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Sanità digitale, il FSE entra nella fase decisiva: cosa cambia dal 31 marzo

di Carlo M. Buonamico

Scatta il 31 marzo una delle tappe chiave per la sanità digitale italiana: il Fascicolo sanitario elettronico (FSE) 2.0 entra nell’ultima fase di attuazione prevista dal Pnrr (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza), con l’obiettivo di arrivare alla piena operatività nazionale entro l’estate.

In concreto, tutte le Regioni sono chiamate a garantire l’alimentazione continua e tempestiva del fascicolo con dati clinici e documenti sanitari.

Cosa cambia per i professionisti

Per medici, strutture pubbliche e private e operatori sanitari, il cambiamento è soprattutto organizzativo e tecnologico. In particolare dal 31 marzo non solo le strutture del Servizio sanitario nazionale, ma anche le strutture private accreditate devono inviare i dati necessari ad alimentare il FSE. Un obbligo generalizzato di alimentazione del fascicolo che richiede anche la standardizzazione dei documenti clinici caricati, che devono essere in format interoperabile, e riportare la firma digitale. E tutto questo, dovrà essere fatto entro una manciata di giorni dall’erogazione della prestazione. Questo aggiornamento continuo del “patient summary” sarà fondamentale anche per l’accesso al SSN in condizioni di emergenza.

Le Regioni devono garantire l’alimentazione continua e tempestiva del Fascicolo con dati clinici aggiornati

Il Fascicolo sanitario elettronico non sarà più un semplice archivio, ma diventa così a tutti gli effetti un ecosistema interoperabile di dati clinici condivisi tra territori e strutture, nell’ottica di assicurare la continuità assistenziale ospedale-territorio (e viceversa) che tanto anela il nostro servizio sanitario pubblico. 

Cosa cambia per i pazienti

Per i cittadini, il fascicolo sanitario elettronico diventerà progressivamente il punto unico di accesso ai servizi sanitari. Dalla consultazione di referti, esami e storia clinica alla prenotazione degli esami, ai pagamenti, fino alla possibilità di effettuare il cambio del proprio medico di famiglia.

Resta centrale il tema del consenso e della privacy: l’accesso ai dati da parte dei sanitari è possibile solo con autorizzazione esplicita, sempre revocabile.

A che punto siamo davvero

Nonostante la scadenza odierna, il sistema però non è ancora uniforme. Persistono “gap” di diverso tipo e a veri livelli. Dalle forti differenze regionali nella disponibilità dei dati al basso utilizzo da parte dei cittadini (meno della metà degli italiani ha dato il consenso), passando per i ritardi nell’integrazione completa dei servizi.

Lo ricorda in particolare una nota della Fondazione GIMBE, secondo la quale, al 30 settembre 2025, in base ai dati del portale Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, nessuna Regione ha reso disponibili tutte le 20 tipologie di documenti previste dal DM 7 settembre 2023, con un livello di completezza che varia dai 17 documenti dell’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia (vedi Figura seguente – Fonte: Fondazione GIMBE).

Insomma, il FSE è uno dei pilastri della digitalizzazione sanitaria, ma richiederà ancora mesi per essere pienamente operativo e omogeneo. 

Il prossimo passaggio

Il traguardo ora è fissato tra maggio e giugno di quest’anno, quando il Fascicolo sanitario elettronico 2.0 dovrà essere completamente integrato con l’ecosistema nazionale dei dati sanitari, aprendo anche a utilizzi per ricerca e programmazione sanitaria.

Quella del 31 marzo è quindi una data spartiacque: più che un punto di arrivo, l’avvio concreto di una trasformazione che cambia il lavoro dei professionisti e il rapporto dei cittadini con il Servizio sanitario nazionale.

«Mi piacerebbe che il futuro del Servizio sanitario nazionale fosse un laboratorio di ricerca a favore dei pazienti»

Mi piacerebbe pensare al Servizio sanitario nazionale come a un luogo in cui la ricerca si fa in modo diffuso, non confinato a pochi centri, ma esteso e realmente al servizio dei pazienti. Le ragioni sono molteplici. La prima è semplice: dove si fa ricerca si cura meglio; e non è un’opinione, ma un’affermazione sostenuta dai dati. La seconda è che, se non si fa ricerca, il SSN perde uno dei pilastri fondamentali della sua sostenibilità nel tempo. Lo dissi anche un anno fa, a Napoli, agli Stati Generali della Prevenzione, alla presenza del ministro della Salute Orazio Schillaci e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la ricerca, insieme alla qualità, all’appropriatezza delle cure, all’efficienza e alla prevenzione, è essenziale. Perché se ci limitiamo a essere utilizzatori dell’innovazione prodotta altrove, il sistema difficilmente potrà reggere nel lungo periodo.

Dunque, ricerca diffusa per il bene dei pazienti, innanzitutto, ma anche per la tenuta del sistema stesso.

Il SSN sa fare ricerca, come dimostrano le reti oncologiche italiane, però questa capacità da sola non basta

E allora, cosa ci manca? Siamo capaci di fare ricerca nel Servizio sanitario nazionale? Sì, lo siamo, e lo abbiamo dimostrato nel tempo. Gli esempi non mancano: penso alle reti italiane impegnate nello studio dei tumori ginecologici, che stanno integrando immunoterapia e terapie tradizionali; penso agli sforzi sulla diagnosi precoce del cancro dell’ovaio; penso alle reti sul tumore della mammella o a quelle ematologiche, che hanno scritto pagine fondamentali della disciplina. Il punto è che questo, da solo, non basta.

Se guardiamo al futuro, dobbiamo fare in modo che molti più pazienti possano accedere alla sperimentazione clinica e che molte più istituzioni siano coinvolte in questi percorsi.

In modo schematico, direi che mancano tre cose. La prima: liberarsi dai lacci e lacciuoli. Chiunque lavori nella ricerca sa quanto il peso della burocrazia renda difficile non solo fare ricerca, ma perfino utilizzare i fondi disponibili. Bisogna togliere questi “sassi dallo zaino”.

La seconda: le competenze. Il nostro Paese ha una storia gloriosa, soprattutto nella medicina clinica, ma facciamo più fatica a formare e trattenere ricercatori. Serve investire nella formazione e dare spazio alle vocazioni scientifiche, che oggi rischiano di diventare una specie in via di estinzione, in particolare in Italia. Terzo, i finanziamenti. Lascio quest’ultima voce alla fine non per importanza, ma perché è ovvio.

In Italia i pazienti oncologici vivono più della media europea, ma per la sostenibilità del sistema c’è bisogno di prevenzione

Infine, venendo ai pazienti: di cosa hanno più bisogno oggi? È una domanda ampia, ma una premessa va fatta e una cosa importante va detta con chiarezza: non dobbiamo dimenticare che il SSN continua a fare miracoli: in Italia, per esempio, un paziente oncologico ha un’aspettativa di vita superiore alla media europea.

Proprio per questo, però, se vogliamo che il sistema resti sostenibile abbiamo bisogno di prevenzione. Il che significa stile di vita.

Vorrei dire che sono molto preoccupato per il futuro del SSN perché l’epidemia di sovrappeso e obesità tra i nostri bambini renderà il sistema insostenibile. Bisogna intervenire a monte, perché molte delle grandi malattie – metaboliche, cardiovascolari, neurodegenerative, oncologiche – sono legate anche agli stili di vita.

In sintesi, pazienti e cittadini hanno bisogno di una maggiore attenzione alla prevenzione, a partire dai comportamenti quotidiani.

Voglio chiudere con un sogno: una grande campagna nazionale di prevenzione dell’obesità infantile.

Salute e ricerca: siglato Accordo Quadro tra CNR e ASL Roma 1 contro fragilità e disuguaglianze

Il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) Andrea Lenzi e il Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria Locale Roma 1 (ASL Roma 1) Giuseppe Quintavalle hanno sottoscritto un Accordo Quadro finalizzato a promuovere collaborazioni scientifiche, programmi di ricerca, formazione avanzata e iniziative progettuali nei settori delle scienze umane e sociali applicate alla salute.

L’intesa, che rappresenta un passo fondamentale per il rafforzamento delle attività congiunte tra le due istituzioni, si pone l’obiettivo di integrare le competenze della ricerca con l’esperienza clinica e gestionale del sistema sanitario territoriale, rispondendo in modo più efficace ai bisogni di salute della comunità.

Integrare scienze umane e sistema sociosanitario aiuta a comprendere e ridurre rischi, vulnerabilità e disuguaglianze

Per tradurre gli indirizzi strategici dell’Accordo in azioni concrete, è stato previsto l’istituzione di un Comitato di Indirizzo con funzioni tecnico-scientifiche e di coordinamento esecutivo. L’organismo, composto dal Direttore Salvatore Capasso e da due rappresentanti del Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del CNR (CNR-DSU) e dal Direttore Generale Giuseppe Quintavalle e da due rappresentanti della ASL Roma 1, avrà il compito di supportare la definizione, l’attuazione e il monitoraggio delle attività operative, curando la progettazione di bandi, percorsi formativi e iniziative congiunte.

L’Accordo Quadro individua aree tematiche prioritarie, che orienteranno l’attività del Comitato e le iniziative congiunte:

  • Disuguaglianze sociali e flussi migratori per analisi dei determinanti di salute, accesso ai servizi, vulnerabilità e inclusione;
  • Prevenzione fragilità e disagio sociale, in coerenza con la Legge delega 33/2023 e le Missioni 5 e 6 del PNRR, con particolare attenzione alla sanità preventiva, domiciliare e alla valutazione multidimensionale;
  • Dipendenze e fragilità giovanili/adulti, anche alla luce dei risultati emersi dall’indagine ESPAD®Italia 2025;
  • Patologie degenerative per lo sviluppo di modelli territoriali, integrazione socio-sanitaria, tecnologie assistive e telemedicina.

Tra le prime azioni previste dall’Accordo vi sarà la redazione di un piano esecutivo che definirà obiettivi a breve, medio e lungo termine. Le attività comprenderanno la promozione di candidature a bandi di finanziamento (Horizon Europe, etc.), la progettazione di percorsi formativi congiunti rivolti a personale sanitario, ricercatori e operatori sociali, nonché l’attivazione di laboratori di ricerca-intervento e osservatori permanenti. È prevista, infine, la pubblicazione di una relazione annuale per la rendicontazione scientifica e amministrativa delle attività realizzate.

Obiettivo è trasformare dati e studi in soluzioni concrete per affrontare le fragilità sociali

“Questo Accordo Quadro rappresenta un traguardo operativo e concreto nel solco della collaborazione tra Consiglio nazionale delle ricerche e ASL Roma 1″, dichiara il Presidente del CNR Andrea Lenzi. “L’integrazione tra le scienze umane e sociali e il sistema sociosanitario e assistenziale a livello territoriale ci consentirà di analizzare e affrontare, secondo un approccio multidimensionale, i fattori di rischio di disuguaglianze, vulnerabilità e nuovi bisogni di salute, mettendo al centro la persona e il suo contesto di vita in chiave di prossimità”.

“La firma di questo Accordo Quadro segna un cambio di passo fondamentale nell’integrazione tra ricerca scientifica e assistenza territoriale”, dichiara il Direttore Generale della ASL Roma 1, Giuseppe Quintavalle. “Non stiamo solo siglando una collaborazione tecnica, ma stiamo costruendo un ponte solido tra l’eccellenza della ricerca nelle scienze umane e la pratica clinica quotidiana. Il nostro obiettivo – mettendo a sistema le competenze del CNR – è trasformare i dati e gli studi in soluzioni concrete per i cittadini, affrontando con strumenti nuovi le fragilità sociali, le dipendenze e le disuguaglianze nell’accesso alle cure”.

Tale accordo si configura come un modello di collaborazione strutturata tra ricerca e sistema sanitario, con l’obiettivo di consolidarsi come riferimento a livello nazionale per l’integrazione tra competenze scientifiche e interventi sul territorio.

Autismo, 10 milioni per rafforzare la rete nazionale dei servizi

Un investimento da 10 milioni di euro punta a rafforzare la rete nazionale dei servizi per l’autismo, potenziare la diagnosi precoce e rendere più strutturato il progetto di vita delle persone autistiche, in coerenza con il decreto legislativo 62/2024. Il finanziamento proviene dal Fondo Autismo 2025-2026 e coinvolge il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

In occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, il 2 aprile, Rocco Bellantone, presidente dell’ISS, sottolinea «l’impegno nazionale verso un modello di intervento sempre più integrato, basato sulla continuità assistenziale, sulla personalizzazione dei percorsi e sull’integrazione tra ambito sanitario, sociale e territoriale».

Emergenze comportamentali, rafforzata la rete nazionale

Tra le priorità del piano figura il consolidamento della rete nazionale per la gestione delle emergenze comportamentali. Maria Luisa Scattoni, coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Autismo, spiega «Tutte le Regioni sono state coinvolte nell’implementazione di servizi dedicati e di équipe specializzate per la gestione dei comportamenti problema, sia in età evolutiva sia adulta».

Rafforzare la rete nazionale e le Équipe Dedicate migliora la gestione di emergenze comportamentali e percorsi personalizzati

Le Équipe Dedicate per le Emergenze Comportamentali (EDECO) rappresentano il fulcro operativo della rete, con attività di formazione, supervisione e supporto ai servizi territoriali. Attualmente 67 professionisti del Servizio Sanitario Nazionale sono stati formati in tecniche evidence-based, operando nei servizi pubblici per garantire interventi qualificati.

È operativa anche una piattaforma digitale per il monitoraggio delle attività e delle risorse professionali impiegate nei centri clinici.

Progetto di vita al centro della presa in carico

Il rafforzamento del progetto di vita diventa centrale nella presa in carico delle persone autistiche. «Le Regioni e Province Autonome sono chiamate a sviluppare percorsi personalizzati basati sui bisogni, sulle preferenze e sul livello di funzionamento della persona», continua Scattoni.

I percorsi integreranno salute, apprendimento, lavoro e abitare. Saranno attivati Nuclei Funzionali Autismo nei servizi di neuropsichiatria infantile e psichiatria degli adulti, con funzioni di valutazione, progettazione e monitoraggio dei percorsi individualizzati.

Accoglienza e assistenza ospedaliera più accessibili

Il Fondo prevede anche il miglioramento dei percorsi di accoglienza e assistenza medico-ospedaliera per persone nello spettro autistico e con disabilità intellettiva. «L’obiettivo è garantire un accesso equo e appropriato ai servizi sanitari, migliorando l’esperienza di cura e la qualità dell’assistenza», aggiunge Scattoni.

Saranno attivati modelli organizzativi dedicati nelle strutture ospedaliere, con équipe specializzate e strumenti digitali di monitoraggio.

Innovazione e diagnosi precoce

Prosegue il potenziamento della sorveglianza neuroevolutiva nei primi anni di vita, con reti già attive come Network NIDA e BABY@NET, che hanno monitorato oltre 4.000 bambini e permesso la diagnosi precoce di 326 bambini con disturbi dello spettro autistico.

Diagnosi precoce, innovazione e progetti di vita mirano a ridurre fragilità, disuguaglianze e migliorare la qualità della vita

Il progetto MuSAND (A Multisensory Integrated Approach for Early Identification of Markers in Infants with Elevated Likelihood of Neurodevelopmental Disorders) – coordinato dall’ISS e selezionato dal Bando Ricerca Finalizzata 2024 – studierà segnali precoci di rischio nei bambini con maggiore probabilità di sviluppare disturbi del neurosviluppo, integrando osservazioni multisensoriali. Angela Caruso, responsabile scientifico del progetto, spiega «MuSAND rappresenta un passo avanti significativo nella comprensione dei processi precoci dello sviluppo. L’obiettivo è fornire strumenti sempre più precisi e tempestivi ai clinici e sviluppare risorse concrete per supportare le famiglie fin dalle primissime fasi di vita».

Governance e coordinamento nazionale

Il nuovo finanziamento rafforza la governance nazionale, con un coordinamento strutturato tra Ministero della Salute, ISS, Regioni e Province Autonome. «Verrà potenziato il sistema di monitoraggio digitale con indicatori automatici del funzionamento dei servizi, per facilitare la valutazione dell’operatività e valorizzare le buone pratiche», conclude Scattoni.

Monitoraggio digitale, reti cliniche specializzate, formazione continua e centralità della persona costituiscono i pilastri del nuovo modello di assistenza, con l’obiettivo di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone autistiche e delle loro famiglie lungo tutto l’arco della vita.

Ospedali del futuro: tra investimenti record e sfida della governance

Oltre 10 miliardi di euro per ridisegnare l’ospedale del futuro, mentre più del 60% delle strutture italiane ha oltre cinquant’anni. È dentro questa tensione tra urgenza di rinnovamento e complessità attuativa che si inserisce il dibattito emerso al 4° Annual Meeting del Joint Research Partnership Healthcare Infrastructures del Politecnico di Milano, dove istituzioni, ricerca e industria si sono confrontate su un nodo fondamentale: come misurare davvero l’innovazione e orientare in modo efficace una stagione di investimenti senza precedenti. Una trasformazione che non riguarda soltanto l’aggiornamento edilizio, ma il ripensamento complessivo del modello ospedaliero, sempre più flessibile, digitalizzato e integrato con la rete territoriale.

Una trasformazione che non riguarda soltanto l’aggiornamento edilizio, ma il ripensamento complessivo del modello ospedaliero

Il confronto tra le Regioni ha però restituito un quadro tutt’altro che omogeneo. Accanto a programmi avanzati, capaci di coniugare alta specializzazione, ricerca e innovazione tecnologica, come nel caso dei nuovi poli ospedalieri in Campania, emergono contesti in cui la vera sfida è ancora quella della governance: tradurre le risorse in cantieri e opere completate, superando la frammentazione dei processi decisionali e la complessità amministrativa. È qui che il sistema mostra le sue maggiori fragilità, tra tempistiche lunghe, competenze tecniche da rafforzare e una gestione multilivello che coinvolge Regioni, Ministero della Salute, Enti attuatori e Università.

In questo scenario, la capacità di misurare l’innovazione diventa un passaggio decisivo: non solo per valutare l’impatto delle nuove soluzioni tecnologiche e organizzative, ma anche per rendere confrontabili le esperienze regionali e individuare modelli replicabili. Il rischio, altrimenti, è quello di un’Italia “a macchia di leopardo”, in cui la qualità delle infrastrutture sanitarie e la velocità di realizzazione degli interventi restano fortemente disomogenee.

Campania: il nodo non è solo costruire, ma realizzare bene e in tempo

È in questa cornice si inserisce l’esperienza della Campania, dove il tema non è soltanto cosa costruire, ma come farlo, nei tempi e con strumenti adeguati.

Roberta Santaniello

«Nella filiera dell’edilizia sanitaria italiana, il tempo è una variabile tutt’altro che neutra. Tra programmazione, progettazione e apertura dei cantieri possono trascorrere anni, spesso tre o quattro. Una lentezza che – come spiega Roberta Santaniello, ingegnere e dirigente di settore, opere pubbliche, interventi strategici, con particolare riferimento agli interventi sanitari ordinari e PNRR della Regione Campania – non è un’anomalia locale, ma un tratto strutturale del ‘sistema’ Paese. Il punto più critico si colloca a monte, nella fase di programmazione, dove si intrecciano competenze regionali e valutazioni ministeriali. È qui che si accumulano i ritardi più consistenti: il confronto tra atti regionali e verifiche del Ministero della Salute può richiedere anche un anno e mezzo prima di arrivare al via libera. A pesare sono, da un lato, le difficoltà delle aziende sanitarie nel predisporre documentazione tecnica adeguata e, dall’altro, la complessità dei processi di valutazione centrale».

Per affrontare questo nodo, la Regione Campania ha scelto una strategia di accompagnamento: tavoli di lavoro continui con le aziende sanitarie, coinvolte fin dalle prime fasi progettuali per costruire proposte più solide e coerenti con i requisiti ministeriali. Ma, secondo la dirigente, serve un salto ulteriore: «Riconoscere gli investimenti sanitari come interventi straordinari, applicando anche in regime ordinario le logiche accelerate sperimentate con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il PNRR – sottolinea Santaniello – ha dimostrato che rapidità e qualità non sono in contraddizione».

Il vero gap è organizzativo: integrare infrastrutture, tecnologie e assistenza

«Inoltre – aggiunge la dirigente – non è una singola figura professionale a mancare nella macchina pubblica. Le competenze tecniche, ingegneristiche, architettoniche e digitali oggi sono più accessibili grazie alle recenti politiche di reclutamento. Il vero punto debole è organizzativo: manca una regia stabile, capace di integrare in modo strutturato le diverse dimensioni dell’investimento. L’edilizia sanitaria, infatti, non può essere letta solo come costruzione di spazi fisici, ma come un sistema complesso in cui convergono infrastrutture, tecnologie digitali e ingegneria clinica. È proprio questa integrazione a rappresentare la sfida più rilevante anche sul fronte dell’assistenza territoriale. Le nuove strutture previste dal PNRR, dagli ospedali di comunità alle piattaforme digitali, delineano un modello che supera la centralità dell’ospedale tradizionale. Tuttavia – sottolinea ancora Santaniello – la vera partita si giocherà dopo la realizzazione delle infrastrutture: renderle operative, connesse e pienamente funzionali alla presa in carico dei pazienti sul territorio. Senza questa seconda fase, il rischio è quello di avere contenitori innovativi ma modelli organizzativi ancora incompleti».

Serve riconoscere gli investimenti sanitari come interventi straordinari, applicando anche in regime ordinario le logiche accelerate sperimentate con il PNRR

Sul piano normativo, Santaniello non ha dubbi: una maggiore standardizzazione a livello nazionale può migliorare l’efficienza della spesa e ridurre le disuguaglianze territoriali. L’adozione di criteri omogenei, dai prezziari alle modalità progettuali, consentirebbe di limitare errori, sprechi e distorsioni legate a contesti economici molto differenziati, contribuendo al tempo stesso a rafforzare il principio di equità nel sistema sanitario.

Trasparenza e accountability: il ruolo della comunicazione pubblica

Infine, il tema della trasparenza. In un contesto segnato da investimenti ingenti, la Regione Campania ha sviluppato una piattaforma pubblica che consente ai cittadini di monitorare lo stato di avanzamento dei progetti sul territorio. Uno strumento di accountability che si affianca alle tradizionali attività di comunicazione istituzionale, ma che, osserva Roberta Santaniello, «dovrebbe essere accompagnato da uno sforzo più ampio di narrazione della complessità. Raccontare ciò che accade tra la programmazione e l’inaugurazione di un’opera, spesso invisibile all’opinione pubblica, può diventare infatti un elemento chiave per migliorare i processi stessi».

Numeri e obiettivi: la sfida di rispettare le scadenze del PNRR

Il piano di potenziamento dell’edilizia sanitaria nella Regione Campania è finanziato con oltre 3,1 miliardi di euro. Il programma prevede 270 interventi mirati alla modernizzazione tecnologica e alla costruzione di nuovi poli d’eccellenza, come il moderno Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona a Salerno. Tra i progetti principali figurano anche il nuovo Centro pediatrico Santobono a Napoli e l’Ospedale Unico della Penisola Sorrentina, concepiti per ottimizzare i percorsi di cura e l’accessibilità territoriale.

Raccontare ciò che accade tra la programmazione e l’inaugurazione di un’opera, spesso invisibile all’opinione pubblica, può diventare un elemento chiave per migliorare i processi stessi

«Tutta la regione è investita dalla realizzazione di dieci ospedali. Abbiamo circa 200 interventi di edilizia sanitaria, piccoli e grandi. E poi, ovviamente, i numeri del PNRR: 970 interventi, di cui 170 case di comunità, 45 ospedali di comunità e 60 centrali operative territoriali. È un investimento gigantesco – conclude la dirigente – che stiamo cercando di gestire nei tempi. Siamo abbastanza fiduciosi di raggiungere gli obiettivi entro il 30 giugno con un lavoro di concertazione continua con il Ministero della Salute».

Monti: «Non servono solo fondi, ma una nuova governance del Servizio sanitario»

Tra sostenibilità della spesa, innovazione terapeutica e trasformazione digitale, il sistema sanitario italiano si trova oggi davanti a sfide decisive. In questo scenario, il ruolo delle istituzioni – nazionali e regionali – diventa cruciale per garantire accesso alle cure, qualità dei servizi e capacità di governare l’innovazione. 

TrendSanità ha raccolto l’opinione di Emanuele Monti, presidente della commissione Welfare della Regione Lombardia e membro dell’Executive Board dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Con lui abbiamo affrontato i temi della governance del farmaco, delle prospettive del Servizio sanitario e delle opportunità offerte dall’uso dei dati e dalle nuove tecnologie per rendere la sanità più sostenibile ed efficace. 

La Lombardia è spesso considerata un laboratorio di politiche sanitarie. Quali sono oggi le priorità della Commissione Welfare della Regione Lombardia per garantire sostenibilità, innovazione e accesso equo alle cure? 

«Sicuramente c’è il tema della sostenibilità del sistema sanitario. Non a caso ho voluto promuovere gli Stati Generali dell’economia della salute nelle scorse settimane a Varese, che hanno riunito i massimi esperti della sanità in Italia, insieme a figure istituzionali, ministri e governatori, per discutere della sostenibilità di un sistema che garantisce un accesso equo e universale come quello italiano. Questo sistema si scontra però con l’allungamento dell’aspettativa di vita, che non va di pari passo con una vita in piena salute e che quindi porta con sé costi legati alla gestione della cronicità. Dall’altra parte, l’innovazione tecnologica e terapeutica, che da un lato migliora le cure, dall’altro implica costi crescenti.

Domanda e offerta sanitaria dipendono anche da corrette prescrizioni e dal governo del territorio

Tutto questo, in un modello basato sul finanziamento pubblico, deve essere affrontato in modo sistemico e multidisciplinare, con un approccio che non si limiti alla semplificazione del “più fondi alla sanità”. Su questo sono tutti d’accordo, ma non è necessariamente la strada corretta. Lo ha ricordato anche il presidente della regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga nel suo intervento agli Stati Generali: una Regione autonoma che può gestire direttamente determinate risorse ha aggiunto negli anni risorse significative alla sanità, ma senza risolvere i problemi. Anzi, si è ritrovata con liste d’attesa più lunghe. 

Un po’ come accaduto in Lombardia, dove dopo il Covid è stato aggiunto un milione di prestazioni in più, ma le liste di attesa non sono diminuite. Questo significa che domanda e offerta sanitaria dipendono anche da corrette prescrizioni e dal governo del territorio: tanti elementi che rientrano nel grande tema della sostenibilità del nostro sistema sanitario. Quindi non è solo una questione di fondi, ma anche di governance

Come è emerso anche dagli Stati Generali, bisogna agire su diversi fattori. Il primo è la prevenzione: è un moltiplicatore di risparmio ma anche di salute, quindi un ambito su cui investire ancora di più. 

Il secondo è l’integrazione tra sanitario, socio-sanitario e socio-assistenziale: piani di zona, servizi sanitari, ospedale e territorio. L’integrazione, e quindi la programmazione, è fondamentale. 

Il terzo elemento è l’innovazione tecnologica. C’è la necessità di ridurre la burocrazia: spesso iniziative che potrebbero portare grande valore ai cittadini sono bloccate non per mancanza di fondi o di scelte, ma per la burocrazia. La tecnologia può aiutare a snellirla, in un Paese che soffre di eccesso burocratico. 

La tecnologia può aiutare a snellire la burocrazia che rischia di bloccare le iniziative

Un altro tema è la valorizzazione del personale sanitario. La tecnologia non è sostitutiva ma abilitativa: medici, infermieri e professioni sanitarie restano al centro del sistema. 

Infine, serve una maggiore responsabilizzazione dei cittadini. Oggi un esame su cinque prenotato non viene effettuato perché il cittadino non si presenta. Questo dice molto, così come l’aderenza terapeutica o la partecipazione agli screening gratuiti. Serve un rinnovato patto sociale per rilanciare il sistema sanitario nazionale.» 

Parliamo di innovazione terapeutica e sostenibilità. L’innovazione farmaceutica sta accelerando, ma cresce anche la pressione sulla spesa sanitaria. Dal suo osservatorio anche nell’Executive Board dell’Agenzia italiana del farmaco, come si può garantire un accesso rapido alle terapie più innovative senza mettere a rischio la sostenibilità del sistema? Attraverso la rivisitazione dei modelli di prezzo-rimborso e valutazione dell’innovazione? 

«Rispetto a vent’anni fa, il numero di farmaci con richiesta di autorizzazione è aumentato di cinque volte. La piattaforma di nuove terapie è cresciuta molto e crescerà ancora grazie all’intelligenza artificiale, con modelli che consentono un time to market più rapido e studi clinici più efficienti. 

Serve sviluppare una cultura che consideri la spesa farmaceutica come generatrice di valore

Le questioni che lei pone sono corrette. La spesa farmaceutica, nella maggior parte dei casi, porta anche un risparmio: nuove terapie riducono costi assistenziali e ospedalieri. Inoltre, migliorano la vita dei pazienti e generano valore sociale, perché un paziente curato torna a lavorare, produce e contribuisce. 

Questa visione complessiva, anche in ottica HTA (Health Technology Assessment), fatica però a trovare pieno riscontro nei bilanci regionali, pur essendo scientificamente consolidata e parte integrante dei processi autorizzativi a livello nazionale ed europeo. 

Serve quindi sviluppare una cultura che consideri la spesa farmaceutica come generatrice di valore. Restano margini di miglioramento: ridurre le disuguaglianze tra regioni, promuovere i farmaci generici e rafforzare strumenti come il Fondo per i farmaci innovativi, che favorisce l’accesso rapido alle vere innovazioni.»

Nel dibattito sulla regolazione del farmaco spesso si contrappongono livello nazionale e regionale. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il giusto equilibrio tra le decisioni centrali e il ruolo delle Regioni? Si può migliorare il dialogo tra istituzioni nazionali, regioni e sistemi sanitari locali? 

«Certamente. È il compito fondamentale del Ministero della Salute, che, pur non avendo un portafoglio diretto, deve coordinare i soggetti erogatori e di spesa, cioè le Regioni. Il ruolo del ministero è quindi centrale e deve valorizzare strumenti già esistenti come la Conferenza delle Regioni, Agenas e i tavoli tecnici, compreso quello sulla spesa farmaceutica previsto da AIFA. Gli strumenti ci sono: serve un protagonismo più marcato del Ministero come soggetto di coordinamento

Dati sanitari, intelligenza artificiale e medicina personalizzata stanno cambiando il modo di fare sanità. Che ruolo può avere la Lombardia nello sviluppo di modelli avanzati di utilizzo dei dati sanitari? Quali sono le principali sfide da affrontare in tema di interoperabilità, governance del dato e fiducia dei cittadini? 

«Stiamo osservando una rivoluzione paragonabile a quella dell’energia. L’intelligenza artificiale avrà applicazioni innumerevoli nella sanità, perché è in grado di elaborare enormi quantità di dati e supportare decisioni di programmazione, cura e ricerca. Dobbiamo essere capaci, come Lombardia e come sistema Paese, di cogliere queste opportunità.

Dobbiamo cogliere l’opportunità dell’intelligenza artificiale per supportare programmazione, cura e ricerca sanitaria

Le priorità sono diverse. La prima riguarda il governo e la programmazione: servono dati e analisi tecnologiche per affrontare sfide come le liste d’attesa, evitando decisioni basate solo su percezioni.

La seconda è il collegamento tra ospedale e territorio, tra specialisti e pazienti, attraverso strumenti come la telemedicina e la medicina digitale, che abilitano anche un maggiore coinvolgimento del paziente. 

La terza è lo sviluppo di nuove cure, farmaci e dispositivi medici grazie alla tecnologia, con l’obiettivo di migliorare non solo la durata, ma anche la qualità della vita.» 

Molti osservatori parlano di una fase di transizione per il sistema sanitario italiano. Qual è il punto più urgente da affrontare oggi per evitare che nei prossimi anni aumentino le disuguaglianze di accesso alle cure, un fenomeno che è collegato spesso – ma non solo – a una questione di censo? 

«In primis la prevenzione. Significa lavorare sulle nuove generazioni ma anche sugli adulti di oggi, promuovendo stili di vita corretti e maggiore adesione alle campagne di prevenzione. 

Valutare modelli di sussidiarietà, mantenendo la sostenibilità del sistema

Il secondo è rafforzare la governance dei percorsi clinici. Oggi c’è una crisi delle cure primarie e i pazienti spesso non sono guidati in modo adeguato. Servono percorsi chiari e strumenti come il fascicolo sanitario elettronico. 

Il terzo riguarda le modalità di accesso. Oggi circa un quarto della spesa sanitaria è a carico dei cittadini, ma solo una piccola parte è intermediata da assicurazioni o fondi. È necessario valutare modelli che rafforzino la sussidiarietà, mantenendo la sostenibilità del sistema sanitario nazionale.»

Sanità digitale, ASSD rinnova il Comitato Tecnico-Scientifico: presentazione a ExpoSanità 2026

ASSD Associazione Scientifica per la Sanità Digitale – rinnova il proprio Comitato Tecnico-Scientifico (CTS) e punta a rafforzare ulteriormente il suo ruolo come riferimento scientifico nel panorama dell’innovazione in sanità. L’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale ha nominato, con delibera del Consiglio Direttivo del 28 gennaio 2026, il nuovo CTS composto da dieci autorevoli personalità provenienti dal mondo accademico, istituzionale e sanitario, che si sono distinte per il contributo allo sviluppo della sanità digitale e delle discipline correlate.

Faranno parte del rinnovato CTS:

  • Rossana Berardi – Professoressa Ordinario di Oncologia presso l’Università Politecnica delle Marche. Direttrice della Clinica Oncologica dell’AOU delle Marche.
  • Monica Calamai – Direttore Generale IRCCS AOM – Azienda Ospedaliera Metropolitana di Genova.
  • Fidelia Cascini – Responsabile della Segreteria Scientifica di Presidenza, Istituto Superiore di Sanità. Professore associato di Igiene Generale e Applicata, Università S. Raffaele, Roma. 
  • Anna Crescenzi – Professoressa Dipartimento Scienze Radiologiche, Oncologiche ed Anatomo Patologiche, Sapienza Università di Roma.
  • Diana Ferro – Dirigente Sanitario, Biologo Ricercatore.
  • Mauro Grigioni – Vicepresidente della Commissione Sistemi Informativi Sanitari dell’ordine degli Ingegneri di Roma. Già Direttore del Centro Nazionale per le Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica, Istituto Superiore di Sanità.
  • Paolo Locatelli – Responsabile scientifico Osservatorio Sanità Digitale, Politecnico di Milano.
  • Paolo Petralia – Medico, specializzato in igiene e organizzazione sanitaria e nelle medical humanities. Direttore Generale dell’Aoui di Verona.
  • Alessandro Stecco – Direttore della SCDU Radiodiagnostica ASL Vercelli. Professore Radiologia – Dipartimento di Medicina Traslazionale – Università del Piemonte Orientale. Direttore del Centro Studi Universitario Interdipartimentale di Sanità Digitale e Telemedicina – UPOTELEMED.
  • Silvia Stefanelli – Avvocato cassazionista esperta di diritto sanitario. Presidente della Società multiprofessionale Best in Health. Docente Università Roma3, Unitelma La Sapienza.

La nomina del CTS rappresenta un passaggio strategico per ASSD, che conferma il proprio impegno nella promozione di una trasformazione digitale fondata su competenze solide, interdisciplinari e orientate alla responsabilità etica.

In un contesto di innovazione tecnologica sempre più rapida, ASSD richiama professionisti sanitari, decisori pubblici, ricercatori, imprese e istituzioni alla necessità di integrare competenze tecnologiche e centralità della persona nei processi di evoluzione del sistema sanitario.

La qualità dei processi digitali non può prescindere da una guida scientifica rigorosa e da un confronto qualificato tra saperi diversi. In questa direzione il nuovo Comitato Tecnico-Scientifico svolgerà una funzione propositiva e di orientamento a supporto delle attività dell’Associazione.

ASSD richiama stakeholder sanitari a integrare competenze tecnologiche e centralità della persona nell’evoluzione del sistema sanitario

La nuova composizione del CTS sarà presentata ufficialmente la mattina del 23 aprile 2026 in occasione di ExpoSanità 2026, in programma a Bologna, all’interno di una sessione interamente curata da ASSD.

L’appuntamento offrirà un momento di confronto pubblico sui temi dell’innovazione e dell’usabilità digitale in sanità, con un focus sui servizi per la salute nel mondo del life science, sul ruolo delle competenze scientifiche nella trasformazione del sistema sanitario e sull’alfabetizzazione tecnologica, con l’obiettivo di contribuire a un sistema più efficace, sostenibile e centrato sulla persona.

ASSD sarà inoltre presente nelle giornate del 22-23-24 aprile con una postazione istituzionale dedicata all’accoglienza dei visitatori e alla condivisione di informazioni e opportunità di confronto.

Most Favoured Nation: impatto per SSN e accesso ai farmaci

“Most Favoured Nation”: quali scenari per l’Italia e per il futuro del Servizio sanitario nazionale? Tra prezzi, accesso all’innovazione e sostenibilità si sta aprendo un capitolo nella partita globale del farmaco che promette di riscrivere le regole del gioco?

TrendSanità ha raccolto l’opinione di Vincenzo Salvatore, professore ordinario di Diritto dell’Unione europea all’Università degli Studi dell’Insubria e Partner dello studio legale Simmons & Simmons Healthcare and Life Sciences. 

Allarme Meningococco B: il Board del Calendario Vaccinale per la Vita chiede una strategia nazionale per gli adolescenti

Il Board del Calendario Vaccinale per la Vita esprime preoccupazione per l’aumento dei casi di meningite acuta nel sud dell’Inghilterra, in particolare nella contea del Kent, dove l’Agenzia del Regno Unito per la Sicurezza della Salute (UKHSA) segnala un incremento da 15 a 27 casi, con due decessi tra studenti e numerosi giovani gravemente colpiti. Sono stati riportati esiti significativi, tra cui perdita temporanea della vista e gravi deficit motori. Le autorità hanno avviato campagne vaccinali mirate e somministrazioni precauzionali di antibiotici ai contatti stretti.

L’urgenza di politiche vaccinali chiare in Italia

Questi eventi evidenziano la necessità di strategie vaccinali nazionali chiare ed omogenee anche in Italia: il meningococco B (MenB) resta la principale causa di malattie meningococciche invasive e può progredire rapidamente nei giovani sani. Gli adolescenti rappresentano la seconda fascia d’età più colpita, con alto rischio di trasmissione e complicanze, inclusa la morte (10-15% dei casi). Possibili sequele permanenti includono perdita dell’udito, paralisi, convulsioni, amputazioni e cicatrici cutanee.

In Italia l’offerta vaccinale in adolescenza è disomogenea, anche se questa è la seconda fascia d’età più colpita

Esperienza internazionale e disomogeneità nazionale

Il Regno Unito ha introdotto la vaccinazione MenB nei bambini a partire dai 2 mesi di vita dal 2015 e ha attuato interventi mirati per adolescenti e giovani in risposta a focolai. In Italia l’offerta vaccinale in adolescenza è disomogenea: 14 regioni offrono la vaccinazione in modo diverso, una solo parzialmente, e cinque non hanno alcuna strategia universale per gli adolescenti.

Raccomandazioni del Board del Calendario per la Vita

«Chiediamo al Ministero della Salute e agli enti regionali di inserire con urgenza nel Calendario Nazionale di Prevenzione Vaccinale la vaccinazione contro MenB per l’adolescente mai vaccinato e la rivaccinazione di chi ha completato il ciclo in infanzia», afferma il Board. Le società scientifiche raccomandano inoltre:

  • definire un’età standardizzata per la somministrazione (12–14 anni) e un piano catch-up fino a 18 anni;
  • attivare programmi di sensibilizzazione e coinvolgere pediatri e medici di medicina generale;
  • rafforzare la sorveglianza microbiologica e l’integrazione dei dati regionali;
  • aggiornare le linee guida nazionali per la gestione di focolai epidemici.

Board del Calendario per la Vita

Il Board del Calendario Vaccinale per la vita è composto da: Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), Presidente Dr Enrico Di Rosa; Società Italiana di Pediatria (SIP), Presidente Dr Rino Agostiniani; Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), Presidente Dr Antonio D’Avino; Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), Segretario Generale Dr Silvestro Scotti; Società Italiana di Medicina Generale e Cure Primarie (SIMG), Presidente Dr Alessandro Rossi; Coordinamento Scientifico, Prof. Paolo Bonanni.

Dati ISS: nel 2025 epatite A in forte crescita; calo invece per B e C

Sono in calo nel 2025 in Italia i casi di epatite B e C, mentre crescono l’epatite E e soprattutto la A. Lo affermano i dati del bollettino della sorveglianza SEIEVA, con un focus anche sull’andamento del focolaio di epatite A in corso soprattutto in Campania.

Il SEIEVA, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, affianca la Sorveglianza delle Malattie Infettive (PREMAL) del Ministero della Salute, approfondendo gli aspetti epidemiologici delle infezioni acute da epatite virale in Italia.

Epatite A: aumento dei casi e fattori di rischio

Nel 2025 si è osservato un aumento dei casi di epatite A rispetto all’anno precedente: 631 notifiche contro le 443 del 2024. Il picco è stato raggiunto a settembre con 89 segnalazioni, seguito da un calo fino a dicembre. Nei primi tre mesi del 2026 si registra un nuovo rialzo, con 160 casi a marzo (dato non consolidato).

Nei primi tre mesi del 2026 si registra un nuovo rialzo dei casi di epatite A

«L’innalzamento dei casi è sostenuto principalmente dal consumo di frutti di mare», riferiscono i dati, con 262 casi nei primi tre mesi del 2026 rispetto ai 43 dello stesso periodo del 2024. Un altro fattore è la trasmissione sessuale tra uomini che fanno sesso con uomini (MSM), con 101 casi nel 2025 e 26 tra gennaio e marzo 2026.

Lazio, Campania e Puglia registrano i picchi più elevati.

Focus sul focolaio attuale di epatite A

Nelle ultime settimane si osserva un incremento dei casi soprattutto in Campania (110 casi al 17 marzo). L’Istituto Superiore di Sanità coordina le attività di risposta e mitigazione attraverso Centri e Dipartimenti coinvolti.

Il Ministero della Salute ha istituito un Gruppo di lavoro con Ministero, ISS, Servizi di prevenzione regionali e IZS Mezzogiorno.

Misure di prevenzione raccomandate:

  • Norme igieniche individuali e collettive: lavaggio mani, cottura completa dei cibi, attenzione nella manipolazione e preparazione degli alimenti.
  • Vaccinazione: efficace per prevenire l’infezione e i casi secondari, raccomandata anche ai contatti di casi entro 15 giorni dall’insorgenza dei sintomi.

Epatite B: calo dei casi

Nel 2025 in Italia sono stati segnalati 148 casi di epatite B acuta, rispetto ai 189 dell’anno precedente. Le regioni più colpite sono Lombardia (30), Emilia-Romagna (26) e Toscana (24).

I soggetti più colpiti hanno età tra 55 e 64 anni.

I fattori di rischio principali sono trattamenti di bellezza (35,3%), cure odontoiatriche (34,1%) e comportamenti sessuali a rischio (24,4%). L’informazione sulla vaccinazione è disponibile per 119 casi (80,4%).

Epatite E: trend in crescita

Nel 2025 i casi di epatite E sono stati 92, rispetto ai 70 del 2024, principalmente in Abruzzo (27) e Lazio (16). La maggioranza dei casi riguarda soggetti di età ≥55 anni (73%), con età mediana 61 anni. Circa l’80,4% dei casi riguarda uomini.

Il consumo di carne di maiale cruda o poco cotta è stato riportato nel 51,2% dei casi, e di carne di cinghiale nel 9,8%.

Epatite C: lieve diminuzione

Nel 2025 sono stati segnalati 51 casi di epatite C acuta (rispetto ai 60 del 2024), principalmente in Lombardia (39,2%) ed Emilia-Romagna (23,5%). La fascia di età più colpita è 35-54 anni (43,1%) e i casi pediatrici non sono stati osservati.

I principali fattori di rischio sono trattamenti estetici (31,9%), esposizione nosocomiale e comportamenti sessuali a rischio (28,6%).