta l’assunzione di determinate sostanze anche diverso tempo prima del controllo, anche se il conducente, in quel momento, appare perfettamente efficiente alla guida. Un equivoco può nascere dal termine “sostanze psicoattive”: questo può comprendere tutta una serie di principi farmaceutici potenzialmente efficaci ad esempio sull’umore, ma anche sull’ansia; i loro possibili effetti sulla vigilanza in particolare, per un loro utilizzo scorretto, potrebbero essere ritenuti nocivi per chi guida. Il problema nella nostra prospettiva risiede nel fatto che diversi farmaci utilizzati e approvati per la terapia dell’epilessia (farmaci anticrisi) hanno anche proprietà che potrebbero essere definite “psicoattive”, e questo ha creato un certo smarrimento tra i pazienti che li utilizzano».
I farmaci contro l’epilessia hanno adesso una definizione più precisa? Perché si chiamano “anticrisi” e non più “antiepilettici”?
«È stato introdotto questo termine in sostituzione di quello più comune, a volte ancora utilizzato di “farmaci antiepilettici”. Questo poiché gli effetti prevalenti dei farmaci che utilizziamo per la terapia dell’epilessia sono quelli che hanno la funzione non tanto di curare il fenomeno di base quanto di prevenire la ricorrenza delle crisi, che rappresentano il nucleo fenomenologico fondamentale dell’epilessia».
Alcune incongruenze terminologiche e semantiche creano incertezze e timori nella comunità di medici e pazienti con epilessia
In caso di controlli da parte delle forze preposte, il paziente che utilizza farmaci anticrisi deve avere con sé documenti che attestano la sua terapia?
«Come LICE ci siamo astenuti dal dare indicazioni dirette ai pazienti su questo punto per questioni di rispetto della privacy, a differenza di alcune associazioni di pazienti che hanno suggerito questa ipotesi. Noi siamo stati molto esitanti a suggerire questa soluzione ai pazienti, perché una società medico scientifica si deve attenere a comunicazioni istituzionali da questo punto di vista e quindi non riteniamo opportuno sollecitare i pazienti a commettere una violazione della propria privacy dichiarando la propria condizione medica in contesti non appropriati, così come non è richiesto in ambito lavorativo dove i dati sanitari del lavoratore rimangono tutelati in ambito medico. Suggeriamo ai pazienti invece di mantenersi assidui nei controlli medici periodici in modo che ci siano controlli medici recenti. Confidiamo anche che, come promette un comunicato del Ministero, eventuali ulteriori misure allo studio intervengano in modo adeguatamente tempestivo da prevenire tutta questa serie di complicazioni».
Quindi, qual è la posizione della LICE sul testo della Legge 177?
«Alcune incongruenze terminologiche e semantiche creano incertezze e timori nella nostra comunità di medici e pazienti. Tuttavia la normativa, originariamente emanata dal Ministero delle Infrastrutture, è stata oggetto di precisazioni in un comunicato ufficiale del Ministero del 14 dicembre 2024, consultabile qui. Questa precisazione si trova nella sezione “Contrasto alla guida sotto effetto di alcol e droghe” e recita: “I pazienti in terapia con farmaci che potrebbero essere rilevati al momento del controllo dovranno come ora, attenersi alle indicazioni mediche prima di mettersi al volante. Allo studio, eventuali ulteriori misure”. Questa è un’affermazione ovvia, poiché i pazienti sono già tenuti ad assumere i farmaci sotto controllo medico ed evitare la guida in caso di uso improprio, ma è al tempo stesso rassicurante anche per i nostri pazienti. Già il Ministero promette ulteriori misure.
Comunicati ufficiali delle Istituzioni riconoscono formalmente la differenza tra chi assume sostanze psicoattive sotto controllo medico e chi ne fa uso improprio
Uno dei problemi sollevati frequentemente dai pazienti ai loro medici riguarda l’incertezza su quali sostanze e principi attivi possano essere rilevati durante un controllo stradale. Con gli attuali dispositivi in uso, si pensa che le benzodiazepine siano quelle più facilmente individuabili. A questo rovello sono insorti anche gli psichiatri e le loro Associazioni, perché queste sostanze sono di utilizzo frequente nella loro competenza. Tuttavia, è rassicurante che comunicati ufficiali delle Istituzioni riconoscano formalmente la differenza tra chi assume sostanze psicoattive sotto controllo medico e chi ne fa uso improprio. Chi assume questi farmaci correttamente, seguendo la prescrizione medica, non dovrebbe pertanto essere sanzionato».
La Lega Italiana Contro l’Epilessia è intervenuta a livello istituzionale?
«Sì, a inizio gennaio abbiamo inviato una comunicazione ufficiale ai due Ministeri coinvolti, ovvero il Ministero delle Infrastrutture e il Ministero della Salute, chiedendo chiarimenti e di partecipare, come Società medico-scientifica, al tavolo tecnico di cui si è prospettata l’istituzione da parte dei due Ministeri coinvolti, proprio per dirimere le questioni rimaste in sospeso. La lettera è pubblicata sulla home page del nostro sito web. Ci siamo anche recentemente coordinati con la Società Italiana di Neurologia (SIN) per procedere congiuntamente su alcuni punti».
Quali sviluppi ci sono stati finora?
«Al momento non abbiamo ricevuto risposta alla nostra richiesta di partecipazione al tavolo tecnico, né sappiamo se questo sia stato già istituito. Sappiamo tuttavia che in ambito parlamentare siano state presentate richieste di emendamenti al testo di Legge, ma la situazione è ancora ferma a dicembre con il comunicato del Ministero delle Infrastrutture. Come LICE e altre Società scientifiche ed Associazioni, stiamo vigilando molto attentamente sulla situazione, anche a livello giuridico ed auspichiamo che le Società scientifiche e le Associazioni vengano invitate presto al tavolo tecnico».
Un aspetto critico è la mancanza di chiarezza su quali sostanze possano essere rilevate durante i controlli stradali e con quali strumenti
Quali sono le principali preoccupazioni?
«Un aspetto critico è la mancanza di chiarezza su quali sostanze possano essere rilevate durante i controlli stradali e con quali strumenti. Il tavolo tecnico pensiamo dovrebbe, secondo le nostre richieste, provvedere a una riclassificazione anche delle sostanze potenzialmente definibili psicoattive, ma utilizzabili senza problemi sotto controllo medico. Per esempio, le benzodiazepine potrebbero essere facilmente individuabili. Inoltre, non è chiaro su quale base vengano effettuati gli accertamenti quando un conducente appare in perfetta efficienza. C’è anche il tema dei fitoderivati cannabinoidi privi di effetti stupefacenti, usati per alcune forme di epilessia oltre che per altre malattie. Il rischio teorico attuale è che anche persone in perfetta buona fede e che assumono correttamente terapie prescritte in ambito medico possano andare incontro a interventi sanzionatori immediati e ingiustificati».
Percorsi formativi dedicati agli ingegneri impegnati nel comparto sanitario, azioni congiunte per valorizzare il ruolo dell’ingegneria nella sanità, presenza unitaria, rinnovata e qualificata nel dialogo con le Istituzioni regionali di riferimento per l’ambito sanitario: questi sono i principali obiettivi previsti dal Protocollo sottoscritto dall’Ordine degli ingegneri della provincia di Napoli (presieduto da Gennaro Annunziata), dall’Ordine degli Ingegneri della provincia di Caserta (presieduto da Carlo Raucci, nell’occasione rappresentato da Federico Conte) e dall’Associazione italiana ingegneri Clinici-AIIC (presieduta da Umberto Nocco).
Il documento – che prevede numerose iniziative congiunte, tra cui la creazione di Gruppi di lavoro sugli ambiti della formazione, degli standard di qualità, su ricerca e innovazione, oltre che su comunicazione ed advocacy – è stato siglato all’interno di un incontro al Policlinico dell’Università di Napoli Federico II. L’intesa dedica ampio spazio alla formazione specifica, e prevede iniziative di mentoring e orientamento per i giovani ingegneri che muovono i primi passi nel settore sanitario, offrendo loro la possibilità di avvalersi dell’esperienza di professionisti più esperti.
«L’accordo sottoscritto oggi – spiega il presidente degli ingegneri di Napoli, Gennaro Annunziata – ha l’obiettivo di valorizzare il ruolo e la missione degli ingegneri nella sanità attraverso azioni concrete, mettendo a sistema le competenze, gli strumenti e le potenzialità dell’Ordine e dell’AIIC. L’accordo, nelle intenzioni di noi sottoscrittori, mira inoltre a rafforzare la nostra capacità di interlocuzione con i decisori politici e amministrativi, contribuendo a comunicare con maggiore efficacia il know-how degli ingegneri clinici e biomedici».
E Ciro Verdoliva, direttore generale della Asl Napoli 1 e coordinatore della commissione “Ingegneria della salute” dell’Ordine degli ingegneri di Napoli, aggiunge: «È importante che gli Ordini promuovano iniziative che, attraverso percorsi formativi e di aggiornamento, possano valorizzare le professionalità dei colleghi ingegneri in un contesto normativo e tecnologico fortemente in evoluzione».
«Sviluppare una serie di iniziative congiunte tra componente ordinistica della professione e specialisti dell’ingegneria clinica – ha detto Carlo Raucci dell’Ordine degli Ingegneri di Caserta – ci sembra una prospettiva quanto mai utile e tempestiva, soprattutto in riferimento all’evoluzione tecnologica che nella sfera della salute e delle cure sta procedendo a ritmi vertiginosi».
«Il protocollo che abbiamo siglato oggi a Napoli – ha dichiarato Umberto Nocco -, si inserisce nel solco delle relazioni utilissime e necessarie che AIIC intrattiene con i singoli Ordini territoriali degli ingegneri, ma assume un’importanza particolare se riferito al grande lavoro che stiamo sviluppando in vista del nostro 25° Convegno nazionale, che si terrà proprio nel capoluogo partenopeo. Da questo punto di vista è nostra intenzione creare un’effettiva sinergia all’interno della professione per garantire alta qualità dei contenuti e forte capacità di rappresentazione delle competenze che l’ingegneria sviluppa all’interno del territorio campano».
Nel dialogo seguito alla firma del Protocollo – a cui hanno contribuito anche i coordinatori regionali AIIC Pasquale Garofalo, Antonio Mancaniello, Nicola Tufarelli ed il vicepresidente dell’Associazione Gianluca Giaconia – i presidenti e firmatari del Documento hanno poi approfondito le prospettive occupazionali odierne per tutti gli ingegneri operanti nel settore sanitario: prospettive decisamente incoraggianti, non solo nell’ambito biomedico e clinico, ma anche in quello gestionale e in quello tradizionale dell’edilizia applicata all’ambito sanitario. L’insieme delle tematiche così identificate sarà parte rilevante del prossimo Convegno AIIC che si terrà a Napoli (14-17 giugno, Mostra d’Oltremare). Nelle prossime settimane il protocollo sarà firmato anche dagli altri Ordini professionali della Campania.
L’eventuale passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia preoccupa, e non poco, anche la Federazione CIMO-FESMED, che rappresenta i medici già dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Il cambiamento di status giuridico dei medici di base infatti potrebbe avere conseguenze importanti anche sulle prospettive retributive e di carriera della dirigenza: in assenza di appositi interventi, gli oltre 40mila MMG diventerebbero competitor dei dipendenti nella gestione dei fondi contrattuali e nei percorsi di carriera. Considerato che sia i fondi che i posti da responsabile di struttura sono oggi limitati e ridotti all’osso, non è pensabile che gli stessi debbano essere condivisi con una platea di professionisti più ampia.
«Riteniamo assurdo che una riforma così epocale, che potrebbe avere importanti ripercussioni anche sul mondo degli ospedalieri, non sia oggetto di confronto con i medici – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Sono infatti numerose le domande che ci poniamo e che ad oggi non trovano risposta. Qualora i medici di famiglia diventassero dipendenti, con quali finanziamenti si intende adeguare i fondi contrattuali? Come si intende rivedere l’attuale limitazione del numero di responsabili di struttura, oggi calcolato sulla base del numero di abitanti? Con quale metodologia verrà definito il fabbisogno di personale, atteso che lo stesso deve rientrare nel tetto di spesa risalente al 2004?».
«Ci auguriamo che la riforma della medicina del territorio, qualora prevedesse il passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia, dia risposte e rassicurazioni su tutti questi temi. Non vorremmo infatti che, considerata la fretta di adottare la riforma per riempire le case di comunità e non perdere i finanziamenti del PNRR, questi problemi non fossero stati tenuti in debita considerazione e arginati con i necessari provvedimenti».
«Infine, occorre ricordare che da tempo la Federazione CIMO-FESMED sostiene la necessità di prevedere due contratti paralleli per i medici convenzionati e per i dipendenti, mantenendo dunque l’attuale status giuridico, da non firmare più con la Funzione Pubblica ma con il Ministero della Salute e le Regioni. In questo modo si potrebbero regolare in modo condiviso alcuni aspetti organizzativi e professionali per tutti i medici, pur mantenendo delle doverose peculiarità, aiutando i colleghi a dialogare meglio tra loro e a collaborare in modo più efficiente anche sul territorio» conclude Quici.
Un’ombra si allunga sulla comunità scientifica statunitense: l’amministrazione Trump ha ordinato il ritiro di articoli scientifici ancora da pubblicare per essere sicuri di eliminare termini come “transgender”, “LGBT” e “non binario”. Questa mossa solleva interrogativi sulla libertà accademica e sull’integrità e libertà della ricerca scientifica.
Ma cosa è successo in dettaglio? Secondo quanto riporta Reuters, lo scorso 31 gennaio il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha ricevuto la disposizione di ritirare tutti gli articoli scientifici in fase di pubblicazione per rimuovere termini considerati “non conformi” a un recente ordine esecutivo dell’amministrazione del nuovo presidente Usa, che riconosce solo due sessi (o generi, per utilizzare un linguaggio politicamente corretto che ormai pare essere scomparso dalle mura della Casa Bianca): maschile e femminile. Parole come “transgender”, “LGBT” e “non binario” sono state bandite dal linguaggio ufficiale della scienza.
A destare particolare preoccupazione il fatto che questa direttiva non si limiti alla letteratura scientifica. Il CDC, infatti, ha eliminato anche i riferimenti alle persone transgender e all’identità di genere dal proprio sito web, influenzando così set di dati e linee guida sanitarie cruciali per la ricerca pubblica.
L’allineamento del CDC, da sempre un punto di riferimento per le informazioni su salute e prevenzione non solo negli Stati Uniti, lascia davvero attoniti. A partire dalla homepage del sito istituzionale, dove compare in bella evidenza la scritta “CDC’s website is being modified to comply with President Trump’s Executive Orders” – Il sito dei CDC è in fase di modifica per conformarsi agli ordini esecutivi del presidente Trump”.
E così, formalmente ammantato del tradizionale liberalismo a stelle e strisce, l’autoritarismo di uno degli uomini più potenti del mondo rischia di cancellare decenni e decenni di progresso scientifico nel campo della salute. Anche a detrimento della stessa popolazione americana, giacché imbavagliare la ricerca medico-scientifica non può far altro che produrre risultati meno attendibili, ad esempio quando ci si riferisce a efficacia e sicurezza dei medicinali, che devono essere testati in trial clinici che siano rappresentativi della popolazione. E navigando sul sito del CDC si scopre che sono scomparse persino le pagine relative al supporto ai giovani LGBTQ+ e alle loro disparità di salute.
Enrico Di Rosa
«Il CDC, per adeguarsi all’ordine esecutivo di Donald Trump, sta procedendo a rimuovere i contenuti considerati promotori di “ideologie di genere” dal proprio sito, con la cancellazione di pagine su salute e prevenzione rivolte alla comunità transgender e LGBTQ+, inclusi materiali informativi sull’HIV e sulla vaccinazione contro l’mpox. Sono a rischio di eliminazione anche set di dati fondamentali per la ricerca sulla salute pubblica, come il Youth Risk Behavior Surveillance System, che monitora il benessere mentale e il rischio suicidario tra i giovani transgender. Ed è prevista la modifica del linguaggio ufficiale del sostituendo termini come “genere” con “sesso” e cancellando riferimenti a persone transgender nelle linee guida mediche. Queste modifiche – commenta per TrendSanità Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) – rappresentano un chiaro esempio di interferenza politica sulla scienza e sulla salute pubblica. Eliminare dati e risorse cruciali per le comunità più vulnerabili non solo compromette la ricerca e la prevenzione, ma rischia di esacerbare le disuguaglianze sanitarie. La salute pubblica dovrebbe basarsi su evidenze scientifiche e inclusività, non su ideologie restrittive che rischiano di privare supporto ed assistenza a intere fasce di popolazione».
Negli USA la comunità scientifica e i difensori dei diritti civili hanno reagito con indignazione. Esperti di salute pubblica e redattori di riviste scientifiche avvertono che questa mossa potrebbe ostacolare la capacità di affrontare le esigenze mediche di popolazioni diverse. La rimozione di dati relativi alla salute delle persone transgender, così come le linee guida sull’Hiv, solleva poi preoccupazioni significative tra gli esperti di malattie infettive.
Sono a rischio di eliminazione anche set di dati fondamentali per la ricerca sulla salute pubblica
Steven Woolf, direttore emerito e consulente senior presso il Center on Society and Health della Virginia Commonwealth University, ha dichiarato: «È orwelliano, lo è davvero. Il fatto che così tanti siti web vengano ripuliti è uno sviluppo allarmante e mette in pericolo le politiche pubbliche, rendendo difficile per i decisori in tutto il paese, inclusi medici come me, prendere decisioni informate».
Questi ultimi accadimenti si inseriscono nel solco di una serie di ordini esecutivi dell’amministrazione Trump che mirano a eliminare la “gender ideology” dalle politiche federali. Oltre alla censura scientifica, sono state introdotte restrizioni all’assistenza sanitaria di affermazione di genere per i minori e al servizio militare per le persone transgender.
Peraltro, come riporta il giornale americano Financial Express citando Reuters, c’è anche chi sceglie di mantenere la schiena dritta. Ed è così che Nate Brought, direttore dell’ufficio esecutivo dei National Institutes of Healthl (NIH), ha esortato gli altri vertici dell’agenzia a rifiutarsi di attuare direttive trumpiane, affermando che gli ordini di Trump sono contrari ad anni di ricerca e scoperte dell’NIH sulla sessualità e il genere: «Rispettando questi ordini, denigreremo il contributo dato alla missione dell’NIH dai membri trans e intersessuali del nostro staff, e il contributo dei cittadini trans e intersessuali alla nostra società. Queste politiche porteranno a crisi di salute mentale o, peggio, per decine di migliaia di americani che contribuiscono in modo produttivo alle nostre comunità».
La questione è complessa e delicata. E c’è chi per lo meno esige spiegazioni. Ad esempio, la direttrice dei CDC, Susan Monares, è stata invitata da diversi consulenti a dare conto del perché molti dati relativi all’Hiv presenti sul sito web istituzionale di questo ente governativo siano stati resi inaccessibili dall’oggi al domani. La risposta dovrebbe arrivare il prossimo 7 febbraio.
Certo è che, in un’epoca in cui la scienza dovrebbe guidare le politiche pubbliche, la censura di termini legati all’identità di genere rappresenta un pericoloso passo indietro. La comunità scientifica e la società civile sono chiamate a vigilare affinché la ricerca rimanga libera da interferenze politiche e continui a servire il bene comune.
L’Osservatorio Appalti Verdi (OAV) di Legambiente e Fondazione Ecosistemi è pronto a inviare i questionari per il suo consueto monitoraggio civico dell’applicazione del GPP e dei Criteri Ambientali Minimi nelle procedure di acquisto di prodotti, servizi e lavori per l’anno 2024 da parte delle stazioni appaltanti pubbliche, per realizzare l’VIII Report che descrive l’attuazione degli “acquisti verdi” in Italia.
Con sguardo attento e critico l’OAV, coadiuvato dai suoi partner, analizzerà e descriverà la situazione degli acquisti pubblici volti alla sostenibilità del 2024 e farà delle proposte affinchè uno strumento così concreto per le politiche ambientali, possa essere diffuso e implementato dalla PA per una transizione ecologica sempre più possibile e desiderabile.
Saranno interrogate alcune stazioni appaltanti pubbliche: le Aziende Saniatarie Locali, le città Capoluogo, le Centrali di Committenza Regionali, i Comuni non capoluogo e gli Enti Gestori di Aree Protette, cercando di raggiungere e superare i numeri dello scorso anno. Il monitoraggio civico 2024, rispetto ai bandi 2023, ha raccontato le perfomance, le criticità e le migliori pratiche sul territorio nazionale per ben 919 amministrazioni pubbliche (14 Soggetti Aggregatori, 41 ASL, 64 Enti gestori – a cui fanno riferimento 148 aree protette, 747 Comuni e 53 Capoluoghi).
L’obiettivo dell’OAV è verificare l’attuazione sul territorio nazionale del GPP, in riferimento all’obbligatorietà data per ogni tipologia di acquisto di prodotti, lavori e servizi (per i quali esistono dei CAM specifici definiti dal Ministero dell’Ambiente) in virtù dell’articolo 57 del nuovo codice dei contratti pubblici.
L’Osservatorio Appalti Verdi si pone al fianco della PA per supportarla con azioni di comunicazione, sensibilizzazione e formazioni sui temi del GPP.
Da oggi e per i prossimi giorni le stazioni appaltanti riceveranno via PEC la richiesta di compilazione del questionario 2025, con delle date di restituzione del modulo compilato online atte ad una giusta elaborazione e costruzione del nuovo report. Per eventuali dubbi, si può contattare l’Osservatorio in questi modi:
Si è svolta fra ottobre e novembre una storica missione dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) fra i ghiacci dell’Antartide alla ricerca dell’influenza aviaria, con l’obiettivo di verificare la presenza del virus H5N1 fra le popolazioni di pinguini e contrastare questa minaccia globale anche nelle aree più remote del pianeta.
La missione è stata promossa su iniziativa dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), l’ente che si occupa della programmazione operativa e della gestione tecnico-logistica delle attività di ricerca italiane nel continente antartico. L’ENEA ha richiesto all’IZSVe di verificare l’eventuale presenza del virus fra le colonie di pinguini situate nel raggio operativo della Stazione “Mario Zucchelli”, una delle due basi italiane in Antartide, al fine di dotare il personale di istruzioni operative e dispositivi di sicurezza mirati alla riduzione del rischio zoonotico da H5N1.
In missione tra i pinguini
A volare tra i ghiacci sono stati Francesco Bonfante e Alessio Bortolami, virologi veterinari della SCS6 – Virologia speciale e sperimentazione, che una volta concluso l’indispensabile addestramento, sono partiti per una missione assolutamente unica, cogliendo questa occasione per meglio comprendere le dinamiche di diffusione dell’influenza aviaria nel continente antartico.
Nel 2022 l’influenza aviaria si è spinta per la prima volta fino alle coste più meridionali del Sudamerica dove ha causato episodi di mortalità di massa in numerose specie di uccelli, oltre a decimare intere colonie di leoni ed elefanti marini. Il virus H5N1 è stato ritrovato in pinguini della Georgia del Sud, un gruppo di isole prossime al continente antartico, e nel febbraio 2024 è entrato definitivamente nel continente antartico, nelle vicinanze della stazione di ricerca argentina Primavera Base.
«L’ingresso dell’influenza aviaria nel continente pone nuove sfide per il personale scientifico e logistico che opera nelle stazioni antartiche – sottolinea Francesco Bonfante –. Fortunatamente non abbiamo trovato traccia del virus in questo angolo di Antartide e questa è un’ottima notizia per il personale impegnato nelle missioni in Antartide e per la fauna che vive in questi luoghi remoti. Ciò non significa che in un futuro, anche non troppo lontano, la malattia non possa raggiungere il Mare di Ross, attraverso la migrazione di gabbiani e altre specie di volatili, formidabili vettori in grado di coprire migliaia di chilometri. Dal punto di vista scientifico – aggiunge Bonfante – la missione rappresenta una pietra miliare per gli istituti zooprofilattici e più in generale per la comunità veterinaria, in quanto per la prima volta in una stazione antartica è stato possibile non solo raccogliere ma anche analizzare sia sieri che tamponi di pinguini e formulare così una valutazione sulla circolazione del virus, in tempo reale, senza ricorrere all’aiuto di laboratori specializzati al di fuori dell’Antartide».
Dotati di PCR portatile da campo, reagenti liofilizzati, guanti da lavoro termici, giacche a vento e scarponi da ghiaccio, i due ricercatori sono partiti a fine ottobre alla volta dell’estremo Sud, passando per la Nuova Zelanda. La loro nuova casa per due settimane è stata la Stazione Mario Zucchelli, situata in una piccola penisola rocciosa lungo la costa della Terra Vittoria settentrionale, sul Mare di Ross. Oltre ai nostri colleghi nella base c’erano circa altre 80 persone fra ricercatori, tecnici e personale di supporto.
Ogni due giorni i ricercatori, affiancati da una guida alpina, hanno raggiunto in elicottero le colonie di pinguini, forniti di una sacca di sopravvivenza di 25 Kg, dotata di tenda, sacco a pelo e generi di conforto, da utilizzare in caso le condizioni meteo avverse impedissero il rientro alla base. Lo studio ha riguardato i pinguini di Adelia e i pinguini imperatore, animali che vivono in colonie di dimensioni molto diverse che contano da poche migliaia fino a diverse centinaia di migliaia di individui.
In sole due settimane, i ricercatori hanno raccolto e testato campioni da oltre 250 animali, appartenenti a 5 colonie diverse. Le colonie erano dislocate su una striscia di costa che si estende per oltre 400 km, dalla base Mario Zucchelli fino a Cape Adare, il promontorio in cui si trova la più grande colonia al mondo di pinguini di Adelia, composta da oltre 300mila animali e dove si trova il primo sito abitativo antartico, un insieme di capanne costruite nel 1899 dagli esploratori norvegesi capitanati da Carsten Borchgrevink.
Un’esperienza davvero impegnativa dal punto di vista fisico, anche per il contatto diretto con gli animali stessi, come racconta Alessio Bortolami: «Abbiamo dovuto letteralmente abbracciare i pinguini con le nostre mani per riuscire a contenerli ed effettuare i campionamenti, questo per ridurre al minimo lo stress della cattura e scongiurare qualsiasi rischio sia per noi che per loro. Nel caso degli imperatore, date le notevoli dimensioni di questi animali, 1 metro di altezza e fino a 30-40 kg di peso, è stata necessaria l’assistenza di ben due guide alpine per garantire un appropriato contenimento sul pack ghiacciato e a -20 °C. È stata un’esperienza decisamente diversa dalla nostra routine di veterinari del Servizio sanitario nazionale, ma siamo veramente orgogliosi di aver contribuito al raggiungimento degli obiettivi prefissati mettendo a disposizione le stesse expertise che ogni giorno ci permettono di garantire la salvaguardia del settore avicolo nazionale ed europeo».
Per ogni colonia, circa 50 animali sono stati sottoposti a prelievo di tamponi e sangue. Una volta rientrati in base, dopo una attenta pulizia di tute e attrezzatura in bagni di ipoclorito, i ricercatori si dedicavano alle analisi molecolari e sierologiche.
La formazione del personale
Questo risultato è stato reso possibile grazie ad una attenta valutazione del rischio da parte del capo spedizione ENEA, Rocco Ascione, e da una pianificazione accurata dei voli da parte del personale dell’Aeronautica Militare, nonché grazie all’altissima professionalità del personale del corpo degli Alpini che ha accompagnato in ogni missione i ricercatori veterinari. Tutto questo sotto l’occhio attento di Carla Ubaldi, Environmental Officer dell’ENEA presso la Mario Zucchelli, grazie alla quale è stato possibile minimizzare l’impatto ambientale ed ecologico della missione.
A differenza di altri gruppi di ricerca internazionali che sino ad ora si sono limitati a raccogliere i campioni ed inviarli ai laboratori in patria per eseguire le analisi, la missione IZSVe si caratterizza non solo per aver testato tutto il materiale raccolto durante la permanenza dei ricercatori in Antartide, ma per aver formato il personale della base italiana all’esecuzione delle metodiche molecolari e sierologiche necessarie per monitorare la circolazione del virus. La fase di training ha raggiunto ottimi risultati, in quanto in assenza dei veterinari dell’IZSVe, Carla Ubaldi ha condotto con successo indagini analitiche sui campioni di pinguini raccolti presso Inexpressible Island, un sito strategico per diverse ricerche del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) ma raggiungibile solo in condizioni meteo ottimali.
«Non credevo che saremmo riusciti a testare questa colonia senza l’aiuto di Francesco ed Alessio – confida Carla Ubaldi –, le condizioni meteo non avevano permesso di raggiungere l’isola durante la loro permanenza, ma grazie ai loro consigli, al loro supporto remoto via internet e al materiale messo a disposizione dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie ci siamo riusciti, non era assolutamente scontato».
«Come i virus, anche la ricerca scientifica non conosce confini – ha dichiarato Antonia Ricci, Direttrice generale dell’IZSVe –. Siamo andati fino in Antartide per cercare l’influenza aviaria, abbiamo aperto un mini-laboratorio e svolto analisi sul campo in tempi record: un risultato straordinario! Questa spedizione dal grande valore scientifico, assume un significato importantissimo anche nel quadro della strategia globale di prevenzione One Health, soprattutto in termini di lavoro di squadra, grazie alle grandissime competenze scientifiche maturate dal nostro Istituto nel corso degli anni e al grande sforzo di preparazione e organizzazione messo in campo dallo staff tecnico-amministrativo. Un’esperienza eccezionale per i nostri ricercatori e per tutto l’Istituto, che ancora una volta mi riempie di soddisfazione ed orgoglio».
Al momento non sono previste nuove missioni alla stazione Mario Zucchelli, molto dipenderà dall’evoluzione della malattia, dalla disponibilità di fondi e da altre variabili di tipo logistico. Sicuramente il virus H5N1 (clade 2.3.4.4b) non sembra trovare argini alla sua espansione geografica. La tutela dell’habitat antartico e il monitoraggio del virus nella fauna selvatica richiederà uno sforzo continuativo e coordinato a livello internazionale, l’Italia però ha cominciato con il piede giusto.
Si è svolto ieri, presso l’Aula Bizzozero dell’Università di Torino, l’evento per la Giornata delle Malattie Rare organizzato da UNIAMO Federazione Italiana Malattie Rare in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche e il Centro di Coordinamento Rete Malattie Rare del Piemonte e della Valle d’Aosta – ASL Città di Torino.
L’iniziativa rientra nella campagna #UNIAMOleforze: oltre 60 appuntamenti in calendario lungo tutto febbraio per accendere i riflettori sulle malattie rare e sulle necessità e bisogni di chi convive con queste patologie, più di 2 milioni di persone soltanto in Italia. In continuità con le precedenti edizioni, la Federazione approfondisce il tema del “viaggio”, metafora del lungo e faticoso percorso che affrontano i pazienti e le loro famiglie dal momento in cui impattano con la malattia. Tema dell’edizione 2025 è la ricerca nella sua più ampia accezione.
«Dopo diagnosi precoce e presa in carico abbiamo scelto la ricerca come terza tappa del nostro “viaggio” – l’intervento in apertura della Presidente UNIAMO Annalisa Scopinaro – per sottolineare che solo il 5% delle patologie sulle circa 8.000 che oggi si conoscono hanno trattamenti farmacologici; per qualcuna non ci saranno mai trattamenti specifici, ma possiamo migliorare la qualità di vita attraverso ricerche organizzative, ad esempio, per far girare meglio il sistema nel momento in cui la persona impatta con la malattia. Oppure – ha continuato la Presidente Scopinaro – ricerche sulla storia naturale delle patologie, per raccogliere dati, capire come evolvono, quali sono i trattamenti riabilitativi migliori, quelli che fanno sì che tutte le abilità e le potenzialità delle persone possano essere espresse nel migliore dei modi possibili. Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha aderito pienamente alla nostra campagna; grazie all’Università di Torino per l’ospitalità, non poteva esserci luogo migliore per parlare di questi temi».
L’evento ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti istituzionali. Ad aprire i lavori la Senatrice Elisa Pirro: «Per me è un onore particolare essere qui oggi, sia perché il mondo della ricerca mi ha vista crescere lavorativamente, sia perché sono sempre molto vicina alle iniziative e alle battaglie di UNIAMO. Il mondo della ricerca è di per sé complesso, soprattutto nell’ambito delle malattie rare. Credo che come Istituzioni dovremmo fare di più, investendo più risorse e indirizzandole nel modo corretto: in questo dobbiamo trarre ispirazione da UNIAMO, che è l’esempio di come la collaborazione e la rete di tante piccole realtà sia il segreto per raggiungere grandi risultati. Un granello alla volta riusciremo a migliorare la qualità della vita delle persone con malattia rara».
È intervenuto quindi Federico Riboldi, Assessore alla Sanità Regione Piemonte: «L’evento di oggi celebra la Giornata delle Malattie Rare, ma credo che sia necessario accendere i riflettori su questo tema lungo tutto l’anno. Il Piemonte è una Regione pionieristica in tema di malattie rare, in quanto è stata la prima a creare una rete interregionale (con la Valle d’Aosta) su questo tema. Penso che dobbiamo continuare su questa strada cercando anche di raccontare il nostro modello, affinché sia d’ispirazione anche ad altri territori, e continuando a investire risorse nei servizi, nella tecnologia e nell’innovazione. Abbiamo dapoco iniziato un percorso che porti al riconoscimento di alcune nostre strutture a IRCCS, e spero che anche chi verrà dopo di noi possa proseguire con questo intento».
Successivamente Maria Grazia Grippo, Presidente del Consiglio Comunale di Torino, ha portato i saluti del Sindaco Stefano Lorusso: «Questo momento di confronto, che vedrà la realizzazione anche di moltissimi altri eventi, ci lega e unisce a tutte le altre città d’Italia su un tema molto importante. Collaborazione è la parola chiave per le malattie rare: è fondamentale che tutti gli attori del sistema creino reti al fi ne di condividere dati, esperienze, conoscenze. Per questo l’approccio di UNIAMO è di grandissimo valore, perché aggancia diverse realtà con l’obiettivo di combattere la frammentazione e la disgregazione. Le politiche sanitarie devono essere sempre più sartoriali rispetto ai bisogni specifi ci di ogni persona, e solo grazie alla condivisione di esperienze possiamo raggiungere questo obiettivo».
«La vera frontiera, ancor di più per le persone con malattia rara, è l’integrazione socio-sanitaria, in quanto il benessere non si ferma alla cura o alla terapia, ma riguarda la qualità della vita. Come Regione abbiamo avviato un percorso sperimentale per un utilizzo più consono e corretto del Fondo Extra-LEA, che prima era gestito a compensazione dalle diverse ASL. Crediamo che questo sia uno strumento importante per poter garantire farmaci e presidi che non sono coperti dal SSN. Teniamo molto, inoltre, anche ad un migliore governo dei Fondi in funzione dei caregiver familiari, che spesso devono rinunciare al proprio lavoro per sostituirsi di fatto al SSN. Le Istituzioni devono garantire fondi dedicati ai caregiver familiari, e la nostra Regione è molto attiva in questo senso» le parole di Maurizio Marrone, Assessore al Welfare Regione Piemonte.