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Elezioni della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP, vince la lista di Diego Catania

Si sono svolte nelle giornate del 15, 16 e 17 marzo 2025 le elezioni per il Comitato centrale e il Collegio dei Revisori della Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Tsrm e Pstrp) per il quadriennio 2025-2029. I risultati delle votazioni, ufficializzati al termine dello spoglio elettorale, vedono subentrare agli organi direttivi uscenti la lista “Rinnovare e crescere”, guidata da Diego Catania, Presidente dell’Ordine TSRM e PSTRP di Milano, Como, Lecco, Lodi, Monza Brianza e Sondrio. 

«Sono molto soddisfatto dell’ampio consenso registrato e della fiducia riposta in noi, che ci consente di avviare il nostro mandato su basi solide e inclusive – dichiara Catania -. L’architettura multiprofessionale della nostra lista rappresenta una vera e propria dichiarazione di intenti, perché nel corso dei prossimi quattro anni intendiamo dare una importanza centrale alla collaborazione tra tutti i profili afferenti agli Ordini TSRM e PSTRP». 

«Il dialogo, in senso ampio, sarà al cuore del nostro mandato – prosegue il neo-eletto, che si insedierà ufficialmente il prossimo 22 marzo -: dialogo non solo tra le 18 professioni sanitarie, ma anche verso le Istituzioni, le Commissioni di albo nazionali, gli Ordini territoriali, le altre Federazioni nazionali, le Associazioni tecnico scientifiche e la società civile. Ci attiveremo per creare un clima di apertura, coesione e condivisione, dove le questioni di rilievo per le professioni siano affrontate in un’ottica trasversale e collaborativa e le iniziative meritevoli siano valorizzate e promosse, sempre confrontandoci in tempo reale con le altre realtà di riferimento a livello nazionale e regionale. Metteremo in condivisione le nostre prospettive e i nostri punti di forza, facendo della pluralità il valore fondante su cui edificare il pieno riconoscimento delle professioni dell’area sanitaria tecnica, della riabilitazione e della prevenzione». 

«Sono molteplici gli ambiti in cui declineremo la nostra strategia, dalla valorizzazione delle competenze rappresentative per le professioni al riconoscimento di quelle avanzate, dal supporto alla libera professione, dalla promozione delle buone pratiche di sicurezza in sanità alla medicina di genere, passando per lo sviluppo dei percorsi accademici e di ricerca per i professionisti – elenca Catania -. Per raggiungere tali obiettivi, rafforzeremo la presenza nelle sedi istituzionali e la partecipazione alle politiche istituzionali e nazionali, lavorando al contempo sul consolidamento del nostro ruolo sul piano legislativo e sociale. Daremo inoltre un impulso particolare al contrasto dell’esercizio abusivo delle nostre professioni, allo scopo di tutelare i cittadini e di garantire la qualità delle prestazioni erogate». 

«Sono convinto – conclude – che il Servizio sanitario nazionale sia alla vigilia di un profondo cambiamento, che si compirà definitivamente solo con il pieno riconoscimento delle preziose risorse messe in campo dalle professioni sanitarie. Con la vittoria di oggi ci poniamo alla guida di questo rinnovamento, consapevoli della responsabilità e dell’onore di rappresentare oltre 160 mila professionisti sanitari». 

Di seguito l’elenco dei componenti eletti: 

Comitato Centrale

  • Diego Catania
  • Marco Aloisi
  • Nunzio Francesco Ascolese
  • Ombretta Beldì
  • Leonardo Capaccioli
  • Roberto Caruso Olivo
  • Massimiliano Contesini
  • Caterina Di Marco
  • Roberta Famulari
  • Iacopo Negri
  • Vincenza Piraino
  • Alberto Righi
  • Gianluca Signoretti
  • Ciro Signoriello
  • Giuseppe Smeraldi

Collegio dei Revisori

  • Filippo Girlanda
  • Roberta Massa
  • Katia Nardi

La strategia congiunta definisce la direzione dell’EMA e delle agenzie regolatorie dei medicinali dell’UE fino al 2028

L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e la Rete dei Capi delle Agenzie dei Medicinali (HMA) hanno pubblicato la loro strategia congiunta per la rete delle agenzie dei medicinali dell’UE fino al 2028 (EMANS), a seguito della recente adozione da parte dell’HMA e del Consiglio di Amministrazione dell’EMA.

La strategia, intitolata “Cogliere le opportunità in un panorama farmaceutico in evoluzione”, rappresenta un aggiornamento completo della strategia quinquennale sviluppata per il periodo 2021-2025 (EMANS 2025). Questo documento aggiornato guiderà la rete regolatoria europea dei medicinali nei prossimi anni per affrontare le sfide future, tra cui la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie pubbliche e a minacce come la resistenza antimicrobica.

«Sono lieta di presentare la nostra strategia congiunta EMA/HMA fino al 2028 – ha dichiarato Emer Cooke, Direttrice Esecutiva dell’EMA -. Con una nuova legislazione all’orizzonte, ci stiamo preparando per la riforma regolatoria più significativa degli ultimi decenni. In questi tempi incerti, in cui il nostro contesto è in continua evoluzione, dobbiamo essere agili e in grado di anticipare i cambiamenti, nonché affrontare meglio la sicurezza della catena di approvvigionamento. Le innovazioni nello sviluppo dei medicinali, compreso l’uso dell’intelligenza artificiale, richiedono un aggiornamento significativo della nostra strategia di rete affinché possiamo cogliere le opportunità che esse presentano».

Le sei aree di interesse della strategia fino al 2028 si basano su quelle dell’EMANS 2025, ma con un’attenzione maggiore alla competitività dell’UE nello sviluppo e nella produzione di medicinali, nonché all’uso dell’intelligenza artificiale lungo tutto il ciclo di vita dei medicinali. Viene inoltre introdotto l’Approccio “One Health”, riconoscendo che la salute umana, animale e dell’ambiente sono strettamente interconnesse.

Elaborata in un contesto post-pandemico, la strategia trae spunto dall’ampia esperienza acquisita nella gestione della pandemia di COVID-19. Tiene inoltre conto della revisione in corso della legislazione farmaceutica dell’UE, ponendo le basi per la sua attuazione. In definitiva, questa strategia sosterrà il lavoro fondamentale della rete nell’ambito della valutazione e della promozione dello sviluppo di medicinali sicuri ed efficaci, garantendo che questi raggiungano chi ne ha bisogno.

«Con la strategia fino al 2028, il nostro obiettivo è garantire una roadmap trasparente, lungimirante e basata sulla scienza per la gestione delle priorità di salute pubblica della rete – ha dichiarato Maria Lamas, Presidente del Gruppo di Gestione dell’HMA -. Di fronte a un nuovo quadro globale, è fondamentale che le agenzie regolatorie dei medicinali dell’UE contribuiscano alla competitività dell’Unione. Siamo impegnati a catalizzare l’innovazione dei medicinali e la loro produzione, sfruttando ogni opportunità per promuovere la salute pubblica e animale».

Le sei aree strategiche chiave di EMANS

Le aree strategiche della strategia fino al 2028 sono le seguenti:

  • Accessibilità: Facilitare i percorsi di accesso ai medicinali attraverso i sistemi sanitari dell’UE
  • Utilizzo di dati, digitalizzazione e intelligenza artificiale: Migliorare il processo decisionale, ottimizzare i processi e aumentare l’efficienza
  • Scienza regolatoria, innovazione e competitività: Creare un ambiente regolatorio e di ricerca che acceleri la trasformazione dell’innovazione e migliori la competitività del settore sanitario dell’UE
  • Resistenza antimicrobica e altre minacce sanitarie: Preparare l’UE ad affrontare potenziali minacce, inclusa la resistenza antimicrobica
  • Disponibilità e approvvigionamento: Rafforzare la disponibilità dei medicinali per proteggere la salute pubblica e animale
  • Sostenibilità della rete: Garantire che la rete disponga delle risorse necessarie per supportare il processo decisionale scientifico e regolatorio, sfruttando appieno i progressi tecnologici

La strategia è stata sviluppata attraverso un’ampia collaborazione con esperti e stakeholder della rete regolatoria europea dei medicinali. Una consultazione pubblica si è svolta alla fine del 2024, durante la quale sono stati ricevuti 77 contributi da parte del pubblico e degli stakeholder, offrendo preziosi feedback che hanno aiutato a plasmare la strategia. Inoltre, EMA e HMA, in collaborazione con la presidenza polacca dell’UE, hanno organizzato un webinar con gli stakeholder nel febbraio 2025 per perfezionare e finalizzare il testo.

EMA e HMA procederanno ora all’attuazione della strategia attraverso i rispettivi piani di lavoro pluriennali e a livello nazionale. La rete monitorerà la sua attuazione, fornirà aggiornamenti e apporterà eventuali modifiche se necessario.

Il documento finale della strategia è pubblicato insieme a una panoramica dei commenti ricevuti durante la consultazione pubblica.

Riforma accesso a Medicina: SIIARTI, disponibilità a collaborare per orientamento nelle scuole, ma rimangono dubbi sulla qualità formativa

La Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) accoglie con interesse l’approvazione definitiva della riforma dell’accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Medicina Veterinaria e si rende disponibile a collaborare con il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) per l’attuazione delle iniziative di orientamento nelle scuole secondarie superiori.

Uno degli aspetti qualificanti della riforma è proprio l’attività di orientamento, che rappresenta un’opportunità concreta per avvicinare gli studenti alle discipline sanitarie, promuovendo la consapevolezza dell’importanza e il fascino di specialità mediche come l’Anestesia e Rianimazione. SIAARTI ritiene fondamentale sensibilizzare i giovani sulla necessità di coltivare una vocazione verso queste specializzazioni, cruciali per il sistema sanitario e per la gestione delle emergenze ad alta complessità.
«Siamo pronti a offrire il nostro contributo nell’ambito dell’orientamento scolastico, affinché gli studenti possano maturare scelte più informate e motivate verso le professioni sanitarie, in particolare quelle dell’area critica», dichiara Elena Bignami, presidente SIAARTI.

Accanto alle opportunità offerte dalla riforma, permangono tuttavia alcune preoccupazioni. La presidente SIAARTI esprime dubbi sulla capacità delle università di garantire una didattica di qualità e un’adeguata formazione pratica con l’incremento degli studenti ammessi. «Numeri così elevati rischiano di compromettere la qualità della didattica frontale e della formazione pratica nei tirocini, con possibili ripercussioni sul livello di preparazione dei futuri medici e specialisti. Non siamo convinti che questo nuovo assetto organizzativo possa realmente garantire un effettivo diritto allo studio e una formazione equa per tutti, soprattutto per la parte pratica», sottolinea Bignami.

A destare ulteriori timori è il combinato disposto tra questa riforma e le disposizioni del cosiddetto “Decreto Calabria” e dei successivi provvedimenti, che consentono ai medici specializzandi, già dal secondo anno di corso, di partecipare ai concorsi per le assunzioni nelle aziende sanitarie. «Se non si pone un’adeguata attenzione alla qualità della formazione, il rischio è che i giovani medici vedano ridotti non solo gli anni di formazione effettiva, ma anche la loro preparazione a causa del sovraffollamento e della necessità di entrare subito in mondo del lavoro caratterizzato dalla carenza di organico – prosegue la presidente SIAARTI -. Ciò potrebbe avere ripercussioni negative sulla qualità dell’assistenza sanitaria, specialmente nelle discipline ad alta complessità come la nostra».

SIAARTI ritiene che sia il momento di aprire una riflessione più ampia sulla durata del percorso formativo in Medicina e Chirurgia e sulla specializzazione. «Potremmo immaginare un corso di laurea in Medicina ridotto a quattro anni, con un percorso di specializzazione della durata di altri quattro anni: i primi due senza possibilità di assunzione e gli ultimi due con una crescente autonomia professionale – suggerisce Bignami -. Questa potrebbe essere una strada per garantire una formazione più mirata e di qualità, evitando il rischio di medici formati in tempi ridotti ma con competenze non adeguate».

SIAARTI auspica che i decreti legislativi attuativi della riforma tengano conto di queste criticità e si rende disponibile a un confronto costruttivo con le istituzioni per individuare soluzioni che possano coniugare l’aumento dell’accesso con la necessaria garanzia di qualità formativa.

World Young Diseases Day, allarme carenza di pediatri reumatologici: solo un bambino su 4 ha accesso alle cure

La reumatologia pediatrica sconta una cronica carenza di professionisti ed è ancora circondata da una scarsa consapevolezza nella popolazione rispetto a quelli che sono gli impatti dell’artrite idiopatica giovanile. In occasione del World Young Rheumatic Diseases Day, la giornata mondiale dedicata alla sensibilizzazione sulle patologie reumatologiche pediatriche che si celebra ogni anno il 18 marzo, il rapporto ACR Workforce Study elaborato dall’American College of Rheumatology (ACR) e ripreso anche in un articolo su The Lancet, stima che negli USA, entro il 2030, la domanda di pediatri reumatologi sarà il doppio dell’offerta.

Allargando ancora di più l’analisi, grazie ai dati forniti dall’Arthritis Foundation, emerge come negli Stati Uniti ci sia una carenza critica di reumatologi pediatrici, con solo 420 medici abilitati a livello nazionale in grado di curare bambini e ragazzi affetti da artrite idiopatica giovanile. La loro età media è compresa tra i 50 e i 55 anni, mentre sono solo 6 gli stati che hanno un unico specialista attivo per la reumatologia pediatrica e addirittura arrivano a quota 8 quelli che ne sono completamente sprovvisti.

Questo comporta e continuerà a comportare un incremento esponenziale del fenomeno delle migrazioni sanitarie da uno stato all’altro. Sono circa 300mila i giovani americani affetti da una malattia reumatologica dell’età pediatrica che hanno un accesso limitato alle cure necessarie con solo un bambino su 4 (25%) in grado di rivolgersi a un pediatra reumatologo. Il problema è destinato a peggiorare, dato che i posti per le borse di studio in reumatologia pediatrica, ancora oggi, non vengono riempiti: nel 2024, ad esempio, 20 posti su 52 in tutti gli Stati Uniti non hanno trovato alcuna copertura professionaleIn Italia, le malattie reumatologiche sono frequenti anche in età pediatrica: in media, ogni anno, sono circa 10mila i bambini e adolescenti italiani colpiti da queste patologie, la più comune delle quali è l’artrite idiopatica giovanile. Pur non avendo effettuato uno studio così dettagliato, in Italia, la Società Italiana di Reumatologia Pediatrica ha accreditato 19 centri di reumatologia pediatrica che sono distribuiti omogeneamente in tutte le regioni. 

Il ritardo nella diagnosi

Diversi studi hanno dimostrato come una scarsa conoscenza dell’artrite idiopatica giovanile possa far sì che un bambino affetto riceva una diagnosi tardivaUna diagnosi precoce è fondamentale per la gestione delle patologie reumatologiche pediatriche e può essere difficile per gli operatori sanitari non adeguatamente formati nell’ambio della reumatologia pediatrica diagnosticare l’artrite idiopatica giovanile. 

Ciò ritarda anche l’inizio del trattamento, che può avere esiti peggiori per il bambino, rispetto al dolore, alla mobilità e alla salute mentale. Ecco dunque come la possibilità di avere a disposizione un pediatra reumatologo aumenti l’accesso alle nuove terapie, compresi i trattamenti disponibili solo negli studi clinici. «Una diagnosi precoce è certamente la premessa per un trattamento precoce – dichiara Fabrizio De Benedetti, Direttore della Reumatologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e presidente della Società Italiana di Reumatologia Pediatrica –. Grazie alla disponibilità di farmaci biotecnologici, questa permette il raggiungimento della remissione clinica nella maggioranza dei pazienti in tempi brevi. Oggi, ancora di più, la diagnosi e il trattamento precoce sono un obiettivo importante per normalizzare rapidamente la qualità di vita di bambini e adolescenti e prevenire il decorso cronico che alcune malattie reumatologiche possono avere».  

La consapevolezza nella popolazione

Un altro importante tema riguarda la consapevolezza che la popolazione ha rispetto all’incidenza e agli effetti delle patologie reumatologiche pediatriche. Recentemente, è stato condotto un sondaggio nel Regno Unito dalla rivista ufficiale della British Society for Rheumatology, “Rheumatology Advances in Practice”, in collaborazione con l’istituto di ricerca Ipsos UK. Il sondaggio ha coinvolto un campione di 2.044 persone, di età compresa tra i 16 e i 75 anni, con l’obiettivo di misurare la consapevolezza della popolazione britannica riguardo alla possibilità che anche i bambini e i giovani possano sviluppare l’artrite.

Dai risultati è emerso che meno di una persona su cinque (19%) fosse consapevole che i bambini sotto i 5 anni possano ammalarsi di artrite idiopatica giovanile. Gli indici erano ancora più bassi tra le persone appartenenti a minoranze etniche, le quali mostravano una maggiore propensione a credere in una serie di ipotesi errate riguardo alle patologie reumatologiche in età pediatrica. «Come dimostrano le ultime ricerche, la consapevolezza della popolazione che anche i bambini e i giovani possano ammalarsi di artrite è ancora molto bassa – dichiara Antonella Celano, presidente APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS – Ecco perché è necessario fare di più per riuscire ad aumentare nelle comunità l’awareness sull’incidenza dell’artrite idiopatica giovanile e sugli effetti che può avere su bambini, ragazzi, famiglie e caregiver, aumentando lo sviluppo di interventi e risorse di sensibilizzazione da applicare in modo appropriato. Come APMARR siamo continuamente ispirati dalla resilienza e dal coraggio dei bambini e dei giovani affetti da patologie reumatologiche. Vivere con una patologia cronica può essere impegnativo, ma molte persone con artrite idiopatica giovanile, lupus e sclerodermia conducono una vita piena, attiva e gratificante»

La situazione italiana

In Italiala capacità di diagnosi precoce e di presa in carico specialistica varia enormemente da regione a regione, con differenze che incidono in modo drammatico sul percorso di cura dei piccoli pazienti. «L’accesso alle cure per i bambini affetti da malattie reumatologiche non può dipendere dal codice postale – spiega Gabriele Bona, presidente AMRI – Associazione per le Malattie Reumatiche Infantili –. Lo verifichiamo ogni giorno incontrando famiglie che trovano una corretta terapia per i loro figli dopo anni di tentativi. È fondamentale garantire una rete di specialisti su tutto il territorio nazionale e rafforzare il collegamento tra medici di famiglia e reumatologi pediatrici, affinché nessun bambino debba subire ritardi diagnostici o limitazioni nell’accesso alle cure più adeguate»

La transizione dalla pediatria all’età adulta, poi, resta un tema critico: troppi giovani pazienti rischiano di essere lasciati senza un riferimento chiaro nel passaggio alla reumatologia per adulti, con una perdita di continuità assistenziale che può compromettere il loro benessere. «La carenza di specialisti e il sottofinanziamento della medicina territoriale – conclude Bona – rendono ancora più urgente un’azione concreta per superare le disuguaglianze regionali e garantire a ogni bambino le stesse opportunità di cura, indipendentemente dal luogo in cui risieda».

In Italia, per celebrare al meglio l’edizione 2025 del World Young Rheumatic Diseases Day, la rete composta da ben 10 associazioni pazienti attive nell’ambito della reumatologia pediatrica ha organizzato per lunedì 17 marzo alle 18 il webinar Ruolo e consapevolezza del giovane paziente nel percorso di cura.

Un appuntamento trasmesso in diretta streaming che si può rivedere sul profilo Facebook e sul canale YouTube di APMARR e nel corso del quale, oltre ad alcune testimonianze di due giovani pazienti che hanno raccontato in prima persona la loro esperienza con una patologia reumatologica pediatrica, sono intervenute anche Luciana Breda e la Clara Malattia, in qualità di membri del consiglio direttivo della Società Italiana di Reumatologia Pediatrica REUMAPED delegate ai rapporti con le associazioni pazienti. Elena Pescio, psicologa psicoterapeuta presso l’IRCCS Gaslini di Genova ha parlato dell’importanza, per il giovane paziente, dell’approccio psicologico nella malattia mentre Francesco La Torre dell’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari, ha illustratro l’inquadramento delle malattie reumatiche e il ruolo del giovane paziente nel percorso di cura.

Se a prescrivere i farmaci è un’AI e non più un medico

L’Healthy Technology Act 2025, proposta di legge introdotta a gennaio 2025 da David Schweikert, rappresentante repubblicano (Rep.) al Congresso degli Stati Uniti, potrebbe segnare una svolta epocale per la medicina negli USA: questa propone infatti di modificare la Section 503(b) del Federal Food, Drug, and Cosmetic Act, la legge federale che disciplina la sicurezza e l’efficacia di farmaci, dispositivi medici e prodotti alimentari, e riconoscere quindi alle tecnologie AI/ML lo status di “praticanti autorizzati”, che consentirebbe loro di prescrivere farmaci ai pazienti in maniera automatizzata, senza necessità di un intervento umano.

Da un lato, questo non si tradurrebbe in un “liberi tutti”, in quanto queste tecnologie dovrebbero comunque essere autorizzate dallo Stato e approvate, convalidate o autorizzate dalla Food and Drug Administration (FDA). Dall’altro, sebbene l’approvazione di questa proposta non sia assolutamente scontata nel breve termine, la sua introduzione non può che innescare un acceso dibattito sulle implicazioni giuridiche ed etiche di un sistema sanitario in cui l’AI possa assumere una funzione prescrittiva autonoma.

Che cosa succederebbe se un algoritmo fosse in grado di prescrivere farmaci ai pazienti in maniera automatizzata, senza necessità di un intervento umano?

Infatti, anche se attualmente solo i professionisti sanitari sono abilitati a prescrivere farmaci, diversi sistemi basati su AI sono già in fase di sviluppo e sperimentazione per supportare i professionisti sanitari nella prescrizione di farmaci, come il sistema di AI di Google per le prescrizioni mediche, il DrugGPT dell’Università di Oxford, ideato per supportare i clinici nella prescrizione di farmaci, e PharmacyGPT, un framework che utilizza modelli di linguaggio di grandi dimensioni per emulare il ruolo dei farmacisti clinici. Se, dunque, l’utilizzo di sistemi AI per supportare i medici nella prescrizione di farmaci è già una realtà, chiederci che cosa succederebbe se tali medici fossero considerati superflui nel procedimento è il passo successivo.

L’ecosistema statunitense dell’innovazione

Che l’Healthy Technology Act sia stato proposto negli Stati Uniti non è un caso, ma la conseguenza di un ecosistema che spinge alla sperimentazione e all’innovazione. Infatti, gli Stati Uniti adottano da sempre un approccio più permissivo per incentivare l’innovazione, mentre l’Europa mantiene una posizione prudente, che impone vincoli stringenti nei settori ad alto rischio, tra cui la sanità. Questo contrasto tra modelli normativi riflette una divergenza culturale più ampia sulla governance dell’AI e sul bilanciamento tra progresso tecnologico e tutela dei diritti fondamentali.

Negli Stati Uniti, la regolamentazione dell’AI in sanità si è sviluppata all’interno di un quadro normativo frammentato, caratterizzato dall’adattamento progressivo delle norme esistenti piuttosto che da una riforma organica. Il fulcro della governance è rappresentato dalla FDA, che da oltre un decennio ha integrato l’AI nei propri framework regolatori, trattandola come una categoria specifica di medical devices software.

Fin dal 2018, con l’approvazione del primo algoritmo diagnostico autonomo per la retinopatia diabetica, l’FDA ha progressivamente ampliato la propria azione regolatoria, passando da una supervisione caso per caso a un sistema più strutturato.

Negli Stati Uniti, la regolamentazione dell’AI in sanità si è sviluppata all’interno di un quadro normativo frammentato

L’AI/ML Action Plan del 2021 ha introdotto concetti chiave quali il “Predetermined Change Control Plan”, un meccanismo che consente aggiornamenti algoritmici entro predeterminati limiti senza dover così sottoporre il dispositivo a continue riapprovazioni, e le “Good Machine Learning Practice for Medical Device Development”, con l’obiettivo di definire standard qualitativi minimi per lo sviluppo e l’implementazione dell’AI nei dispositivi sanitari.

Questo modello normativo segue un approccio principle-based, che conferisce ai produttori maggiore flessibilità nel dimostrare la sicurezza ed efficacia dei loro prodotti, dando loro la libertà di dimostrare come i loro sistemi di AI aderiscano a principi trasversali di efficacia e sicurezza, invece che imponendo specifici requisiti da soddisfare. Al contempo, l’assenza di una normativa federale vincolante sull’uso dell’AI in sanità ha portato a una frammentazione tra regolamenti settoriali e linee guida non vincolanti, creando un ecosistema normativo in cui la responsabilità legale non è sempre ben definita.

Infine, l’avvento dell’amministrazione Trump ha segnato un ulteriore passo verso la netta deregulation. La revoca dell’Executive Order 14110 del Presidente Biden, che mirava a regolamentare l’AI a livello federale tramite un preciso piano d’azione che le agenzie federali avrebbero dovuto mettere in atto, e il consequenziale ritiro dell’AI Strategic Plan del Department of Health and Human Services, che enfatizzava la mitigazione dei rischi ex ante, hanno riaffermato un’impostazione più permissiva, volta a favorire la crescita dell’industria senza vincoli normativi stringenti.

La cultura europea della precauzione

In Europa, la governance dell’AI in sanità si è progressivamente consolidata attraverso un impianto normativo sempre più centralizzato ed organico, culminato nell’AI Act, che mira a garantire un’AI “human-centric” e trasparente con un approccio basato sul rischio, improntato al principio di precauzione.

Dunque, mentre da un lato dell’oceano si va verso una traiettoria de-regolatoria nello sviluppo e adozione dell’AI in sanità, possiamo dire che in Europa l’approccio è tendenzialmente più prudente. In primis, il Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act, 2024/1689) prevede per tutti i sistemi AI importanti regole relative alla trasparenza; inoltre, classifica la maggior parte dei sistemi di AI in sanità come ad “alto rischio”. Tra i sistemi AI così classificati, infatti, ricadono sia tutti i sistemi che abbiano una destinazione d’uso medica che li qualifichi come dispositivi medici di classe IIa oppure superiore sia i sistemi AI che, pur non essendo dispositivi medici, sono destinati a fornire attività di triage e prioritizzazione delle cure sanitarie.

Sull’AI in sanità l’approccio europeo è più prudente rispetto agli Stati Uniti

La classificazione “sistema AI ad alto rischio” impone rigorosi requisiti addizionali rispetto a quelli “di base”, includendo aspetti di qualità, supervisione umana e prevedendo un processo di marcatura CE tramite il coinvolgimento di un Organismo Notificato, in piena integrazione con le attività richieste per il Medical Device Regulation (MDR, 2017/745), entrato in vigore nel 2021.

A ciò si aggiunge il framework dettato dal General Data Protection Regulation (GDPR), che limita l’uso dei dati sanitari e restringe fortemente la possibilità di eseguire profilazioni e decisioni automatizzate senza intervento umano. Sebbene queste normative offrano garanzie per i pazienti, esse impongono anche sfide alle aziende del settore, in particolare alle startup e alle PMI, che devono affrontare costi e complessità burocratiche elevate per conformarsi ai requisiti imposti.

Se è l’algoritmo a prescrivere i farmaci, chi ne è responsabile?

In Europa, l’automatismo decisionale degli algoritmi di AI in ambito sanitario è fortemente regolato: per tutti i sistemi AI “ad alto rischio” deve infatti essere possibile per il supervisore umano interrompere o sovrascrivere il modello in modo controllato e consapevole, con un vero e proprio “pulsante di stop” messo a disposizione del supervisore umano in fasi predefinite del ciclo decisionale del modello.

Tuttavia, una proposta come quella del Rep. Schweikert solleva questioni di responsabilità giuridica e di tutela del paziente. Infatti, se un algoritmo suggerisse di prescrivere un farmaco errato o fornisse una diagnosi inesatta, chi ne sarebbe responsabile? Attualmente, l’UE applica un regime di responsabilità oggettiva, e attribuisce la responsabilità al produttore, in linea con il principio della responsabilità del prodotto difettoso. La responsabilità potrebbe trasferirsi all’operatore sanitario solo in alcuni casi, principalmente collegati a un utilizzo non autorizzato o negligente del prodotto.

Se un algoritmo suggerisse di prescrivere un farmaco errato o fornisse una diagnosi inesatta, chi ne sarebbe responsabile?

Negli Stati Uniti, invece, la questione è ancora oggetto di dibattito: l’assenza di un quadro normativo specifico per l’AI lascia spazio all’interpretazione giuridica, con la tendenza a considerare il medico l’unico responsabile in caso di errore. Tuttavia, con l’evoluzione dei sistemi di AI verso una maggiore autonomia decisionale, questa impostazione potrebbe diventare insostenibile, richiedendo un aggiornamento normativo per distribuire in modo più equo le responsabilità tra sviluppatori, fornitori e utilizzatori delle tecnologie sanitarie.

Alfabetizzazione sull’AI per professionisti sanitari

L’alfabetizzazione dei professionisti sanitari in materia di intelligenza artificiale è diventata un imperativo nel panorama sanitario contemporaneo. Per sfruttare appieno il potenziale di queste tecnologie e mitigare i possibili rischi, è essenziale che i professionisti sanitari ricevano una formazione adeguata, tanto più in un ambito così delicato come quello della salute.

Sul tema, l’Unione Europea ha giocato un ruolo pionieristico con l’approvazione dell’articolo 4 dell’AI Act, che stabilisce che fornitori e utilizzatori di sistemi di AI adottino misure per garantire un livello adeguato di alfabetizzazione del personale coinvolto, tenendo conto delle loro competenze e del contesto d’uso.

Emerge però da subito la necessità di definire quali conoscenze e competenze in AI siano indispensabili per i professionisti sanitari. È chiaro che conoscere gli strumenti disponibili e il loro funzionamento, seppur importante, non è sufficiente; è essenziale invece saperli integrare con senso critico nella pratica clinica. Infatti, un professionista sanitario deve sapere quando fidarsi dell’AI e quando mettere in discussione i suoi suggerimenti, e, soprattutto, deve essere consapevole del proprio ruolo insostituibile nel processo decisionale.

È essenziale saper integrare con senso critico i nuovi strumenti all’interno della pratica clinica

L’alfabetizzazione in materia di AI deve essere un processo continuo, al passo con una tecnologia in costante evoluzione che richiede il continuo evolversi delle competenze dei professionisti. L’AI può essere una straordinaria alleata della medicina, ma solo se impariamo a usarla con consapevolezza, senza sostituire il giudizio clinico con un’illusione di infallibilità tecnologica.

Considerazioni finali

Questo scenario impone infine una riflessione critica sulle nuove responsabilità etiche collegate all’utilizzo dell’AI. Se fino a oggi l’AI è stata impiegata principalmente in supporto a diagnosi e prognosi, con l’Healthy Technology Act 2025 si prospetterebbe un cambio radicale, con un’AI autonoma nel processo terapeutico. Questa trasformazione solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità delle decisioni algoritmiche, sulla tutela della privacy dei pazienti e sulla giustizia nell’accesso alle cure. Inoltre, storicamente, il medico è stato il custode della salute del paziente, agendo con giudizio ed empatia; ma se un algoritmo può prescrivere farmaci, la domanda diventa: può una macchina prendere decisioni con la stessa sensibilità e responsabilità di un essere umano?

Alcuni sistemi etici adottano un approccio deontologico (kantiano), basato su principi morali assoluti in cui la moralità di un’azione dipende dall’intenzione che la muove: ma l’AI, priva di libero arbitrio, può davvero compiere scelte eticamente valide?

Altri sistemi etici, invece, privilegiano una visione utilitaristica (benthamiana), fondata sulle conseguenze delle azioni; in questo caso, un’AI che prescrive farmaci deve essere valutata non solo per la correttezza formale delle sue decisioni, ma per il loro impatto concreto sulla salute dei pazienti.

Infine, l’esperimento Moral Machine, condotto su 39 milioni di persone in 233 nazioni, ha evidenziato come le considerazioni etiche non siano universali, ma profondamente influenzate dal contesto culturale. Questi risultati suggeriscono che i principi di un’etica applicata all’AI non possano essere uniforme, ma debbano adattarsi ai valori e alle norme dei contesti in cui viene implementata.

If an Artificial Intelligence is Prescribing Medications Instead of a Physician

The Healthy Technology Act 2025, a bill introduced in January 2025 by David Schweikert, a Republican Representative (Rep.) in the U.S. Congress, could signify a significant turning point for medicine in the United States. This bill proposes to amend Section 503(b) of the Federal Food, Drug, and Cosmetic Act, the federal law governing the safety and efficacy of drugs, medical devices, and food products, to recognize AI/ML technologies as “authorized practitioners“. This recognition would enable these technologies to prescribe drugs to patients in an automated manner, without human intervention.

It is important to note that this would not lead to unrestricted access, as these technologies would still be required to be licensed by the state and approved, validated, or cleared by the Food and Drug Administration (FDA). While the approval of this proposal is not certain in the short term, its introduction is expected to stimulate a rigorous debate about the legal and ethical implications of a healthcare system where AI assumes an autonomous prescriptive role.

What would happen if an algorithm were able to prescribe drugs to patients automatically, without human intervention?

Currently, only healthcare professionals are authorized to prescribe drugs. However, several AI-based systems are already in development and testing to assist healthcare professionals in this task. Examples include Google AI systems for drug prescriptions, Oxford University’s DrugGPT, which assists clinicians in prescribing drugs, and PharmacyGPT, a framework using large language models to replicate the role of clinical pharmacists. Given that AI systems are already aiding clinicians in drug prescription, it prompts consideration of the potential outcomes if such clinicians were no longer necessary in this process.

The U.S. innovation ecosystem

The Healthy Technology Act was proposed in the United States, which is a result of an ecosystem encouraging experimentation and innovation. The United States has historically adopted a more permissive approach to fostering innovation, whereas Europe maintains a cautious stance with stringent constraints, particularly in high-risk sectors such as healthcare. This divergence in regulatory models reflects a broader cultural distinction regarding AI and the balance between technological advancement and the protection of fundamental rights.

In the United States, AI regulation in healthcare has evolved within a fragmented framework, characterized by the progressive adaptation of existing regulations rather than comprehensive reform. The cornerstone of governance is the Food and Drug Administration (FDA), which has integrated AI into its regulatory frameworks for over a decade, treating it as a specific category of medical device software.

Since 2018, with the approval of the first autonomous diagnostic algorithm for diabetic retinopathy, the FDA has steadily expanded its oversight from case-by-case to a more structured system.

In the United States, AI regulation in healthcare has evolved within a fragmented framework

The AI/ML Action Plan of 2021 introduced concepts such as the “Predetermined Change Control Plan“, allowing algorithmic updates within predefined limits without requiring continuous reapproval. Additionally, the “Good Machine Learning Practices for Medical Device Development” aimed to establish minimum quality standards for the development and implementation of AI in healthcare devices.

This principle-based regulatory model provides producers with greater flexibility in demonstrating how their AI systems conform to overarching principles of safety and efficacy rather than imposing specific requirements. However, the absence of binding federal regulations on AI use in healthcare has led to fragmentation among sectoral regulations and non-binding guidelines, resulting in a regulatory ecosystem where legal accountability is not always clearly defined.

Lastly, the Trump administration marked further steps toward deregulation, including the revocation of President Biden’s Executive Order 14110, which sought to regulate AI at the federal level through a coherent action plan to be implemented by federal agencies, and the consequential withdrawal of the ‘AI Strategic Plan, Department of Health and Human Services’, which emphasized ex ante risk mitigation.

The European culture of precaution

In Europe, the development of AI in healthcare has been progressively consolidated through a centralized and integrated regulatory framework, culminating in the governance of the AI Act. This act ensures that AI systems are “human-centric” and transparent, employing a risk-based, precautionary principle approach.

Contrasting with the move towards a de-regulatory trajectory in AI development and adoption on one side of the ocean, Europe adopts a more cautious approach. The European Artificial Intelligence Regulation (AI Act, 2024/1689) establishes significant rules for transparency in all AI systems and classifies most AI systems in healthcare as “high risk“. These high-risk AI systems include those with a medical intended use qualifying them as Class IIa medical devices or higher, as well as AI systems used for triage and health care prioritization activities.

Europe adopts a more cautious approach on AI adoption in healthcare

The “high-risk AI system” classification demands stringent additional requirements beyond the basic ones, covering aspects such as quality, human oversight, and the CE marking process through the involvement of a Notified Body. This process is fully integrated with the activities mandated by the Medical Device Regulation (MDR, 2017/745), which came into effect in 2021.

Moreover, the General Data Protection Regulation (GDPR) limits the use of health data and severely restricts profiling and automated decisions without human intervention. While these regulations offer safeguards for patients, they also pose challenges for companies in the sector, particularly startups and SMEs, due to the high costs and bureaucratic complexities involved in complying with these requirements.

Who is responsible when an algorithm prescribes drugs?

In Europe, the decision-making automation of AI algorithms in healthcare is stringently regulated. Specifically, for all “high-risk” AI systems, human supervisors must have the capability to interrupt or override the model in a controlled and deliberate manner, with a real “stop button” available at predefined stages of the model decision cycle.

A proposal such as Representative Schweikert’s raises legal liability and patient protection issues. For instance, if an algorithm recommended prescribing the incorrect medication or provided an inaccurate diagnosis, determining liability becomes complex. Currently, the EU adheres to a strict liability regime, assigning liability to the manufacturer in accordance with the principle of defective product liability. Liability may only transfer to the healthcare provider in specific cases, primarily those involving unauthorized or negligent use of the product.

If an algorithm recommended prescribing the incorrect medication or provided an inaccurate diagnosis, determining liability becomes complex

Conversely, in the United States, this matter remains under deliberation. The lack of a specific regulatory framework for AI allows for varied legal interpretations, often resulting in the physician being held solely responsible in the event of an error. However, as AI systems advance toward greater autonomous decision-making capabilities, this approach may prove unsustainable, necessitating regulatory updates to more equitably distribute responsibilities among health technology developers, providers, and users.

AI literacy for healthcare professionals

In today’s healthcare landscape, it is essential for professionals to be literate in artificial intelligence. To fully harness the potential of these technologies while mitigating possible risks, comprehensive training for healthcare professionals is crucial, particularly in such a sensitive field.

The European Union has taken a pioneering step with the approval of Article 4 of the AI Act. This legislation mandates that providers and users of AI systems ensure an appropriate level of literacy among involved personnel, considering their skills and usage contexts.

There is an immediate need to define the essential knowledge and skills in AI for healthcare professionals. Awareness of available tools and their functions is important but insufficient. Professionals must critically integrate these technologies into clinical practice. They must discern when to rely on AI and when to question its outputs, always recognizing their irreplaceable role in decision-making.

Professionals must critically integrate these technologies into clinical practice

AI literacy should be an ongoing process, aligning with the continuous evolution of technology and requiring practitioners to constantly update their skills. AI can be a tremendous ally in medicine, provided it is used wisely and does not supplant clinical judgment with the illusion of technological infallibility.

Final Ethical Considerations

Finally, this scenario necessitates critical reflection on the new ethical responsibilities associated with the use of AI. While AI has traditionally been used primarily to support diagnosis and prognosis, the Healthy Technology Act 2025 heralds a significant change, as AI becomes autonomous in the therapeutic process. This transformation raises crucial questions regarding the accountability of algorithmic decisions, the protection of patient privacy, and fairness in access to care. Historically, physicians have been the guardians of patient health, utilizing judgment and empathy. If an algorithm can prescribe medication, we must consider whether a machine can make decisions with the same sensitivity and responsibility as humans.

Some ethical systems adopt a deontological (Kantian) approach, based on absolute moral principles where the morality of an action depends on its intention. Can an AI, lacking free will, truly make ethically sound decisions? Other systems favor a utilitarian (Benthamian) perspective, focusing on the consequences of actions; in this scenario, an AI prescribing medication must be evaluated not only for the formal accuracy of its decisions but also for their tangible impact on patients’ health.

Additionally, the Moral Machine experiment, conducted among 39 million people across 233 nations, demonstrated that ethical considerations are not universal but are deeply influenced by cultural context. These findings suggest that the principles of ethics applied to AI cannot be uniform, but must instead adapt to the values and norms of the contexts in which they are implemented.

Parkinson, l’altra faccia della malattia: il 70% dei caregiver è solo e poco supportato

Si stima che in Italia siano oltre 300.000 le persone che convivono con il Parkinson, una malattia neurodegenerativa che causa sintomi motori, come tremori, rigidità e difficoltà nei movimenti, ma anche disturbi non motori, tra cui problemi del sonno, depressione e alterazioni cognitive. L’incidenza aumenta con l’età, ma la malattia colpisce anche fasce più giovani. L’età di esordio si sta abbassando e attualmente un paziente su quattro ha meno di 50 anni, mentre il 10% ne ha meno di 40. Con il progredire della patologia, il bisogno di assistenza diventa sempre più intenso. A garantire un supporto essenziale nella vita quotidiana sono i caregiver, spesso familiari, che si trovano ad affrontare da soli le conseguenze fisiche ed emotive di un impegno crescente.

Proprio al peso del caregiving nella malattia di Parkinson è dedicata l’indagine svolta dalla Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS in collaborazione con Confederazione Parkinson Italia, sottola guida del prof. Mario Zappia. Dallo studio, condotto su un campione di 478 caregiver, emerge che tre su quattro sono donne tra i 55 e i 70 anni, l’80% vive con il paziente. L’avanzare della malattia impone un’assistenza quotidiana che incide pesantemente su lavoro e salute di chi assiste: il 15% ha lasciato il proprio impiego, il 75% soffre di stanchezza cronica e il 65% di disturbi del sonno. Nonostante ciò, il 70% non riceve alcun tipo di supporto. Solo il 9% dei caregiver beneficia di una formazione adeguata, gli altri si affidano a risorse personali o all’improvvisazione.

Questi dati preoccupanti, insieme alle nuove prospettive terapeutiche e alle opportunità di supporto, saranno al centro di Parkinson Corpo e Anima, il primo forum italiano organizzato da Fondazione LIMPE che, il 21 e 22 marzo a Napoli, riunirà persone con Parkinson, familiari, caregiver, neurologi e personale sanitario. Obbiettivo principale della manifestazione, che chiamerà a partecipare circa 300 persone da tutta Italia, è quello di creare un’alleanza tra chi cura e chi, al momento della diagnosi, diventa un paziente ma può e deve continuare a sentirsi prima di tutto una persona viva.

«Il Parkinson – spiega Alessandro Tessitore, coordinatore della Convention – è una sfida complessa che richiede un approccio su più livelli: medico, psicologico e relazionale. Con questo forum vogliamo offrire risposte concrete a chi vive la malattia ogni giorno e creare una rete efficace per migliorare la qualità di vita di chi affronta questa sfida, spesso in solitudine».

Il programma dell’evento, infatti, prevede non solo focus con esperti sulle ultime ricerche e innovazioni terapeutiche, dai farmaci agli anticorpi monoclonali fino alle tecnologie per la stimolazione cerebrale, ma anche workshop interattivi su tematiche chiave come la gestione delle emozioni, la riabilitazione, il sonno e un momento dedicato a sfatare falsi miti e fake news sulla malattia di Parkinson.

Grande novità di questa quarta edizione, inoltre, è la Palestra Parkinson con spazi dedicati alla pratica di discipline sportive adattate alle esigenze delle persone con Parkinson, tra cui tai chi, danza, nordic walking, yoga, pugilato, pilates e surf indoor, pensate per migliorare l’equilibrio, la coordinazione e il benessere psicofisico. Lo spazio è coordinato da Nicola Modugno, membro del Comitato Tecnico Scientifico di Fondazione LIMPE.

«Per la prima volta – afferma Michele Tinazzi, presidente di Fondazione LIMPE -, questa convention offre l’opportunità alle persone con il Parkinson di sperimentare pratiche sportive specificamente adattate per le loro esigenze. Un’occasione preziosa per scoprire come attività mirate contribuiscano a migliorare equilibrio, coordinazione e qualità della vita».

Parkinson Corpo e Anima è possibile grazie al sostegno di diverse Fondazioni e aziende del territorio. Tra i main sponsor dell’evento: Fondazione Grimaldi Ente filantropico, Fondazione Banco di Napoli, Fondazione Scudieri, Fondazione Santa Maria del Pozzo ETS.

Congresso europeo di farmacia ospedaliera, focus su AI, repurposing, AMR e cyberattacchi

L’Europa è pronta per una nuova epoca sanitaria? Oggi occorre passare a un sistema complessivo di assistenza basato su maggior attenzione al paziente, su un effettivo ed interconnesso sviluppo delle tecnologie, sul governo di un’innovazione terapeutica che procede a velocità vertiginosa e su una gestione tempestiva delle tante criticità (dall’antibiotico-resistenza alle carenze e indisponibilità dei farmaci, dalle possibili nuove pandemie all’invecchiamento complessivo della popolazione): come fare? La risposta non è scontata. O meglio: la risposta è da costruirsi e il 29° Congresso Europeo di farmacia ospedaliera EAHP ha confermato di essere uno dei luoghi da cui le risposte possono emergere, perché questa comunità professionale è in prima fila per portare il suo contributo proprio sull’insieme di quei macro-temi.

Anche SIFO ha, in tutto questo positivo movimento, un ruolo specifico riconosciuto. «Ancora una volta – ha dichiarato il presidente Arturo Cavaliere alla chiusura dell’evento – SIFO ha dimostrato la sua professionalità offrendo il suo concreto contributo alla costruzione di quei pilastri del rinnovamento healthcare, condivisi a livello europeo, che sono tecnologie, innovazione, automazione e ricerca, elementi essenziali per orientare i nostri percorsi sanitari».

In particolare Cavaliere si è soffermato sul contributo di qualità offerto da alcuni soci SIFO a Copenaghen: «Un plauso particolare va a Chiara Lamesta, che ha vissuto il suo primo congresso da Coordinatrice europea dei giovani farmacisti ospedalieri, e l’ha fatto dando l’avvio a quattro gruppi di lavoro. Poi devo assolutamente ricordare Piera Polidori, che da anni ci rappresenta con autorevolezza sullo scenario europeo. Da ultimo mi congratulo personalmente con Matteo Gallina, premiato nella giornata conclusiva per un abstract di spessore internazionale. Il tutto sta a dimostrare che SIFO è un contesto tecnico e culturale da cui emergono idee, proposte e professionisti che danno contributi sui temi più importanti della sanità europea».

I giovani SIFO protagonisti

Come sottolineato dal presidente Cavaliere, a Matteo Gallina (Scuola di specializzazione in Farmacista Ospedaliera, Università di Palermo) è stato attribuito il premio per un poster incentrato sull’utilizzo di sistemi automatizzati di distribuzione dei farmaci in ambito ospedaliero. Il poster, illustra Gallina, punta ad evidenziare «come i sistemi automatizzati possano essere utili sia nella gestione dei processi all’interno di un ospedale, che nella riduzione degli errori terapeutici associati alla somministrazione dei farmaci stessi». Il lavoro presentato da Gallina è stato sviluppato all’interno del Servizio di Farmacia clinica dell’ISMETT, «nel quale abbiamo analizzato come negli anni incrementando l’utilizzo di tali sistemi il tasso di errori terapeutici sia andato sempre più riducendosi».

Quello di Gallina è stato uno degli oltre venti poster presentati da soci SIFO ed approvati da EAHP. Tra gli altri da segnalare anche il lavoro presentato da De Santis e De Cristo (Scuola di Specializzazione in Farmacia Ospedaliera, Università di Bari), Prevention Measures against candida auris diffusion in nosocomial settings, lo studio che era stato selezionato all’ultimo Congresso SIFO come “poster SIFO-EAHP”. Il commento a questa “forte presenza giovane” viene da Emanuela Omodeo Salè, Direttore Scientifico SIFO, che era parte della delegazione italiana a Copenaghen (che ha visto anche la partecipazione – tra gli altri – di Maria Ernestina Faggiano, Simona Serao Creazzola, Carlo Polidori, Davide Zenoni, Francesca Futura Bernardi): «È stato molto soddisfacente vedere la grande quantità di giovani SIFO che hanno presentato abstract importanti e di successo al 29° Congresso EAHP. Diciamo spesso che i giovani sono il futuro della nostra professione ed in questo caso è proprio azzeccato, perché sono stati in grado di affrontare con i loro poster gli argomenti essenziali di questo convegno, che sono stati sicuramente la centralità del paziente e l’importanza delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Credo che la nostra società dovrà lavorare sempre più per offrire strumenti ai colleghi giovani per poter essere sempre più presenti sul piano internazionale, e sempre più rappresentativi in termini di produzione scientifica ed editoriale. A cominciare dall’anno prossimo, quando il Congresso EAHP si terrà a Barcellona nel marzo del 2026».

Temi e sguardo al futuro

Componente autorevole del board EAHP, Piera Polidori (che in questi giorni è anche stata confermata per i prossimi tre anni come componente dell’Executive Steering Group on Shortages and Safety of Medicinal Product dell’EMA), sottolinea che “sicuramente il Congresso 2025 è stato un evento con una forte affluenza, capace di portare oltre 3.500 professionisti a Copenaghen provenienti da tutto il mondo. I temi innovativi che abbiamo approfondito maggiormente sono quelli della centralità della persona-paziente, che non sarà mai sufficientemente richiamata, e del contributo che le tecnologie stanno offrendo alla gestione dei percorsi terapeutici e dell’innovazione del farmaco.

Ma uno dei fiori all’occhiello dell’EAHP – ed anche di SIFO – è l’attenzione sempre crescente alle carenze di farmaci e dispositivi. E infatti proprio su questo tema è stata lanciata da Copenaghen la Survey europea sulle carenze. «Si tratta di un sondaggio – dice Polidori – che cercherà di descrivere a livello continentale lo stato di questa problematica che interessa pazienti, clinici e organizzazioni, e che noi farmacisti ospedalieri possiamo monitorare da protagonisti. Confidiamo che i risultati della survey possano rappresentare uno dei grandi temi del 30° Congresso EAHP, offrendo ai decisori e alle agenzie internazionali elementi per creare risposte a questa criticità».

Tra i temi maggiormente approfonditi durante sessioni e workshop nel congresso appena concluso nella capitale danese, sono da ricordare anche quelli dell’uso utile ed etico dell’intelligenza artificiale, il rapporto con la disinformazione nell’ampio settore delle healthcare news, il tema del repurposing (inteso come “seconda vita” dei farmaci), la difesa dai cyberattacchi nei confronti dei sistemi tecnologici sanitari, l’antimicrobial resistance (AMR). Su questo ultimo argomento da Copenaghen risalta anche la scelta del presidente EAHP, Nenad Miljković, di utilizzare i contenuti della pubblicazione SIFO Antibiogramma, questo sconosciuto: istruzioni per un’interpretazione corretta curata da Francesca Vivaldi (Coordinatore Area Scientifico-Culturale Infettivologia SIFO).

Il presidente EAHP, direttore di farmacia ospedaliera a Belgrado, ha infatti scelto (per il tramite di Piera Polidori) di tradurre nella propria lingua la pubblicazione SIFO che richiama i principi di corretto utilizzo degli antibiotici correlandolo anche ai risultati dei test diagnostici utilizzati per identificare e caratterizzare i batteri in termini di profilo di sensibilità e resistenza ai differenti antibiotici.

Lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari e le sue sfide

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Tanto tuonò che piovve. Il 5 marzo scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea l’atteso Regolamento (UE) 2025/327, istitutivo dell’Ecosistema Europeo dei Dati Sanitari (EHDS). Lo stesso giorno compare sulla GU italiana il Decreto del Ministero della Salute recante l’“Istituzione dell’Ecosistema dati sanitari”. Soltanto due settimane prima, sempre in Italia, vede la luce il Decreto Ministero della Salute 30 dicembre 2024 recante modifiche al Decreto 7 settembre 2023 in materia di Fascicolo sanitario elettronico 2.0.

Insomma, un periodo di grandissimo fermento per la gestione e l’utilizzo dei dati sanitari. In questa sede esamineremo il Regolamento EHDS, che – dopo una lunga gestazione – mira a rivoluzionare l’approccio al trattamento dei nostri dati sanitari. Immaginate un futuro in cui un medico a Milano possa accedere istantaneamente alla cartella clinica di un paziente tedesco in vacanza, o in cui i ricercatori italiani possano collaborare con colleghi europei su vasti set di dati sanitari anonimizzati per accelerare la scoperta di nuove cure. Il Regolamento EHDS avrà un impatto concreto e profondo sulla sanità italiana, sui professionisti del settore, sulle istituzioni e, soprattutto, sui cittadini. Non si tratta di un cambiamento immediato, ma di un percorso graduale che richiederà impegno, investimenti e una profonda trasformazione culturale.

MyHealth@EU: il cittadino al centro del sistema

Il primo pilastro dell’EHDS, MyHealth@EU, rappresenta un cambio di paradigma nel rapporto tra cittadino e sistema sanitario. L’idea fondamentale è che i dati sanitari appartengono al cittadino, che deve avere il diritto di accedervi, gestirli e condividerli in modo semplice e sicuro.

Per i cittadini, questo si traduce in vantaggi concreti. Una persona con una malattia cronica che necessita di controlli in diverse strutture potrà avere sempre a disposizione la sua storia clinica completa, evitando di ripetere informazioni, rifare esami o portare documenti cartacei. Potrà condividere queste informazioni con qualsiasi professionista sanitario di sua scelta, anche in altri paesi europei.

Il Regolamento EHDS avrà un impatto concreto e profondo sulla sanità italiana, sui professionisti del settore, sulle istituzioni e, soprattutto, sui cittadini

MyHealth@EU è anche uno strumento per partecipare attivamente alla gestione della propria salute. Ognuno di noi potrà aggiungere informazioni alla propria cartella clinica, come dati da dispositivi indossabili, abitudini alimentari o attività fisica, e segnalare eventuali errori.

L’attuazione in Italia richiederà un potenziamento del Fascicolo Sanitario Elettronico, investimenti in infrastrutture e formazione per professionisti e cittadini, garantendo accessibilità anche ai soggetti con disabilità o scarsa alfabetizzazione digitale.

HealthData@EU: dati per la ricerca e la salute pubblica

Il secondo pilastro, HealthData@EU, permette l’utilizzo di dati sanitari anonimizzati per finalità che vanno oltre la cura del singolo paziente, contribuendo al progresso della medicina e al miglioramento della salute collettiva, allo sviluppo di nuovi farmaci, terapie e dispositivi medici, garantendo una ricerca più efficace e migliorando l’organizzazione dei servizi sanitari.

La miniera di dati destinati all’uso secondario comporta che dovranno essere trattati in forma pseudonimizzata o anonimizzata per limitare o evitare l’identificazione degli interessati. È esplicitamente introdotto il diritto di opposizione (opt-out), comunque reversibile; gli individui possono escludere i propri dati personali dall’essere messi a disposizione per usi secondari, con eccezioni, dettate dai singoli paesi membri, per finalità di interesse pubblico prevalente come emergenze sanitarie o ricerca su malattie gravi.

Il Regolamento prevede un meccanismo chiaro e accessibile per esercitare tale diritto di esclusione, bilanciando la volontà del paziente con l’interesse pubblico a disporre di dati sanitari completi. Sono altresì vietati specifici utilizzi secondari considerati incompatibili con i diritti degli interessati: ad esempio, non sarà consentito impiegare i dati sanitari per prendere decisioni in ambito assicurativo o creditizio a danno della persona (come rifiutare o aggravare polizze assicurative, o concedere prestiti a condizioni peggiorative in base allo stato di salute). Questo divieto tutela i cittadini da potenziali discriminazioni o usi impropri dei loro dati medici.

Il Regolamento prevede un meccanismo chiaro e accessibile per esercitare il diritto di esclusione

L’utilizzo secondario dei dati solleva tuttavia questioni etiche e di privacy che il regolamento affronta attraverso un sistema di garanzie rigoroso. L’accesso sarà concesso solo tramite autorizzazione da organismi appositamente designati, che valuteranno ogni richiesta verificando la legittimità delle finalità e la tutela della privacy.

Interoperabilità e privacy: due facce della stessa medaglia

L’interoperabilità, spesso citata come una parola d’ordine nel contesto digitale, assume un significato cruciale nell’ambito sanitario. Non si tratta solo di far “dialogare” i computer, ma di far comunicare in modo efficace e sicuro informazioni vitali per la salute delle persone. L’EHDS pone questa sfida al centro, riconoscendo che l’interoperabilità è la conditio sine qua non per realizzare sia MyHealth@EU (il pilastro della sanità centrata sul cittadino) sia HealthData@EU (il pilastro della ricerca e dell’innovazione).

Ma l’interoperabilità non è un concetto astratto. Si traduce in standard tecnici, protocolli di comunicazione, formati di dati comuni (per esempio, lo standard HL7 FHIR). Il regolamento europeo fornisce un quadro di riferimento, ma la sua attuazione concreta richiederà un importante lavoro di adeguamento da parte dei singoli Stati membri.

In Italia, per esempio, questo significa portare a compimento la piena implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) su tutto il territorio nazionale. Il FSE, con le sue diverse componenti regionali, rappresenta già un’infrastruttura importante, ma dovrà essere reso pienamente interoperabile con i sistemi degli altri paesi europei. Questo richiederà investimenti in infrastrutture tecnologiche, aggiornamenti dei software, ma anche un’intensa attività di coordinamento tra le diverse regioni e tra queste e il livello centrale.

L’interoperabilità non è un concetto astratto: servono standard tecnici, protocolli di comunicazione, formati di dati comuni

Un altro aspetto cruciale riguarda la formazione del personale sanitario. Medici, infermieri, farmacisti e altri professionisti dovranno essere in grado di utilizzare in modo efficace e sicuro i nuovi strumenti digitali, di interpretare correttamente i dati provenienti da altri paesi e di comunicare in modo chiaro e trasparente con i pazienti.

La privacy, d’altra parte, è un diritto fondamentale che deve essere tutelato in ogni fase del processo. Il Regolamento EHDS non può non far riferimento al GDPR, ma va addirittura oltre va oltre, introducendo misure specifiche per i dati sanitari.

Il diritto di opposizione (opt-out), la pseudonimizzazione e l’anonimizzazione dei dati, la limitazione dell’accesso e gli ambienti di trattamento sicuri sono tutti strumenti che mirano a garantire un elevato livello di protezione. Ma la loro applicazione concreta richiederà un’attenta valutazione caso per caso, un costante monitoraggio e una stretta collaborazione tra le autorità sanitarie, gli organismi responsabili dell’accesso ai dati e il Garante per la protezione dei dati personali.

Un aspetto particolarmente delicato riguarda l’uso di tecniche di intelligenza artificiale (AI) per l’analisi dei dati sanitari. L’AI può offrire grandi opportunità per la ricerca e l’innovazione, ma presenta anche rischi specifici in termini di privacy, discriminazione e trasparenza. Sarà fondamentale garantire che l’uso dell’AI in ambito sanitario avvenga nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e dei principi etici.

Le sfide specifiche per l’Italia

L’Italia si trova di fronte a sfide specifiche nell’attuazione dell’EHDS. Il nostro sistema sanitario, pur essendo universalistico e basato su principi di solidarietà, è caratterizzato da una forte frammentazione regionale, con differenze significative tra le diverse regioni in termini di infrastrutture, competenze e modelli organizzativi.

Questa frammentazione rappresenta un ostacolo all’interoperabilità e all’utilizzo secondario dei dati. Sarà necessario un forte impegno da parte del governo centrale e delle regioni per superare queste differenze e per garantire che tutti i cittadini italiani possano beneficiare appieno delle opportunità offerte dall’EHDS.

Un’altra sfida riguarda la carenza di competenze digitali nel settore sanitario. Molti professionisti sanitari, soprattutto quelli più anziani, non hanno familiarità con le nuove tecnologie e potrebbero avere difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti introdotti dall’EHDS. Sarà fondamentale investire in formazione e aggiornamento professionale, per garantire che tutti i professionisti sanitari siano in grado di utilizzare in modo efficace e sicuro i nuovi strumenti digitali.

La frammentazione del sistema sanitario italiano rappresenta un ostacolo all’interoperabilità e all’utilizzo secondario dei dati

Un tema di assoluto interesse pratico potrà essere rappresentato anche dalla traduzione nelle diverse lingue dei dati messi a disposizione.

Infine, non va sottovalutata la sfida culturale. L’EHDS si basa su una visione della sanità in cui i dati sono condivisi e utilizzati per il bene comune. Ma questa visione si scontra spesso con una cultura pervasa forse da uno scetticismo eccessivo. Sarà necessario un grande sforzo di comunicazione e sensibilizzazione per spiegare ai cittadini i benefici dell’EHDS e per rassicurarli sul fatto che la loro privacy sarà tutelata. Sarà centrale anche il coinvolgimento e la partecipazione attiva degli ordini professionali.

Conclusioni

Lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari è un progetto ambizioso, che può portare grandi benefici alla sanità europea; ma è anche un progetto complesso, che richiederà un impegno significativo da parte di tutti gli attori coinvolti.

Non si tratta solo di adeguare i sistemi informativi, di rispettare le norme sulla privacy o di definire nuove procedure. Si tratta di costruire una nuova cultura della condivisione dei dati, basata sulla fiducia, sulla trasparenza e sulla responsabilità.

L’Italia ha l’opportunità di essere protagonista di questa trasformazione, mettendo a frutto le esperienze maturate con il Fascicolo Sanitario Elettronico e investendo in innovazione, formazione e comunicazione. Ma dovrà farlo con grande attenzione, garantendo che la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, in particolare il diritto alla privacy, sia sempre al centro di ogni decisione.

Il futuro della sanità è digitale e l’EHDS ci offre una visione di questo futuro. Una visione in cui i dati sanitari sono al servizio della salute di tutti, nel rispetto dei diritti di ciascuno. La sfida è complessa, ma le opportunità sono enormi.

Disturbi alimentari: mortalità fino a 12 volte superiore a causa della malnutrizione

Chi soffre di anoressia può arrivare a perdere oltre l’85% del proprio peso corporeo ideale, con complicanze che vanno dal ritardo nell’accrescimento (negli adolescenti) ad anomalie cardiache e cerebrali, la cui reversibilità, anche con il recupero ponderale, non è sempre certa. «Data la loro complessità, i disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) richiedono un approccio multidisciplinare e l’intervento di specialisti adeguatamente formati ma in Italia sono ancora pochi i centri in grado di offrire questo tipo di assistenza, integrando terapia nutrizionale, psichiatrica e psicologica», afferma Antonella Lezo, Presidente della Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo (SINPE), che in occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla del 15 marzo richiama l’attenzione sulle peculiarità di un corretto ed efficace percorso di cura nei DNA.

«All’interno di questo percorso – prosegue l’esperta – il supporto nutrizionale rappresenta la prima base. Serve, innanzitutto, a scongiurare il rischio di morte, che in questi pazienti, a causa del loro grave stato di malnutrizione, è fino a 12 volte superiore rispetto alla popolazione generale, e a prevenirne le complicanze. In più, permettendo all’organismo di tornare a ‘funzionare’, il ripristino dello stato nutrizionale è anche funzionale all’efficacia dell’intervento psicologico e psichiatrico. Per rispondere a queste sollecitazioni, il corpo deve prima saper produrre le giuste molecole, che determinano forza, umore, capacità di sentire fame, sazietà».

Al fine di realizzare questa opportuna integrazione di competenze, diventano fondamentali i team multidisciplinari di esperti. «Negli ultimi anni la prevalenza dei DNA è decuplicata e questo si è accompagnato a un’attenzione crescente verso il problema, tanto che il Ministero della Salute, per il secondo anno consecutivo, ha rinnovato l’erogazione di fondi dedicati proprio alla creazione di centri che includano tutte le figure coinvolte nella presa in carico dei pazienti con DNA, dietologo, dietista, psicologo, psichiatra, terapista della riabilitazione psichiatrica. Ma ancora oggi – sottolinea Lezo – le famiglie fanno fatica a trovare punti di riferimento e strutture a cui affidarsi, con ritardi nella diagnosi e nell’avvio delle cure, cronicizzazione del disturbo e complicazioni nel percorso di riabilitazione».

«Se il trattamento non è gestito da personale formato, – aggiunge l’esperta – per il paziente subentra non solo il rischio di ricaduta ma anche quello di ‘refeeding syndrome’, ovvero sindrome da rialimentazione, quando l’intervento nutrizionale è troppo aggressivo, comportando diselettrolitemie, scompenso cardiaco e deficit di vitamina B1. Questa condizione, se non riconosciuta e trattata correttamente, può essere letale».

«La gestione dei DNA è una delle principali sfide della nutrizione clinica odierna – conclude la Presidente SINPE -. Come società scientifica, siamo impegnati nella formazione dei professionisti sul corretto approccio al problema e nell’aumentare la consapevolezza presso i nostri associati della gravità di questi disturbi che insorgono ormai in età sempre più precoce, addirittura 8-9 anni. Inoltre, siamo al lavoro per pubblicare a breve, insieme a SIRIDAP, SIS.DCA, ASAND e SIGENP, un documento di consenso intersocietario sull’omogeneizzazione dei protocolli nutrizionali e sull’integrazione con l’intervento psichiatrico e psicologico. Il paper prevederà anche specifiche indicazioni per gruppi speciali di pazienti, come adolescenti e donne in gravidanza o allattamento».