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Riforma della medicina generale, Scotti (FIMMG): «No a strumentalizzazioni del dissenso»

«La nostra è sempre stata un’organizzazione sindacale capace di assumersi le proprie responsabilità e favorevole ad evoluzioni che si muovessero nel rispetto della solidità e universalità del Servizio Sanitario Nazionale». A parlare è il Segretario Generale della FIMMG, Silvestro Scotti, che rivendica il ruolo della medicina generale in un quadro di collaborazione e confronto, non di scontro, con tutte le parti interessate a garantire la migliore assistenza ai cittadini. «Nel corso degli anni – prosegue il leader FIMMG – ci siamo distinti per la capacità di essere proattivi, sia per garantire la massima efficacia nella risposta ai bisogni di salute di una popolazione sempre più anziana e fragile, sia per massimizzare l’impiego delle nuove tecnologie».

La FIMMG, ricorda Scotti, ha creduto e sostenuto (già dal 2007) una riforma che portasse il sistema del convenzionamento dalla proposta assistenziale individuale ad una che si configurasse anche in Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT). Strutture nelle quali si mettessero insieme “fiduciarietà” e “prossimità”, responsabilità individuali e responsabilità collettive e di gruppo, rispetto per obiettivi di salute dei pazienti e appropriatezza nell’uso delle risorse. Un sistema perfettamente “assonante” e collegato anche a pari organizzazioni delle altre realtà convenzionate (pediatria di libera scelta e specialistica ambulatoriale) in un sistema definito per la legge Balduzzi come Unità Complesse di Cure Primarie, oggi di fatto come elemento facilmente coincidente per tutto il personale convenzionato con la partecipazione nelle case di Comunità Hub”. 

Scotti sottolinea l’assurdità del disconoscere oggi questo percorso, anche perché «non individuando responsabilità, si omette che la riforma è stata in realtà bloccata per 8 anni (di fatto dal 2010 al 2018) per lo stop ai rinnovi contrattuali dovuto alla crisi economica di quegli anni e definito all’epoca in varie leggi di bilancio».

Ma c’è dell’altro. «Ancor più incredibile– denuncia il Segretario Generale – è che oggi con un ACN 2019/2021 reso vigente dall’Intesa della Conferenza Stato Regioni, che di fatto ha permesso in prima applicazione la definizione normativa di quella legge e che grazie alla necessità voluta dal Governo e sostenuta dalle stesse regioni, (lo testimonia l’Atto di Indirizzo che ha dato inizio alla trattativa) ci ha permesso di collegare la struttura contrattuale all’intervenuto progetto del PNRR delle Case di Comunità Hub e Spoke».

Uno scenario che apre, legittimamente a diverse domande: cosa c’è dietro la mancanza di volontà di applicare quel percorso? Quali sono i ritardi di programmazione che non hanno consentito di creare le AFT e renderle coerenti e connesse con la realizzazione delle nuove case di Comunità? «Aggregazioni Funzionali Territoriali – evidenzia Scotti – che sono sempre state di fatto obbligo per i medici e, teoricamente – per le Regioni, che avrebbero dovuto realizzarle entro 180 giorni dalla legge Balduzzi con azione sostitutiva mai esercitata da parte di chi ha governato in tutti questi anni.   Forse cosa frena è la necessità di ulteriori affinamenti che diano maggiore chiarezza alla relazione contrattuale tra singolo medico, AFT, UCCP e Case di Comunità, che rendano necessaria l’apertura immediata della discussione su un ACN sempre più legato alla giusta coerenza temporale e non più che rincorra tempi già passati e applicazioni di norme superate dai tempi e dalle necessità».

Sulla scorta di queste domande, FIMMG – sin dalla firma dell’ultimo ACN – ha sempre sostenuto la propria disponibilità ad aprire la discussione, certa di poter dare un valido contributo. «Il prolungarsi dei tempi di queste necessarie evoluzioni dipende da molti fattori, ma non di certo da una azione di lobby sindacale. Anzi». Dai medici di medicina generale arriva dunque un ennesimo grido d’allarme: «Le polemiche di questi giorni ci preoccupano molto, non per il nostro interesse – come qualcuno vuole sostenere – piuttosto perché si sta creando confusione sul futuro dei medici che ancora vogliano scegliere quest’area professionale. Ci sembra che, mentre si discute, per carenza di vocazioni “il malato rischia di morire».

Intanto, entro febbraio, le Regioni dovrebbero inviare al Ministero i contingenti dei medici per il nuovo bando del Corso di formazione in Medicina Generale (in molte regioni, val bene ricordarlo, ricorre già a piene mani alla possibilità di usare i medici del corso per un convenzionamento durante il corso stesso). Ancora, entro marzo le Regioni dovrebbero programmare i nuovi ambiti carenti sulla base del nuovo ACN e l’insieme dello stallo di questi aspetti, in attesa di una riforma che comunque non risolverà nell’immediato i problemi ordinari dei pazienti che non trovano o trovano sempre meno la possibilità di una scelta, si aggraverà con il pensionamento dei medici già valutabile per quest’anno.

«Appare chiaro che lo scontro diretto, la ricerca di nemici che purtroppo sta interessando tutte le parti, comprese parti della nostra stessa organizzazione che si muovono indipendentemente dai principi che sono stati individuati con chiarezza nel nostro ultimo Consiglio Nazionale e da cui prendo le distanze e non approvo, ci stia distraendo da incominciare a risolvere l’oggi e stia minando la possibilità di ascoltarsi». Scotti vede dunque nella posizione della Premier Giorgia Meloni di dare una pausa a queste discussioni un ottimo segnale. «La possibilità che si ascoltino le categorie professionali in modo da motivarci insieme come sistema paese per affrontare le sfide che abbiamo oggi e nel prossimo futuro – dice – ci sembra un segnale da cogliere. Dobbiamo ricercare il dialogo, così come si è fatto con i tanti interlocutori con i quali il confronto non è stato mai interrotto, si pensi ad esempio al ministro Schillaci, ai presidenti di Regione, ai segretari di partito».

Il leader FIMMG stigmatizza poi la ricerca tutta mediatica di “fumate nere, grigie o bianche”. «Quando si parla di salute gli schieramenti non aiutano le soluzioni. Non stiamo lavorando all’elezione di un pontefice, abbiamo l’onere di dare ad ogni cittadino di questo Paese un “parroco della salute” e stili di vita improntati alla prevenzione, poiché solo investendo in questo senso, forse, riusciamo a salvare il nostro Sistema Sanitario Nazionale in termini di sostenibilità. Concentriamoci sui problemi veri, in primis sul permettere ai giovani medici di trovare le motivazioni, le prospettive e le giuste condizioni di lavoro».

SIMIT: aumenta la mortalità in ospedale per germi resistenti agli antibiotici. Presentati i dati in Senato

Morire in ospedale per un patogeno resistente agli antibiotici è sempre più frequente in Italia. Per la precisione, in caso di alcuni batteri, può arrivare fino a oltre il 40%. È quanto emerge dai dati che la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali ha raccolto con il progetto Resistimit, presentati al Senato in occasione dell’incontro “Strategie su One Health, antimicrobico resistenza e malattie infettive”, organizzato su iniziativa dell’On. Fausto Orsomarso, Presidente dell’Intergruppo parlamentare per la Prevenzione e Controllo delle Malattie Infettive e Tropicali. Questa occasione ha sancito un patto tra comunità scientifica e istituzioni per definire assieme le strategie con cui affrontare le emergenze infettivologiche.

L’emergenza AMR nei dati Resistimit

L’antibiotico-resistenza (AMR) si conferma una delle principali minacce per la salute pubblica a livello globale. Lo ha evidenziato a fine 2024 il G7 Salute e lo hanno ribadito gli infettivologi di SIMIT, forti anche degli studi ad hoc realizzati sul tema, in particolare con la piattaforma clinica Resistimit: da una parte vi è un registro dinamico nazionale finalizzato a creare un solido sistema di sorveglianza e condivisione di dati su trend epidemiologici, caratteristiche delle infezioni, mortalità associata all’infezione e altri parametri utili. Dall’altra, un software per la messa in rete di questi dati, che tramite intelligenza artificiale diventeranno utile strumento anche per definire futuri scenari.

«Il lavoro avviato con Resistimit ha consentito di analizzare circa mille pazienti collocati in oltre 40 ospedali italiani di tutto il territorio nazionale colpiti da infezione grave da batteri gram negativi – spiega Marco Falcone, Consigliere SIMIT, responsabile progetto Resistimit nonché Presidente Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie Infettive e Tropicali – Globalmente la mortalità a 30 giorni è risultata pari al 17.6%, ma con importanti variazioni a seconda della specie batterica causa dell’infezione. Per alcuni batteri resistenti come Klebsiella pneumoniae produttrice di KPC o NDM la mortalità sale al 22-23%; si giunge a una mortalità del 37% per Acinetobacter baumannii e addirittura al 43% per Stenotrophomonas maltophilia. I pazienti considerati hanno un’età mediana di 71 anni e nel 20% dei casi risultano ricoverati nelle Unità di Terapia Intensiva. Molti sono affetti da neoplasia solida (il 27%) o da neoplasie ematologiche (9%); il 6.3% dei pazienti è stato sottoposto a trapianto d’organo. I focolai d’infezione più comuni sono il tratto urinario, l’addome, i dispositivi intravascolari e il tratto respiratorio. Dai dati preliminari emerge come le infezioni da microrganismi multiresistenti si associano a una terapia più spesso inappropriata nelle prime 48 ore e ciò causa un aumento della mortalità».

«Stiamo portando avanti un lavoro cruciale, volto a identificare i pazienti più vulnerabili e le condizioni che li espongono maggiormente al rischio – aggiunge Falcone – Con Resistimit, per la prima volta, un progetto fornisce una visione concreta dell’impatto devastante della resistenza agli antimicrobici. Comprendere fino in fondo le conseguenze sulla salute umana è il primo passo per costruire strategie efficaci di prevenzione. Ci rivolgiamo alle istituzioni per avviare una collaborazione virtuosa su diversi binari. Lo stanziamento di fondi per antibiotici reserve stabilito nella Finanziaria rappresenta sicuramente un segnale incoraggiante».

L’impegno dell’Intergruppo parlamentare

«La formazione dell’Intergruppo rappresenta il compimento della volontà da parte del Parlamento di coadiuvare la lotta alle emergenze infettivologiche su cui è già impegnato il Ministero della Salute – sottolinea Fausto Orsomarso, presidente dell’Intergruppo parlamentare per la Prevenzione e Controllo delle Malattie Infettive e Tropicali –. Il nostro obiettivo è quello di accogliere le istanze promosse dalla comunità scientifica, con cui lavoriamo a stretto contatto, e di sviluppare un ruolo propositivo anche del legislatore. L’esperienza del Covid ha permesso a tutti di capire quali siano i rischi a cui si può andare incontro, pertanto la prevenzione delle malattie infettive e la costruzione di una rete tra comunità scientifica e istituzioni è fondamentale. Il tema dell’antimicrobico resistenza rappresenta una delle minacce più incombenti e ci stiamo occupando di sensibilizzare in tal senso la politica e i cittadini, senza allarmismi ma con consapevolezza. L’approvazione nell’ultima manovra finanziaria di un fondo di cento milioni di euro per antibiotici di ultima generazione rappresenta un primo risultato importante».

Il ruolo della medicina generale

«La Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG e i Medici di Famiglia confermano il loro impegno nel contrastare l’antibiotico resistenza attraverso una continua attenzione alla corretta prescrizione e all’uso corretto degli antibiotici nella popolazione del nostro Paese. Un impegno che attraverso i Medici di Medicina Generale, coinvolgendo cittadini e caregiver», ha sottolineato Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG.

Nuovo sistema europeo di verifica dei farmaci, soddisfazione dei distributori intermedi: «Plauso al Governo, fiducia per i prossimi step»

L’Italia ha adeguato la normativa nazionale al Regolamento europeo 2016/161 in materia di sicurezza e autenticità dei farmaci per uso umano. 

«Collaborazione e impegno della filiera e delle Istituzioni, grande lavoro di squadra, orientamento trovare risposte comuni e soluzioni condivise: gli elementi richiamati dal Sottosegretario Marcello Gemmato a commento della pubblicazione in GU del Decreto hanno consentito all’Italia di raggiungere questo importante risultato», sottolineano Walter Farris e Antonello Mirone, i presidenti delle sigle della Distribuzione intermedia ADF e Federfarma Servizi.

Il Decreto Legislativo n.10/2025 prevede un periodo di stabilizzazione di 24 mesi per consentire l’adeguamento del sistema italiano di tracciatura dei farmaci (il c.d. bollino), da sempre riconosciuto a livello internazionale come uno dei più avanzati e sicuri, con il nuovo sistema europeo di verifica dei medicinali ad uso umano (NMVS). 

«Come Distributori Intermedi, nonché soci fondatori insieme alle sigle dell’Industria e della Farmacia di NMVO Italia –la Società che per previsione normativa europea si occuperà di gestire il NMVS nel nostro Paese, assicuriamo come sempre la nostra piena collaborazione anche nei successivi passaggi operativi previsti dal D. Lgs. 10/2025. Siamo certi che per la piena operatività del nuovo sistema di verifica sarà necessario operare anche nei prossimi 2 anni secondo quanto fatto finora, ossia con grande attenzione e massima sinergia al fianco del Ministero della Salute, di tutte le Istituzioni competenti e dei partner della nostra filiera», assicurano Farris e Mirone

La pubblicazione del Decreto Legislativo è l’esito di un confronto sempre aperto e molto costruttivo tra il Governo e le rappresentanze della filiera del farmaco, con la decisiva regia del Sottosegretario alla Salute: «La determinazione dell’On. Gemmato nel rispettare le scadenze di adeguamento legislativo è stata fondamentale per garantire che anche il nostro comparto possa distribuire in piena continuità, garantendo con il nostro servizio pubblico la tempestiva disponibilità dei farmaci per la popolazione, con efficienza e in piena sicurezza – sottolineano i due presidenti ADF e Federfarma Servizi -. È una chiara testimonianza che la sinergia e la collaborazione tra la filiera e le Istituzioni genera risultati a tutela della salute pubblica». 

Mangiacavalli (FNOPI): «Per rispondere ai mutati bisogni assistenziali è necessario cambiare il paradigma»

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A fine gennaio Barbara Mangiacavalli è stata riconfermata alla presidenza della FNOPI, la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche. Direttore Socio-Sanitario della ASST Milano Nord dal 2019, in precedenza ha ricoperto lo stesso incarico presso l’ASST Bergamo Ovest. I prossimi anni saranno centrali per il futuro del SSN e gli infermieri sono una delle professionalità cardine: come sta disegnando Mangiacavalli il suo mandato, in continuità con quello precedente?

Siamo in un momento cruciale per il SSN e le professioni sanitarie. Qual è il ruolo che FNOPI vuole ritagliare per l’infermiere nei prossimi anni?

«L’infermiere è il responsabile della filiera assistenziale che sta assumendo un peso sempre più rilevante nei bisogni della nostra popolazione. Il ruolo dell’infermiere è già ben riconosciuto dai cittadini e all’interno delle equipe multiprofessionali e in questo contesto si inserisce l’azione della Federazione impegnata per la crescita e la valorizzazione della professione. Per rispondere ai bisogni assistenziali di una popolazione sempre più anziana e affetta da patologie croniche è necessario cambiare il paradigma, mettere in connessione l’ospedale con il territorio e con il domicilio in un rapporto nel quale l’infermiere può essere l’elemento decisivo. Occorre quindi investire sullo sviluppo delle competenze accogliendo le sfide della sanità digitale ma mettendo sempre al centro la componente relazionale e umana».

Tra le maggiori criticità c’è la carenza di personale: si stima che in Italia manchino 60.000 infermieri. Qual è a suo avviso la ragione di questa mancanza e come rendere la professione nuovamente attrattiva?

«Oggi un infermiere per 30 anni si trova a restare nella stessa posizione, senza che la sua carriera possa evolversi e comunque senza riconoscimenti formali. Questo è uno degli aspetti che mina l’attrattività della professione, mentre dobbiamo provare ad avvicinarci sempre di più alle esigenze dei giovani. Serve intervenire, da un lato, per ottenere il giusto riconoscimento economico e delle competenze, ma dall’altro si deve lavorare sulla formazione.

L’infermiere può essere l’elemento decisivo nel mettere in connessione l’ospedale con il territorio e il domicilio del paziente

Lo stiamo facendo da tempo in sinergia con il Ministero della Salute e con quello dell’Università per specializzare il percorso formativo universitario. Lo testimonia l’introduzione delle lauree magistrali a indirizzo clinico su Cure Primarie e Sanità pubblica, Cure Pediatriche e Neonatali e Cure Intensive e nell’Emergenza che hanno l’obiettivo di intercettare i tanti giovani interessati (come testimoniano gli ultimi sondaggi condotti da Almalaurea) a continuare a studiare e a specializzarsi».

In questi anni il Governo ha attinto professionisti dall’estero per riuscire a garantire i servizi. Qual è la vostra posizione in merito e come integrare la forza lavoro straniera con quella italiana?

«Non siamo chiusi nei confronti della possibilità di accogliere colleghi dall’estero, è un meccanismo persino ovvio nella logica della circolazione dei professionisti in Europa e a livello internazionale, l’importante, però, è creare condizioni di sicurezza e di etica rispetto alle esigenze dei professionisti e dei paesi coinvolti. Il nostro approccio è, quindi, duplice: da un lato, non impoverire Paesi che hanno bisogno di avere determinate competenze, dall’altro poter guardare a Paesi che hanno un percorso formativo sovrapponibile a quello italiano, validato a livello europeo e che stabilisca requisiti precisi rispetto alla formazione, anche dal punto di vista linguistico. Allo stesso tempo dovremmo favorire comunque la permanenza dei colleghi italiani o la possibilità che essi possano ritornare in Italia spendendo le competenze acquisite altrove». 

Recentemente il rinnovo del contratto è stato bloccato per una spaccatura nei sindacati. Questo però congela anche i magri traguardi che si erano raggiunti. Cosa ne pensa?

«La Federazione, in qualità di Ente sussidiario dello Stato, per Legge, non può e non deve sovrapporsi al Sindacato deputato a svolgere un compito diverso che, per correttezza e profondo rispetto dei ruoli e delle competenze, non spetta a noi giudicare. Chiaramente la Federazione, nei limiti del profilo istituzionale, non manca di rappresentare agli interlocutori istituzionali la propria visione sulle più opportune misure di valorizzazione della professione infermieristica, anche suggerendo percorsi di riconoscimento normativo che tocca poi alle organizzazioni sindacali tradurre in misure anche economiche in sede di contrattazione collettiva nazionale».

Nell’ottica del rafforzamento della medicina territoriale si inserisce l’infermiere di famiglia e comunità. A che punto siamo e che cosa manca affinché questa figura sia realmente operativa in tutte le Regioni?

«Tutte le Regioni hanno accolto il DM 77 e il modello dell’infermiere di famiglia e comunità è stato recepito formalmente, con specificità che variano chiaramente da Regione a Regione. Possiamo dire che, ad oggi, esiste una rete di infermieristica di comunità e che deve tararsi su modelli ancora più proattivi. Lo studio AIDOMUS, il primo sull’assistenza infermieristica domiciliare in Italia condotto su mandato della FNOPI dal CERSI, certifica un’attività importante da parte degli infermieri che deve tramutarsi in modello più avanzato, cioè non di mera prestazione.

Esiste una rete di infermieristica di comunità che deve tararsi su modelli ancora più proattivi

Dai dati emerge che 91,7% dei pazienti ha giudicato più che positiva l’assistenza infermieristica ricevuta e che l’83,8% degli infermieri è soddisfatto o molto soddisfatto del proprio lavoro. Ma soprattutto lo studio ha dimostrato che con l’assistenza infermieristica domiciliare erogata nell’ambito del SSN si spendono 138,73 euro al giorno contro i 636,31 euro di costo per la stessa assistenza, ma svolta a livello ambulatoriale: il 78% in meno con la stessa qualità, maggiore compliance del cittadino e analoghi risultati».

Correttivo al codice dei contratti: cosa cambia per la sanità pubblica?

Il correttivo al codice dei contratti in Italia è un insieme di modifiche legislative destinate a integrare e correggere il Codice dei contratti pubblici. Le modifiche mirano a rispondere a diverse criticità emerse durante l’applicazione del codice vigente, nonché a garantire la conformità con le normative europee, evitando potenziali procedure di infrazione.
Lo schema di decreto è stato il frutto di un ampio processo di consultazione che ha coinvolto oltre 90 stakeholder (77 operatori privati e 17 soggetti pubblici).
Tra gli obiettivi del correttivo, il miglioramento della qualità con misure per prevenire offerte al ribasso, maggiori tutele contrattuali, un ulteriore incentivo alla digitalizzazione delle procedure di gara e l’inclusione del terzo settore. In concreto, che cosa cambierà per il settore della Pubblica Amministrazione e in particolare per gli acquisti in sanità? Quali nuovi obblighi sono previsti e quali opportunità si aprono per i fornitori e le stazioni appaltanti? Gli attori del sistema, sia pubblici sia privati, sono pronti?

Ne parliamo con:

  • Claudio Amoroso
    Presidente AREA (Associazione Economi e Provveditori della Sanità Abruzzo e Molise)
  • Roberto Bonatti
    Studio Legale Russo Valentini, Bologna

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Mobilità sanitaria, nel 2022 sfondato il tetto dei 5 miliardi. L’analisi GIMBE sulle disuguaglianze regionali

Nel 2022, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di € 5,04 miliardi, il livello più alto mai registrato e superiore del 18,6% a quello del 2021 (€ 4,25 miliardi). I dati elaborati dalla Fondazione GIMBE confermano anche il peggioramento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un flusso enorme di pazienti e di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive.

«Questi numeri – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – certificano che la mobilità sanitaria non è più una libera scelta del cittadino, ma una necessità imposta dalle profonde diseguaglianze nell’offerta dei servizi sanitari regionali. Sempre più persone sono costrette a spostarsi per ricevere cure adeguate, con costi economici, psicologici e sociali insostenibili».

Il Report GIMBE sulla mobilità sanitaria 2022 si basa su tre fonti dati: i dati economici aggregati dal Riparto 2024 sono stati utilizzati per analizzare mobilità attiva, passiva e saldi; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute, acquisiti tramite accesso civico generalizzato, hanno permesso di valutare la differente capacità di attrazione delle strutture pubbliche e private per le varie tipologie di prestazioni erogate in mobilità; infine, i dati del Report Agenas hanno consentito un approfondimento specifico su ricoveri e specialistica ambulatoriale.

Flussi economici e squilibri territoriali

Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto raccolgono da sole il 94,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti provenienti da altre Regioni e quelle versate per i propri cittadini che si sono spostati altrove. A pagare il prezzo più alto sono Abruzzo, Calabria, Campania, Sicilia, Lazio e Puglia, che insieme rappresentano il 78,8% del saldo passivo. «Il divario tra Nord e Sud non è più solo una criticità, ma una frattura strutturale del Servizio Sanitario Nazionale – avverte Cartabellotta – che rischia di aggravarsi con la recente approvazione della legge sull’autonomia differenziata. Una riforma che, senza adeguati correttivi, finirà per cristallizzare e legittimare le diseguaglianze, trasformando il diritto alla tutela della salute in un privilegio legato al CAP di residenza».

Regioni “attrattive” e pazienti “in fuga”

La mobilità attiva, ovvero l’attrazione di pazienti da altre Regioni, si concentra per oltre la metà in Lombardia (22,8%), Emilia-Romagna (17,1%) e Veneto (10,7%), seguite da Lazio (8,6%), Piemonte (6,1%) e Toscana (6,0%) (figura 1).

Sul fronte opposto, a generare i maggiori debiti per cure ricevute dai propri residenti in altre Regioni, sono Lazio (11,8%), Campania (9,6%) e Lombardia (8,9%), che da sole rappresentano quasi un terzo della mobilità passiva, con un esborso superiore ai € 400 milioni ciascuna. Seguono Puglia, Calabria e Sicilia, che nel 2022 hanno visto il proprio saldo negativo aggravarsi ulteriormente, superando i 300 milioni di euro rispetto al 2021 (figura 2). «I dati della mobilità passiva mostrano un fenomeno ancora più complesso – spiega Cartabellotta – perché, oltre alla fuga di pazienti dal Sud, esiste anche una mobilità di prossimità. Regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto pur essendo molto attrattive, registrano comunque una mobilità passiva rilevante. Questo dimostra l’elevata circolazione di pazienti verso Regioni vicine con offerta sanitaria di qualità elevata».

Ecco i saldi regionali, i cui dati in dettaglio si trovano nella figura 3:

  • Saldo positivo rilevante: Lombardia (€ 623,6 milioni), Emilia-Romagna (€ 525,4 milioni) e Veneto (€ 198,2 milioni)
  • Saldo positivo moderato: Toscana (€ 49,3 milioni) e Molise (€ 26,4 milioni)
  • Saldo positivo minimo: Provincia autonoma di Trento (€ 7,1 milioni), Provincia autonoma di Bolzano (€ 2,2 milioni)
  • Saldo negativo minimo: Piemonte (-€ 6,3 milioni), Friuli Venezia Giulia (-€ 11,8 milioni), Valle d’Aosta (-€ 11,9 milioni)
  • Saldo negativo moderato: Umbria (-€ 36,6 milioni), Marche (-€ 53,7 milioni), Liguria (-€ 74,6 milioni), Basilicata (-€ 80,8 milioni) e Sardegna (-€ 96,3 milioni)
  • Saldo negativo rilevante: Abruzzo (-€ 104,1 milioni), Lazio (-€ 193,4 milioni), Puglia (-€ 230,2 milioni), Sicilia (-€ 241,8 milioni), Calabria (-€ 304,8) e Campania (-€ 308,4 milioni)

«Questi valori – commenta il Presidente – confermano che tra Nord e Sud non c’è più solo un divario, ma un’enorme frattura strutturale. Le uniche Regioni con un saldo positivo superiore a € 100 milioni si trovano tutte al Nord, mentre quelle con un saldo negativo maggiore di € 100 milioni sono concentrate nel Mezzogiorno, con l’unica eccezione del Lazio. Peraltro, le nostre analisi dimostrano la stretta correlazione tra adempimenti LEA e saldi di mobilità sanitaria». Infatti, le prime cinque Regioni per punteggio totale LEA rientrano tra le prime sei per saldo di mobilità, mentre quasi tutte le Regioni con un punteggio totale LEA inferiore alla media nazionale registrano saldi di mobilità negativi. «Peraltro – spiega Cartabellotta – la mobilità sanitaria rappresenta solo la punta dell’iceberg delle diseguaglianze regionali: infatti, considerato che riguarda per oltre due terzi i ricoveri ospedalieri, non rende conto della qualità dell’assistenza territoriale e socio-sanitaria, ambiti in cui il divario Nord-Sud è ancora più marcato».

Il ruolo sempre più forte del privato

Oltre 1 euro su 2 speso per ricoveri e prestazioni specialistiche fuori Regione finisce nelle casse della sanità privata accreditata: € 1.879 milioni (54,4%), contro i € 1.573 milioni (45,6%) destinati alle strutture pubbliche. «La crescita del privato accreditato nella mobilità sanitaria – sottolinea Cartabellotta – è un indicatore sia dell’indebolimento del servizio pubblico, sia dell’offerta che della capacità attrattiva del privato, seppur molto diversa tra le varie Regioni». Infatti, le strutture private assorbono oltre il 60% della mobilità attiva in Molise (90,6%), Lombardia (71,4%), Puglia (70,7%) e Lazio (62,4%). In altre, invece, il privato ha una capacità attrattiva inferiore al 20%: Valle D’Aosta (16,9%), Umbria (15,5%), Liguria (11,9%), Provincia autonoma di Bolzano (9,9%) e Basilicata (8,9%) (figura 4).

Focus su ricoveri e specialistica ambulatoriale

Secondo i dati Agenas, il 78,5% della mobilità per ricoveri è classificato come effettiva (€ 2.108 milioni), ovvero dipende dalla scelta del paziente. Il 17,4% (€ 468 milioni) è invece legato a prestazioni in urgenza (mobilità casuale) e il 4,1% (€ 109 milioni) riguarda casi in cui il domicilio del paziente non coincide con la Regione di residenza (mobilità apparente). Della mobilità effettiva, solo il 6,5% riguarda ricoveri ordinari a rischio inappropriatezza (figura 5).

Inoltre, considerando che una struttura è definita di prossimità se dista al massimo 50 km e/o il tempo di percorrenza non supera i 60 minuti, nel 2022 solo l’11,6% dei ricoveri in mobilità effettiva è avvenuto in strutture di prossimità (figura 6).

«Questo dato – commenta il Presidente – dimostra che lo spostamento dei pazienti verso altre Regioni per ricevere cure in regime di ricovero è una necessità dettata dall’assenza di un’offerta sanitaria adeguata. Per molti cittadini, questo significa affrontare lunghi spostamenti, con disagi pesanti per chi è malato e costi significativi per le famiglie, sia in termini economici che di tempo e qualità di vita». Relativamente alla specialistica ambulatoriale erogata in mobilità, oltre il 93% è riconducibile a tre categorie: prestazioni terapeutiche (33,9%), diagnostica strumentale (31,6%) e prestazioni di laboratorio (27,9%) (figura 7).

«La mobilità sanitaria, che riflette solo in parte le diseguaglianze regionali, è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che evidenzia profonde disparità nel diritto alla tutela della salute. Rappresenta dunque un segnale di allarme, che impone interventi urgenti per riequilibrare i diritti delle persone» conclude Cartabellotta. «Garantire il diritto alla tutela della salute su tutto il territorio nazionale significa evitare che intere aree del Paese continuino a esportare pazienti e miliardi di euro, mentre altre consolidano i propri poli d’eccellenza, spesso rappresentati da strutture private accreditate. In assenza di investimenti mirati, coraggiose riforme, in particolare su Piani di rientro e commissariamenti, e politiche di riequilibrio, la mobilità sanitaria finirà per penalizzare sempre più i cittadini più fragili, minando alle fondamenta l’universalità del Servizio Sanitario Nazionale. Infine, senza adeguate misure correttive, l’autonomia differenziata affosserà definitivamente la sanità del Mezzogiorno, con un effetto boomerang sulle Regioni del Nord più attrattive, che potrebbero trovarsi in difficoltà nel garantire un’adeguata erogazione dei LEA ai propri cittadini residenti».

Liste d’attesa, la complicata partita tra SSN, Regioni e sanità privata

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«Confidiamo che dopo una rapida condivisione in Commissione Salute, già nella seduta della Conferenza Stato-Regioni del 13 febbraio prossimo dovremmo poter avere il testo finale per arrivare poi all’intesa definitiva». Parola di Massimo Fabi, Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. Il riferimento è al via libera alle linee guida per la Piattaforma nazionale per il monitoraggio delle liste d’attesa, il cui testo ha subito un arresto proprio in Conferenza Stato-Regioni il 18 dicembre scorso. 

Massimo Fabi

«È stato chiesto un approfondimento, peraltro già concluso, su alcuni punti sollevati dai tecnici delle Regioni – spiega Fabi a TrendSanità -. In sostanza, non è stata accolta la richiesta formulata dalle Regioni di avere a disposizione 120 giorni per adattare i sistemi informativi e le procedure alla nuova piattaforma nazionale dalla data di pubblicazione del decreto; il Governo ha rimodulato la richiesta a 60 giorni, un termine entro cui alcune Regioni potrebbero risultare non pienamente adempienti». 

Nel testo è poi stata fissata entro il 15 marzo la predisposizione delle Linee guida di realizzazione, funzionamento e interoperabilità della Piattaforma nazionale, contenente le specifiche tecniche per l’invio giornaliero dei dati, complete del tracciato di trasmissione, da parte di AGENAS.

La lunga attesa

Lo scorso anno, alla vigilia delle Elezioni europee, il Governo ha approvato in fretta e furia un decreto per abbattere le liste d’attesa che però, a distanza di otto mesi, non è ancora pienamente operativo.

Tra le novità introdotte, l’individuazione di un Responsabile unico regionale dell’assistenza sanitaria, l’unificazione delle agende delle strutture pubbliche e del privato accreditato in un unico CUP regionale in modo da poter ricorrere a quest’ultimo nel caso in cui non si riesca a erogare una prestazione nei tempi previsti attraverso il canale pubblico. E, appunto, una Piattaforma istituita presso AGENAS che monitori l’andamento delle prenotazioni nelle Regioni. Una volta che sarà dato il via libera, le Regioni avranno 30 giorni per predisporre il progetto operativo per connettere le piattaforme regionali con quella nazionale.

Il decreto sulle liste d’attesa, approvato dal Governo alla vigilia delle Elezioni europee 2024, a otto mesi di distanza non è ancora operativo

A fine gennaio la Fondazione GIMBE ha denunciato come, a sei mesi dall’approvazione della norma, fosse stato emanato solo un decreto attuativo dei sei previsti. Pronta la risposta di Franco Zaffini, presidente della Commissione Sanità e Lavoro al Senato, che ha sostenuto che i decreti licenziati dal Governo sarebbero quattro – di cui tre sono in attesa dell’intesa della Conferenza Stato-Regioni – e che «due lo saranno nei prossimi giorni».

AMOIp: «Non vogliamo essere medici al 50%»

Tra le componenti che pesano sulle liste d’attesa, ci sarebbero anche le regole diverse tra pubblico e privato: «Noi riteniamo che nel sistema sanitario italiano ci debba essere un servizio pubblico forte e aperto a tutti i cittadini. Vorremmo però che il privato puro e il privato convenzionato potessero dare il proprio contributo», afferma Sergio Di Martino, endocrinologo e Presidente AMOIp, l’Associazione dei Medici e degli Odontoiatri liberi professionisti.


«Noi non possiamo erogare certificazioni per le esenzioni, oppure i piani terapeutici: per ottenerli, i pazienti che si sono rivolti a noi devono inserirsi nel flusso del pubblico». La ratio è che il controllo della spesa pubblica rimanga all’interno del SSN. «Il punto è che chi ne ha bisogno non viene ovviamente respinto dalla sanità pubblica. Solo, deve aspettare di più. Come liberi professionisti ci rendiamo disponibili a essere monitorati nei flussi prescrittivi e a iniziare la sperimentazione per alcune classi di farmaci – continua Di Martino – . L’importante è che ci sia riconosciuto un diritto, nell’interesse prioritario dei pazienti. I nostri, ma anche quelli del SSN, perché a questo punto chi si rivolge al privato non andrà a sovraccaricare il lavoro dei colleghi del pubblico, già gravosissimo».

«Noi non possiamo erogare certificazioni per le esenzioni, oppure i piani terapeutici: per ottenerli, i pazienti che si sono rivolti a noi devono inserirsi nel flusso del pubblico»


L’erogazione tardiva del piano terapeutico comporta, secondo Di Martino, un ritardo nell’inizio delle cure, un ulteriore aggravio sui pronto soccorso e talvolta anche sulle terapie intensive. «L’iperparatiroidismo primario per esempio comporta un incremento dei valori del calcio – spiega l’endocrinologo -. Si tratta di una condizione che, una volta inquadrata, noi potremmo trattare con una terapia attraverso il piano terapeutico, invece siamo costretti a mandare il paziente al pronto soccorso. Lì il cittadino viene compensato provvisoriamente e mandato a casa, dove deve attendere le liste di attesa per ricevere il piano terapeutico. Se nel frattempo si scompensa di nuovo, deve tornare in pronto soccorso o in terapia intensiva. Secondo noi questo circolo vizioso si può spezzare: noi siamo per una sanità pubblica forte, ma riteniamo che questa debba tenere conto anche della componente privata. Non possiamo fare i medici al 50%».

Altri esempi frequenti riguardano i nuovi anticoagulanti orali per la prevenzione della trombosi venosa profonda, che non possono essere prescritti dai flebologi privati, oppure le gravidanze a rischio, che possono essere certificate solo dal sistema pubblico.

Aspettare il dentista

Sergio Di Martino

L’offerta del pubblico per gli odontoiatri è molto limitata e accessibile solo ad alcune categorie vulnerabili: «Abbiamo liste d’attesa di 6 mesi mediamente e anche qui c’è un problema molto serio. Consideriamo che la cura del cavo orale è fondamentale anche per un benessere dell’organismo. Noi abbiamo portato dei dati che riguardano, ad esempio, le pulpiti, processi infiammatori per carie: se il paziente viene fatto attendere troppo possiamo arrivare a ascessi e situazioni più serie».
Una fetta di pazienti che non può rivolgersi al privato rinuncia alle cure odontoiatriche, con tutto quello che ne consegue.

«La nostra proposta è stringere una convenzione tra pubblico e privato, anche con i singoli studi odontoiatrici e non soltanto con le strutture più grosse, stabilendo dei parametri che al tempo stesso siano sostenibili e accettabili per chi deve erogare i servizi. In questo modo, anche chi ha difficoltà avrebbe più possibilità di accedere alle cure odontoiatriche», conclude il presidente AMOIp.

Cosa stanno facendo le Regioni

«Tutte le Regioni hanno predisposto i programmi di abbattimento delle liste d’attesa», fa il punto Massimo Fabi, ammettendo che «non tutto è stato finalizzato nei tempi previsti perché il riparto 2024 delle risorse ha risentito dei tempi legati alla verifica del decreto ministeriale che individuava le nuove tariffe delle prestazioni di specialistica ambulatoriale. Il riparto si è poi concluso nella seconda metà dell’anno».

Questo significa che la maggior parte delle Regioni ha impiegato la percentuale definita per legge, cioè lo 0,4% del Fondo Sanitario Nazionale. Le altre, hanno accantonato questo “tesoretto”, in attesa di finalizzarlo. «Questo tuttavia non esaurisce il quadro, che è molto più complesso: le Regioni stanno chiedendo al Governo che venga reintrodotto lo 0,7% del Fondo sanitario nazionale dedicato ai piani di contenimento dei tempi di attesa, una proposta che lo stesso Esecutivo aveva avanzato nella prima stesura della Finanziaria e che garantirebbe flessibilità nel rapporto col privato accreditato e nel reclutamento del personale sanitario oltre i tetti di spesa». 

Le Regioni stanno chiedendo la reintroduzione dello 0,7% del Fondo sanitario nazionale per i piani di contenimento dei tempi di attesa

La Regione Emilia Romagna, di cui Fabi è assessore, ha destinato più di 50 milioni di euro di risorse proprie («ben oltre lo stanziamento dello 0,4% sul Fondo sanitario nazionale previsto dal Governo»), ovvero 38 milioni, per ridurre le liste d’attesa, erogando più di un milione e mezzo di prestazioni aggiuntive nel 2024. «Questo ha migliorato in modo significativo i tempi di attesa, così come l’introduzione sistematica delle pre-liste di presa in carico e la disponibilità delle agende a 24 mesi. Ma lo sforzo delle Regioni non è sufficiente. Senza un piano nazionale vero, condiviso dal Governo centrale con i territori, rischiamo di privare milioni di cittadine e cittadini del diritto primario alla cura e alla salute, un diritto costituzionale. Uno scenario che, ci auguriamo, possa cambiare rapidamente», afferma Fabi.

L’importanza della programmazione

E le risorse sono il tema cruciale, secondo il Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni: «L’indicizzazione all’inflazione e il finanziamento della sanità in rapporto al PIL nazionale che deve crescere coerentemente anno per anno sono le leve da azionare per dare ossigeno alla sanità pubblica e universalistica che rimane il nostro obiettivo prioritario. La salute inizia dalla prevenzione, dalla cultura della prevenzione, e poggia sulla rete dei professionisti e degli operatori sanitari. Senza le persone, le risorse umane, non si può garantire questo bene prezioso che ci riguarda tutti. E qui va sottolineato che siamo in grande ritardo sulla formazione degli infermieri rispetto ai Paesi OCSE: in Italia 6,5 unità per mille abitanti contro 9,8 dei Paesi OCSE e 16,4 laureati su 100mila abitanti rispetto ai 44,9 di media OCSE. Per non parlare delle retribuzioni che vanno allineate a quelle dei Paesi europei più avanzati, e ritorniamo così al tema delle risorse».


Risorse significa però anche buona programmazione: «E questo riguarda anche noi, le Regioni, che, in una situazione difficile quale quella attuale, devono fare squadra, ad esempio incidendo sull’appropriatezza delle prescrizioni per evitare zone grigie e sprechi. Un lavoro che deve essere fatto insieme ai professionisti e allineando a livello nazionale regole, protocolli e metodologie, anche dei controlli. Quindi, risorse aggiuntive, ma con un contestuale lavoro sulla valutazione di appropriatezza dei setting assistenziali e delle indicazioni», conclude Fabi.

CAV: farmaci, prodotti chimici e droghe sintetiche nella gestione h24 delle intossicazioni degli italiani

Dai farmaci agli alimenti, fino ai prodotti chimici: sono alcune delle principali cause di avvelenamento e intossicazione tra gli italiani. I farmaci sono responsabili di circa il 50% dei casi, seguiti dai prodotti per uso domestico, come sostanze caustiche e corrosive (candeggina, acido muriatico, disgorganti per lavelli), che incidono per il 29-30%. Gli alimenti rappresentano il 5-6% degli episodi, con un picco in autunno a causa del consumo di funghi, ma anche di bacche, radici e vegetali. Tra questi, si verificano ogni anno circa 40 casi accertati di botulismo, un’intossicazione particolarmente grave dovuta alla tossina botulinica, uno dei veleni più potenti al mondo, spesso con conseguenze severe che richiedono il ricovero in terapia intensiva. Infine, un altro 5-6% delle intossicazioni è attribuibile all’uso di droghe, in particolare delle cosiddette “nuove sostanze psicoattive”, oltre un migliaio di molecole che si stanno rapidamente diffondendo attraverso il mercato online. Il tutto, per un totale di circa mezzo milione di avvelenamenti all’anno. Sono i dati emersi nella sessione di oggi dedicata ai Centri Antiveleni (CAV) nell’ambito del 22° Congresso Nazionale della Società Italiana di Tossicologia (SITOX), che ha riscosso grande interesse tra esperti, ricercatori e istituzioni. L’evento, che si è tenuto presso il Savoia Hotel Regency di Bologna, ha acceso i riflettori sulle sfide e le prospettive future di queste strutture cruciali per la tutela della salute pubblica.

L’importanza strategica dei Centri Antiveleni

I Centri Antiveleni si sono confermati risorse insostituibili all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, fornendo 24 ore su 24, 7 giorni su 7 supporto medico e clinico-tossicologico in tempo reale. Ogni anno i CAV italiani rispondono a centinaia di migliaia di richieste di consulenza provenienti dai cittadini o dagli ospedali che si trovano a curare pazienti intossicati. Le tipologie di intossicazioni sono moltissime e le competenze dei medici del CAV devono essere molte e sempre aggiornate. Si parla di intossicazioni accidentali e volontarie che spaziano, ad esempio, dal bambino che ha ingerito un pulitore per metalli, alla famiglia che ingerisce accidentalmente dei funghi velenosi, a intossicazioni gravi per l’assunzione di nuove droghe sintetiche. La vastità e numerosità delle possibili intossicazioni è vastissima e non è possibile che in ogni ospedale vi sia un expertise adeguata, nonché i supporti necessari per accedere alle composizioni di tutti i prodotti commerciali.

«Gli avvelenamenti, purtroppo, vanno dal lattante all’ultracentenario. Il 30-40% degli avvelenamenti – spiega Carlo Locatelli, past president SITOX e responsabile della UO Tossicologia del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, Centro Nazionale di Informazione Tossicologica – riguardano i bambini, principalmente per ingestione accidentale di prodotti domestici per la pulizia della casa o per errori di somministrazione di farmaci, il 30% riguarda gli anziani soprattutto a causa di una scorretta assunzione di farmaci, spesso in eccesso, e in misura minore per atti anticonservativi per stanchezza, disperazione, solitudine, malattia; il 30-40% infine interessa persone di giovane-media età con chiari segni di intossicazione in parte accidentali ma anche in tentati suicidi, atti di autolesionismo, misti a problemi psichiatrici».

I dieci Centri Antiveleni operano a distanza per il fabbisogno di tutto il territorio nazionale. Lavorano 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. Sono servizi ai quali il cittadino o il professionista sanitario può accedere in qualunque momento, da dovunque, e ricevere una consulenza specialistica immediata. Sono pertanto una risorsa preziosa e basso costo del nostro Paese che consente di offrire a ogni paziente un supporto specialistico anche negli ospedali nei quali queste competenze non ci sono.

I CAV consentono inoltre di risparmiare risorse evitando accessi inutili in ospedale e ottimizzando la cura dei pazienti ricoverati. Durante il Congresso si è discusso di nuovi modelli organizzativi per potenziare la rete dei CAV, migliorandone l’efficacia e l’integrazione con le altre strutture sanitarie, specie quelle dell’urgenza.

Un focus particolare è stato posto sulla necessità di investire in formazione specialistica, tecnologie e strumenti per analisi cliniche avanzati, per consentire ai CAV di identificare tempestivamente le sostanze tossiche emergenti e di migliorare la risposta a crisi sanitarie di origine tossicologica. Tra gli argomenti più dibattuti, si è sottolineata l’importanza della formazione continua per gli operatori sanitari, al fine di garantire risposte sempre più rapide ed efficaci nelle situazioni di emergenza. Inoltre, si è discusso del ruolo dei CAV nella raccolta di dati epidemiologici sulle intossicazioni, fondamentali per orientare le politiche sanitarie e le strategie di prevenzione.

Un appello per il futuro dei Centri Antiveleni

«È fondamentale che le istituzioni continuino a investire nel potenziamento dei Centri Antiveleni, nel loro corretto accreditamento istituzionale, garantendo risorse adeguate per la formazione, la ricerca e le tecnologie avanzate. Solo attraverso un impegno congiunto tra sanità pubblica, ricerca e cittadini possiamo migliorare la capacità di risposta alle emergenze tossicologiche e proteggere la salute di tutti. Sosteniamo i CAV come pilastro essenziale del nostro Sistema Sanitario Nazionale», ha concluso Locatelli.

Cardiopatie congenite: importante una nutrizione adeguata fin dai primi mesi

Con un’incidenza stimata di circa 8 casi ogni 1000 nati vivi, le Cardiopatie Congenite (CHD) sono le più frequenti malformazioni riscontrabili alla nascita dovute ad uno sviluppo cardiaco anomalo durante il periodo embrionale. Un bambino su quattro nato con CHD presenta un difetto critico ed avrà bisogno di un intervento chirurgico o un trattamento emodinamico entro i primi mesi di vita. La maggior parte dei neonati con Cardiopatia Congenita ha un peso normale per l’età gestazionale alla nascita, ma una quota rilevante di bambini con forme moderate-severe sviluppa malnutrizione e deficit di crescita durante i primi mesi di vita, che giocano un ruolo importante nella sopravvivenza, nelle infezioni ospedaliere, nella lunga ospedalizzazione e non da ultimo nel portare ad interventi chirurgici complicati e ritardati. È stato dimostrato come un peso ridotto al momento dell’intervento cardio-chirurgico sia associato ad un aumento della mortalità.

In occasione della Giornata Mondiale delle Cardiopatie Congenite, che ricorre il 14 febbraio, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) e la Società Italiana di Cardiologia Pediatrica e delle Cardiopatie Congenite (SICP) ribadiscono che è di vitale importanza garantire un’alimentazione adeguata a questi soggetti vulnerabili. Sono diversi i fattori che contribuiscono allo sviluppo di malnutrizione nei neonati con CHD, tra questi l’aumento del fabbisogno energetico, causato da un elevato consumo energetico del cuore e dall’aumento del lavoro dei muscoli respiratori. Tra le principali cause anche, naturalmente, il ridotto apporto di cibo volontario per impossibilità d’introdurne volumi significativi, per l’affaticamento durante l’alimentazione o per problemi di deglutizione o incoordinazione faringo-laringea, a causa della sazietà precoce per il ridotto volume gastrico indotto dall’ingrandimento del fegato.

Una scarsa introduzione di cibo può essere causata anche dallo scarso interesse per il cibo, per un effetto collaterale dei farmaci. Inoltre, la malnutrizione può essere dovuta anche al malassorbimento dei nutrienti per il ridotto flusso ematico intestinale presente in alcune cardiopatie, ma anche conseguente ad alcuni tipi di terapie. Anche le sindromi genetiche, non raramente associate alla cardiopatia congenita, come la Sindrome di Down e la Sindrome di DiGeorge, condizionano la crescita. Nel neonato e nel lattante con cardiopatia congenita, non essendo possibile stabilire a priori se avrà problemi di crescita, in quanto uno stesso tipo di lesione del cuore può dare in pazienti diversi una diversa curva di crescita, inizialmente la dieta dovrebbe essere quanto più convenzionale possibile.

«Nei pazienti portatori di cardiopatia congenita che dovranno essere sottoposti nelle prime settimane o nei primi mesi di vita ad intervento cardiochirurgico o procedura di emodinamica interventistica, è di fondamentale importanza una corretta alimentazione per consentire al neonato o lattante di arrivare alla procedura con il maggior peso possibile», afferma Gabriele Rinelli, Presidente SICP. Nei neonati a termine emodinamicamente stabili, ESPNIC – European Society of Paediatric and Neonatal Intensive Care – raccomanda d’iniziare l’alimentazione enterale entro le prime 24 ore dal ricovero. «Numerosi studi hanno dimostrato che il latte materno rappresenta l’opzione ottimale per l’avvio dell’alimentazione di tutti i neonati, in particolare quelli fragili o critici, come quelli affetti da CHD – sostiene Massimo Agosti, Presidente SIN – Questo perché favorisce la tolleranza alimentare, sostiene una corretta funzione gastrointestinale e contribuisce alla maturazione del sistema immunitario e alla composizione del microbiota intestinale; aspetti cruciali per i neonati critici, poiché possono ridurre, ad esempio, il rischio di enterocolite necrotizzante preoperatoria».

Nonostante i vantaggi del latte materno, ci sono diverse difficoltà che possono ostacolare la sua fornitura ai neonati con CHD. Una delle principali è la separazione tra madre e bambino che purtroppo si verifica specialmente in situazioni mediche complesse. Inoltre, l’ambiente stressante del reparto di Terapia Intensiva Neonatale può mettere a dura prova tanto la madre quanto il neonato, rendendo ancora più difficile stabilire una routine di allattamento. In un contesto così delicato le madri, infatti, si sentono più insicure riguardo alla loro capacità di allattare e diventa perciò fondamentale un supporto adeguato a riguardo da parte del personale sanitario. «Quando il latte materno non è disponibile, il latte umano donato rappresenta un’ottima alternativa, offrendo tutti i benefici dell’allattamento al seno e contribuendo a migliorare la tolleranza alimentare -, conclude Daniela Doni, Segretario del Gruppo di Studio di Cardiologia Neonatale della SIN – È importante che le famiglie e i professionisti della salute siano informati e supportati nel percorso di alimentazione dei neonati, al fine di garantire il miglior inizio possibile per questi piccoli pazienti, tenendo sempre presente la priorità di fornire loro nutrienti essenziali per la crescita e lo sviluppo».

Dopo l’intervento cardiochirurgico, l’inizio precoce dell’alimentazione, anche con piccole quantità di latte, aiuta a raggiungere gli obiettivi energetici per la crescita, in un periodo più breve e riduce il rischio di possibili infezioni. La prevenzione della malnutrizione e del deficit di crescita nel bambino cardiopatico congenito può influenzare significativamente la sopravvivenza, la qualità della vita e lo sviluppo a medio e lungo termine.

Innovazione nel procurement sanitario: la prima gara value-based in Lombardia

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L’innovazione nel procurement sanitario rappresenta una sfida cruciale per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e migliorare la qualità delle cure. In questo contesto, ARIA, in qualità di soggetto aggregatore per la Regione Lombardia, ha lanciato la prima gara basata sul concetto di value-based procurement, un approccio innovativo che punta a valorizzare le tecnologie sanitarie in base ai benefici concreti che generano.

Il principio del Value-Based Procurement

Marco Pantera
Marco Pantera

L’obiettivo principale di questa nuova metodologia è ottimizzare l’impiego delle risorse economiche nel SSN, garantendo che ogni euro speso produca il massimo valore possibile in termini di salute e performance, come spiega Marco Pantera, Direttore di ARIA: «Il nostro obiettivo è consentire innovazione al sistema, migliorare le performance sanitarie, innalzare la qualità delle cure e garantire la sostenibilità. Il value-based procurement consente di mettere in competizione soluzioni innovative con quelle tradizionali, premiando economicamente le tecnologie solo se generano un risparmio e un miglioramento misurabile per il sistema. Questo significa che se un’azienda introduce una nuova tecnologia che promette di ridurre il numero di visite di follow-up necessarie dopo un intervento, o di diminuire il consumo di risorse mediche, allora quel valore aggiunto diventa misurabile e giustifica un riconoscimento economico».

Prosegue Pantera, sottolineando l’importanza della competizione equa tra soluzioni innovative e soluzioni tradizionali: «Noi non entriamo nelle scelte cliniche, ma vogliamo creare condizioni in cui l’innovazione possa dimostrare il proprio valore in un contesto di gara equo. La chiave è strutturare le gare in modo che le tecnologie emergenti possano competere con quelle esistenti senza essere svantaggiate dal costo iniziale più elevato. Questo lo facciamo attraverso meccanismi di procurement che premiano economicamente il valore aggiunto generato, ma solo se i risultati promessi vengono effettivamente raggiunti».

Obiettivo del Value-Based Procurement è ottimizzare le risorse economiche del SSN, garantendo che ogni euro speso produca il massimo valore in termini di salute e performance

Pantera approfondisce inoltre la questione metodologica: «Abbiamo lavorato a lungo su questo progetto, confrontandoci con il mercato, gli operatori economici e anche con contesti internazionali di procurement. Il nostro metodo prevede che il pagamento sia basato su un risultato misurabile, permettendo all’operatore economico di scommettere sulla propria tecnologia e al sistema sanitario di pagare innovazione solo se questa porta un vantaggio concreto. Questo consente di proteggere il SSN e di evitare di investire in tecnologie che non apportano un beneficio reale».

La prima gara: un caso pilota sulle lenti intraoculari

L’iniziativa pilota riguarda le lenti Enhanced, che migliorano la visione intermedia dei pazienti sottoposti a chirurgia della cataratta. Elisa D’Autilia, Responsabile della Struttura Dispositivi e Tecnologie Medicali – Direzione Acquisti di ARIA, evidenzia l’importanza del coinvolgimento del mercato nella scelta della merceologia: «Abbiamo selezionato le lenti Enhanced perché permettono di verificare rapidamente i risultati. La proposta è nata dal confronto con il settore dell’oculistica. Quando ci siamo confrontati con i medici specialisti e con le aziende, ci è stato evidenziato che le nuove lenti Enhanced offrono un vantaggio clinico chiaro e immediato. Questa caratteristica ci ha permesso di definire una metrica chiara per misurare il valore aggiunto».

D’Autilia sottolinea anche il valore strategico di questa sperimentazione: «Abbiamo studiato le esperienze in Toscana, le gare di Consip e stiamo collaborando a livello europeo con l’iniziativa Procure4Health. Nessuno ha studiato una procedura basata sulla logica del valore in questi termini, così come definita dai principi di Porter: si utilizza il dispositivo, si misura il risultato, se il risultato c’è viene riconosciuto al fornitore un profitto in termini economici, diversamente no. L’idea è di dare ancora più ampio respiro al processo in atto perché in grado di generare valore aggiunto per l’intero sistema: l’applicazione dei principi di value-based procurement rappresenta un tassello fondamentale del più ampio concetto di value-based health care che impronta alla gestione complessiva del sistema sanitario secondo criteri di valore per il paziente e sostenibilità per il sistema».

Le sfide e le opportunità dell’innovazione

Elisa D’Autilia

L’implementazione di questo nuovo modello non è stata priva di ostacoli. Uno dei principali è stato definire metriche di valutazione oggettive e affidabili. Come spiega D’Autilia: «Il primo grande ostacolo è stato identificare una categoria merceologica che fosse adatta all’identificazione di una metrica di valutazione chiara e oggettiva, che garantisse una misurazione del valore certa, senza aggiungere carico di lavoro ai clinici e che non dipendesse dalla singola performance professionale. Il medico ci ha chiesto due cose fondamentali: primo, che il sistema di valutazione non aggiungesse ulteriore lavoro amministrativo alla sua quotidianità professionale, e secondo, che non fosse correlato alla sua performance individuale, anche per evitare eventuali contenziosi con i fornitori. Abbiamo lavorato per trovare un equilibrio tra questi aspetti».

Marco Pantera aggiunge: «Questo è il momento giusto per sperimentare questo modello. La digitalizzazione della sanità, supportata dagli interventi finanziati dal PNRR, garantisce una maggiore disponibilità di dati che permettono di identificare e misurare con precisione il valore generato dalle tecnologie sanitarie, senza richiedere sforzi aggiuntivi agli operatori sanitari. Nel giro di pochi anni, ci aspettiamo che le gare prevedano due lotti: uno tradizionale e uno dedicato all’innovazione, con meccanismi di premialità per chi dimostra il valore della propria tecnologia».

Verso un nuovo modello di sanità

Se la sperimentazione avrà successo, le tecnologie validate attraverso questo meccanismo entreranno stabilmente nei processi di gara futuri. Come evidenzia D’Autilia: «Nel prossimo ciclo di gare, le tecnologie che avranno dimostrato di generare valore aggiunto saranno integrate stabilmente nel procurement sanitario, alzando il livello qualitativo delle soluzioni disponibili. Non ci sarà più bisogno di misurare ogni volta il valore aggiunto: una volta dimostrato, diventerà parte dello standard di riferimento».

La digitalizzazione della sanità, sostenuta dal PNRR, consente di raccogliere e analizzare dati con precisione, misurando il valore delle tecnologie senza gravare sugli operatori

Pantera conclude con uno sguardo al futuro: «Questo modello si potrebbe applicare anche ai farmaci. Esistono già meccanismi di pagamento basati sul risultato, regolati da AIFA, ma si potrebbe renderli più intensi e applicabili a nuovi ambiti, come ad esempio i vaccini. Il mercato farmaceutico è più cauto, ma crediamo che ci siano grandi opportunità anche in questo settore».

Il value-based procurement può rappresentare una svolta strategica per il SSN, favorendo l’adozione di tecnologie innovative con un impatto tangibile sulla qualità delle cure. Se replicato su larga scala, potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per il procurement sanitario in Italia, con un equilibrio più efficiente tra innovazione, costi e benefici reali per i pazienti.