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Comunicare la malattia: non solo cosa dire, ma come dirlo

Ogni parola detta a un paziente può influenzare il suo percorso di cura. Non si tratta solo di trasmettere informazioni, ma di accogliere emozioni, rispondere a paure, costruire fiducia. Per questo, l’Istituto Superiore di Sanità ha sviluppato i Manuali di valutazione della comunicazione, strumenti pensati per aiutare i professionisti e  le équipe sanitarie a migliorare la qualità del dialogo con pazienti e familiari.

Sono documenti di indirizzo che permettono di valutare e potenziare la comunicazione attraverso checklist pratiche e contengono raccomandazioni basate su evidenze scientifiche e strategie mirate per affrontare situazioni complesse.

Dall’informazione clinica all’empatia nella relazione, ogni aspetto è analizzato per promuovere una comunicazione più efficace, consapevole e umana. Un approccio che mette al centro non solo la cura, ma il prendersi cura, perché un paziente ben informato e sostenuto affronta la malattia, soprattutto  se a prognosi infausta, con più coraggio e partecipazione.

L’obiettivo è promuovere decisioni condivise, valorizzando sia le competenze del curante, sia la visione e gli obiettivi del paziente

Attraverso riferimenti a situazioni reali e suggerimenti concreti, facilitano l’approccio a emozioni forti come paura, angoscia, speranza e solitudine, che spesso accompagnano l’esperienza della malattia.

Sono progettati per l’autovalutazione dei singoli operatori o delle équipe sanitarie, con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza dei punti di forza e delle aree di miglioramento nella comunicazione.

Tra gli aspetti più innovativi c’è il rispetto per le differenze culturali, linguistiche e di genere, con l’invito a chiedere l’eventuale supporto di figure professionali come lo psicologo, il mediatore culturale o l’assistente spirituale.

Particolare attenzione è data anche al dialogo con i familiari di un minore malato o in fase terminale, che rispetti tempi e modalità “rispettose” di un momento così drammatico nella vita di un genitore.

Struttura dei manuali

Le checklist sono suddivise in fasi che sono decisive del percorso di presa in carico del paziente e ripartite in sezioni tematiche che affrontano sia la relazione diretta con il paziente, sia gli aspetti organizzativi (ambienti, sistemi di incentivazione, formazione, valutazione e miglioramento della qualità). Alla base vi è un modello che considera la comunicazione un’abilità tecnica che può essere appresa da tutti i professionisti sanitari.

L’obiettivo è promuovere decisioni condivise, valorizzando sia le competenze del curante, sia la visione e gli obiettivi del paziente. Se il medico è esperto della malattia, il paziente è esperto della propria esperienza di malattia. Al momento il focus sui vari ambiti clinici comprende oncologia, HIV/AIDS, riabilitazione, SLA, emergenza-urgenza, ictus, donazione di organi e cure palliative.

Ne abbiamo parlato con Anna De Santi, primo ricercatore, già Responsabile dell’Unità di Neuroscienze Sociali presso la Direzione del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Superiore di Sanità, ricercatore di Crea Sanità, che ha contribuito alla realizzazione dei Manuali.

Quali sono gli obiettivi dei manuali?

«Fornire agli operatori sanitari e socio-sanitari strumenti per perfezionare la comunicazione con pazienti, familiari e caregiver. Ogni manuale percorre le diverse fasi della cura, con un focus su patologie specifiche. Nel caso dell’oncologia, ad esempio, si parte dalla prima diagnosi, si continua con la descrizione delle fasi della malattia, fino alla comunicazione nella terminalità e nel lutto.

L’attenzione è posta non solo sui contenuti della comunicazione, ma anche sul metodo: il “come comunicare” diventa centrale

Si lavora quindi sulla capacità dell’operatore di trasmettere le informazioni in modo chiaro e rispettoso, assicurandosi che il paziente sia in grado di recepirle e affrontarle».

In che modo questi manuali aiutano concretamente gli operatori?

«L’uso di protocolli strutturati evita l’improvvisazione. Ad esempio, nella comunicazione di una diagnosi si utilizzano metodi consolidati che prevedono tappe precise: creare un setting adeguato, valutare quanto il paziente sa e quanto desidera sapere e modulare le informazioni di conseguenza.

Anna De Santi

I manuali sono strutturati in checklist che permettono agli operatori di valutare la qualità della loro comunicazione: si sono presentati correttamente? Hanno mantenuto il contatto visivo? Hanno evitato interruzioni inutili? Si sono assicurati che il paziente abbia compreso? Tutti questi dettagli fanno la differenza nella relazione tra medico e paziente».

Può fare un esempio pratico?

«Una buona pratica prevede che l’operatore si presenti, si sieda a una distanza appropriata, ascolti senza interrompere e, se deve usare il cellulare, si scusi e spieghi che si tratta di un’urgenza. Un altro aspetto fondamentale è la verifica della comprensione: chiedere al paziente di ripetere con parole proprie ciò che ha appena sentito permette di accertarsi che il messaggio sia stato recepito correttamente».

I manuali della valutazione della comunicazione sono adattabili a contesti diversi?

«Sì, ed è proprio questa la loro forza. Il metodo può essere applicato in vari ambiti, adattando le raccomandazioni e i protocolli alle specificità della comunicazione. Ad esempio, nella comunicazione di una diagnosi di HIV non si può usare lo stesso protocollo dell’oncologia, perché non è possibile chiedere al paziente quanto vuole sapere: il medico ha il dovere di informarlo per motivi di salute pubblica.

Un altro aspetto innovativo è che i manuali non si limitano a fornire linee guida, ma promuovono l’autovalutazione dell’operatore. L’ideale è che siano utilizzati all’interno di un’équipe, affinché tutti adottino lo stesso approccio comunicativo, evitando differenze che possano confondere il paziente».

Gli operatori hanno mostrato resistenze nell’applicare questo metodo?

«Inizialmente sì, perché molti ritenevano di avere già le competenze necessarie per comunicare in modo efficace, ma il coinvolgimento attivo degli operatori nella costruzione degli indicatori di valutazione ha aiutato a superare gran parte delle resistenze.

La metodologia, infatti, si basa su parametri oggettivi: ad esempio, stare in piedi mentre si comunica una cattiva notizia è considerato meno appropriato rispetto a sedersi accanto al paziente. Ogni aspetto è valutato sulla base di criteri che si basano sulla letteratura scientifica e sull’esperienza pratica».

L’uso di protocolli strutturati evita l’improvvisazione

Chi contribuisce alla stesura dei Manuali?

«Un gruppo di lavoro, specifico per ogni Manuale, composto da esperti di metodo – che definiscono la struttura dei Manuali – e da specialisti della materia trattata. Per il manuale dedicato al Pronto Soccorso, ad esempio, abbiamo coinvolto i responsabili delle diverse strutture a livello nazionale.

Un altro aspetto considera la rappresentatività territoriale, in quanto si avvale  del contributo di professionisti provenienti da diverse regioni italiane, per garantire la loro applicabilità su scala nazionale».

Sono previsti programmi di formazione per l’utilizzo dei Manuali?

«Sì, e sono basilari. I Manuali della valutazione della comunicazione sono stati sviluppati proprio per offrire supporto nell’organizzazione di corsi di formazione, convegni e workshop per la loro applicazione pratica tra gli operatori.

Ad esempio, il 9 aprile 2025 è previsto un convegno nazionale presso l’Istituto Superiore di Sanità per illustrare la metodologia e i Manuali disponibili, con l’obiettivo di farli conoscere e renderli accessibili a chiunque voglia adottarli nella propria realtà lavorativa».

La partecipazione ai corsi è obbligatoria?

«No, i corsi sono su base volontaria. I Manuali sono stati elaborati come raccomandazioni piuttosto che come linee guida vincolanti a livello nazionale. C’è da dire però che laddove sono applicati, i risultati sono molto positivi, con un miglioramento significativo della qualità della comunicazione e una riduzione dei costi, ad esempio nei Pronto Soccorso».

Ci sono evidenze scientifiche sull’efficacia di questi Manuali?

«Sì, sono stati condotti studi da parte dell’ISS e del CREA Sanità per valutarne l’impatto. Uno di questi è stato realizzato durante un progetto nazionale del Ministero della Salute che ha coinvolto 400 operatori in 4 regioni italiane,  dimostrando un incremento della qualità della comunicazione del 90% dopo l’adozione del Manuale nelle strutture aderenti al Progetto.

Altri studi sono stati e sono attualmente condotti in ambiti specifici, come quelli sull’applicazione dei Manuali nell’ambito dell’HIV e attualmente dell’ictus. I risultati finora ottenuti dimostrano che l’applicazione dei Manuali migliora sensibilmente la comunicazione e la qualità della relazione tra operatori e pazienti».

Sono previsti aggiornamenti periodici dei Manuali?

«Per quelli già pubblicati, solo se emergono nuove esigenze o normative, si procede con edizioni aggiornate o con dati integrativi.  Gli aggiornamenti sono realizzati anche su proposta o su segnalazione degli operatori che li utilizzano. Inoltre, l’Istituto Superiore di Sanità  fornisce il nulla osta alla stampa alle aziende sanitarie che vogliono adottare  i Manuali nella propria struttura.

Mese della prevenzione del tumore al colon-retto: l’adesione media alle campagne di screening è solo del 34% in Italia

Marzo è il mese europeo dedicato alla prevenzione del tumore del colon-retto. Aigo (Associazione italiana dei gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri) ha realizzato una survey nazionale con l’obiettivo di ricercare i fattori che possono limitare o favorire l’adesione allo screening per la prevenzione di questo tipo di tumore che colpisce ogni anno oltre 48 mila persone. Il secondo per incidenza negli uomini dopo il cancro del polmone e nelle donne dopo quello della mammella.

La ricerca è stata condotta nel primo trimestre del 2024 analizzando l’attività di screening di primo e secondo livello del 2022. Alla survey hanno aderito 60 centri in tutta Italia, con un risultato che conferma come allo screening non vi sia ancora una risposta adeguata. L’adesione media a livello nazionale risultante dai dati delle 17 regioni è del 34,1%. Si evidenzia un gradiente nord-sud molto ampio che varia dal valore minimo di 7,8% della Calabria a quelli maggiori del Friuli-Venezia Giulia (55% circa), del Veneto (63%) e della Valle d’Aosta (66,7%). Le regioni con un risultato al di sotto della media sono: Sardegna, Liguria, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia.

L’analisi di Aigo ha consentito di sottolineare i molteplici fattori che possono portare a migliori esiti nell’adesione dello screening rivolto a persone di età compresa fra 50 e 69 anni, con un limite massimo che in alcune regione arriva fino a 74 anni. Uno è la durata di avvio nello screening: performance migliori si possono raggiungere anche dopo 15 anni attraverso un lungo percorso ben organizzato in termini di risorse e tecnologia, con personale dedicato nei centri screening regionali e nelle aziende territoriali sanitarie. Periodici aggiornamenti nei programmi e campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini devono raccogliere l’opportunità di questo importante strumento di sanità pubblica, in grado di intervenire in modo significativo sulla riduzione del tumore al colon retto.

I risultati dello screening inoltre sono migliori con l’utilizzo di piattaforme appositamente dedicate alla patologia, con informative chiare che illustrano i vari momenti dello screening: dal ricevimento della lettera di partecipazione, al ritiro del kit per la raccolta e la riconsegna del campione di feci, e in caso di positività del sangue occulto fecale all’invito ad effettuare approfondimenti come la colonscopia.   

A giocare un ruolo importante nella copertura adeguata dello screening sono le farmacie quale canale efficace per la consegna al cittadino del kit per la raccolta del campione di feci e per la sua riconsegna ai fini delle analisi.

Riguardo alle prospettive future Marco Soncini, Past President di Aigo commenta: «Sulla base delle evidenze emerse dalla survey, la nostra associazione si impegnerà a proporre un nuovo modello organizzativo ai decisori a livello regionale. L’obiettivo è migliorare sempre di più il processo e la prevenzione attraverso questo strumento di sanità pubblica ancora sottoutilizzato dai cittadini».

Giornata mondiale dell’obesità. Sorveglianza Passi, 4 adulti su 10 sono in eccesso ponderale

Il 4 marzo ricorre il World Obesity Day, la Giornata Mondiale dell’Obesità. Istituita nel 2015 dalla World Obesity Federation l’evento coinvolge organizzazioni, associazioni e persone con l’obiettivo di invertire la crisi globale dell’obesità sensibilizzando cittadini e istituzioni incoraggiando la prevenzione di una condizione cronica complessa che richiede interventi su più livelli, anche quando, negli stadi iniziali, non si associ a complicanze.

Il focus dell’edizione 2025 della giornata dedicata al contrasto dell’obesità è sui sistemi: sanitari e governativi, sugli ambienti di vita e di lavoro, sui media, che, con un approccio sistemico e collaborativo, possono affrontare la sfida globale contro l’obesità e il sovrappeso.

Molte persone che sono in sovrappeso, se non intervengono con cambiamenti nello stile di vita, possono progredire verso l’obesità che si associa a un aumento del rischio di sviluppare malattie croniche – come patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, alcuni tipi di cancro, problemi articolari – che riducono la durata della vita e ne peggiorano la qualità.

I dati riferiti dal sistema di sorveglianza Passi per il biennio 2022-2023 relativi a peso e altezza di 18-69enni portano a stimare che nel nostro Paese 4 adulti su 10 siano in eccesso ponderale: 3 in sovrappeso (con un indice di massa corporea – IMC – compreso fra 25 e 29,9) e 1 obeso (IMC ≥30).

I gradienti: per sesso, per età per aree geografiche, per età

L’eccesso ponderale è una caratteristica più frequente: fra gli uomini rispetto alle donne (52% vs 34%), fra le persone con difficoltà economiche (52% fra chi riferisce di avere molte difficoltà economiche ad arrivare a fine mese,  vs 39% fra chi non ne ha) e fra le persone con un basso livello di istruzione (63% fra chi ha la licenza elementare vs 32% fra i laureati).

L’eccesso ponderale infine aumenta con l’età ma diventa una condizione meno frequente superati i 75 anni, come mostrano i dati di Passi d’Argento (sugli ultra65enni) perchè l’indice di massa corporea è soggetto a variazioni correlate a fattori biologici e patologici, per cui dopo questa età aumenta progressivamente la quota di persone che perdono peso indipendentemente dalla loro volontà. Così se l’eccesso ponderale riguarda il 27% dei 18-34enni sale progressivamente al 53% dopo i 50 anni e raggiunge il 58% fra i 65-74enni, per ridursi progressivamente dopo i 75 anni fino al 46% fra gli over 85enni.

Il gradiente geografico è a sfavore delle Regioni meridionali. Alcune Regioni del Sud (Molise, Campania, Basilicata, Puglia) continuano a detenere il primato della quota più alta di persone in eccesso di peso, sfiorando la metà della popolazione residente.

Tuttavia se storicamente la quota di persone in eccesso ponderale resta più frequente nelle Regioni meridionali, oggi il gradiente geografico fra Nord e Sud del Paese si è leggermente ridotto rispetto a 15 anni fa, come risultato di un lento, modesto ma continuo aumento dell’obesità nelle Regioni settentrionali a fronte di una sostanziale stabilità nel resto del Paese.

Una bassa attenzione al problema e il “peso” del consiglio del medico

Bassa è l’attenzione degli operatori sanitari al problema, stando ai dati  Passi: meno della metà degli intervistati in eccesso ponderale riferisce di aver ricevuto dal proprio medico il consiglio di perdere peso. L’attenzione è indirizzata soprattutto alle persone obese, molto meno a quelle in sovrappeso.

Il medico è molto importante nel contrasto al sovrappeso e all’obesità, perché, quando il consiglio di mettersi a dieta arriva da un operatore sanitario chi lo riceve è incoraggiato a metterlo in pratica. Infatti la quota di persone in eccesso ponderale che dichiara di seguire una dieta è significativamente maggiore fra coloro che hanno ricevuto il consiglio medico rispetto a quelli che non lo hanno ricevuto (46% vs 17%).

L’attenzione dei sanitari a questo problema è più scarsa proprio dove ce ne sarebbe più bisogno, come per esempio nelle Regioni meridionali, secondo i dati  Passi. Ancora meno frequente è il consiglio medico di praticare attività fisica per le persone in eccesso ponderale.

Il Piemonte affida il suo polo sanitario e universitario più importante a Thomas Schael

A volte fanno dei giri immensi e poi ritornano. È quanto è accaduto a Thomas Schael, classe 1962, che torna a Torino dopo 10 anni passati tra Alto Adige, Calabria e Abruzzo, con ruoli sia a livello regionale, sia aziendale. Sempre nella sanità.

Dal 1° marzo Schael è commissario della Città della Salute e della Scienza: un incarico quinquennale voluto dall’assessore alla Sanità Federico Riboldi e – almeno inizialmente – mal digerito dalla componente universitaria. 

«Ho accettato con entusiasmo questo riconoscimento professionale di fine carriera arrivato inaspettato – ha commentato Thomas Schael durante il suo insediamento -. Accolgo la sfida che la Regione mi pone e ho l’unico obiettivo di portare questa realtà a un livello di eccellenza. Ho intenzione di introdurre una visione europea all’interno di questa azienda, che io considero un DEA di terzo livello, anche se non previsto nel DM70, con un posizionamento alla pari del Pascal di Parigi e del Charité di Berlino». 

Il giorno dell’insediamento Schael ha firmato due circolari: una sul divieto di fumo, l’altra sui principi che regolano l’intramoenia

Il manager di origini tedesche, che si autodefinisce un «progettista di organizzazioni complesse» e cita Seneca, ha iniziato il suo incarico di sabato, con due circolari: la prima che ricorda il divieto di fumo (sigarette elettroniche comprese) in tutto il perimetro della Città della Salute e della Scienza. La seconda sui principi che regolano l’intramoenia, l’attività libero professionale dei medici assunti dal SSN, sulla quale anche la Corte dei Conti ha avviato un’indagine.

I primi provvedimenti

«La prevenzione è fondamentale quando si parla di salute – ha spiegato il manager durante il suo insediamento: così come durante il turno mi aspetto che la gente non beva alcool, allo stesso tempo non deve fumare».

La seconda è orientata all’abbattimento delle liste d’attesa, tema caldo e che ha visto nelle ultime settimane aperture serali e nei weekend proprio per smaltire le code. A Chieti, da dove Schael proviene, l’intramoenia nelle specialità in maggior sofferenza è stata stoppata per tre mesi, dando ai medici la doppia scelta: impiegare i giorni che dedicavano alla libera professione per smaltire le prestazioni delle aziende pubbliche, ricevendo il compenso da turno aggiuntivo, oppure restare a casa. «La circolare richiama solo principi – assicura il manager -: trovandomi in un luogo altamente professionale, sono sicuro che i professionisti capiranno e si adegueranno a ciò che c’è da fare».

«Non sono un curatore fallimentare»

Thomas Schael

«Il commissario non è un curatore fallimentare – ha messo in chiaro Schael -. L’indirizzo è costruire una visione condivisa coinvolgendo tutti gli stakeholder, comprese realtà come il Politecnico. Oggi le Life Sciences sono un driver dell’economia europea e vanno considerate anche nelle loro ricadute applicative e tecnologiche. Per fare buona sanità, buona ricerca a buona formazione serve poco cemento e tanti strumenti. La sanità deve essere una parte del piano industriale di Torino e del Piemonte».

Nel suo saluto di benvenuto il Presidente della Regione Alberto Cirio, collegato da Asti, ha ribadito che «la Città della Salute e della Scienza può diventare un elemento di rilancio di tutto il sistema sanitario pubblico regionale». 

La sfida che attende Schael non è facile, a partire dalle frizioni con il mondo universitario: la scelta del commissario (invece del direttore generale) sarebbe da cercarsi proprio nell’opposizione di quest’ultima componente.

Paola Cassoni, Direttore della Scuola di Medicina dell’Università di Torino, ha tuttavia ribadito che non vi è opposizione tra le due anime dell’azienda, quella ospedaliera e quella universitaria e si è detta certa «di poter trovare nella guida del commissario la volontà di supportare l’eccellenza e l’attività di ricerca che caratterizzano fortemente la Città della Salute, che nel 2024 è stata sede di progettazione e conduzione del 38% degli studi clinici attivati in Piemonte, garantendo uniche opportunità terapeutiche di avanguardia ai pazienti e contribuendo in maniera importante all’innovazione della pratica clinica». 

«Le Life Sciences sono un driver strategico: se non c’è una sanità pubblica che funziona, le multinazionali non si insediano sul territorio»

La Città della Salute e della Scienza si compone di 4 strutture mai davvero integrate (Molinette, CTO, Ospedale infantile Regina Margherita e Ospedale Sant’Anna), quasi 10.000 dipendenti, ha problemi di bilancio e recentemente è stata interessata anche da inchieste giudiziarie sulle gestioni passate. «Un incidente di percorso», come l’ha definito l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, che ha ribadito come sia necessaria più che mai «una guida forte e competente. per affrontare le sfide che ci attendono nei prossimi anni. Una delle più importanti riguarda il Parco della salute, della ricerca e dell’innovazione, opera fondamentale per la città, per la Regione e non solo. È necessaria la collaborazione di tutti: Schael, come gli altri direttori generali che abbiamo scelto all’inizio dell’anno sulla base di valutazioni di competenza professionale, potrà dare un forte contributo per migliorare ancora la sanità del Piemonte che è l’obiettivo principale del nostro lavoro di ogni giorno».

Dai 100 metri alla maratona

Tra il 2013 e il 2015 Schael era stato in Piemonte in qualità di esperto SiVeAS per conto di AGENAS.
SiVeAS è il Sistema nazionale di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria, istituito nel 2006 presso il Ministero della salute, per verificare che siano rispettati i criteri di appropriatezza e qualità delle prestazioni erogate e quelli di efficienza nell’utilizzo di fattori produttivi, compatibilmente con i finanziamenti erogati.

Tra il 2010 e il 2017 il Piemonte è stato in Piano di rientro: «Quando mi hanno chiamato in Piemonte 10 anni fa dovevo evitare il commissariamento della Regione – ricorda il manager -. Si trattava correre i 100 metri: in tre mesi abbiamo scritto un programma operativo che ha contribuito a risanare la GSA (Gestione Sanitaria Accentrata, ndr). Oggi qui dobbiamo preparare la maratona e lo dobbiamo fare con tutte le parti coinvolte, a partire dalla Regione e dall’Università. Dobbiamo riuscire a economizzare tutto il valore che questo polo ha, sia dal punto di vista universitario sia da quello clinico». I prossimi anni ci diranno se Schael è un atleta completo.

Paolo Foggi confermato Chair dello Scientific Advice Working Party dell’EMA

Si rafforza il ruolo dell’Agenzia Italiana del Farmaco sulla scena regolatoria europea. Paolo Foggi, direttore del Settore Innovazione e Strategia del Farmaco dell’AIFA, è stato confermato Chairman dello Scientific Advice Working Party (SAWP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali, gruppo strategico di lavoro che fornisce consulenza scientifica per lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi farmaci. Foggi ricopre questo incarico da marzo 2022, a rinnovargli la fiducia per un mandato di ulteriori 3 anni sono stati i componenti del Comitato per i Prodotti Medicinali per Uso Umano (CHMP) di EMA, che lo hanno rieletto nel corso dell’ultimo meeting.

«Mi congratulo con il Dott. Foggi, che è stato chiamato per la seconda volta a ricoprire un ruolo prestigioso e di grande impegno – afferma il Presidente AIFA Robert Nisticò –. Il rinnovo di questa nomina rappresenta un riconoscimento importante del lavoro svolto da Foggi in questi anni, ma anche delle competenze e della professionalità espresse dall’Agenzia, presente nei gruppi di lavoro e nei comitati più importanti. Grazie a queste competenze e professionalità l’Italia è sempre più partecipe alle attività dell’EMA e protagonista nel sistema regolatorio europeo. Uno degli obiettivi del mio mandato è quello di rafforzare i rapporti dell’AIFA con l’Agenzia Europea dei Medicinali, le Agenzie degli altri Paesi e gli altri organismi internazionali, e accrescere ancora di più la partecipazione italiana alle procedure centralizzate di valutazione dei farmaci».

«Sono onorato della fiducia accordatami dal CHMP e consapevole della grande responsabilità. In un contesto internazionale complesso, in cui l’Europa ha oggettivamente bisogno di recuperare competitività, c’è bisogno di un sistema regolatorio capace di tenere il passo dell’innovazione – sottolinea Foggi – per fornire al sistema produttivo risposte chiare e tempestive e garantire così la disponibilità di farmaci efficaci e sicuri ai cittadini europei. Confermo tutto il mio impegno per contribuire al raggiungimento di questi obiettivi, consapevole di poter contare sul supporto dell’Agenzia e di tutti i colleghi europei».

Il SAWP è un gruppo di oltre 60 esperti provenienti da agenzie regolatorie del farmaco del network europeo, che fornisce pareri scientifici sui diversi aspetti dello sviluppo dei farmaci, con l’obiettivo di garantire qualità, sicurezza ed efficacia dei nuovi medicinali e, al tempo stesso, accelerarne la disponibilità per i pazienti. L’attività di consulenza consente, infatti, di intervenire nelle primissime fasi dell’iter di sviluppo, basandosi sulle più solide evidenze scientifiche disponibili. Il SAWP offre inoltre supporto su nuove tecnologie, endpoint e metodi innovativi applicati allo sviluppo dei medicinali, attraverso appositi qualification advice.

Comunicazione d’impatto: al via il corso LIUC per presentazioni efficaci

In un contesto aziendale sempre più competitivo e globalizzato, la capacità di comunicare in modo chiaro e persuasivo è fondamentale per il successo. Le presentazioni aziendali, che siano rivolte a un pubblico interno o esterno, rappresentano un momento cruciale per trasmettere idee, motivare il team, influenzare decisioni e creare opportunità. Migliorare l’efficacia di queste presentazioni non solo facilita la comprensione, ma contribuisce anche a consolidare la leadership, rafforzare la credibilità e stimolare l’engagement. Essere in grado di comunicare con impatto è quindi una competenza strategica, essenziale per ogni executive che desidera ottenere risultati concreti e duraturi.

Il corso “Effective Presentation Skills for Executives” organizzato da LIUC Business School è pensato per i professionisti che desiderano affinare le proprie capacità comunicative e migliorare l’efficacia delle presentazioni in contesti aziendali e istituzionali. Un programma intensivo che aiuta i partecipanti a sviluppare competenze avanzate nell’organizzazione, nella gestione e nella realizzazione di presentazioni, per comunicare in modo chiaro, persuasivo e coinvolgente.

Attraverso esercitazioni pratiche e l’analisi di casi reali, il corso offre un approccio hands-on che consente ai partecipanti di acquisire sicurezza e consapevolezza nel parlare in pubblico. Si focalizza sull’integrazione di tre elementi chiave: tecniche efficaci di presentazione, comprensione approfondita del pubblico, e definizione precisa del messaggio. L’obiettivo è trasformare i partecipanti in comunicatori autorevoli e sicuri attraverso un approccio didattico pragmatico e mirato a fornire competenze concrete immediatamente spendibili nel proprio contesto professionale.

Il programma è rivolto a manager, leader aziendali e professionisti che vogliono perfezionare le proprie capacità di comunicazione, sia in ambito interno che esterno, con l’intento di influenzare, motivare e ottenere il massimo coinvolgimento dal proprio pubblico.

  • 1 giornata: 5 marzo 2025
  • On campus con coaching one-to-one

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Dal 20 al 22 marzo 2025, a Rimini, il terzo Congresso nazionale FNOPI

Dal 20 al 22 marzo 2025 al PalaCongressi di Rimini si svolgerà il terzo Congresso nazionale “Infermiere³ – Innovazione, sfide e soluzioni” promosso dalla FNOPI, Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche.

All’evento patrocinato, tra gli altri, da Ministero della Salute e Ministero dell’Università e della Ricerca, altissima l’adesione degli infermieri provenienti da tutta Italia che in breve tempo hanno esaurito i 5mila posti a disposizione.

Talk istituzionali

Il Congresso sarà inaugurato dai saluti istituzionali del ministro della Salute Orazio Schillaci, del ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, del presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga.

Per tutta la durata del Congresso interverranno rappresentanti del Governo, delle Commissioni parlamentari ed esperti.

Il 20 marzo sono previsti due talk incentrati su: PNRR e scenari che si stanno aprendo per una professione, quella infermieristica, in piena trasformazione; modelli di assistenza capaci di rispondere ai mutati bisogni di salute del Paese.

La seconda giornata del 21 marzo sarà aperta dal vice ministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto. A seguire lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio terrà uno speech sul valore delle professioni di cura. La mattina si parlerà di inquadramento ordinamentale e organizzativo dell’infermiere ed esploreranno il futuro della formazione infermieristica. Nel pomeriggio, tutte le Federazioni delle professioni sanitarie si confronteranno su criticità da risolvere, potenzialità e prospettive in una tavola rotonda su “Le sinergie del futuro per risolvere il cubo”.

Il 22 marzo, prima della cerimonia di chiusura con la proclamazione della mozione congressuale, uno spazio sarà dedicato a un intervento a cura della Fondazione GIMBE e an approfondimento sulla dimensione internazionale della professione, grazie alla partecipazione dell’European Nursing Council che riunisce gli organismi di regolamentazione europei della professione infermieristica.

Nella stessa mattinata verrà presentato l’aggiornamento del Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche con una lettura a cura dell’attore Paolo Romano.

Il tema centrale

L’immagine che contraddistingue il Congresso FNOPI è rappresentata dal cubo di Rubik, emblema di “rompicapo” da risolvere mettendo a sistema competenze, norme, progetti, criticità e opportunità per trovare la giusta combinazione e governare la crescente complessità che caratterizza il sistema Salute.

La parola “Infermiere” nel titolo è anch’essa elevata al cubo, per interpretare la necessità di potenziare, attraverso formazione e competenze specialistiche, la professione. Tre sono anche le parole chiave attorno alle quali si svilupperanno i lavori congressuali: innovazione, sfide, soluzioni.

Attività parallele

1.Villaggio della formazione in simulazione. Allestito al primo piano del Palacongressi, con 10 simulation room a disposizione dei congressisti dalle ore 12.30 del 20 marzo alle ore 13.30 del 22 marzo. I corsi disponibili sono 10 e ciascuno ha una durata di un’ora e mezza. Durante le giornate congressuali, con un calendario prestabilito, i corsi verranno ripetuti, in modo da poter garantire l’esperienza al maggior numero possibile di infermieri.

Evento formativo SIMMED. (21 marzo ore 9). Il seminario esplora le potenzialità della formazione in Simulazione nell’ambito infermieristico, migliorando le abilità operative tecniche, le capacità comunicativo-relazionali, la consapevolezza della situazione, la capacità di leadership e team work degli operatori sanitari.

Giornata della Libera Professione. (21 marzo ore 15).Il senso profondo della giornata è racchiuso nel confronto con le istituzioni e con stakeholders di grande interesse per la professione infermieristica, per mantenere uno sguardo prospettico e cogliere le opportunità, che questi tempi particolari e meravigliosi stanno proponendo.

Evento formativo CIVES. (22 marzo ore 9). Il corso sarà l’occasione per conoscere il sistema di protezione Civile, le aree di attesa e le strutture campali. Una parte sarà dedicata all’intercettazione delle fragilità e alla scheda SVEI e sarà effettuata un’esercitazione pratica. Cives nella mattina del 22 marzo nell’area esterna al Palacongressi sarà allestito il villaggio del volontariato infermieristico.

Tumori rari, la sfida dei prossimi 5 anni: più specializzazione, rete integrata e telemedicina

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Il 29 febbraio è la Giornata Mondiale delle Malattie Rare e per tutto il mese si intensificano le attività di sensibilizzazione. Nel 2021 è stata approvata la prima legge italiana dedicata interamente a queste patologie: dalla fine di quell’anno, quindi, anche il nostro Paese ha un Testo Unico sulle Malattie Rare.

Quando si parla di malattie rare, non sempre si pensa ai tumori, che sono definiti rari quando colpiscono meno di 5 persone ogni 100.000 abitanti.

I tumori rari includono patologie pediatriche, ematologiche e solide, e dell’adulto. Considerate tutte insieme, queste neoplasie rappresentano il 20% di tutte le diagnosi oncologiche effettuate ogni anno in Italia. Ma è considerando i casi di ogni singola patologia che emerge tutta la rarità di queste forme tumorali: il glioblastoma, la forma più frequente di neoplasia cerebrale, ha un’incidenza di circa 3 casi ogni 100.000 abitanti. Ogni anno colpisce appena 1.500 italiani.

Annalisa Scopinaro
Annalisa Scopinaro

«I tumori rari, pur essendo inseriti nella rete oncologica, presentano caratteristiche che li accomunano alle malattie rare sotto il profilo della presa in carico» spiega Annalisa Scopinaro, presidente di UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare. Non a caso, a livello europeo questi tumori vengono trattati insieme alle altre malattie rare e la Legge 175/2021 – il Testo Unico – li riconosce esplicitamente. Nonostante questo, ad oggi diversi tumori rari, tra cui il glioblastoma, non sono ancora stati inseriti nell’elenco dei tumori rari dei LEA (aggiornamento 2017), non garantendo equità di accesso alle cure per i cittadini su tutto il territorio nazionale.

Una rete ancora da completare

Portare a compimento l’organizzazione della Rete nazionale dei tumori rari, definire con precisione i Centri specializzati per i trattamenti più complessi e garantire un’assistenza territoriale anche ai pazienti cronicizzati. Sono questi gli obiettivi prioritari per i prossimi cinque anni secondo Paolo Pronzato, responsabile della Rete oncologica regionale della Liguria.

Parlando di tumori cerebrali, ad esempio, «il trattamento deve essere altamente personalizzato – sottolinea Pronzato –. L’intervento chirurgico deve avvenire in pochi centri selezionati di neurochirurgia con expertise riconosciuta, valutabile in base ai volumi di attività».

Paolo Pronzato

Oltre alla chirurgia, diventa sempre più cruciale la diagnostica molecolare, ovvero l’analisi del genoma del tumore per individuarne le caratteristiche e impostare una terapia mirata. «Oggi le strategie terapeutiche si basano su radioterapie ad alta tecnologia, farmaci a bersaglio molecolare e terapie innovative, come l’uso dei campi elettrici alternati» aggiunge Pronzato.

La rarità di queste neoplasie implica però una serie di problematiche come la carenza di specialisti dedicati, costringendo spesso i pazienti a spostarsi fuori Regione per accedere a cure adeguate. Un altro problema che, secondo Scopinaro, si può superare solo con una mappatura precisa delle competenze e delle strutture disponibili: «Serve un censimento capillare per definire con chiarezza chi fa cosa e dove».

Un passo avanti con la Rete nazionale

Nel 2017 è stata avviata la Rete nazionale dei tumori rari, un progetto che, pur non essendo ancora pienamente operativo, ha compiuto significativi progressi. Una svolta è arrivata nel 2023 con l’accordo Stato-Regioni, che ha distinto le strutture provider (altamente specializzate) da quelle user (dedicate alla presa in carico dei pazienti).

La Rete nazionale dei tumori rari è avviata, sebbene non ancora pienamente operativa

«Il Ministero e AGENAS hanno fatto un grande lavoro per strutturare la Rete nazionale – osserva Pronzato –. Ora spetta alle Regioni integrarla con le proprie reti oncologiche».

Telemedicina, la chiave per l’oncologia moderna

Per rendere il sistema realmente efficace, il passo successivo è l’attivazione della telemedicina. «È fondamentale che i centri ad alta specializzazione possano interagire con le strutture user attraverso teleconsultazioni, telediagnostica e teleimaging – spiega Pronzato –. L’oncologia moderna si basa su un approccio multidisciplinare e digitalizzare la sanità è essenziale per garantirlo».

La digitalizzazione della sanità è essenziale per garantire un approccio multidisciplinare e rafforzare le sinergie con il territorio

Dello stesso avviso Scopinaro, che sottolinea la necessità di rafforzare le sinergie con il territorio: «Servono modalità di contatto costanti con i centri di riferimento, anche attraverso teleassistenza e telemedicina, sia per gli operatori sanitari sia per i pazienti».

Un modello di presa in carico più efficiente è possibile. E, come suggerisce la presidente di UNIAMO, il Piano Nazionale Malattie Rare potrebbe rappresentare una base utile anche per la gestione dei tumori rari.

Monitoraggio LEA, il Ministero: non sono pagelle. La Valle d’Aosta: «Sistema pensato per realtà più grandi che ci penalizza»

Sono stati diffusi i dati del monitoraggio LEA sul 2023, il primo anno che utilizza il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), che prevede indicazioni “core” e tre macroaree da misurare: l’assistenza ospedaliera, quella distrettuale e la prevenzione.

  • le Regioni Piemonte, Lombardia, Provincia Autonoma di Trento, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna registrano un punteggio superiore a 60 (soglia di sufficienza) in tutte le macro-aree;
  • nessuna Regione/P.A. presenta punteggi inferiori alla soglia su tutte le tre macro-aree;
  • le Regioni che presentano un punteggio inferiore alla soglia in una o più ma
    • in due macro-aree: Valle D’Aosta (Distrettuale e Ospedaliera), Abruzzo, Calabria, Sicilia (Prevenzione e Distrettuale)
    • in una macro-area: P.A. Bolzano, Liguria e Molise (Prevenzione), Basilicata (Distrettuale).

Il Ministero ha precisato che il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) costituisce uno strumento di valutazione che verifica – secondo le dimensioni dell’equità, dell’efficacia e dell’appropriatezza – che tutti i cittadini italiani ricevano le cure e le prestazioni rientranti nei Livelli essenziali di assistenza. Si tratta di un meccanismo alla cui elaborazione le Regioni partecipano attivamente mediante i propri rappresentanti tecnici.

Il Ministero della Salute non formula classifiche, limitandosi a pubblicare periodicamente, in ottemperanza alla normativa vigente, i dati relativi alla corretta erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza.

L’obiettivo del monitoraggio non è penalizzare le Regioni, ma assicurare ai cittadini l’erogazione delle prestazioni a cui hanno diritto.

I dati valdostani

La Valle d’Aosta è l’unica Regione del Nord a non raggiungere la soglia in due macro-aree (l’unica in Italia a non farlo per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera).

In una nota l’Azienda sanitaria riconosce che tradizionalmente, la Valle d’Aosta ha avuto difficoltà nel sistema di valutazione LEA, sostenendo che sia un monitoraggio pensato per realtà molto più grandi e ‘lineari’, che penalizza le specificità di una regione alpina con una popolazione molto piccola e soprattutto non riconosce le scelte organizzazione sanitarie effettuate grazie all’autonomia regionale.

Nel 2023, tuttavia, il punteggio complessivo supera per la prima volta nella storia della Regione (ad eccezione dell’anomalia del 2020 legata alla pandemia da Covid-19), il livello soglia di 160, registrando un valore di 164,11, in netto miglioramento rispetto agli anni precedenti.

«I dati sono uno strumento di sintesi – dice l’Assessore alla Sanità Carlo Marzi -. Se da un certo punto di vista comincia a vedersi l’attenzione che ad essi stiamo ponendo, perchè i dati 2023 sono i migliori di sempre, da un’altra prospettiva non siamo soddisfatti. Ma sopra ogni cosa non siamo d’accordo con la fotografia che viene fatta alla sanità valdostana che non può essere inserita in modelli massivi e generalisti. Sappiamo benissimo di avere delle difficoltà e sappiamo anche che dobbiamo migliorare, ma proprio perchè siamo particolari e unici, sia per il territorio che per modello, riteniamo che dovrebbe essere il “fotografo” ad adattarsi a noi, almeno ad ascoltarci, e non noi a rincorrere modelli che non ci rappresentano».

«Per il 2024 – sottolinea Massimo Uberti, Direttore Generale dell’Azienda USL – puntiamo alla conferma della piena positività della Prevenzione, al raggiungimento dello stesso risultato per l’Ospedale e ad un netto miglioramento per il Territorio. Per il 2025 l’obiettivo è la positività in tutte e tre le Aree».

Indice di Vicinanza della salute al minimo storico di 84 punti su 100: lontani i livelli pre-pandemia, persi 15 punti dal 2019

La Fondazione RiES ETS ha presentato la terza edizione del Rapporto che misura l’Indice di Vicinanza alla Salute che prende in esame l’andamento 72 indicatori organizzati in 22 dimensioni di indagine. Obiettivo: verificare come stiano cambiando le dinamiche, i servizi e le condizioni di salute dal 2010 ad oggi. Uno sforzo di ricerca culminato nel 3° Rapporto di ricerca intitolato “Nuove proporzioni: sinergie per la salute in un mondo trasformato” presentato il 26 febbraio 2025 presso la Sala Zuccari del Senato su iniziativa della senatrice Ylenia Zambito.

Dopo la pandemia, anche la trasformazione climatica e l’evoluzione dello scenario geopolitico hanno posto nuovi carichi sul sistema produttivo, sociale e di salute. Proprio la Salute è l’elemento che ne esce maggiormente trasformato: i dati mostrano livelli che si assestano su valori stabilmente più bassi rispetto al pre-pandemia sia in termini di isolamento, disgregazione delle relazioni sociali, vulnerabilità economica delle famiglie, sostenibilità e omogeneità territoriale. La resilienza in molti ambiti del sistema ad oggi non si è realizzata e la ripresa è ancora incerta e frammentata: il sistema salute ha subito una trasformazione che sembra irreversibile e costringe a ripensare il suo impianto dalle fondamenta.

Nella rilevazione 2024 l’indice di vicinanza della salute tocca il suo minimo storico con 84 punti perdendo 16 punti rispetto al valore base di 100 punti fissato per il 2010, anno di partenza della rilevazione. Si è scesi così di altri 2 punti rispetto alla rilevazione 2023 in cui si registravano 86 punti. Le dimensioni di indagine “Isolamento” e “Coesione sociale” dopo il tonfo del 2020 dovuto alle restrizioni imposte dalle misure di distanziamento si attestano, con valori pressocchè stabili dal 2022 ad oggi, rispettivamente a 82 punti e 88 punti. La dimensione di indagine “Fragilità economica” della popolazione dal 2019 non riesce più a superare gli 80 punti e si attesta stabilmente a 79 punti. La dimensione di indagine “Sostenibilità” risulta in peggioramento costante anno dopo anno e quest’anno fa segnare il suo minimo storico a 83 punti, rispetto ai 100 del 2010. Il sistema salute sotto l’impatto della crisi pandemica, della transizione climatica, delle crisi geopolitiche non è tornato alle sue condizioni originali, ma ha subito una trasformazione profonda, apparentemente irreversibile.

«A oltre tre anni dalla cessazione dello stato di emergenza da Covid-19 nel nostro Paese, i dati elaborati dall’Osservatorio sulla ‘Vicinanza della salute’ evidenziano – spiega la senatrice Ylenia Zambito – una mancata ripresa dei valori prepandemici su molteplici dimensioni di indagine, con una tendenza a stabilizzarsi su livelli inferiori, suggerendo di trovarci di fronte ad un sistema che ha subìto un impatto significativo ed ha modificato i suoi connotati in maniera stabile».

Nelle parole di Duilio Carusi, Coordinatore scientifico dell’Osservatorio Salute Benessere e Resilienza della Fondazione RiES e Adjunct Professor Luiss Business School, «Non c’è più tempo ne’ risorse per accanirsi a cercare di fare cose vecchie in modo nuovo, dobbiamo ripensare il sistema con modelli integrati e sinergie concrete tra tutti gli attori della salute. La ‘Vicinanza della salute’ rappresenta uno strumento per identificare le priorità di intervento e favorire il dialogo tra componenti diverse del sistema salute e può costituire un nuovo paradigma utile nella strutturazione delle politiche, del pensiero e dell’azione affinché nessuno venga lasciato indietro».