L’esposizione prolungata al microparticolato atmosferico PM10 potrebbe aumentare il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson. È quanto emerge da nuovo studio coordinato dall’Unità di Ricerca di Epidemiologia e Prevenzione in collaborazione con l’Unità di Ricerca e di Neurofisiopatologia Clinica dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, l’Università LUM di Casamassima (Bari), l’Università dell’Insubria (Varese), la Sapienza Università di Roma e altre istituzioni italiane (INAIL, CIRA, DEP Lazio e ASREM).
La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale npj Parkinson’s Disease, si basa sull’analisi di un ampio campione della popolazione italiana e apre nuove prospettive sulla prevenzione di malattie neurodegenerative.
La ricerca è stata condotta su oltre 23.000 persone partecipanti al Progetto Moli-sani
I ricercatori hanno utilizzato i dati del progetto epidemiologico Moli-sani, che da 20 anni segue circa 25.000 adulti residenti in Molise. Di queste persone è stata valutata l’esposizione ad alcuni inquinanti ambientali, in particolare le cosiddette PM10, particelle inferiori a 10 millesimi di millimetro (µm) presenti nell’aria che possono penetrare nelle vie respiratorie e venire assorbite dall’organismo. Partendo dai dati forniti dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Molise (ARPA Molise), provenienti da quattordici stazioni di monitoraggio, è stato possibile impiegare modelli geostatistici per ricostruire un quadro dettagliato dell’ambiente in cui ciascun partecipante ha vissuto nel corso degli anni. Queste informazioni sono state quindi incrociate con la comparsa di casi di Parkinson.
«Abbiamo osservato – dice Alessandro Gialluisi, professore associato di Statistica Medica presso l’Università LUM di Casamassima (Bari) e ricercatore dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed, nonché primo autore del lavoro scientifico – che un incremento dei livelli di PM10 nell’aria si associa a un notevole aumento del rischio di sviluppare il Parkinson. Questa associazione, osservata in soggetti che in partenza erano liberi da patologie neurologiche, appare indipendente da una serie di altri fattori di rischio che includono l’età, il sesso, altre patologie prevalenti e fattori occupazionali».
Questo dato, ottenuto in una popolazione italiana e con un lungo periodo di osservazione, supporta l’ipotesi di un ruolo centrale delle polveri sottili nell’incrementare il rischio di malattia.
Un incremento dei livelli di PM10 nell’aria è risultato associato a un notevole aumento del rischio di sviluppare il Parkinson
«Un dettaglio interessante dello studio – prosegue Gialluisi – riguarda la lipoproteina(a), una molecola già nota per il suo ruolo nel rischio cardiovascolare e nel trasporto del colesterolo, che interagisce con l’alfa-sinucleina. Questa proteina è risultata, infatti, un possibile mediatore della relazione tra PM10 e rischio di Parkinson, spiegandone una piccola ma significativa parte. Naturalmente saranno necessari ulteriori studi per chiarire a fondo il suo ruolo».
Il lavoro scientifico si colloca in un ambito di ricerca più ampio che da alcuni anni studia i fattori di rischio per l’insorgenza di patologie neurologiche. «La malattia di Parkinson è una delle principali cause di disabilità nella popolazione anziana – sottolinea il professor Alfredo Berardelli, Professore Emerito di Neurologia presso l’Università la Sapienza di Roma e Coordinatore dell’Unità di Ricerca e di Neurofisiopatologia Clinica dell’I.R.C.C.S. Neuromed – Comprendere i fattori ambientali che possono contribuire al suo sviluppo è fondamentale per pensare a strategie di prevenzione efficaci, che possano affiancarsi agli sforzi in atto nella ricerca farmacologica».
Lo studio è parte del progetto PNRR AGE-IT che studia gli effetti dell’inquinamento atmosferico e il cambiamento climatico sulle patologie legate all’invecchiamento. «L’inquinamento atmosferico è uno dei più rilevanti problemi di salute pubblica a livello mondiale – commenta la professoressa Licia Iacoviello, Università LUM di Casamassima (Bari) e responsabile dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed – Questo studio aggiunge un tassello importante al quadro dei danni che l’esposizione a inquinanti può provocare soprattutto in una popolazione fragile come gli anziani, evidenziando l’urgenza di politiche ambientali mirate a ridurre le emissioni di particolato fine, a tutela non solo della salute respiratoria e cardiovascolare, ma anche di quella neurologica».
Valorizzare le tecnologie che migliorano concretamente il sistema sanitario: è questo l’obiettivo del Premio Innovazione AIIC 2025, promosso anche quest’anno dall’Associazione Italiana Ingegneri Clinici. Il presidente del Convegno Nazionale, Lorenzo Leogrande, racconta come l’iniziativa metta in dialogo aziende e professionisti, stimolando un confronto sulle soluzioni tecnologiche con maggiore impatto nel campo dell’ingegneria biomedica. Tre le categorie: Diagnostica/Terapeutica/Riabilitativa; Supporto/Processo; Sanità digitale/AI.
Un’occasione per riflettere sul ruolo concreto dell’innovazione in sanità, tra impatto sui pazienti, cambiamento organizzativo e sostenibilità.
Il termine per le candidature è stato prorogato a sabato 24 maggio: per partecipare clicca qui
La grave carenza di infermieri non è solo una questione di numeri, ma il riflesso di dinamiche professionali che aggravano lo squilibrio tra bisogni assistenziali e disponibilità di personale, configurando una vera e propria emergenza per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). «Siamo di fronte a un quadro che compromette il funzionamento della sanità pubblica e mina l’equità nell’accesso alle cure, soprattutto per le persone anziane e più vulnerabili, sia in ambito ospedaliero che territoriale, dove gli investimenti del PNRR rischiano di essere vanificati senza un’adeguata dotazione di personale infermieristico» afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, commentando i dati sulla professione infermieristica presentati al 3° Congresso Nazionale FNOPI di Rimini.
I numeri del personale infermieristico
Nel 2022, secondo i dati del Ministero della Salute, il personale infermieristico contava 302.841 unità, di cui 268.013 dipendenti del SSN e 34.828 impiegati presso strutture equiparate. In Italia ci sono 5,13 infermieri ogni 1.000 abitanti, con forti disomogeneità territoriali: dai 3,83 della Campania ai 7,01 della Liguria (Figura 1).
«In generale – commenta il Presidente – il numero di infermieri risulta più basso in quasi tutte le Regioni del Mezzogiorno, sottoposte ai Piani di rientro, oltre che in Lombardia». Il confronto internazionale è impietoso: considerando tutti gli infermieri in attività, a prescindere dal contratto di lavoro e dalla struttura in cui operano, nel 2022 l’Italia contava 6,5 infermieri per 1.000 abitanti, dato ben al di sotto della media OCSE di 9,8 e della media EU di 9. In Europa peggio di noi solo Spagna (6,2), Polonia (5,7), Ungheria (5,5), Lettonia (4,2) e Grecia (3,9) (Figura 2).
Anche il rapporto infermieri/medici fotografa un sistema sbilanciato: in Italia è fermo a 1,5, rispetto alla media OCSE di 2,7. Infine, se per il 2022 i dati OCSE riportano per il nostro Paese la presenza di 384.882 unità di personale infermieristico, il numero di quelli che lavorano nelle strutture pubbliche e in quelle private convenzionate si attesta poco sopra 324.000 (302.841 nel pubblico e 21.422 nel privato accreditato). «È evidente – chiosa Cartabellotta – che oltre 60 mila infermieri, ovvero più di 1 su 6, esercitano come liberi professionisti o all’interno di cooperative di servizi e rappresentano “forza lavoro” strutturale del SSN».
Dimissioni e cancellazioni dall’albo: ogni anno perdiamo migliaia di infermieri
Il numero di infermieri dipendenti del SSN che lasciano volontariamente il posto di lavoro è in costante aumento dal 2016, con un’accelerazione significativa nel biennio pandemico 2020-2021 e una vera e propria impennata nel 2022. Solo nel triennio 2020-2022 hanno abbandonato il SSN 16.192 infermieri, di cui 6.651 nel solo 2022 (Figura 3). «Questo trend in continua ascesa – commenta Cartabellotta – non viene compensato dall’ingresso di nuove leve, aggravando la carenza di personale e l’insostenibilità dei carichi di lavoro, con un inevitabile effetto boomerang su chi rimane in servizio».
Ancora più allarmante è il dato relativo alle cancellazioni dall’Albo FNOPI, requisito essenziale per esercitare la professione: ben 42.713 infermieri si sono cancellati negli ultimi quattro anni, di cui 10.230 solo nel 2024. Le motivazioni sono diverse – pensionamenti, trasferimenti all’estero, decessi, morosità, abbandoni volontari della professione – e tutte concorrono a un bilancio “in rosso”: di fatto la professione infermieristica perde oltre 10 mila unità all’anno (Figura 4).
Gobba pensionistica
Nel 2022, quasi 78 mila infermieri dipendenti del SSN avevano più di 55 anni, ovvero oltre di 1 su 4 (27,3%), mentre un ulteriore 22% (n. 62.467) si collocava nella fascia di età 50-54 anni (Figura 5). «Anche prescindendo dagli altri fattori critici – commenta il Presidente – la sola variabile anagrafica basta a delineare uno scenario allarmante: senza un ricambio generazionale adeguato, la carena di infermieri è destinata ad acuirsi nei prossimi anni, quando si raggiungerà il picco della gobba pensionistica».
Salari inadeguati
«A fronte di condizioni lavorative impegnative e spesso insostenibili – sottolinea Cartabellotta – gli stipendi degli infermieri restano tra i più bassi d’Europa, sia in termini assoluti, sia rispetto al costo della vita. Una condizione che rende la professione sempre meno attrattiva per le nuove generazioni». Nel 2022, la retribuzione annua lorda di un infermiere italiano era di $ 48.931 a parità di potere di acquisto, ben $ 9.463 in meno rispetto alla media OCSE ($ 58.394). In Europa, stipendi più bassi si registrano solo nei paesi dell’Europa dell’Est (Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Repubblica Slovacca, Lettonia e Lituania), oltre a Grecia e Portogallo (Figura 6). Ancora più allarmante è il dato storico: dal 2001 al 2019 il salario degli infermieri italiani è diminuito dell’1,52%, un segnale inequivocabile di progressiva svalutazione professionale, a fronte di crescenti responsabilità e carichi di lavoro sempre più gravosi.
Troppi pochi laureati per compensare l’emorragia
Il campanello d’allarme più preoccupante suona sul fronte dei nuovi laureati: nel 2022 in Italia si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media OCSE di 44,9 (Figura 7). «Un divario drammatico – chiosa il Presidente – che conferma l’assenza di un “serbatoio” professionale e certifica la scarsa attrattività della professione infermieristica per i giovani».
Un dato emblematico è il crollo del rapporto domanda/offerta del Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche: se prima della pandemia era pari a 1,6, dall’anno accademico 2020-2021 si è ridotto progressivamente sino a crollare a 1,04 nel 2024-2025 quando i candidati sono stati appena sufficienti a coprire i posti disponibili (Figura 8).
Aumenta il bisogno di infermieri: invecchiamento della popolazione e attuazione del PNRR
Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana rappresenta un’imponente sfida assistenziale per il SSN e genera un aumento della domanda di infermieri. Nel 2024, gli over 65 rappresentavano il 24,3% della popolazione (14,4 milioni di persone) e gli over 80 il 7,7% (4,5 milioni di persone). Secondo le previsioni ISTAT, entro il 2050 gli over 65 saliranno al 34,5% (18,9 milioni di persone) e gli over 80 al 13,6% (7,5 milioni di persone) (Figura 9).
Questa trasformazione demografica si traduce in un aumento esponenziale dei bisogni assistenziali: secondo le indagini ISTAT, già nel 2023 oltre 11 milioni di over 65 convivono con almeno una malattia cronica e quasi 8 milioni presentano due o più patologie. «Inevitabilmente – commenta Cartabellotta – il ruolo degli infermieri sarà sempre più centrale, non solo in ambito ospedaliero, ma soprattutto nell’assistenza territoriale e domiciliare, dove la gestione di cronicità e fragilità richiederà competenze avanzate, prossimità, continuità assistenziale e una presa in carico multidimensionale. Il rischio concreto è che, in assenza di una dotazione adeguata di personale, il crescente squilibrio tra bisogni e offerta finisca per vanificare gli investimenti del PNRR, che punta proprio sugli infermieri per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale». Infatti, secondo le stime di AGENAS, garantire il pieno funzionamento di Case di Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedali di Comunità e per dare concreta attuazione all’assistenza domiciliare, serviranno un numero di Infermieri di Famiglia o di Comunità compreso tra 20 e 27 mila (Tabella 1).
«Le nostre analisi – spiega Cartabellotta – mostrano con chiarezza i numerosi fattori che rendono la professione infermieristica sempre meno attrattiva: salari bassi, limitate prospettive di carriera, subordinazione professionale, incongruenza tra percorso formativo e attività lavorativa, che compromettono l’equilibrio tra vita lavorativa e privata e alimentano fenomeni di burnout per turni di lavoro massacranti. A tutto questo si aggiunge, ultimo ma non meno importante, il rischio di aggressioni verbali e fisiche, che mina ulteriormente dignità e sicurezza della professione infermieristica».
«La profonda crisi che investe il personale infermieristico – conclude Cartabellotta – impone un piano straordinario per la professione, con un duplice obiettivo: motivare i giovani a intraprenderla e trattenere chi già lavora nel SSN, evitando che abbandoni definitivamente le corsie o i servizi territoriali. Un piano ambizioso, fatto di interventi economici, organizzativi e formativi. Accanto ad un aumento salariale, è fondamentale intervenire a livello regionale e locale con misure di welfare mirate: alloggi a costi calmierati, agevolazioni per trasporti pubblici e parcheggi, etc. Sul versante organizzativo, occorre garantire sicurezza sul lavoro e rivedere profondamente l’impianto operativo, con riforme coraggiose per valorizzare la collaborazione interprofessionale e utilizzare tutte le potenzialità della digitalizzazione e dall’innovazione tecnologica, inclusa l’intelligenza artificiale. Infine, sul piano formativo è indispensabile rinnovare i percorsi universitari, aumentare il numero di lauree specialistiche e integrare formazione e sviluppo professionale continuo, monitorando l’impatto reale sul miglioramento delle pratiche assistenziali. In assenza di un piano multifattoriale capace di restituire attrattività, dignità e prospettiva alla professione infermieristica, assisteremo all’inesorabile indebolimento del SSN, che poggia sulle spalle del personale sanitario, in particolare su quelle degli infermieri, che numericamente rappresentano la quota più consistente».
Un Hub per l’open innovation nelle life science. Questa la direttrice lungo cui si muove Human Technopole che spegne le sue prime 10 candeline proprio in questi giorni. E che celebra questo traguardo facendo un bilancio dei traguardi raggiunti.
Numeri, dati e iniziative sono stati presentati ieri a Palazzo Italia, nel cuore dell’ex area Expo 2015, che oggi ospita proprio Human Technopole, aziende del settore life science e presto anche molte facoltà scientifiche dell’Università Statale di Milano.
Dalle basi post-Expo alla fase di scale-up
Tutto partì all’indomani del Expo, quando «si posero le basi per un progetto pionieristico, che avrebbe dovuto prevedere laboratori e strumentazioni all’avanguardia da mettere in opera quando fosse terminata la fase di incubazione», ha ricordato il presidente Gianmario Verona. Incubazione che andò concretizzandosi tra il 2019 e il 2022 nel difficile periodo della pandemia. Superato il quale, dal 2023 a oggi, si è passati alla fase di consolidamento – di scale-up come a Verona piace definirla in termini economici – che ha coinciso con l’identificazione del nuovo direttore Marino Zerial e con la definizione del piano strategico 2024-2028, che si basa su quattro pilastri:
ricerca intramurale su biologia e salute umana
mantenimento del tecnopolo come una piattaforma aperta ai ricercatori
programmi di formazione per un costante upgrade sulle strumentazioni di ultima generazione disponibili nel centro
programma di technology transfer spinto per trasformare la scienza in brevetti e valore.
Una comunità scientifica internazionale e inclusiva
Senz’altro i risultati si vedono già e sono tutt’altro che di basso profilo: al 30 aprile Human Technopole poteva vantare uno staff complessivo di 496 persone di cui il 54% donne e per il 24% internazionale, con 39 Paesi rappresentati.
Comprendere e curare le malattie richiede una ricerca multiscala, che collega la biologia dalla molecola alla popolazione, integrando scienza, accademia e industria
Il “pezzo forte”, naturalmente riguarda le forze dedicate alla ricerca: ben 384 scienziati, il 40% dei quali provenienti dall’estero. Di questi ultimi 99 sono cervelli italiani che «siamo riusciti a far rientrare offrendo un framework per fare ricerca degno delle più prestigiose realtà internazionali», ha affermato non senza un pizzico di orgoglio Verona. Che ha anche snocciolato altri numeri che fanno comprendere come il centro sia davvero una realtà capace di operare da catalizzatore delle eccellenze della ricerca biomedica internazionale: ben 26 milioni di euro di finanziamenti esterni ottenuti tramite grant e borse di studio da parte di istituti internazionali.
Il modello delle Piattaforme Nazionali
A fare la differenza, tra l’altro, è il modello di gestione della ricerca scelto. Human Technopole infatti la sostiene fornendo tecnologie alla comunità scientifica italiana attraverso infrastrutture di ricerca condivise: le Piattaforme Nazionali.
Marino Zerial
Deliberate nel 2023 dal Consiglio di Sorveglianza della Fondazione Human Technopole, sono cinque macroaree intese come facility infrastrutturali hi-tech, a disposizione della comunità nazionale di ricerca. In particolare si parla di piattaforma di genomica, di editing genomico e modelli di malattia, di biologia strutturale, di microscopia ottica e di gestione e analisi dei dati.
«Avere diverse Piattaforme Nazionali sotto lo stesso tetto permette di studiare una problematica da tutti i punti di vista, perché le piattaforme sono interconnesse», ha precisato Zerial. I risultati? Sono già eccellenti: i primi due bandi per accedere alle piattaforme sono stati aperti a giugno 2024 e ci sono state 124 domande di accesso. Ben 102 (l’82%) sono state approvate da una commissione esterna e indipendente. Tra i progetti approvati, molti in ambito oncologico, «che potranno essere sviluppati grazie ad avanzate tecniche di biologia strutturale, editing genomico e sviluppo di cellule staminali». E ancora, ricerche sulle «patologie neurodegenerative, come l’Alzheimer, e di quelle genetiche, come l’insonnia».
Tecnologie d’avanguardia per riprogrammare le cure
Tanti e all’avanguardia i progetti di ricerca in corso al tecnopolo milanese (in realtà sito nel comune di Rho, ndg), sciorinati da Zerial che, insieme a Verona, ha parlato di vera e propria “rivoluzione” nella ricerca biomedica, data dalle tecnologie che permettono di modificare le sequenze del genoma umano a piacimento e di «coltivare e riprogrammare le cellule dei pazienti in vitro. Anche in 3D, arrivando a creare organoidi che ricapitolano alcune funzionalità dell’organo – per esempio l’attività contrattile dei cardiomiociti».
Interdisciplinarietà, trasparenza e visione di sistema
Insomma, allo Human Technopole la parola d’ordine è “approccio interdisciplinare” alle patologie utilizzando tutte le tecnologie utili a comprendere i meccanismi che portano alla malattia e quindi arrivare a una cura. «Per farlo», ha spiegato il direttore, «bisogna sfruttare e collegare le scale biologiche attraverso una ricerca multiscala: dalla molecola all’organello, alla cellula. Salendo via via al tessuto, all’organo, all’individuo e alla popolazione. Il tutto sfruttando collaborazioni e sinergie con l’accademia e con l’industria».
E perché tutto sia più trasparente dell’aria, è fondamentale una governance cristallina. Che vede il ministero dell’Economia e delle Finanze, quello della Salute e il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca come fondatori della Fondazione Human Technopole. La quale ha una struttura duale che garantisce autonomia operativa ai suoi organi: il Consiglio di sorveglianza che indirizza e controlla, e il Comitato di gestione che gestisce agli aspetti scientifici e amministrativi.
In occasione della Giornata Internazionale delle Ostetriche, il sindacato Nursing Up lancia un serio allarme sulla grave carenza di ostetriche in Italia, una situazione che continua a compromettere la qualità dell’assistenza nelle strutture sanitarie e a mettere a rischio la salute di milioni di donne e bambini.
«In Italia, la carenza di ostetriche è un problema strutturale che non può più essere ignorato – esordisce così il presidente di Nursing Up, Antonio De Palma -. Secondo i dati OCSE 2023, la nostra carenza ammonta a circa 8.500 unità rispetto agli standard europei, con un rapporto di 29 ostetriche ogni 100.000 abitanti, ben al di sotto della media europea che è di 42 ogni 100.000 abitanti. Ma il quadro è ancora più preoccupante se consideriamo il fabbisogno reale del sistema sanitario italiano: secondo il rapporto Crea 2022, il deficit effettivo arriva, infatti, a circa 13.100 ostetriche, un numero che rischia di compromettere ulteriormente l’assistenza alle partorienti».
La carenza di personale ostetrico non solo comporta turni massacranti e una pressione insostenibile sulle ostetriche in servizio, ma si riflette direttamente sull’esperienza delle donne durante il parto e nel post-partum. La qualità delle cure rischia di diminuire ulteriormente, e con essa, la salute delle madri e dei neonati.
«La figura dell’ostetrica non è solo fondamentale durante il parto, ma è cruciale anche per garantire un accompagnamento completo e continuo nella salute sessuale e riproduttiva della donna», continua De Palma.
«Purtroppo, il nostro sistema sanitario non è più in grado di garantire adeguato supporto a causa di questa carenza, e le famiglie si trovano a fronteggiare un servizio inadeguato. È essenziale che il Governo agisca con urgenza, anche attraverso il riconoscimento economico del valore di queste professioniste, estendendo ad esse l’indennità di specificità infermieristica, e le misure già previste per altre categorie di personale sanitario, come la flat tax sugli straordinari».
Il deficit di ostetriche in Italia si traduce in una maggiore difficoltà nella gestione dei parti, nei tempi di attesa prolungati e nelle difficoltà di fornire supporto professionale specifico per le neo mamme. La situazione è particolarmente critica in alcune regioni, dove la mancanza di personale ostetrico è ancora più evidente e l’accesso alle cure rischia di diventare sempre più disomogeneo.
«Siamo di fronte a una vera e propria emergenza, che non può essere affrontata con soluzioni temporanee o interventi simbolici. Occorre un impegno concreto e immediato per colmare il gap di personale ostetrico e garantire un servizio di qualità a tutte le donne, in ogni fase della loro vita riproduttiva», conclude De Palma.
Nursing Up chiede pertanto al Governo di intervenire con provvedimenti rapidi e risolutivi per rispondere a questa grave carenza, migliorando così l’assistenza alle madri e ai bambini e garantendo il benessere di tutta la comunità.
Ogni 8 minuti, una persona muore in Italia per arresto cardiaco. Un dato drammatico che chiama all’azione immediata. Giovedì 1° maggio la prestigiosa rivista medica JAMA ha dedicato la sua pagina di divulgazione per i pazienti all’arresto cardiaco nei giovani adulti in buona salute apparente.
Il messaggio è chiaro: la sopravvivenza dipende dalla prontezza dei testimoni. L’articolo sottolinea l’importanza vitale di praticare tempestivamente le manovre salvavita, come la rianimazione cardiopolmonare (RCP) e l’uso del defibrillatore (DAE). Uno dei momenti chiave per impararle potrebbe diventare il percorso per conseguire o rinnovare la patente di guida, come già previsto in diversi Paesi europei e sostenuto dall’European Resuscitation Council (ERC) presso il Parlamento Europeo.
L’importanza della formazione
Più cittadini formati = più vite salvate. È questo lo slogan alla base dell’iniziativa “Più Formi, Più Salvi”, promossa dall’associazione non profit di promozione sociale Cardiosecurity APS, fondata dal cardiologo toscano dell’Azienda Usl Toscana Nord-Ovest Fabio Costantino, e sostenuta da numerose società scientifiche, tra cui SIAARTI, SIMEU, GISE e SIN.
Come afferma Fabio Costantino: «Formare tutti i neopatentati e coloro che rinnovano la patente fino ai 60 anni con un corso BLS-D semplice ed essenziale consentirebbe di proteggere in modo diffuso e continuo il bene più prezioso: la vita».
Nell’articolo di JAMA si legge: «I tassi di sopravvivenza all’arresto cardiaco sono bassi, ma aumentano per coloro che hanno assistito ad un arresto cardiaco e ricevono un trattamento tempestivo con rianimazione cardiopolmonare (RCP) o l’uso di un defibrillatore semiautomatico esterno (DAE). I testimoni di un arresto cardiaco devono chiamare il NUE o Numero Unico di Emergenza, iniziare immediatamente la RCP e, appena disponibile, utilizzare un DAE».
Il 112 è il Numero Unico di Emergenza valido in tutta l’Unione Europea.
L’IRC (Italian Resuscitation Council), società scientifica che da oltre trent’anni promuove la cultura della rianimazione seguendo le linee guida ERC, di cui è partner italiano, ha aderito da tempo al progetto “Più Formi, Più Salvi”.
«Siamo orgogliosi che IRC ‘viaggi’ con Cardiosecurity Italia per ridurre le morti cardiache improvvise” – dichiara Costantino –. Solo con l’aiuto dei cittadini possiamo vincere questa sfida: senza di loro, anche i sanitari sono impotenti. IRC, riferimento per tutti i professionisti della salute che si occupano di rianimazione cardiopolmonare, è da sempre attento al mondo ‘laico’, ossia alla popolazione generale».
Andrea Scapigliati, Presidente di IRC e Direttore UOC Cardionaestesia e Terapia Intensica Cadiochirurgica del Policlinico Gemelli (Roma), aggiunge: «Unire forze così qualificate è fondamentale. Ogni occasione per informare e formare cittadini moltiplica la possibilità di salvare vite. L’iniziativa legislativa proposta dal dott. Costantino si affianca a quanto introdotto dalla Legge 116/2021 e punta a creare un sistema di intervento immediato che coinvolga tutta la popolazione. IRC lavora in questa direzione già dal 2013 con la settimana nazionale “Viva!” del 16 ottobre».
Elena Giovanna Bignami, Presidente nazionale di SIAARTI (Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva) e Direttore UOC Anestesia e Rianimazione dell’AOU di Parma e docente universitario, sottolinea: «Il valore di questo progetto sta nella possibilità di una formazione semplice, accessibile e uguale per tutti. Poche nozioni, ma chiare e condivise: un linguaggio comune che fa risparmiare tempo, e quindi salva la funzione dei nostri organi, primo tra tutti il cervello».
Prevenire la morte improvvisa
Daniela Aschieri, cardiologa, Direttore dipartimento Medicine Specialistiche, direttore dell’Unità Operativa di cardiologia e UTIC dell’ospedale di Piacenza e Presidente del Progetto Vita, osserva: «Rendere obbligatorio il corso BLS-D per chi prende o rinnova la patente è un atto concreto e rivoluzionario. Formare milioni di cittadini a intervenire nei primi minuti può fare la differenza tra la vita e la morte. La cultura della rianimazione deve diventare parte della cittadinanza attiva. È il momento di agire. YOU CAN!». Il “Progetto Vita” a Piacenza è stato il primo progetto Europeo di “Defibrillazione precoce” sul territorio per prevenire la morte improvvisa dovuta ad arresto cardiaco.
In Europa, ogni giorno circa 1.000 persone muoiono per arresto cardiaco
Costantino chiude con un messaggio diretto alle istituzioni: «L’Italia può diventare la prima nazione al mondo a formare così tante persone contro la prima causa di morte. Mi rivolgo ai Ministri della Salute, delle Infrastrutture e dei Trasporti, e al Presidente del Consiglio: accelerare l’iter legislativo è un traguardo di valore sociale, etico e civile. Presidente Giorgia Meloni, signori Ministri, mi raccomando: YOU CAN!»
In Europa, ogni giorno circa 1.000 persone muoiono per arresto cardiaco – come se due Jumbo Jet si schiantassero. Moltissime altre presentano danni neurologici irreversibili causati dal ritardo dei soccorsi. I primi minuti sono essenziali, sono vitali: ogni minuto perso riduce del 10% le probabilità di sopravvivenza.
Il tempo è muscolo: ogni secondo può fare la differenza. In Italia, ogni giorno 180 persone muoiono per arresto cardiaco. 1 ogni 8 minuti. Numeri agghiaccianti. La tutela della salute è un dovere imprescindibile.
Le infezioni ospedaliere in Italia rappresentano una problematica significativa per la sanità. Le infezioni più comuni includono quelle del tratto urinario, del sito chirurgico, polmonari e batteriemie. In occasione della Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, assume ancora maggiore rilevanza il lavaggio delle mani per prevenire le infezioni.
In questa giornata, la Società Italiana di Medicina Interna (SIMI) ribadisce lo sforzo nella prevenzione di queste infezioni attraverso misure semplici ma fondamentali come il lavaggio accurato e frequente delle mani da parte degli operatori sanitari, dei pazienti e dei visitatori.
Sorveglianza attiva
La SIMI riconosce come la sorveglianza attiva, l’implementazione di rigorose misure igienico-sanitarie, con un’enfasi particolare sull’igiene delle mani, la formazione continua del personale e un uso prudente degli antibiotici siano strategie cruciali per la prevenzione e il controllo di queste infezioni.
A livello nazionale, vengono periodicamente condotte indagini per monitorare la situazione epidemiologica e valutare l’efficacia delle misure adottate. La collaborazione tra le diverse figure professionali e l’adesione alle linee guida nazionali e internazionali, con un rinnovato focus sull’importanza del lavaggio delle mani come intervento di primaria importanza sostenuto attivamente dalla SIMI, sono elementi fondamentali per ridurre l’impatto delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria sui pazienti e sul sistema sanitario nel suo complesso.
Ricorso basso alla pratica
«L’igiene delle mani – sottolinea Emanuele Durante Mangoni, professore associato di medicina interna presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e direttore della UOC medicina interna e trapianti dell’Azienda ospedaliera dei Colli ospedale Monaldi – è la misura di prevenzione delle infezioni più efficace nel ridurre la trasmissione di microrganismi (virus, miceti, spore, batteri, inclusi i multiresistenti) in ambito sanitario e nella comunità. È importante sottolineare che numerosi studi, in gran parte condotti negli anni ’80 e ’90, hanno fornito solide evidenze scientifiche a supporto dell’efficacia del lavaggio delle mani. Il cosiddetto ‘treatment effect’ è così ampio che se il lavaggio delle mani fosse un nuovo farmaco esso sarebbe approvato rapidamente e somministrato a tutti. Ciononostante, molti altri studi hanno dimostrato che il ricorso a tale pratica resta molto basso tra gli operatori sanitari».
I consigli
L’igienizzazione può avvenire mediante tradizionale lavaggio con acqua tiepida e sapone, da fare sempre almeno all’inizio e al termine del turno di servizio, ma anche utilizzando sapone antisettico o gel idro-alcolico. Quest’ultimo rende efficace, rapida e immediata l’igienizzazione delle mani.
«L’Organizzazione Mondiale della Sanità – ricorda Durante Mangoni – ha identificato i momenti nei quali è essenziale ed obbligatorio igienizzare le mani: 1) prima di toccare o entrare in contatto con un paziente; 2) prima di eseguire una procedura pulita o ancor più asettica; 3) dopo qualsiasi esposizione a fluidi corporei e dopo la rimozione dei guanti; 4) dopo il contatto con il paziente; 5) dopo il contatto con qualsiasi superficie ospedaliera. Ciò implica un ricorso costante al gel idro-alcolico, che deve essere disponibile immediatamente e costantemente nelle camere di degenza e nei corridoi di accesso.
L’aderenza all’igiene delle mani non solo protegge i nostri assistiti, ma anche noi stessi ed i nostri familiari che abbracciamo al termine del turno in ospedale. La SIMI – conclude Durante Mangoni – continuerà a giocare un ruolo importante nella formazione degli Internisti italiani in tema di prevenzione delle infezioni». Quindi possiamo concludere che lavarsi le mani rappresenta il più importante atto di prevenzione alla diffusione delle malattie infettive che ognuno di noi, infermiere, medico, cittadino, può fare.
I 5 punti della SItI
Anche Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), elenca 5 punti importanti per l’igiene delle mani:
In ogni contesto, chi ha cura dell’igiene delle mani, dimostra rispetto, attenzione e competenza;
Dedicare il giusto tempo fa la differenza. Un lavaggio frettoloso è come non lavarle affatto;
Maniglie, tastiere, telefoni, soldi. Igienizzare le mani dopo averli usati è un gesto di consapevolezza;
Bambini e ragazzi imparano con l’esempio. Le mani pulite iniziano dai grandi;
In Ospedale è obbligo morale. Per Operatori sanitari, pazienti e visitatori, l’igiene delle mani è una responsabilità condivisa.
Enrico Di Rosa
«Lavarsi le mani è un gesto semplice, ma capace di salvare vite – afferma il Di Rosa -. Ogni giorno, nelle corsie degli Ospedali e nella vita quotidiana, la corretta igiene delle mani rappresenta una barriera fondamentale contro la diffusione delle infezioni. Eppure, proprio per la sua semplicità, spesso viene sottovalutata, o eseguita in modo frettoloso. La Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani è un’occasione per ricordare che questo piccolo gesto ha un impatto enorme sulla Salute pubblica, non solo in ambito sanitario, ma in ogni contesto di vita. Igiene delle mani significa protezione reciproca: un atto di cura verso noi stessi e verso gli altri».
C’è un paradosso che si ripete nei penitenziari italiani: per molte persone, l’ingresso in carcere rappresenta il primo vero accesso alle cure. Un dato che interroga il sistema sanitario e rafforza la necessità di un’integrazione strutturale tra carcere e territorio. Dal 2008, con il passaggio della sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale, questo obiettivo è diventato norma.
In Lombardia, dove si contano tra gli 8.800 e i 9.000 detenuti – circa la metà negli istituti milanesi – il modello di erogazione si distingue: non è in capo alle ASL, ma ad Aziende Ospedaliere come l’ASST Santi Paolo e Carlo. Una scelta organizzativa che rispecchia la complessità dell’assistenza in carcere, tra case circondariali a rapido turnover e case di reclusione più stabili, e che oggi punta a garantire continuità terapeutica anche dopo la detenzione.
Ne parlano a TrendSanitàRoberto Ranieri (infettivologo e dirigente della sanità penitenziaria in Regione Lombardia) e Barbara Pezzoni (Coordinatrice Sanitaria della Seconda casa di Reclusione Milano Bollate).
Roberto Ranieri
Dottor Ranieri, qual è la situazione attuale dell’accesso alle cure nelle carceri italiane?
«Abbiamo osservato, soprattutto negli ultimi tempi, che molte persone, sia italiane che straniere, ricevono diagnosi di patologie gravi solo al momento dell’ingresso in carcere. Paradossalmente, l’ingresso in un istituto penitenziario rappresenta, per alcuni, la prima occasione di accesso alle cure sanitarie. Vengono così alla luce diagnosi di insufficienza renale cronica così avanzata da richiedere dialisi pochi giorni dopo l’ingresso, o scopriamo patologie oncologiche e infettive come HIV mai diagnosticate prima. Questo fenomeno non riguarda solo persone in situazioni di marginalità sociale, ma riflette un problema più ampio di mancato accesso alle cure».
Come sta cambiando l’approccio alla sanità penitenziaria in Lombardia?
«Nella nuova riorganizzazione del sistema sanitario penitenziario lombardo, stiamo concependo gli istituti penitenziari come appartenenti alle “case di comunità”, analogamente ad altre strutture territoriali collegate con gli ospedali, come i SERD, i centri di salute mentale e i consultori. Questo approccio ha due aspetti fondamentali: garantire la continuità di cura tra carcere e strutture sanitarie esterne, e impiegare lo stesso personale sanitario che opera sia in ospedale che nelle case di comunità quindi, nel nostro caso, negli istituti penitenziari».
Nella nuova sanità lombarda, gli istituti penitenziari sono concepiti come parte delle case di comunità
Ci sono già modelli operativi di questa integrazione?
«Sì, presso la Casa Circondariale di San Vittore abbiamo attivato servizi infermieristici condivisi, come l’ambulatorio della ferita chirurgica e del piede diabetico, e servizi di fisioterapia. Anche alcune specialità mediche, come la ginecologia-ostetricia, sono condivise tra San Vittore, Bollate e l’ICAM, Istituto a Custodia Attenuata per le Madri, per le detenute madri con figli. Inoltre, stiamo attivando altre attività come quella odontoiatrica e ortopedica con concorsi specifici come per assumere professionisti che svolgano entrambi i ruoli, ospedaliero e penitenziario. Modelli simili si stanno sviluppando anche a Brescia, Bergamo e in altre realtà fuori dalla Lombardia».
Come viene affrontato il tema delle dipendenze e della salute mentale?
«Per queste problematiche esistevano già percorsi strutturati. Nella Casa Circondariale di San Vittore, per esempio, abbiamo la sezione “La Nave” dedicata ai detenuti tossicodipendenti in trattamento avanzato, dove alla terapia farmacologica si affiancano interventi integrati multidisciplinari con educatori, arte-terapisti e musicoterapisti: si tratta di un percorso “elettivo” sono infatti, circa un decimo i detenuti di questa sezione e un decimo dei detenuti tossicodipendenti presenti nella Casa Circondariale. Recentemente, grazie a nuovi finanziamenti, abbiamo potenziato i centri diurni che impegnano le persone con problemi di salute mentale o dipendenza in varie attività educative durante tutta la giornata feriale con l’auspicio di allargarle anche ai festivi, inoltre, per i detenuti “giovani” dell’Istituto Penale per Minorenni Cesare Beccaria di Milano stiamo pensando di estendere le attività fino alla tarda serata. Riteniamo che l’impegno della persona così strutturato possa prevenire comportamenti problematici e ridurre l’utilizzo di farmaci».
Un tema cruciale è la continuità assistenziale dei percorsi terapeutici che intraprendono i detenuti. Come viene gestita in caso di trasferimento tra istituti o al momento del rilascio?
«È fondamentale garantire una continuità tra la presa in carico durante la detenzione e dopo il rilascio. Per questo stiamo implementando un sistema di presa in carico anticipata da parte delle strutture territoriali prima del rilascio del detenuto come nel caso dei Centri di salute mentale cosa che già avviene per i Centri SERD. Ci teniamo anche alla presa in carico del paziente cronico, anche la persona cardiopatica o diabetica, cioè tutte le patologie croniche che richiedono una presa in carico ed un elemento chiave è l’attribuzione del codice fiscale all’ingresso in carcere, che permette di mantenere un’identità anagrafica e sanitaria anche dopo il rilascio. Stiamo anche migliorando i sistemi di registrazione delle vaccinazioni, integrandoli con quelli presenti sul territorio».
Presa in carico anticipata e identità sanitaria garantita: così si assicura continuità di cura tra carcere e territorio
Parliamo di finanziamenti degli interventi…
«In Lombardia abbiamo circa 9mila detenuti, che rappresentano tra un quinto e un sesto del totale nazionale, e spesso con casi più complessi dal punto di vista sanitario rispetto ad altre Regioni. Nel 2024 la Lombardia ha ricevuto 24 milioni di euro di finanziamento per la sanità penitenziaria di cui 19 milioni solo per Milano, ma la spesa effettiva è stata di 35 milioni, costringendo la Regione a coprirne la differenza. Il sistema di finanziamento, basato solo sul numero di detenuti e non sull’effettivo carico sanitario, andrebbe rimeditato. Circa il 33% dei detenuti in Lombardia è straniero e tra il 30% e il 50% ha problemi di dipendenze, con percentuali molto più alte nelle Case circondariali come San Vittore di Milano, dove gli stranieri arrivano al 70% e i casi di dipendenza superano il 50%. Questi sono i dati che dovrebbero essere considerati anche per la presa in carico assistenziale».
Dottoressa Barbara Pezzoni, la Seconda Casa di Reclusione Milano Bollate (MI) è considerata un modello di riferimento. In cosa si distingue?
Barbara Pezzoni
«A Bollate, il detenuto in entrata firma un patto di responsabilizzazione con l’amministrazione penitenziaria e con la sanità. È l’inizio di un percorso di riabilitazione sia medico sia civile, venendo così preso in carico dal punto di vista sanitario, come avviene anche nelle altre quattro carceri milanesi. Abbiamo sviluppato percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati per i pazienti cronici, con follow-up ed esami programmati a scadenze precise, per evitare che ci siano “pazienti invisibili” che si perdono nel sistema».
Ci può parlare dell’iniziativa dei “peer supporter”?
«Abbiamo formato alcuni detenuti come “peer supporter” che si trovano nei vari reparti e possono segnalare precocemente sintomi o malesseri dei compagni, soprattutto per prevenire gesti autolesivi o suicidari. Inoltre, sempre nel campo della formazione e di educazione conduciamo campagne di prevenzione e screening, come la recente prima campagna di vaccinazione antinfluenzale del mese di novembre scorso che ha raggiunto circa 470 pazienti su circa 1.400, e stiamo avviando screening oncologici in collaborazione con la Fondazione Libellule Insieme. Prima di ogni campagna, facciamo un lavoro di educazione e formazione dei pazienti per aumentarne l’adesione».
Prevenzione partecipata: i detenuti formati come peer supporter sono sentinelle di salute e umanità dentro il carcere
Avete introdotto altre novità organizzative?
«Da gennaio 2025 abbiamo istituito la figura del Medico di reparto, figura che già esiste nelle altre carceri milanesi e fondamentale nella presa in carico sanitaria e nell’educazione del paziente. Avere un sanitario di riferimento è cruciale in un setting chiuso come quello penitenziario per garantire assistenza nel momento del bisogno».
Il nuovo approccio alla sanità penitenziaria rappresenta un cambio di paradigma che vede il carcere non più come un’istituzione isolata, ma come parte integrante del tessuto sanitario territoriale, con l’obiettivo di migliorare la qualità delle cure e garantire la continuità assistenziale anche dopo la detenzione.
Nel 2005, in un astronauta americano di ritorno da una missione di 6 mesi sulla stazione spaziale internazionale fu per la prima volta riscontrato un edema della papilla in associazione ad altre modificazioni retiniche e ad un appiattimento del globo oculare con ipertensione endocranica. Nacque la SANS (Sindrome neuro-oculare associata ai voli spaziali): modificazioni della struttura del globo oculare con un appiattimento del globo e shift ipermetropico. Sfortunatamente, in alcuni astronauti, queste alterazioni si rivelano permanenti comportando una riduzione della vista e danni del campo visivo. Per questi motivi la comprensione dei meccanismi fisiopatologici alla base della SANS e la ricerca di adeguate contromisure rivestono un ruolo prioritario.
Da qui nasce il progetto di realizzare un modello predittivo per capire se gli aspiranti astronauti sono predisposti a sviluppare la SANS.
Tra i principali attori ci sono la Città della Salute e della Scienza di Torino (CDSS) con le Strutture di Chirurgia generale 1 universitaria, la Clinica urologica universitaria e la Clinica Oculistica universitaria, la Nasa, i data scientists di Milano Bicocca, il Politecnico di Torino, le Università di Houston – Texas, Sydney e Wellington. A coordinare il progetto da Torino saranno Andrea Grosso (medico chirurgo specialista in oftalmologia) ed Mario Morino (Direttore del Dipartimento di Chirurgia CDSS).
Lo stress test torinese
In particolare i medici torinesi stanno definendo le caratteristiche di uno “stress test” le cui ricadute serviranno non solo a comprendere meglio i moventi patogenetici di questa sindrome, ma anche per arricchire la conoscenza sull’ipertensione endocranica, patologia neurochirurgica spesso idiopatica.
Una sfida tutta italiana su intelligenza artificiale e medicina spaziale unica nel suo genere nel panorama internazionale.
La chirurgia mininvasiva laparoscopica, nella quale la CDSS è leader europeo, è attualmente considerata l’opzione di scelta per il trattamento chirurgico di svariate patologie addominali. L’approccio mininvasivo infatti determina un minor traumatismo chirurgico per il paziente e diversi studi ne hanno dimostrato l’efficacia in termini di ridotto dolore postoperatorio, ridotta degenza e più veloce ripresa rispetto alla tradizionale chirurgia. Si tratta di un tipo di intervento durante il quale i malati sono operati a testa in giù. Anche in questo caso se la procedura e l’angolatura con il quale il paziente viene messo a testa in giù dura molto si può riscontrare, seppur in maniera transitoria, alcuni problemi oftalmologici.
Durante il volo spaziale l’assenza dello stimolo gravitazionale altera l’equilibrio dei processi fisiologici. Tra gli analoghi fisici a terra utilizzati per lo studio della SANS, quello più comune è il posizionamento protratto dei pazienti con capo reclinato, di 6 gradi, realizzando una condizione per cui la testa risulta essere più bassa rispetto alle estremità. Un altro scenario clinico è quello che si realizza in chirurgia laparoscopica addominale nei pazienti sottoposti a pneumoperitoneo.
Durante la chirurgia laparoscopica infatti l’addome dei pazienti viene “gonfiato” determinando un aumento di pressione intra-addominale ed i pazienti vengono mantenuti in posizione di Trendelenburg (sdraiato in posizione supina con la testa più in basso rispetto al bacino e alle gambe) per l’intera durata dell’intervento chirurgico. L’ipotesi dunque è che il modello di induzione del pneumoperitoneo in chirurgia laparoscopica associato al posizionamento in Trendelenburg dei pazienti riproduca le condizioni di un analogo terrestre per la SANS e possa essere sfruttato per lo studio di questa condizione e per la ricerca di possibili fattori predittivi di insorgenza.
L’obiettivo dello studio è quello di studiare le modificazioni morfologiche e funzionali oculari che intervengono durante interventi di chirurgia laparoscopica per approfondire la conoscenza riguardo a possibili effetti a breve-medio termine della chirurgia mininvasiva sulla capacità visiva e campimetrica dei pazienti (estensione del campo visivo).
Lo sviluppo di modelli matematici e di AI
Tali dati verranno inoltre utilizzati per lo sviluppo di modelli matematici e di intelligenza artificiale finalizzati allo studio dei meccanismi fisiopatologici che stanno alla base del manifestarsi della SANS e dell’identificazione di possibili fattori predittivi favorenti l’insorgere della SANS stessa.
Si tratta di pazienti adulti di età compresa tra i 40 e i 75 anni con indicazione ad intervento chirurgico addominale con tecnica mininvasiva laparoscopica o laparoscopica robot-assisted con durata prevista superiore ai 120 minuti, afferenti alla Chirurgia generale 1 universitaria (diretta da Mario Morino) ed alla Urologia universitaria (diretta da Paolo Gontero). I pazienti inclusi nello studio verranno inviati a valutazione specialistica oftalmologica con esecuzione di esami strumentali presso l’Oculistica universitaria (diretta da Michele Reibaldi) sia preoperatoriamentre sia a distanza di 4 settimane dall’intervento chirurgico. Inoltre durante l’intervento chirurgico verrà eseguito un monitoraggio della pressione oculare.
I dati ottenuti dallo studio verranno inoltre condivisi in forma pseudonomizzata, ovvero identificati tramite codice alfanumerico, con il Laboratorio Interdipartimentale POLITO BioMedLab del Politecnico di Torino (responsabili scientifici Stefania Scarsoglio e Luca Ridolfi) ed utilizzati per la creazione di modelli matematici finalizzati allo studio dei meccanismi fisiopatologici che stanno alla base del manifestarsi della SANS. Allo stesso modo, i dati verranno condivisi sempre in forma pseudonomizzata con il Dipartimento di Informatica, Sistemistica e Comunicazione – Università Milano – Bicocca (responsabili scientifici Federico Cabitza e Luca Marconi), dove, attraverso l’utilizzo di tecniche informatiche di intelligenza artificiale, si studieranno possibili fattori predittivi di insorgenza di SANS e si procederà all’elaborazione di uno stress test per l’identificazione dei soggetti a rischio di sviluppo di questa condizione.
«Questa sperimentazione internazionale con la Città della Salute e della Scienza capofila conferma quelle che sono le enormi potenzialità dei nostri ospedali e dei nostri professionisti riconosciute a livello mondiale sono solo dal punto di vista clinico assistenziale, ma anche dal punto di vista della ricerca. Questo deve essere un motivo di orgoglio per la sanità piemontese ed un punto di partenza di quello che sarà il futuro Parco della Salute, della Ricerca e dell’Innovazione», ha dichiarato Thomas Schael, Commissario CDSS.
L’igiene delle mani può salvare milioni di vite ogni anno. Lo ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ogni anno il 5 maggio celebra questa pratica con una campagna per mantenere alta l’attenzione e rafforzare l’impegno delle persone a sostenere il miglioramento di questa procedura in tutto il mondo.
Con l’occasione l’ISS riapre il corso di formazione a distanza (Fad) dedicato alla procedura e aggiorna i dati della sorveglianza sul consumo di soluzione idroalcolica negli ospedali, che segnalano un calo costante negli ultimi anni dell’uso. Sono anche messi a disposizione sul sito Epicentro dell’Istituto i materiali della campagna dell’OMS tradotti in italiano e un elenco delle iniziative regionali.
I dati del consumo di soluzione idroalcolica negli ospedali
L’ISS coordina il sistema di sorveglianza del consumo di soluzione idroalcolica (Csia) nelle strutture sanitarie. Secondo gli ultimi numeri disponibili, che aggiornano quelli pubblicati lo scorso novembre con ulteriori dati per due Regioni, nel 2023 il dato nazionale mediano è stato di 10,5 L/1000 GDO (litri ogni mille giornate di degenza ospedaliera) per la degenza ordinaria.
I consumi variano per area: più alti in terapia intensiva (39,9 L/1000 GDO), più bassi in ortopedia (8,9 L/1000 GDO). Le due Province Autonome (Trento e Bolzano) presentano valori superiori alla media, mentre diverse Regioni del Sud mostrano valori inferiori.
Negli anni, si è osservato un progressivo calo dei consumi in tutte le aree, con un consumo per la degenza ordinaria che è dimezzato negli ultimi tre anni, scendendo sotto il valore soglia di 20 litri. Cresce invece il numero di strutture partecipanti alla sorveglianza (690).
La campagna OMS
Quest’anno si celebrano i 17 anni di questa campagna globale e la ricorrenza coincide con la necessità per i paesi di considerare rapidamente l’attuazione del “Global action plan and monitoring framework on infection prevention and control (IPC), 2024-2030”. Lo slogan principale della campagna per la Giornata mondiale dell’igiene delle mani 2025 è: “Guanti, a volte. Igiene delle mani, sempre”.
Gli obiettivi della campagna sono:
Promuovere pratiche ottimali di igiene delle mani (utilizzando la tecnica appropriata e in conformità ai 5 momenti dell’OMS) e dell’utilizzo dei guanti.
Promuovere l’inclusione dell’igiene delle mani nelle strategie nazionali di prevenzione e controllo delle infezioni , nonché nelle procedure operative standard a livello di struttura , secondo le raccomandazioni del piano d’azione globale e del quadro di monitoraggio dell’OMS 2024-2030.
Sensibilizzare sull’impatto ambientale dei guanti, nell’ottica del processo produttivo e e sulla gestione dei rifiuti, soprattutto se utilizzati in modo inappropriato.
Il corso Fad
Il corso, gratuito e disponibile online sulla piattaforma www.eduiss.it dal 5 maggio, ha l’obiettivo di rafforzare la diffusione delle buone pratiche secondo le Linee Guida dell’OMS, contribuendo alla promozione di una cultura della sicurezza e della qualità dell’assistenza.
E’ aperto a tutti gli operatori sanitari, con un totale di 4 crediti ECM, dura 4 ore ed è composto da otto tutorial.