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SIFO e le malattie rare: un impegno sostanziale su formazione, galenica, ATMP, AI e PDTA dedicati

«SIFO desidera cogliere l’occasione della Giornata mondiale delle Malattie Rare per confermare la sua dedizione professionale ed attenzione personale verso quei due milioni di nostri concittadini che convivono con una patologia rara. Per loro la vita è sempre complessa e molte volte drammatica». Così si esprime il Presidente SIFO Arturo Cavaliere nell’occasione della giornata dedicata alle persone con patologie rare. «Il nostro messaggio – prosegue Cavaliere – in questa occasione si rivolge sia a pazienti ed ai loro caregiver, che alle Istituzioni ed alle realtà del SSN: il farmacista ospedaliero e dei servizi territoriali non farà mai venire meno la sua presenza e il suo supporto nei percorsi assistenziali e terapeutici che lo coinvolgono. L’occasione è importante per continuare a chiedere a chi ne ha responsabilità che la Legge 175/2021 ed il Piano Nazionale Malattie Rare siano recepiti ed applicati tempestivamente ed in modo omogeneo in tutte le Regioni Italiane. La Legge 175 è un grande traguardo sociale e sanitario per il nostro Paese ed è fondamentale che sia oggi perseguito senza creare sacche di ineguaglianza, causate dalle differenti velocità con cui vengono applicate le indicazioni Legislative».

Nel concreto SIFO ha molti “fronti aperti” sul tema delle Malattie Rare: sulle terapie, sull’affiancamento terapeutico e sulla ricerca. «Il primo di questi fronti – precisa Tiziana Corsetti, coordinatrice Nazionale ASC SIFO Malattie Rare e Direttore UOC Farmacia Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma – è quello della galenica dedicata a patologie rare e per garantire l’accesso alle terapie farmacologiche orfane. Su questo ambito fortemente specialistico della nostra professione, SIFO ha dato un importante stimolo suggerendo anche agli specializzandi un’attenzione specifica alla galenica magistrale che è competenza propria e distintiva dei farmacisti ospedalieri, soprattutto nel settore delle preparazioni di farmaci orfani per bambini che, ricordiamolo, rappresentano circa il 70% della popolazione con patologie rare».

Ma SIFO è anche presente nella ricerca di nuove soluzioni terapeutiche. Lo fa partecipando ai tavoli Nazionali sugli ATMP (dove è attivo proprio il Presidente Cavaliere) ed anche «contribuendo – sottolinea la coordinatrice – alla riflessione su ciò che l’intelligenza artificiale può rappresentare per le Malattie Rare. Tra i principali ambiti applicativi dell’AI nelle rare disease, ci sono infatti la scoperta di target farmacologici importanti, la collocazione per il trattamento delle patologie rare di farmaci già utilizzati con efficacia in altre malattie, una migliore elaborazione quali/quantitativa delle informazioni provenienti dalla sperimentazione clinica, il corretto profiling di ciascun paziente affetto e la personalizzazione dei trattamenti».

Continuo ed autorevole è poi l’impegno SIFO in ambito formativo. Da anni la Società promuove, in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, una serie di eventi formativi sul tema delle Malattie Rare. In particolare ha proposto recentemente i Corsi Le malattie rare in pediatria, Malattie rare e galenica clinica in ambito pediatrico e La gestione dei gas medicinali nella pratica clinica e nelle malattie rare. Un impegno che prosegue anche nell’immediato futuro, come precisato da Corsetti: «Sono infatti in fase di valutazione presso SIFO i Corsi Nazionali del 2025 su Malattie rare e l’oncologia pediatrica e Le malattie rare e l’aumento correlato di rischio infettivo. L’organizzazione di questi corsi prende spunto dalla pressante e percepita esigenza proveniente sia dagli operatori sanitari sia dalle famiglie di chi è affetto da malattia rara, di essere maggiormente informati su tali tematiche».

Infine, Tiziana Corsetti precisa che «proprio per facilitare la presa in carico dei pazienti e seguirne l’iter presso i Centri specializzati, è già stata definita la progettualità di formulazione di un PDTA SIFO di gestione dei pazienti pediatrici affetti da Atrofia muscolare spinale. A questo si aggiunge poi l’attenzione che la nostra Società sta offrendo al monitoraggio della presa in carico dei pazienti con patologia rara all’interno delle singole regioni, che crediamo sia uno degli elementi distintivi di un SSN realmente attento alle persone ed ai pazienti più fragili».

Malattie rare, Fondazione Telethon in prima linea per lo sviluppo di nuove cure

Quest’anno il 28 febbraio si celebra la Giornata delle malattie rare, per promuovere maggiore consapevolezza e l’impegno collettivo a migliorare il futuro delle oltre 300 milioni di persone in tutto il mondo che convivono con queste patologie, compresi i loro familiari e caregiver: un’occasione in cui Fondazione Telethon si unisce alla comunità dei pazienti per ricordare il proprio impegno a trovare nuove cure grazie alla ricerca scientifica.

Come sottolinea Uniamo, la Federazione Italiana Malattie Rare, ad oggi esiste una terapia solo per il 5% delle oltre 7000 patologie rare conosciute e la ricerca scientifica rappresenta lo strumento principale per far aumentare le opportunità di cura.

«In occasione della Giornata internazionale delle malattie rare si sottolinea giustamente l’urgenza di sviluppare nuove terapie per queste patologie che sono per la grande maggioranza ancora prive di cura. L’impegno di Fondazione Telethon è da sempre rivolto a trasformare la ricerca realizzata grazie alle donazioni in soluzioni effettivamente disponibili ai pazienti. Oggi il nostro contributo all’obiettivo comune di allargare l’accesso alla cura per questa comunità è concreto; una filiera che dalla ricerca di base arriva sino alla produzione e distribuzione di terapie», ha dichiarato il direttore generale di Fondazione Telethon, Ilaria Villa.

Coerentemente con la propria missione, Fondazione Telethon è infatti da molti anni impegnata a trasformare in terapie fruibili i risultati della ricerca, in particolare quella condotta nei propri centri: l’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget) di Milano e l’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Pozzuoli. Ne è un esempio concreto la prima terapia genica ex vivo approvata al mondo, quella per la rara immunodeficienza genetica ADA-SCID, frutto della ricerca dell’SR-Tiget di Milano. Di questa terapia, dal 2023, la Fondazione è anche responsabile per la produzione e distribuzione posizionandosi come la prima charity al mondo ad essersi assunta l’impegno di garantire concretamente l’accesso ai pazienti. La stessa determinazione caratterizza il percorso anche di un’altra rara malattia genetica del sistema immunitario, la sindrome di Wiskott-Aldrich, per la quale l’istituto SR-Tiget ha messo a punto terapia genica: in questo caso la Fondazione si è fatta carico anche del percorso regolatorio per portare il farmaco all’approvazione, sia nell’Unione europea che negli Stati Uniti.

Si tratta di due esempi brillanti che sono parte della visione più ampia della Fondazione: sviluppare una pipeline di prodotti includendo diverse strategie terapeutiche, dalla terapia genica all’editing genetico fino al riposizionamento di farmaci già disponibili per indicazioni attualmente orfane.

La pipeline comprende terapie già approvate e disponibili, come quella già citata per l’ADA-SCID e quella per la leucodistrofia metacromatica, una gravissima malattia metabolica che colpisce il sistema nervoso già nell’infanzia: in questo caso, grazie a un’importante partnership tra la Fondazione e l’Ospedale San Raffaele con un’azienda farmaceutica, questa terapia è arrivata sul mercato sia nell’Unione europea sia negli Stati Uniti. Poiché questa terapia genica è efficace quando somministrata prima dell’esordio della malattia, è fondamentale che quanto prima venga esteso a tutti i neonati lo screening neonatale, che oggi in Italia è disponibile soltanto in Toscana e Lombardia grazie a due studi pilota.

Sempre grazie all’alleanza con partner esterni, sono in corso di sperimentazione due terapie geniche messe a punto dai ricercatori di Tigem e SR-Tiget, rispettivamente per una rara forma di cecità associata a sordità, la sindrome di Usher 1B, e la mucopolisaccaridosi di tipo 1H, una grave malattia metabolica che colpisce diversi organi). 

Inoltre, la Fondazione è in procinto di avviare studi clinici per valutare nei pazienti nuove strategie terapeutiche messe a punto dai ricercatori dei propri istituti, tra cui una terapia genica per una rara forma di osteopetrosi e un approccio terapeutico basato sull’editing genetico per una rara immunodeficienza, la sindrome da iper IgM. Ancora, nel prossimo futuro è previsto l’avvio di una nuova fase sperimentale per due terapie geniche già sperimentate sull’uomo, quelle per la beta talassemia e la mucopolisaccaridosi di tipo 6, su cui i ricercatori sono pronti a valutare dosaggi differenti o potenziali miglioramenti del protocollo in un’ottica di aumentarne l’efficacia.

Accanto alle terapie avanzate, altre strategie terapeutiche presenti nella pipeline della Fondazione si basano su farmaci, da molecole sperimentali che verranno testate per la prima volta in pazienti con malattie genetiche a farmaci già approvati per altre indicazioni di cui i ricercatori valuteranno il “riposizionamento” nell’ambito di malattie rare attualmente “orfane di cura”. Altre ancora sono in fase preclinica, con l’auspicio che ne prossimi anni possano progredire nel percorso di sviluppo, anche grazie ad approcci “piattaforma” che consentano di ottimizzare tempi e costi.

Benefici diagnostici ed economico-organizzativi della CEUS nelle lesioni focali epatiche: un case-study

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Introduzione

Le lesioni focali epatiche (LFE) sono di frequente riscontro durante la pratica quotidiana dell’ecografia, metodica molto diffusa come indagine di primo livello nella diagnostica dell’addome; per tale motivo, spesso essa rappresenta la prima metodica di riscontro occasionale di LFE (il cosiddetto incidentaloma epatico). Le LFE possono essere benigne o maligne; le prime sono di più frequente riscontro ecografico occasionale nel fegato sano, le maligne presentano una più alta probabilità di riscontro nei controlli ecografici periodici effettuati nel fegato affetto da epatopatie e nel paziente oncologico [Clavien et al, 2012; Frenette et al, 2024]. Si pone pertanto spesso il problema di dover caratterizzare le LFE riscontrate occasionalmente all’indagine ecografica e, a seconda del contesto clinico in cui vengono riscontrate (paziente sano, epatopatico od oncologico), farne una rapida diagnosi di benignità o malignità, così da identificarne in maniera tempestiva l’approccio diagnostico corretto con la conseguente presa in carico e cura del paziente [Algarni et al, 2016].

La caratterizzazione della LFE è legata alla scelta della metodica di indagine contrastografica di secondo livello e spesso tale scelta viene influenzata, o comunque condizionata, dalla disponibilità locale delle tecnologie di diagnostica per immagini, in particolare della tomografia assiale computerizzata (TC) con mezzo di contrasto (mdc) e della risonanza magnetica (RM) con mdc.

Negli ultimi anni l’avvento della ecografia con mdc ecografici di seconda generazione (CEUS; Contrast Enhanced Ultrasound) ha modificato l’approccio diagnostico delle LFE di riscontro incidentale, diventando una valida opzione per la diagnosi e la caratterizzazione degli incidentalomi epatici.

Negli anni, sono stati introdotti nella pratica clinica diversi mezzi di contrasto ecografici [Dietrich et al, 2006]. In Italia, l’unico mdc utilizzato e sul quale negli anni si è sviluppata la letteratura e l’esperienza dei clinici è costituito da molecole di esafluoruro di zolfo (SF6), rivestite da un guscio esterno di fosfolipidi e surfactanti, proprietà che lo rendono particolarmente efficiente per la diagnosi delle LFE [Westwood et al, 2013].

La CEUS è una tecnica di immagine che integra la non invasività e l’alta risoluzione spaziale della ecografia con le informazioni di natura vascolare e tissutale del mdc somministrato per via endovenosa. Il mdc, infatti, grazie allo studio della dinamica vascolare, e in particolare del microcircolo vascolare che contraddistingue le diverse tipologie di LFE, è in grado di caratterizzare la lesione in modo rapido e in tempo reale, conferendo alla CEUS una capacità diagnostica comparabile, in alcuni casi, a quella della TC con mdc e della RM con mdc.

L’utilizzo della CEUS quale indagine di secondo livello dopo il riscontro di lesione incidentale epatica sia una strategia diagnostica efficace per la caratterizzazione delle lesioni

La CEUS ha così incrementato sensibilità, specificità e accuratezza diagnostica dell’ecografia B-Mode, permettendo di distinguere le lesioni benigne dalle maligne con una sensibilità dell’85-100% e specificità del 63-100% [D’Onofrio et al, 2015; Bartolotta et al, 2016]. Simili tassi di sensibilità si riscontrano nella comparazione tra CEUS, TC con mdc e RM con mdc [Sandrose et al, 2017; Westwood et al, 2013].

L’avvento della CEUS ha pertanto permesso di elevare l’ecografia a metodica contrastografica di secondo livello al pari delle altre tecniche contrastografiche in TC e RM [Dietrich et al, 2006]. La letteratura sottolinea come la diffusione e il corretto utilizzo di tale metodica possa ridurre l’esposizione del paziente a radiazioni ionizzanti e a mdc più tossici, associando, inoltre, un vantaggioso profilo di costo-efficacia [Di Serafino et al, 2022] rispetto alle tecniche di imaging di secondo livello più costose, come la TC con mdc e la RM con mdc.

Sulla scorta di tali premesse, è facilmente intuibile come l’uso routinario della CEUS per la caratterizzazione delle LFE incidentali potrebbe ridurre il ricorso sistematico alla TC con mdc e RM con mdc, riservando tali metodiche solo ai casi più complessi o ai casi che richiedano, in ragione della patologia di base, un monitoraggio con tali indagini diagnostiche. Ne conseguirebbero, quindi, evidenti vantaggi sia per il Sistema Sanitario Nazionale (SSN), sia per clinico e/o il Centro ecografico che prendono in carico tali pazienti, in termini di disponibilità di posti di prenotazione di esami TC con mdc e RM con mdc, riservandole a pazienti che ne abbiano necessità.

Nonostante la comprovata efficacia della CEUS nella caratterizzazione delle lesioni focali epatiche e la presenza di linee guida che ne raccomandano l’utilizzo [ISS 2008; NICE, 2012], la diffusione di tale tecnica diagnostica nella pratica clinica è ancora molto limitata, sia per una mancanza di formazione professionale adeguata, sia per la necessità di investimento tecnologico correlato, giacché l’efficacia diagnostica della CEUS è legata all’esperienza degli operatori così come al livello qualitativo delle apparecchiature ecografiche utilizzate. A questi si aggiunge la mancanza o insufficiente informazione dei medici prescrittori che potrebbero non essere a conoscenza della performance diagnostica della CEUS per la caratterizzazione delle LFE, e a fronte di un riscontro ecografico occasionale di una LFE, richiedono una TC con mdc o una RM con mdc, metodiche certamente più conosciute e diffuse.

Diviene pertanto rilevante poter comprendere l’impatto economico e organizzativo correlato all’utilizzo routinario, nella pratica clinica italiana, della CEUS nella gestione delle LFE, posizionando tale indagine contrastografica, come metodica di secondo livello al pari di TC con mdc e RM con mdc.

Obiettivo

Sulla scorta di quanto sopra illustrato, l’obiettivo della presente analisi è valutare i benefici diagnostici ed economico-organizzativi che una struttura ospedaliera potrebbe ottenere in caso di utilizzo routinario di CEUS nella pratica clinica, quale indagine diagnostica di secondo livello. In particolare, il lavoro pone l’attenzione sullo studio delle lesioni incidentali epatiche, ovvero sulle FLL di riscontro occasionale a una ecografia addominale eseguita per diverse indicazioni (dal semplice “screening”, a esami eseguiti per sintomi gastroenterici aspecifici e/o suggestivi di una possibile malattia epatobiliare), in pazienti con anamnesi negativa per epatopatia o neoplasia.

Il fine ultimo dell’analisi è fornire delle evidenze a supporto di opportunità diagnostiche ed economiche generate dall’uso di questa tecnica diagnostica, con lo scopo di efficientare e ottimizzare il percorso clinico del paziente.

Materiali e metodi

Per il raggiungimento dell’obiettivo, è stata condotta un’analisi economico-organizzativa raccogliendo dati di pratica clinica quotidiana (real-life) derivanti da due strutture ospedaliere della Regione Emilia-Romagna, che a oggi presentano, per la corretta caratterizzazione di LFE incidentali, un percorso che utilizza la CEUS come indagine diagnostica di secondo livello, a seguito di un’ecografia addominale.

Il percorso adottato all’interno di queste realtà viene considerato ottimale e potrebbe rappresentare un esempio per altri contesti, che al momento hanno un minore utilizzo di CEUS.

In prima istanza, sono stati mappati i percorsi diagnostici erogati per la caratterizzazione delle LFE, considerando le procedure diagnostiche di primo, di secondo e di terzo livello. Sono stati inclusi parametri come durata delle prestazioni e risorse umane impiegate, prendendo in considerazione quanto occorso in un orizzonte temporale di sei mesi all’interno dei due Centri coinvolti. I percorsi diagnostici rilevati sono rappresentativi dell’optimum di riferimento per la caratterizzazione di LFE incidentali e rappresentano lo Scenario BEST CASE, poiché derivanti da due Centri clinici di eccellenza, all’interno dei quali CEUS viene comunemente utilizzata nella real life.

In secondo luogo, attraverso un approccio proprio dell’Activity-Based Costing, sono stati stimati i costi diretti associati a ogni iter diagnostico, sulla scorta del percorso diagnostico erogato alla popolazione arruolata nei sei mesi oggetto di indagine, pari a 267 pazienti. La valorizzazione economica è stata condotta assumendo il punto di vista del Sistema Sanitario Regionale di Regione Emilia-Romagna.

Oltre all’analisi economica è stata condotta un’analisi di impatto organizzativo, così da comprendere eventuali vantaggi per la struttura ospedaliera derivanti da un utilizzo della CEUS, in termini di adeguato utilizzo di risorse organizzative tale da incrementare la capacity complessiva di sistema. Per l’esecuzione dell’analisi organizzata sono state valutate le tempistiche di effettuazione delle prestazioni, comprensive di anamnesi, giustificazione, consenso, esecuzione, refertazione (come indicato nel “MODELLO DI APPROPRIATEZZA PRESTAZIONALE QUALI – QUANTITATIVA IN DIAGNOSTICA PER IMMAGINI”, pubblicato dalla SIRM e approvato il 13 dicembre 2022). Il potenziale vantaggio così rilevato è stato inoltre traslato in beneficio economico, andando a quantificare e valorizzare l’effort delle risorse umane dedicate allo svolgimento di tali prestazioni.

La valutazione di impatto economico-organizzativo ha preso in considerazione una comparazione tra differenti scenari (denominati Scenari AS IS), che non presentano l’utilizzo di CEUS in a seguito di ecografia addominale, così da comprendere la capacità dell’implementazione di diversi percorsi diagnostici così come rilevati all’interno della pratica clinica, in confronto con uno scenario BEST CASE (che presenta l’utilizzo di CEUS come indagine diagnostica di secondo livello, a seguito di un’ecografia addominale), capace di ottimizzare la diagnosi e caratterizzazione della LFE incidentale, liberando risorse organizzative in modo sostenibile. Per questo motivo, gli scenari AS IS utilizzati per la comparazione sono stati strutturati riflettendo i percorsi attualmente adottati nella pratica clinica dei due centri, andando però a ipotizzare un ricorso maggiore a prestazioni di diagnostica quali TC o RM, come potrebbe avvenire attualmente in altri contesti organizzativi che a oggi non utilizzano CEUS quale indagine diagnostica di secondo livello. Queste ipotesi consentirebbero di identificare potenziali opportunità di ottimizzazione ed efficientamento, da un punto di vista economico-organizzativo, per strutture ospedaliere che non adottano attualmente la CEUS.

Risultati

Lo scenario BEST CASE

La Tabella 1 mostra la tipologia di indagine diagnostica di primo livello. Si osserva come l’ecografia sia la metodica di primo livello più utilizzata (224 pazienti, 84% dei casi). Tutte le metodiche di imaging rilevano, nel 100% dei casi, una lesione. Tuttavia, non solo la ecografia B-mode non è in grado di caratterizzare le lesioni (0%), ma anche metodiche di secondo livello eseguite come prima indagine (16 TC, 11 TC con mdc, 3 RM, 3 RM con mdc) non hanno caratterizzato le lesioni.

Il dato che emerge è che i pazienti considerati hanno avuto la necessità di un’indagine diagnostica di secondo livello, per caratterizzare e diagnosticare la LFE rilevata, nel 99,63%.

Tipologia di indagine diagnostica di PRIMO LIVELLO_COD

N.

%

% di LFE rilevate

% di LFE caratterizzate

Ecografia addome

224

84%

100%

0%

TC addome

25

9%

100%

4%

TC addome con mdc

11

4%

100%

0%

RM addome

4

1%

100%

0%

RM addome con mdc

3

1%

100%

0%

Totale

267

100%

100%

0,37%

Tabella 1. Indagine diagnostica di primo livello

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Nella Tabella 2 vengono presentati i risultati dell’iter comprensivo di indagine di secondo livello. Si riscontra una caratterizzazione di LFE (ossia un’efficacia del percorso) complessivamente pari al 92%, risultato ottenuto dall’utilizzo di CEUS come indagine di secondo livello.

Iter diagnostico comprensivo di indagine di secondo livello

N.

%

% di LFE caratterizzate

Ecografia addome+CEUS

221

83%

95%

TC addome+CEUS

16

6%

100%

TC addome con mdc+CEUS

11

4%

100%

TC addome+Ecografia addome

7

3%

0%

RM addome+CEUS

4

1%

100%

Ecografia addome+RM addome con MDC

3

1%

0%

RM addome con mdc+CEUS

3

1%

100%

TC addome+RM ADDOME

1

0%

0%

TC addome+RM addome con MDC

1

0%

0%

Totale

267

100%

92%

Tabella 2. Iter diagnostico comprensivo di indagine di secondo livello

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L’indagine diagnostica di terzo livello è stata effettuata in 22 soggetti (8% del campione), permettendo la caratterizzazione della LFE nell’86% dei pazienti (Tabella 3). La CEUS, come indagine di terzo livello, ha permesso la caratterizzazione in ulteriori 9/22 casi (40,9%).

Iter diagnostico comprensivo di indagine di terzo livello

N.

%

% di LFE caratterizzate

TC addome+Ecografia addome+CEUS

7

32%

100%

Ecografia addome+RM addome con mdc+Ecografia addome

3

14%

0%

Ecografia addome+CEUS+RM addome con mdc

3

14%

100%

Ecografia addome+CEUS+PET

2

9%

100%

Ecografia addome+CEUS+RM addome

2

9%

100%

TC addome+RM addome+CEUS

1

5%

100%

TC addome+RM addome con mdc+CEUS

1

5%

100%

Ecografia addome+CEUS+COLANGIO-RM

1

5%

100%

Ecografia addome+CEUS+TC addome con mdc

1

5%

100%

Ecografia addome+CEUS+BIOPSIA

1

5%

100%

Totale

22

100%

86%

Tabella 3. Iter diagnostico comprensivo di indagine di terzo livello

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L’analisi ha poi valutato i risultati dell’indagine diagnostica di quarto livello, che viene erogata solo a 3 pazienti dell’intero campione di riferimento (ossia all’1%). L’iter diagnostico, comprensivo di indagine di quarto livello, è stato costituito da Ecografia addome + RM addome con mezzo di contrasto + Ecografia addome + CEUS, tutti percorsi che portano a una corretta caratterizzazione della LFE riscontrata.

Impatto economico dello Scenario BEST CASE

Come da ipotesi progettuale, lo Scenario BEST Case (che prevede l’applicazione del percorso ottimizzato – Ecografia addominale + CEUS –  di caratterizzazione e diagnosi di LFE incidentale per il 79% dei pazienti, mentre per il restante 21% CEUS viene utilizzata come terza indagine diagnostica, come rilevato nella pratica clinica dei centri coinvolti) è stato comparato a differenti Scenari caratterizzati da una situazione di non disponibilità di CEUS, e quindi da un ricorso maggiore a prestazioni di diagnostica quali risonanze magnetiche o tomografie assiali computerizzate.

Gli scenari strutturati derivanti dal risultato real-life sono di seguito descritti.

  • Scenario AS IS 1: distribuzione della popolazione generale, rispetto al 21% non ottimizzato, rappresentante la maggior parte delle realtà cliniche.
  • Scenario AS IS 2: utilizzo, nel 79% della popolazione afferente al percorso ottimizzato, una RM addome come indagine diagnostica di secondo livello e CEUS come indagine diagnostica di terzo livello.
  • Scenario AS IS 3: utilizzo, nel 79% della popolazione afferente al percorso ottimizzato, una TC addome superiore/completo come seconda indagine diagnostica e CEUS come terza indagine diagnostica.
  • Scenario AS IS 4: utilizzo, nel 79% della popolazione afferente al percorso ottimizzato, una TC addome superiore/completo o una RM addome, come indagine di secondo livello e CEUS come indagine di terzo livello.

La Tabella 4 mostra i risultati dell’impatto economico comparativo tra Scenario BEST CASE e SCENARI AS IS. La possibilità di adottare un percorso ottimizzato, come da Scenario BEST CASE, comporterebbe un risparmio per il SSR di Regione Emilia-Romagna, variabile da un minimo del 36,70% a un massimo del 49,63%. L’analisi condotta ha dimostrato come lo Scenario BEST CASE, e quindi l’implementazione di CEUS quale indagine diagnostica di secondo livello a seguito di ecografia addominale, sia in grado di ottimizzare le risorse economiche.

Scenario

 

Scenario AS IS_1

59.975,83 €

Scenario BEST CASE

30.212,15 €

Differenza (Euro)

-29.763,68 €

Differenza (%)

-49,63%

 

Scenario AS IS_2

55.542,70 €

Scenario BEST CASE

30.212,15 €

Differenza (Euro)

-25.330,55 €

Differenza (%)

-45,61%

 

Scenario AS IS_3

47.798,90 €

Scenario BEST CASE

30.212,15 €

Differenza (Euro)

-17.586,75 €

Differenza (%)

-36,79%

 

Scenario AS IS_4

51.678,28 €

Scenario BEST CASE

30.212,15 €

Differenza (Euro)

-21.466,13 €

Differenza (%)

-41,54%

Tabella 4. Impatto economico comparativo tra Scenari AS IS versus Scenario BEST CASE, all’interno dei centri ospedalieri di riferimento

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Impatto organizzativo dello Scenario BEST CASE

Nella Tabella 5 vengono elencati i risultati relativi all’impatto organizzativo. Vi è una diminuzione media per paziente del tempo per la corretta diagnosi e caratterizzazione della LFE tra i 12 e i 23 minuti. Quantificando il vantaggio economico-organizzativo per le strutture che prendono in carico tali pazienti, i minuti risparmiati genererebbero un vantaggio economico variabile tra i 19€ e i 36€ per singola LFE caratterizzata e diagnosticata.

 

Tempistiche di esecuzione delle prestazioni – minutaggio (media ponderata rispetto alla distribuzione della popolazione)

Valorizzazione economica dell’effort della risorsa umana per l’esecuzione delle prestazioni (media ponderata rispetto alla distribuzione della popolazione)

Scenario AS IS_1

66,96 minuti

96,21 €

Scenario AS IS_2

78,54 minuti

109,14 €

Scenario AS IS_3

67,32 minuti

91,98 €

Scenario AS IS_4

72,94 minuti

100,57 €

Scenario BEST CASE

54,83 minuti

72,87 €

Scostamento tra BEST CASE e SCENARIO AS IS_1

-12,13 minuti

-18%

-23,34 €

-24%

Scostamento tra BEST CASE e SCENARIO AS IS_2

-23,71 minuti

-30%

-36,27 €

-33%

Scostamento tra BEST CASE e SCENARIO AS IS_3

-12,49 minuti

-19%

-19,11 €

-21%

Scostamento tra BEST CASE e SCENARIO AS IS_4

-18,11 minuti

-25%

-27,71 €

-28%

Tabella 5. Impatto organizzativo comparativo tra Scenari AS IS versus Scenario BEST CASE, all’interno dei centri ospedalieri di riferimento

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Conclusioni

L’analisi ha mostrato come l’utilizzo della CEUS quale indagine di secondo livello dopo il riscontro di lesione incidentale epatica sia una strategia diagnostica efficace per la caratterizzazione delle lesioni che viene effettuata, in questa casistica, nel 95% dei casi.

La strategia ha dimostrato di indurre una possibile riduzione dei costi, variabile tra il 36% e il 51%, strettamente dipendente dal case-mix di prestazioni diagnostiche utilizzate a seguito di ecografia addominale non conclusiva rispetto a CEUS, confermando la sostenibilità economica di CEUS stessa come seconda indagine diagnostica. Inoltre, la possibilità di modificare i percorsi esistenti genererebbe un vantaggio organizzativo significativo, con una riduzione nelle tempistiche medie di esecuzione delle prestazioni. Inoltre, importante è segnalare le potenzialità di CEUS nell’ottimizzare il time-to-diagnosis per le LFE, riducendo significativamente il numero di giorni necessari (mediamente dell’80%) per ottenere un’adeguata caratterizzazione della lesione.

La riduzione delle tempistiche di esecuzione delle prestazioni migliora notevolmente l’efficienza organizzativa, riducendo i tempi di attesa per i pazienti e ottimizzando l’uso delle risorse sanitarie. Tuttavia, l’effettuazione della CEUS richiede personale medico specializzato, mentre la TC e la RM possono essere effettuate da tecnici radiologi con la sola refertazione da parte del medico.

Da un punto di vista prettamente manageriale, i risultati possono incrementare la consapevolezza intorno alla tematica oggetto di indagine, mettendo in luce non solo la necessità di investire nella formazione e nella specializzazione del personale medico per l’uso della CEUS, ma anche la fattibilità dell’introduzione della CEUS, come esame di routine nei percorsi diagnostici per le LFE, al fine di ottimizzare i percorsi.

In conclusione, l’adozione della CEUS come metodica diagnostica di secondo livello per la caratterizzazione delle LFE risulta essere una scelta vantaggiosa, con benefici significativi in termini di costi, tempi di diagnosi e gestione del paziente, contribuendo positivamente ad efficientamento e sostenibilità del sistema sanitario.

Infatti, la riduzione dei costi e l’efficienza organizzativa dimostrata dall’implementazione della CEUS rappresentano un grande vantaggio per il sistema sanitario, soprattutto in termini di gestione dei tempi di attesa. Sostituire esami diagnostici ad alto impatto e a lunga attesa con la CEUS rende i percorsi diagnostici più gestibili, riducendo le risorse necessarie e migliorando l’accessibilità dei servizi per i pazienti.

Bibliografia

Il progetto ITESHS presentato all’Università UniCamillus potenzia la formazione e la sanità in Africa

Il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani e il Ministro della Salute, Orazio Schillaci sono intervenuti alla UniCamillus di Roma al convegno “Salute e innovazione nel Piano Mattei: nuove prospettive educative e transculturali per la cooperazione sanitaria internazionale”.

Durante l’incontro è stato presentato il progetto “Integrated Transcultural Educational Synergy in Health Sciences” (ITESHS), finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del PNRR, attraverso il quale la UniCamillus di Roma e le Università di Chieti-Pescara e di Foggia sostengono il potenziamento della formazione universitaria e lo sviluppo di nuove competenze sanitarie in Africa, rafforzando in tal modo la cooperazione internazionale e il dialogo con i Paesi in via di sviluppo.

Il progetto ITESHS, un ponte con l’Africa

Grazie a ITESHS, sarà trasferita la qualità della formazione medica italiana in Somalia, Camerun ed Etiopia, dove saranno create le basi per un sistema sanitario più forte e indipendente. UniCamillus e Università di Mogadiscio avvieranno un corso di laurea magistrale in fisioterapia con un periodo di mobilità internazionale di studenti e docenti somali che a Roma svolgeranno attività laboratoriali e seminariali. Il programma prevede anche un corso post lauream in ortopedia e traumatologia, rivolto a medici somali già impiegati nei tre principali ospedali di Mogadiscio, così da fornire loro una formazione personalizzata in base alle esigenze di cura locali.

Attività per potenziare la ricerca e la didattica sono state pianificate dall’Università degli Studi di Chieti-Pescara e daquella di Addis Abeba, con la condivisione di una piattaforma digitale online per il potenziamento cognitivo e i serious games, con studenti italiani ed etiopi che lavoreranno insieme. Sarà organizzata anche la formazione rivolta a studenti e docenti sulla ricerca in psicologia. L’Università degli Studi di Foggia e l’Hanseatic Institute of Technology and Applied Sciences (HITAS) in Camerun promuoveranno l’integrazione e l’inclusione degli studenti africani in un percorso accademico internazionale, che consentirà loro di acquisire competenze infermieristiche grazie a metodologie e tecnologie innovative.

Tre gli obiettivi principali del progetto: rafforzare le competenze sanitarie, attraverso la creazione di corsi di laurea; promuovere programmi di mobilità internazionale, incentivando lo scambio di esperienze e conoscenze tra studenti e corpo docente; sviluppare infrastrutture e tecnologie locali, quali laboratori ortopedici e aule informatiche, per supportare la formazione sul territorio.

Antonio Tajani, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha dichiarato: «I progetti legati alla salute e alla ricerca nell’ambito del Piano Mattei sono fondamentali per favorire la crescita del continente africano e ottenere risultati concreti. Se consideriamo anche la questione migratoria, è essenziale migliorare le condizioni di vita degli africani, in particolare dei bambini, molti dei quali hanno un’aspettativa di vita di appena uno o tre anni. Per questo motivo, investire nella ricerca e nella sanità è una priorità. Ogni iniziativa che si muove in questa direzione contribuisce allo sviluppo dell’Africa, e abbiamo il dovere di svolgere un ruolo da protagonisti per sostenerne la crescita. Credo fermamente nel progetto presentato oggi presso l’UniCamillus, perché ritengo indispensabile rispondere all’appello del continente africano per garantire condizioni di vita migliori, mettendo al centro le persone e rafforzando i legami umani. Le università, in questo contesto, rappresentano lo strumento più efficace per costruire ponti e stringere rapporti solidi con le nuove generazioni, promuovendo un futuro basato sulla collaborazione e sulla crescita reciproca».

«Il convegno di oggi segna un momento fondamentale per il progetto, che rappresenta un perfetto esempio di collaborazione internazionale basata su solidi principi di cooperazione costruttiva – ha dichiarato il Rettore di UniCamillus, Gianni Profita -. Grazie all’attività di Università italiane – ha proseguito – sarà potenziata la formazione sanitaria in Somalia, Camerun ed Etiopia, gettando le basi per favorire un sistema più autonomo e resiliente, meno dipendente da episodiche attività umanitarie. Attraverso il lavoro congiunto delle Università partner italiane e africane, l’obiettivo è formare in loco professionisti sanitari altamente qualificati, in grado di rispondere alle esigenze delle rispettive comunità con competenza e dedizione. Sostenuta dai Fondi europei nell’ambito del PNRR, questa iniziativa non solo rafforza la sanità locale in Africa, ma ribadisce anche l’importanza della formazione di qualità e della partnership internazionale, andando pienamente a sposare gli obiettivi di sviluppo sostenibile e creando, così, importanti opportunità di crescita reciproca. L’adesione di importanti ministri conferma il carattere strategico del progetto, che vede in prima fila l’eccellenza accademica italiana, la qualità dell’assistenza sanitaria e la prospettiva di interazione positiva tra l’Italia e i tre Paesi africani con la partecipazione attiva del Ministro Tajani».

Maryan Mohamed Hussein, Ministra della Salute somala, ha sottolineato: «È un grande onore per me essere qui, oggi, in rappresentanza del Governo federale della Somalia per il lancio ufficiale del Progetto ITESHS. Questa iniziativa segna una pietra miliare nella lunga e fruttuosa partnership tra Somalia e Italia, in particolare nel promuovere la sanità e l’istruzione. Il progetto ITESHS offre un’opportunità di trasformazione per rafforzare la nostra cooperazione nella formazione medica e nello sviluppo del sistema sanitario. Iniziative come questa ci consentono di formare professionisti più qualificati, migliorare l’accessibilità all’assistenza sanitaria, e, in definitiva, migliorare il benessere della nostra gente. A nome del Governo federale della Somalia esprimo il mio più profondo apprezzamento al Governo italiano, UniCamillus e tutti i partner sostenitori per il vostro fermo impegno in questa causa».

Orazio Schillaci, Ministro della Salute, in un messaggio letto dal Rettore di UniCamillus, Profita, ha affermato: «Cooperazione internazionale, formazione e ricerca sono fondamentali per migliorare la salute globale e rafforzare i sistemi sanitari. Il progetto ITESHS rappresenta un’iniziativa di grande valore che si inserisce in questa prospettiva, promuovendo una costruttiva collaborazione tra Istituzioni. La condivisione di conoscenza e competenze è ormai imprescindibile per superare barriere geografiche e culturali e per generare un impatto concreto sulle comunità, soprattutto in un’epoca in cui innovazioni tecnologiche e digitali sono sempre più centrali nelle politiche sanitarie. Il Piano Mattei per l’Africa, che vede impegnato il Governo nella sua interezza, rappresenta una strategia chiave per accompagnare e sostenere i Paesi africani nella costruzione di sistemi sanitari più solidi e autonomi, investendo nella formazione di nuovi professionisti e nel potenziamento delle strutture. Ringrazio UniCamillus e le altre Università coinvolte per il prezioso e costante impegno».

Per Marcella Panucci, Consigliere del Ministro dell’Università e della Ricerca: «Il progetto si colloca nell’ambito del PNRR e favorisce le iniziative educative transnazionali. Già esistono iniziative di collaborazione che le nostre università hanno instaurato con il continente africano, favorendo attività di scambio e mobilità di studenti, ricercatori e docenti. L’obiettivo è implementare la capacità del continente africano di favorire la formazione, nella prospettiva di rafforzare la relazione e contribuire anche allo sviluppo accademico e scientifico reciproco».

«L’Università di Foggia ha sempre creduto nell’istruzione come motore di progresso e inclusione e, con il progetto ITESHS, rafforza il proprio impegno nella formazione sanitaria internazionale – ha dichiarato Lorenzo Lo Muzio, Rettore dell’Università di Foggia -. Grazie alla collaborazione con l’Università di Douala, il Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche attivato in Camerun si arricchisce di un modello formativo innovativo, che prevede l’erogazione da parte del nostro Ateneo di 90 CFU attraverso un approccio didattico integrato. Questo percorso coniuga l’approfondimento teorico con un’intensa attività pratica, avvalendosi di laboratori di simulazione avanzati e di tirocini nei reparti del Policlinico, offrendo agli studenti camerunesi un’esperienza formativa di eccellenza. ITESHS – ha aggiunto Lo Muzio – non è solo un progetto accademico, ma un ponte tra culture e un’opportunità di crescita reciproca per studenti, docenti e istituzioni coinvolte. Rivolgo un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di questo ambizioso progetto, il cui contributo è stato determinante affinché questa iniziativa potesse prendere forma e concretizzarsi, ai Rettori delle Università partner, al professor Gaetano Serviddio, Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche e Coordinatore del progetto per la nostra Università  e a tutti i docenti e collaboratori tecnici-amministrativi coinvolti, la cui dedizione e professionalità rappresentano il vero motore di questa iniziativa. Auspico vivamente che ITESHS possa diventare un modello di riferimento per la cooperazione sanitaria internazionale, contribuendo alla costruzione di un futuro in cui conoscenza e cura possano superare ogni confine».

Secondo Liborio Stuppia, Rettore dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara: «Il progetto rappresenta un’importante occasione. Nel nostro ateneo stiamo sviluppando una didattica innovativa mediante una piattaforma che ci consentirà di trasmettere informazioni a distanza. Inoltre, abbiamo avviato iniziative legate alla mobilità, consapevoli che lo scambio tra culture è una fonte di arricchimento reciproco. Rafforzare la collaborazione e la ricerca nell’ambito della salute è cruciale per offrire risposte concrete e favorire una crescita condivisa».

Quici (CIDA): «Puntare su collaborazione tra pubblico e privato»

L’accesso alle cure in Italia si fa sempre più difficile. Lo conferma l’Indice di vicinanza della salute, elaborato dalla Fondazione per la Ricerca Economica e Sociale ETS, che evidenzia un progressivo allontanamento dei cittadini dalla sanità: rispetto al valore base di 100 registrato nel 2010, oggi siamo scesi a 84, con un calo di due punti solo nell’ultimo anno.

«Una riforma dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) è indispensabile per garantire tempi certi nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, senza lasciare indietro nessuno – ha commentato Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED e Vicepresidente CIDA, che ha partecipato alla Presentazione del Terzo Rapporto dell’Osservatorio Salute Benessere e Resilienza della Fondazione, svoltasi nel pomeriggio presso la Sala Zuccari del Senato – Al tempo stesso, è necessario regolamentare meglio la sanità integrativa affinché non si sovrapponga alla sanità pubblica, ma la completi laddove il Servizio sanitario nazionale non riesce ad arrivare. Oggi, infatti, gli italiani spendono 40 miliardi di euro l’anno per cure private: una cifra enorme che potrebbe, almeno in parte, rientrare nel sistema pubblico se si incentivasse una maggiore collaborazione tra i fondi sanitari integrativi e le strutture pubbliche, anche attraverso convenzioni con i professionisti del Servizio sanitario nazionale. Recuperare anche solo una parte di queste risorse significherebbe dare una boccata d’ossigeno al sistema, migliorando l’accesso alle cure per tutti».

«Non possiamo continuare a pensare alla sanità in termini di contrapposizione tra pubblico e privato, tra ospedale e territorio, tra dipendenti e convenzionati – ha aggiunto Quici -. Dovrebbero essere adottate, ad esempio, misure che consentano ai medici di dialogare meglio tra loro, uniformandoli da un punto di vista contrattuale pur mantenendo gli attuali stati giuridici della dipendenza e del convenzionamento: per questo da anni sosteniamo la necessità di far uscire i medici dipendenti dalla Funzione Pubblica per poter firmare, insieme ai medici del territorio, un contratto di lavoro con il Ministero della Salute e le Regioni».

«Si tratta di riforme necessarie ma che non possono essere immaginate senza una vera lotta all’evasione fiscale, che consenta di recuperare miliardi di euro da destinare anche alla sanità, e la previsione di maggiori incentivi fiscali per il ceto medio: non è infatti ammissibile che coloro che guadagnano oltre 35mila euro l’anno e rappresentano solo il 15% degli italiani si facciano carico da soli del 63,39 % dell’IRPEF, per poi essere anche penalizzati in tema di detrazioni fiscali», ha concluso Quici.  

Malattie rare in reumatologia: l’impegno del CReI per una gestione multidisciplinare innovativa

Le malattie reumatologiche rare rappresentano una sfida significativa per il sistema sanitario italiano, richiedendo diagnosi tempestive e trattamenti efficaci per migliorare la qualità di vita dei pazienti. Nello specifico, malattie come la Sclerosi Sistemica, la Dermatomiosite, la Sindrome di Sjogren, Polimiosite, la Granulomatosi con Poliangioite e Granulomatosi Eosinofila con Poliangioite sono tra le patologie rare che il reumatologo si trova ad affrontare nella sua quotidianità clinica: il Collegio Reumatologi Italiani (CReI) desidera cogliere l’occasione della Giornata mondiale delle Malattie Rare per richiamare l’attenzione su di esse e sulle persone che ne portano il peso quotidianamente. Quali sono le milestone per una presa in carico concreta, efficace, equa ed universale di queste persone nel nostro Paese? Gli obiettivi non rimandabili per il CReI sono quattro, come sottolineato dal Presidente, Severino Martin Martin, e da Daniela Marotto, Past Presidente CReI: multidisciplinarietà, rapporto con i pazienti, ricerca scientifica e attuazione del Testo Unico e del Piano Nazionale.

Multidisciplinarietà

Il CReI – per voce di Daniela Marotto – sottolinea «l’importanza di un approccio multidisciplinare e di una stretta collaborazione tra specialisti per affrontare queste patologie complesse. Questo approccio è al centro delle strategie e delle azioni del CReI, che già in occasione del XXVII Congresso Nazionale del CReI, tenutosi a Firenze nell’ottobre 2024, ha evidenziato come il modello sanitario One Health sia cruciale nella gestione delle malattie reumatiche rare. Questo approccio promuove l’integrazione tra reumatologi ed altri specialisti come oncologi, dermatologi, oculisti, cardiologi, nefrologi, gastroenterologi, pneumologi, e con il supporto continuo di altri professionisti della salute come fisioterapisti, nutrizionisti, psicologi, infermieri al fine di garantire percorsi diagnostici e terapeutici condivisi e personalizzati per ogni paziente».

Rapporto con i pazienti

Ma la chiara e concreta interdisciplinarietà è solo una delle pietre miliari della presa in carico del paziente con malattia reumatologica rara. Oggi in Italia si stima che le persone che convivono con una malattia rara, siano circa 2 milioni, tra queste, le malattie reumatologiche rare rappresentano una parte significativa, anche se non ci sono dati precisi sul numero esatto di pazienti con queste specifiche patologie. Il CReI, crede da sempre nell’ascolto diretto e nella collaborazione con i pazienti e le loro associazioni. «Negli anni – dichiara Marotto – il Collegio ha collaborato con l’Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare (APMARR) e con l’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR), arrivando alcuni anni fa anche a redigere un Manifesto rivolto alle istituzioni governative e parlamentari, per rispondere alle sfide della cronicità reumatologica ed enfatizzando la necessità di unire le forze per difendere i diritti e le istanze degli oltre 5,5 milioni di italiani affetti da patologie reumatologiche». Il dialogo tra reumatologi e pazienti (e loro associazioni) anche nel futuro deve essere base di una relazione terapeutica sempre più ampia, consolidata ed efficace in termini di qualità della vita.

Ricerca scientifica

La promozione della consapevolezza sulle malattie reumatologiche rare e l’implementazione di percorsi diagnostici rapidi ed efficaci sono fondamentali per garantire ai pazienti l’accesso tempestivo alle cure più appropriate. Il CReI coglie l’occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare per ribadire il suo impegno nel sostenere la ricerca scientifica e nell’adottare approcci terapeutici innovativi, con l’obiettivo di migliorare significativamente la qualità di vita delle persone affette da queste patologie.

Attuazione Testo Unico e Piano nazionale

Per concludere, dichiara Severino Martin Martin, «anche nell’occasione della Giornata Malattie Rare 2025, il Collegio dei Reumatologi auspica la piena attuazione della Legge 175/2021, il cosiddetto Testo Unico, che così tante speranze ha suscitato in pazienti e clinici, e del Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026. Piena attuazione che per CReI significa recepimento concreto sui territori regionali di linee di intervento nelle seguenti nove aree di azione: Prevenzione primaria, Diagnosi, Trattamenti farmacologici e non farmacologici, Percorsi assistenziali, Formazione, Informazione, Monitoraggio della Rete Malattie Rare e Ricerca».

Infermieri e coinvolgimento delle famiglie nel processo di cura

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Il ruolo della famiglia è sempre più cruciale nell’assistenza e nel supporto alla persona. In uno scenario caratterizzato da un costante aumento del numero di persone anziane con multicronicità e disabilità, assume sempre più importanza il ruolo di advocacy e intermediazione con i servizi sanitari che la famiglia può assumere favorendo la domiciliarità.

Come sottolineato dagli autori in un recente studio sulle competenze di coinvolgimento dei familiari nell’assistenza infermieristica, la famiglia può offrire un contributo ineguagliabile in merito alle preferenze, abitudini e problematiche della persona e nella cura della stessa. I caregiver e familiari se coinvolti nei processi di cura, contribuiscono alla realizzazione di un’assistenza personalizzata ed efficiente.

I familiari agiscono come intercettatori di “segnali” di peggioramento e contribuiscono a migliorare gli esiti di salute: solitudine, ansia, livello di agitazione e orientamento dei pazienti, delirium, mortalità, durata della degenza, tassi di riammissione, aderenza terapeutica, e la qualità di vita sia per i pazienti che per le famiglie.

L’infermiere facilita il coinvolgimento dei familiari nel percorso di cura, promuovendo comunicazione, supporto e assistenza personalizzata ed efficiente

La malattia – affermano gli autori – ha un impatto significativo sulla salute dei pazienti ma anche sui caregiver che si occupano dell’assistenza del proprio caro e sui familiari che non assistono direttamente la persona: i cambiamenti degli equilibri funzionali si riflettono su tutto il nucleo familiare. Le strategie di adattamento agite e il funzionamento della famiglia impattano sul modo in cui i pazienti affrontano la condizione clinica ma anche, sulla qualità di vita dei caregiver e sulle capacità di resilienza della famiglia.

Il coinvolgimento dei famigliari, come evidenziato dalla letteratura, integra il focus da un’assistenza al paziente con un’assistenza centrata sulla famiglia che si sostanzia come unità di cura invece che semplicemente e soltanto come erogatore di assistenza.

L’infermiere è tra i professionisti che interagiscono con le famiglie assumendo un ruolo centrale, quindi, nella promozione del coinvolgimento delle stesse.

Questo approccio assistenziale, ribadiscono gli autori, è talvolta ancora poco diffuso nonostante i benefici documentati. A favorirlo o a ostacolarlo sono la necessità di una formazione avanzata e specifica sul tema, il contesto operativo, l’impegno relazionale, oltre che le attitudini personali e l’esperienza lavorativa.

Serve una formazione avanzata e specifica dedicata agli infermieri sulle competenze di coinvolgimento dei familiari

Un approccio assistenziale centrato sulla famiglia non può dunque prescindere dallo sviluppo di competenze di coinvolgimento, ovvero attitudini e comportamenti che per generare cambiamento devono essere misurate, implementate e agite.

Jessica Longhini

Ma come si misurano tali competenze e con quali strumenti? Lo spiega a TrendSanità Jessica Longhini, tra gli autori dello studio: «Tra gli strumenti disponibili in letteratura abbiamo scelto il Families Importance in Nursing care – Nurses Attitudes, che èstato dimostrato essere un questionario completo e con maggiori proprietà in termini di validazione. È un questionario che indaga diverse dimensioni, quali ad esempio alcune attitudini verso il valore della famiglia come risorsa nelle cure e alcuni comportamenti agiti per coinvolgere concretamente le famiglie nei contesti assistenziali».

Per promuovere lo sviluppo delle competenze di coinvolgimento, sottolinea Longhini: «È cruciale un’azione educativa mirata che integri i saperi dalle altre discipline come la pedagogia, la sociologia e la psicologia e che ponga le proprie basi già nei percorsi iniziali di formazione. Il gruppo di lavoro ha infatti proseguito questo filone di ricerca, sviluppando un questionario a livello internazionale sugli studenti di infermieristica delle lauree triennali. Altri elementi che contribuiscono allo sviluppo di queste competenze sono una propensione positiva da parte dei contesti clinici al coinvolgimento dei familiari, ove possibile, e lo sviluppo di percorsi che favoriscono il coinvolgimento dei caregiver e dei familiari nella presa in carico dei pazienti nei contesti ospedalieri e territoriali».

Sanità digitale leva strategica per accesso ai servizi sanitari e tutela del diritto alla salute nelle aree interne

La digitalizzazione della sanità quale leva strategica per garantire equità di accesso ai servizi sanitari, soprattutto nelle aree interne e nelle comunità montane, dove la carenza di strutture e personale medico rende necessaria una trasformazione del modello di assistenza. Questo è il tema del Convegno di oggi in Senato, su iniziativa del senatore Guido Quintino Liris, “Connessi. La digitalizzazione nella sanità delle aree interne e nelle comunità montane”. Un tema questo che è al centro dell’attenzione dell’Intergruppo parlamentare sulla Prevenzione e le emergenze sanitarie nelle aree interne, di cui Liris è Presidente, impegnato nell’individuare soluzioni mirate a garantire il diritto alla salute nelle zone più svantaggiate del nostro Paese. La transizione digitale rappresenta un’opportunità fondamentale per ridurre le diseguaglianze territoriali e abbattere le liste d’attesa, ottimizzando i percorsi di cura e migliorando la gestione delle risorse sanitarie.

Il Convegno di oggi ha voluto quindi mettere a sistema le migliori esperienze e delineare le prospettive future per un’efficace integrazione delle tecnologie digitali nella sanità territoriale, grazie al contributo di istituzioni, esperti di sanità digitale, rappresentanti delle agenzie sanitarie, con un focus sulle potenzialità della telemedicina, dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme di interoperabilità e l’efficienza dei servizi. La digitalizzazione non è solo un’opportunità, ma una necessità per garantire ai cittadini delle aree più periferiche gli stessi standard di cura disponibili nei grandi centri urbani. Occorre individuare soluzioni concrete e sostenibili per superare le barriere tecnologiche, infrastrutturali e normative che ancora limitano la diffusione degli strumenti digitali in sanità. Un aspetto cruciale sarà l’adeguamento del quadro normativo, su cui il Governo in carica sta lavorando con l’obiettivo di garantire una regolamentazione chiara ed efficace per la sanità digitale.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) pone, infatti, la sanità digitale al centro della sua strategia di rinnovamento del Servizio Sanitario Nazionale. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, per esempio, rappresenta un pilastro essenziale per garantire la continuità assistenziale e migliorare l’efficienza dei percorsi di cura, soprattutto nelle aree più remote.

Parallelamente, la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) ha riconosciuto la necessità di rafforzare i servizi sanitari nelle zone caratterizzate da maggiore isolamento geografico, promuovendo modelli di assistenza innovativi basati sull’integrazione tra ospedale e territorio, sull’utilizzo della telemedicina e sul potenziamento della connettività digitale.

Il Piano Nazionale della Telemedicina, adottato in coerenza con gli obiettivi del PNRR, rappresenta un ulteriore passo avanti nella trasformazione digitale della sanità, delineando un quadro strutturato per l’implementazione di soluzioni come la televisita, il telemonitoraggio e la teleassistenza. Queste tecnologie, supportate dall’intelligenza artificiale e dall’uso dei big data, non solo migliorano la qualità e l’accessibilità delle cure, ma consentono anche una gestione più efficiente delle malattie croniche, particolarmente diffuse tra le popolazioni delle aree interne. Inoltre, il Piano Nazionale della Sanità Digitale 2022-2027 fornisce una visione strategica per l’adozione di soluzioni tecnologiche avanzate nel settore sanitario, con l’obiettivo di superare le barriere geografiche e garantire equità nell’accesso alle cure.

Le sfide delle aree interne

«Il tema delle aree interne mi appartiene, non solo per le deleghe assegnate, ma anche in termini culturali e politici. – dichiara il Ministro per gli affari europei, le politiche di coesione, Tommaso Foti – Nelle prossime settimane porterò in Consiglio dei Ministri un’informativa sul Piano Strategico delle Aree Interne. Le principali sfide che interessano le aree interne attengono alla salute, all’istruzione e ai trasporti. In particolare, per garantire un sistema sanitario moderno, è indispensabile disporre di reti digitali solide e adeguate, soprattutto in questi territori. Per questo motivo, il PNRR ha previsto una strategia per la banda ultralarga, con l’obiettivo prioritario di coprire le aree non servite. Il Programma di Connessioni Internet Veloci, con un investimento di 5 miliardi di euro, rappresenta un passo fondamentale in questa direzione. A questo si aggiunge il Piano “Sanità Connessa”, che, con 335 milioni di euro, prevede l’attivazione di oltre 9.000 strutture sanitarie, di cui 4.300 già in fase di attivazione. È bene poi ricordare l’importanza delle Case di Comunità, degli Ospedali di Comunità e delle Centrali Operative Territoriali. Entro giugno 2026, inoltre, verrà attivato per tutte le Regioni l’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico, migliorando la gestione delle informazioni sanitarie. Grande attenzione è stata dedicata anche alla telemedicina, con un investimento di 1,5 miliardi di euro che consentirà di assistere 300.000 pazienti a distanza, garantendo cure più accessibili. Infine, sono stati finanziati interventi per il potenziamento e l’efficientamento di 900 farmacie rurali, presidi fondamentali per garantire servizi sanitari di prossimità nelle aree interne. È evidente come il PNRR e, soprattutto, il governo Meloni, abbiano posto e continuino a porre un’attenzione concreta e mirata alle esigenze di questi territori, con interventi strutturali che ne rafforzano il futuro».

«Il Governo Meloni è impegnato a colmare le disparità tra i territori per garantire ai cittadini un accesso equo ai servizi, indipendentemente dalla loro posizione geografica. – dichiara il Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Lucia Albano – Per combattere il declino demografico che stanno attraversando le aree interne, è fondamentale assicurare la presenza di servizi e infrastrutture adeguati: scuole, presidi strategici, abitazioni sicure e combinate a servizi legati al terzo settore e al digitale, come la telemedicina. Il digitale rappresenta un’enorme opportunità per ridurre le disuguaglianze tra territori e deve essere sfruttato appieno». 

La digitalizzazione della sanità

«La digitalizzazione della sanità è fondamentale per garantire un accesso alle cure equo e veloce. – dichiara il Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Alessio Butti – Con il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, il Piano Sanità Connessa e gli investimenti del PNRR, il Governo sta costruendo un modello sanitario più efficiente e vicino ai cittadini. Anche l’Unione Europea ha certificato i nostri progressi nell’ultimo Digital Decade Report, dove l’Italia ha ottenuto un punteggio di 82,7 per cento in ambito e-Health, passando dal quintultimo posto al podio dei grandi paesi europei in un solo anno».

«L’Italia vanta un Servizio Sanitario Nazionale universalistico, istituito con la legge 833 del 1978, ma il contesto attuale impone una revisione strutturale. – dichiara il Sottosegretario di Stato al Ministero della salute Marcello Gemmato – Oggi, l’80 per cento della spesa sanitaria è destinato alla gestione delle malattie croniche non trasmissibili, mentre la natalità è ai minimi storici (1,24 figli per donna), con un conseguente aumento dell’età media della popolazione. Per affrontare queste sfide, il Fondo Sanitario Nazionale ha raggiunto i 136,5 miliardi di euro nel 2025, ma il solo aumento delle risorse non è sufficiente se non accompagnato da un ripensamento del nostro SSN attraverso nuovi modelli organizzativi. Il PNRR sta accelerando questa trasformazione, con l’80 per cento delle nuove strutture territoriali – Case e Ospedali di Comunità e Centrali Operative Territoriali – già avviate per rafforzare la medicina di prossimità e ridurre il sovraccarico ospedaliero. La sostenibilità deve essere il principio guida: investire in prevenzione, innovazione e digitalizzazione è essenziale per garantire un SSN efficiente e accessibile a tutti. Il futuro della sanità italiana passa da un sistema più vicino ai cittadini e capace di rispondere alle nuove esigenze della popolazione, soprattutto le più fragili e anziane residenti nelle zone interne e montane della nostra penisola».

«La digitalizzazione della sanità rappresenta una sfida cruciale per garantire servizi efficienti e accessibili nelle aree interne e nelle comunità montane. – dichiara Guido Quintino Liris, Presidente dell’Intergruppo parlamentare sulla prevenzione e le emergenze sanitarie nelle aree interne, Membro della 5ª Commissione permanente (Bilancio) – Con il convegno ‘CONNESSI’ vogliamo porre l’attenzione sulle soluzioni concrete che Governo e Parlamento stanno promuovendo per superare il digital divide e rafforzare l’assistenza territoriale, mettendo la tecnologia al servizio delle persone. L’Italia ha storicamente dimostrato una straordinaria capacità di trasformare le sfide in opportunità e, oggi più che mai, la nostra azione politica deve essere orientata su innovazione e resilienza per costruire le solide basi di un sistema sanitario sempre più giusto, performante ed efficiente. In questo contesto la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) rappresenta lo strumento principale per promuovere lo sviluppo e la coesione di questi territori, unitamente alle linee a ciò dedicate del PNRR. Tuttavia, ad oggi, in Italia non esiste una “Giornata Nazionale delle Aree Interne” ufficialmente riconosciuta che celebri l’unicità di questi territori e ne valorizzi il ruolo strategico. Per questo motivo ho deciso di depositare in Senato un Disegno di legge sulla Istituzione della Giornata nazionale delle aree interne e dei piccoli comuni montani. Abbiamo bisogno di uno strumento simbolico, ma concreto, per accendere i riflettori su una parte d’Italia geograficamente marginale ma di preminente interesse. Vogliamo dare voce alle esigenze delle comunità locali e costruire un futuro in cui le aree interne possano esprimere appieno il loro potenziale. Il nostro impegno è chiaro: nessuno deve essere lasciato indietro».

Necessario un approccio innovativo

Per Fabrizio d’Alba, Presidente di Federsanità e Dg dell’AOU Policlinico Umberto I di Roma, «occorre un approccio innovativo per rispondere ai bisogni di salute delle comunità nelle aree interne del nostro Paese. Lo sviluppo del digitale rappresenta la sfida cruciale se guardiamo a quei territori in termini di disparità di accesso e competenze. Colmare il divario digitale è fondamentale non solo per garantire in ogni territorio un accesso equo alle tecnologie, ma anche per promuovere una sanità più efficiente e personalizzata. È necessario adottare politiche sanitarie inclusive che tengano conto delle diverse esigenze, migliorando così l’equità nell’accesso alle cure e l’efficacia dei risultati sanitari. Costruire un ecosistema sanitario digitale inclusivo,  non è solo un imperativo etico, ma rimane una priorità strategica per il futuro della salute pubblica in Italia soprattutto nelle aree più fragili del nostro territorio in termini di accessibilità ai servizi e connessione alle reti di assistenza».

«Solo attraverso un nuovo “ingaggio” dei professionisti potremmo attuare – ha aggiunto d’Alba – un vero cambiamento e superare forme di resistenza. Determinante, in questo contesto, l’attuazione di modelli partecipativi e di comunicazione che rendano i cittadini protagonisti dei cambiamenti che riguardano il miglioramento, in termini di prossimità, dei servizi a tutela della propria salute. Mettere a terra gli obbiettivi del DM77 significa attuare e rendere operative soluzioni concrete ed efficaci soprattutto nelle aree interne, come sta avvenendo in molte Aziende sanitarie attraverso, ad esempio, i punti di facilitazione digitale dove i cittadini possono ricevere supporto e, soprattutto formazione, sull’utilizzo degli strumenti necessari per poter usufruire dei servizi sanitari online», ha concluso il Presidente di Federsanità.

Appello di 7 associazioni su payback: TAR blocchi il pregresso e Governo lo cancelli

Il TAR del Lazio dichiari illegittimo il payback 2015-2018 per dare un futuro alle imprese dei dispositivi medici del Paese e dare tempo al Governo di cancellare la norma. Questo l’appello univoco di Aforp, Confapi salute università ricerca, Confimi Industria Sanità, Confindustria dispositivi medici, Conflavoro PMI Sanità, Coordinamento filiera, Fifo Confcommercio, in vista dell’udienza del TAR sul payback prevista per oggi.

Le oltre 1.800 imprese dei dispositivi medici che hanno fatto ricorso per il payback 2015-2018, dopo la sentenza della Corte costituzionale, ricorrono nuovamente al TAR per sottolineare che la norma, da una parte, viola la normativa europea in materia di appalti pubblici, e dall’altra, è illegittima perché ha fissato nel 2019 dei tetti di spesa sulle annualità 2015-2018 in ritardo e con effetti retroattivi.

«Questa è l’ultima vera occasione – hanno dichiarato le 7 sigle di rappresentanza – per bloccare un meccanismo assurdo che farà morire un comparto fatto di innovazione, ricerca e sviluppo di prodotti che salvano e migliorano la qualità della vita degli italiani. Se le piccole e media imprese saranno costrette a chiudere o ridurre drasticamente le attività, le grandi imprese saranno costrette a ritirare i propri investimenti in Italia e a spostarli in altri paesi più attrattivi con un impoverimento della ricchezza, dell’occupazione e del Pil del nostro territorio. Tutte le imprese, già vessate dalla tassa dello 0,75% sul fatturato, dai costi esorbitanti dell’energia e dall’incubo dazi Usa, con l’ulteriore peso del payback potranno non riuscire a garantire le forniture di dispositivi medici agli ospedali con danni irreparabili per la Sanità, i cittadini e gli operatori sanitari».

Cybersicurezza e sanità: proteggere i dati per tutelare la salute

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La trasformazione digitale ha rivoluzionato il settore sanitario, rendendo i dati un elemento chiave per migliorare l’assistenza ai pazienti. Tuttavia, la crescente quantità di informazioni sensibili conservate nei sistemi informatici delle strutture sanitarie rende il settore un bersaglio privilegiato per gli attacchi informatici.

Scade in questi giorni, il 28 febbraio, un primo importante appuntamento per l’applicazione della Direttiva NIS2 (Network and Information Security 2), un aggiornamento della precedente Direttiva NIS del 2016, ideata dall’Unione Europea per rafforzare la sicurezza informatica a livello europeo. Entro questa data i soggetti che operano in uno dei settori chiave (Energia, Trasporti, Sanitario, Acqua potabile e molti altri) devono completare la registrazione alla piattaforma NIS.

Entro il 28 febbraio i soggetti che operano in Energia, Trasporti, Sanitario, Acqua potabile devono registrarsi alla piattaforma NIS

Per informare e sensibilizzare i soggetti interessati, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) ha organizzato un tour in diverse regioni italiane. TrendSanità ha intervistato Nunzia Ciardi, Vice Direttore generale di ACN, in occasione della tappa piemontese, nel corso del convegno “La minaccia cibernetica al settore sanitario”, co-organizzato da ACN e dalla Regione Piemonte, rappresentata dal Presidente Alberto Cirio e dall’Assessore alla Sanità, Federico Riboldi. L’obiettivo dell’evento è stato sensibilizzare in particolare dirigenti delle strutture sanitarie sul tema della cybersicurezza, fornendo strumenti utili e diffondendo le linee guida operative specifiche per la sanità redatte da ACN.

Le principali criticità della cybersicurezza in sanità

«Le aziende sanitarie devono attenersi scrupolosamente ai criteri e alle linee guida in materia di cybersicurezza adottati a livello internazionale», ha sottolineato Ciardi. «In questo contesto, l’Agenzia sta fornendo specifiche indicazioni, presentate in diversi incontri regionali, con l’obiettivo di supportare le strutture sanitarie nell’implementazione di misure di sicurezza efficaci».

L’interconnessione dei sistemi sanitari e le infrastrutture obsolete aumentano la vulnerabilità del settore

Un aspetto cruciale riguarda la formazione e la consapevolezza del personale. «Spesso, il punto di vulnerabilità più critico è rappresentato dal comportamento inconsapevole dei dipendenti. La mancata osservanza delle procedure di sicurezza può infatti compromettere anche ingenti investimenti finalizzati alla protezione dei sistemi informatici», ha aggiunto Ciardi.

Un settore particolarmente esposto

Nunzia Ciardi
Nunzia Ciardi

La complessità e l’interconnessione dei sistemi sanitari, unita alla presenza di infrastrutture obsolete, accresce la vulnerabilità complessiva del settore. «A complicare ulteriormente il quadro vi è la natura stessa dell’ecosistema sanitario digitale, caratterizzato da un’estrema varietà e interconnessione tra sistemi, alcuni dei quali obsoleti e difficilmente aggiornabili senza interrompere i servizi essenziali», ha spiegato Ciardi.

Un altro fattore critico è la carenza di professionisti specializzati in cybersicurezza. «L’ACN sta cercando di colmare questo gap attraverso collaborazioni con università e istituti di formazione, orientando i giovani verso percorsi professionali sempre più richiesti dal mercato, ma attualmente insufficienti rispetto alle necessità», ha detto Ciardi.

Al contempo, è fondamentale rendere l’applicazione delle misure di sicurezza più agevole per gli operatori sanitari, senza aggravare il loro già elevato carico di lavoro. «La sicurezza informatica, pur essendo essenziale, non deve risultare un ostacolo operativo», ha sottolineato Ciardi «Ad esempio, recenti studi evidenziano che un medico o un infermiere accede in media 80 volte al giorno ai sistemi informatici, spesso per la gestione di pronto soccorso affollati. In questi contesti, l’adozione di strumenti più innovativi, come un riconoscimento biometrico, potrebbe rappresentare una soluzione più efficace rispetto all’uso ripetuto di password complesse, il cui inserimento manuale può indurre a pratiche rischiose, come la condivisione non autorizzata delle credenziali».

L’impatto degli attacchi informatici sulla sanità

Il rischio informatico nella sanità è determinato da una combinazione di fattori. «Da un lato, la natura sensibile dei dati sanitari li rende un obiettivo particolarmente appetibile per i cybercriminali (basti pensare che sul dark web una carta di credito rubata può valere fino a 30 dollari, mentre una cartella clinica completa può arrivare a 1.000 dollari). Dall’altro, la complessità e l’interconnessione dei sistemi sanitari aumenta le vulnerabilità complessive», ha evidenziato Ciardi.

La sicurezza informatica, pur essendo essenziale, non deve risultare un ostacolo operativo

Secondo le recenti statistiche, entro il 2025 il volume complessivo di dati prodotti raddoppierà ogni 24 ore, ponendo una sfida senza precedenti alla cybersicurezza. Gli attacchi informatici contro le infrastrutture sanitarie non sono una minaccia teorica, ma una realtà concreta. «Negli Stati Uniti, nel 2023, un attacco ransomware ha colpito 149 ospedali contemporaneamente in 19 Stati, compromettendo i dati di 5 milioni di cittadini. Tutto questo è stato possibile per una semplice negligenza: una coppia di username e password compromessa e mai aggiornata, senza protezione a doppio fattore», ha raccontato Ciardi. «Ma non è solo un problema di privacy teorica: è una questione di vita o di morte. Uno studio dell’Università del Minnesota ha dimostrato che durante un attacco ransomware, la mortalità nei ricoverati aumenta dal 35% al 41%».

Le strategie di difesa: il ruolo dell’ACN e l’esperienza del Piemonte

Le strategie di difesa dell’ACN si articolano su tre livelli per proteggere le strutture sanitarie da minacce sempre più rilevanti. Il primo livello riguarda la prevenzione e il monitoraggio delle minacce, con l’obiettivo di intercettare precocemente gli attacchi e avvisare le strutture sanitarie, permettendo loro di adottare le necessarie contromisure. Il secondo livello si concentra sul supporto nel ripristino dei servizi: in caso di attacco, l’ACN interviene per garantire la continuità operativa e ristabilire i servizi essenziali nel minor tempo possibile. Il terzo livello è dedicato alla formazione e allo sviluppo di competenze specialistiche, un aspetto cruciale data la carenza di esperti in cybersicurezza.

La tappa torinese del tour ACN si è conclusa con un tavolo tecnico che ha coinvolto esperti di cybersicurezza e rappresentanti delle istituzioni sanitarie piemontesi: Roberto Caramia (Capo delle operazioni CSIRT Italia), Antonino Ruggeri (Responsabile del Controllo di gestione, sistemi informativi logistica sanitaria e coordinamenti acquisti, Regione Piemonte), Simona Iaropoli (Azienda Zero Piemonte), Francesco Pensalfini (Responsabile SC Tecnologie, ASL Città di Torino), Pier Paolo Gruero (Responsabile FO Cybersecurity, CISO, CSI Piemonte) ed Enzo Veiluva (Area Privacy e DPO aziedale CSI-Piemonte).

Proteggere i dati sanitari significa proteggere la salute e la sicurezza dei cittadini

Particolare attenzione è stata data alla gestione e segnalazione degli incidenti, alla luce di due attacchi informatici che hanno colpito negli anni scorsi la ASL Città di Torino e l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Alessandria, e che sono stati analizzati anche come esempio di scuola per la capacità di reazione e gestione tempestiva messa in campo dalle strutture piemontesi affiancate dai tecnici di CSIRT Italia (Computer Security Incident Response Team) e ACN.

Cybersicurezza come priorità per il futuro

Proteggere i dati sanitari significa proteggere la salute e la sicurezza dei cittadini. L’aumento degli attacchi informatici richiede una risposta forte e coordinata, che coinvolga istituzioni, strutture sanitarie e operatori del settore. Investire in tecnologie sicure, promuovere la formazione di esperti e sensibilizzare il personale sanitario sull’importanza della cybersicurezza sono passi fondamentali per garantire un sistema sanitario più resiliente e sicuro.