Con la presentazione ufficiale al terzo Congresso nazionale della FNOPIsvolto a Rimini, è entrato in vigore, dal 22 marzo 2025, il nuovo testo aggiornato del Codice Deontologico delle professioni infermieristiche, così come approvato all’unanimità dal Consiglio nazionale della Federazione lo scorso 21 febbraio a Roma.
Il testo, novellato rispetto alla precedente edizione del 2019, è stato reso disponibile tramite migliaia di opuscoli distribuiti ai congressisti ed è ora consultabile liberamente sul portale ufficiale della FNOPI.
Le direttrici della revisione
Tre sono state le direttrici sulle quali si è sviluppato il percorso di revisione al quale, oltre al Comitato Centrale e ai presidenti delle Commissioni d’Albo della Federazione hanno partecipato, in qualità di esperti: Aurelio Filippini, Renato Balduzzi, Giuliana Masera, Simona Calza, Mario Morcellini, Maria Grazia De Marinis, Massimo Angelelli e Luisella Battaglia. I lavori hanno si sono concentrati su:
Normativa: analisi e inserimento dei principi di pertinenza delle nuove norme intervenute negli ultimi sei anni (ad esempio: principi di sussidiarietà degli Ordini, cumulo di impieghi, pubblicità sanitaria, equo compenso, CTU)
Società, education e comunicazione: analisi e riflessione sui cambiamenti sociali intercorsi (in tema di comunicazione e approccio One Health tra cui la sostenibilità ecologica, discriminazione nelle diverse età della vita e approcci alla cura comunitaria, fragilità digitale
Professione: analisi e riflessione sui cambiamenti in corso (come gestione delle emergenze pubbliche, tecnologia e digitalizzazione nei processi di cura, principio di supporto e solidarietà professionale)
FNOPI entra in ENC
La FNOPI entra a far parte dell’European Nursing Council, organismo che, fondato nel 2004, riunisce gli Enti di regolamentazione della professione infermieristica in Europa. Alla FNOPI sarà affidata la vicepresidenza dell’European Nursing Council (ENC) nella persona del vicepresidente della Federazione, Maurizio Zega.
A sancire l’entrata della FNOPI nell’ENC è stata la firma, davanti alla platea del Terzo Congresso Nazionale, di un accordo tra la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli e il presidente dell’ENC, Mircea Timofte che a Rimini è intervenuto insieme a Theodoros Koutroubas, CEO dell’ENC nella giornata conclusiva della manifestazione.
Il documento siglato dai due presidenti punta a rafforzare «la regolamentazione dell’assistenza infermieristica, i diritti dei pazienti e la salute e la sicurezza pubblica in tutta l’Unione europea. Insieme – si legge nel testo – lavoreremo per fornire un’assistenza di alta qualità ai cittadini dell’Unione Europea, promuovendo lo sviluppo professionale continuo degli infermieri e garantendo l’idoneità alla professione e il rispetto dei codici deontologici».
«Un momento particolarmente significativo per la nostra professione – ha commentato la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli -. Un segno tangibile dell’impegno della Federazione perché questa professione cresca e sia sempre di più una garanzia di salute per il cittadino dentro e fuori dall’Italia. Si tratta del consolidamento di un percorso pensato per confrontarsi e collaborare con gli Enti regolatori dei vari Paesi, sviluppando sempre di più la capacità di connessione. Negli ultimi anni la Federazione ha quindi avviato interlocuzioni sempre più frequenti e proficue con l’OMS Europa, e con altri organismi e associazioni che sono punto di riferimento per l’infermieristica a livello internazionale. A ottobre 2024 abbiamo ospitato a Roma due importanti eventi internazionali ai quali, insieme ai referenti dell’OMS, hanno partecipato i rappresentanti delle istituzioni infermieristiche di Europa e del Mondo. Due giorni di riflessioni e confronto confluiti in un position statement dal titolo Sviluppo delle professioni infermieristiche in Europa e nel mondo. È in virtù di questo percorso – ha concluso Mangiacavalli – e grazie anche al lavoro di Alessandro Stievano (nostro referente per gli Affari Europei e Chief Nursing Officer nominato dal Ministero per rappresentare l’Italia nei contesti europei e mondiali) che oggi la Federazione entra con un ruolo di rilievo nell’European Nursing Council».
L’innovazione in oncologia avanza rapidamente, ma l’accesso ai farmaci resta una sfida aperta. Se nei Paesi ad alto reddito le terapie antitumorali sono ampiamente disponibili e spesso coperte dai sistemi sanitari, in molte nazioni a medio e basso reddito la realtà è ben diversa: il 40% dei chemioterapici essenziali è accessibile solo a chi può permetterselo.
A mettere nero su bianco questa disuguaglianza è una recente indagine condotta dalla Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), pubblicata su Annals of Oncology. Lo studio, basato sui dati raccolti in 126 Paesi e con il contributo di 317 oncologi, farmacisti e funzionari di enti regolatori e 231 peer-reviewer, evidenzia come fattori economici, infrastrutturali e politici influenzino profondamente la disponibilità dei farmaci oncologici.
Dario Trapani
Ma quali sono le soluzioni possibili? TrendSanità ne ha parlato con Dario Trapani, oncologo medico dell’Istituto europeo di oncologia, IRCCS di Milano e ricercatore dell’università degli studi di Milano, nel dipartimento di Oncologia ed Ematologia.
Quali politiche sanitarie possono ridurre l’accesso iniquo ai farmaci oncologici nei Paesi a basso e medio reddito?
«È necessario basarsi su strategie di accesso value-based, che integrano la valutazione del beneficio intrinseco dei nuovi trattamenti oncologici, dei costi e dei benefici delle terapie, con un’analisi delle priorità di salute pubblica e delle risorse disponibili. L’adozione di modelli basati su scale di valore – prima tra tutte la value metric di ESMO, la Magnitude of Clinical Benefit Scale – consente di fare un uso più razionale ed equo delle risorse sanitarie, indirizzando gli interventi nelle aree che apportano il maggior beneficio in termini di salute pubblica. All’interno di un framework di Universal Health Coverage (UHC), come dettagliato dall’OMS, le politiche sanitarie dovrebbero considerare tre dimensioni principali».
Quali sono esattamente?
«Accesso alle cure: garantire che tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro condizione economica o geografica, abbiano accesso ai trattamenti oncologici necessari, riducendo le barriere economiche. Poi, promuovere la disponibilità dei farmaci essenziali e creare reti sanitarie efficaci.
Estensione dei servizi: ampliare l’offerta dei servizi oncologici a tutte le aree, incluse le zone rurali, dove la disponibilità di strutture sanitarie specializzate è limitata. Ciò implica investimenti nell’infrastruttura sanitaria, nella formazione dei professionisti e nell’accesso a tecnologie diagnostiche e terapeutiche.
Proiezione finanziaria sostenibile: sviluppare modelli finanziari che garantiscano la sostenibilità a lungo termine delle politiche sanitarie, con un’attenta pianificazione e allocazione delle risorse.
I pazienti devono poter accedere alle cure senza incorrere nei rischi di una “bancarotta” finanziaria, che è comune nei Paesi ove non vige l’UHC, basata su un modello di “cura per tutti”.
L’integrazione di queste tre dimensioni in strategie coerenti e basate su evidenze è la chiave per ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai farmaci oncologici. Servono anche piani oncologici nazionali che rispondano in modo mirato alle necessità locali, ma che siano anche compatibili con gli obiettivi globali di salute universale».
Come l’analisi delle differenze globali nell’accesso ai farmaci antitumorali può guidare le future strategie di controllo del cancro?
«Questo approccio può orientare le future strategie di controllo del cancro soprattutto laddove è evidente una disuguaglianza nell’accesso alle cure. È importante che i decisori politici abbiano una chiara comprensione dello status quo, per mappare l’attuale disponibilità di farmaci e trattamenti oncologici, nonché delle barriere in termini di accesso, equità e sostenibilità. Solo attraverso un’analisi dettagliata sarà possibile tracciare le traiettorie future e prevedere come le dinamiche di accesso, i cambiamenti epidemiologici e le innovazioni terapeutiche influenzeranno l’accesso a questi farmaci nei vari contesti nazionali.
Le politiche sanitarie devono disporre di dati accurati e tempestivi che identificano le aree di priorità per ogni Paese
Le politiche sanitarie devono disporre di dati accurati e tempestivi che identificano le aree di priorità per ogni Paese, rispondendo alle specifiche necessità locali, ma all’interno di un contesto globale che riconosca la necessità di standard uniformi per garantire la qualità e l’efficacia del trattamento. L’evidenza derivante dallo studio di ESMO è fondamentale per mappare le disparità e consentire ai decisori di sviluppare piani d’azione mirati, inclusi piani oncologici nazionali, per rispondere alle esigenze immediate senza compromettere la sostenibilità a lungo termine. Il concetto di accountability si inserisce come elemento centrale di questo processo.
Per garantire che le politiche sanitarie siano efficaci, è necessario implementare un sistema di monitoraggio e controllo rigoroso che permetta di valutare l’impatto delle politiche stesse. Non solo per osservare i risultati ottenuti, ma anche per correggere eventuali disfunzioni o inefficienze in tempo reale. Si tratta di un approccio basato su dati concreti e feedback continui, affinché le politiche adottate siano periodicamente riviste per rispondere alle sfide emergenti e per garantire una gestione responsabile delle risorse».
Quali lezioni possono trarre i sistemi sanitari nazionali dai Paesi che hanno migliorato l’accesso ai farmaci oncologici, come il Kazakistan?
«Il Kazakistan ha implementato un sistema di valutazione dei farmaci oncologici basato su evidenze scientifiche e standard internazionali, in collaborazione con l’ESMO e l’OMS. È un metodo che ha permesso di aggiornare la lista dei farmaci essenziali, includendo solo terapie ad alto impatto e rimuovendo quelle con un valore terapeutico limitato. Un processo di revisione rigoroso, strutturato in quattro fasi, che ha permesso di ottimizzare le risorse e migliorare l’accesso ai trattamenti più efficaci».
Quali sono queste fasi?
«Oltre alla selezione mirata delle terapie (prioritization), un altro elemento è la valutazione basata su standard e linee guida internazionali come quelle dell’OMS e dell’ESMO, che hanno offerto un punto di riferimento solido per stabilire quali farmaci rendere disponibili, assicurando un accesso più equo e basato sulle migliori pratiche globali.
L’attenzione alla sostenibilità economica è stata un altro punto di forza di questo modello. L’approccio “value for money” ha consentito di investire solo su terapie con elevata efficacia clinica, evitando sprechi e rendendo più efficiente l’uso delle risorse sanitarie.
L’aggiornamento continuo delle liste dei farmaci essenziali deve basarsi su linee guida internazionali ma anche su un approccio “value for money”
Infine, l’aggiornamento continuo delle liste dei farmaci essenziali. Grazie a un monitoraggio costante, il Kazakistan ha potuto adattare le proprie scelte alle nuove evidenze scientifiche e alle innovazioni terapeutiche, mantenendo il sistema sanitario sempre allineato alle necessità della popolazione».
In che modo la pandemia ha influenzato l’accesso alle cure oncologiche e quali lezioni possiamo trarne per il futuro?
«La pandemia di COVID-19 ha avuto un impatto significativo sull’accesso alle cure oncologiche a livello globale, interrompendo molti dei progressi compiuti nel corso degli anni. L’accesso ai trattamenti salvavita è stato gravemente compromesso in numerosi Paesi, sia per le difficoltà logistiche legate alle restrizioni imposte dalla pandemia, sia per il sovraccarico dei sistemi sanitari che hanno dovuto affrontare una crisi senza precedenti. Gli studi dell’Institute of Cancer Policy di Londra e dell’OMS hanno ben definito tale impatto. Il periodo post-pandemico ha visto una riflessione globale sul tema della resilienza sanitaria e della necessità di un “build back better”, ovvero la costruzione di sistemi sanitari più robusti e accessibili, capaci di rispondere in modo più efficace a future emergenze sanitarie. Da questa esperienza, sono emerse importanti lezioni che possono essere applicate al futuro».
Cosa resta da imparare?
«La necessità di fare delle scelte difficili ha portato molti Paesi a implementare approcci di “prioritization”, che si sono rivelati fondamentali per ottimizzare l’uso delle risorse sanitarie limitate. Una strategia basata sul valore terapeutico delle terapie è decisiva per gestire le risorse, assicurando che i trattamenti più efficaci siano somministrati nei casi più urgenti. ESMO, in risposta alla crisi, ha sviluppato linee guida oncologiche specifiche per la gestione del cancro durante il COVID-19, utilizzando un portale dedicato che evidenziava l’importanza di fondare le decisioni sulle evidenze e sul valore terapeutico, permettendo di orientare le politiche e i trattamenti in modo più mirato. La scala MCBS è stata uno dei cardini di questo approccio.
C’è poi la necessità di determinare il valore terapeutico dei trattamenti, affinché le risorse siano destinate alle terapie più efficaci, un principio che dovrebbe guidare le strategie future.
La crisi del Covid ha messo in evidenza la necessità di costruire sistemi sanitari più robusti e accessibili, capaci di rispondere in modo più efficace a future emergenze sanitarie
Un’altra lezione riguarda gli investimenti mirati nella sanità pubblica. La crisi ha mostrato le fragilità dei sistemi sanitari, ma anche come gli investimenti nelle infrastrutture sanitarie possano fare la differenza nel rispondere alle emergenze e alle necessità a lungo termine dei pazienti oncologici.
Le esperienze acquisite devono essere integrate nelle politiche sanitarie future per garantire decisioni più efficaci, sia in situazioni di crisi che in periodi di stabilità».
Cosa è cambiato negli anni?
«Un cambiamento significativo riguarda la percezione stessa del cancro. In passato, in molti Paesi a basso reddito, era considerato un problema secondario rispetto ad altre priorità sanitarie. Oggi, invece, è riconosciuto come una questione di salute pubblica che richiede strategie sistemiche e piani oncologici nazionali. Un cambio di prospettiva che ha portato a un abbandono dell’approccio assistenzialista, favorendo invece la costruzione di capacità locali e l’integrazione della lotta contro il cancro nelle politiche sanitarie nazionali.
Parallelamente, sono state lanciate delle iniziative, come i programmi dell’OMS per l’eliminazione del cancro della cervice uterina, il controllo del tumore al seno e l’oncologia pediatrica. Sono progetti che riflettono la necessità di una cooperazione internazionale, non più basata su aiuti episodici, ma su una solidarietà strutturata, che permetta ai sistemi sanitari di rafforzarsi in modo autonomo.
L’adozione di modelli di value-based care sta già mostrando effetti positivi nell’accesso ai farmaci oncologici e ai trattamenti, ma per ottenere un impatto duraturo è necessario un impegno maggiore a livello politico e finanziario. Ogni Paese deve sviluppare strategie personalizzate, tenendo conto delle proprie specificità, ma all’interno di un quadro sanitario globale per un accesso equo e universale alle cure oncologiche. La sfida, dunque, è trasformare quest’obiettivo da ideale a realtà concreta, attraverso politiche mirate, finanziamenti sostenibili e un impegno continuo verso l’inclusività e l’innovazione».
«La convocazione del tavolo tecnico al ministero dell’Economia e delle finanze per affrontare la questione payback dispositivi medici rappresenta un passo importante da parte del Governo, che dimostra la volontà politica di risolvere un vulnus normativo in grado di danneggiare in modo irreversibile imprese, Servizio sanitario nazionale e cittadini. Oggi l’incontro è stato molto costruttivo e abbiamo apprezzato fortemente l’apertura del Governo a trovare una soluzione al problema, che ci auguriamo arrivi velocemente e avvii un nuovo capitolo della strategia nazionale per i dispositivi medici». Questo il commento di Aforp, Confapi salute università ricerca, Confimi Industria Sanità, Confindustria dispositivi medici, Conflavoro PMI Sanità, Coordinamento filiera, Fifo Confcommercio, convocate dal MEF alla prima riunione del tavolo sul payback.
«Non agire tempestivamente – hanno dichiarato le 7 sigle di rappresentanza – significa che una impresa su cinque è a rischio fallimento immediato. Non intervenire subito significa rinunciare a un’industria che genera un mercato, fatto di tecnologie innovative di piccole, medie e grandi imprese, tutte coinvolte e ostacolate dal peso di una tassazione, che toglie risorse a investimenti, sviluppo e produttività nel nostro Paese. Siamo convinti che Governo e Regioni – hanno concluso – siano ben consapevoli di queste catastrofiche conseguenze e ci auguriamo comprendano l’urgenza di definire una governance del settore che superi il payback e preveda tetti di spesa adeguati; una visione sistemica del comparto che comprenda a pieno le problematiche industriali; una programmazione sanitaria per garantire l’allocazione efficiente delle risorse; un sistema che garantisca l’accesso rapido alle innovazioni a beneficio dei pazienti».
Nella sede del Parlamento Europeo, alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni europee e delle associazioni dei pazienti (EuforTrisomy21), Filippo Caraci, membro della Società Italiana di Farmacologia (SIF), docente di Farmacologia all’Università di Catania e responsabile della UOR di Neurofarmacologia presso l’IRCCS Oasi di Troina, ha partecipato, insieme a Pier Vincenzo Piazza (CEO, AELIS FARMA) e Rafael De la Torre (IMIM, Spagna), alla presentazione dei recenti progressi del progetto ICOD, che mira a sviluppare il primo trattamento farmacologico per i deficit cognitivi nella Sindrome di Down.
Il farmaco sperimentale AEF0217, un inibitore selettivo del signaling del recettore CB1 dei cannabinoidi, ha già mostrato risultati promettenti nella fase I dello studio clinico, con un miglioramento significativo delle capacità cognitive e comportamentali dei pazienti coinvolti.
Il progetto europeo “Improving COgnition in Down Syndrome” (ICOD) rappresenta un esempio virtuoso di trasferimento tecnologico in farmacologia: dalla ricerca preclinica a basso Technology Readiness Level (TRL) fino allo sviluppo della fase clinica, ICOD testimonia il successo della farmacologia traslazionale nel campo della Sindrome di Down.
L’evento, organizzato in occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Down che ricorre oggi, 21 marzo, ha visto la partecipazione della Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, della Vicepresidente Antonella Sborna e di numerosi esperti del settore scientifico e medico come Eugenio Barone, membro della DS Italian Task Force che ha fortemente contribuito all’organizzazione dell’evento insieme ad EuforTrisomy21. Durante l’incontro, Filippo Caraci ha sottolineato come «ICOD è un esempio emblematico di come la ricerca farmacologica possa tradursi in innovazione terapeutica concreta, grazie a una sinergia tra mondo accademico, trasferimento tecnologico, industria e istituzioni europee».
La fase II dello studio clinico, il cui avvio è previsto per il secondo semestre del 2025, coinvolgerà almeno 200 persone con Sindrome di Down in diversi centri europei, tra cui l’IRCCS Oasi di Troina, consolidando ulteriormente il ruolo dell’Italia in questa importante iniziativa di ricerca traslazionale. «L’obiettivo è quello di validare ulteriormente l’efficacia e la sicurezza del trattamento, aprendo la strada a una futura applicazione clinica su larga scala», aggiunge Caraci.
La Società Italiana di Farmacologia accoglie con entusiasmo questo importante risultato e ribadisce il proprio impegno nel promuovere il trasferimento tecnologico e la formazione di giovani ricercatori nel campo della farmacologia sperimentale e clinica. Il progetto ICOD testimonia il valore di un approccio integrato alla ricerca, che partendo da studi preclinici a basso TRL riesce a tradursi in una sperimentazione clinica avanzata, ponendo al centro il benessere e la qualità della vita delle persone con Sindrome di Down.
«Questo straordinario percorso – conclude il presidente della SIF, Armando Genazzani – deve essere di ispirazione per tutti i giovani farmacologi che si dedicano alla ricerca, affinché possano vedere nel trasferimento tecnologico una strada concreta per trasformare la scienza in soluzioni terapeutiche innovative e accessibili».
Si apre con l’Inno alla gioia il terzo congresso della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi), un momento atteso dal 2018 per poter riunire nuovamente in presenza i professionisti della categoria. Il Palazzo dei Congressi di Rimini accoglie ben 5.000 infermieri, testimoniando la volontà di confronto e crescita della professione.
La giornata inaugurale è un mix di emozione e consapevolezza: il piacere di ritrovarsi si unisce alla riflessione sulla complessità della professione e sulle sue evoluzioni. Dopo la sfilata delle bandiere dei 102 ordini provinciali e i saluti istituzionali, arricchiti da un messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la Presidente Fnopi, Barbara Mangiacavalli, delinea le parole chiave del congresso.
Le parole di Barbara Mangiacavalli
«Tre sono le parole chiave a partire dalle quali si svilupperanno i lavori: innovazione, sfide, soluzioni», dichiara Mangiacavalli. “Infermiere alla terza” è il titolo ufficiale del congresso: infermiere al cubo, quindi, come il cubo di Rubik che domina la scenografia dell’evento ed è simbolo della necessità di risolvere problemi complessi. «Noi infermieri siamo sempre stati quelli che i problemi li risolvono e non li creano», prosegue la presidente. «Risolviamo problemi ma sappiamo che per farlo bisogna mettere a sistema diverse competenze e storie, umane e professionali. Per risolvere veramente il cubo, non ci si può concentrare su un solo lato: è necessario pensare a tutti gli elementi che lo compongono».
L’immagine del cubo viene sviluppata ulteriormente, associando le sue sei facce a sei aspetti fondamentali:
i professionisti sanitari
i decisori politici
il mondo accademico
i vari setting assistenziali
il mondo del lavoro e il contratto unico per gli infermieri
il benessere e la qualità della vita di chi si occupa di salute.
«Avremo vinto la nostra sfida quando questi sei aspetti troveranno la giusta quadra; quando ognuna di queste sei facciate del cubo sarà risolta insieme alle altre. Perché in contesti così complessi non si vince mai da soli, o solo per se stessi».
Per risolvere veramente il cubo di Rubik, non ci si può concentrare su un solo lato: è necessario pensare a tutti gli elementi che lo compongono
La discussione non si limita ai confini nazionali. Il congresso affronta anche il panorama internazionale, con un riferimento al programma “Nursing Action” promosso da OMS/Europa, Commissione europea e Presidenza polacca dell’UE, volto a migliorare le condizioni di lavoro e trattenere gli infermieri nei rispettivi sistemi sanitari, e una sessione nella giornata di sabato con la presenza delle Federazioni europee delle professioni infermieristiche.
«L’Europa è un punto di riferimento importante – sottolinea Mangiacavalli a TrendSanità – Molte delle soluzioni che stiamo discutendo, con il nostro Governo e il nostro sistema Paese, in Europa esistono già e sono state adottate. Abbiamo sicuramente bisogno di trasferire le buone pratiche dall’Europa all’Italia ma possiamo anche noi dare un contributo importante: ad esempio la storia, la formazione e il ruolo degli infermieri pediatrici in Italia può rappresentare un modello per molti Paesi europei. Quindi andremo a suggellare questa sinergia perché nel panorama internazionale l’infermieristica italiana può essere un faro che illumina alcuni percorsi ma può anche arricchirsi e beneficiare di percorsi degli altri Paesi europei».
L’intervento del Ministro Orazio Schillaci
Il Ministro della Salute Orazio Schillaci interviene sottolineando l’importanza della professione infermieristica in un sistema sanitario in trasformazione: «Ritengo appropriata l’immagine scelta per il vostro congresso: il cubo di Rubik rappresenta perfettamente la complessità del sistema salute. In questo contesto è fondamentale riconoscere agli infermieri competenze avanzate per il supporto strategico del Servizio Sanitario Nazionale».
Il Ministro evidenzia la necessità di rafforzare la medicina territoriale per garantire un’integrazione efficace tra ospedale e territorio: «In una nazione longeva come l’Italia, con una popolazione sempre più anziana e affetta da patologie croniche, cresce la necessità di assistenza infermieristica. Il sistema sanitario deve evolversi per garantire cure appropriate anche al di fuori degli ospedali, che devono concentrarsi sulle emergenze e sulle patologie più complesse. In questo contesto, l’infermiere assume un ruolo centrale, fungendo da collegamento tra ospedale e territorio e lavorando in team multidisciplinari per garantire un’assistenza efficace e continuativa.».
L’attenzione si sposta poi sulla necessità di percorsi di carriera più attrattivi per gli infermieri: «È necessario consentire alle giovani leve di scegliere un percorso clinico oltre a quello organizzativo. Il Ministero è impegnato per l’attivazione delle lauree specialistiche in cure primarie, sanità pubblica, cure pediatriche e neonatali, cure intensive e emergenza».
Prescrizione infermieristica e LEA infermieristici
Un altro tema rilevante è quello della prescrizione infermieristica, affrontato anche dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato: «Oggi abbiamo bisogno di nuovi modelli organizzativi. La professionalizzazione dell’infermiere è fondamentale. Esiste un dialogo tra FNOPI e FNOMCEO per demandare all’infermiere la prescrizione dei presidi. Bisogna sburocratizzare l’iter e andare più incontro alle esigenze dei cittadini, dando un’importante delega professionale agli infermieri».
Da declinare in versione infermieristica anche i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), nella riflessione del vicepresidente FNOPI, Maurizio Zega: «Noi infermieri troviamo soluzioni. Ma senza flussi informativi adeguati, non possiamo misurare e tenere traccia dell’impatto del nostro lavoro. Il Ministero della Salute ha dichiarato che il 70% delle attività domiciliari ai pazienti oncologici è svolto dagli infermieri, ma non esiste un dato su quali prestazioni siano state erogate. Così come non esiste per tutte le altre prestazioni erogate in assistenza domiciliare. È tempo che ci siano i LEA infermieristici. Non è più possibile aspettare, perché tutto quello che non si misura non può essere migliorato».
Un congresso in pieno svolgimento
La prima giornata del congresso si chiude dopo una serie di interventi di grande rilievo. Si prospettano altre due giornate intense. Sottolinea la Presidente Mangiacavalli: «Di problemi e di soluzioni parleremo ampiamente in queste tre giornate congressuali, fino ad arrivare, sabato, alla presentazione ufficiale dell’aggiornamento del Codice deontologico del 2019, un altro strumento vivo, posto nelle nostre mani per fronteggiare la complessità di questi tempi».
«Il problema degli infermieri è il problema dell’Italia tutta, non di una singola categoria. Oggi sono 24 milioni le persone con una patologia cronica e 4 milioni quelle con disabilità. Ci dicono i demografi che nel 2040, tra pochi anni, accadrà qualcosa che non ha precedenti nella storia: gli over 50 saranno più degli under 50 e nel 2050 il 35% della popolazione avrà più di 65 anni. Un mix micidiale per la società tutta». Lo ha dichiarato la presidente della FNOPI, Barbara Mangiacavalli, aprendo, davanti a 5mila infermieri, al ministro della Salute, Orazio Schillaci e a numerose autorità, il Congresso della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, in corso a Rimini. Ad inaugurare il Congresso anche la lettura del messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per il quale ha espresso gratitudine la presidente Mangiacavalli.
«Dobbiamo dare atto all’attuale governo e alle commissioni parlamentari di non aver mai sottovalutato la questione infermieristica. Le proposte avanzate dalla nostra Federazione sono sempre state oggetto di riflessione e approfondimento. In molti casi hanno trovato accoglimento – ha sottolineato Mangiacavalli -. Apprezziamo le misure sulla libera professione per gli infermieri del servizio pubblico, le indennità per i colleghi dell’emergenza urgenza, la detassazione degli straordinari. E poi potremmo parlare di equo compenso, fino all’ordine del giorno recentemente approvato in Senato che impegna il Governo a istituire una cabina di regia nazionale sulla questione infermieristica, una sorta di commissario straordinario che si focalizzi solo su questa tematica: chiediamo che si continui in questo solco e si concretizzino atti normativi strutturali».
«Anche l’arresto in flagranza differita, introdotto per arginare l’inaccettabile fenomeno delle aggressioni a noi sanitari, si sta rivelando una misura proporzionata e di immediata applicazione- ha aggiunto Mangiacavalli – Abbiamo compreso e apprezzato la volontà precisa di Governo e Regioni di sgravare l’infermiere da compiti routinari e di bassa intensità attraverso figure di supporto a diretta supervisione e controllo dell’infermiere. E ancora: l’impegno, assunto proprio dal Ministro Schillaci di fronte al nostro Consiglio nazionale, di partire con le lauree magistrali specialistiche, condizione necessaria per quella che un domani sarà la prescrizione infermieristica di ausili e presìdi, come avviene nella maggior parte dei Paesi avanzati. Sono tutte misure che, come ripetiamo spesso, aiutano a “sgranare” la professione e ad affrontare in maniera sistemica le questioni dirimenti».
A chiusura del suo discorso, la presidente ha poi sottolineato l’importanza di porre al centro delle scelte istituzionali la professione infermieristica e a tenerla sempre presente nelle scelte che riguardano tutto il sistema salute.
L’anestesia e la rianimazione sono settori cruciali della medicina, in cui l’evoluzione tecnologica e le sfide organizzative si intrecciano costantemente. Dalla carenza di specialisti alle nuove opportunità offerte dall’intelligenza artificiale e dalla telemedicina, questi ambiti affrontano problematiche complesse ma anche grandi prospettive. Con il supporto di innovazioni come la sanità digitale, si apre una nuova era per la gestione delle risorse e l’efficacia dei trattamenti. A TrendSanità ne parliamo con Elena Giovanna Bignami, presidente della Società Italiana Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), per approfondire le sfide attuali e le soluzioni future per garantire un’assistenza sempre più efficiente e sicura.
L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando diversi ambiti della medicina, dalla diagnostica alla gestione dei dati clinici. Quali sono, secondo lei, le principali opportunità e i rischi dell’integrazione dell’intelligenza artificiale in anestesia e terapia intensiva?
L’intelligenza artificiale e, più in generale, le nuove tecnologie a essa connesse possono essere suddivise in due categorie principali: l’intelligenza artificiale generativa, che include chatbot e sistemi interattivi progettati per rispondere alle domande degli utenti, e l’intelligenza artificiale predittiva, basata su algoritmi di apprendimento automatico (machine learning). Quest’ultima rappresenta un ambito di particolare interesse per l’anestesia e la medicina, poiché può offrire vantaggi significativi sia sotto il profilo clinico sia organizzativo.
Nell’ambito dell’anestesia, della medicina perioperatoria, della terapia intensiva e della terapia del dolore, la raccolta e l’elaborazione di un’ampia quantità di dati risultano essenziali. I sistemi di intelligenza artificiale predittiva possono consentire una migliore stratificazione del rischio per ciascun paziente, apprendendo continuamente dalle loro variabili cliniche ed emozionali. In questo modo, è possibile sviluppare percorsi terapeutici personalizzati e ottimizzati, migliorando progressivamente la qualità delle cure e l’esperienza del paziente.
I sistemi di intelligenza artificiale predittiva possono consentire una migliore stratificazione del rischio per ciascun paziente
Dal punto di vista organizzativo, l’adozione di tali tecnologie può contribuire in modo significativo all’efficienza del blocco operatorio e alla gestione del turnover dei pazienti in terapia intensiva. L’utilizzo di sistemi in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale riduce il margine di errore legato alla discrezionalità dei singoli operatori. Un esempio pratico è la misurazione oggettiva dei tempi di permanenza in sala operatoria: attualmente, se si chiedesse a ciascun membro dell’équipe il momento esatto di ingresso e uscita del paziente, le risposte potrebbero variare. L’aggregazione di queste discrepanze su scala più ampia può determinare un utilizzo inefficiente delle risorse. La raccolta di dati precisi e affidabili consente invece di ottimizzare l’uso delle sale operatorie, non necessariamente aumentando il numero di interventi, ma migliorando la gestione delle risorse disponibili.
In che modo le nuove tecnologie, come la telemedicina e i dispositivi indossabili, possono avere un’influenza sull’assistenza sanitaria e sulle terapie intensive?
Ulteriori sviluppi della sanità digitale riguardano le nuove tecnologie applicate alla telemedicina e ai dispositivi indossabili (wearable devices). Sebbene tali strumenti siano comunemente associati al benessere personale, il loro impiego in ambito sanitario potrebbe rivoluzionare il monitoraggio dei pazienti. Ad esempio, potrebbero essere utili per scindere il luogo (la terapia intensiva) dalla necessità di monitoraggio invasivo. Questo ce l’ha insegnato il Covid: un paziente in condizioni critiche, con necessità di monitoraggio continuo, implicava un monitoraggio invasivo, che a sua volta significava il ricovero in terapia intensiva. Le nuove tecnologie potrebbero invece consentire un monitoraggio continuo non invasivo, estendibile anche ai reparti di degenza, ampliando così le possibilità di assistenza senza compromettere la qualità delle cure.
La pandemia ha evidenziato criticità e necessità di riforma nei reparti di terapia intensiva. Quali lezioni sono state apprese?
Il PNRR rappresenta certamente un’opportunità soprattutto per i centri sanitari che hanno una visione chiara delle riforme necessarie. Tra i principali benefici vi è la disponibilità di strumenti avanzati per la raccolta e l’elaborazione dei dati, come le cartelle cliniche elettroniche. È fondamentale garantire l’acquisizione di dati reali e sicuri, raccolti secondo elevati standard di qualità e tutela della privacy. La qualità del dato è un elemento essenziale per supportare i processi decisionali, contribuendo a migliorare l’efficacia della terapia intensiva. Investire in questo ambito è cruciale, poiché consente di elevare il livello delle cure e di riservare l’accesso alla terapia intensiva esclusivamente ai pazienti che ne hanno effettiva necessità.
La qualità del dato è un elemento essenziale per supportare i processi decisionali: investire in questo ambito è cruciale per elevare il livello delle cure
L’esperienza della pandemia da Covid-19 ha inoltre evidenziato il ruolo strategico dei reparti a media intensità di cura, concepiti secondo il modello della terapia intensiva, ma con una diversa organizzazione del personale medico e infermieristico. Anche in questo caso, oltre alle risorse economiche, è fondamentale la capacità di modulare l’assistenza in base all’evoluzione clinica del paziente. Una delle principali lezioni apprese è la necessità di separare la gestione delle funzioni cliniche dall’organizzazione logistica: il percorso di cura non è sempre lineare, dal ricovero alla dimissione, ma può prevedere passaggi intermedi o ritorni a livelli di assistenza più intensivi in base alle condizioni del paziente.
La mancanza di anestesisti e rianimatori è una problematica nota che rischia di impattare sulla qualità delle cure. Come si pone SIAARTI su questo punto?
Occorre distinguere tra due aspetti fondamentali. Non si tratta di una vera e propria carenza di medici in termini assoluti, bensì di una carenza di specialisti in alcuni settori. Sicuramente bisognerebbe usare meglio le risorse disponibili. Per noi non è una soluzione assumere gli specializzandi al primo anno, perché non hanno le competenze adeguate per poter gestire autonomamente un paziente in una situazione critica, in un rapporto 1:1 tra professionista sanitario e paziente. Diverso è per altre specialità in cui si lavora in gruppo e dove è possibile che, all’interno del team di professionisti, ci sia una persona con meno esperienza.
Sulla carenza di professionisti, è necessario confrontarsi per assicurare sia la sicurezza dei pazienti sia la qualità della formazione
Detto ciò, è fondamentale che la politica definisca con chiarezza la propria direzione: puntare sulla quantità o sulla qualità? Per fare un esempio concreto: aprire un ospedale ogni 50 chilometri può essere una scelta legittima per garantire punti di primo soccorso e una maggiore assistenza territoriale. Tuttavia, non tutte le strutture possono offrire tutte le specialità. La proliferazione di ospedali con una vasta gamma di specializzazioni in ogni area geografica comporta una dispersione delle risorse e una riduzione del volume di attività per specialista, con potenziali ripercussioni sulla qualità delle cure.
Ad ogni modo, SIAARTI è pronta a confrontarsi con i soggetti coinvolti – da un lato l’Università, dall’altro la Sanità – per definire una programmazione del fabbisogno di medici che assicuri sia la sicurezza dei pazienti sia la qualità della formazione.
SIAARTI oggi e domani: quali priorità? Quali appuntamenti per il 2025?
SIAARTI attribuisce grande importanza alla presenza capillare sul territorio, sia all’interno di ogni ospedale – attraverso i suoi soci, considerando che ogni struttura dispone di un reparto di anestesia e rianimazione – sia attraverso la cosiddetta “terza missione”, con un forte orientamento verso i cittadini.
Nel 2025 organizzeremo diverse giornate dedicate alla divulgazione e alla sensibilizzazione su temi fondamentali della nostra disciplina: una giornata sulla terapia intensiva per approfondire la conoscenza della sepsi, una sull’anestesia per affrontare il tema della sicurezza, un evento sull’emergenza-urgenza e il Basic Life Support (BLS), coinvolgendo anche i bambini delle scuole elementari per insegnare loro le basi del soccorso, e un’iniziativa sulla donazione degli organi.
Parallelamente, affrontiamo una sfida cruciale a livello europeo, nella quale io e il mio direttivo crediamo profondamente, anche in relazione alla European Society of Anaesthesiology and Intensive Care (ESAIC) e alla European Society of Intensive Care Medicine (ESICM). Il nostro obiettivo è favorire un salto di qualità nell’innovazione tecnologica, integrando intelligenza artificiale, telemedicina e nuove tecnologie per supportare il lavoro clinico. L’intento non è certo sostituire il medico anestesista rianimatore con un robot che esegua i nostri compiti, ma piuttosto dotarci di strumenti che possano ottimizzare i processi, riducendo i tempi dedicati alla burocrazia e alle attività ripetitive. Il tempo risparmiato potrà così essere restituito alla relazione con i pazienti e le loro famiglie, permettendoci di tornare a svolgere pienamente il nostro ruolo di medici.
Il gruppo europeo SCORE (Sewage Analysis CORe group Europe) in collaborazione con l’EUDA (European Union Drugs Agency) ha appena pubblicato lo studio Wastewater analysis and drugs — a European multi-city study, che rileva, tramite l’analisi delle acque reflue, il consumo delle principali droghe d’abuso in 128 città Europee, a cui si aggiungono Turchia e Norvegia.
I dati raccolti, paragonati al 2023, sottolineano a livello generale, un aumento del consumo di MDMA, cocaina e anfetamina a cui fa da contraltare una diminuzione del consumo di cannabis.
Lo studio ha analizzato i campioni giornalieri di acque reflue nei bacini di raccolta dei depuratori per un periodo di una settimana tra marzo e maggio 2024. Sono stati analizzati campioni provenienti da circa 68,8 milioni di persone alla ricerca di tracce di sei sostanze stimolanti: anfetamine, cocaina, metanfetamina, MDMA/ecstasy, ketamina e cannabis.
Nonostante i risultati varino notevolmente tra i luoghi dello studio, va sottolineato che tutte e sei le droghe illegali sono state trovate in quasi tutte le città partecipanti.
Per alcune droghe si osserva una minore divergenza nelle abitudini di assunzione tra grandi e piccole città.
Il gruppo SCORE ha condotto campagne di monitoraggio delle acque reflue a partire dal 2011: all’inizio le città monitorate erano 19, in 10 paesi diversi, mentre le droghe d’abuso monitorate erano 4. Grazie alla partecipazione costante di 76 città, per almeno 5 anni, è stato possibile analizzare il trend dei consumi.
A livello Italiano le città analizzate storicamente sono Milano e Bolzano. Nel 2024 è stato possibile aggiungere le città di Bologna e Roma grazie al finanziamento e alla collaborazione del Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri che supporta uno studio a livello nazionale. Le analisi per Milano, Bologna e Roma sono state condotte dal Laboratorio di Epidemiologia delle acque reflue, parte del Dipartimento di Ambiente e Salute dell’Istituto Mario Negri.
I dati principali rilevano quanto segue:
MDMA in aumento: delle 76 città comparabili tra il 2023 e il 2024, 41 hanno registrato un aumento, 24 una diminuzione (soprattutto nelle città dell’Europa Centrale e nelle regioni Baltiche) e 11 un consumo invariato. I livelli più alti di MDMA sono stati rilevati nelle acque reflue di Belgio, Repubblica Ceca, Olanda e Portogallo. Anche in Italia il trend di MDMA risulta in aumento sia a Milano che a Bolzano dove è possibile confrontare il 2023 con il 2024.
Cocaina in aumento: i residui di cocaina restano i più alti nelle città europee a sud e ovest (in particolare in Belgio, Paesi Bassi e Spagna). Delle 72 città con dati comparabili tra il 2023 e il 2024, 39 hanno registrato un aumento, mentre 17 hanno registrato consumi invariati e 16 mostrano una diminuzione. L’aumento del consumo di cocaina è un trend che si osserva dal 2016 (nonostante variazioni durante il lockdown causato dal Covid-19). Paesi come il Brasile, il Cile e la Svizzera mostrano livelli di consumo simili alle città Europee con livelli più elevati. In Italia, confrontando i dati del 2023 e 2024, si osserva un aumento di cocaina a Milano ed una leggera diminuzione a Bolzano, ma il trend generale è di aumento del consumo dal 2016, come si registra in Europa.
Anfetamina in aumento: il livello di residui di anfetamina è più alto nelle città del nord e dell’est Europa (Belgio, Germania, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia). Livelli molto più bassi sono stati riscontrati nelle città del sud, anche se i dati più recenti mostrano alcuni aumenti. Delle 68 città con dati sui residui di anfetamine per il 2023 e 2024, 34 hanno segnalato un aumento, 14 una diminuzione e 20 una situazione stabile. In Italia il consumo di anfetamina risulta sporadico e molto ridotto e non è possibile osservare dei trend di consumo.
Metanfetamina in diminuzione: Tradizionalmente concentrata nelle città della Repubblica Ceca e della Slovacchia, questa droga è ora anche presente in città del Belgio, della Croazia, della Germania orientale, della Spagna, dei Paesi Bassi e nei Paesi dell’Europa settentrionale (ad es. Danimarca, Lituania, Finlandia e Norvegia). Delle 71 città con dati del 2023 e 2024, 32 hanno segnalato un aumento dei consumi, 27 una diminuzione e 12 una situazione stabile. Nel resto delle città europee, i carichi di metanfetamina sono stati bassi o trascurabili, anche se sono stati segnalati alcuni aumenti in città dell’Europa centrale. In Italia il consumo di metanfetamina risulta pressochè costante e più elevato nelle grandi città rispetto a città più piccole.
Ketamina: I dati del 2024 riferiti a 82 città hanno rivelato livelli relativamente bassi di residui di ketamina. Delle 42 città che hanno dati per il 2023 e 2024, 14 hanno riferito un aumento, 15 una situazione stabile e 13 una diminuzione. I carichi di massa più elevati di ketamina sono stati trovati nelle città del Belgio, dei Paesi Bassi, dell’Ungheria e della Norvegia. In Italia, la ketamina è stata analizzata a Milano, Bologna e Roma e risulta in progressivo aumento a Milano, dove è possibile confrontare i dati del 2024 con quelli del 2022 e 2023.
Cannabis in diminuzione: i carichi più elevati del metabolita della cannabis THC-COOH sono stati trovati nelle aree occidentali e meridionali delle città europee, in particolare in Croazia, Germania, Spagna e Paesi Bassi. Nel 2024, le tendenze in diminuzione sono state registrate in 25 città su 51 che segnalano una diminuzione e 13 che segnalano un aumento rispetto al 2023. In Italia il consumo di cannabis risulta costante sia a Milano che a Bolzano dove è possibile confrontare il 2023 con il 2024.
Variazioni tra città: per la cocaina, le registrazioni più alte riguardano le grandi città. Per metanfetamina e MDMA, non ci sono differenze marcate tra grandi e piccole città. Ciò suggerisce che, in alcuni casi, i modelli ‘urbani’ di consumo delle droghe potrebbero estendersi alle città più piccole. Per le altre tre sostanze analizzate, non è emersa una chiara tendenza, coerente con i risultati degli anni precedenti.
Consumi settimanali: l’analisi delle acque reflue può rilevare fluttuazioni nei modelli settimanali di uso di droghe illecite. Più di tre quarti delle città presentavano residui più elevati di droghe spesso associati all’uso a scopo ricreativo (cocaina, Ketamina e MDMA) nel fine settimana (venerdì-lunedì). Al contrario, residui di anfetamina, cannabis e metanfetamina sono distribuiti in modo più uniforme nel corso della settimana.
«A livello europeo, osservando le città che hanno a disposizione dati storici e comparabili come per esempio Milano, l’Italia non si posiziona nella lista dei Paesi con più alto consumo di droga, nonostante l’uso sia rimasto costante, quando non in leggero aumento – commenta Sara Castiglioni, responsabile del Laboratorio di Indicatori Epidemiologici Ambientali dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri –. Rispetto ai dati del solo 2024 che hanno preso in considerazione due nuove città – Bologna e Roma – i dati si rivelano in linea, con una percentuale di consumo leggermente più alta a Bologna. Si tratta tuttavia di dati parziali messi in comune per lo studio europeo, a cui seguirà un’analisi nazionale commissionata dal Dipartimento per le Politiche Antidroga che comprenderà 38 città italiane; questo nuovo studio potrà dare una fotografia più ampia del consumo di droghe in Italia, anche se non completamente esaustiva della problematica. Nonostante ciò, l’analisi delle acque reflue si conferma una metodologia di studio interessante che offre preziose informazioni sulla dinamica dell’uso e dell’offerta di droghe, ed è un potente strumento per rispondere rapidamente alle sfide emergenti. Lo studio di quest’anno, che copre un numero record di 128 città europee, delinea un quadro chiaro del problema dell’uso di droga che risulta diffuso e complesso, con tutte le sei sostanze oggetto di studio rilevate in quasi tutte le località incluse nel monitoraggio».
Lo studio offre un’innovativa mappa interattiva che consente di esaminare i dati geografici e temporali e di ingrandire i risultati per città e per sostanze d’abuso.
Ai nastri di partenza il terzo Congresso nazionale “Infermiere³ – Innovazione, sfide e soluzioni” della FNOPI, Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche, in programma dal 20 al 22 marzo 2025 a Rimini.
Cinquemila gli infermieri provenienti da tutta Italia attesi al Palacongressi.
Il 20 marzo, il Congresso sarà inaugurato dai saluti istituzionali del ministro della Salute Orazio Schillaci, del ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, del presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga e le conclusioni della prima giornata saranno affidate al sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato. Per tutta la durata del Congresso interverranno i rappresentanti del Governo, i presidenti delle Commissioni Affari sociali di Camera e Senato Ugo Cappellacci e Francesco Zaffini, e molti esperti.
La seconda giornata del 21 marzo sarà aperta dal vice ministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto. A seguire lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio terrà uno speech sul valore delle professioni di cura. Nella stessa giornata, alle 14, l’attore comico Paolo Cevoli si esibirà nello spettacolo I fatti mi cosano e, dalle 18.30 alle 20, la cantante Tosca terrà il suo in “CONVERSA-CONCERTO”.
Il 22 marzo, prima della cerimonia di chiusura con la proclamazione della mozione congressuale, uno spazio sarà dedicato a un intervento a cura della Fondazione GIMBE e an approfondimento sulla dimensione internazionale della professione, grazie alla partecipazione dell’European Nursing Council che riunisce gli organismi di regolamentazione europei della professione infermieristica. Nella stessa mattinata verrà presentato l’aggiornamento del Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche con una lettura a cura dell’attore Paolo Romano.
Per tutta la durata del Congresso, al programma della sala plenaria si affiancheranno numerose attività a disposizione dei congressisti. Dal Villaggio della formazione in simulazione, allestito al primo piano del Palacongressi, con 10 simulation room a disposizione dei congressisti dalle ore 12.30 del 20 marzo alle ore 13.30 del 22 marzo, all’Evento formativo SIMMED.
Dalla Giornata della Libera Professioneall’Evento formativo CIVES. Al piano terra del Palacongressi sarà attiva una Experience Area, dove sarà possibile navigare in esclusiva il sito del progetto Infermieri oggi e domani e visitare alcune sezioni del Museo Internazionale dell’Arte Filatelica Infermieristica e del MOSAI Mostra Storica dell’Assistenza Infermieristica.
Una sala sarà invece dedicata ai professionisti e ai ricercatori che hanno presentato lavori incentrati sul tema dell’innovazione in sanità e dell’uso della tecnologia. Inoltre, grazie a una convenzione con il Comune di Rimini, tutti gli infermieri iscritti al Congresso avranno la possibilità di visitare gratis tre poli museali della città: Museo della Città, Domus del Chirurgo e Fellini Museum.
Pulizia e igienizzazione di ospedali e scuole, raccolta e gestione dei rifiuti, vigilanza privata, fornitura di dispositivi medici e servizi sociosanitari. Sono tutte attività essenziali per il funzionamento della società, eppure il settore dei servizi e delle forniture continua a essere penalizzato da normative che non ne riconoscono adeguatamente il valore.
Una decisione che ha ripercussioni economiche e sociali profonde: da un lato, mina l’equilibrio contrattuale e mette in difficoltà le aziende del settore, spesso già provate da anni di tagli e crisi economiche; dall’altro, incide direttamente sui lavoratori, rendendo sempre più difficile garantire salari adeguati. Il rischio? Un circolo vizioso di precarietà e perdita di qualità nei servizi che toccano la vita quotidiana di milioni di cittadini.
Il Manifesto dell’Economia dei Servizi, firmato da 16 associazioni di rappresentanza (Afidamp, Agci Servizi, Angem, ANIP-Confindustria, ANIR-Confindustria, ASSIV-Confindustria, Assosistema Confindustria, ConFedersicurezza e Servizi, FIPE-Confcommercio, FNIP-Confcommercio, Fondazione Scuola Nazionale Servizi, ISSA, Legacoopsociali, Legacoop Produzione e Servizi, Unionservizi Confapi, UNIV), denuncia questa situazione e lancia un appello al governo per modificare le norme che regolano la revisione prezzi, garantire una maggiore equità tra settori e istituire un tavolo di confronto per costruire un sistema più sostenibile.
L’appello al governo
Le Associazioni firmatarie chiedono:
la modifica delle norme del codice dei contratti pubblici in materia di revisione prezzi (art. 60 e Allegato II.2-bis) parificando le soglie di attivazione e la misura del riconoscimento dei maggiori costi previste per il settore dei servizi e forniture a quelle oggi previste per il solo settore dei lavori;
l’obbligatorietà dell’inserimento nei contratti pubblici ad esecuzione continuativa e/o periodica dei meccanismi di revisione ordinaria per consentire il riequilibrio contrattuale, oggi meramente facoltativi, per un’applicazione omogenea da parte delle varie stazioni appaltanti e un minor carico di responsabilità in capo ad esse. Trattasi di responsabilità che, troppo spesso, costituiscono un deterrente – se non un vero e proprio impedimento – all’adozione di misure necessarie (quale è quella dell’adeguamento dei prezzi) da parte dei funzionari pubblici;
l’istituzione, presso uno dei ministeri competenti, di un dipartimento responsabile delle politiche del settore dei servizi e delle forniture, per una maggiore consapevolezza istituzionale delle peculiarità del settore;
l’apertura di un tavolo che coinvolga i ministeri interessati (MIT, MIMIT, MEF) e le associazioni di rappresentanza del settore per individuare le soluzioni di sostegno più appropriate per assicurare alle amministrazioni con minori disponibilità finanziarie la possibilità di far fronte agli eventuali maggiori costi derivanti dalla revisione prezzi.
Intervista a Matteo Nevi (Assosistema)
A TrendSanità approfondiamo i temi del Manifesto con il Direttore di Assosistema, Matteo Nevi.
Il settore dei servizi e delle forniture continua a essere trattato da “invisibile” rispetto ai lavori pubblici. Quali sono, secondo lei, le ragioni culturali e politiche dietro questa disparità e quali strategie concrete si potrebbero adottare?
«La ragione principale deriva dalla frammentazione del comparto dei servizi e delle forniture rispetto non solo alla rappresentanza istituzionale ma anche alla tipologia di servizio che viene svolta. Il codice appalti nasce e si sviluppa sul concento di costruzione di un’opera e quindi di un lavoro e non sull’idea di svolgere un servizio o una fornitura. Scontiamo quindi anni in cui il codice appalti è stato incamerato all’interno di una discussione che avesse come matrice principale il tema dei lavori pubblici.
Matteo Nevi
Non credo esista una volontà politica nel marginalizzare i servizi e più ancora le forniture ma credo che sia un’evidente difficoltà del legislatore di inquadrare nel concreto quali siano questi servizi di cui tanto si parla. Il divario per essere colmato ha necessità di tempo e di un lavoro costante tra ministeri e forze parlamentari cosi da arrivare ad avere anche un’anagrafica completa di ciò che inquadriamo come servizi. L’intento di questo manifesto è di voler offrire al legislatore un primo perimetro di consultazione su ciò che possiamo inquadrare all’interno dei servizi nell’ambito degli appalti. Per avviare una discussione seria dobbiamo prima definire il perimetro di azione».
Il nuovo decreto correttivo al Codice dei contratti pubblici ha ridotto la soglia per l’attivazione della revisione prezzi solo per il settore dei lavori, lasciando invariata quella per i servizi e forniture. Quali sono gli effetti pratici di questa decisione sulle imprese e sull’occupazione?
«La principale conseguenza sta nel fatto che nei contratti dei servizi di lunga durata, le aziende non potendo accedere alla revisione prezzi saranno necessariamente costrette a definire nuovi sistemi di riequilibrio contrattuale, che possono scaturire anche nella riduzione della qualità dei servizi resi, a discapito in questo caso dell’intera collettività o dei pazienti nel momento in cui si tratta di appalti in ambito sanitario.
Il vulnus principale sta nel fatto che il nuovo codice appalti si regge su una premessa fondamentale che è disciplinata all’interno dei principi del codice, in cui troviamo l’articolo 9 che parla proprio di mantenimento dell’equilibrio contrattuale e questo è possibile farlo anche tramite la revisione prezzi. Pertanto, il legislatore nella formulazione originale aveva voluto intendere come fine supremo il principio di conservazione del contratto in essere, mentre ora bloccando di fatto la revisione prezzi, si sta tendendo verso un fine risolutorio del contratto tra l’operatore economico e la pubblica amministrazione».
Il correttivo al Codice dei contratti ha ridotto la soglia per l’attivazione della revisione prezzi solo per i lavori pubblici, lasciando invariata quella per i servizi e le forniture
Nel manifesto si evidenzia la necessità di un dipartimento ministeriale dedicato alle politiche del settore servizi e forniture. Quali benefici concreti porterebbe una struttura del genere e quali sarebbero le prime misure che dovrebbe adottare?
«Il primo beneficio concreto sarebbe quello di iniziare a parlare del comparto dei servizi, di dare anche una connotazione istituzionale a un settore che, pur rappresentando una vera leva di sviluppo anche in termini economici per il Paese, non riesce ad affermare la sua leadership nell’ambito del codice appalti. Lo step successivo sarebbe invece quello di analizzare quali servizi sono maggiormente impattati dalle norme del correttivo al codice e iniziare a lavorare sulle possibile soluzioni.
Infine, sarebbe necessaria la presenza del MEF a questo tavolo per dare una copertura economica alle misure che potranno essere introdotte per sanare il problema della revisione. Rimanendo nell’ambito della revisione prezzi, tre misure credo siano fondamentali: prevedere il medesimo meccanismo di revisione prezzi per i lavori con le medesime aliquote, riconoscere la variabilità del Contratto Collettivo come elemento valido a far scattare senza nessuna soglia il riequilibrio contrattuale e istituire un osservatorio per il monitoraggio dell’andamento della revisione prezzi nel comparto dei servizi».