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Alti costi e basse marginalità tra le sfide della Logistica Healthcare

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Dal 2020 il contesto mondiale è sfidante: la pandemia, i conflitti mondiali, il costo delle materie prime, l’inflazione sono solo alcuni degli elementi che hanno contribuito a generare instabilità e ad aggiungere elementi di complessità a un settore, quello dell’healthcare, in constante trasformazione.

In questo senso, la logistica nel settore healthcare è un asset strategico sempre più cruciale per garantire efficienza, sostenibilità e continuità nell’approvvigionamento di farmaci e dispositivi medici. L’evento “Logistica Healthcare: direzioni di lavoro per un settore che cambia” che si è svolto il 4 febbraio al Politecnico di Milano ed è stato organizzato dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” della School of Management del Polimi ha offerto come ogni anno un’occasione di confronto tra esperti, aziende e operatori del settore per analizzare le sfide e le opportunità che il comparto si trova ad affrontare.

Numeri e trend di un settore in evoluzione

Secondo i dati del Centro Studi Dafne, la filiera logistica dell’healthcare in Italia comprende oltre 5.900 aziende, impiegando più di 228.700 addetti e generando un fatturato di 92,3 miliardi di euro nel 2023.

«Il settore dell’healthcare negli ultimi anni è stato caratterizzato da una crescita dei volumi e del mercato, da un incremento dei costi e dall’aumento della rilevanza strategica della logistica», ha ricordato in apertura Paolo Giacobbe, ricercatore dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet”.

L’andamento dei costi ha infatti subito un incremento significativo, soprattutto per la manodopera, i canoni di locazione, il denaro (con tassi di interesse elevati) e i prezzi energetici. Questa pressione si riflette sulle marginalità, che risultano ridotte rispetto alla logistica generale: il margine medio degli operatori logistici attivi nell’healthcare è del 3,5%, inferiore dell’1,8% rispetto alla media della Contract Logistics.

Nonostante le difficoltà, il settore mostra una buona solidità finanziaria, con una crescita del fatturato sia per i vettori nazionali (marginalità del 5,8%) che per quelli regionali (4,7%). Il mercato sembra favorire le realtà più strutturate, con una pressione crescente sui distributori intermedi, la cui marginalità è scesa allo 0,7% nonostante un fatturato complessivo di 9,5 miliardi di euro nel 2023 per i primi dieci grossisti.

«Nel 2010 il decreto legge 78 ha più che dimezzato la quota di spettanza per la distribuzione intermedia – ha evidenziato Michele Palumbo, Direttore Supply Chain, Executive Advisor e Professore Università Cattolica del Sacro Cuore -. Questo è accaduto in un momento di genericazione dei prodotti farmaceutici e quindi di riduzione del prezzo medio dei prodotti in fascia A ha generato un impatto importante sulla marginalità del comparto».

Le principali sfide della Logistica Healthcare

Oltre alla crescita dei costi, non da ultimo quello del lavoro, che tra il 2020 e il 2024 è aumentato del 6% e si prevede un ulteriore +8% entro il 2027, le altre sfide chiave sono l’aumento della domanda (sia come numero di colli che come chilogrammi) e la maggiore complessità operativa: nel 2023 le spedizioni nel settore healthcare sono cresciute del 22%, ma sono state più frammentate e soggette a stagionalità. L’80% delle consegne è destinato a farmacie (40%) e ospedali (40%), con un trend in crescita per le prime e in calo per i secondi.

Aumento dei costi, complessità operativa e compliance normativa sono solo alcune delle sfide che la Logistica Healthcare deve affrontare

Infine, le aziende devono fare i conti con temi come la sostenibilità ambientale e la compliance normativa: il comparto deve infatti bilanciare efficienza e rispetto delle regolamentazioni ambientali e di sicurezza.

Gli operatori, soprattutto quelli del settore dei trasporti, stanno investendo in automazione e, con un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, stanno cercando di internalizzare alcune attività invece di affidarsi a aziende esterne.

Le direzioni di lavoro per la logistica ospedaliera

«Anche il sistema ospedaliero sta affrontando un profondo cambiamento nel modo di gestire la logistica interna. C’è stata un’evoluzione nella sua percezione all’interno delle strutture ospedaliere – ha ricordato Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio -:secondo una survey dell’anno scorso, oltre il 90% degli addetti ai lavori oggi riconosce la logistica come strategica, con una crescente propensione agli investimenti in soluzioni digitali e tecnologiche».

In passato ci si è concentrati sulla centralizzazione della logistica, sugli investimenti in automatizzazione e sull’esternalizzazione di alcune attività. « Nei prossimi 3-5 anni la propensione agli investimenti cambierà, lasciando più spazio alle soluzioni tecnologiche e digitali», ha affermato Pavesi.

Quest’anno l’Osservatorio ha analizzato le direzioni di lavoro che si stanno seguendo nel settore, individuando 4 aree di riferimento, con criticità e conseguenti leve di azione: il magazzino dei farmaci, quello dei dispositivi, i centri di consumo e il trasporto. Le leve di lavoro emerse sono cinque. In ordine di priorità secondo gli addetti ai lavori:

  • La gestione informatizzata di tutte le scorte e giacenze (prioritaria secondo il 41%);
  • La revisione delle logiche di riordino e stoccaggio (25%)
  • La valorizzazione delle competenze e delle risorse logistiche (14%)
  • L’ottimizzazione degli spazi e delle scorte di magazzino (14%)
  • L’efficientamento del trasporto interno (6%)

L’83% delle strutture ospedaliere intende adottare soluzioni tecnologiche e digitali a supporto della logistica entro un lustro, quasi il doppio rispetto al passato (48%).

In Italia 80mila donne con mutilazioni genitali femminili, serve più formazione per gli operatori sanitari

Secondo l’Oms oltre 200 milioni di donne nel mondo hanno subito mutilazioni genitali, e il fenomeno è presente anche nel nostro paese, dove si stima riguardi migliaia di donne tra cui minori. La maggior parte degli operatori sanitari italiani però considera inadeguata la propria formazione sul tema, e cade in errori e luoghi comuni, come quello secondo cui la pratica viene effettuata per motivi religiosi, quando invece non è prescritta da nessun credo. È quanto è emerso da uno studio presentato durante un evento organizzato dall’Iss e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma in vista della giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (MGF) che ricorre il 6 febbraio.

Secondo l’Oms oltre 200 milioni di donne nel mondo hanno subito mutilazioni genitali, e il fenomeno è presente anche nel nostro paese, dove si stima riguardi migliaia di donne tra cui minori

«Questa pratica è purtroppo una realtà che ci riguarda anche da vicino. Il fenomeno non conosce confini e coinvolge circa 80mila donne, tra cui 7mila minori anche nel nostro paese, spesso invisibili nella loro sofferenza. Le mutilazioni genitali non sono solo una grave violazione dei diritti umani, ma anche un problema sanitario che richiede il nostro massimo impegno», ha affermato il presidente dell’Iss Rocco Bellantone.

«Questo evento rappresenta un passo cruciale verso la costruzione di una rete nazionale che non solo diffonda consapevolezza, ma offra soluzioni concrete per la prevenzione e il trattamento delle conseguenze delle MGF e che possa agire su tutto il territorio nazionale con la collaborazione della medicina territoriale e della Croce Rossa. L’idea è di proporre al Dipartimento pari Opportunità che si occupa attivamente della questione un Osservatorio Nazionale, una attività di formazione degli operatori sanitari inclusi i mediatori culturali e di comunicazione», dice Walter Malorni, direttore scientifico del Centro di ricerca in Salute globale della Università Cattolica.

Lo studio

L’indagine pilota nazionale condotta dal Centro di ricerca in Salute globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituto Nazionale e la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà, ha coinvolto oltre 300 medici, in particolare ginecologi, ostetriche e pediatri, contattati attraverso survey online, e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Reports on Global Health Research.

Oltre il 60% degli operatori che hanno risposto considera inadeguata la propria formazione sul tema delle MGF. Inoltre, circa il 70% non dispone di informazioni sufficienti per indirizzare le pazienti verso strutture specializzate.

La maggior parte degli operatori sanitari italiani considera inadeguata la propria formazione sul tema

Dal punto di vista delle mutilazioni riscontrate dai medici che hanno risposto alla survey, la più frequente sembra essere la lesione clitoridea mentre il momento del parto è quello dove con più probabilità viene accertata dagli operatori l’infibulazione vera e propria. Più del 50% degli intervistati, inoltre, indica le questioni religiose come un fattore chiave che spinge verso la pratica delle mutilazioni, mentre invece, sottolineano gli autori, nessuna fede religiosa né islamica né cristiana (copta) richiede questo intervento.

A partire anche da questi risultati sono in previsione dei percorsi di formazione specifici sulla medicina interculturale destinati agli operatori sanitari, con una parte dedicata alle MGF, allo scopo di far loro riconoscere i segni delle mutilazioni e di far conoscere i percorsi dedicati verso cui indirizzare le pazienti.

Cinque luoghi comuni sulle mutilazioni genitali femminili da sfatare

Sono diversi i luoghi comuni da sfatare sulle MGF, ricorda il Centro Nazionale per la Medicina di Genere dell’Iss. Eccone alcuni:

  • le MGF sono una pratica musulmana o una pratica religiosa: NO. Le MGF non sono prescritte dall’Islam né da altre religioni. La nascita delle MGF precede quella delle religioni monoteiste e le MGF sono praticate anche all’interno di comunità cristiane
  • alcune forme di MGF sono meno gravi: NO. Tutte le forme di MGF sono dannose. Le MGF rappresentano una violazione dei diritti delle donne e una forma specifica di violenza di genere che può determinare problematiche gravi di tipo infettivo, per esempio, o al momento del parto
  • le MGF sono praticate solo da persone scarsamente istruite, socialmente svantaggiate o in contesti rurali: NO. Le MGF si verificano in tutti i contesti culturali e socioeconomici
  • le MGF sono una questione africana: NO. Più di 200 milioni di donne in tutto il mondo hanno subito MGF. Queste vengono praticate in tutti i continenti del mondo tranne in Antartide e rappresentano un problema globale. Inoltre, in diversi paesi africani le MGF non sono praticate
  • praticare le MGF in ospedale riduce i rischi: NO. Le MGF eseguite in contesto sanitario possono essere dannose come quelle praticate al di fuori. La medicalizzazione delle MGF non implica necessariamente una maggiore sicurezza. Gli effetti psicologici e fisici rimangono gravi e preoccupanti

World Cancer Day: “Uniti da storie uniche”

In Italia nel 2024 sono state stimate 390.000 nuove diagnosi di cancro, numero tendenzialmente stabile rispetto al precedente biennio. Il trend favorevole si associa ad un altro dato positivo: la riduzione della mortalità nella fascia giovani adulti (tra i 20 e i 49 anni) del 21,4% nelle donne e del 28% negli uomini. Ma c’è un terzo elemento positivo: il costante incremento del numero di persone che vivono dopo una diagnosi di cancro, ad oggi 3,7 milioni. La metà dei cittadini che si ammalano oggi è destinata a guarire avendo la stessa attesa di vita di chi non ha sviluppato un tumore. Tutti insieme, questi pazienti sono ‘uniti’ per consapevolezza, prevenzione e assistenza ma ‘unici’ per storia e vissuto personali.

#UnitedByUnique è il tema della Giornata Mondiale contro il Cancro, che si celebra ogni anno il 4 febbraio per sensibilizzare l’opinione pubblica e sollecitare azioni da parte dei Governi e della collettività per migliorare l’accesso alle cure. In questa occasione, il Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” ha riunito per il terzo anno consecutivo i rappresentanti delle 46 Associazioni dei pazienti oncologici e onco-ematologici – presenti sul territorio nazionale con oltre 190 sedi – aderenti al progetto e delle forze politiche, che hanno rinnovato il loro impegno nel sostenere i diritti dei pazienti e rendere attuative istanze e rivendicazioni portate avanti dal Gruppo, che opera instancabilmente da oltre dieci anni di concerto con una Commissione tecnico-scientifica, l’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro” e Intergruppi consiliari regionali, per mettere in campo proposte fattibili e sostenibili con l’obiettivo di migliorare la salute e la qualità di vita dei malati e la presa in carico globale della persona affetta da tumore.

In sintonia con il tema dell’odierna Giornata Mondiale, il Gruppo pone la persona con tumore al centro della cura e la sua storia al centro del dibattito.

«Il racconto unico delle storie dei pazienti ci emoziona perché ha il potere di avvicinarci tutti a viaggi personali unici e ogni storia è un messaggio di speranza, per questo è fondamentale che chi riceve una diagnosi di tumore possa dire la sua e far sentire la propria voce – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna ODV e Coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – in questo senso siamo perfettamente allineati al tema di questa Giornata Mondiale contro il Cancro e abbiamo incentrato l’odierno incontro proprio partendo dalle storie dei pazienti. Numerosi studi evidenziano l’importanza di tener conto di ciò che pensano e sentono le persone con tumore, per arrivare a cure più efficaci e che garantiscano una migliore qualità della vita. La partecipazione attiva dei pazienti presuppone competenze specifiche: per questo abbiamo promosso un Corso di perfezionamento dedicato alle Associazioni aderenti al Gruppo in collaborazione con l’Università di Pavia. Il coinvolgimento delle Associazioni nei processi decisionali in ambito sanitario è un grande risultato, ottenuto soprattutto grazie all’impegno di tante Associazioni e alla sensibilità dei parlamentari che ci hanno supportato in questo lungo cammino che oggi è approdato al testo di legge della manovra di Bilancio 2025, insieme ad altre istanze sulle quali il Gruppo ha lavorato in questi anni».

Il cancro è più di una diagnosi clinica, è una questione profondamente personale. Ogni diagnosi nasconde una storia umana unica fatta di dolore, guarigione, resilienza, amore e molto altro. Per questo, un approccio alla cura incentrato sulla persona, che integri appieno le esigenze specifiche di ciascun individuo, con compassione ed empatia, porta a migliori risultati di salute. Cuore emozionale dell’evento di oggi sono state le storie di Annamaria (Salute Donna ODV), Gianluca (Melanoma Day), Barbara (Oltre la ricerca ODV), Daniela (WALCE) e Riccardo (Fondazione Città della Speranza) che hanno testimoniato con il loro personale ed emozionante racconto la forza, il coraggio e la ricchezza del vissuto di ciascun paziente.

«Nella Giornata Mondiale contro il cancro, corre l’obbligo di ricordare l’importanza di ascoltare i bisogni socio-sanitari dei malati ed intervenire in sede legislativa per garantire le migliori soluzioni – sottolinea l’On. Vanessa Cattoi, Membro V Commissione Bilancio e Coordinatrice alla Camera dell’Intergruppo “Insieme per un impegno contro il cancro” – questo è il lavoro che portiamo avanti per tener fede alle 12 priorità contenute nell’Accordo legislativo sottoscritto e che intendiamo rispettare e portare avanti con lavoro quotidiano e costante impegno. Espressione di questo lavoro sono gli emendamenti approvati nell’ultima manovra di Bilancio, grazie alla sinergia tra i parlamentari dell’Intergruppo e le rappresentanze di tutte le Associazioni che fanno parte del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”. Abbiamo dimostrato oggi, ancora una volta, che stare uniti per la battaglia contro il cancro non ha colore quando la politica decide di porre al centro le esigenze dei pazienti».

Il lavoro da fare è ancora molto, tante le sfide future e gli ostacoli e le lacune da fronteggiare e colmare per migliorare l’accesso alle cure, ridurre le disuguaglianze e riuscire a coniugare umanità dell’assistenza, progresso scientifico e sostenibilità.

«In occasione del World Cancer Day, voglio esprimere il mio pieno impegno e quello dell’Intergruppo “Insieme per un impegno contro il cancro” che ho il privilegio di coordinare in Senato  – sottolinea il Sen. Guido Quintino Liris, Membro 5ͣ Commissione Permanente Bilancio e Coordinatore al Senato dell’Intergruppo – assieme a quello profuso dal Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, con cui lavoriamo a fianco dei pazienti che rappresentano una risorsa fondamentale nella lotta contro le malattie neoplastiche. Queste Associazioni non rappresentano soltanto una voce per chi affronta il tumore, ma anche un faro per noi legislatori, un aiuto nell’identificare le priorità e le sfide che dobbiamo affrontare. La nostra politica deve essere al servizio delle persone e, in particolare, di chi sta vivendo la propria battaglia contro il cancro, delle loro famiglie e dei caregiver. Il ruolo dell’Intergruppo parlamentare è quello di accendere i riflettori su questi temi, per poi lavorare tutti insieme e senza sosta per porre al centro il paziente, garantendo ascolto, supporto e trovando soluzioni legislative efficaci per abbattere le disuguaglianze affinché ogni cittadino, ovunque viva, possa ricevere cure tempestive e di qualità».

La seconda parte dell’incontro stampa è stata dedicata ad una Tavola rotonda sui temi centrali della qualità di vita delle persone con tumore e della partecipazione delle Associazioni dei pazienti ai processi decisionali in materia di salute; quest’ultima voce in particolare è protagonista delle attività di advocacy condotte dal Gruppo in questi ultimi anni, che hanno portato ad un emendamento recentemente accolto nella legge di Bilancio 2025-2027, insieme ad altre istanze sostenute dal Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, espressione delle 46 Associazioni aderenti.

«La salute è un bene da difendere non solo alla luce dei diritti garantiti a livello costituzionale ma anche attraverso azioni quotidiane che, con un approccio integrale orientato a riconoscere la centralità della persona, puntano a migliorare la qualità della vita e della salute dei pazienti – commenta Stefano Moriconi, Capo Segreteria Tecnica, Ministero della Salute – In questo contesto, assume un ruolo importante l’istituzione del Registro Unico delle Associazioni della salute (RUAS) che prevede la partecipazione attiva degli Enti del Terzo settore nei processi decisionali istituzionali in ambito sanitario».

I bisogni dei pazienti sono sempre più spesso al centro dell’attenzione e dell’impegno delle diverse parti in causa, ma serve più attenzione a quegli aspetti che coinvolgono la quotidianità del paziente oncologico e che sono talvolta sottostimati. Inoltre, spesso ancora oggi i percorsi diagnostico-terapeutici sono frammentati e i pazienti non vengono presi in carico da un team multidisciplinare.

«Carenza di strutture adeguate, minimizzazione dei tempi di visita, attese spasmodiche, burocratizzazione delle attività mediche, visione economicista dell’assistenza sanitaria, assoluta incomprensione del fatto che spendere in salute non è una perdita ma un investimento: il mondo politico deve prendere contezza di questa realtà e comprendere che al di là della buona volontà degli operatori, le cose non possono migliorare se non si mette al primo posto il bene Salute spiega Alberto Scanni, Presidente Emerito CIPOMO – Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri – La ricerca ha fatto passi da gigante e la personalizzazione delle cure è diventata la via maestra: l’interdisciplinarietà diventa giocoforza la carta vincente e l’approccio alla malattia deve essere frutto di confronti tra specialisti di vari settori. Ma anche questo presuppone un’attenzione particolare da parte dei decisori, ripensando a investimenti corposi in strutture e organici».

La Giornata Mondiale contro il Cancro è un’iniziativa globale che unisce il mondo per far conoscere il cancro in modo positivo e attivo, promossa dalla Union for International Cancer Control (UICC).

Per ulteriori informazioni: www.worldcancerday.org

AGENAS lancia la Piattaforma Nazionale di Telemedicina, a regime da fine 2025

L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) ha organizzato l’evento di presentazione della Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT), una delle linee di investimento previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (M6C1 Investimento 1.2.3.1), raggiungibile a questo indirizzo: https://pnt.agenas.it/home

In queste settimane si è avviata con successo la fase di popolamento dati da parte delle Regioni e Province Autonome che permetterà, entro dicembre 2025, l’assistenza di almeno 300.000 pazienti attraverso gli strumenti di telemedicina. Tale numero continuerà ad aumentare fino a circa 790.000 pazienti come previsto dal DM salute 28 settembre 2023.

Per l’implementazione dei servizi minimi di Telemedicina sono state effettuate due gare mediante le regioni capofila Lombardia e Puglia. La prima per le acquisizioni delle Infrastrutture Regionali di Telemedicina (IRT) legate all’erogazione dei servizi minimi (finanziata con 340.819.917 euro ripartiti tra le Regioni e PP.AA con fondi PNRR); la seconda per l’acquisto delle postazioni di lavoro e la relativa logistica (finanziata con 186.281.702 euro ripartiti tra le Regioni e PP.AA con fondi PNRR).

Nello specifico:

  • Gara Regione Lombardia. Sono stati acquistati dalle Regioni e PP.AA. i seguenti servizi minimi di Telemedicina:
    • Televisita: 13 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
    • Teleconsulto: 14 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
    • Teleassistenza 15 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
    • Telemonitoraggio di base (pazienti bassa/media complessità): 17 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
  • Telemonitoraggio avanzato (pazienti ad alta complessità): 18 Regioni e PP.AA. aderenti su 21

Si ricorda che le Regioni e le PP.AA. che non hanno aderito alla gara della Regione Lombardia hanno individuato al proprio interno i servizi minimi per l’erogazione delle prestazioni.

  • Gara Regione Puglia. Sono 90.369 le postazioni per l’erogazione delle prestazioni di telemedicina da mettere a disposizione degli operatori sanitari in strutture quali:
    • Farmacie rurali
    • Studi medici
    • Case di Comunità/Ospedali di Comunità/Centrali Operative Territoriali
    • Enti sanitari

Dalla programmazione delle Regioni e PP.AA. si evince come gli operatori sanitari che dovrebbero far uso della strumentazione e delle postazioni acquisite sono:

  • Medici del ruolo unico 42.674
  • Medici specialisti 121.969
  • Pediatri di Libera scelta 6.650
  • Infermieri 99.161
  • Professionisti sanitari 121.597

Aspetti operativi

Dal punto di vista tecnologico, la Piattaforma Nazionale di Telemedicina si compone di un’Infrastruttura Nazionale di Telemedicina (INT) di livello centrale e 21 Infrastrutture Regionali di Telemedicina (IRT) nelle Regioni/PP.AA. preposte all’erogazione dei servizi minimi di telemedicina.

Entro dicembre 2025, la Piattaforma Nazionale di Telemedicina presentata oggi da AGENAS permetterà l’assistenza di almeno 300.000 pazienti

La INT, attuata da AGENAS, mette a disposizione “servizi abilitanti” per lo sviluppo, l’armonizzazione e il monitoraggio dei servizi di Telemedicina. Inoltre, grazie all’adozione di standard internazionali, governa e permette l’interoperabilità tra i servizi delle diverse Regioni/PP.AA., con l’obiettivo di migliorare la qualità e la quantità dell’offerta sanitaria. Sempre in tale ottica di cooperazione, la INT è allineata con le altre infrastrutture e iniziative europee, supportando la strategia di utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in ambito sanitario per migliorare la salute e l’assistenza dei cittadini nonché la creazione dell’EU Health Data Space.

L’operatività della INT è assicurata mediante lo sviluppo di un apposito linguaggio – curato dai professionisti AGENAS – che permette di descrivere le attività da svolgere per erogare prestazioni e servizi sanitari in telemedicina. Tale linguaggio è utilizzabile e leggibile sottoforma di grafici dagli operatori del sistema nonché trasformato in istruzioni informatiche subito eseguibili dalle piattaforme regionali e interoperabile con il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e con l’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS).

Così ha presentato questo linguaggio e le sue peculiarità Francesco Gabrielli, Referente scientifico della PNT: «Abbiamo spianato un percorso dove ogni sciatore può fare la propria traccia, il solco è tracciato, quelli che vengono dopo possono scegliere di usarlo o meno, e chi osserva può vedere le modifiche tracciate nei percorsi. Un processo di lavoro scritto in un luogo può essere condiviso da tutti e può essere utilizzato in parte o nella sua totalità da altre regioni o strutture. Sarà anche possibile, finalmente, fare uno studio oggettivo sulla modifica dei modelli di erogazione di telemedicina. I modelli presenti nella PNT si chiamano “orientativi” perché sono stati pensati non perché le strutture aderiscano in modo acritico ma perché il processo già elaborato (“la strada spianata”) possa essere personalizzabile come si vuole purché sia scritto con il linguaggio previsto, in modo da essere interpretabile da tutti».

L’introduzione di un linguaggio uniforme consente di implementare sistemi di telemedicina su tutto il territorio nazionale caratterizzati da un elevato livello di confrontabilità, tracciabilità e verificabilità ma al contempo con un’ampia capacità di personalizzazione. Ciò consente di fornire al professionista sanitario uno strumento di supporto organizzativo all’utilizzo della telemedicina comune su tutto il territorio nazionale, e agli attori coinvolti a vario livello nel governo dei servizi di accedere a funzionalità utili per finalità di governo e ricerca.

Aspetti amministrativi

AGENAS, mediante una procedura di partenariato pubblico privato, e con la collaborazione preventiva di ANAC (finalizzata a verificare la conformità degli atti), ha affidato la progettazione, realizzazione e gestione della Piattaforma Nazionale di Telemedicina in concessione a PNT Italia S.r.l., società costituita per il 60% da Engineering Ingegneria Informatica S.p.A. e per il 40% da Almaviva S.p.A., per la durata complessiva di 10 anni. Il contratto è stato siglato alla presenza del Ministro l’8 marzo 2023.

In data 16 gennaio 2025 il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso parere favorevole sullo Schema di decreto del Ministero della salute recante la disciplina dei trattamenti di dati personali nell’ambito dell’infrastruttura Piattaforma nazionale di telemedicina. Si tratta di un provvedimento – da adottare di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’innovazione tecnologica – che modifica anche il decreto del Ministero della salute del 7 settembre 2023 e lo schema di decreto sull’Ecosistema Dati Sanitari (EDS).

I prossimi passaggi per l’approvazione definitiva dello schema di decreto prevedono il parere dell’Agenzia per la cybersicurezza oltre che sentire la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano.

Cure palliative ma non per tutti: una necessità che supera le risorse

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Il 4 febbraio si celebra il World Cancer Day, un’occasione per riflettere sulle sfide globali dell’oncologia, tra cui l’accesso alle cure e l’integrazione delle cure palliative. In questo contesto, il modello delle cure simultanee è sempre più al centro del dibattito. Per alcuni, rappresenta un bisogno essenziale per garantire la qualità della vita dei pazienti; per altri, un’opzione applicabile solo in contesti organizzativi favorevoli.

Il tema è stato anche al centro del XXVI Congresso Nazionale AIOM del 2024, dove gli oncologi italiani hanno discusso le difficoltà nell’accesso alle cure palliative, la carenza di palliativisti e le complessità organizzative. Un problema globale, come evidenzia Jennifer Temel sul New England Journal of Medicine: le cure palliative non solo migliorano la qualità della vita, ma possono anche aumentare la sopravvivenza dei pazienti oncologici. Tuttavia, la domanda supera di gran lunga la disponibilità della forza lavoro specializzata in cure palliative in diverse parti del mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, si contano tra i 1.700 e i 3.300 specialisti certificati in cure palliative a tempo pieno, la maggior parte dei quali non specificamente dedicata all’oncologia.

Anche in Italia la carenza di palliativisti frena l’adozione del modello multidisciplinare. «Su 149 posti in specializzazione, ci sono state solo 39 domande nel 2024» ci dice Giampiero Porzio dell’Associazione Tumori Toscana – Cure Domiciliari Oncologiche e membro del Working Group  “Cure Simultanee e Qualità della Vita” AIOM, intervistato da TrendSanità. La sua proposta è pragmatica: un modello a due livelli, con un approccio di base gestito dall’oncologo per tutti i pazienti e un livello avanzato affidato ai palliativisti per i casi più complessi. Fondamentale, dunque, formare gli oncologi affinché possano offrire cure palliative primarie efficaci e identificare tempestivamente chi necessita di cure avanzate.

Giampiero Porzio

Perché ci sono così pochi medici palliativisti?

«Le motivazioni sono diverse e, a dirla tutta, nessuno le ha mai analizzate in modo scientifico. Innanzitutto, è una specialità che non garantisce grandi prospettive di carriera. Non è un settore considerato prestigioso e questo ha il suo peso. È l’unica specialità medica che non nasce in ambiente accademico: le cure palliative si sono sviluppate nelle charity inglesi, non nelle università o in altri centri di ricerca di prestigio. Questo fa sì che chi ha ambizioni accademiche o di avanzamento professionale non consideri questa strada».

Quindi, l’assenza di una base accademica incide?

«Esattamente. Non c’è una progressione accademica chiara per chi ambisce a diventare professore universitario o ricercatore. E poi, diciamolo, le cure palliative non sono “cool”. Chirurghi e cardiologi sono sempre sotto i riflettori, protagonisti di serie TV o film, i palliativisti no. Inoltre è chiusa la strada dell’attività libero-professionale e sono scarsissime le possibilità di carriera, tutti aspetti rilevanti soprattutto per i giovani medici, che cercano un percorso che sia non solo gratificante, ma anche riconosciuto socialmente».

La carenza di palliativisti è un problema solo italiano?

«No, assolutamente. È un problema globale. Cambiare il nostro sistema non risolverebbe la questione, perché la carenza di palliativisti è presente ovunque. Riguarda l’Italia, certo, ma anche gli Stati Uniti e altri Paesi sviluppati. Si tratta di una professione che fatica a trovare spazio, anche per motivi economici. Le strutture spesso preferiscono investire in figure che portano più profitti o che sono più visibili agli occhi del pubblico e dei media».

Quale potrebbe essere il ruolo della telemedicina nelle cure palliative?

«La telemedicina potrebbe essere uno strumento valido, ma è ancora poco diffusa. In uno studio su 22 centri di terzo livello negli Stati Uniti, su 3.800 pazienti eleggibili solo 1.250 sono stati inseriti nello studio. Questo dimostra che la telemedicina non è per tutti. Va usata con cautela e in modo mirato. Non possiamo pensare che sia una soluzione universale. Serve un approccio equilibrato, che tenga conto delle necessità specifiche dei pazienti e delle loro condizioni cliniche».

In che modo potrebbe essere usata in Italia?

«Noi, a Firenze, la stiamo utilizzando in modalità ibrida: alterniamo visite in telemedicina a incontri di persona. Questo ci permette di mantenere il rapporto umano, fondamentale per i pazienti, senza togliere flessibilità al sistema. Un esempio pratico è il seguente: iniziamo con visite in presenza per valutare il paziente, poi, se le condizioni lo permettono, passiamo a incontri virtuali. Tuttavia, restiamo sempre pronti a tornare al contatto diretto se la situazione clinica del paziente peggiora. È necessario concentrarsi su tre fattori: tempo, semplicità e target ben definito, sono questi i pilastri per un approccio efficace.

Il tempo inteso come inizio precoce del trattamento. Per curare la maggior parte dei sintomi basta conoscere pochi farmaci e puntare sulla semplicità di un approccio mirato, che miri a risolvere il sintomo “primario”, eliminando il quale spesso si riesce ad alleviare anche quelli secondari.

Il momento giusto per integrare le cure palliative è alla diagnosi di malattia avanzata, non alla fine della vita

Quali sono le difficoltà maggiori nell’applicazione della telemedicina?

«Mancano cultura e formazione. Non servono strumenti sofisticati: persino una chiamata su WhatsApp può essere utile. Il problema è che spesso si pensa che la telemedicina sia la panacea di tutti i mali, ma non è così. Serve precisione, flessibilità e la capacità di tornare alla visita in presenza quando necessario. Inoltre, bisogna considerare che non tutti i pazienti sono pronti ad accettare un approccio digitale. Alcuni hanno bisogno del contatto umano per sentirsi realmente assistiti».

E quali sono le possibili soluzioni per affrontare la carenza di palliativisti?

«La soluzione sta nella diffusione della cultura delle cure palliative. Bisogna formare quante più persone possibili, dai medici di base agli infermieri, con competenze di base. In Canada, ad esempio, hanno formato 28.000 operatori sanitari con programmi semplici ed efficaci, con un impatto significativo sull’accessibilità alle cure palliative. Si tratta di un progetto di formazione ambizioso e innovativo chiamato Pallium Canada: Learning Essential Approaches to Palliative Care (LEAP). L’obiettivo era potenziare la capacità a livello nazionale di fornire cure palliative di base, rispondendo così alla crescente domanda di assistenza per i pazienti con malattie avanzate. Si è concentrato su aspetti basilari delle cure palliative: trattare i sintomi più comuni, comunicare efficacemente con i pazienti e supportarli nel delicato percorso delle cure di fine vita. È un modello semplice, pratico e replicabile su larga scala, che consente di diffondere le conoscenze essenziali anche in contesti con risorse limitate.

Questo è il futuro: diffondere conoscenze essenziali e creare una rete di supporto

Anche, l’esperienza della Florida può insegnarci molto: lì stanno formando infermieri per gestire le cure palliative in contesti con alta densità di pazienti anziani e complessi. Ciò dimostra che con soluzioni pratiche si possono superare anche le sfide più grandi.

Questo è il futuro: diffondere conoscenze essenziali e creare una rete di supporto. Non possiamo permetterci di avere solo pochi specialisti in grado di gestire i casi complessi. Dobbiamo formare una “prima linea” di operatori in grado di affrontare le situazioni più comuni».

Ritiene che i nuovi modelli di cura siano replicabili ovunque?

«No, “one size doesn’t fit all”. Ogni territorio ha le sue peculiarità. Ad esempio, ciò che funziona a Firenze potrebbe non funzionare a L’Aquila. Anche all’interno dello stesso reparto oncologico, un modello potrebbe essere valido per il tumore al polmone ma inadatto per quello al pancreas. Bisogna avere modelli flessibili e adattabili alle diverse realtà, tenendo conto delle risorse disponibili e delle esigenze specifiche».

In conclusione, quale dovrebbe essere l’approccio futuro alle cure palliative?

«Bisogna investire sulla formazione e sulla diffusione della cultura delle cure palliative. Solo così si potranno affrontare le crescenti necessità. Non servono strutture imponenti o modelli complessi, ma una rete capillare di operatori sanitari formati sulle basi delle cure palliative. Il paziente deve essere al centro, sempre.

Un approccio pragmatico e umano è fondamentale per garantire la qualità della vita, soprattutto nei momenti più difficili della malattia. Il futuro delle cure palliative quindi non può prescindere dall’integrazione con l’oncologia, la formazione e la telemedicina per gestire la carenza di specialisti. Così come è necessario semplificare i protocolli terapeutici e identificare farmaci essenziali».

Fondazione Telethon chiede all’EMA l’autorizzazione per mettere in commercio la terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich

All’inizio del mese dedicato alle malattie rare, Fondazione Telethon annuncia di aver presentato all’EMA, l’Agenzia europea del farmaco, la richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio per la terapia genica per il trattamento di pazienti con la sindrome di Wiskott-Aldrich (WAS), una malattia genetica rara del sistema immunitario.

Già nel 2023 Fondazione Telethon si era assunta la responsabilità della commercializzazione della terapia genica per l’ADA-SCID, la rara immunodeficienza nota al pubblico come “malattia dei bimbi bolla”, diventando di fatto la prima charity al mondo ad assumersi la responsabilità di rendere disponibili ai pazienti che ne hanno necessità le terapie scoperte grazie al lavoro dei propri ricercatori. TrendSanità ne aveva parlato in un’intervista a Stefano Benvenuti, responsabile delle relazioni istituzionali di Fondazione Telethon.

«Un anno fa avevamo annunciato la nostra intenzione di portare all’approvazione la terapia genica per questa rara e grave malattia. Questa nuova tappa conferma sia la promessa fatta alla comunità dei pazienti e ai donatori di rendere le terapie per malattie rare e ultra-rare accessibili e sostenibili, sia l’impegno della Fondazione ad assumere un ruolo sussidiario rispetto agli operatori industriali, ogni qual volta questa sia la condizione necessaria a garantire l’accessibilità della cura. Nei prossimi mesi siamo pronti ad avviare questo percorso anche negli Stati Uniti», ha dichiarato il direttore generale della Fondazione, Ilaria Villa.

Quest’anno il mese dedicato alle persone con malattie rare, che solo nel nostro Paese sono più di due milioni, è centrato sulla ricerca e sulla necessità di offrire un maggior numero di terapie efficaci. UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare, celebra questo appuntamento con una campagna di comunicazione, “Molto più di quanto immagini”, che mette il focus sulla ricerca scientifica come unica vera speranza per cambiare il futuro dei pazienti rari: sono infatti circa 8mila le patologie rare conosciute, ma solo per il 5% di queste esiste già un trattamento farmacologico.

Che cos’è la sindrome di Wiskott-Aldrich

La WAS è una rara immunodeficienza di origine genetica che si manifesta fin dalla prima infanzia con infezioni ricorrenti e recidivanti, emorragie, eczemi, aumento del rischio di sviluppare malattie autoimmuni e linfomi. Colpisce quasi esclusivamente i maschi, con un’incidenza di 1 su 250.000. Le attuali opzioni terapeutiche per questi bambini consistono in trattamenti di supporto per la gestione e la prevenzione delle manifestazioni. Attualmente il solo trattamento potenzialmente risolutivo è il trapianto di cellule staminali del sangue, che tuttavia è realizzabile solo in presenza di un donatore adeguato e non è esente da rischi.

Che cos’è la terapia genica

La terapia genica fornisce una versione corretta del gene difettoso, grazie a un vettore virale che lo inserisce nelle cellule staminali del sangue prelevate dal paziente. Una volta reinfuse, queste cellule corrette sono in grado di ripristinare un sistema immunitario funzionante, senza rischio di rigetto visto che derivano dal paziente stesso.

Come per l’ADA-SCID, anche per la WAS la terapia genica agisce sulla causa genetica della malattia e pertanto viene somministrate un’unica volta nella vita. Entrambe sono state messe a punto grazie all’attività di ricerca dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget) di Milano, riconosciuto come uno dei più importanti riferimenti al mondo nel campo delle terapie avanzate.

Ad oggi sono complessivamente 30 i pazienti con WAS trattati con questa terapia genica (“etuvetidigene autotemcel”). I risultati ottenuti sui primi pazienti che hanno ricevuto il trattamento indicano che è in grado di ripristinare la corretta funzione del sistema immunitario, con una marcata diminuzione delle infezioni, un aumento delle piastrine e un miglioramento delle manifestazioni tipiche come eczema, petecchie ed emorragie. Tutti i pazienti trattati finora continuano a essere monitorati per raccogliere ulteriori dati sulla sicurezza. In attesa dell’approvazione da parte delle autorità regolatorie, in Italia questa terapia genica è disponibile grazie a un programma di accesso precoce previsto dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA).

Nuove norme di comportamento per i professionisti sanitari

Garantire la salute delle persone e delle comunità, promuovendo trasparenza sui doveri e sull’identità dei professionisti sanitari, è l’intento dei nuovi Codici deontologici delle professioni sanitarie afferenti alla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), presentati oggi presso l’Arcispedale “Sant’Anna” di Cona, a Ferrara. 

Le nuove norme disciplinano il comportamento di più di centomila  professionisti appartenenti a 16 professioni sanitarie: Assistenti sanitari, Dietisti, Igienisti dentali, Logopedisti, Ortottisti, Tecnici audiometristi, Tecnici audioprotesisti, Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, Tecnici della riabilitazione psichiatrica, Tecnici di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare, Tecnici di neurofisiopatologia, Tecnici ortopedici, Tecnici sanitari di laboratorio biomedico, Tecnici sanitari di radiologia medica, Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva e Terapisti occupazionali.

«I nostri Codici deontologici ci ricordano che siamo parte di qualcosa di più grande: una rete di competenze, valori e responsabilità che si intreccia per garantire il benessere e la salute delle persone – dichiara Teresa Calandra, Presidente FNO TSRM e PSTRP –; per ognuno di noi rappresentano un invito costante a fare di più, ad agire sempre con consapevolezza, rispetto e umanità».

La revisione dei Codici deontologici

«La revisione dei Codici deontologici, frutto di un dialogo aperto e della partecipazione attiva di professionisti, enti e cittadini, testimonia un approccio moderno e inclusivo alla definizione delle responsabilità e dei diritti di chi opera nel settore sanitario. È un contributo prezioso per rafforzare il rapporto di fiducia con le persone e promuovere una pratica professionale che risponda pienamente alle esigenze di una società in costante trasformazione». Queste le parole del Ministro della salute, Orazio Schillaci, nel messaggio di saluto e apprezzamento che ha fatto pervenire alla Presidente Calandra.

Approvati durante l’ultimo Consiglio nazionale della FNO TSRM e PSTRP, tenutosi ieri nella città estense, i Codici deontologici sono il risultato di una straordinaria attività di revisione, durata quattro anni, e condotta da un gruppo di lavoro, coordinato da Antonio Cerchiaro, Componente del Comitato centrale della Federazione nazionale, con delega all’etica e alla deontologia. L’iter di revisione ha coinvolto oltre 45 esperti, tra cui rappresentanti delle Commissioni di albo nazionali e territoriali delle professioni interessate, legali ed esperti in etica. «Quanto realizzato è frutto di un confronto continuo con tutti i portatori di interesse, supportato dal lavoro di esperti e addetti ai lavori – sottolinea Cerchiaro –. In questi anni abbiamo vagliato, analizzato e valutato un’enorme quantità di proposte. Il nostro obiettivo era creare 16 documenti coerenti tra loro, senza però trascurare l’unicità di ciascuna professione».

Quali novità

Alla realizzazione dei Codici deontologici hanno contribuito con la loro competenza: don Massimo Angelelli, Bioeticista; Daniele Rodriguez, Medico legale; gli Avvocati Fabrizio Mastro e Marco Croce; Anna Chiara Bassan, Linguista; e Massimo Burgio, che ha curato le attività di revisione. I Codici deontologici sono stati redatti adottando un registro linguistico chiaro e accessibile, cercando di garantire contenuti privi di ambiguità interpretative. Strutturati in due sezioni, dedicano la prima parte ai “Principi fondamentali”, composti da 48 articoli comuni a tutte le professioni, ispirati ai valori etici riconosciuti dalla carta dei valori della Federazione nazionale. Al centro vi sono la persona assistita, la responsabilità professionale e temi attuali come la sanità digitale e l’intelligenza artificiale.

La seconda parte del documento raccoglie le regole comportamentali specifiche per ogni professionista, introducendo importanti novità. Tra queste, la medicina digitale, la sicurezza delle cure, la donazione di organi e tessuti, il tema delle missioni umanitarie, oltre a due articoli di rilievo: uno dedicato alla medicina di genere, che rafforza la centralità della persona assistita tenendo conto delle differenze legate a sesso e genere, e un altro sull’equo compenso, in conformità alla legge n. 49 del 2023, che garantisce un compenso equo e proporzionato alla prestazione svolta dal professionista.

La consultazione pubblica

Per rendere la revisione dei codici deontologici un processo realmente partecipativo e inclusivo, è stata avviata una consultazione pubblica; l’iniziativa ha raccolto oltre 600 contributi provenienti dagli iscritti agli Ordini TSRM e PSTRP, Associazioni tecnico-scientifiche, Enti pubblici, Associazioni di cittadini e assistiti, organizzazioni per la tutela dei diritti, esperti in ambito etico, giuridico, deontologico e linguistico, nonché da cittadini e persone assistite. Tutti i contributi pervenuti sono stati attentamente analizzati e presi in carico dai gruppi di lavoro.

Lara Salani, Presidente dell’Ordine TSRM e PSTRP di Ferrara, che ha affermato: «Come Ordini abbiamo il compito di diffondere i Codici deontologici tra i professionisti sanitari di oggi e di domani, rendendoli accessibili anche all’interno dei nostri corsi di laurea. Le nuove norme di comportamento presentate oggi rappresentano un punto di incontro tra curanti e assistiti, vero e proprio patto di fiducia con i cittadini». All’evento di presentazione al Sant’Anna di Ferrara sono intervenuti tra gli altri i rappresentanti delle Federazioni nazionali delle professioni sanitarie e socio-sanitarie, e le istituzioni locali e regionali. La giornata si è conclusa con la proiezione di un video, in cui ognuno dei rappresentanti delle 16 professioni sanitarie ha richiamato uno degli articoli del rispettivo Codice, a sottolinearne il valore e l’identità.

Garanti di qualità, dignità e autonomia professionale, i Codici deontologici, non rappresentano documenti statici, ma «strumenti dinamici, pensati per crescere e adattarsi ai cambiamenti futuri. Per le professioni sanitarie della FNO TSRM e PSTRP, questa rappresenta solo la prima tappa di un percorso in costante trasformazione», conclude Cerchiaro. 

L’arte di slegare le persone

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A 47 anni dall’approvazione della legge che ha trasformato radicalmente l’approccio alla malattia mentale in Italia, segnando la chiusura dei manicomi, la contenzione meccanica resta una pratica diffusa nel nostro Paese. Consiste nel legare le persone al letto qualora si manifesti una forte aggressività o in situazioni di pericolo per sé e per gli altri.


Quantificarne la diffusione, tuttavia, rimane complesso: i dati disponibili sono scarsi e non accessibili al pubblico. Questo fenomeno infatti, oltre a essere poco conosciuto, è anche carente di un monitoraggio sistematico. Eppure, nel 2021 l’allora Ministro della Salute, Roberto Speranza, aveva stanziato 60 milioni di euro per potenziare i Dipartimenti di Salute Mentale proprio con l’obiettivo, tra gli altri, di superare l’uso della contenzione meccanica. La bozza di accordo è stata approvata in Conferenza Stato-Regioni nell’aprile 2022, ma i risultati di questa iniziativa restano difficili da valutare.

A 47 anni dalla chiusura dei manicomi, la pratica della contenzione meccanica è usata nella stragrande maggioranza dei reparti di Psichiatria


Tra gli elementi disattesi c’è proprio il monitoraggio dei risultati raggiunti: l’attuazione dei progetti terminava a giugno 2024 ed entro dicembre le Regioni avrebbero dovuto trasmettere un report delle attività svolte. A fine 2024, secondo quanto riportato da Ludovica Jona, giornalista autrice di un’inchiesta sul tema, solo 10 Regioni sulle 15 che avevano ricevuto i finanziamenti hanno inviato i risultati. Non lo hanno fatto Lombardia, Lazio, Puglia, Molise e Sicilia.

I numeri

Sempre Jona, a luglio 2024 ha chiesto alle Regioni – tramite una serie di istanze di accesso agli atti – i numeri delle contenzioni. Solo in 12 hanno fornito i dati, relativi al 2022: quell’anno, in queste Regioni ci sono state 7.534 contenzioni. Questa cifra si riferisce ai soli SPDC (i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura che si trovano all’interno degli ospedali) e sono esclusi i reparti di Neuropsichiatria infantile (su cui quasi nessuna Regione ha risposto) e gli altri reparti.


In valori assoluti troviamo ai primi posti la Lombardia (con 2.705), il Lazio (1.280) e la Liguria (1.061). Tuttavia, se guardiamo al rapporto tra contenzioni e ricoveri effettuati, la Liguria passa in testa, con il 27,22%. Seguono la Valle d’Aosta (18,7%) e la Lombardia (17,4%).
Il Friuli Venezia Giulia, da anni, ha zero contenzioni, sia nei reparti per adulti sia in quelli per minori. L’Emilia Romagna si è impegnata a ridurre fortemente la pratica e in una decina d’anni ha abbattuto del 10% le contenzioni. Nel 2022 ne registrava un 2% rispetto ai ricoveri effettuati. Nei reparti per minori, oggi, in Emilia Romagna non si lega più.

Il monitoraggio delle contenzioni non viene effettuato in modo sistematico da tutte le Regioni



Secondo i dati del Club SPDC no restraint, il gruppo di reparti psichiatrici ospedalieri impegnati a non legare al letto, nel 2022 su 318 SPDC erano solo 20 quelli che dichiaravano di non applicare mai misure di contenzione meccanica (Caltagirone, Carpi, Castiglione delle Stiviere, Grosseto, Mantova, Melegnano, Merano, Parma, Pescia, Pordenone, Prato, Ravenna, San Bonifacio, San Giovanni in Persiceto, San Severo, Siena, Terni, Trento, Trieste e Udine).  

Giovanni Rossi

«Non è un caso che si tratti di centri di grandezza media – afferma Giovanni Rossi, già direttore del dipartimento di Salute mentale di Mantova e presidente di Club SPDC no restraint -. Laddove esiste una rete di servizi sociali e territoriali che intercettano le situazioni prima che sfocino in crisi e laddove i servizi di medicina d’urgenza condividono un approccio adatto a persone con problemi psichici o di dipendenza patologica, gli SPDC non sono gli unici a occuparsi della salute mentale delle persone. Senza queste basi tutto si complica».

Situazione frequente è quella di una persona che sia in preda a una crisi e abbia in corpo delle sostanze: prima di essere trasferita in Psichiatria, va eseguito un intervento di disintossicazione «che è meglio effettuare in Pronto Soccorso».

Come funzionano le pratiche no restraint

Roberto Muratori

Se, nonostante servizi territoriali e ospedalieri formati, una persona ha una crisi all’interno di un SPDC no restraint che cosa succede? «Intanto si è costruita una relazione con il personale del reparto che è diversa da quella che può esserci tra un paziente e un chirurgo», afferma Roberto Muratori, che per 20 anni ha lavorato nell’SPDC di San Giovanni in Persiceto (dal 2010 come Direttore) e oggi è Direttore dell’Unità complessa di Psichiatria di Bologna Est. «I nostri operatori a San Giovanni, per esempio, mangiavano con gli utenti. Parlo al passato perché purtroppo questo non accade più: per problemi di budget l’ospedale non può pagare i pasti a tre persone in più».

La relazione personale fa sì che si stabilisca un rapporto di fiducia: «Nel caso di una forte crisi, interviene il professionista che si sente più vicino al degente, quello che ha instaurato un rapporto migliore – racconta Muratori -. Se l’aggressività è tale da non riuscire a essere smorzata dalla relazione, si ricorre al blocco fisico: si abbraccia l’utente, impedendogli di arrecare danno a sé o agli altri. In quel modo il medico o l’infermiere suda con chi è in crisi, soffre insieme a lui. Nel frattempo continua a parlargli per far scemare la rabbia».

L’anno scorso è uscito un primo studio, svolto in collaborazione con il CNR, sulle politiche di non contenzione in Italia: si tratta di uno studio descrittivo su scala nazionale composto da 60 domande sugli aspetti strutturali, organizzativi e operativi degli SPDC che non contengono o aspirano a eliminare la contenzione meccanica. «Si tratta del primo tentativo a livello internazionale di documentare in modo scientifico quello che si fa nei reparti no restraint – afferma Rossi, che è tra gli autori del lavoro -. Adesso stiamo per partire con la seconda fase, mirata a trovare gli elementi caratterizzanti la pratica no restraint con l’obiettivo di stabilire un protocollo attuabile ovunque ci sia l’interesse».

«Il problema maggiore è culturale»


A fine 2024, il Collegio nazionale dei direttori dei dipartimenti di salute mentale ha denunciato la carenza di risorse destinate alla salute mentale in Italia: mancherebbero almeno 2 miliardi e servirebbe il 30% di personale in più, pari a circa 7.500 operatori. 

Nel 2001 la Conferenza dei Presidenti delle Regioni aveva confermato all’unanimità di destinare almeno il 5% dei Fondi sanitari regionali per le attività di promozione e tutela della salute mentale. Un obiettivo che oggi appare molto lontano: l’Italia, agli ultimi posti in Europa tra i Paesi ad alto reddito, destina circa la metà, il 2,5%.

«Sicuramente la carenza di operatori negli SPDC è un problema, ma non bisogna dimenticare la formazione: quando sono arrivato a Mantova si legava. Dopo non più, e questo a parità di operatori. Certamente se si scende sotto una certa soglia, soprattutto nei servizi territoriali, la carenza diventa un problema», ammette Rossi.

Il nodo più grande, secondo lo psichiatra, è culturale e ha a che fare con il controllo. «I 60 milioni stanziati dal Ministro Speranza erano legati proprio al superamento dei temi della custodia e del controllo. Tre erano gli obiettivi: il primo a scelta delle Regioni, il secondo riguardava il superamento delle contenzioni e il terzo la costruzione di progetti personalizzati che consentissero l’uscita dalle REMS».

Il nodo più grande è quello culturale, riguarda la mentalità


Le REMS sono le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture che accolgono persone autrici di un reato che per problemi di salute mentale sono state ritenute non imputabili ma socialmente pericolose.
«A San Giovanni in Persiceto ogni mattina c’è un gruppo di un’ora in cui utenti, infermieri e medici discutono su come affrontare la giornata – interviene Muratori -. Ho provato a introdurre questa pratica a Bologna, ma ho incontrato forti resistenze da parte di alcune professioni, che non volevano fare un gruppo con i degenti».

C’è poi un tema di idoneità degli spazi: non tutti gli SPDC sono adeguati al tipo di utenza che dovrebbero accogliere. «L’ambiente deve essere accogliente e strutturato per occuparsi di persone con problemi psichici e non sempre questa è una priorità degli architetti che se ne occupano», rileva Rossi.

Legare una persona è un reato?

Il 7 novembre 2024 la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per il caso di un uomo sottoposto a contenzione meccanica in un reparto psichiatrico.  

La vicenda è nota come Lavorgna c. Italia (ricorso n. 8436/21) e riguarda un cittadino italiano diciannovenne all’epoca dei fatti al quale, in seguito a alcuni episodi di aggressività nei confronti dei genitori e del personale sanitario, sono state applicate per quasi otto giorni misure contenitive giudicate illegittime.

L’articolo 3 della Convenzione dice che nessuno può essere sottoposto a pene o trattamenti inumani o degradanti. Secondo la Corte Europea, che ha votato all’unanimità, non è stato dimostrato in modo chiaro come il mantenimento della misura restrittiva per quasi otto giorni  –  un periodo straordinariamente lungo – fosse strettamente necessario e rispettasse la dignità umana del degente.

Mentre il Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) è normato dalla legge, la contenzione non è considerata un atto terapeutico. Per legittimarla si fa riferimento al Codice penale laddove si parla di stato di necessità: non è perseguibile chi priva fisicamente un’altra persona della propria libertà se questa persona può commettere atti di autolesionismo o essere pericolosa per gli altri. Legare una persona è un reato? «Non esiste una risposta ben chiara a questa domanda – afferma Rossi -. Chi decide che cos’è lo stato di necessità? Parliamo di una pratica che non esiste solo negli SPDC, ma anche nelle RSA».

E se non si può fare altrimenti?

Il 6 febbraio Giovanni Rossi sarà audito dalla Commissione Diritti Umani del Senato sulle politiche no restraint. «Se potrò avanzare una richiesta, questa sarà l’introduzione del monitoraggio – dice -. Per esperienza so che basta osservare il fenomeno per arrivare a una riduzione delle contenzioni. Certo, servirebbe anche un organismo di controllo terzo che possa intervenire per vedere come viene fatta la contenzione. Credo che la Rete dei Garanti delle persone private della libertà sia adatta: si tratta di figure neutre che potrebbero essere informate in tempo reale sulle contenzioni e con il diritto di ingresso nei reparti. In questo modo potrebbero effettuare la verifica mentre la contenzione è in atto». 

La contenzione è un’esperienza traumatica per il degente, ma anche per l’operatore sanitario

Posto che esistono reparti dove da anni il numero di contenzioni è pari a zero, lo psichiatra ammette che ci possano essere delle eccezioni, casi in cui la contenzione sembra l’unica soluzione possibile: «Non escludo che possano delinearsi situazioni estreme dove il personale si senta sopraffatto, ma credo sia importante creare una situazione di monitoraggi e controlli indipendenti che renda tutti più sicuri del fatto che quello che si sta facendo non ha davvero alternative». 

E Muratori osserva che «qualsiasi cosa, anche una contenzione, può essere fatta in modo più o meno attento alle esigenze dell’utenza. La contenzione è un’esperienza traumatica per il degente, ma anche per l’operatore sanitario che la mette in pratica. Farlo nel modo più “umano” possibile dovrebbe essere la base». 

«Azzerare le contenzioni nelle grandi città è più complicato, mentre attuare politiche no restraint in tutti i centri piccoli o medio-grandi è un obiettivo raggiungibile. Partiamo da qui», conclude Rossi.

Medici in fuga dal SSN: in sei anni dimissioni triplicate. Quici (CIMO-FESMED): «È emergenza»

In sei anni, il numero di medici che si sono dimessi dal Servizio sanitario nazionale è triplicato: nel 2016 erano 1.564, nel 2022 4.349. Ed è estremamente probabile che negli ultimi due anni tale numero sia ulteriormente cresciuto. Il dato, presentato dal Ministero della Salute nel corso dell’audizione in Commissione Affari sociali sul riordino delle professioni sanitarie, è eloquente: la fuga dei medici dagli ospedali pubblici è oramai un’emergenza. Al contempo, risulta altrettanto impressionante la crescita registrata tra il 2021 ed il 2024 del numero di borse di specializzazione non accettate dai neo-medici, passato complessivamente dal 10% al 29%.

«Come ripetiamo spesso, il Servizio sanitario nazionale non è più attrattivo – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. E il problema, come ha ben evidenziato la dottoressa Mainolfi, DG delle professioni sanitarie e delle risorse umane del SSN, non riguarda solo i medici, ma anche gli infermieri. Condividiamo l’analisi delle cause di tale emergenza illustrata dal Ministero, che spazia dal fattore retributivo alla responsabilità professionale; tuttavia, nutriamo seri dubbi su alcune delle proposte presentate per risolvere la situazione».

«Se, infatti, riteniamo necessaria la definizione di ruoli e responsabilità di ciascun professionista, non possiamo che dissentire sulla proposta di “sviluppare forme di task shifting”, che non consentirebbero né di superare il grave problema di carenza di professionisti e di attrattività del SSN, né di garantire la sicurezza delle cure per i cittadini».

«Deve essere chiaro, infatti, che l’incremento di competenze e responsabilità difficilmente renderà più appetibili alcune professioni sanitarie, a fronte del medesimo trattamento economico e delle stesse condizioni di lavoro sofferte oggi. In un contesto di grave carenza di personale, aumentare le competenze senza l’adeguamento dell’organico non può che essere un boomerang, che non risolverebbe il problema ma anzi lo amplierebbe, rendendo ancora meno attrattivo il lavoro in ospedale. Al contempo, è necessario preservare le attività che devono essere svolte in modo esclusivo dai medici, a partire da anamnesi, diagnosi e terapia», aggiunge Quici.

«In ogni caso – conclude il Presidente CIMO-FESMED – ci auguriamo che qualsiasi intervento volto a riordinare le professioni sanitarie e a prevedere il trasferimento di competenze da una professione all’altra veda un coinvolgimento attivo e centrale dei rappresentanti dei professionisti ad un tavolo di confronto. Sono i professionisti, infatti, gli unici attori capaci di offrire una visione sistemica delle criticità e delle esigenze di un Servizio sanitario nazionale in costante evoluzione».  

Formazione manageriale: ultimi giorni per iscriversi ai Master MaPS e COPHTA

Si avvicinano le scadenze per le iscrizioni a due percorsi formativi di alto profilo nel settore sanitario.

Il Master in Management e Funzioni di Coordinamento per le Professioni Sanitarie (MaPS), giunto alla dodicesima edizione,è rivolto ai professionisti sanitari che intendono acquisire competenze gestionali per il coordinamento di unità operative, servizi e dipartimenti, sia in ambito ospedaliero che territoriale. Il programma, strutturato in modalità part-time con incontri in presenza, prevede un tirocinio obbligatorio di 500 ore e un project work finale. Il titolo conseguito consente di accedere a ruoli di coordinamento nel Servizio Sanitario Nazionale. Le iscrizioni chiuderanno lunedì 10 febbraio.

Il Master Executive in Competenze per l’Health Technology Assessment (COPHTA), giunto alla tredicesima edizione, offre una formazione avanzata sulla valutazione multidimensionale delle tecnologie sanitarie. Il percorso si concentra sugli aspetti organizzativi, economici e qualitativi dell’HTA, con particolare attenzione all’impatto delle innovazioni tecnologiche sulla governance del sistema sanitario. Rivolto a professionisti di aziende sanitarie e del settore delle tecnologie medicali, il master prevede una formula flessibile che combina lezioni in presenza e online. La scadenza per le iscrizioni è fissata a martedì 11 febbraio.

Per ulteriori informazioni sui programmi e sulle modalità di iscrizione, consultare i siti ufficiali