La diagnosi di una patologia reumatologica può mettere seriamente in crisi una relazione affettiva e sentimentale. Sono infatti quasi 6 su 10 (56,6%) le persone affette da una patologia reumatologica che dichiarano di aver avuto qualche o molti problemi con il partner e sono più di uno su 10 (11,7%) coloro che, in seguito alla diagnosi, non hanno più avuto una relazione. Allargando l’analisi alla sfera più intima, c’è quasi l’80% delle persone (79,4%) che hanno avuto qualche o molti problemi nelle relazioni sessuali con il partner.
Fortunatamente però queste problematiche in ambito sentimentale solo in poco meno di un caso su 5 (17,1%) hanno portato ad un allontanamento o addirittura ad una separazione. La sfera delle relazioni affettive con il partner, con il 32,8%, è al terzo posto tra i principali ambiti di cambiamento o modifica del progetto di vita in seguito alla diagnosi di una patologia reumatologica, subito dopo lavoro (71,7%) e sport (38,9%).
Tra le fasce d’età quella che ha avuto più problemi nella relazione con il proprio partner in seguito alla diagnosi della patologia reumatologica è quella degli over 65 (40%). È quanto emerge dai dati dell’indagine “Vivere con una patologia reumatologica”, promossa da APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS in collaborazione con l’istituto di ricerca WeResearch e svolta su un campione nazionale di 1.627 persone tra persone affette da patologie reumatologiche (274), caregiver di persone con malattie reumatologiche (100) e popolazione generale non colpita da queste patologie (1.253). In Italia sono più di 5,5 milioni, quasi il 10% della popolazione nazionale, le persone affette da una delle oltre 150 patologie reumatologiche che rappresentano la seconda principale causa di invalidità in Europa dopo le malattie cardiovascolari.
La diagnosi di una malattia cronica come quella reumatologica sconvolge la vita, sia della persona che ne è affetta, sia dei suoi familiari e dei caregiver. Gli effetti fisici della malattia possono avere, infatti, un impatto emotivo sui rapporti sessuali. Un vero e proprio terremoto esistenziale che può portare molto spesso le persone, siano esse uomini o donne, a trascurare la propria qualità di vita nell’ambito affettivo, relazionale e sessuale.
«Nelle donne giovani affette da una patologia reumatologica, per esempio, è di fondamentale importanza affrontare con il proprio reumatologo l’argomento della gravidanza – spiega Andreina Manfredi, Professore associato di Reumatologia in servizio presso l’AUSL-IRCCS di Reggio Emilia – Sarà infatti importante concordare il momento migliore per approcciarsi a questa esperienza tenendo contro sia della fase di attività della malattia sia delle terapie in corso che andranno modificate o sospese. Oggi possiamo affermare che nessuna patologia reumatologica rappresenta una controindicazione assoluta alla gravidanza, ma nel periodo preconcezionale è fondamentale un “counseling” con il proprio reumatologo per valutare il singolo caso e ricevere le giuste informazioni. Inoltre, a volte, i pazienti riferiscono una certa difficoltà nel riportare correttamente in famiglia il contenuto dei colloqui avvenuti in ambulatorio e questo può generare inutili frustrazioni. Quindi – conclude Manfredi – sia per il tema della gravidanza che per altri temi legati alla sfera affettiva, a volte si può chiedere espressamente al paziente se ha piacere di farsi accompagnare in occasione del controllo, almeno una volta, per condividere alcune informazioni anche con il partner».
«La persona affetta da una patologia reumatologica dev’essere conscia dei propri problemi, individuando da dove essi derivino e cosa si possa fare per riuscire a superarli. Ma anche familiari, genitori, partner, caregiver e figli devono sapere e conoscere questa condizione di vita. Solo in questo modo si potranno allargare le conoscenze e far sì che tutta la società comprenda e rispetti appieno le patologie reumatologiche, anche relativamente alle istanze della sessualità, potendo così vedere queste persone solo come uomini e donne con i loro desideri e le necessità tipici di ogni essere umano», dichiara Antonella Celano, presidente APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS.
Ecco, infine, i 5 consigli stilati dagli esperti di APMARR per aiutare donne e uomini alle prese con una patologia reumatologica a vivere al meglio la sfera affettiva e sessuale:
Comunicazione aperta ed onesta tra i partner su sentimenti e desideri
Educazione e formazione sessuale
Affidarsi a specialisti con percorsi di cura ad hoc
Partecipazione ad iniziative che consentano di acquisire consapevolezza della patologia diagnosticata (per evitare sia di sottovalutarla che di sovrastimare le difficoltà possibili)
Chiedere al partner di partecipare ogni tanto agli incontri con i medici
Giovedì 6 marzo 2025 si celebra la Giornata Europea della Logopedia, promossa dall’Associazione Tecnico Scientifica Federazione Logopedisti Italiani (FLI) nel contesto internazionale dell’European Speech and Language Therapy Association (ESLA). In occasione di questa ricorrenza, la Commissione d’Albo Logopedisti dell’Ordine dei Tecnici Sanitari di Radiologia Medica e delle Professioni Sanitarie Tecniche, della Riabilitazione e della Prevenzione (TSRM e PSTRP) di Milano, Como, Lecco, Lodi, Monza Brianza e Sondrio ricorda lo slogan scelto per il 2025: “Linguaggio e ambiente, insieme vincono”.
La Giornata Europea, infatti, rappresenta una preziosa occasione per riflettere su come il linguaggio e l’ambiente possano influenzarsi a vicenda e su come l’intervento del Logopedista sia essenziale per migliorare la comunicazione e la qualità della vita delle persone.
«Il dialogo tra l’Ordine professionale e l’Associazione Tecnico Scientifica è fondamentale per promuovere e diffondere buone pratiche e per garantire gli elevati standard di professionalità e competenza del Logopedista” dichiara il Presidente dell’Ordine, Diego Catania. “Le ricorrenze come quella di oggi sono un’occasione per riflettere insieme sugli orizzonti di crescita della Professione, a cui l’Istituzione e l’Associazione, con strumenti e ruoli differenti, contribuiscono in sinergia».
«Il tema di quest’anno ci invita ad approfondire l’importanza di un ambiente favorevole per la comunicazione e il linguaggio” commenta la Presidente della Commissione d’Albo Logopedisti di Milano, Alessia Zanini. “Il Logopedista si impegna, da sempre, nella predisposizione di contesti stimolanti, inclusivi e accessibili, affinché si realizzi appieno la cura della Persona, al centro del Codice deontologico di recente approvazione».
Il ruolo della logopedia nella creazione di un ambiente comunicativo favorevole si articola in modalità diverse in base alle fasi della vita. Nel campo dell’età evolutiva, il Logopedista monitora il corretto sviluppo del linguaggio nei bambini, intervenendo precocemente in caso di difficoltà: in questo caso, un ambiente ricco di stimoli, con attività mirate e un’adeguata comunicazione e relazione con le famiglie, è essenziale per favorire l’apprendimento e l’integrazione dei più piccoli.
Nel trattamento dei pazienti adulti, invece, il ruolo di questo Professionista Sanitario è fondamentale nella riabilitazione del linguaggio e della comunicazione in seguito a traumi, malattie o disturbi legati all’età, come l’afasia post-ictus o le disabilità vocali. In tale ottica, un ambiente che promuove la comunicazione rappresenta un incentivo per il recupero e il miglioramento delle abilità linguistiche, creando un contesto che stimola l’autonomia e la partecipazione sociale.
In ambito geriatrico, dove il linguaggio e la comunicazione possono essere compromessi da patologie neurodegenerative come, ad esempio, la malattia di Alzheimer, il ruolo del Logopedista è essenziale per mantenere e potenziare le capacità linguistiche e relazionali: anche qui, un ambiente che rispetti e favorisca l’interazione sociale è cruciale per migliorare la qualità della vita degli anziani, scongiurando l’isolamento.
«Il Logopedista è impegnato a sensibilizzare istituzioni, scuole, famiglie e la comunità sul valore di un ambiente comunicativo inclusivo, che rispetti le diversità e garantisca pari opportunità per tutti – conclude Zanini -. Un linguaggio senza barriere è un diritto, e solo implementando politiche e spazi che favoriscano l’accessibilità e la comunicazione si può garantire il benessere di ciascuno in ogni fase della vita».
Il Servizio Sanitario Nazionale affronta sfide sempre più complesse, tra sottofinanziamento, disuguaglianze regionali e una crescente domanda di salute. In questa intervista per TrendSanità parliamo con Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, delle criticità attuali e delle azioni necessarie per rafforzare l’equità e l’efficacia dell’assistenza sanitaria in Italia, approfondendo le attività e la metodologia della Fondazione.
Evidence for Health: l’integrazione delle migliori evidenze scientifiche nelle decisioni sanitarie è spesso ostacolata da fattori politici ed economici. Quali strumenti o iniziative potrebbero favorire una maggiore evidence-based policy in Italia e rendere le scelte sanitarie più trasparenti ed efficaci?
L’adozione di politiche sanitarie basate sulle evidenze scientifiche è ancora troppo spesso influenzata da interessi politici, economici e corporativi. Per garantire scelte sanitarie più trasparenti ed efficaci, è fondamentale rafforzare il ruolo delle evidenze scientifiche come riferimento imprescindibile per le decisioni di politica sanitaria. Un passo decisivo potrebbe essere l’istituzione di un ente nazionale indipendente per la valutazione delle politiche sanitarie, con il compito di analizzare in modo imparziale efficacia, sicurezza e sostenibilità delle misure adottate.
L’adozione di politiche sanitarie basate sulle evidenze scientifiche è ancora troppo spesso influenzata da interessi politici, economici e corporativi
Contestualmente, occorre potenziare la trasparenza nei processi decisionali, attraverso indicatori chiari e misurabili, in grado di verificare l’impatto delle scelte politiche sulla salute pubblica. La diffusione della cultura della medicina basata sulle evidenze tra professionisti sanitari, manager e decisori politici mediante percorsi di formazione continua è essenziale per favorire decisioni rigorose. Infine, una maggiore partecipazione civica, con il coinvolgimento delle associazioni di pazienti e cittadini, può contribuire a promuovere scelte più razionali e basate sui dati.
La salute è influenzata da molteplici determinanti esterni al settore sanitario. In che modo il principio di Health in All Policies potrebbe essere rafforzato in Italia per garantire che tutte le politiche settoriali – dal lavoro all’ambiente, dall’istruzione all’urbanistica – contribuiscano attivamente alla tutela e alla promozione della salute pubblica?
Il principio di Health in All Policies riconosce che la salute pubblica non dipende esclusivamente dal sistema sanitario, ma è fortemente influenzata da determinanti sociali, economici e ambientali. Per renderlo operativo occorre innanzitutto un coordinamento intersettoriale più efficace, affidando al Ministero della Salute un ruolo attivo nelle decisioni che riguardano ambiti chiave come ambiente, sviluppo industriale, lavoro, politiche sociali, istruzione, agricoltura, trasporti. Un passo decisivo sarebbe rendere obbligatoria la Valutazione d’Impatto sulla Salute (VIS) nei processi decisionali strategici, affinché ogni politica pubblica venga valutata anche in termini di effetti sulla salute della popolazione. Parallelamente è essenziale ridurre le disuguaglianze di salute, rafforzando interventi sui determinanti socioeconomici, come il contrasto alla povertà, l’accesso a un’alimentazione sana e il miglioramento della qualità dell’ambiente urbano. Infine, per dare maggiore concretezza al principio Health in All Policies, servirebbe un Piano Nazionale che definisca obiettivi, strategie e responsabilità per integrare la tutela della salute attraverso un approccio intersettoriale.
L’Osservatorio GIMBE svolge un ruolo cruciale nel monitoraggio del servizio sanitario nazionale. Quali sono i criteri con cui vengono selezionate le aree di analisi e in che modo il vostro lavoro può supportare decisioni politiche e gestionali più informate?
L’Osservatorio GIMBE analizza criticità e tendenze del SSN attraverso valutazioni indipendenti basate su dati ed evidenze scientifiche. Le priorità vengono selezionate in base alla loro rilevanza sanitaria, economica e sociale, con particolare attenzione a temi cruciali come il finanziamento pubblico, le liste d’attesa, l’appropriatezza delle cure e le disuguaglianze regionali nell’accesso ai servizi. Più che come una collaborazione diretta con le Istituzioni, il nostro lavoro si sviluppa attraverso un confronto continuo e, quando necessario, anche critico, con l’obiettivo di stimolare il dibattito pubblico e promuovere le riforme necessarie.
Le valutazioni dell’Osservatorio GIMBE si concentrano su temi di rilevanza sanitaria, economica e sociale
Attraverso un monitoraggio rigoroso delle politiche sanitarie, evidenziamo ritardi, inefficienze e scelte non basate su evidenze scientifiche o dati oggettivi, sollecitando azioni tempestive da parte delle Istituzioni. Un esempio concreto è stato il nostro monitoraggio del DL Liste d’Attesa, che ha messo in evidenza i ritardi nell’emanazione dei decreti attuativi portando il tema al centro del dibattito pubblico. Un altro caso rilevante riguarda l’analisi sulla spesa sanitaria privata out-of-pocket, che ha contribuito a sfatare alcuni luoghi comuni e a sottolineare la necessità di una riforma della sanità integrativa. L’Osservatorio GIMBE non si limita a pubblicare dati: rappresenta uno strumento di accountability pubblica, essenziale per valutare criticamente le politiche sanitarie e stimolare interventi concreti a difesa del diritto alla tutela della salute.
L’emergenza pandemica ha accelerato alcune innovazioni nel SSN, dalla digitalizzazione alla riorganizzazione della sanità territoriale. Quali insegnamenti positivi dovrebbero essere consolidati per rendere il sistema sanitario più resiliente ed efficace nel lungo periodo?
L’emergenza pandemica ha accelerato processi di cambiamento che, se consolidati, potrebbero migliorare la resilienza del SSN. Uno degli aspetti più rilevanti è stato il potenziamento della sanità digitale, con strumenti come il Fascicolo Sanitario Elettronico e la telemedicina, che possono migliorare la continuità assistenziale e ridurre gli accessi inappropriati in ospedale. Un’altra lezione riguarda la fragilità della sanità territoriale, il cui rafforzamento è stato previsto dal PNRR tramite una complessa riorganizzazione che prevede Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali e Ospedali di Comunità. Tuttavia, senza un adeguato finanziamento per il personale e un modello organizzativo chiaro, queste strutture rischiano di rimanere cattedrali nel deserto, prive di un impatto concreto nella presa in carico dei pazienti.
Un rilancio del finanziamento pubblico e riforme coraggiose sono indispensabili per rispondere alla crescente domanda di salute e salvaguardare il SSN
La pandemia ha inoltre evidenziato l’importanza della sorveglianza epidemiologica e della gestione delle emergenze sanitarie, aspetti che richiedono investimenti strutturali per rendere il Paese pronto ad affrontare future crisi sanitarie. In questo contesto, il nuovo Piano Pandemico riconosce la centralità di strumenti come i vaccini e il lockdown, smontando le narrazioni populiste di alcuni esponenti di maggioranza e ribadendo la necessità di un approccio flessibile basato sull’evoluzione delle evidenze scientifiche. Tuttavia, per evitare errori del passato, è fondamentale che queste misure vengano pianificate con largo anticipo, supportate da modelli previsionali affidabili e comunicate con trasparenza alla popolazione. Solo così sarà possibile trovare il giusto equilibrio tra tutela della salute pubblica ed esigenze sociali ed economiche, evitando decisioni improvvisate che potrebbero compromettere la risposta alle emergenze future.
Alla luce delle attuali criticità del Servizio Sanitario Nazionale, quali interventi ritiene più urgenti per garantirne la sostenibilità a medio-lungo termine, assicurando al contempo equità di accesso e qualità delle cure?
Serve un rilancio consistente e progressivo del finanziamento pubblico accompagnato da coraggiose riforme di sistema. Senza un adeguato rifinanziamento, qualsiasi intervento sarà insufficiente a rispondere alla crescente domanda di salute e al progressivo deterioramento della sanità pubblica. Un’azione prioritaria riguarda la fuga del personale sanitario, che sta mettendo in crisi l’intero sistema. Parallelamente occorre riformare i meccanismi di accesso alle cure, garantendo tempi certi per visite ed esami diagnostici e rafforzando la rete dei servizi di prossimità, così da evitare ai cittadini di doversi rivolgere alla sanità privata per ottenere prestazioni essenziali. Tuttavia le misure finora adottate sono frammentarie e prive di una strategia di medio-lungo periodo.
Ospedali e strutture sanitarie hanno un impatto ambientale significativo: consumano enormi quantità di energia, producono tonnellate di rifiuti e contribuiscono alle emissioni globali di gas serra. Un settore che cura la salute, ma che rischia di compromettere quella del pianeta. Per invertire questa tendenza, è nato CARING NATURE (ClimAte neutRal INitiatives for GrowiNg heAlTh and care Unmet Requirements), un ambizioso progetto europeo finanziato dall’Unione Europea, che punta a rendere gli ospedali più sostenibili riducendo le emissioni di gas serra da parte delle strutture ospedaliere. L’iniziativa coinvolge 19 partner scientifici e tecnici di 11 Paesi europei, tra cui ospedali, università e aziende innovative, con un obiettivo chiaro: abbattere le emissioni del comparto sanitario e sviluppare soluzioni concrete per una sanità a impatto zero.
I dati dicono che il settore della sanità è responsabile del 4-5% delle emissioni totali di gas serra e le stime da qui al 2050 prevedono un importante aumento delle emissioni provenienti dall’ambito healthcare. Le emissioni potrebbero triplicare se non si interviene il prima possibile come evidenziato dall’inchiesta realizzata dalla nostra testata in quattro ospedali italiani con l’obiettivo di comprendere la propensione alla sostenibilità ambientale del comparto sanitario.
TrendSanità ha incontrato Daniele Gui, responsabile scientifico del progetto, professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e già direttore della Chirurgia d’urgenza della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma.
Daniele Gui
Professore, quali sono gli obiettivi di questa iniziativa e quanto tempo durerà?
«L’obiettivo primario del progetto è quello di rendere più sostenibile, da un punto di vista ambientale, il sistema sanitario andando a contenere l’impatto delle strutture ospedaliere riducendo i consumi di energia e le emissioni di anidride carbonica. Per farlo è necessario adottare delle strategie che consentano agli ospedali di svolgere il loro ruolo primario di cura dei pazienti con un’attenzione rivolta però anche alla salvaguardia dell’ambiente. Il progetto, partito lo scorso anno, avrà una durata complessiva di tre anni e vede il coinvolgimento di differenti realtà la cui azione sinergica può portare al raggiungimento di traguardi comuni nell’interesse del bene collettivo»
Voi avete individuato 10 azioni strategiche finalizzate a ridurre le emissioni di carbonio e l’inquinamento da parte degli ospedali: può descrivere le principali?
«Un aspetto importante è certamente la gestione dei rifiuti ospedalieri che, da prassi, vengono trattati come rifiuti speciali in quanto ritenuti potenzialmente pericolosi perché contaminati da materiale organico. In qualità di rifiuti speciali vengono gestiti diversamente dai normali rifiuti con conseguente aumento dei costi anche a causa dei trasferimenti necessari per spostare il suddetto materiale nelle apposite discariche. La nostra idea è quella di adattare all’uso ospedaliero delle tecnologie che consentano non solo di riciclare i suddetti rifiuti, per esempio carta o plastica, che potrebbero non ricadere nella definizione di “rifiuto speciale”, ma anche di trattare i rifiuti non riciclabili mediante un piccolo impianto chiamato “sterilizzatore” e poi ricavandone energia con un secondo impianto chiamato “pirolisi”. Tale procedimento prevede il trattamento dei rifiuti nella sede stessa dell’ospedale evitando i trasferimenti di materiale sopra descritti. Un’altra azione strategica proposta nell’ambito di CARING NATURE riguarda la gestione e monitoraggio dei sistemi di illuminazione, di raffreddamento e di riscaldamento degli ambienti attraverso l’installazione di sensori distribuiti all’interno dell’ospedale unitamente a un’analisi, guidata dall’intelligenza artificiale, dei comportamenti atta a ottimizzare l’impiego dell’energia.
La gestione dei rifiuti ospedalieri e la progettazione delle strutture sono tra gli aspetti più importanti
Altro aspetto rilevante riguarda la progettazione dell’edificio ospedaliero che tenga conto del risparmio energetico sia nella fase di costruzione sia nel caso di interventi di ristrutturazione o ammodernamento delle strutture. L’obiettivo è quello di arrivare a costruire o a ristrutturare strutture in maniera tale da renderle più efficienti dal punto di vista del risparmio energetico nel lungo periodo. Tali obiettivi possono essere perseguiti seguendo criteri di architettura specialistica proposti da due dei partner aderenti a CARING NATURE che si occuperà di avanzare delle proposte concrete a chi sarà incaricato di costruire ex novo o ristrutturare ospedali già esistenti.
Altra azione strategica che abbiamo individuato è la sensibilizzazione ed educazione del personale sanitario. È fondamentale creare dei gruppi di lavoro che siano preparati rispetto al tema del risparmio energetico, della gestione dei rifiuti, ottimizzazione delle risorse e, più in generale, rispetto ai temi della sostenibilità ambientale. A questo riguardo è importante sottolineare il doppio significato del nome del progetto, da un alto “aver cura della natura che ci circonda” ma anche “avere una natura disposta alla cura”. In quest’ottica, il personale sanitario dovrebbe avere a cuore il benessere del paziente ma, nel contempo, anche la tutela della natura in cui vive»
La telemedicina può avere un ruolo nel promuovere la sostenibilità delle strutture ospedaliere?
«Certamente sì. Basti pensare al risparmio di carburante che si può ottenere quanto il paziente, anziché recarsi in ospedale, rimane a casa sua. Se parte dell’attività ambulatoriale fosse condotta da remoto, si potrebbero ridurre i tempi di attesa, i problemi di parcheggio e di disponibilità degli spazi. Il progetto CARING NATURE prevede un’iniziativa in ambito pediatrico: alla famiglia del piccolo assistito viene consegnato uno strumento, che verrà posto sul bambino dalla mamma o dal papà, che consente al medico in teleconferenza di monitorare a distanza alcuni parametri come il suono polmonare, lo stato di salute di alcuni distretti corporei come la gola e l’orecchio, sedi preferenziali di numerose e frequenti infezioni pediatriche.
La telemedicina è centrale per promuovere la sostenibilità in sanità
Un’altra applicazione proposta nell’ambito della telemedicina è rivolta a pazienti ai quali è stata prescritta una riabilitazione fisioterapica da svolgere a casa. I pazienti dimessi possono seguire le istruzioni fornite da un fisioterapista che, stando in ospedale, attraverso l’utilizzo di uno speciale software, può impostare le istruzioni ai suoi pazienti e controllare la corretta esecuzione in autonomia degli esercizi. Il progetto prevede la messa a punto di un “kit di attivazione rapida” per transitare alla telemedicina, che include anche un modello di valutazione dell’impatto sull’ambiente e sulla qualità della vita dei pazienti»
Quali possono essere le criticità legate all’applicazione di strategie atte a rendere più green gli ospedali?
«In ospedale, la priorità è il paziente non certo il risparmio energetico o la riduzione delle emissioni, soprattutto nelle situazioni di carattere emergenziale. L’obiettivo primario è quello di far sì che il paziente sia curato al meglio, senza badare a spese, e possa trovarsi in una condizione confortevole, al caldo quando fa freddo e al fresco quando fuori le temperature sono molto alte. Tutto questo si traduce in un elevato consumo di energie e di risorse da parte degli operatori e delle strutture ospedaliere stesse. È necessario quindi cambiare la mentalità degli operatori, fare uno sforzo educativo che consenta di sensibilizzare il personale rispetto a questi temi, preservando insieme la qualità della cura e l’ambiente. Una volta che il personale sanitario sarà ben motivato saprà esso stesso avanzare delle proposte concrete anche perché spesso conosce meglio dei dirigenti stessi il contesto nel quale si trova a lavorare. La sfida, lo ripetiamo, è quella di mantenere un buon livello di cura dell’assistito con un’attenzione alla sostenibilità ambientale. Per questo il progetto sviluppa anche un cruscotto decisionale che quantifica questi impatti e consente decisioni di investimento basate sull’evidenza».
In Italia, il settore sanitario fatica ancora ad abbracciare pienamente le politiche green. Per colmare questo gap, Legambiente e Fondazione Ecosistemi hanno dato vita all’Osservatorio Appalti Verdi, uno strumento di monitoraggio che punta a rendere obbligatoria l’applicazione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) negli appalti pubblici e a verificarne l’effettiva attuazione presso amministrazioni e ATS.
Ogni anno, l’Osservatorio pubblica il report “I numeri del Green Public Procurement (GPP) in Italia”, offrendo una fotografia aggiornata del livello di sostenibilità degli acquisti pubblici. TrendSanità aveva già analizzato i dati del Rapporto 2024, e ora è ufficialmente partita la raccolta dati per il monitoraggio 2025. In questo contesto, l’adesione dell’Italia a CARING NATURE rappresenta un segnale concreto di impegno verso una sanità più sostenibile e responsabile.
«Le ragioni della carenza di medici nel nostro Paese sono molteplici: lavoro non valorizzato (i medici accedono alla professione di generalista tramite un corso di formazione e non una scuola di specializzazione universitaria); carico burocratico eccessivo, mancanza di tutele (soprattutto per una professione che vira al femminile) ferie, maternità, malattia, infortunio sul lavoro». Così Pina Onotri, Segretario Generale SMI, commenta lo studio della Fondazione GIMBE sul rischio di estinzione dei medici di medicina generale.
A fronte della mancanza, in tutto il Paese, di oltre 5.500 medici di medicina generale e sempre più cittadini che faticano a trovare un medico di famiglia, soprattutto nelle grandi Regioni, occorrerebbero misure innovative nel campo delle politiche di sostegno alla sanità. La carenza di professionisti medici a seguito della gobba pensionistica, deve avere come ricaduta la giusta valorizzazione ed integrazione aziendale, di questi professionisti, che non possono essere penalizzati, così come lo sono stati negli ultimi anni, da alcune improvvide modifiche apportate e in particolare nelle versioni di ACN del 2009 e a quelle successive.
Per il Segretario Generale è necessario investire da subito sulle risorse umane, sui medici di medicina dell’area convenzionata equiparando i loro stipendi a quelli europei, innalzando le tutele e garantendo maggiori diritti. Sostenere, inoltre, le spese di gestioni degli studi medici, attualmente tutte a carico dei professionisti e prevedere misure di vantaggio per la loro fiscalità. Queste misure potrebbero rappresentare degli incentivi per le nuove generazioni nell’intraprendere la professione in Italia.
Sosteniamo, per queste ragioni, la riapertura dell’area di medicina dei servizi territoriali e le modifiche della 502/92, per la piena integrazione dei medici della medicina dei servizi nelle organizzazioni aziendali, consentendo il raggiungimento delle 38 ore per i titolari e la possibilità di attribuire incarichi a tempo indeterminato, che solo la riapertura dell’ area potrà consentire. Le ipotesi di proposte attualmente in campo, invece, che chiedono ai medici di famiglia di fare attività a quota capitaria nei loro studi e attività oraria nelle Case di Comunità ci appaiono inconciliabili al momento, tenuto conto dei carichi di lavoro di cui i medici di famiglia sono soggetti.
Considerando, infine, il radicale cambiamento nella professione medica che negli anni scorsi era fondamentalmente maschile mentre oggi è prevalentemente femminile e quindi con esigenze diverse per i tempi di conciliazione tra vita e lavoro da un lato e dall’altro, con la necessità di garantire le tutele in tema di malattia, maternità e lavori di cura per le donne medico.
La Parte Pubblica dovrebbe puntare a destinare per i medici di medicina generale finanziamenti per una remunerazione in linea con quelle dei principali paesi europei per il rilancio effettivo della professione di medico di famiglia, unitamente alla scelta, di correttivi contrattuali come l’introduzione del part time, la remunerazione del lavoro straordinario e modalità di lavoro agile in telemedicina.
Organizzato dal Referente AIIC regione Marche, Mosè Carboni, l’evento vede la partecipazione di: Direzione Generale AOU delle Marche, Laura Burattini (Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, Università Politecnica delle Marche), Umberto Nocco (Presidente AIIC) e Alessandro Giommi (Dirigente settore HTA, Tecnologie Biomediche e Sistemi Informativi, Agenzia Regionale Sanitaria). Il relatore sarà Stefano Bergamasco (Direttore Centro Studi AIIC), con la moderazione di Mauro Tiberi (Dirigente Ingegnere Clinico, AOU delle Marche) e Mauro Luciani (Dirigente Ingegnere Clinico, Azienda Sanitaria Territoriale Pesaro Urbino).
L’evento offrirà una panoramica sulle applicazioni dell’IA nel settore sanitario, affrontando anche le sfide normative, in particolare l’AI Act e il regolamento sui dispositivi medici.
Durante la giornata, esperti del settore discuteranno dell’evoluzione regolatoria del software medico, dei rischi etici e delle implicazioni per la governance sanitaria. L’obiettivo è fornire ai partecipanti gli strumenti per sviluppare una consapevolezza critica su questi temi, sensibilizzandoli sulle opportunità e i rischi legati all’AI nel contesto sanitario.
Unite dalla stessa visione, ASSORAM ed ENIA lanciano una collaborazione per approfondire le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nella logistica healthcare.
«Con la Presidente di ENIA Valeria Lazzaroli abbiamo subito concordato sull’esigenza di maggiore chiarezza sugli usi dell’intelligenza artificiale nella logistica healthcare, un ambito molto delicato visti i prodotti e le informazioni che le imprese gestiscono – dichiara Pierluigi Petrone, Presidente di ASSORAM, associazione nazionale che dal 1965 rappresenta la distribuzione di farmaci e prodotti health».
Da questa constatazione nasce la partnership con ENIA – Ente Nazionale per l’Intelligenza Artificiale®, che si inserisce nelle attività dell’Innovation Hub associativo: questo progetto ha l’obiettivo di contribuire alla formazione delle imprese e disegnare un percorso operativo che possa aiutarle a definire i passi da compiere, i relativi obblighi normativi e le figure a cui affidare l’implementazione dell’AI in azienda.
«L’Intelligenza Artificiale rappresenta un’opportunità straordinaria per la logistica healthcare, ma è essenziale acquisire la corretta maturità digitale – sottolinea Valeria Lazzaroli, Presidente di ENIA – Il nostro obiettivo è sensibilizzare le aziende nel comprendere come la valorizzazione del dato sia il presupposto di base per ottenere un asset strategico aziendale ai fini dello sviluppo o l’utilizzo dell’AI. Dunque una fase propedeutica all’interno di framework metodologici definiti che consentano alle PMI di disporre del pieno governo della tecnologia attraverso nuove posture risk based approach. Solo con una visione chiara e un sano pragmatismo riusciremo a far evolvere nuove economie industriali e quindi una tenuta sociale idonea per restituire reale benessere al Paese».
L’AI si è rapidamente affermata come un elemento imprescindibile per migliorare l’efficienza e la sicurezza delle catene di fornitura farmaceutiche, rafforzandone la resilienza grazie all’analisi predittiva.
Le applicazioni nella distribuzione healthcare sono svariate. Il trasporto potrebbe beneficiare dell’analisi delle consegne e dei relativi punti di destino, ottimizzando i carichi e le rotte. La logistica potrebbe efficientare la gestione del magazzinograzie all’integrazione di AI, robotica e software di gestione, come avviene con i carrelli elevatori automatici, che movimentano i prodotti all’interno del magazzino riconoscendone autonomamente le proprietà e la posizione senza aver bisogno di una gestione remota costante.
Inoltre, grazie all’analisi dello stock, degli acquisti programmati e all’analisi previsionale delle tendenze di mercato, l’AI permette di ottimizzare la gestione delle scorte di magazzino.
Tante applicazioni sono previste anche per migliorare la tracciabilità dei prodotti e le comunicazioni in merito con clienti e fornitori. Sono già abbastanza diffuse soluzioni di assistenti virtuali basati sulla AI conversazionale. Questi chatbot possono fornire assistenza e informazioni sullo stato degli ordini, accedendo ai dati di monitoraggio e reportistica. Inoltre integrati all’interno di sistemi di alert riescono a individuare e segnalare un’anomalia ai propri partner commerciali, contribuendo così a velocizzare l’eventuale richiamo di un lotto o di uno specifico prodotto compromesso.
Tante opportunità, ma anche diversi ostacoli. «La filiera healthcare che rappresentiamo è molto evoluta ma con diverse velocità al suo interno. Le associazioni svolgono un ruolo fondamentale nel far crescere il livello di consapevolezza sulle sfide da affrontare», aggiunge il Direttore Generale ASSORAM Mila De Iure.
«Il percorso verso l’integrazione dei sistemi di AI porrà le aziende di fronte a molte sfide: la principale sarà la gestione del dato, dalla sua integrazione alla condivisione tra i diversi attori della filiera. Attualmente le aziende utilizzano sistemi frammentati per garantire la visibilità real time dei prodotti. Ma l’AI si nutre di dati e un uso virtuoso di questa tecnologia, che porti all’effettivo miglioramento dell’intera catena del valore healthcare, avverrà solo se tutte le aziende avranno raggiunto un livello idoneo di implementazione».
I numeri del Rapporto AIFA sul consumo degli antibiotici nel 2023 mostrano come ci sia ancora molto da fare per combattere la pandemia silente dei batteri sempre più resistenti alle terapie farmacologiche. Il Rapporto, in un’ottica One Health e come previsto dal Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza, fornisce, oltre ad un’analisi dettagliata dei consumi di antibiotici in ambito umano, anche un confronto con i consumi in ambito veterinario e delle analisi di correlazione tra i consumi di antibiotici e le resistenze.
Consumi e uso inappropriato
Nel 2023 il consumo complessivo di antibioticiper uso sistemico, pubblico e privato, è stato pari a 22,4 dosi medie giornaliere ogni mille abitanti, con un aumento del 5,4% rispetto al 2022 e una variazione ancor più elevata se si considerano solo gli antibiotici dispensati a livello territoriale (+6,3%). Un andamento in controtendenza rispetto al decremento dei consumi in assistenza convenzionata del 14,4% osservato nel periodo 2013-19, al -23,6% nel biennio 2019-20 e al calo del 4% nel 2021. Anche il consumo di antibiotici per uso non sistemico, ossia locale, che è stato pari a 28 dosi medie giornaliere ogni mille abitanti, ha registrato un aumento del 4,3% rispetto al 2022.
Se a livello quantitativo si registra una inversione di tendenza negativa le cose non vanno meglio sul piano qualitativo, perché contemporaneamente all’incremento dei consumi si rileva un aumento delle prescrizioni delle molecole ad ampio spettro rispetto a quelle a spettro più ristretto, nonostante siano a più alto rischio di generare resistenze microbiche. Con il 54,4% delle prescrizioni riguardante gli antibiotici appartenenti al gruppo “Access”, ossia quelli che dovrebbero essere utilizzati come trattamento di prima o seconda scelta per le infezioni più frequenti per un minor rischio di generare resistenze, l’Italia si colloca infatti ancora ben al di sotto dell’obiettivo del 65% fissato dalla raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea (UE) del 26 aprile 2023. Pur rappresentando una parte minoritaria dei consumi, particolare attenzione è riservata al monitoraggio di quelli in ambito ospedaliero, dove sono in aumento le infezioni correlate all’assistenza sanitaria causate da germi multiresistenti e dove le dosi somministrate ogni 100 giornate di degenza sono state 84, in aumento dell’1,3% rispetto all’anno precedente. Un incremento che si inserisce nell’ambito di un trend comunque negativo, che nel periodo 2019-23 registra un aumento dei consumi a livello nazionale dell’8,8%, in controtendenza rispetto all’obiettivo di una riduzione del 5% nel 2025 sul 2022 indicata dal Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza.
Anche nel 2023 si conferma una forte variabilità regionale, caratterizzata da consumi più elevati al Sud, con 18,9 dosi medie giornaliere ogni mille abitanti acquistate in farmacia in regime di assistenza pubblica, contro le 12,4 del Nord e le 16,4 del Centro. Un andamento disomogeneo dei consumi a livello territoriale, che può essere letto anche come un indice di inappropriatezza prescrittiva, che va però contestualizzato rispetto ai diversi sistemi sanitari regionali, perché la prescrizione a scopo cautelativo degli antibiotici da parte dei medici può trovare una spiegazione anche nelle difficoltà, soprattutto a Sud, di accedere in tempi rapidi alle prestazioni di diagnostica senza le quali è difficile escludere complicanze che richiedano l’uso di questi farmaci.
Stesso discorso per la variazione stagionale dei consumi, nel periodo ottobre-marzo rispetto al periodo aprile-settembre, che è tornata a livelli alti nel biennio 2022-23, con un consumo più alto del 40% nei mesi freddi, mentre nel biennio 2023-2024 ha registrato una nuova riduzione passando a un più 25%. Picchi che fanno presupporre un uso improprio contro sindromi influenzali e parainfluenzali. Ciò è anche confermato dall’analisi contestuale dell’andamento dei consumi di antibiotici e dell’incidenza di sindromi influenzali.
Dal 2022 al 2023 la percentuale di bambini e ragazzi fino a 13 anni che hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici per uso sistemico passa dal 33,7 al 40,9%, percentuale che è del 48% tra gli over 65, con un aumento dell’1,5% rispetto al 2022. In ambito pediatrico i dati mostrano una preferenza per molecole ad ampio spettro nelle Regioni del Centro e del Sud rispetto a quelle del Nord, indice di un problema di inappropriatezza prescrittiva che richiede interventi mirati.
Nel confronto europeo il consumo complessivo di antibiotici a livello territoriale colloca l’Italia al settimo posto tra i Paesi con i maggiori consumi, con livelli superiori alla media europea di oltre il 15%. Stesso discorso per i consumi in ambito ospedaliero, dove l’Italia occupa la sesta posizione in ambito Ue. Le differenze non sono solo relative all’ammontare di antibiotici consumati, ma anche all’appropriatezza prescrittiva: il nostro Paese presenta, infatti, un rapporto del consumo di molecole ad ampio spettro rispetto a quello di molecole a spettro più ristretto molto più elevato rispetto alla media europea (13,6% contro il 5,5%) e in ambito ospedaliero una percentuale più alta del consumo di antibiotici ad ampio spettro o di ultima linea sul totale del consumo in questo setting assistenziale (52,5% contro il 40,15%).
Cresce la resistenza ai farmaci
Dopo una flessione nei consumi e nelle resistenze batteriche nei primi due anni della pandemia, entrambi i valori hanno ripreso a crescere. Così l’Escherichia coli, che genera forme anche sanguinolente di diarrea, è passato da una percentuale di resistenza alle cefalosporine di terza generazione del 23,8% nel 2021 al 26,7% del 2023. Dando seguito alle raccomandazioni EMA circa un uso più limitato dei fluorochinoloni, classe di antibiotici soggetti a resistenza batterica e ad effetti collaterali di una certa entità, i consumi sono scesi dai 70 milioni di dosi del 2018 ai circa 24 del 2023, mentre la resistenza batterica dell’Escherichia coli da circa il 40% è scesa al 34,1%. Sempre alta invece la resistenza alle cefalosporine di terza generazione della Klebsiella pneumonie, che infetta le vie urinarie con una mortalità che arriva alla metà dei casi. La percentuale di casi resistenti è infatti in leggera salita dal 52,7 al 55,2% dal 2018 al 2023. Per il medesimo batterio è stabile negli ultimi tre anni al 50% la resistenza ai fluorochinoloni. Dal 2018 al 2023 è invece risalita dal 20,3 al 26,2% la resistenza ai macrolidi dello streptococco pneumonie, che causa polmoniti, sepsi e meningite.
L’antibiotico-resistenza costa 2,4 miliardi di euro al nostro SSN
«L’antibiotico-resistenza è una pandemia silente, che secondo le ultime stime dell’ECDC non solo provoca 12mila morti l’anno nel nostro Paese, ma genera anche danni economici, che solo sul nostro SSN, secondo le stime della stessa Agenzia europea, impatta per 2,4 miliardi di costo annuo, con 2,7 milioni di posti letto occupati a causa di queste infezioni”, afferma il Presidente di AIFA, Robert Nisticò. “Per questo dinanzi a questa emergenza – prosegue – è necessario un approccio globale, che da un lato promuova un uso consapevole degli antibiotici, anche in ambito veterinario e che dall’altro rafforzi l’azione di prevenzione soprattutto in ambito ospedaliero, dove i batteri resistenti agli antibiotici sono ampiamente più diffusi. Questo – conclude Nisticò – senza trascurare, attraverso incentivi e semplificazioni sul piano regolatorio, la ricerca di nuovi farmaci antimicrobici capaci di aggirare le attuali resistenze».
Attenzione anche all’uso eccessivo degli antiacidi dello stomaco
Ma ad alimentare il fenomeno delle antibiotico-resistenze c’è anche l’uso non sempre appropriato dei medicinali anti-acidi. «L’Italia è il primo Paese europeo nella classifica dei consumi degli inibitori della pompa protonica, utilizzati soprattutto contro il reflusso esofageo. Medicinali – spiega il Direttore tecnico-scientifico di AIFA, Pierluigi Russo – che se utilizzati in eccesso possono alterare la flora microbica intestinale, favorendo la selezione di germi multiresistenti, come il clostridium difficile. Per questo occorre contrastare l’uso fai da te o comunque inappropriato di questa categoria di farmaci, che oltre ad altri effetti collaterali aggrava il problema dell’antimicrobico-resistenza, che rappresenta oggi una grande emergenza di sanità pubblica».
Contro l’antibiotico-resistenza strategico l’uso dei vaccini
«Come ci ricorda l’Organizzazione mondiale della Sanità una delle strategie da utilizzare nel contrasto all’antibiotico-resistenza sono le vaccinazioni. Vaccinandoci– spiega a sua volta Massimo Andreoni, Direttore scientifico della SIMIT (Società italiana Malattie Infettive e Tropicali) – non andiamo incontro alle infezioni respiratorie, per le quali altrimenti si ricorre agli antibiotici, spesso in maniera erronea perché nella maggior parte dei casi sono infezioni virali. Uno studio pubblicato anni fa su Lancet ma sempre attuale – continua Andreoni – stima che solo la copertura universale con il vaccino antipneumococcico coniugato potrebbe prevenire 11,4 milioni di giornate di terapia antibiotica all’anno nei bambini con meno di 5 anni. Una riduzione pari al 47% di antibiotici utilizzati per trattare le polmoniti da streptococco pneumoniae. E stesso discorso vale per la vaccinazione contro il rotarivirus o il virus respiratorio sinciziale. Vaccinarci – conclude Andreoni – ci permette quindi di non prendere in maniera erronea gli antibiotici e di creare all’interno del nostro organismo microrganismi che sono antibiotico-resistenti e che quindi determineranno grandi problemi, se andremo incontro a queste infezioni».
Azione coordinata e interventi mirati per preservare l’efficacia degli antibiotici
«L’antimicrobico-resistenza è una delle sfide sanitarie più urgenti a livello globale, tanto da essere stata al centro del G7 Salute, dove l’Italia, per la prima volta – sottolinea Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della Prevenzione, delle emergenze sanitarie e della ricerca del Ministero della Salute – ha destinato 21 milioni di euro a una partnership internazionale per lo sviluppo di nuovi antibiotici. Per contrastare questa minaccia, il ministero della Salute, sotto la guida del ministro Schillaci, ha potenziato il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) 2022-2025, adottando un approccio One Health per monitorare e prevenire la diffusione di microrganismi resistenti. Con uno stanziamento annuale di 40 milioni di euro, il piano dispone ora di risorse strutturali che ne garantiscono la continuità. Inoltre, la Legge di Bilancio 2025 ha previsto un fondo di 100 milioni di euro per incentivare lo sviluppo e l’accesso a nuovi antibiotici innovativi. Parallelamente, in collaborazione con AIFA, promuoviamo campagne di sensibilizzazione per un uso più responsabile di questi farmaci e rafforziamo le strategie di prevenzione delle infezioni ospedaliere. Solo con un’azione coordinata e interventi mirati possiamo preservare l’efficacia degli antibiotici e proteggere la salute pubblica».
L’obesità, una delle principali sfide per i sistemi sanitari oggi, è un’emergenza globale, che impatta fortemente anche nel nostro Paese: sono 800 milioni le persone nel mondo che convivono con l’obesità, e secondo le stime saranno 1,9 miliardi nel 2035, ovvero una persona su quattro, con un impatto economico stimato di 4,32 trilioni complessivamente sul pianeta a causa di sovrappeso e obesità. L’incremento stimato dell’obesità fra i bambini dal 2020 al 2035 è del 100%. Numeri allarmanti, portati oggi all’attenzione di tutti in occasione della World Obesity Day, che ricorre ogni anno il 4 marzo. L’edizione 2025 della Giornata Mondiale è promossa in Italia dalle società, network, fondazioni e associazioni aderenti e partner della World Obesity Federation quali la Società Italiana dell’Obesità, la Società Italiana di Diabetologia, l’Italian Obesity Network, IBDO Foundation, OPEN Italy, l’Associazione Amici Obesi, in collaborazione con EASO e ECPO, ed è stata presentata oggi in un Convengo al Ministero della Salute. Nel corso dell’evento è stata lanciata una lettera aperta alle Istituzioni per mettere il tema saldamente al centro dell’agenda politica, riconoscere l’obesità pienamente come una malattia e affrontarla come tale con gli strumenti adeguati.
“Cambiare i sistemi, vite più sane” (“Changing systems, healthier lives”) è il tema a cui è dedicata quest’anno la Giornata Mondiale. La World Obesity Day, istituita nel 2015 dalla World Obesity Federation, ricorre in tutto il mondo, coinvolgendo organizzazioni, associazioni e individui, con l’obiettivo ambizioso di invertire la crisi globale dell’obesità. La giornata ha lo scopo di sensibilizzare cittadini e istituzioni e di incoraggiare la prevenzione dell’obesità, evitando discriminazioni, pregiudizi e l’uso di un linguaggio stereotipato e stigmatizzante sulle persone che vivono con l’obesità. L’edizione di quest’anno si focalizza sull’importanza di porre l’accento sui sistemi – e non sulle persone – , che devono cambiare.
L’obesità è un’emergenza che riguarda, come il mondo, anche il nostro Paese. Secondo l’Italian Barometer Obesity Report 2024, pubblicato da IBDO Foundation e basato sui dati ISTAT e ISS, l’11,8% della popolazione adulta italiana soffre di obesità, in aumento rispetto all’11,4% del 2022. Il 36,1% degli adulti è in sovrappeso, con un incremento progressivo negli ultimi dieci anni. L’obesità infantile rimane una questione critica: circa il 19% dei bambini di 8-9 anni è in sovrappeso e il 9,8% è obeso. Questi dati evidenziano una tendenza all’aumento dell’obesità in tutte le fasce d’età, con un impatto più marcato nelle regioni meridionali e nelle aree economicamente più svantaggiate.
In questo contesto negli ultimi anni il Parlamento italiano ha esaminato diverse proposte di legge mirate alla prevenzione e alla cura dell’obesità, tra cui la Proposta di Legge n. 741 (Camera dei Deputati) a firma dell’On. Roberto Pella, Presidente dell’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, che riconosce l’obesità come malattia cronica e la include nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), e che potrebbe rendere presto l’Italia il primo Paese al mondo con una legge specifica sull’obesità. In risposta al quadro allarmante, in termini sia di salute sia di costi sociosanitari, che l’obesità configura nel nostro Paese, l’evento di oggi è stata l’occasione per lanciare una lettera aperta alle Istituzioni, firmata dalle organizzazioni promotrici della Giornata Mondiale in Italia, con l’invito ad affrontare l’emergenza obesità attraverso un impegno concreto per:
– riconoscere l’obesità come malattia cronica e inserirla nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), garantendo un accesso equo alle cure per tutti i pazienti; – dare piena attuazione alla legge sull’obesità, che ne sancisca il riconoscimento come patologia cronica e preveda misure di prevenzione, diagnosi precoce e trattamento; – dare piena attuazione all’obesità nel Piano Nazionale della Cronicità, per garantire un approccio sistematico e coordinato tra i vari livelli dell’assistenza sanitaria; – potenziare la prevenzione attraverso campagne educative nelle scuole, promozione di una corretta alimentazione e incentivazione dell’attività fisica; – migliorare l’accesso alle cure specialistiche, aumentando il numero di centri dedicati alla gestione dell’obesità e rafforzando il ruolo dei medici di famiglia nella diagnosi precoce e nella gestione della malattia; – regolamentare la pubblicità e il consumo di alimenti non salutari, soprattutto nei confronti dei minori, promuovendo scelte alimentari consapevoli; – contrastare lo stigma e le discriminazioni nei confronti delle persone con obesità, attraverso iniziative di sensibilizzazione e campagne informative che promuovano una cultura dell’inclusione e del rispetto; – sostenere la ricerca scientifica per sviluppare nuove strategie di trattamento e prevenzione.
«Riconoscere l’obesità come una vera e propria malattia e affrontarla come una priorità nazionale, a tutti i livelli istituzionali, è il principale contenuto della proposta di legge, a mia prima firma, che é stata approvata in Commissione XII alla Camera dei Deputati, grazie al supporto dei Colleghi e del Presidente Cappellacci. Unitamente a questo provvedimento, nell’ultima legge di Bilancio, in accordo con i Ministri Schillaci e Giorgetti, abbiamo creato e finanziato per tre anni un Fondo per il contrasto a questa malattia. Queste azioni concrete consentiranno all’Italia di diventare il primo paese al mondo con una legge di questo tipo, di essere un’avanguardia e un modello di confronto con gli altri sistemi sociosanitari. Nella trasformazione epocale di tipo demografico, sociale, economico e ambientale, che il mondo sta vivendo, l’epidemia dell’obesità e delle malattie non trasmissibili, insieme all’invecchiamento della popolazione, minaccia seriamente la sostenibilità dei sistemi sanitari e dobbiamo proseguire questo cammino di fattiva collaborazione», dichiara l’On. Roberto Pella, Presidente Intergruppo Parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili.
«La Giornata Mondiale dell’obesità è un’occasione importante per dare voce ai numeri e alle criticità che riguardano questa malattia, e soprattutto per alimentare il dibattito istituzionale sulla necessità di programmare interventi mirati in termini di prevenzione e cura», dichiara la Sen. Daniela Sbrollini, Presidente Intergruppo Parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili e Vice Presidente della 10a Commissione Permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato, «È giunto il momento che la politica si impegni ad attuare gli obiettivi prioritari che riguardano il contrasto a questa malattia. Occorre una forte alleanza tra istituzioni governative, parlamentari, scientifiche, accademiche e persone con obesità per coinvolgere e rendere partecipi tutti della necessità di agire ora e intervenire».
«Il riconoscimento dell’obesità come una malattia cronica è un aspetto fondamentale nel contrasto a questa emergenza, che richiede il pieno supporto da parte della società e della politica – dichiara Andrea Lenzi, Presidente del CNBBSV della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente OPEN Italy – La governance a livello globale, di Paese e città è importante, ma di solito è frammentaria, bloccata in silos, spesso focalizzata sulla scelta individuale e incapace o non disposta a prendere le distanze da una forte influenza commerciale e da obiettivi politici a breve termine, motivo per cui è necessario lavorare insieme per cambiare percorso per una migliore salute umana e planetaria».
«È importante sottolineare che l’obesità rappresenta una vera e propria malattia e non soltanto un fattore di rischio per altre condizioni cliniche, le quali possono peraltro peggiorare un quadro di comorbidità complesso e articolato. Può essere definita come una malattia eterogenea e multifattoriale influenzata da fattori genetici, ambientali e psicologici – dichiara Luca Busetto, Vice-President for the Southern Region of European Association for the Study of Obesity – Occorre considerare l’obesità come una malattia cronica e pensare alla prevenzione e al trattamento dell’obesità al pari delle altre malattie croniche non trasmissibili.
Secondo le stime saranno nel 2035 1,9 miliardi le persone con obesità, ovvero una persona su quattro
Questo implica un miglioramento dell’assistenza per i pazienti che hanno già questa malattia, e richiede, dal punto di vista della prevenzione, degli interventi non più basati solo su delle scelte individuali, ma di tipo sistemico. La responsabilità per la prevenzione ed il trattamento dell’obesità non ricade quindi solo sulle professioni sanitarie, ma coinvolge le istituzioni politiche nazionali e locali, gli amministratori dei sistemi sanitari, le istituzioni educative ad ogni livello, i luoghi di lavoro, i cittadini. È quindi necessario che tutte le figure coinvolte condividano la visione dell’obesità come malattia cronica e parlino un linguaggio condiviso. L’EASO ha quindi proposto una tassonomia dell’obesità in grado di fornire un linguaggio comune su questa malattia e utilizzabile nei molteplici contesti di interesse. L’Italia, in quanto membro del gruppo EASO, è il primo elemento dell’associazione a proporre un adattamento della tassonomia alla lingua nazionale. Con questo progetto, speriamo di incoraggiare i cittadini Italiani all’utilizzo di un linguaggio riguardante l’obesità che, da qui in poi, sarà corretto, rispettoso, e scientificamente accurato, per promuovere la salute e il benessere non solo di chi è affetto da questa malattia, ma di tutti».
«In termini di impatto clinico e di spesa medica per il trattamento anche delle malattie che ne derivano, l’obesità rappresenta una sfida che, se non adeguatamente affrontata, condizionerà le generazioni future con importanti conseguenze negative sul sistema sanitario e sulla nostra società tutta», dichiara Rocco Barazzoni, Presidente della Società Italiana dell’Obesità, «Prevenire l’aumento di peso e il riacquisto di peso sono impegni essenziali per centrare gli obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e per far sì che sia efficace il trattamento dell’obesità. È tempo che la politica ponga questi obiettivi pienamente al centro della sua agenda».
«È giunto il momento di mettere in atto soluzioni di politica sanitaria e di governance clinica che siano in grado di dare risposte concrete alle persone con obesità e soprattutto che coinvolgano e siano disponibili per l’intera popolazione, al fine di aumentare il supporto e diminuire le disuguaglianze di accesso alle cure sul territorio – dichiara Paolo Sbraccia, Presidente IBDO Foundation – Nonostante il crescente riconoscimento come malattia cronica, l’obesità continua a rappresentare una crisi sanitaria globale. La cura dell’obesità richiede lo stesso livello di urgenza riservato alle altre malattie non trasmissibili, per le quali un accesso equo alle cure, la centralità della persona e la presenza di risorse adeguate costituiscono un punto fermo dell’assistenza sanitaria».
«L’obesità rappresenta uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo del diabete di tipo 2 e di numerose altre patologie metaboliche. – dichiara Raffaella Buzzetti, Presidente della Società Italiana di Diabetologia – SID e Presidente FeSDI – Come Società Italiana di Diabetologia riteniamo fondamentale l’approccio integrato alla prevenzione e alla cura dell’obesità, riconoscendola come malattia cronica a tutti gli effetti. È necessario che le istituzioni investano in percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali specifici, inserendo l’obesità nei LEA e garantendo l’accesso alle cure per tutte le persone obese allo scopo di limitare l’insorgenza del diabete e delle sue complicanze e comorbilità. Il legame tra obesità e diabete è strettissimo, ed è per questo che la SID e la FeSDI sostengono con convinzione questa iniziativa e l’adozione di strumenti legislativi adeguati per affrontare questa emergenza sanitaria che impatta fortemente sulla qualità di vita delle persone e sulla sostenibilità dei sistemi sanitari».
«Nel contrasto all’obesità occorre un approccio multidisciplinare, di cui sia parte centrale, accanto alle politiche di prevenzione e agli interventi mirati su alimentazione e sport, anche la lotta allo stigma sociale – dichiara Giuseppe Fatati, Presidente Italian Obesity Network – Occorre far sì che l’obesità sia considerata da parte dei governi, dei sistemi sanitari e delle stesse persone con obesità, come già fatto dalla comunità scientifica, una malattia cronica che richiede una gestione di lungo termine, e non una responsabilità del singolo. Non dobbiamo dimenticare il ruolo che l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo riveste nell’eziopatogenesi dell’obesità. Questo contribuirebbe in modo decisivo a ridurre la disapprovazione sociale e gli episodi di discriminazione verso chi ne è affetto, oltre a incidere sulla prevenzione, sulle cure e sui trattamenti».
«È ora che l’obesità venga considerata una priorità sociosanitaria da tutti gli attori coinvolti, per il presente e il futuro del nostro sistema – dichiara Iris Zani, Presidente Amici Obesi – Il pieno riconoscimento dell’obesità come malattia rappresenta un obiettivo prioritario per il contrasto a questa emergenza che impatta fortemente sulla società e sulle persone. Occorre portare avanti un lavoro comune con un’alleanza tra scienza, istituzioni, pazienti, promuovendo la prevenzione e la lotta allo stigma, ma soprattutto sollecitando affinché la malattia venga inclusa nei LEA per far sì che migliaia di persone in grosse difficoltà possano ricevere un adeguato percorso di cura».
Mancano oltre 5.500 medici di medicina generale (MMG) e sempre più cittadini faticano a trovare un medico di famiglia, soprattutto nelle grandi Regioni. A fronte di migliaia di pensionamenti, il numero di giovani medici che scelgono questa professione continua a diminuire. Con una popolazione sempre più anziana e malata: nel 2023 gli over 65 erano oltre 14,2 milioni, di cui più della metà affetti da due o più malattie croniche. Intanto, la politica propone la dipendenza dei medici di famiglia come soluzione, senza alcuna valutazione d’impatto economico, contributivo, organizzativo e professionale.
Ogni cittadino iscritto al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha diritto a un MMG che permette di accedere a servizi e prestazioni inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Il MMG non è un dipendente del SSN, ma lavora in regime di convenzione con l’Azienda Sanitaria Locale (ASL): il suo rapporto di lavoro è regolato dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN), dagli Accordi Integrativi Regionali e dagli Accordi Attuativi Aziendali, definiti a livello di singola ASL.
«L’allarme sulla carenza dei MMG – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – riguarda ormai tutte le Regioni e affonda le radici in una programmazione inadeguata, che non ha garantito il ricambio generazionale in relazione ai pensionamenti attesi. Negli ultimi anni poi la professione ha perso sempre più attrattività, rendendo oggi spesso difficile per i cittadini trovare un MMG vicino a casa, con conseguenti disagi e rischi per la salute, soprattutto per anziani e persone fragili».
La Fondazione GIMBE ha analizzato dinamiche e criticità normative che regolano l’inserimento dei MMG nel SSN, stimando l’entità della loro carenza nelle Regioni italiane. Tuttavia, precisa Cartabellotta, «è stato possibile effettuare solo una stima media regionale delle carenze, perché la reale necessità di MMG viene determinata dalle singole ASL nei rispettivi ambiti territoriali. Inoltre, i 21 differenti Accordi Integrativi Regionali introducono notevoli variabilità nella distribuzione degli assistiti per MMG, con il rischio di sovra- o sotto-stimare il fabbisogno reale rispetto alle specifiche situazioni locali».
Dinamiche e criticità
Quadro demografico. «I criteri per definire il numero massimo di assistiti per MMG – spiega Cartabellotta – non hanno mai considerato l’evoluzione demografica degli ultimi 40 anni, né oggi tengono presenti le proiezioni per il prossimo decennio». Infatti, la percentuale di residenti di età ≥65 anni è quasi raddoppiata, passando dal 12,9% (7,29 milioni) nel 1984 al 24% (14,18 milioni) nel 2024. Ancora più marcato l’aumento degli over 80, la cui prevalenza è più che triplicata: dal 2,4% (1,4 milioni) del 1984 al 7,7% (4,5 milioni) nel 2024. Questa tendenza è confermata dalle previsioni ISTAT per il 2034, quando gli over 65 rappresenteranno il 29,4% della popolazione (17,04 milioni) e gli over 80 saliranno al 9,1% (5,28 milioni) (figura 1).
Inoltre, l’indagine ISTAT sullo stato di salute della popolazione rileva che, nel 2023, 11,1 milioni di over 65 (77,6%) erano affetti da almeno una malattia cronica, di cui 7,8 milioni (54,5%) con due o più cronicità. «Di conseguenza – commenta il Presidente – il massimale di 1.500 assistiti per MMG, adeguato nel 1984 rispetto alla distribuzione demografica, è ormai divenuto insostenibile. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche richiedono maggiori bisogni clinico-assistenziali e impongono ai MMG un carico di lavoro sempre più elevato, con un impatto negativo sulla qualità dell’assistenza».
Massimale di assistiti. L’ACN fissa a 1.500 il numero massimo di assistiti per MMG, con la possibilità di aumentarlo fino a 1.800 in casi particolari e, tramite deroghe locali, anche oltre (es. fino a 2.000 nella Provincia autonoma di Bolzano). Ulteriori deroghe vengono concesse anche in caso di indisponibilità di MMG o per iscrizioni temporanee (es. extracomunitari senza permesso di soggiorno, non residenti). Parallelamente, alcune condizioni riducono il numero di assistiti per MMG: scelta volontaria di limitare il numero di pazienti, incarichi in altri servizi (es. continuità assistenziale), avvio dell’attività professionale o esercizio della professione in zone disagiate. «Per ciascun MMG – commenta il Presidente – il rapporto tra carico potenziale e reale di assistiti restituisce un quadro molto eterogeneo: accanto a una quota di MMG “ultra-massimalisti” che supera il 50%, ci sono medici con un numero molto basso di iscritti». Secondo i dati 2023 del Ministero della Salute, il 51,7% dei MMG ha più di 1.500 assistiti; il 30,7% tra 1.001 e 1.500 assistiti; il 10,5% da 501 a 1.000; il 5,6% tra 51 e 500 e l’1,5% meno di 51 (figura 2).
In particolare, il massimale di 1.500 assistiti è superato da oltre la metà dei MMG in 10 Regioni: Liguria (50,7%), Friuli Venezia Giulia (52,4%), Piemonte (54,1%), Marche (55,5%), Provincia autonoma di Trento (56,1%), Emilia-Romagna (57,6%), Campania (58,8%), Sardegna (60,6%), Valle d’Aosta (61,1%) e Provincia autonoma di Bolzano (65,1%). La percentuale sale oltre i due terzi in Veneto (68,7%) e sfiora i tre quarti in Lombardia (74%) (figura 3). «Questo livello di sovraccarico – commenta Cartabellotta – riduce il tempo da dedicare ai pazienti, compromettendo la qualità dell’assistenza. Inoltre influisce sulla distribuzione omogenea e capillare sul territorio dei MMG in rapporto alla densità abitativa e limita la possibilità per il cittadino di esercitare il diritto della libera scelta».
Ambiti territoriali carenti. L’ultimo ACN ha innalzato il rapporto ottimale tra medici e popolazione, passando da un MMG ogni 1.000 residenti a uno ogni 1.200. Questo parametro viene utilizzato per individuare le cosiddette “zone carenti”, ovvero le aree dove il numero di medici di famiglia è insufficiente a coprire il fabbisogno della popolazione. «Questa modifica – osserva Cartabellotta – è solo un escamotage per mascherare la carenza, perché si aumenta il numero di cittadini privi di MMG necessario per attivare un bando in un territorio carente».
Pensionamenti. Secondo i dati forniti dalla Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG), tra il 2024 e il 2027 ben 7.345 MMG hanno raggiunto/raggiungeranno il limite di età per la pensione fissato a 70 anni, deroghe a parte. Il numero di pensionamenti varia significativamente tra le Regioni: dagli 11 della Valle D’Aosta ai 1.000 della Campania.
Nuovi MMG. Nel periodo 2014-2017, il numero annuale di borse di studio ministeriali per il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale si è mantenuto intorno a 1.000, un numero largamente insufficiente a coprire il fabbisogno di nuovi MMG rispetto ai pensionamenti attesi. Successivamente, il numero è aumentato sino a 4.362 nel 2021, grazie al sovrapporsi di due finanziamenti straordinari: 3.277 borse stanziate dal DL Calabria (2019-2022) e 2.700 dai fondi del PNRR (2021-2023). Dal 2022, il numero di borse è progressivamente diminuito, stabilizzandosi intorno a 2.600 nel 2023 e nel 2024 (figura 4).
Secondo il Ministero della Salute e i dati forniti dalla Provincia Autonoma di Bolzano, nel 2024 i partecipanti al concorso nazionale sono stati inferiori ai posti disponibili: 2.240 candidati per 2.623 borse, con un gap di 383 posti (-15%). La mancata presentazione di candidati è molto evidente in alcune Regioni: Marche (-68%), Molise (-67%), Provincia autonoma di Bolzano (-57%), Lombardia (-45%), Liguria (-42%), Veneto (-41%) (tabella 1, figura 5).
«Questa spia rossa – commenta Cartabellotta – già accesa da anni in alcune Regioni, da un lato segnala il crescente disinteresse verso la professione di MMG, dall’altro evidenzia gravi criticità in varie Regioni, come Lombardia e Veneto, dove la carenza di MMG è già rilevante».
Trend 2019-2023. I dati SISAC documentano una progressiva riduzione dei MMG in tutte le Regioni, ad eccezione della Provincia autonoma di Bolzano (+1%). Tra il 2019 e il 2023, il numero di MMG è diminuito di 4.749 unità (-12,8%), passando da 42.009 a 37.260. Le differenze regionali sono rilevanti: il calo più marcato si registra in Sardegna (-39%), mentre quello più contenuto nelle Marche (-1,7%) (figura 6).
Numero di assistiti per MMG. Secondo i dati SISAC, al 1° gennaio 2023 i 37.260 MMG avevano in carico quasi 51,2 milioni di assistiti, con una media di 1.374 assistiti per medico e variazioni significative tra Regioni: dai 1.100 del Molise ai 1.548 della Provincia autonoma di Bolzano (figura 7).
«Il quadro reale – precisa Cartabellotta – è ancora più critico di quanto mostrano i numeri. Infatti, con un livello di saturazione così elevato, non solo viene compromesso il principio della libera scelta, ma diventa difficile, se non impossibile, trovare un MMG vicino a casa. Un problema che non riguarda solo le aree desertificate (bassa densità abitativa, aree montane e rurali), dove i bandi vanno spesso deserti, ma anche le grandi città metropolitane».
Stima della carenza di MMG al 1° gennaio 2024. «È possibile stimare – spiega Cartabellotta – solo il fabbisogno medio regionale di MMG in base al numero di assistiti, poiché la carenza in ciascun ambito territoriale viene identificata dalle ASL secondo variabili locali». Per garantire la distribuzione omogenea e capillare rispetto alla densità abitativa, la prossimità degli ambulatori e l’esercizio della libera scelta, la Fondazione GIMBE ha tenuto in considerazione il rapporto ottimale pari a 1 MMG ogni 1.200 assistiti. Sulla base dei dati SISAC al 1° gennaio 2024, la carenza complessiva è stimata in 5.575 MMG, distribuiti in 17 Regioni e Province autonome. Le situazioni più critiche si registrano in quasi tutte le grandi Regioni: Lombardia (-1.525), Veneto (-785), Campania (-652), Emilia Romagna (-536), Piemonte (-431) e Toscana (-345). Non si rilevano, invece, carenze in Basilicata, Molise, Umbria e Sicilia (figura 8). «Ovviamente – commenta il Presidente – trattandosi di stime sulla carenza media regionale, non si può escludere che anche in queste Regioni vi siano aree prive di MMG».
Ricambio generazionale al 2027. Se tutti i MMG andassero in pensione a 70 anni e tutte le borse di studio finanziate tra il 2021 e il 2024 fossero assegnate e completate, nel 2027 le nuove leve coprirebbero i pensionamenti attesi e le carenze rilevate nel 2023. «In realtà – spiega Cartabellotta – questo scenario è poco realistico: sempre più medici si ritirano prima dei 70 anni e, soprattutto, sta aumentando il divario tra borse finanziate e iscritti che completano il ciclo formativo. Un gap legato da un lato alla mancata partecipazione al concorso, con il 15% delle borse non assegnate nel 2024, dall’altro agli abbandoni durante il percorso formativo, che coinvolgono almeno il 20% degli iscritti».
Impatto economico. La quota di spesa sanitaria pubblica destinata all’assistenza medico-generica da convenzione (medici di famiglia, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali) è diminuita dal 6,2% nel 2012 al 5,2% nel 2023. Se la spesa percentuale si fosse mantenuta ai livelli del 2012, negli ultimi 11 anni il personale convenzionato non avrebbe perso € 4,93 miliardi, di cui € 3,49 miliardi tra il 2020 e il 2023. (figura 9).
«Questo trend – spiega Cartabellotta – riflette da un lato la progressiva riduzione del numero dei MMG in attività, dall’altro dimostra come, analogamente al personale dipendente, il sottofinanziamento del SSN sia stato scaricato in larga misura sul personale sanitario».
La riforma
Alla crisi della medicina generale, oggi la politica intende rispondere con una riforma radicale. Governo e Regioni concordano sulla necessità di passare dal rapporto di convenzione a quello di dipendenza per i MMG, con l’obiettivo primario di garantirne la presenza nelle Case di Comunità e negli altri servizi della ASL. «Eppure – spiega Cartabellotta – non è stata condotta alcuna valutazione di impatto che dimostri l’efficacia di questa soluzione: un’analisi approfondita dovrebbe considerare gli effetti economici, contributivi, organizzativi e professionali di una riforma di tale portata».
«Non è stata condotta alcuna valutazione di impatto che dimostri l’efficacia della riforma proposta»
Se da un lato è pienamente condivisibile l’istituzione di una scuola di specializzazione in Medicina Generale, per allinearla alle altre discipline mediche, dall’altro è indispensabile un ripensamento globale del ruolo del MMG nel SSN. Un cambiamento che, al di là della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR, non può essere ridotto alla dicotomia tra dipendenza e convenzione. «Ancor più perché – aggiunge il Presidente – i diretti interessati hanno appreso della riforma solo tramite indiscrezioni di stampa, senza alcun coinvolgimento istituzionale. Un avvio nel peggiore dei modi, che la rende già un fallimento annunciato».
Errori di programmazione e politiche sindacali hanno inizialmente determinato la progressiva carenza di MMG, impedendo di bilanciare pensionamenti attesi e numero di borse di studio. Nel tempo, la professione è diventata sempre meno attrattiva per i giovani, che non solo abbandonano in itinere il corso di formazione, ma sempre più spesso non partecipano nemmeno al bando. In questo contesto, le soluzioni adottate si sono rivelate insufficienti, perché non hanno risolto il problema alla radice: innalzamento dell’età pensionabile a 72 anni, deroghe sull’aumento del massimale, e possibilità per gli iscritti al Corso di Formazione in Medicina Generale di acquisire sino a 1.000 assistiti.
«Il timore – conclude Cartabellotta – è che dalla mancata programmazione il problema si sia spostato sulla scarsa attrattività della professione. Per attuare l’agognata riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR (Case di comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, telemedicina), si punta su un cambiamento tanto radicale quanto poco realistico per colmare la carenza di medici di famiglia. Una riforma così complessa, oltre a richiedere una valutazione d’impatto, necessita di un coinvolgimento diretto delle parti in causa. Nel frattempo, se la professione di MMG continuerà a perdere appeal, il rischio concreto è lasciare milioni di persone senza medico di famiglia, peggiorare la qualità dell’assistenza territoriale e compromettere la salute delle persone, soprattutto dei più anziani e fragili. Oltre, ovviamente, a legittimare il flop della riforma prevista dal PNRR, per la quale abbiamo indebitato le generazioni future».