A due anni dall’avvio della riforma sulla distribuzione dei farmaci, si è svolto al Ministero della Salute l’evento “Farmaco accessibile: la rivoluzione gentile della prossimità. L’evoluzione del modello e i nuovi obiettivi della distribuzione”, promosso dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato.
All’incontro hanno partecipato il Sottosegretario al MEF Lucia Albano, il Presidente di AIFA Robert Nisticò, istituzioni, rappresentanti della filiera del farmaco, ordini professionali e associazioni dei pazienti. L’obiettivo era fare il punto sull’evoluzione del nuovo modello e sugli effetti concreti per cittadini e sistema sanitario.
«Una trasformazione concreta per il cittadino»
«Due anni fa parlavamo di un cambiamento epocale. Oggi possiamo dire che quella visione si è tradotta in una rivoluzione gentile: una trasformazione con effetti concreti per il cittadino», ha dichiarato il Sottosegretario Gemmato.
La riforma, introdotta con la legge di bilancio 2024, prevede il passaggio dalla distribuzione diretta regionale dei farmaci alla distribuzione nelle farmacie pubbliche e private convenzionate. Questo modello consente un accesso più semplice alle terapie, soprattutto per gli anziani, che oggi possono ritirare i medicinali vicino a casa, riducendo tempi e burocrazia.
Risparmi e gestione più efficiente
«I dati confermano la bontà della scelta – ha aggiunto Gemmato – secondo AIFA, la riclassificazione delle gliflozine ha generato un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale di 9,2 milioni di euro tra settembre e novembre 2025, con una proiezione annua di circa 36,5 milioni. Parliamo di 3,4 milioni di confezioni, con consumi in linea con le attese».
La riforma ha migliorato anche la gestione dei farmaci negli ospedali, riducendo furti e costi indiretti legati alla logistica, allo stoccaggio, alla sicurezza e al personale. «Nel 2025 si sono registrati ancora 21 episodi di furto nelle farmacie ospedaliere, per circa 5 milioni di euro – ha spiegato Gemmato – mentre nei primi mesi del 2026 si è già verificato un furto dal valore di circa 8 milioni».
«Una sanità che ascolta e semplifica»
«Questa riforma non è un punto di arrivo, è una direttrice strutturale di cambiamento. Abbiamo scelto di riportare il farmaco sul territorio e di costruire una sanità che si plasma sulle necessità di cura e presa in carico, una sanità che semplifica, ascolta e avvicina il farmaco al cittadino, non viceversa», ha commentato ancora Gemmato.
Il modello punta anche a integrare assistenza e prossimità, con la farmacia dei servizi come presidio fondamentale della rete territoriale, capace di contribuire alla presa in carico dei pazienti e al monitoraggio dell’aderenza terapeutica.
Sviluppi futuri e nuove categorie di farmaci
Guardando ai prossimi sviluppi, Gemmato ha annunciato che AIFA sta valutando, attraverso la Commissione scientifico-economica, nuove categorie di farmaci da trasferire alla distribuzione convenzionata. «Nel rispetto della normativa vigente e della sostenibilità economico-finanziaria del sistema, l’Agenzia sta considerando la possibilità di proseguire nella riclassificazione di ulteriori medicinali della classe degli antidiabetici», ha concluso il Sottosegretario.
L’integrazione delle nuove tecnologie nel sistema sanitario italiano ha guidato i lavori della seconda giornata dell’Incontro AFI – Associazione Farmaceutici Industria dedicato agli Affari istituzionali e regolatori, svoltosi a Roma il 24 e 25 marzo 2026.
L’appuntamento ha confermato il ruolo dell’Associazione Farmaceutici Industria come spazio di dialogo multidisciplinare tra istituzioni – AIFA, Agenas e Ministero della Salute – e industria, con l’obiettivo di trasformare la complessità regolatoria in un’opportunità per la ricerca e la salute dei cittadini.
HTA e accesso all’innovazione
Un focus particolare è stato dedicato al ruolo dell’Health Technology Assessment (HTA) per garantire equità di accesso e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Le nuove linee guida per la determinazione del prezzo e del rimborso dei farmaci indicano come il valore clinico debba integrarsi con una valutazione dell’impatto tecnologico.
«Le risorse aggiuntive inserite nell’ultima Legge di Bilancio hanno rappresentato una conseguenza dell’approccio basato sulle evidenze», ha dichiarato Francesco Saverio Mennini, Capo del Dipartimento della Programmazione del Ministero della Salute. «Questo approccio, che utilizza la metodologia dell’HTA, ha permesso anche di innalzare il tetto di spesa per i dispositivi medici e per i farmaci» ha aggiunto Mennini, sottolineando che l’obiettivo è favorire l’accesso all’innovazione e mitigare gli effetti del sistema di payback.
Terapie digitali, HTA e AI guidano il nuovo modello regolatorio per accesso sostenibile all’innovazione sanitaria
Tra le novità, anche l’eliminazione degli “innovativi condizionati” e l’introduzione di una quota dedicata di 100 milioni di euro per gli antibiotici “reserve” nel fondo dei farmaci innovativi.
Nel medio periodo, l’obiettivo indicato è il superamento della logica di spesa per “silos” a favore di una visione integrata basata sull’HTA, supportata anche da un nuovo ufficio ministeriale per la tracciabilità di farmaci e dispositivi e per lo sviluppo di modelli predittivi di programmazione.
Terapie digitali: uscire dall’area grigia
Ampio spazio è stato dedicato alle terapie digitali (DTx), con l’obiettivo di superare l’attuale inquadramento incerto tra benessere e terapia. Nonostante la crescita del settore – con 26 dispositivi certificati a fine 2025 – resta aperta la questione della rimborsabilità e dell’accesso.
«Per essere riconosciute come opzioni terapeutiche a carico del SSN, le DTx devono dimostrare un valore clinico solido», ha ribadito Paola Minghetti, vicepresidente AFI.
L’integrazione di digitale e intelligenza artificiale nei percorsi di cura può aumentare sicurezza, trasparenza e sostenibilità
«Si tratta di software medicali a tutti gli effetti», ha spiegato Marco Marchetti, dirigente dell’Unità Operativa Complessa di HTA di Agenas, evidenziando il ruolo delle terapie digitali nei disturbi depressivi e nelle sindromi neurocognitive.
Nel corso dei lavori è stato inoltre ricordato che le terapie digitali sono state inquadrate come dispositivi medici ai sensi del regolamento europeo MDR e inserite nel Programma nazionale di HTA, con l’obiettivo di definire processi di valutazione più rapidi rispetto ai dispositivi tradizionali.
Informazione scientifica e farmacovigilanza
Nel pomeriggio, il confronto si è concentrato sul nuovo documento di Domande e Risposte di AIFA sull’informazione medico-scientifica, volto a uniformare le pratiche di comunicazione tra aziende e classe medica.
Spazio anche alla farmacovigilanza negli studi osservazionali, con il contributo di Anna Rosa Marra (AIFA), che ha sottolineato il ruolo del responsabile di farmacovigilanza nella gestione delle segnalazioni derivanti da usi compassionevoli e programmi di accesso anticipato.
AFI: «Cambio di paradigma necessario»
In chiusura, il presidente AFI Giorgio Bruno ha evidenziato la necessità di un’evoluzione del sistema regolatorio. «Queste due giornate di intenso confronto hanno confermato la centralità del paziente e dell’innovazione tecnologica nel futuro della sanità. L’integrazione del digitale e dell’intelligenza artificiale nei percorsi di cura è stata indicata come una priorità assoluta».
Secondo Bruno, il dialogo con il Governo e il lavoro sul Testo Unico rappresentano un’occasione per definire ambiti ancora aperti, tra cui terapie personalizzate e nuove piattaforme tecnologiche, con l’obiettivo di una normativa più stabile e una semplificazione dei tempi regolatori per favorire l’accesso all’innovazione.
In Italia la longevità non è più soltanto una conquista demografica. È diventata, piuttosto, una lente attraverso cui osservare le trasformazioni profonde della società, della sanità e dell’economia. Vivere più a lungo, oggi, non basta più: la vera sfida è vivere meglio, preservando autonomia, benessere e partecipazione sociale. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Longevity & Silver Economy: digitale e innovazione per un mondo in cui vivere a lungo”, oltre due over 55 su tre conoscono strumenti di intelligenza artificiale come ChatGPT e più di un terzo li utilizza, mentre cresce l’uso di social, servizi online e acquisti digitali.
Una popolazione senior sempre più eterogenea
Dai dati emerge con chiarezza come la popolazione senior non sia più un blocco omogeneo, ma un universo composito, attraversato da differenze di salute, condizioni socio-economiche, livelli di istruzione e stili di vita. Una pluralità di bisogni che mette sotto pressione un sistema ancora fortemente orientato alla gestione della malattia, più che alla promozione della salute. Il punto, infatti, non è soltanto allungare la vita, ma ridurre la distanza tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute, spostando il baricentro verso la prevenzione e il benessere lungo tutto l’arco della vita.
Ignazio Zullo
Longevità, da conquista demografica a lente sulla società
È una questione che, come ha sottolineato il Senatore Ignazio Zullo, Intergruppo parlamentare invecchiamento attivo, intervenuto al convegno, ha prima di tutto una radice culturale. «Dobbiamo rafforzare una convinzione: puntare sulla prevenzione, sulla promozione della salute e sulla riabilitazione», ha osservato. «Il nodo centrale è l’autosufficienza, intesa non solo come condizione clinica, ma come elemento fondante della dignità della persona. Più una persona è autonoma, più resta parte attiva della società, della vita familiare e, quando possibile, anche lavorativa. Un aspetto che si riflette direttamente sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, chiamato a confrontarsi con un aumento delle patologie cronico-degenerative».
Disuguaglianze sociali e sfide territoriali
Ma la salute non si esaurisce nei determinanti clinici. Accanto ai fattori endogeni, pesano sempre di più quelli esogeni: condizioni socio-economiche, contesti territoriali, modelli di vita. «Le differenze tra regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni, incidono profondamente», ha sottolineato Zullo, richiamando l’attenzione anche su fenomeni come lo spopolamento di molte aree del Paese. In questi contesti, la permanenza degli anziani senza reti familiari solide amplifica un altro fattore di rischio spesso sottovalutato: la solitudine.
Deborah De Cesare
È proprio in questo scenario complesso che si inserisce il tema dell’innovazione digitale. Se da un lato le tecnologie rappresentano una leva fondamentale per migliorare la qualità della vita e rendere più efficienti i servizi, dall’altro aprono interrogativi nuovi, soprattutto in relazione alle disuguaglianze. I dati raccolti dall’Osservatorio, come spiega Deborah De Cesare, direttrice dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano sono eloquenti: il 72% dei 551 senior coinvolti nella ricerca esprime preoccupazione rispetto alle nuove tecnologie, in particolare per il rischio di isolamento sociale e per la difficoltà di distinguere tra contenuti autentici e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Non solo: circa la metà teme di rimanere esclusa da servizi essenziali in assenza di adeguate competenze digitali.
«Non si tratta, però, di una resistenza al cambiamento. Piuttosto, di un segnale che non può essere ignorato. Non dobbiamo nasconderci dietro i rischi del digitale – ha osservato De Cesare – ma lavorare perché queste preoccupazioni non si traducano in esclusione. Il punto è ribaltare la prospettiva: non è il senior che deve inseguire l’innovazione, ma è l’innovazione che deve adattarsi alle caratteristiche dell’utente».
Competenze digitali e progettazione centrata sull’utente
«Questo implica un doppio livello di intervento. Da un lato, investire in competenze digitali, rafforzando l’alfabetizzazione e accompagnando le persone in un percorso di familiarizzazione con le tecnologie. Dall’altro, e forse in modo ancora più decisivo, progettare servizi accessibili, intuitivi e inclusivi. Il digitale deve essere pensato, sviluppato e validato con l’utente» ha sottolineato De Cesare, richiamando l’importanza della co-progettazione. Un approccio che consente di ridurre le barriere all’accesso e di evitare che strumenti pensati in modo standardizzato finiscano per escludere proprio le fasce più fragili.
Il digitale può includere i senior solo se progettato accessibile, intuitivo e centrato sull’utente
Il tema dell’accessibilità si intreccia così con quello dell’equità. Livelli di istruzione più bassi, età avanzata o condizioni di fragilità possono rendere più difficile l’interazione con strumenti digitali complessi. In questi casi, è il sistema che deve fare un passo verso il cittadino, adattando linguaggi, interfacce e modalità di erogazione dei servizi. L’obiettivo è evitare che la trasformazione digitale, anziché ridurre le disuguaglianze, finisca per amplificarle.
Eppure, se correttamente indirizzato, il digitale può rappresentare un alleato potente. Dalla salute al supporto domiciliare, fino alla gestione finanziaria e alla sicurezza, le tecnologie possono contribuire a intercettare bisogni che oggi sono solo parzialmente riconosciuti, ma destinati a diventare sempre più rilevanti in una società che invecchia. Allo stesso tempo, come ha evidenziato anche Zullo, «la digitalizzazione è uno strumento chiave per connettere i diversi nodi della rete assistenziale, ospedale, territorio, assistenza domiciliare, in un contesto segnato anche dalla carenza di personale sanitario».
Il digitale come alleato della longevità
La sfida, dunque, non riguarda solo la sanità, ma l’intero assetto della società. Richiede un ripensamento dei modelli di presa in carico, una maggiore integrazione tra sanitario e sociale e una capacità di progettare servizi che tengano conto della reale eterogeneità della popolazione senior. In gioco non c’è solo la qualità della vita delle persone, ma anche la sostenibilità complessiva del sistema.
In questo senso, la longevità smette di essere un dato statistico e diventa un banco di prova per le politiche pubbliche, l’innovazione e la coesione sociale. La direzione è tracciata: costruire un modello in cui vivere più a lungo significhi anche vivere meglio, senza lasciare indietro nessuno.
L’intelligenza artificiale è sempre più presente nel dibattito sulla trasformazione dei sistemi sanitari, ma il passaggio dalla teoria alla pratica resta una delle sfide principali per le organizzazioni pubbliche.
Oltre alle promesse tecnologiche, le aziende sanitarie devono confrontarsi con questioni concrete: quali strumenti utilizzare, come integrarli nei processi esistenti, quali competenze servono e quali condizioni organizzative rendono possibile un uso efficace dell’AI. In questo contesto, diventa cruciale costruire una vera e propria “cassetta degli attrezzi” che aiuti i decisori e i professionisti della sanità pubblica a orientarsi tra opportunità, limiti e priorità operative.
Nella Live di TrendSanità, Davide Croce porta una riflessione sul ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali, nella governance e nella sostenibilità dei sistemi sanitari, mentre Ivan Mazzoleni, coordinatore di area di ASL3 Liguria, condivide spunti legati all’applicazione dell’AI nei contesti organizzativi reali, tra sperimentazione, implementazione e gestione del cambiamento.
La Live esplora come usare concretamente l’AI nella sanità pubblica, trasformandola da promessa tecnologica a leva di innovazione.
Ne parliamo con:
Davide Croce Direttore CREMS
Ivan Mazzoleni Coordinatore Area sociosanitaria locale 3 – Genova
Registrati i decreti ministeriali che istituiscono tre nuove lauree magistrali in Scienze infermieristiche su competenze specialistiche in Cure primarie e Infermieristica di famiglia e comunità, Cure neonatali e pediatriche; Cure intensive e nell’emergenza.
Si tratta di un risultato frutto di un impegno pluriennale condotto a stretto contatto con i ministri Orazio Schillaci e Anna Maria Bernini che, il 21 febbraio scorso, in occasione del Consiglio nazionale FNOPI, avevano anticipato l’avvenuta firma dei decreti ai presidenti dei 102 Ordini delle professioni infermieristiche provenienti da tutta Italia.
Registrati i decreti sulle nuove Lauree infermieristiche a indirizzo clinico
Si avvia così l’iter attuativo per garantire agli studenti la possibilità di accedere ai nuovi percorsi già dal prossimo anno accademico.
FNOPI: «Passaggio cruciale per l’evoluzione della professione»
«L’attivazione delle lauree magistrali a indirizzo clinico – commentano dalla FNOPI – costituisce un passaggio cruciale per rispondere alle nuove esigenze di salute della popolazione e per l’evoluzione della professione infermieristica. Un traguardo che non segna un punto di arrivo, ma un nuovo inizio per gli infermieri. Potranno finalmente ambire a nuovi sviluppi di carriera e ottenere il giusto riconoscimento, anche dal punto di vista economico, per competenze cliniche fondamentali per la tenuta del Sistema Salute».
Secondo la Federazione, i nuovi percorsi rappresentano quindi un’evoluzione significativa sia per la qualità dell’assistenza ai cittadini sia per la valorizzazione professionale degli infermieri.
Il percorso istituzionale
L’approvazione dei decreti completa un percorso caratterizzato dal dialogo tra Ministero della Salute, Ministero dell’Università e della Ricerca, Regioni e Direzioni generali coinvolte.
Tra queste, la Direzione generale delle Professioni sanitarie e delle Risorse umane del Servizio sanitario nazionale, diretta da Mariella Mainolfi, e la Direzione generale degli Ordinamenti della formazione superiore e del diritto allo studio del MUR, diretta da Gianluca Cerracchio.
«L’altissima presenza di persone con background migratorio ha spinto la direzione della casa circondariale di Sollicciano, in provincia di Firenze, a chiederci di organizzare una proposta che favorisse una più efficace presa in carico da parte dei detenuti extracomunitari tenendo conto delle specificità culturali, degli aspetti geopolitici e del percorso migratorio». Lelia Pisani, etnopsicologa del Centro Studi Sagara, racconta l’avvio del lavoro d’équipe che intreccia il supporto psicologico nel contesto carcerario, supportando i migranti nella comprensione delle complesse procedure burocratiche che lo caratterizzano e facilitando la possibilità di accedere ai vari servizi.
Numeri e criticità
Secondo il XXI Rapporto sulle condizioni dei detenuti realizzato dall’associazione Antigone, è stabile il numero di circa 20mila persone con background migratorio all’interno degli istituti penitenziari, su un totale di 60mila detenuti. Si parla di una presenza che ha raggiunto il picco nel 2017 con quasi il 40%, e che si è successivamente ridotta, tornando lievemente ad aumentare intorno alla soglia del 31% negli anni 2023-2024 e che oggi continua ad essere più o meno intorno al 30%.
Secondo lo stesso documento gli spazi disponibili in molti casi sono inferiori al minimo stabilito per legge, i tre metri quadrati per persona, e se il problema del sovraffollamento è ben noto anche al grande pubblico, i silenziosi decessi a causa di gesti anticonservativi sono oggi un sottobosco di fatti di cui non si indagano sempre le ragioni.
L’elevata presenza di detenuti migranti richiede modelli di presa in carico sensibili alle differenze culturali
Eppure nel 2019 un ampio lavoro di ricerca che ha preso in esame 13 studi realizzati tra il 2000 e il 2018 confermava già lo stretto legame tra suicidio e patologia mentale. Il lavoro pubblicato sul Journal of Affective Disorders, realizzato dal team guidato da Lay San Too, faceva emergere che le persone con un disturbo mentale presentavano un rischio di suicidio quasi otto volte superiore rispetto alle altre persone.
Secondo Ristretti Orizzonti – associazione che si occupa di monitoraggio e tutela delle persone in carcere in Italia – nel 2025 sono stati 80 i detenuti che si sono tolti la vita. Il dossier “Morire di carcere” evidenzia i dati essenziali dei decessi, come il nome dei detenuti, i quali per quasi la metà suggeriscono un background migratorio.
E pensare che, qualche anno fa, nel 2021, con 59 casi, il nostro Paese veniva già inserito nel rapporto di Statistiche penali annuali del Consiglio d’Europa (denominato SPACE I) nella casella dei paesi con più elevato tasso di suicidi. Nello stesso anno veniva pubblicato su The Lancet un altro ampio lavoro di metanalisi che prendeva in esame i dati di oltre 15mila casi di persone detenute che in 27 paesi di tutto il mondo si sono tolte la vita, andando a indagare i motivi più profondi del gesto. Lo studio evidenziava come, tra le principali cause – oltre la patologia psichiatrica non curata – emergessero la mancanza di visite sociali, cioè la condizione di isolamento e la grande solitudine a cui sono esposte alcune persone in carcere.
L’importanza delle relazioni sociali
Lelia Pisani
Pisani spiega: «La questione delle relazioni sociali e dei contatti del detenuto con la propria famiglia è cruciale. Ci siamo resi conto che una parte enorme del malessere all’interno delle carceri, per chi ha un background migratorio, è generata dall’assenza di una rete familiare». E commenta: «Per questioni amministrativo burocratiche è più complesso per i detenuti con parenti all’estero poter accedere alle telefonate con i familiari». Il motivo? «In molti paesi acquistare una scheda telefonica non richiede un contratto di proprietà, documento invece richiesto dall’istituto penale per il rilascio delle autorizzazioni alle telefonate». E continua: «In accordo con la direzione di Sollicciano è stato organizzato un servizio che ha permesso ai mediatori linguistico‑culturali dell’équipe di verificare e certificare, tramite un’intervista telefonica, l’identità del titolare del numero indicato dal detenuto».
Interventi multidisciplinari in carcere
Lelia Pisani si riferisce agli istituti penitenziari della Toscana, tra cui Pisa, Livorno e Firenze, dove è attivo l’intervento etnoclinico. Per quanto riguarda i percorsi specifici di etnopsicologia per migranti, racconta: «Il Centro Studi Sagara propone un lavoro in équipe multidisciplinare. Coinvolgiamo almeno tre figure professionali, tra cui uno psicologo, un antropologo e un mediatore linguistico culturale individuato in relazione all’area geografica di provenienza del detenuto. Il nostro obiettivo è lavorare in copresenza sia con il personale sanitario sia con gli educatori di riferimento».
Isolamento sociale, ostacoli burocratici e fragilità psichica aumentano il rischio di suicidio in carcere
E continua: «Nella nostra Scuola di specializzazione siamo impegnati nella formazione di medici e psicologi all’etnopsicoterapia, abbiamo anche un corso di mediazione etnoclinica che accoglie in formazione altre figure professionali fondamentali nel contesto etnoclinico: mediatori linguistico culturali, avvocati, medici, educatori, assistenti sociali psicoterapeuti e psichiatri”. E aggiunge: «La formazione del personale è il primo passo per una presa in carico adeguata a certe situazioni».
Formazione e competenze specialistiche
Svelando i retroscena di una professione nata nella seconda metà del secolo scorso, Pisani racconta: «Quando eravamo impegnati in contesti di cooperazione internazionale ci siamo resi conto che i nostri mezzi per prendere in carico la malattia mentale e la sofferenza psichica non erano adeguati ed efficaci. Quindi l’etnopsicologia è una disciplina che si è resa necessaria per aggiornare le nostre prospettive psicologiche sia da un punto di vista diagnostico interpretativo sia nei modelli di presa in carico».
L’etnopsicologia integra aspetti culturali, geopolitici e biografici per migliorare la qualità dell’assistenza ai detenuti
In conclusione spiega gli aspetti pratici: «Un etnopsicologo, etnopsichiatra o etnopsicoterapeuta non si interessa solo dell’etnos originario, ma anche dei contesti geopolitici e di tutto il periodo – più o meno lungo – che va da qualche mese a qualche anno di viaggio migratorio, spesso causa di molta sofferenza. Un migrante che arriva oggi e uno arrivato trent’anni fa hanno compiuto percorsi diversi, e questi fattori sono essenziali per una presa in carico completa».
Se ti trovi in una situazione di emergenza chiama il 112
Se sei un minore e ti trovi in una situazione di difficoltà o se sei un adulto e sei preoccupato per un minore, puoi rivolgerti al Telefono Azzurro: www.azzurro.it
La Segreteria regionale Campania del Sindacato Medici Italiani (SMI) esprime soddisfazione per il risultato ottenuto a seguito dell’interlocuzione con la Direzione Generale Tutela della Salute della Regione Campania sul tema dell’appropriatezza prescrittiva.
Secondo il sindacato, il provvedimento va verso una governance più efficace della spesa farmaceutica e della sostenibilità del SSR
Secondo il sindacato, il provvedimento va nella direzione di una governance più efficace della spesa farmaceutica e della sostenibilità del Servizio sanitario regionale.
Responsabilità prescrittiva e chiarezza delle indicazioni cliniche
Lo SMI definisce il provvedimento «un risultato storico per la medicina generale», perché introduce un principio sostenuto da tempo dal sindacato: il medico prescrittore, specialista o ospedaliero, deve indicare chiaramente la prescrivibilità del farmaco e la condizione clinica che giustifica l’erogazione a carico del Servizio sanitario nazionale.
Il decreto stabilisce in particolare che:
le prescrizioni devono essere associate in modo univoco alla condizione clinica;
l’informazione deve essere riportata obbligatoriamente nella ricetta SSN, nel campo “disposizioni regionali”;
le prescrizioni al di fuori delle condizioni previste dalla Nota AIFA N01 saranno considerate non appropriate;
le Aziende sanitarie dovranno verificare sistematicamente il rispetto degli obblighi.
Stop all’induzione prescrittiva non documentata
Secondo lo SMI Campania, il provvedimento contribuisce a superare «la pratica che addossa tutte le responsabilità della inadeguatezza prescrittiva sulla medicina generale» e rappresenta «un antidoto efficace per contrastare il fenomeno di induzione prescrittiva non documentata».
L’obiettivo è evitare che il medico di medicina generale venga utilizzato come mero esecutore e garantire maggiore trasparenza, responsabilità e tracciabilità nel percorso prescrittivo.
Appropriatezza e sostenibilità del SSN
Nella nota, lo SMI ribadisce che «l’appropriatezza prescrittiva, la responsabilità di chi prescrive e la chiarezza delle indicazioni cliniche sono condizioni imprescindibili per la tutela del Servizio sanitario nazionale, regionale e dei cittadini». Il sindacato sottolinea inoltre che continuerà a vigilare affinché le disposizioni siano applicate concretamente in tutte le Aziende sanitarie.
SMI: «Una vittoria di civiltà sanitaria»
Secondo la Segreteria regionale Campania dello SMI, il risultato rappresenta «una vittoria di civiltà sanitaria», perché rafforza il principio secondo cui chi prescrive deve assumersi la responsabilità clinica e amministrativa delle proprie indicazioni, assicurando appropriatezza prescrittiva e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e regionale.
Senza interventi urgenti sulla sostenibilità industriale dei farmaci a brevetto scaduto, il sistema rischia di perdere progressivamente pezzi fondamentali, con un aumento delle carenze e una minore disponibilità di medicinali essenziali per i pazienti. La revisione del prontuario, se confermata da AIFA, va esattamente nella direzione opposta e aumenterà questo rischio.
È l’allarme lanciato da Riccardo Zagaria, presidente di Egualia– l’associazione delle aziende produttrici di farmaci equivalenti, biosimilari e value added medicines – intervenuto in audizione alla X Commissione del Senato sul disegno di legge delega per il riordino della legislazione farmaceutica (AS 1786).
Zagaria: «Sistema sotto pressione»
«I farmaci non coperti da brevetto sono la spina dorsale della continuità terapeutica per milioni di pazienti e un pilastro della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Ma oggi questa infrastruttura è sotto pressione: costi in crescita, prezzi rigidi e meccanismi regolatori non più adeguati stanno comprimendo i margini fino a rendere non sostenibile la permanenza sul mercato di molti prodotti», ha dichiarato Zagaria.
Farmaci off-patent a rischio: costi in crescita e prezzi rigidi minacciano sostenibilità e disponibilità
Un quadro che, se non affrontato alla radice, rischia di tradursi in una progressiva riduzione dell’offerta e in maggiori difficoltà di approvvigionamento. «Le carenze non sono un fenomeno episodico, ma il segnale di un equilibrio che si sta incrinando», ha aggiunto.
Differenze tra segmenti di mercato
Nel dibattito sul riordino della spesa farmaceutica, Egualia richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di tenere conto delle profonde differenze tra i diversi segmenti di mercato. «I farmaci off-patent rispondono a logiche industriali, dinamiche di prezzo e meccanismi di concorrenza completamente diversi rispetto ad altri comparti: ogni intervento deve riconoscere queste specificità per non generare effetti distorsivi», ha osservato Zagaria.
Il Testo Unico come passaggio decisivo
Secondo Egualia, il Testo Unico rappresenta un passaggio decisivo per compiere una scelta politica chiara e non più rinviabile, mettendo al centro la sostenibilità industriale del comparto e la sicurezza delle forniture.
Le priorità indicate da Egualia
Tra le misure proposte dall’associazione:
superare il payback per i farmaci off-patent acquistati tramite gara, eliminando un meccanismo che incide su prodotti già caratterizzati da margini minimi;
introdurre meccanismi di aggiornamento dei prezzi ex factory, soprattutto per i medicinali più esposti al rischio di carenza, in linea con l’andamento reale dei costi (API, energia, trasporti, logistica);
valorizzare l’innovazione incrementale sui farmaci a brevetto scaduto, riconoscendone il contributo in termini di aderenza, qualità della vita e benefici per il SSN;
rafforzare l’intera filiera produttiva, sostenendo non solo i principi attivi ma anche la produzione di prodotti finiti per rafforzare il CMO/CDMO italiano;
rendere omogenei e vincolanti i modelli di gara multi-aggiudicatario su tutto il territorio nazionale, per garantire concorrenza effettiva, pluralità di operatori e maggiore sicurezza degli approvvigionamenti sia dei farmaci biologici a brevetto scaduto sia di quelli di sintesi chimica.
Zagaria: «Decisioni immediate»
«Non intervenire oggi significa esporsi al rischio concreto di un progressivo indebolimento del comparto, con conseguenze dirette su pazienti e sistema sanitario. Mettere in sicurezza i farmaci off-patent è una priorità industriale e sanitaria che richiede decisioni immediate», ha concluso Zagaria.
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha adottato il nuovo “Documento di armonizzazione delle procedure di semplificazione dell’iter negoziale di prezzo e rimborso”. L’obiettivo è ridurre i tempi di conclusione dei procedimenti e facilitare un accesso più rapido al mercato per alcune categorie di farmaci. In una nota AIFA si legge che la misura consentirà anche alla Commissione Scientifica ed Economica (CSE) di concentrare le valutazioni sui dossier più complessi.
Nisticò: «Iter più celeri e accesso tempestivo»
«È un passo importante nell’ottica della semplificazione e della sburocratizzazione dell’Agenzia – afferma il Presidente AIFA, Robert Nisticò –. Avere a disposizione procedure negoziali aggiornate e armonizzate significa poter garantire iter più celeri e trasparenti e quindi un accesso più tempestivo dei pazienti alle terapie rimborsate».
Procedure più rapide per migliorare sostenibilità del SSN e focalizzare valutazioni sui dossier complessi
Russo: «Ottimizzare il procedimento amministrativo»
«Dopo l’aggiornamento delle linee guida dei dossier di richiesta del prezzo e della rimborsabilità da parte delle aziende farmaceutiche, il documento pubblicato oggi mira a ottimizzare il procedimento amministrativo, oltre a razionalizzare e coordinare l’attività degli uffici nell’ambito delle diverse procedure di prezzo e rimborso» commenta il Direttore Tecnico Scientifico, Pierluigi Russo.
Procedure semplificate: iter senza passaggio in CSE
La nota AIFA specifica quali procedure non sono sottoposte alla valutazione della CSE. Le pratiche vengono istruite dall’Ufficio Prezzi e Rimborso e sottoposte direttamente all’approvazione del Consiglio di Amministrazione (CdA) prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Rientrano in questo gruppo:
Equivalenti e biosimilari: sono previsti iter rapidi sia per la prima negoziazione che per le successive, a condizione che le aziende propongano un prezzo conforme alla riduzione prevista dal D.M 21 luglio 2022 (Decreto scaglioni), o prezzi allineati/inferiori ai prezzi di riferimento più bassi già negoziati.
Estensione delle indicazioni terapeutiche: riconoscimento automatico della rimborsabilità per i farmaci equivalenti/biosimilari che richiedono estensioni di indicazioni già rimborsate per il farmaco originator, purché il prezzo sia allineato al prezzo di riferimento o al più basso in vigore.
Modifiche del confezionamento primario: iter semplificato per l’ammissione alla rimborsabilità di nuove confezioni con materiale o tipologia di confezionamento diverso, qualora il prezzo proposto sia allineato a quello della confezione già rimborsata.
Importazioni parallele: iter semplificato per i farmaci di importazione parallela che offrono una specifica riduzione di prezzo rispetto al prodotto corrispondente già commercializzato in Italia.
Rinegoziazione automatica delle condizioni negoziali: Le aziende possono accedere a questa procedura tramite uno “Smart dossier” formulando una specifica proposta di sconto senza che ci sia una rivalutazione del posizionamento terapeutico del farmaco né del regime di rimborsabilità.
Fast track: valutazioni rapide e standardizzate
La nota AIFA specifica anche quali procedure invece prevedono ancora il passaggio in CSE, ma con una valutazione estremamente celere basata su pareri standardizzati e parametri negoziali stabiliti in via preventiva dalla Commissione. Appartengono a questo gruppo:
Variazioni di dosaggio e unità posologiche: le nuove confezioni per modifica del numero di unità posologiche o dosaggio (incrementi o riduzioni) saranno oggetto di una rapida valutazione, applicando riduzioni di prezzo fisse.
Nuove associazioni fisse di farmaci: le nuove associazioni fisse accederanno alla procedura rapida, se propongono un prezzo inferiore rispetto alla somma dei prezzi vigenti più bassi dei singoli principi attivi già rimborsati.
Rinegoziazione per farmaci carenti: per prevenire la carenza di farmaci essenziali è prevista una procedura di rinegoziazione per neutralizzare gli impatti delle riduzioni di legge e garantirne la permanenza sul mercato.
Rinegoziazioni per farmaci con tetto di spesa: le aziende possono accedere a questa procedura tramite “Smart Dossier”, purché il farmaco abbia un fatturato stabile o in diminuzione e non abbia mai superato il tetto per almeno tre verifiche amministrative consecutive.
Classificazione dei farmaci in Fascia C: iter snelli sono previsti per le richieste di classificazione in fascia C in caso di analoghi già disponibili nella medesima classe di rimborsabilità, come ad esempio i vaccini.
Modalità di presentazione dei dossier
Per accedere alle nuove procedure, il richiedente deve presentare la consueta istanza negoziale, indicando nella cover letter la volontà di avvalersi dei percorsi previsti dal Documento e specificandone la tipologia.
In attesa dell’aggiornamento della piattaforma e-Dossier, è possibile fare riferimento alla tabella “Modalità di presentazione del dossier per procedure di semplificazione”, che mette in corrispondenza le sotto-tipologie attualmente disponibili con quelle introdotte dal nuovo impianto.
Restano invariate le modalità di presentazione previste per la tipologia negoziale TN 8.
Il documento di ANMCO integra risultati di trial clinici, studi osservazionali e analisi di modelli organizzativi
Nello scenario caratterizzato da aumento delle patologie croniche, crescita della popolazione anziana e della pressione sui servizi ospedalieri, le soluzioni die-Health e telemonitoraggio stanno emergendo come strumenti strategici per migliorare la gestione delle malattie cardiovascolari. Il documento di ANMCO, che integra risultati di trial clinici, studi osservazionali e analisi di modelli organizzativi, restituisce un messaggio chiaro: il monitoraggio remoto e le piattaforme digitali non rappresentano solo un’innovazione tecnologica, ma un possibile cambio di paradigma nella gestione delle malattie cardiovascolari.
Il peso delle malattie cardiovascolari e la pressione sui sistemi sanitari
Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nei paesi industrializzati e rappresentano una quota rilevante della spesa sanitaria. Il modello tradizionale di gestione di queste patologie, basato su controlli ambulatoriali periodici e ricoveri ospedalieri in caso di peggioramento clinico, presenta diversi limiti, tra cui:
difficoltà nel monitorare costantemente il paziente
rischio di individuare tardivamente le riacutizzazioni
elevato numero di accessi ambulatoriali e ricoveri evitabili.
Le tecnologie di monitoraggio remoto (remote monitoring) permettono invece di raccogliere e trasmettere dati clinici in modo continuo, consentendo ai clinici di identificare precocemente segnali di deterioramento e intervenire tempestivamente.
Le evidenze cliniche: riduzione di eventi e mortalità
Il position paper sintetizza i risultati di diversi studi che hanno valutato l’impatto del monitoraggio remoto sui pazienti cardiologici, in particolare su quelli portatori di dispositivi cardiaci impiantabili come pacemaker e defibrillatori.
Tra i dati più rilevanti:
eventi clinici nel 18,9% dei pazienti monitorati da remoto contro il 27,2% nel gruppo di controllo, con riduzione statisticamente significativa del rischio;
mortalità a 12 mesi pari al 3,0% nei pazienti seguiti con monitoraggio remoto rispetto all’8,2% nel gruppo tradizionale.
Fabiana Lucà
E non è tutto: anche i dati provenienti da registri e studi osservazionali mostrano un impatto rilevante di questa nuova forma di gestione: in alcune analisi il monitoraggio remoto è stato associato a una riduzione del rischio di morte compresa tra il 50% e il 75%. «Disponiamo sia di studi randomizzati sia di grandi registri di Real World Evidence che dimostrano come il monitoraggio remoto permetta di individuare precocemente eventuali segni di destabilizzazione del quadro clinico. Questo consente di intervenire prima che si verifichino riacutizzazioni dello scompenso e quindi di prevenire o ridurre le ospedalizzazioni», commenta Fabiana Lucà cardiologa presso l’U.O.C. Cardiologia-UTIC, Grande Ospedale Metropolitano GOM di Reggio Calabria e consigliere nazionale ANMCO. «Il punto chiave è che i risultati migliori si osservano quando la tecnologia viene inserita all’interno di modelli organizzativi strutturati e multidisciplinari. In quel contesto diventa uno strumento molto più efficace».
Scompenso cardiaco: il contributo dei trial clinici
Particolare attenzione nel paper è dedicata ai pazienti con scompenso cardiaco, una delle principali cause di ricovero ospedaliero nei paesi occidentali. Il trial IN-TIME, citato nel documento, ha analizzato pazienti con dispositivi impiantabili sottoposti a monitoraggio remoto. Nello studio:
oltre il 54,8% dei pazienti era portatore di defibrillatori impiantabili
circa il 70% presentava cardiopatia ischemica.
Il monitoraggio remoto ha mostrato un miglioramento significativo dello stato clinico e una riduzione della progressione dello scompenso, sia nei pazienti portatori di defibrillatori impiantabili che in quelli con cardiopatia ischemica. Parimenti nello studio MORE-CARE, che ha coinvolto pazienti con dispositivi cardiaci impiantabili, il telemonitoraggio ha dimostrato di facilitare l’identificazione precoce del deterioramento clinico e migliorare la gestione terapeutica.
Fibrillazione atriale e prevenzione dell’ictus
Un ulteriore ambito di applicazione delle tecnologie digitali riguarda la diagnosi precoce della fibrillazione atriale (Fa), un fattore di rischio importante per l’ictus ischemico. Anche in questo caso i sistemi di monitoraggio dei dispositivi cardiaci raggiungono una sensibilità di circa il 95 per cento nell’identificazione degli episodi di Fa, con circa il 90 per cento degli episodi rilevati in modo clinicamente significativo per la gestione terapeutica.
Con il monitoraggio remoto si può intervenire prima che si verifichino riacutizzazioni, prevenendo o riducendo le ospedalizzazioni
Con outcome clinici decisamente positivi: l’incidenza di ictus dello 0,8 per cento nei pazienti seguiti con telemonitoraggio rispetto al 3,3 per cento del gruppo di controllo. Oltre al fatto che il monitoraggio remoto risulta associato a una riduzione del rischio di ictus del 18 per cento a due anni.
Impatto organizzativo: verso nuovi modelli di presa in carico
Le potenzialità dell’e-health in ambito cardiologico si estendono poi all’ambito organizzativo. Le tecnologie digitali permettono infatti di:
migliorare la continuità assistenziale tra ospedale e territorio
ridurre gli accessi ambulatoriali non necessari
identificare precocemente i pazienti a rischio di peggioramento
ottimizzare l’utilizzo delle risorse ospedaliere.
Tutte caratteristiche che rendono il monitoraggio remoto particolarmente rilevante nel contesto della gestione delle cronicità cardiovascolari, dove è fondamentale garantire un controllo clinico continuo.
Le criticità: interoperabilità, governance e modelli di rimborso
Nonostante le evidenze positive, il position paper evidenzia però diverse criticità che limitano la diffusione su larga scala delle tecnologie di e-Health. Come ad esempio: frammentazione dei sistemi informativi sanitari, scarsa interoperabilità tra piattaforme digitali, modelli organizzativi ancora centrati sull’ospedale, mancanza di modelli di rimborso chiari per le prestazioni di telemedicina e necessità di nuove competenze digitali tra i professionisti sanitari. Il documento richiama quindi la necessità di una governance nazionale più forte, che coinvolga istituzioni come Istituto superiore di Sanità e Agenas nella definizione di standard tecnologici e modelli organizzativi condivisi.
La sfida per il sistema sanitario italiano
In Italia la telemedicina ha conosciuto una forte accelerazione durante la pandemia, ma la sua diffusione resta ancora disomogenea tra le diverse regioni. Molte esperienze di telecardiologia sono infatti progetti pilota o iniziative locali, spesso non integrate nei percorsi assistenziali ordinari. «Un’esperienza concreta in tema di telecardiologia è quella realizzata nell’ambito dell’ASP di Cosenza, a Castrovillari, grazie al lavoro del dottor Giovanni Bisignani. Ma ci sono varie realtà attive anche in altre regioni. Il modello che si è dimostrato più efficace è quello dei centri di telemonitoraggio cardiologico, organizzati secondo modelli hub-and-spoke, con una responsabilità clinica specialistica chiara e una forte integrazione con il territorio», afferma Lucà. Che però avverte: «L’integrazione con il territorio è un elemento sostanziale per il funzionamento di questi modelli. La vera sfida oggi è trasformare queste buone pratiche locali in modelli organizzativi stabili e replicabili su scala nazionale». Trasformare cioè queste sperimentazioni in modelli strutturali di assistenza, capaci di supportare la gestione delle patologie croniche e rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio.
In molti casi manca una governance clinica formalizzata, con ruoli e responsabilità ben definiti e con percorsi assistenziali chiari
Cosa manca allora per la diffusione di questi modelli in modo strutturale sul territorio? Risponde la cardiologa, senza mostrare dubbi: «Gli ostacoli sono soprattutto di natura organizzativa e regolatoria. In molti casi manca una governance clinica formalizzata, con ruoli e responsabilità ben definiti e con percorsi assistenziali chiari. A questo si aggiungono problemi di interoperabilità tra le piattaforme digitali: spesso i diversi sistemi non dialogano tra loro e non sempre sono integrati con i sistemi informativi sanitari o con il Fascicolo sanitario elettronico». Senza dimenticare «la disomogeneità dei modelli di rimborso tra le regioni, che rende difficile programmare servizi strutturati e stabili, e la necessità di investire di più nella formazione digitale, sia degli operatori sanitari sia dei pazienti».