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La spesa farmaceutica per acquisti diretti delle Regioni frena negli ultimi mesi dell’anno ma sfora di 3,6 miliardi il “tetto” del 2024

Negli ultimi mesi dei 2024 rallenta la crescita della spesa farmaceutica per gli acquisti diretti dei medicinali da parte delle Regioni, che registra alla fine uno scostamento di 3,640 miliardi contro i 3,278 del 2023, pari all’11% del Fondo sanitario nazionale (FSN) contro l’8,3% del tetto di spesa programmato.

Un dato sicuramente migliore rispetto allo sforamento di circa 4,4 miliardi previsto da osservatori esterni all’AIFA proiettando su base annua i dati del primo semestre e che rappresenta una crescita dell’1,5% rispetto al 10,5% del FSN raggiunto lo scorso anno. Considerando anche lo spostamento di diversi medicinali dal Fondo per gli innovativi a quello degli acquisti diretti il trend di spesa è comunque in linea con quello degli anni precedenti e con quelli rilevati in tutti i Paesi avanzati.

I dati si ricavano dal “Monitoraggio della spesa farmaceutica nazionale e regionale gennaio-dicembre 2024” approvato dal Cda dell’Agenzia del 29 aprile e pubblicato sul portale dell’AIFA. Lo stesso documento, pur tenendo ancora conto della provvisorietà di alcuni dati regionali, evidenza anche una notevole divaricazione della spesa a livello di singole Regioni, con una percentuale rispetto ai singoli fondi sanitari regionali che varia dal 9,18% della Lombardia al 13,12% della Campania. Sotto al 10% del FSR si collocano, oltre alla Lombardia, anche Valle D’Aosta e Trento, mentre superano la soglia del 12%, oltre alla Campania, anche Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Abruzzo.

Complessivamente la spesa per acquisti diretti, al netto dei gas medicinali, ammonta a 14 miliardi e 631 milioni ai quali si aggiungono gli 8 miliardi e 353 milioni di spesa per la farmaceutica convenzionata, ossia per i prodotti venduti in farmacia, che pur in leggera crescita rispetto al 2023, fa comunque registrare un avanzo di 651 milioni rispetto al tetto di spesa programmato, pari al 6,8% del Fsn.

A contribuire all’aumento di 159 milioni della spesa per la convenzionata c’è l’aumento dei consumi, con oltre sette milioni in più di ricette, pari all’1,3% di incremento rispetto al 2023. La spesa farmaceutica complessiva nel 2024, comprensiva anche di quella per i gas medicinali, a livello nazionale si è attestata a 23 miliardi e 226,7 milioni, in aumento rispetto ai quasi 22 miliardi di euro con cui si è chiuso il 2023. Lo scostamento rispetto alle risorse complessive del 15,30% (20.260,8 mln) è pari a 2,9 miliardi.

Meno di una persona su 4 con spondiloartrite assiale ottiene un controllo completo dei sintomi della patologia con i FANS

La spondiloartrite assiale non ha al momento dei criteri diagnostici definiti. È questo il monito lanciato dagli esperti sulla rivista JAMA Journal of the American Medical Association in occasione del World AS Day, la Giornata Mondiale della Spondiloartrite Assiale (axSpA) che si celebra ogni anno il primo sabato di maggio.

Si tratta di una condizione infiammatoria cronica, progressiva e immunomediata che coinvolge, principalmente, le articolazioni sacroiliache, la colonna vertebrale e le articolazioni periferiche come le ginocchia, le caviglie ecc. Il mal di schiena cronico infiammatorio, caratterizzato da un esordio graduale prima dei 45 anni, da una prolungata rigidità mattutina che migliora con l’esercizio fisico, peggiorando invece con il riposo, è il sintomo più comune della spondiloartrite assiale e colpisce più dell’80% delle persone affette dalla patologia.

I pazienti affetti da spondiloartrite assiale possono anche presentare artrite infiammatoria nelle grandi articolazioni periferiche (più comunemente le ginocchia) in modo oligoarticolare e asimmetrico, un’infiammazione delle inserzioni tendinee (entesite), una malattia infiammatoria dell’occhio (uveite), la psoriasi e la malattia infiammatoria intestinale. La diagnosi della patologia, spesso ritardata di 6-8 anni dall’inizio dei primi sintomi, si basa sull’anamnesi, sui risultati di laboratorio, su un livello elevato di proteina C-reattiva e sui reperti di imaging quali la sacroileite alla radiografia standard e alla risonanza magnetica.

In passato, i trattamenti principali per combattere la spondiloartrite assiale erano la terapia fisica che comprende l’esercizio fisico e la fisioterapia insieme all’utilizzo dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS). Tuttavia, come svelato in un approfondimento pubblicato sulla rivista JAMA Journal of the American Medical Associationmeno del 25% delle persone affette da spondiloartrite assiale ottiene un controllo completo dei sintomi con i FANS, mentre circa il 75% delle persone necessita di farmaci biologici o di agenti antireumatici sintetici modificanti per ridurre i sintomi e la progressione del danno strutturale, controllare l’infiammazione migliorare la qualità di vita.

Anche compiti apparentemente semplici come legarsi i lacci delle scarpe, vestirsi e alzarsi dal letto possono diventare degli ostacoli significativi per i milioni di persone che in tutto il mondo sperimentano quotidianamente sulla propria pelle, il dolore e la mobilità limitata associati alla spondiloartrite assiale. Uno dei problemi principali legati a questa patologia riguarda la scarsa conoscenza che c’è tra l’opinione pubblica, con la maggior parte delle persone che non ha mai sentito parlare di spondiloartrite assiale.

«In occasione delle celebrazioni dell’edizione 2025 del World AS Day con la campagna “Lace Up for axSpA” promossa dall’ASIF – Axial Spondyloarthritis International Federation puntiamo a sensibilizzare l’opinione pubblica sul peso invisibile della spondiloartrite assiale – dichiara Antonella Celano, presidente APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS, una tra le 55 associazioni pazienti che fanno parte dell’ASIF – Axial Spondyloarthritis International Federation –. L’immagine delle stringhe delle scarpe allacciate simboleggia l’impegno attivo necessario per capire cosa significhi vivere con l’axSpA, illustrando così le sfide quotidiane affrontate da chi ne è affetto. Inoltre sosteniamo la necessità di una diagnosi precoce, di trattamenti migliori e di una migliore assistenza. Insieme, possiamo promuovere un cambiamento reale, creando un futuro in cui nessuno affronti, da solo, le sfide poste dalla diagnosi di spondiloartrite assiale, rendendo così la vita più facile e inclusiva per tutte le persone colpite da questa patologia».

«La gestione della spondiloartrite assiale resta una sfida complessa. Serve una maggiore consapevolezza non solo tra i medici ma anche tra la popolazione generale, perché riconoscere i primi segnali della malattia può davvero fare la differenza. Ridurre i tempi di diagnosi e iniziare precocemente terapie adeguate significa preservare la funzionalità, migliorare la qualità di vita dei pazienti e rallentare la progressione della patologia», sottolinea Salvatore D’Angelo dell’Università degli Studi della Basilicata e Dirigente Medico dell’U.O.C di Reumatologia presso l’Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza.

La spondiloartrite assiale è una condizione infiammatoria che può causare dolore cronico, rigidità e affaticamento, rendendo difficili anche i movimenti più semplici. Ecco, di seguito, un elenco di piccoli compiti quotidiani resi molto più complicati per chi soffre di axSpA:

  • Alzarsi dal letto al mattino: iniziare la giornata è una delle parti più difficili. La rigidità mattutina può rendere difficile sedersi, stare in piedi o anche solo muoversi senza dolore.
  • Prepararsi e vestirsi: anche l’igiene di base, come fare il bagno, lavarsi i capelli o piegarsi per tagliare le unghie dei piedi, richiede uno sforzo supplementare per chi è affetto da spondiloartrite assiale. Inoltre, compiti come infilarsi una maglietta in testa, mettere i calzini o acconciare i capelli possono causare disagio e frustrazione.
  • Guidare o andare in bicicletta: girare la testa per controllare gli angoli ciechi può essere quasi impossibile e richiede degli adattamenti come l’utilizzo di specchietti allungati.
  • Guardare in alto: mettere una borsa in una cappelliera mentre si viaggia o prendere un oggetto posizionato in alto su uno scaffale può diventare un’impresa estenuante.
  • Guardare prima di attraversare la strada: la limitata mobilità del collo può rendere difficile un rapido controllo del traffico, che a volte richiede un giro completo del corpo.
  • Prendersi cura degli altri: prendere in braccio un bambino, sedersi a terra per giocare o riordinare i giocattoli può essere fisicamente molto faticoso.
  • Interazioni sociali: dover spiegare perché non si può girare la testa per guardare qualcuno mentre ci sta parlando può essere imbarazzante, e sporgersi per poter dare un bacio sulla guancia a qualcuno può essere facilmente frainteso e provocare una fastidiosa testata.
  • Faccende domestiche: compiti come passare lo straccio, spazzare o pulire le finestre richiedono un tributo notevole alla schiena, al collo e alle spalle.

Contenzioni Zero: un nuovo modello di assistenza per le RSA

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Introduzione

Da oltre vent’anni, numerosi studi scientifici evidenziano in modo inequivocabile gli effetti dannosi della contenzione fisica e farmacologica. In linea con queste evidenze, la Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) “Luigi Accorsi” di Legnano ha adottato un nuovo modello di assistenza, che supera la prassi e le più diffuse consuetudini, eliminando completamente la contenzione fisica per 100 ospiti anziani.

Questo cambiamento, attuato il 21 ottobre 2023, si fonda su solide basi etiche, giuridiche e scientifiche internazionali. La contenzione, sia fisica che farmacologica, è una privazione della libertà senza legittimazione normativa. Formazione e consapevolezza hanno guidato il personale e i familiari in un cambio culturale radicale.

Oggi, la missione è diffondere il messaggio che la libertà degli anziani è un diritto irrinunciabile, opponendosi alla contenzione come pratica di non-cura ancora diffusa nelle RSA.

Il concetto di dignità umana

La dignità umana, concetto centrale nella filosofia di Kant, rappresenta un valore assoluto e intrinseco che distingue l’essere umano dagli altri esseri viventi. L’uomo non può essere trattato come un mezzo, ma sempre come un fine in sé. Questo principio è fondamentale in bioetica e solleva interrogativi sull’uso della contenzione fisica nei pazienti anziani, in particolare quelli affetti da demenza. La contenzione può infatti ledere profondamente la dignità della persona, causandone la disumanizzazione e privandola di autonomia.

La libertà personale è inviolabile

Dal punto di vista giuridico, la normativa italiana sancisce l’inviolabilità della libertà personale. Così è scritto infatti nell’articolo 13 della Costituzione dello Stato italiano: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.”

La contenzione, sia fisica che farmacologica, è una privazione della libertà senza legittimazione normativa

Inoltre, la legge garantisce il rispetto della persona umana nei trattamenti sanitari anche nell’articolo 32 della Costituzione. E anche il Codice penale (art. 571) e i Codici Deontologici di medici e infermieri (art. 3) condannano pratiche coercitive, evidenziando la responsabilità professionale nell’evitare trattamenti degradanti.

Già il Regio Decreto n. 615 del 16 agosto 1909, che disciplinava l’assistenza e la gestione dei manicomi e delle persone affette da disturbi mentali, regolava anche l’uso della contenzione come misura eccezionale nei casi in cui il paziente fosse pericoloso per sé o per gli altri. 1909. Sono passati 116 anni.

I danni della contenzione

Numerosi studi dimostrano che la contenzione non solo non riduce il rischio di cadute, ma aumenta il rischio di lesioni. Esistono poi effetti negativi quali danni fisici (lesioni da pressione, debolezza muscolare, atrofia, complicanze cardiovascolari), psichici (ansia, depressione, agitazione) e in alcuni casi, il decesso. I principali effetti avversi fisici che si riscontrano in conseguenza dell’uso della contenzione sono: lesioni da pressione, compromissione della mobilità, debolezza muscolare, e in alcuni casi, morte improvvisa.

Le lesioni da pressione, note anche come piaghe da decubito, sono una delle complicanze fisiche più comuni associate alla contenzione fisica. Queste lesioni si sviluppano a causa della pressione prolungata su determinate aree del corpo, che compromette il flusso sanguigno e porta a necrosi tissutale.

La restrizione del movimento associato alla contenzione fisica, ma anche farmacologica, può portare a una serie di complicazioni muscolo-scheletriche, tra cui debolezza muscolare, atrofia e rigidità articolare: la perdita di forza muscolare è spesso irreversibile, soprattutto negli anziani, aggravando ulteriormente la loro qualità di vita. Una riduzione della forza muscolare e dell’articolarità, inoltre, si associa anche ad un aumento significativo del rischio di cadute e fratture.

Anche gli operatori sociosanitari subiscono gravi ripercussioni dall’uso della contenzione

Correlato all’ipomobilità imposta dalla contenzione, è anche il rischio di severe complicanze respiratorie e circolatorie quali l’ipostasi polmonare, la trombosi venosa profonda e l’embolia polmonare; l’uso di fasce e cinture può ostacolare la respirazione e la circolazione, causando ipossia e complicanze cardiovascolari.

L’isolamento e la limitazione dei movimenti causati dalla contenzione causano spesso stati di ansia, depressione, e un aumento dell’aggressività. Questi effetti non solo peggiorano la qualità della vita del paziente, ma possono anche accelerare il declino cognitivo, compromettendo ulteriormente le loro capacità di interazione sociale e auto-determinazione.

In casi estremi, la contenzione fisica può aumentare il rischio di morte (soffocamento, strangolamento).

Anche gli operatori sociosanitari subiscono gravi ripercussioni dall’uso della contenzione: stress, burnout, tensioni etiche e psicologiche. Studi evidenziano un aumento del disagio tra chi adotta queste pratiche, con conseguenze sulla qualità del lavoro e sulla relazione con i pazienti.

La contenzione, quindi, non tutela né i pazienti né gli operatori, ma si configura come una violazione della dignità umana, richiedendo un cambiamento verso cure più rispettose e umane.

Il valore del progetto

Il progetto “Contenzioni zero” ha un valore inestimabile in sé. Oltre al suo impatto etico e assistenziale, anche dal punto di vista del benessere aziendale può essere analizzato da quattro prospettive: brand positioning, tempo, marketing e stress lavorativo.

Formazione e consapevolezza hanno guidato il personale e i familiari in un cambio culturale radicale

Dal punto di vista del brand positioning, si distingue come modello di assistenza innovativo ed etico, rafforzando la reputazione delle strutture che lo adottano. Il valore tempo è economico: eliminando la gestione della contenzione si risparmiano ore di lavoro giornaliere, consentendo un reinvestimento in risorse per migliorare la qualità dell’assistenza. Questo incide positivamente anche sul marketing, poiché la qualità del servizio aumenta la competitività e infine, personale soddisfatto conduce ad una migliore prestazione lavorativa. I familiari, infatti, hanno sposato con entusiasmo il progetto e sono i primi testimoni di quanto questo modello gestionale sia positivo e la RSA che lo applica virtuosa.

Infine, il personale riduce lo stress, vedendo riconosciuta la propria professionalità e trasformando il proprio ruolo da “secondini” a operatori di cura.

Il percorso verso la s-contenzione e i dati

Per supportare l’importante cambiamento organizzativo, è stato sviluppato un percorso formativo articolato, coinvolgendo tutti i livelli dell’organizzazione.

Questo approccio, basato su evidenze scientifiche, dimostra che la contenzione non riduce il rischio di cadute. Dopo la sua eliminazione nella RSA Accorsi, l’analisi dei dati effettuata sui 54 residenti sempre presenti per l’intero periodo valutato (Periodo A pre “s-contenzione” 1/07/22 – 20/10/23 e il periodo B post “s-contenzione” 21/10/23 – 20/01/25) ha confermato che il 40% dei residenti contenuti non è mai caduto e il 20% è caduto meno una volta “liberato” dalla contenzione (Tabella 1).

Periodo A

Periodo B

01_07_2022 /20_10_2023

21_10_2023/20_01_25

Persone contenute

25

0

Persone ex contenute

25

N. di persone cadute

14

13

N. di cadute totali delle persone contenute

62

72

Persone libere da contenzione

29

29

N. di persone cadute

11

11

N. di cadute totali delle persone contenute

31

47

I dati raccolti non evidenziano alcuna correlazione significativa tra l’adozione di misure di contenzione e la riduzione del rischio di caduta. Al contrario, il divario tra i due scenari è minimo e, in alcuni casi, si è riscontrato un miglioramento della situazione in seguito alla rimozione della contenzione.

Sono stati analizzati molteplici altri fattori di rischio che hanno portanto al medesimo risultato: non c’è correlazione tra contenzione e rischio caduta. Non c’è cura che possa passare attraverso l’utilizzo prolungato della contenzione.

I risultati mostrano che la contenzione prolungata non è giustificabile e che una cultura assistenziale più umana è possibile, migliorando la vita di ospiti e operatori.

Rafforzare la vaccinazione in carcere, pubblicate le prime indicazioni a livello europeo

Pubblicate le prime indicazioni a livello europeo per potenziare i servizi vaccinali negli istituti penitenziari. Il documento, intitolato “Strengthening vaccination services in prison settings: Public health guidance” è il risultato del progetto europeo RISE-Vac (Reaching the hard-to-reach: increasing access and vaccine uptake among prison populations in Europe), finanziato dal 3° Programma Salute dell’Unione Europea e coordinato dall’Università di Pisa.

A guidare l’iniziativa, Lara Tavoschi, professoressa di igiene e medicina preventiva, affiancata da Erica De Vita, ricercatrice e da un gruppo di assegniste e specializzande tutte del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia. Il progetto ha coinvolto nove istituzioni partner in sei paesi europei (Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Cipro e Moldova).

L’annuncio arriva in occasione dell’European Immunization Week (EIW), promossa annualmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che per l’edizione 2025 pone proprio l’accento sull’urgenza di garantire una copertura vaccinale elevata ed equa in tutte le comunità, senza lasciare indietro nessuno.

«Queste indicazioni – spiega Tavoschi – sono un passo avanti fondamentale per la promozione della salute pubblica in contesti caratterizzati da elevata vulnerabilità. I principali benefici attesi dalla loro adozione sono l’aumento della copertura vaccinale tra le persone detenute, il miglioramento dell’equità e dell’accesso alle cure, il rafforzamento della continuità assistenziale post-detenzione, nonché un coinvolgimento attivo di personale e detenuti tramite strumenti educativi mirati».

Le raccomandazioni sono già state presentate alle istituzioni sanitarie e penitenziarie dei paesi coinvolti, dove sono in corso le prime applicazioni pilota. Uno degli elementi distintivi del progetto RISE-Vac è stata infatti lo studio sul campo che ha coinvolto vari istituti penitenziari con un approccio fortemente partecipativo. Detenuti e personale penitenziario, ad esempio, sono stati attivamente coinvolti nella co-creazione di materiali educativi multilingue – tra cui video, opuscoli e percorsi formativi – disponibili gratuitamente sul sito del progetto.

«Con la pubblicazione di queste indicazioni – conclude Tavoschi – l’Università di Pisa consolida il proprio ruolo guida nella ricerca europea per la salute pubblica e contribuisce concretamente alla definizione di strategie vaccinali più inclusive ed efficaci, anche nei contesti più complessi».

Primo Soccorso obbligatorio per chi prende la patente e al momento del rinnovo: l’appello delle società scientifiche

In seguito al servizio giornalistico della rubrica del Tg2 “Medicina 33”, andato in onda lunedì 28 aprile, il mondo dell’emergenza italiana – rappresentato da SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva), SIMEU (Società Italiana della Medicina d’Emergenza-Urgenza), GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) e SIN (Società Italiana di Neurologia) – attraverso i rispettivi Presidenti Nazionali, Elena Bignami, Alessandro Riccardi, Francesco Saia e Alessandro Padovani – conferma e sostiene l’appello al Governo del collega cardiologo Fabio Costantino.

L’appello riguarda la necessità di rendere finalmente attuativo l’iter legislativo attualmente in corso, che consentirebbe al nostro Paese di salvare migliaia di vite attraverso l’introduzione di un semplice corso di primo soccorso (BLS-D), da inserire tra i requisiti per il conseguimento della patente di guida e al momento del rinnovo della stessa, rivolto in primis ai giovani. Si tratta di un’opportunità storica per imprimere un cambiamento culturale, promuovendo una nuova consapevolezza civica e un maggiore senso di responsabilità collettiva, soprattutto tra le nuove generazioni, che rappresentano il cuore pulsante della nostra società e il futuro del Paese.

Nel contesto dell’arresto cardiaco, è noto che i primi minuti sono decisivi: senza l’aiuto dei cittadini, senza la tempestiva attivazione del soccorso da parte dei presenti, gli operatori sanitari non possono agire con efficacia. In Italia, ogni giorno muoiono circa 180 persone per arresto cardiaco – una ogni otto minuti. Lo slogan che sintetizza questa urgenza è semplice ed efficace: “Più formi, più salvi”.

Un plauso particolare va a Fabio Costantino, cardiologo di Massa-Carrara, ideatore del progetto “Cardiosecurity Italia”, che con determinazione e spirito civico ha saputo coinvolgere anche il mondo laico in una delle battaglie più cruciali per la salute pubblica: quella contro l’arresto cardiaco, l’emergenza delle emergenze. A nome del progetto, Costantino sottolinea: «Questa proposta rappresenta anche una concreta risposta all’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel suo discorso per la Festa della Repubblica del 2 giugno 2021 ha rivolto un messaggio forte alle nuove generazioni, invitandole a essere protagoniste del cambiamento e della costruzione del futuro. Le sue parole – ‘La storia siamo noi, nessuno si senta escluso’ – ci ispirano profondamente. Promuovere la formazione al primo soccorso tra i giovani significa responsabilizzarli e affidar loro un ruolo attivo nella tutela della vita e della salute». 

E aggiunge: «Un ringraziamento sentito va a Papa Francesco, che ci ha lasciati lo scorso 21 aprile, per l’incoraggiamento che ci ha trasmesso, anche nei momenti più difficili del suo percorso di salute personale. La sua testimonianza di vita e di impegno pastorale verso il prossimo resta per noi un faro e un esempio. È stato Lui stesso che, in una lettera a me indirizzata il 3 aprile, mi ha incoraggiato a proseguire in questo progetto, pregando per noi e spronandoci a “perseverare con umiltà e competenza nel prezioso servizio professionale, verso quanti vivono momenti drammatici di emergenza e sofferenza”. Parole che, lette oggi, per tutti noi rappresentano una volontà testamentaria da custodire con rispetto e profonda gratitudine. Pensare a questa come ad una delle sue ultime Benedizioni Apostoliche ci impegna seriamente e con fiducia a proteggere e promuovere la salute del prossimo rispettando il grande comandamento dell’amore. E come affermato dallo stesso pontefice in numerose occasioni in giro per il mondo, abbiamo tanto da fare ma dobbiamo farlo insieme».

Infine, Costantino conclude: «Ringrazio fin d’ora i Ministri della Salute, delle Infrastrutture e dei Trasporti, nonché il Presidente del Consiglio dei ministri, per l’attenzione e l’impegno che vorranno riservare a questo tema. L’approvazione di questa legge rappresenterebbe un traguardo di grande valore sociale, etico e civile». L’iniziativa ha ricevuto il sostegno da numerose personalità del mondo della cultura, sport, arte e musica. Tra essi, Renzo Arbore, Giorgio Panariello, Alessio Orsingher e Alice Mariani.

Settimana Mondiale dell’Immunizzazione 2025, in arrivo un nuovo Documento di HappyAgeing sul valore delle vaccinazioni degli over 65

Si avvia verso la conclusione la Settimana Mondiale dell’Immunizzazione 2025 ma l’impegno di HappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo – da oltre 10 anni portavoce degli over 65 – sulla tematica è duraturo e costante nel tempo. Infatti, prossimamente, in occasione del consueto appuntamento “Assise Nazionale sulla Vaccinazione dell’Anziano: strategie vaccinali per una corretta ed efficace protezione dell’adulto-anziano” a Roma, verrà presentato un nuovo Documento sul valore delle vaccinazioni degli ultrasessantacinquenni.

Una pubblicazione che è il frutto del lavoro che ha visto fianco a fianco in questi mesi i componenti dell’Alleanza HappyAgeing e quelli del CIP – Coordinamento Interregionale Prevenzione, i quali insieme hanno individuato e analizzato alcuni punti rilevanti sul tema immunizzazione, ad esempio il valore economico-sociale e il finanziamento delle vaccinazioni dell’adulto-anziano, la necessità di incrementare tali coperture vaccinali e le strategie per applicare l’innovazione vaccinale.  

«L’invecchiamento attivo è il fulcro intorno a cui devono ruotare le politiche attuali e future dedicate alla terza età, è quindi opportuno aggiungere vita agli e non solo gli anni alla vita, e il primo passo per garantire questo stadio è proprio l’immunizzazione delle persone a partire dai 60/65 anni – sottolinea Michele Conversano, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di HappyAgeing –. Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) e il relativo calendario già ci indicano che vaccini contro l’influenza, l’herpes zoster e le malattie da pneumococco dovrebbero essere disponibili e accessibili ai longennials, in egual modo, in tutto il territorio nazionale. Ma nel ricordare anche il vaccino contro il Covid-19 e la recente disponibilità di vaccini contro le malattie da RSV (Virus Respiratorio Sinciziale), c’è sicuramente bisogno di una stretta collaborazione tra Istituzioni Centrali e Locali per garantire un’offerta completa ed equa delle vaccinazioni per l’adulto e l’anziano. Occorre incrementare le coperture vaccinali attraverso la Chiamata Attiva degli aventi diritto e il coinvolgimento di tutti gli operatori sanitari».

L’immunizzazione dell’anziano rappresenta sin dal principio uno dei pilastri dell’attività decennale di HappyAgeing e ribadita con convinzione nei diversi contesti susseguitosi nel tempo, incluso quello della pandemia. A dimostrazione di ciò le tantissime attività realizzate negli anni, dalle campagne di sensibilizzazione incentrate sull’invito per gli over 65 a vaccinarsi ai position paper e i documenti tematici.

Gasparini (SIGU): «Il genetista medico, tra approccio olistico e terapie su misura»

Nel panorama sanitario, il genetista medico è una figura sempre più strategica. Non solo nell’ambito della prevenzione, ma anche nei percorsi diagnostico-terapeutici, poiché permette di individuare precocemente malattie ereditarie, genetiche e rare, aprendo la strada a interventi tempestivi e personalizzati e migliorando l’accesso alle cure.

Non solo: grazie a diagnosi precoci e trattamenti adeguati, il genetista contribuisce anche a ridurre costi evitabili e sprechi legati a terapie inappropriate o tardive.

TrendSanità ne parliamo con Paolo Gasparini, presidente della Società Italiana di Genetica Umana (SIGU), per approfondire le aree di competenza e le criticità legate a questa specialità medica per una medicina sempre più personalizzata.

In che modo si è evoluta la figura del genetista medico, anche alla luce delle nuove terapie per le malattie rare?

«È opinione diffusa che i genetisti medici lavorino solo in laboratorio, nell’eseguire test genetici sempre più complessi, ma oggi il genetista clinico è soprattutto un medico a tutti gli effetti e per sua formazione deve riuscire ad avere una visione globale delle problematiche delle persone che lo consultano. Parliamo di oncologia, di medicina riproduttiva, e certamente anche del complesso ambito delle malattie rare, che per la larghissima maggioranza ha una causa genetica. Oggi, poi, con l’arrivo delle terapie innovative per le malattie rare, il nostro ruolo è diventato ancora più centrale.

Un altro aspetto importante è che ci occupiamo delle patologie in senso molto ampio. È, di fatto, l’unica disciplina che è rimasta una vera disciplina medica trasversale. Le malattie ereditarie sono più di 8.000, colpiscono tutti gli organi e tutte le età. Questo vuol dire che siamo tenuti ad occuparci di pazienti di età variabile dall’epoca prenatale (siamo noi ad occuparci della diagnostica prenatale) fino all’età anziana, dove vediamo moltissime patologie in cui la genetica gioca un ruolo importante, come l’Alzheimer o il Parkinson. Allo stesso tempo ci troviamo ad affrontare malattie che interessano ogni distretto del corpo: patologie dell’occhio, dell’orecchio, del cuore, del fegato, ma anche condizioni multisistemiche.

In una medicina sempre più frammentata e iperspecialistica, che si occupa di un singolo organo, spesso ci si dimentica che esiste una figura in grado di avere una visione d’insieme, olistica, che tenga conto di tutte le connessioni. Capita così che una persona con problemi a occhio e orecchio sia vista da due specialisti diversi, senza che nessuno dei due metta insieme i pezzi. È proprio qui che il genetista medico può fare la differenza».

Oltre alla diagnosi, quali sono i principali campi di intervento della genetica medica?

«Il primo punto, quello fondamentale, è la consulenza genetica. Si parte sempre da lì. Il genetista cerca di inquadrare il problema del paziente e, più in generale, della sua famiglia. Oppure della coppia, se si tratta di persone che stanno affrontando un percorso riproduttivo.

A seguire, c’è tutta la parte della diagnostica, che oggi è davvero avanzatissima. Parliamo di tecnologie molto sofisticate, come l’analisi dell’esoma, lo studio dei geni e anche l’uso combinato di diverse tecnologie cosiddette omiche. Ad esempio, possiamo mettere insieme dati genomici e dati metabolici per avere un quadro molto più completo.
Una volta ottenuta la diagnosi, cosa che oggi è possibile in molti casi proprio grazie a queste tecnologie e al lavoro dei genetisti, si aprono diversi scenari. Una volta identificata la malattia, ad esempio, si può spiegare alla famiglia quali sono i rischi di ricorrenza per una scelta di genitorialità più consapevole.

Il secondo riguarda la presa in carico del malato: una volta fatta la diagnosi, si può subito attivare un percorso di cura e di supporto. Qui il genetista ha anche un ruolo di coordinamento, cioè può indirizzare verso specialisti, logopedisti, fisioterapisti, riabilitatori, a seconda della patologia».

Qual è il ruolo del genetista nella medicina personalizzata e quali sono i vantaggi di un approccio multidisciplinare?

«Gran parte delle terapie di cui parliamo oggi sono terapie innovative. Ci sono, ad esempio, le terapie geniche, come quella per l’amaurosi congenita di Leber, ma anche trattamenti innovativi che non sono propriamente genici, come i modulatori del gene CFTR usati nella fibrosi cistica. Si tratta di farmaci progettati proprio in base all’assetto genetico della persona, quindi altamente specifici.

Parliamo di medicina personalizzata, costruita su misura del singolo paziente, aspetto particolarmente evidente nell’oncogenetica e farmacogenetica, settori in grande crescita

Le faccio un esempio concreto: a Trieste abbiamo sviluppato un modello che, a mio avviso, funziona molto bene. Il genetista riceve il campione e redige un referto tecnico, perché solo il genetista ha davvero le competenze per identificare correttamente le varianti genetiche rilevanti. Il genoma contiene milioni di basi, è impensabile che un farmacologo o un oncologo possano districarsi da soli in questa complessità.

Una volta pronto, questo referto tecnico è inviato al farmacologo, che lo interpreta all’interno del quadro clinico del paziente.
Ecco, questo è un esempio molto chiaro di come dovrebbe funzionare la medicina personalizzata e un lavoro multidisciplinare, dove le competenze si integrano. E trattandosi in gran parte di genetica, è evidente che il genetista debba avere un ruolo centrale.
L’oncogenetica è, ovviamente, tutta quella parte della genetica che si occupa dei tumori, tra cui i tumori cosiddetti germinali, cioè quelli che hanno una componente ereditaria.

Un altro esempio riguarda il tumore della mammella. Una quota significativa dei tumori al seno ha una base genetica ereditaria, capita spesso che ci sia una storia familiare, come una madre, una zia o una sorella con lo stesso tipo di tumore. È un esempio classico di predisposizione genetica in ambito oncologico.
Ci sono poi altre sindromi ereditarie ben conosciute, come la poliposi del colon, dove è evidente una predisposizione familiare, legata a mutazioni che, una volta presenti, aumentano fortemente il rischio di sviluppare un tumore.
Ma c’è un’altra area della genetica oncologica, che riguarda invece le cosiddette mutazioni somatiche, cioè quelle mutazioni che non sono ereditarie, ma che si sviluppano solo all’interno del tumore. In questo caso le analisi genetiche servono a identificare trattamenti specifici, molto più mirati rispetto al passato.

In un certo senso possiamo dire che i genetisti medici si occupano soprattutto dell’aspetto ereditario, dei casi in cui c’è familiarità, mentre gli oncologi, in particolare quelli che lavorano nell’ambito dell’oncologia molecolare, si concentrano maggiormente sulle mutazioni somatiche, cioè su quelle che si trovano nel tessuto tumorale o nelle cellule ematologiche tumorali.
In pratica, il genetista è preparato nel calcolo del rischio, nel valutare le probabilità di ricorrenza di una determinata malattia. L’oncologo, invece, è specializzato nel trattamento, sa interpretare le mutazioni presenti nel tumore per scegliere il farmaco più adatto».

Quali sono oggi i limiti alla diffusione capillare della genetica medica e cosa si potrebbe migliorare?

«I genetisti medici oggi sono presenti soprattutto nei grandi ospedali, quelli di riferimento a livello regionale. Non sono presenti in tutte le strutture e questo è un problema, perché la medicina personalizzata, quella che utilizza in modo estensivo la genomica, ha bisogno di essere organizzata in modo strutturato.

Le tecnologie che usiamo, i macchinari per le analisi genetiche, sono molto costosi e hanno anche una durata relativamente breve, quindi è comprensibile pensare a una logica “hub and spoke”, cioè concentrare nei centri principali la massa critica, sia di strumenti che di personale, quindi sia di medici specializzati in genetica che genetisti laboratoristi esperti in grado di utilizzare le tecniche più sofisticate.

Il problema nasce però quando, nei centri più piccoli o periferici, la figura del genetista medico manca del tutto. Ciò comporta che alcuni pazienti si perdano lungo il percorso, oppure sono gestiti in modo non corretto, perché manca quella visione genetica che sarebbe invece fondamentale.

Spesso poi chi prende le decisioni, chi ha il potere di organizzare la rete sanitaria, non ha ancora ben chiaro il ruolo del genetista medico. Non ha capito fino in fondo quanto sia importante questa figura, quali siano le sue responsabilità e il suo contributo in un contesto sanitario che sta andando sempre più verso la medicina di precisione.
Un altro problema, fino a pochi anni fa, era la carenza di specialisti: non ce n’erano abbastanza per coprire il territorio. Oggi la situazione è migliorata, le scuole di specializzazione formano ogni anno svariate decine di nuovi genetisti medici, ma resta ancora molto da fare per garantire una presenza capillare e strutturata.

Il genetista dovrebbe diventare una figura centrale, al pari del geriatra o del pediatra, grazie alle sue competenze nell’interpretare i dati genetici e nel gestire patologie complesse. Tuttavia, la collaborazione tra specialisti è ancora troppo poca, manca una vera cultura del lavoro in team, fondamentale per garantire un’assistenza integrata».

Il genetista non può agire da solo, ha bisogno del confronto costante con altri specialisti per interpretare correttamente i dati e costruire percorsi di cura su misura per ogni paziente

Qual è oggi il vostro ruolo invece nella salute riproduttiva e nel supporto alla pianificazione familiare?

«Una volta che si arriva a una diagnosi, è il genetista che la comunica alla coppia. Nel momento in cui si restituisce quella diagnosi, si apre automaticamente anche un discorso sulle prospettive riproduttive.
In questo modo la coppia, se lo desidera, può affrontare un percorso riproduttivo con consapevolezza. E ci sono anche strumenti diagnostici specifici a disposizione, come la diagnosi prenatale oppure, se richiesto, la diagnosi preimpianto nell’ambito della PMA, procreazione medicalmente assistita.

C’è poi tutta la fase prima, quella delle coppie che fanno test genetici per capire se sono portatrici di patologie genetiche o specifiche varianti genetiche, prima ancora di concepire. Lì, purtroppo, regna una certa confusione. Ci sono coppie che fanno dieci test, altre cinque, altre niente: molto dipende dal ginecologo cui si rivolgono, dalle sue conoscenze o dai suoi interessi. A volte sono richieste analisi completamente inappropriate o addirittura inutili. Si tratta di un problema da risolvere, perché proprio in quella fase iniziale servirebbe chiarezza, informazione, accompagnamento.

Non dimentichiamo che oggi sul mercato è possibile acquistare liberamente dei kit per test genetici più o meno affidabili, ai quali il paziente, o la coppia, può accedere direttamente senza alcuna prescrizione medica. Nella maggior parte dei casi queste persone pagano profumatamente qualcosa che non ha un reale valore clinico, oppure non è adatto al loro caso specifico».

Il Gemelli presenta il TOC, centro integrato dedicato alla teragnostica per la cura dei tumori mediante ‘radiofarmaci’, tra i primi in Italia

La Teragnostica è un approccio medico che integra diagnosi e terapia, combinando l’uso di radiofarmaci sia per individuare una patologia, che per trattarla. L’impiego di questa nuova classe di trattamenti richiede diverse expertise e strutture dedicate. Per questo la Fondazione Policlinico Gemelli ha deciso di creare il Theragnostic Oncology Center (TOC), per offrire ai pazienti le terapie e la diagnostica più innovativa di questo settore, che gli esperti assicurano rivoluzionerà nel prossimo futuro l’oncologia e, più avanti, le malattie infiammatorie croniche.

Le attività del centro prevedono incontri clinici per la definizione dei pazienti candidabili a tale approccio terapeutico (‘Thera-board’) e altri (‘TOC Research Meetings’) dedicati alla discussione dei trial clinici (no profit, profit e bandi italiani e internazionali). Saranno inoltre discussi e identificati dei percorsi diagnostico-assistenziali dei pazienti, trasversali al dipartimento, a tutte le sue unità operative (radiologia, radioterapia oncologica, medicina nucleare, fisica medica) e ai relativi servizi (Servizi di Radioterapia, diretti da Maria Antonietta Gambacorta; Servizi di PET/TAC e terapie ambulatoriali della Medicina Nucleare, diretti da Maria Lucia Calcagni; Fisica Medica, diretta da Marco De Spirito). Si tratta di un’iniziativa promossa in stretta collaborazione con la Direzione Scientifica (direttore scientifico f.f. Antonio Gasbarrini) e con il Comprehensive Cancer Center (diretto da Giampaolo Tortora), visto che le applicazioni della Teragnostica sono al momento prevalentemente di tipo oncologico.

All’evento erano presenti Elena Beccalli, Rettore Università Cattolica del Sacro Cuore, Daniele Franco, Presidente Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Marco Elefanti, Direttore Generale Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS.

«La mission del Theragnostic Oncology Center – ricorda Evis Sala – è la realizzazione di un percorso terapeutico personalizzato per il paziente, attraverso la combinazione di tecnologie all’avanguardia, gestito da un gruppo multidisciplinare di professionisti. Abbiamo una visione molto ambiziosa, cioè quella di diventare il punto di riferimento per la teragnostica in Italia, ispirando altri a fare lo stesso e migliorando la qualità di vita dei pazienti oncologici con i nostri punti di forza: clinical trial, progetti di ricerca innovativi e percorsi di formazione trasversali».

«Da diversi anni il Policlinico Gemelli rappresenta per molti pazienti, non solo del Lazio, un punto di riferimento per la qualità delle cure offerte nel trattamento delle patologie più complesse, proprio come quelle oncologiche  – ha dichiarato in un video messaggio trasmesso in occasione dell’evento inaugurale il Ministro della Salute Orazio Schillaci-. Con l’inaugurazione di questo centro, questa realtà sanitaria conferma la sua capacità di essere al passo con le terapie e i trattamenti più innovativi. Non c’è dubbio, infatti, che la teragnostica rappresenti una delle branche più promettenti della medicina; grazie alla combinazione di diagnosi e terapia sta diventando veramente sinonimo di medicina di precisione. Da medico nucleare – ha aggiunto il Ministro Schillaci – guardo ovviamente con enorme interesse e riconoscimento a questo nuovo approccio che può offrire tanti benefici specie ai pazienti oncologici, permettendo terapie sempre più personalizzate, diagnosi sempre più precoci e significativa riduzione di effetti collaterali. Questo centro – ha proseguito il Ministro della Salute – è un esempio concreto di come il progresso può essere messo al servizio del cittadino, perché la mission comune è quella di garantire che tutti i cittadini, senza alcuna distinzione, possano avere accesso alle terapie più innovative. In questa sfida il Policlinico Gemelli può dare un contributo importante, avendo nel suo DNA la capacità di fare sintesi tra apertura alle innovazioni e centralità del paziente, per l’attenzione alle attività di ricerca clinica e traslazionale e per la formazione a 360 gradi che spazia dalla gestione dei big data e dell’intelligenza artificiale sino alla valorizzazione dell’empatia e dell’ascolto che rappresentano altrettanti elementi fondamentali nel rapporto di cura. Vi ringrazio – ha concluso il Ministro Schillaci – per aver reso possibile questo progetto, per il vostro impegno e per la dedizione che consentiranno a tanti pazienti oncologici di guardare al futuro con più speranza».

A cosa serve il TOC?

La somministrazione dei nuovi radiofarmaci teragnostici necessita dell’integrazione di diversi servizi. Le singole unità operative non potrebbero singolarmente supportare queste nuove terapie, perché la gestione di questi pazienti è interdisciplinare, richiede cioè la collaborazione di vari servizi e competenze. L’indicazione a questi trattamenti arriva dall’oncologo medico o dal radioterapista oncologo che, dopo aver inquadrato il paziente, può decidere di orientarsi verso queste terapie innovative. I nuovi radiofarmaci insomma richiedono expertise condivise e una logistica ad hoc. La Medicina Nucleare metterà a disposizione la diagnostica funzionale (PET e scintigrafie), la gestione e conservazione dei radiofarmaci.

La somministrazione di questi farmaci potrà avvenire o nel corso di un breve ricovero (ad esempio nella degenza di Radioterapia metabolica) oppure in Day-Hospital, ad esempio in Medicina Nucleare e questo rappresenta una grande innovazione. Prima del trattamento il paziente viene sottoposto a studi di imaging specifico (ad esempio PET o scintigrafia con fluoro o gallio-PSMA per il tumore della prostata) che permetteranno di capire se il paziente è eleggibile a questa terapia.

«La radioterapia per la cura dei tumori – spiega Luca Tagliaferri – può essere effettuata mediante più modalità. La radioterapia a fasci esterni, la più conosciuta, quella interventistica (brachiterapia), mediante l’introduzione di una o più sorgenti radioattive nelle vicinanze o all’interno del tumore e infine la radioterapia metabolica, mediante radiofarmaci che si legano in maniera precisa e selettiva ai tumori. Presso il nostro Policlinico abbiamo la possibilità di offrire tutte queste terapie. Sulla base della precedente esperienza di collaborazione interdipartimentale con il Centro di Oncologia Interventistica (IOC – Interventional Oncology Center), si vuole replicare il modello che ha permesso di ottenere importanti risultati. Il TOC – aggiunge Tagliaferri – si propone di diventare un centro di eccellenza nell’approccio clinico, nella ricerca e nelle attività educazionali, sulla scia di precedenti esperienze analoghe di successo».

I primi radiofarmaci a disposizione dei pazienti

«Il Lutezio PSMA – spiega Salvatore Annunziata – è il primo radiofarmaco terapeutico commerciale a essere arrivato sul mercato (da poche settimane AIFA, Gazzetta Ufficiale e Regione Lazio ne ha autorizzato la rimborsabilità) ed è dedicato al tumore della prostata metastatico resistente alle prime linee di trattamento. Si prevede che avrà una rapida diffusione in Italia, per questo, tutte le Medicine Nucleari e Dipartimenti di Radiodiagnostica e Radioterapia si stanno attrezzando con centri integrati per accogliere un elevato numero di pazienti, candidati a queste terapie. Il Gemelli sarà uno dei primi Centri Integrati dedicata alla Teragnostica in Italia (TOC) e potrà accogliere un elevato numero di pazienti affetti da tumore della prostata metastatico, che è il primo tumore maschile per incidenza in Italia e nel mondo. Prevediamo che questa terapia avrà una richiesta molto ampia, paragonabile e superiore a quella del radioiodio per i tumori della tiroide. Anche il 177Lu-Dotatate è già a disposizione nella pratica clinica, ma è una terapia più di nicchia, per i tumori neuroendocrini».

All’orizzonte, anche l’arrivo di nuovi radiofarmaci teragnostici, mirati contro il microambiente tumorale nelle neoplasie del tratto gastro-enterico e ginecologico (radiofarmaci contro la Fibroblast Activation Protein o FAP). Altre novità di ricerca riguarderanno in futuro anche gli stessi tumori della prostata, per i quali è previsto l’arrivo di radiofarmaci meno tossici del lutezio (cosiddetti “alfa-emittenti”), a intensa energia sul tumore ma con nessuna esposizione e danno ai tessuti sani; farmaci efficaci e più sicuri, anche per i professionisti sanitari e che per i caregiver e le famiglie dei pazienti.

Sicurezza sul lavoro: 15 anni per i controlli alle imprese. I tecnici della prevenzione avvertono: «Senza un cambio culturale continueremo a contare i morti»

Riconoscere e valorizzare le competenze, rafforzare i Dipartimenti di prevenzione e promuovere, in modo capillare, una solida cultura della sicurezza sul lavoro: sono queste alcune delle proposte avanzate dalla Commissione di albo nazionale dei Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro (TPALL) della FNO TSRM e PSTRP (Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e prevenzione) – in occasione della Giornata mondiale sulla sicurezza e la salute sul lavoro – per contrastare il fenomeno delle morti e degli infortuni che nel nostro Paese, ancora oggi colpisce tanti, troppi lavoratori.

«Questa giornata, ci ricorda che in Italia si continua a morire di lavoro – afferma Vincenzo Di Nucci, Presidente della Commissione di albo nazionale dei TPALL -. È l’ora di prendere coscienza del fatto che, ogni giorno, all’interno di cantieri, negli impianti, nei laboratori, negli allevamenti e nei capannoni di logistica, si consumano vere e proprie tragedie, che prendono il nome di “infortuni sul lavoro” o “malattie professionali” e che, anno dopo anno, continuano a fare più vittime delle calamità naturali».

I dati

I numeri parlano chiaro. Per l’INAIL, solo nei primi due mesi di quest’anno, sono 97 le persone che hanno perso la vita sul lavoro. A questi vanno conteggiati i morti degli incidenti in itinere (che si verificano, cioè, nel tragitto casa-lavoro), i casi di invalidità permanente, a cui restano da aggiungere le 15 mila nuove denunce per malattie professionali. Studi epidemiologici hanno rilevato che, nel nostro Paese, le casistiche di tumori causati da esposizione professionale sono comprese tra il 4 e il 7% delle nuove diagnosi, ovvero ogni anno vengono colpiti tra i 7mila e i 13mila lavoratori. Si tratta di una strage silenziosa, che si somma a quella degli infortuni e che equivale, per dimensioni, alla scomparsa di interi centri abitati. «Non sono solo cifre o semplici statistiche, ma nomi, volti, storie spezzate, comunità lavorative e famiglie che non saranno più le stesse», spiega Di Nucci.

Secondo l’INAIL, nei primi due mesi di quest’anno, sono 97 le persone che hanno perso la vita sul lavoro

I dati in possesso dalla Commissione di albo nazionale dei TPALL, circa lo stato attuale dei professionisti della prevenzione in servizio presso le Aziende sanitarie locali (ASL) italiane non sono confortevoli: portano alla luce una grave carenza di personale, che mette in crisi la capacità del sistema di garantire prevenzione e vigilanza nei luoghi di lavoro.

In particolare, la Commissione di albo fa sapere che in Italia, i Tecnici della prevenzione deputati alla funzione ispettiva, sono circa 2.108, a fronte di una popolazione di quasi 59 milioni di abitanti e di oltre 3 milioni di imprese con dipendenti, per un totale di circa 25 milioni di addetti. Il quadro che emerge è allarmante: in sintesi, per ogni 28mila abitanti è presente un solo TPALL, che si traduce in uno ogni 1.500 imprese, ovvero un Tecnico della prevenzione per 11.800 lavoratori.

Le conseguenze

Da ciò emergono implicazioni operative piuttosto gravi, che rendono evidente quanto il sistema attuale sia distante da una reale capacità di controllo del territorio. Con l’organico oggi disponibile, si stima che per completare una sola visita a tutte le imprese, in alcune regioni di Italia, potrebbero servire oltre quindici anni. Cifre, queste, che evidenziano un divario profondo anche rispetto agli standard europei, che prevedono almeno un TPALL ogni 10 mila abitanti. Dunque, mancano circa 3.600 professionisti e, secondo la Commissione di albo, per essere maggiormente efficaci, sarebbero necessari almeno 5.900 Tecnici operativi in questo settore.

Con l’organico oggi disponibile, si stima che per completare una sola visita a tutte le imprese, in alcune regioni di Italia potrebbero servire oltre quindici anni

«Senza un investimento deciso e duraturo nella dotazione di personale, la sicurezza sul lavoro rischia di rimanere un obiettivo solo su carta» sottolinea Di Nucci. Secondo l’Associazione internazionale di sicurezza sociale (ISSA) – a cui aderiscono INAIL e INPS – per ogni euro investito in prevenzione si genera un risparmio di almeno tre euro in spesa sanitarie e sociale. «Prevenire non è un costo, ma un dovere, un atto di civiltà, nei confronti di chi lavora, di chi produce e per l’intera popolazione. Finché non ci sarà il giusto riconoscimento della valutazione del rischio, continueremo a contare le vittime sul lavoro. E non saranno morti per caso, ma per assenza di cultura, per carenze strutturali e per miopia politica. È tempo di un cambio di passo. Va costruito un modello di prevenzione organizzato, capace di mettere la salute al centro, come diritto fondamentale e non come variabile accessoria», incalza Di Nucci.

Da queste considerazioni, per contrastare in modo concreto i morti e gli infortuni sul lavoro, la Commissione di albo propone, quindi, una svolta netta, strutturata, che punta su tre direttrici fondamentali: i professionisti, l’organizzazione e i mezzi.

L’importanza della formazione

I Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro possiedono una formazione universitaria solida sul tema della sicurezza sul lavoro: una laurea triennale con oltre 4.500 ore tra didattica e 1.500 ore di tirocinio sul campo. Per lavorare nell’ambito della salute e sicurezza occorrono competenze certificate, frutto di un percorso di studi rigoroso. Eppure, ancora oggi, la prevenzione è spesso affidata a figure non qualificate e formate con corsi di poche ore. Ciò che la Commissione di albo nazionale ritiene fondamentale è che la prevenzione nei luoghi di lavoro sia affidata in primis ai TPALL e che le assunzioni nel pubblico impiego, siano riservate solo a figure con lauree tecniche e sanitarie. Sul versante imprese, invece, si propone che la qualità della formazione dei Responsabili dei servizi di prevenzione e protezione e dei formatori sia verificata e riconducibile a standard scientifici, come per i percorsi formativi e l’aggiornamento dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), che dovrebbe avvenire solo presso strutture pubbliche, al fine di garantire qualità e indipendenza. Inoltre, è da instaurare un collegamento con le ASL per favorire un dialogo diretto tra lavoratori e operatori pubblici.

La disomogeneità territoriale

Il personale che opera nei Dipartimenti di prevenzione è insufficiente, pertanto, secondo la Commissione andrebbe rafforzato. I Dipartimenti operano all’interno di un sistema frammentato: nello specifico esistono quasi una ventina di enti – ASL, INL, INAIL, Arpa, Carabinieri, Capitanerie, VVF – che possiedono competenze sovrapposte. In questo scenario, i TPALL propongono una regia unica, costituito da un coordinamento nazionale tra tutti gli enti coinvolti, al fine di condividere i dati rilevati e le agende ispettive.

Inoltre, mancano strumenti concreti per attuare politiche preventive efficaci. Il SINP (Sistema informativo nazionale della prevenzione), previsto dal 2008, a oggi è ancora fermo. Inoltre, mancano strumenti concreti per attuare politiche preventive efficaci. Si ritiene urgente, dunque, completarlo e renderlo operativo, per consentire l’analisi del rischio e per valutare l’efficacia delle azioni messe in campo. A tenere banco è il tema delle risorse, sono necessarie, ma dovrebbero essere certe e continuative per attuare dei piani di prevenzione regionali e nazionali, per la realizzazione dei programmi di audit partecipati e di responsabilità sociale.

A chiudere è ancora il Presidente della Commissione di albo nazionale dei TPALL, Vincenzo Di Nucci: «Non basta la sola vigilanza, serve cultura. La prevenzione non si improvvisa e non si impone: si costruisce con competenze scientifiche, presenza sul territorio e relazioni umane. È un’attività sanitaria a tutti gli effetti, e come tale va riconosciuta. Se davvero vogliamo cambiare rotta, serve un piano concreto di riconoscimento e potenziamento della nostra professione».

Accesso diretto alla fisioterapia: il Piemonte-Valle d’Aosta apre la strada a un nuovo modello di prossimità

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Una fisioterapia di prossimità, con un accesso diretto almeno per quanto riguarda gli interventi routinari e, soprattutto, presente sul territorio e non solo in ospedale. In questo modo si otterrebbe una gestione più rapida e autonoma dei pazienti, riducendo significativamente i tempi di attesa e migliorando la soddisfazione degli utenti.
Parola di Fondazione GIMBE che, su commissione dell’Ordine interregionale dei Fisioterapisti di Piemonte e Valle d’Aosta, ha realizzato un’analisi proprio su questi temi. 

L’accesso diretto è una realtà in diversi Paesi europei, dove spesso i fisioterapisti possono anche prescrivere alcune classi di farmaci o richiedere esami diagnostici

Il fulcro dell’indagine è la semplificazione dei percorsi riabilitativi, partendo dal riconoscimento dell’autonomia professionale dei fisioterapisti.
A livello internazionale, l’accesso diretto è una realtà in diversi Paesi europei, dove spesso i fisioterapisti possono non solo essere il primo punto di contatto per il paziente, ma anche prescrivere alcune classi di farmaci o richiedere esami diagnostici.
Lo studio fotografa una realtà a macchia di leopardo in Italia, con forti disomogeneità regionali: la Valle d’Aosta, ad esempio, rappresenta un’avanguardia con il coinvolgimento diretto dei medici di medicina generale nella prescrizione fisioterapica all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, snellendo significativamente i percorsi per l’utente.

Investire su formazione e nuovi percorsi

Sabrina Altavilla

Accanto al quadro normativo, c’è anche quello della formazione: Sabrina Altavilla, Presidente dell’Ordine interregionale della professione Sanitaria di Fisioterapista del Piemonte e della Valle d’Aosta, evidenzia l’importanza di percorsi formativi sempre più specifici per consentire alla realtà italiana di avvicinarsi ad esperienze più evolute, come quella britannica, dove i fisioterapisti possono agire con maggiore autonomia.

«Il nostro obiettivo è rafforzare la formazione post-base, affinché ogni competenza già presente nel profilo professionale trovi uno sviluppo avanzato. Questo permetterebbe di estendere le possibilità di intervento dei fisioterapisti anche in Italia, ad esempio introducendo terapie già ampiamente praticate all’estero come il dry needling», afferma. Si tratta di una pratica per trattare il dolore muscoloscheletrico e le disfunzioni del movimento stimolando i trigger point miofasciali con dei piccoli aghi.

Il problema è anche di sistema. «C’è un’autonomia marcata nella libera professione mentre nel Servizio sanitario nazionale siamo ancora molto lontani. Le liste d’attesa non si abbattono solo aumentando le risorse, ma anche modificando i percorsi di accesso e le modalità di presa in cura, soprattutto in un momento storico che vede un importante invecchiamento della popolazione con un aumento marcato delle patologie croniche», aggiunge.

Attualmente infatti in Italia l’accesso diretto alle prestazioni fisioterapiche è disponibile nel settore privato, in regime di libera professione, mentre all’interno del SSN richiede spesso, oltre alla prescrizione del medico di medicina generale, anche quella di uno specialista.

FNOFI: Importante passare dall’ascolto all’azione

Piero Ferrante

Per Piero Ferrante, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Fisioterapisti (FNOFI), «l’accesso diretto non è solo una possibilità organizzativa, è una risposta sanitaria moderna ai bisogni della popolazione, che si stanno rapidamente evolvendo». Ferrante ricorda che negli ultimi anni è cambiato il quadro anagrafico ed epidemiologico e richiama i dati OMS Europe che già nel 2022 segnalavano 27 milioni di italiani con bisogni riabilitativi, in gran parte di tipo fisioterapico.


«Il fisioterapista è perfettamente in grado di riconoscere le situazioni più semplici e collaborare con gli altri specialisti per i casi più complessi. Servono però percorsi più agili, meno tortuosi, che migliorino la sostenibilità del SSN e riducano l’uso inappropriato delle visite specialistiche», sottolinea Ferrante, auspicando una revisione dell’intero modello organizzativo.

La Federazione sta portando ai tavoli istituzionali i risultati dello studio: «Finora ho trovato ascolto. Ora è necessario che questo si trasformi in azione», sottolinea il presidente FNOFI.

Per i cittadini sono importanti informazione e prevenzione

Dal lato civico, Mara Scagli, già segretaria regionale di Cittadinanzattiva Piemonte e oggi vicesegretaria, insiste su due punti fondamentali: informazione e prevenzione. «Il cittadino oggi spesso non distingue tra fisioterapista, osteopata, massaggiatore. Serve una campagna nazionale per chiarire il ruolo sanitario e scientifico del fisioterapista», spiega.

Mara Scagni


Non meno la prevenzione, spesso trascurata nel dibattito pubblico: «La fisioterapia non è solo cura, ma anche prevenzione di disabilità e cronicità. Per questo l’accesso diretto può diventare uno strumento prezioso per migliorare l’aderenza terapeutica e la presa in carico precoce».

«Visto che la sanità è di pertinenza delle Regioni, l’accesso diretto alla fisioterapia può essere avviato anche in modo rapido – sostiene Enrico Ferrario, nuovo Segretario Regionale di Cittadinanzattiva Piemonte -. Il corso Universitario triennale  per la Laurea in Fisioterapia è garanzia di formazione di alto livello. Saranno da valutare da parte di esperti la necessità di una ulteriore tirocinio pratico, con eventuale tutoraggio per poter gestire le terapie con accesso diretto. I dati che vengono forniti dallo studio condotto da GIMBE confermano come l’accesso diretto alla fisioterapia non ha esposto i pazienti a rischi di complicazioni o errori terapeutici, ma che la riduzione dei tempi di attesa  ha permesso una presa in carico più rapida, con risultati positivi, e riscontro di piena soddisfazione degli utenti».

Verso una fisioterapia di prossimità

Lo studio GIMBE non rappresenta quindi un punto di arrivo, ma un acceleratore di processo. La sfida ora è politica e culturale: riformare i modelli organizzativi, investire nella formazione avanzata, garantire equità di accesso e ridurre le barriere burocratiche.
In un sistema che – grazie anche al PNRR e al DM77 – dovrà sempre più puntare su prossimità, digitalizzazione e personalizzazione, il fisioterapista può (e deve) diventare un alleato centrale nella promozione della salute.

Per GIMBE fondamentale un quadro normativo uniforme a livello nazionale, che valorizzi il ruolo del fisioterapista come professionista autonomo e pienamente integrato nel SSN

Nelle conclusioni dello studio, gli autori sottolineano come sia «fondamentale sviluppare un quadro normativo uniforme a livello nazionale, che non solo consenta l’accesso diretto, ma fornisca anche il necessario supporto per valorizzare il ruolo del fisioterapista come professionista autonomo e pienamente integrato nel SSN». L’accesso diretto alle prestazioni fisioterapiche rappresenta un’opportunità per migliorare la tempestività e qualità della risposta ai bisogni dei cittadini, per rafforzare l’efficienza del sistema sanitario, particolarmente quello pubblico, garantendo così una maggiore accessibilità alle cure.

Tuttavia, prosegue la Fondazione GIMBE, «l’implementazione e la diffusione dell’accesso diretto alla fisioterapia e la sua implementazione e diffusione in Italia richiede, prima ancora di un cambiamento normativo, che se ne verifichi uno organizzativo e culturale profondo, volto a superare qualche pregiudizio e a promuovere una piena integrazione della fisioterapia nei percorsi di assistenza primaria».