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Infermieri in Italia: tra carenza di organico, stipendi bassi e voglia di cambiamento

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Un patrimonio professionale fondamentale per la salute pubblica ma ancora sottodimensionato, sottopagato e poco rappresentato nei luoghi decisionali. È la fotografia che emerge dal primo Rapporto sulle Professioni Infermieristiche, realizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione con la FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) e presentato il 12 maggio a Roma, a Palazzo Rospigliosi, proprio nella Giornata internazionale dell’infermiere.

Infermieri: un patrimonio professionale fondamentale per la salute pubblica ma ancora sottodimensionato, sottopagato e poco rappresentato nei luoghi decisionali

Il documento vuole essere un primo tentativo di raccogliere e analizzare in un unico documento strutturato i dati aggiornati sulla situazione della professione infermieristica in Italia, per offrire spunti per riflessioni e politiche più consapevoli.

Barbara Mangiacavalli
Barbara Mangiacavalli

«Per la Federazione questo documento rappresenta il primo, importante, passo per presentare le evidenze ufficiali su cui le politiche che riguardano gli infermieri devono affondare le radici – dichiara la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli – Vogliamo fare in modo che il nostro Rapporto di anno in anno sia presente sulle scrivanie dei decisori, a disposizione per acquisire dati certi sulla nostra Professione. L’obiettivo è trasformare i dati in informazioni, perché le informazioni servono ad assumere le decisioni che, nel nostro caso, – aggiunge Mangiacavalli – non possono essere esclusiva di un unico ministero. La complessità della questione infermieristica richiede l’istituzione di una cabina di regia con poteri straordinari in grado di coinvolgere più strutture di vertice e toccare diversi ambiti di intervento per prendere definitivamente un problema che non appartiene a una categoria professionale, ma all’Italia intera».

Infermieri: una presenza vitale ma ancora insufficiente

In Italia, il personale infermieristico rappresenta circa il 40% della forza lavoro del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Una presenza quantitativamente importante, ma che risulta ancora inferiore rispetto agli standard internazionali. Secondo i dati raccolti, la media italiana è di 4,79 infermieri ogni 1.000 abitanti nel solo settore pubblico, a fronte di una media OCSE di 8,4. Se si includono anche gli infermieri del privato, il dato sale a 7,83, ma resta comunque sotto la soglia europea.

La media italiana è di 4,79 infermieri ogni 1.000 abitanti nel solo settore pubblico, a fronte di una media OCSE di 8,4

La distribuzione sul territorio è tutt’altro che omogenea. Le Regioni del Centro-Nord, come Liguria, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia, mostrano dotazioni migliori, mentre Lombardia, Sicilia e Campania si attestano su valori significativamente più bassi. In queste ultime, la carenza di organico rischia di compromettere la qualità e la sicurezza delle cure, soprattutto in ambito territoriale.

Infermieri e medici: un equilibrio ancora lontano

Un altro indicatore rilevante è il rapporto tra infermieri e medici, che in Italia si attesta su 2,48, poco sopra la media OCSE di 2,2. Anche in questo caso, emergono differenze regionali marcate. Mentre il Molise (3,19), il Veneto (2,96) e l’Emilia-Romagna (2,95) registrano una presenza relativamente equilibrata, in Sicilia (1,90), Calabria (2,10) e Valle d’Aosta (2,03) si evidenzia una forte prevalenza di medici rispetto agli infermieri.

Tale squilibrio ha impatti diretti sull’organizzazione dell’assistenza, sulla sostenibilità del sistema e sulla possibilità di rafforzare il ruolo degli infermieri, soprattutto nei servizi di prossimità, nei distretti e nella medicina territoriale.

Infermieri sempre più giovani e preparati: la formazione fa la differenza

La formazione si conferma il punto di forza e di svolta per lo sviluppo della professione infermieristica. Significativo il dato sulla progressiva diminuzione dell’età media alla laurea triennale, che passa da una percentuale maggiore per la fascia di età superiore ai 27 anni nel 2004 fino a concentrarsi nella fascia da meno di 23 a 24 anni nel 2023 (36,1%), attestandosi su un’età media di 25,2 anni.

Il 92,3% dei laureati magistrali che ha trovato lavoro in un ambito coerente agli studi

Anche sulla provenienza degli studenti si nota un’evoluzione interessante: negli anni più recenti si è verificato un aumento significativo della percentuale di iscritti ad Infermieristica provenienti da licei che, nel 2023, rappresentavano il 68,2% degli iscritti. Altrettanto significativo il dato del 2023, con il 92,3% dei laureati magistrali che ha trovato lavoro in un ambito coerente agli studi, evidenziando una stretta connessione tra il percorso accademico magistrale e l’ambito lavorativo.

Assenze e carichi di lavoro: il malessere che si misura

L’indice di assenza del personale infermieristico rappresenta un segnale indiretto delle condizioni di lavoro. A livello nazionale, la percentuale media di assenza è del 16,23%, ma in alcune Regioni come Calabria, Liguria, Puglia e Valle d’Aosta supera il 19%. All’estremo opposto, Veneto, Abruzzo e Trentino-Alto Adige si attestano intorno al 13%.

Le assenze, spesso legate a malattie, burnout, permessi e congedi, sono anche una cartina tornasole del clima interno alle strutture sanitarie

Le assenze, spesso legate a malattie, burnout, permessi e congedi, sono anche una cartina tornasole del clima interno alle strutture sanitarie e della tenuta psicofisica del personale. La possibilità di “recuperare” risorse – in termini di Full Time Equivalent – riducendo le assenze alle soglie delle Regioni best performer, è tutt’altro che marginale.

Stipendi bassi e poche prospettive di crescita

Il trattamento economico degli infermieri italiani è un altro nodo critico. Lo stipendio medio annuo lordo è pari a 32.400 euro, appena sopra la media nazionale di altri impiegati, ma ben al di sotto della media OCSE di 39.800 euro. Le retribuzioni più alte si registrano in Trentino-Alto Adige (37.204 €), Emilia-Romagna (35.857 €) e Toscana (35.612 €). In coda troviamo il Molise (26.186 €), la Campania (27.534 €) e la Calabria (29.810 €).

La progressione di carriera risulta limitata e fortemente disomogenea. Mediamente si contano solo 1,66 dirigenti ogni 1.000 infermieri. Anche in questo caso il Nord guida la classifica, con il Trentino-Alto Adige che raggiunge un rapporto di 4,31, mentre al Sud – Campania in testa – le opportunità di accesso a ruoli dirigenziali sono scarsissime. Solo il 3% delle posizioni apicali nelle aziende ospedaliere è occupato da infermieri, e appena l’1% nelle Asl.

Gli infermieri maggiormente soddisfatti sono tra coloro che lavorano nel contesto dell’assistenza domiciliare, sul territorio, rispetto a quanti operano in ospedale, soprattutto se non sono coinvolti a sufficienza nei processi gestionali.

Tanti continuano a scegliere il settore pubblico, con un picco di interesse dell’84,9% nel 2018

Una professione ancora sbilanciata dal punto di vista di genere

Le donne costituiscono oltre il 76% degli iscritti alla FNOPI, ma questo dato non si riflette in maniera proporzionale nelle posizioni di vertice. L’indice del soffitto di cristallo mostra un valore medio nazionale di 1,4, segnale che gli uomini, pur essendo una minoranza numerica, sono sovrarappresentati nei ruoli dirigenziali. La Sicilia (2,2) mostra la disparità più alta, mentre Valle d’Aosta (0,9) e Campania (0,8) risultano più bilanciate.

Il dato invita a riflettere sulle barriere ancora presenti per l’accesso delle donne ai ruoli di leadership nel settore sanitario, nonostante l’ampia rappresentanza femminile nella base della piramide.

La voce degli infermieri: tra motivazione e desiderio di fuga

Uno dei dati più preoccupanti riguarda la soddisfazione professionale. Solo il 50% degli infermieri si dichiara completamente soddisfatto del proprio lavoro. Ma il quadro è molto variabile: in alcuni contesti si scende al 25%, in altri si supera il 70%. Oltre a ciò, quasi il 30% pensa spesso di cambiare lavoro o di lasciare la professione.

Lo stress, la pressione assistenziale, la mancanza di riconoscimento e le difficoltà organizzative sono tra i principali fattori che spingono all’abbandono. A conferma di ciò, sono ancora pochissimi gli studi italiani che monitorano in modo sistematico e periodico il benessere e la soddisfazione del personale infermieristico.

Il paradosso: pazienti soddisfatti, professionisti in affanno

Nonostante le difficoltà interne alla professione, la soddisfazione degli utenti è alta: l’84% delle persone assistite esprime un giudizio positivo sull’assistenza infermieristica. Il comportamento empatico, la capacità di ascolto e l’attenzione alla persona sono riconosciuti come elementi centrali della qualità percepita delle cure.

Il comportamento empatico, la capacità di ascolto e l’attenzione alla persona sono riconosciuti come elementi centrali della qualità percepita delle cure

Molto positivi i riscontri degli assistiti per fattori come coinvolgimento nelle decisioni (78 punti su 100), chiarezza e utilità delle informazioni ricevute (91 su 100), rispetto e dignità (94 su 100), supporto emotivo (95 su 100).

Durante la pandemia di COVID-19, il ruolo degli infermieri ha ricevuto una forte attenzione mediatica e sociale. Ma questo riconoscimento, se non accompagnato da politiche concrete di valorizzazione, rischia di restare simbolico.

FeC o IFoC? Definizione e frammentazione

Dal monitoraggio dei provvedimenti regionali di recepimento del DM 77/2022 emerge un dato interessante: le parole associate alla figura dell’infermiere nei documenti ufficiali richiamano principalmente i concetti di “assistenza e cura” (47%) e, in misura minore, “supporto e riferimento” (12%). Raramente si evoca il “lavoro in team”, un’assenza che lascia intuire una visione ancora poco innovativa sul piano dell’integrazione multiprofessionale.

Un aspetto non trascurabile riguarda la terminologia adottata: “Infermiere di Famiglia e Comunità” (IFeC) oppure “Infermiere di Famiglia o Comunità” (IFoC). Solo quattro Regioni (Lazio, Lombardia, Sardegna e Toscana) scelgono la congiunzione “e”, indicando un modello integrato che abbraccia entrambi gli ambiti. Le altre Regioni optano per la “o”, suggerendo una maggiore flessibilità, ma anche una possibile incertezza sulla configurazione del ruolo.

Riappare così il tema della frammentazione territoriale, alimentato dalla carenza di personale, ma anche da una poco chiara percezione dei cittadini della riforma sul territorio nazionale. Potrebbe essere proprio la figura dell’infermiere a modificare questa percezione, soprattutto se sostenuta da campagne di informazione a livello centrale e regionale.

Infine, tra le richieste più forti emerse dai focus group (condotti durante l’incontro annuale della Consulta dei pazienti e cittadini della FNOPI) c’è anche quella dell’introduzione dell’infermiere scolastico, per garantire supporto sanitario e promozione della salute nelle scuole di ogni ordine e grado.

Farmacisti ospedalieri, direttori generali e professioni sanitarie: insieme per affrontare la sfida della complessità sanitaria

La parola chiave della sanità contemporanea è: complessità. Nuovi bisogni di salute, soluzioni terapeutiche sempre più innovative, professioni sempre più dialoganti e interconnesse, organizzazioni territoriali chiamate all’eccellenza ed alla collaborazione di rete. L’evento multidisciplinare Masterpharm 2025 – IV Edizione (14-16 maggio) nasce come risposta a tutte queste esigenze, proponendosi di fornire ai partecipanti un toolkit completo di competenze avanzate e multidisciplinari, in grado di superare i confini tradizionali delle professioni sanitarie e della farmacia ospedaliera, ambito professionale da cui l’evento ha preso avvio.

Per la sua edizione 2025 Masterpharm cambia location (da Torino, dove si è tenuto sino ad oggi, a Baveno, sul Lago Maggiore) e amplia il raggio della discussione, come sottolineato dall’ideatore dell’evento Francesco Cattel (Direttore Generale dell’ASL Verbano-Cusio-Ossola-VCO ed ex segretario nazionale SIFO): «Masterpharm rimane fedele alla sua impostazione originaria, che è quella di sviluppare uno sguardo sul sistema delle terapie e dell’organizzazione a partire dalle criticità e dalle competenze della farmacia ospedaliera. Ma quest’anno amplia il suo raggio d’azione, estendendosi a tutto il comparto sanitario e coinvolgendo in questa riflessione il mondo delle Direzioni Generali delle Aziende Sanitarie Locali. Sarà una tre giorni intensa di dialoghi e confronti sui temi delle emergenti complessità, richiamando anche l’attenzione sulle ASL periferiche, realtà in grado di fornire ai cittadini servizi di qualità, spesso eccellenti, che sono un tassello importantissimo del nostro SSN».

Francesco Cattel

Il Comitato scientifico di Masterpharm 2025 – che vede come responsabili Maria Rachele Chiappetta (Torino), Annarosa Fornero (Torino), Cinzia Molon (Torino) affiancati da un Board scientifico di cui fanno parte Silvia Adami (Venezia), Stefania Antonacci (Bari), Alessandro D’Arpino (Perugia), Anna Marra (Ferrara), Barbara Meini (Toscana Sud Est), Pietro Presti (Bellinzona), Luciano Villarboito (Novara), Filippo Urso (AIFA-Roma), Davide Zanon (Trieste) – ha messo a punto un programma intensissimo per questo primo modulo della quarta edizione di Masterpharm (il secondo modulo si terrà come d’abitudine nel prossimo autunno). La prima giornata dell’evento (14 maggio) prevede una serie di approfondimenti e dialoghi tra esperienze regionali di governance del farmaco e del dispositivo. La seconda (15 maggio), vedrà susseguirsi una serie di approfondimenti incentrati sull’innovazione tecnologica e sui dispositivi innovativi. La giornata conclusiva (16 maggio) sarà incentrata sulle “sfide per le Direzioni generali” e sulle governance regionali.

Lo svolgimento del programma – dove è prevista la partecipazione tra gli altri di Alberto Preioni (Sottosegretario al Governatore, Regione Piemonte), Federico Riboldi (Assessore Regionale alla Sanità e all’Edilizia Sanitaria, Regione Piemonte), Antonino Sottile (Direttore Sanità, Regione Piemonte), Roberto Ravello (Presidente Commissione Bilancio, Regione Piemonte), Adriano Leli (Direttore Generale Azienda Zero, Regione Piemonte) e Renzo Luciano Boldorini (presidente della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale) – consentirà di affacciarsi sui modelli e sui progetti di eccellenza sviluppati nelle diverse regioni italiane. «In questo percorso – precisa Cattel – verranno approfonditi gli aspetti cruciali legati alla gestione e all’innovazione terapeutica in ambito asma grave, oncologia, infettivologia, HIV, ematologia, dermatite atopica, psoriasi, patologie neurologiche e del SNC, patologie psichiatriche, gestione del paziente con mielofibrosi.

Particolare attenzione sarà offerta all’integrazione tra ospedale e territorio, al ruolo delle nuove tecnologie e all’impatto delle terapie avanzate, con l’obiettivo di favorire un confronto costruttivo tra esperti e decisori del settore. Per concludere un focus specifico lo dedicheremo al tema dell’innovazione tecnologica, con particolare attenzione a dispositivi medici innovativi, robotica, automazione logistica e intelligenza artificiale, al fine di permettere ai partecipanti di valutarne l’impatto sulla gestione ospedaliera».

Il 58% dei reparti in overbooking, ma un terzo dei ricoveri evitabili con migliore presa in carico del territorio e più prevenzione

I reparti di Medicina interna dei nostri ospedali sono quelli che assistono quasi la metà dei ricoverati, in particolare anziani e cronici con comorbilità. Pazienti che necessitano di cure sempre più complesse, che richiederebbero adeguate dotazioni di letti e personale. Ma oltre la metà delle medicine interne è attualmente in overbooking e l’85,6% denuncia carenze oramai croniche di personale. Questo mentre circa un terzo dei ricoveri potrebbe essere evitato con una migliore presa in carico dei servizi sanitari territoriali e se solo si facesse un po’ più di prevenzione.

Sono questi i dati salienti della survey condotta da FADOI, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, su 216 unità operative sparse in tutte le regioni italiane.

Il 58% dei reparti con un tasso di occupazione dei posti letto oltre il 100%

Nelle Medicine interne si può dire che la sottoutilizzazione dei posti letto sia un fenomeno inesistente, visto che appena lo 0,46% delle unità operative ha un tasso di utilizzo inferiore al 50% e lo 0,93% tra il 51 e il 71%. Ma mentre il 40,28% dei reparti occupa tra il 70 e il 100% dei letti a disposizione, il 58,33% va appunto in “overbooking”, con oltre il 100% dei letti occupati. Ciò significa poi avere pazienti assistiti perfino su una lettiga in corridoio, con un solo separé a garantire la privacy. Ad acuire il tutto c’è poi la carenza di personale, riscontrata nell’85,65% dei casi.

Pochi letti, ancor meno personale, ma la situazione potrebbe essere un po’ più gestibile se si potessero evitare i ricoveri impropri, quelli frutto di una difficoltà di presa in carico dei servizi territoriali, basati su servizi di assistenza domiciliare, reparti di post acuzie e lungo degenza, ma in larga parte sulla rete dei medici di famiglia, anche loro sempre meno numerosi, con un numero elevato di pazienti da dover seguire e gravati sempre più da un enorme e spesso inutile carico burocratico. 

Oltre la metà delle medicine interne è attualmente in overbooking e l’85,6% denuncia carenze croniche di personale

Mediamente un ricovero su quattro potrebbe essere evitato con una rete di assistenza territoriale più adeguata. Nel 32,87% dei reparti i letti che si sarebbero potuti liberare sono tra il 10 e il 20% del totale, nel 37% dei casi tra il 21 e il 30%, mentre nel 18,98% dei reparti si sarebbero potuti evitare tra il 31 e il 40% dei ricoveri con una migliore presa in carico del territorio. Percentuale che sale a oltre il 40% nel 6,02% delle unità operative, collocate soprattutto al Sud.

Discorso analogo per la mancata prevenzione. Stili di vita scorretti, bassa aderenza agli screening, scarse coperture vaccinali, unite al più basso finanziamento pubblico d’Europa per la prevenzione, fatto è che a causa di tutto ciò almeno un quarto degli assistiti finisce in ospedale, quando avrebbe potuto evitarlo. Nel 35,19% dei reparti tra l’11 e il 20% dei ricoveri sono dovuti alla poca prevenzione; percentuale che sale tra il 21 e il 30% nel 30% delle unità operative, mentre si sta tra il 31 e il 40% nel 19,44% dei casi e oltre il 40% nell’8,80% dei reparti.

La riforma della sanità territoriale ancora arranca ma pazienti meno soli dopo le dimissioni

Se su quel che precede e dovrebbe evitare molti ricoveri la nostra sanità ancora arranca, altrettanto non si può dire per chi viene dimesso. Qui la percentuale di chi va a casa ma con l’assistenza domiciliare integrata attivata è salita al 43,98%, mentre il 26,85% va in RSA e il 21,30% in qualche struttura assistenziale intermedia. Solo il 7,87% si ritrova nel proprio letto ma senza servizi di presa in carico, né da parte del territorio, né dell’ospedale.

Mix di speranza e scetticismo sulle nuove case e ospedali di comunità 

Quanto complessivamente la riforma della sanità territoriale, che stenta a decollare, possa migliorare le cose lo racconta la seconda parte dell’indagine, dalla quale emerge un mix di speranza e scetticismo rispetto all’operatività delle nuove strutture che dovranno aprire i battenti entro il giugno 2026 per non perdere i due miliardi del PNRR stanziati proprio per questi servizi. Fulcro della riforma dovrebbero essere le Case di Comunità, sorta di maxi-ambulatori dove dovrebbero lavorare in team medici di famiglia, specialisti ambulatoriali delle Asl e altri professionisti della salute. Strutture dove, oltre ad essere visitati, gli assistiti dovrebbero poter eseguire anche accertamenti diagnostici di primo livello, come ECG o ecografie. 

Per il 72,22% dei medici le nuove Case di Comunità potranno effettivamente ridurre il numero dei ricoveri, «ma bisognerà vedere come verranno realizzate». Stessa risposta fornita dal 72,69% dei medici rispetto agli ospedali di comunità a gestione infermieristica, ai quali spetterebbe il compito di agevolare le dimissioni dai reparti, prendendo in carico quei pazienti che non hanno più bisogno dell’ospedale vero e proprio, ma che nemmeno sono nelle condizioni di tornare a casa. Per il 20,37% degli interpellati, invece, nessun beneficio arriverà dalle Case di Comunità, così come non vede miglioramenti all’orizzonte derivanti dagli Ospedali di Comunità il 12,04% dei medici. 

Fermo restando che per il 32,87% tra l’11 e il 20% dei ricoveri potrebbe essere dimesso più rapidamente con queste nuove strutture intermedie ben funzionanti. Percentuale che sale tra il 21 e il 30% per il 33,33% degli interpellati, mentre per il 24,54% potrebbero lasciare più rapidamente il reparto oltre il 30% dei pazienti.

Tra sovraffollamento e carenza di personale a rimetterci è la ricerca

Tra sovraffollamento dei reparti e carenze di organico, non ci si deve infine stupire se il 48,61% degli internisti dichiara di non trovare più tempo per fare ricerca, mentre il 43,06% ne fa meno di quanto vorrebbe.

«La situazione sempre più critica nei quali si trovano ad operare i reparti di medicina interna, strategici per tutto il sistema di assistenza ospedaliero, dipende non da ultimo dalla errata classificazione dei nostri reparti come a bassa, anziché medio-alta intensità di cura – spiega il Presidente di FADOI, Francesco Dentali -. Questo si traduce in una minore dotazione di personale e strumentazioni diagnostiche che mandano sempre più in affanno le medicine interne dove pure vengono ricoverati pazienti anziani e sempre più complessi, che in alcuni casi richiedono persino un livello di assistenza pre-intensiva, che facciamo miracoli ad assicurare in queste condizioni».

Il 48,61% degli internisti dichiara di non trovare più tempo per fare ricerca, mentre il 43,06% ne fa meno di quanto vorrebbe

«Comprendo lo scetticismo dei miei colleghi riguardo la possibilità che la riforma della sanità territoriale riesca da un lato a porre un freno ai ricoveri impropri e a favorire le dimissioni in strutture intermedie dei pazienti fragili che oggi occupano impropriamente i posti letto per un totale di oltre due milioni di giornate di degenza evitabili – afferma a sua volta, citando una precedente indagine della stessa federazione, il Presidente della Fondazione FADOI, Dario Manfellotto -. Le perplessità non nascono tanto dalla conformazione di Case e Ospedali di Comunità, ma soprattutto dalle difficoltà di reperire personale medico e infermieristico. E purtroppo sembra ancora mancare del tutto una regia che garantisca il collegamento tra le nuove strutture e l’ospedale, che non può essere realizzata con fantomatiche strutture o “centrali” territoriali che alcune Regioni stanno attivando, ma che rischiano di creare ulteriore burocrazia».

«Dispiace – conclude il presidente eletto di FADOI, Andrea Montagnani – osservare come quasi la metà degli internisti non riesca a dedicare neanche un minuto all’attività di ricerca, mentre la quasi totalità degli altri riesce a dedicarvi meno tempo di quanto vorrebbe. Questo significa penalizzare la crescita professionale dei nostri medici ma anche e soprattutto l’attività di ricerca, che proprio per la varietà e complessità dei pazienti trattati ha sempre trovato terreno fertile di sviluppo nei reparti di Medicina interna. E fare ricerca, è bene ricordarlo, giova in primo luogo ai pazienti, perché dove si fa sperimentazione clinica più rapido è anche l’accesso alle nuove terapie e migliore la formazione dei medici che dovranno poi utilizzarle».

«Perché dove si fa ricerca migliora anche la qualità dell’assistenza», conclude il Presidente Dentali. 

RSV, tra gli obiettivi della prossima campagna l’immunizzazione dei nati fuori stagione

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«La prima campagna campagna di immunizzazione contro il virus respiratorio sinciziale (RSV) ha avuto dei risultati straordinari». Parola di Chiara Azzari, Ordinario di Pediatria all’Università di Firenze e Direttore della Clinica Pediatrica dell’Ospedale Meyer. La Toscana è stata una regione particolamente virtuosa, che – oltre ad aver raggiunto una copertura di circa il 90% – ha immunizzato anche i cosiddetti out of season, cioé i bambini nati tra aprile e ottobre. «Abbiamo visto che i due terzi dei piccoli ospedalizzati sono nati fuori stagione – ha spiegato Azzari durante l’RSV National Immunization Summit che si è tenuto a Padova il 7 maggio scorso -. Non è strano perché i nati tra aprile e ottobre hanno l’opportunità di ammalarsi per l’intera stagione novembre-marzo. Se non fossimo intervenuti con la somministrazione dell’anticorpo monoclonale, ci saremmo persi una riduzione del 63% delle ospedalizzazioni».

Il coinvolgimento dei nati fuori stagione non è stato possibile in tutte le Regioni, per carenze organizzative o nel reperimento delle dosi. Desirée Caselli, Direttore dell’UOC Malattie Infettive dell’Ospedale Giovanni XXIII di Bari, l’ha evidenziato come uno degli ostacoli da superare l’anno prossimo: «Purtroppo in questo senso abbiamo avuto delle difficoltà, ci auguriamo di riuscire a fare meglio durante la prossima campagna».

L’impatto su famiglie e SSN

Il virus repiratorio sinciziale è responsabile delle bronchioliti, un problema molto serio, soprattutto nei neonati con meno di 2 mesi di vita. «Le ospedalizzazioni, tuttavia, sono solo la punta dell’iceberg: per ogni bambino che viene ricoverato ce ne sono 100 che insistono sul territorio – ha affermato Caterina Rizzo, Ordinario di Igiene all’Università di Pisa -. Grazie a un consorzio europeo, abbiamo raccolto dati da Olanda, Spagna, Italia, Regno Unito e Belgio a partire dalla stagione 2020-21 per arrivare alla 2023-24, indagando i casi di infezione respiratoria acuta grazie a un network di pediatri di libera scelta che hanno sottoposto i bambini a tampone e raccolto i dati dei sintomi facendo un follow-up a 14 e 30 giorni. Da qui sono emerse una serie di informazioni utili per il carico clinico ed epidemiologico della malattia».

Per ogni bambino che viene ricoverato ce ne sono 100 che insistono sul territorio

In tutte le stagioni analizzate, almeno un terzo delle bronchioliti era dovuto a RSV. La durata media della malattia era di 15 giorni, con un 16% di bambini ancora sintomatico dopo 30 giorni, con i relativi costi indiretti associati all’assenteismo dal lavoro per i genitori. «Inoltre, in Italia abbiamo registrato un numero maggiore di medicinali prescritti (antibiotici, broncodilatatori, corticosteroidi) rispetto agli altri Paesi – ha ricordato Rizzo -. Questo significa che RSV costa anche in termini di prescrizioni».

Andrea Marcellusi, ricercatore all’Università degli Studi di Milano, ha presentato l’impatto farmaco-economico dell’anticorpo monoclonale utilizzato per la campagna di immunizzazione. «Abbiamo pubblicato uno studio a partire dalla definizione della situazione in Italia – ha spiegato -: ogni anno c’erano oltre 230.000 eventi sanitari correlati con RSV, per un costo complessivo di oltre 64 milioni di euro. Un investimento importante: con questa cifra si potrebbero acquistare 20 milioni di dosi di vaccino contro l’influenza».

I ricercatori hanno calcolato gli effetti dell’immunizzazione stimando una copertura del 60%: la riduzione sarebbe stata pari al 46%, con un risparmio di 28 milioni di euro a livello nazionale. «Non conoscendo il costo del farmaco, non abbiamo potuto inserirlo. In un altro lavoro recente abbiamo realizzato un’analisi di scenario per capire a quale soglia saremmo stati costo-efficaci, trovando che abbiamo addirittura risparmiato risorse».

Stimando una copertura del 60%, il risparmio è di 28 milioni di euro a livello nazionale

La variabile che impatta di più nel modello è la copertura, che nella stima è molto conservativa. «A elevate coperture i vantaggi economici sono ancora maggiori. Auspico una programmazione regionale che usi questi modelli anche dopo aver compiuto una scelta, inserendo i dati di real world. Le analisi economiche vanno usate a supporto delle decisioni cliniche: per prenderle, ma anche per validarle».

Come si sono comportate le Regioni

I sistemi regionali si sono mossi in modo disomogeneo, in parte a causa di una certa confusione iniziale da parte del Ministero, in parte per carenze organizzative e difficoltà a reperire le dosi necessarie.

In questi mesi le società scientifiche di pediatri e neonatologi hanno fatto fronte comune per promuovere l’immunizzazione e l’inserimento dell’anticorpo monoclonale nel Calendario per la Vita.

«La Società Italiana di Pediatria ha promosso, con la Società Italiana di Neonatologia, un’indagine per valutare le azioni messe in campo dalle Regioni – ha ricordato Rino Agostiniani, Presidente SIP -. Confrontare l’andamento della stagione epidemica con le diverse strategie di comportamento è un presupposto fondamentale per la programmazione». L’intenzione è offrire alle istituzioni uno strumento solido per valutare come affrontare la prossima stagione. Tra gli elementi più importanti, definire in modo tempestivo le strategie e includere nell’immunizzazione i nati fuori stagione.

“Vedi bene, lavora sicuro”: l’ortottista per la sicurezza visiva sul lavoro

È possibile prevenire gli infortuni sul lavoro partendo da una vista in salute? La risposta è sì. Nasce proprio da questa consapevolezza il nuovo progetto “Salute visiva e sicurezza nei luoghi di lavoro”, ideato dalla Commissione di albo nazionale degli Ortottisti della FNO TSRM e PSTRP, in occasione dei 70 anni della professione di Ortottista. 

Con questa iniziativa gli ortottisti si pongono un doppio obiettivo: rafforzare la salute e la sicurezza sul lavoro attraverso una più attenta prevenzione visiva e, allo stesso tempo, promuovere una cultura della salute oculare capace di ridurre l’incidenza delle patologie visive nella vita adulta.

«Con questo progetto – afferma Lucia Intruglio, Presidente della Commissione di albo nazionale degli Ortottisti –  vogliamo porre l’accento sul ruolo fondamentale dell’ortottista nella prevenzione, valutazione e riabilitazione visiva a tutela della salute dei lavoratori». 

Trascurare i disturbi visivi può sembrare innocuo, ma col tempo può compromettere la salute e la sicurezza di chi lavora

«Oggi il mondo del lavoro è sempre più esigente e in costante evoluzione, l’età media dei lavoratori è in crescita e aumenta anche la complessità delle mansioni. Per questo, riteniamo che garantire una funzionalità visiva ottimale non è solo auspicabile: è indispensabile» aggiunge Intruglio. Gli infortuni sul lavoro – cadute, urti, incidenti alla guida – possono essere associati, anche se indirettamente, a problemi di vista. 

Nel 2024 l’INAIL ha rilevato che gli incidenti sul lavoro, a causa di disturbi visivi, rappresentano il 2,5% degli eventi registrati. Percentuale che può superare il 4% per alcune categorie professionali.

Gli ortottisti hanno preso come punto di partenza la classificazione delle professioni stilata dall’ISTAT per capire quali disturbi visivi colpiscono di più le diverse categorie lavorative. Da questa analisi sono nati consigli utili e semplici per aiutare ogni lavoratore a prendersi cura della propria vista, a seconda del mestiere che svolge.

Gli ortottisti hanno utilizzato la classificazione ISTAT per individuare i disturbi visivi più frequenti nelle diverse professioni

In particolare, sono stati posti sotto la lente di ingrandimento le professioni intellettuali, quelle scientifiche e quelle di elevata specializzazione, ma anche le professioni tecniche, chi svolge lavori di ufficio, le professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi, i conduttori di impianti, di veicoli, artigiani, gli operai specializzati e gli agricoltori. Tra i lavoratori più colpiti da incidenti sul lavoro, sono proprio quelli appartenenti a quest’ultima classe di lavoratori (la classe 6 della classificazione dell’ISTAT). Le stime del 2023 ci dicono che un quarto degli infortuni sul lavoro nel nostro Paese riguardano proprio questi operatori, mentre per le malattie professionali si posizionano al 62% del totale e gli incidenti che hanno coinvolto gli occhi sono circa il 4,7% dei casi, contro una media del 2,6%. Per questi lavoratori le cause di infortunio più frequenti sono la perdita di controllo di macchine, mezzi, utensili, oggetti o animali e le cadute. Cause influenzate prevalentemente dalla capacità visive. Secondo gli ortottisti, infatti, tale classe di lavoratori è quella che maggiormente ha bisogno di dispositivi di protezioni individuali, per proteggere occhi, volto e testa. A ciò si aggiunge la necessità sottoporre questi lavoratori a valutazione visiva almeno biennale, a cui si associa l’analisi della compatibilità tra le esigenze di correzione ottica e le condizioni dell’ambiente di lavoro.

Tra i disturbi più frequenti, dunque, per tutte le categorie di operatori analizzate, si annoverano una ridotta capacità visiva e/o del campo visivo compromesso, la mancanza di visione binoculare, correzioni ottiche errate o inadatte al contesto lavorativo in cui ci si trova. 

Anche ambienti con illuminazione scarsa o condizioni visive sfavorevoli diventano elementi di rischio reale. Trascurare i disturbi visivi può sembrare innocuo, ma col tempo può compromettere la salute e la sicurezza di chi lavora.

Eppure, al giorno d’oggi, sono pochi i lavoratori che si sottopongono ai controlli periodici della propria vista. E sono ancora meno coloro che si controllano in assenza di sorveglianza sanitaria obbligatoria.

«La vista è un senso fondamentale per qualsiasi professione – aggiunge Lucia Intruglio – ma spesso non riceve l’attenzione che merita. La nostra campagna di informazione si propone di aumentare la consapevolezza sui controlli della vista, sull’uso corretto delle lenti e sulle soluzioni riabilitative che possono migliorare significativamente le capacità visive, anche in età adulta».

Lo spot “Vedi bene, lavora sicuro” invita a riscoprire l’importanza della vista come alleata preziosa sul lavoro

Il cuore della campagna è rappresentato da un filmato prodotto dalla Commissione di albo degli Ortottisti, diretto da Luciano Fontana, regista del programma televisivo “Otto e mezzo”, e con la partecipazione straordinaria di Germano Bellavia, attore partenopeo, e volto noto della fiction “Un posto al sole”. Dal titolo “Vedi bene, lavora sicuro”, lo spot invita a riscoprire l’importanza della vista come alleata preziosa sul lavoro. Tra gli attori del cast veri ortottisti, impegnati nella valutazione visiva di alcune categorie di lavoratori: dai professionisti intellettuali come gli insegnanti, a chi svolge un lavoro d’ufficio, o chi opera nel commercio, fino ad artigiani, agricoltori, operai e conducenti di mezzi di trasporto. 

«Settant’anni di storia professionale sono oggi il punto di partenza per un futuro in cui la prevenzione visiva sia considerata non un’opzione, ma uno standard irrinunciabile. Perché la vista è un bene prezioso. E sul lavoro, non vederci chiaro può costare caro» chiosa la Presidente Intruglio.

L’iniziativa ha avuto il patrocinio di AIOrAO – Associazione Italiana Ortottisti assistenti di oftalmologia, di ANMA – Associazione nazionale medici d’azienda e competenti, di ANMIL – Associazione Nazionale dei Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, di COMLAS – Società Scientifica dei Medici Legali delle Aziende Sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale, di SIMLA –  Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni, di S.It.I. – Società italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica e di UNPISI – Unione Nazionale Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro.

Collatina (Egualia): «Trovare subito un baricentro tra riforma legislazione UE e governance nazionale»

«Per dare risposta alle difficoltà che travagliano il comparto italiano dei farmaci fuori brevetto (equivalenti e biosimilari per primi) e mettono a rischio la sostenibilità di moltissimi medicinali, anche essenziali, non va arrestata la riforma della legislazione europea del settore, soprattutto la nuova clausola Bolar e vanno adottati almeno tre interventi urgenti sul fronte interno. In particolare, bisogna eliminare il payback dell’1,83% sulla spesa farmaceutica convenzionata; introdurre un fattore di correzione sul payback per gli acquisti diretti che tenga conto del risparmio generato dal ruolo pro-concorrenziale dei farmaci equivalenti e biosimilari acquistati tramite gara e adottare il modello dell’accordo quadro multi-aggiudicatario per le gare d’acquisto dei farmaci fuori brevetto di sintesi chimica, con una definizione preventiva delle quote per ciascuno dei tre aggiudicatari».

Queste le richieste prioritarie avanzate da Stefano Collatina, presidente di Egualia, l’associazione delle aziende produttrici di farmaci equivalenti e biosimilari, intervenuto oggi al convegno su “La nuova legislazione farmaceutica UE e la governance italiana: impatti e prospettive” promosso dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato.

«Il dibattito sulla riforma farmaceutica UE è vicino ad un punto di svolta con il prossimo voto da parte del Consiglio di norme che puntano a coniugare innovazione, equità e sostenibilità dei sistemi sanitari europei di cui i farmaci fuori brevetto rappresentano un pilastro insostituibile, mentre la governance farmaceutica nazionale è ancora in attesa di trovare un nuovo assetto capace di garantire appropriatezza delle cure a tutti i cittadini – ha riassunto Collatina –. Per questo è indispensabile trovare al più presto un baricentro accettabile tra regole UE e governance nazionale».

In particolare, per quanto riguarda la riforma europea, Collatina ha condiviso l’appello lanciato dall’associazione europea di settore, Medicines for Europe, le cui aziende forniscono il 70% dei farmaci soggetti a prescrizione medica in tutto il continente: «In questo momento di incertezza geopolitica senza precedenti, mentre i Ministeri della Salute dell’UE si avvicinano alle fasi finali dei negoziati sul futuro della normativa farmaceutica europea, è indispensabile ribadire che il diritto alla salute da garantire ai cittadini europei non è facoltativo: è un diritto fondamentale  – ha affermato –. Per questo chiediamo che la salute sia al centro di tutte le decisioni politiche e chiediamo ai Governi di adottare misure coraggiose per rafforzare la sicurezza sanitaria in Europa».

«Ci auguriamo che gli Stati membri sappiano resistere ad eventuali pressioni che puntassero a bloccare i negoziati sulla riforma farmaceutica a causa delle tensioni commerciali transatlantiche impegnandosi nel portare a conclusione un processo di riforma necessario, contrastando le carenze, rafforzando la produzione in Europa, rendendo più solido il comparto produttivo e più resilienti ed equi i sistemi sanitari nazionali. Per questo serve non arretrare sull’armonizzazione della nuova clausola Bolar e garantire il corretto bilanciamento tra le protezioni aggiuntivi ai brevetti perché sia assicurato il sostegno all’innovazione e la certezza della concorrenza al giorno 1 dopo il termine di queste protezioni», ha proseguito il presidente di Egualia.

«In questa situazione di assoluta incertezza ed emergenza – ha concluso Collatina –  chiediamo all’Europa di sostenere un accordo con gli USA per la libera circolazione dei farmaci senza dazi, fondamentale per il bene dei pazienti, di realizzare con più ambizione e risorse economiche il Critical Medicines Act, che rafforza la resilienza delle catene di approvvigionamento, facilitando gli investimenti in Europa, fermare le derive di norme ambientali che vanno esattamente nella direzione opposta come quella sulle acque reflue urbane e rafforzare la concorrenza garantendo l’ingresso tempestivo sul mercato dei farmaci generici-equivalenti, salvaguardando la nuova clausola Bolar come approvata dal Parlamento UE».

Regioni su personale sanitario, CIMO-FESMED: «Rilancio passa da condivisione con professionisti e finanziamenti adeguati»

Aumentare gli stipendi, eliminare il tetto alla spesa per il personale sanitario, firmare contratti di lavoro con Ministero della Salute e Regioni, riformare la responsabilità professionale e riordinare le professioni sanitarie preservando le competenze affidate in maniera esclusiva ai medici. Sono queste le proposte principali che la Federazione CIMO-FESMED ha inviato alla Conferenza delle Regioni, condividendo alcune azioni strategiche previste dal documento per il rilancio del personale del Servizio Sanitario Nazionale, esprimendo seri dubbi su altre e arricchendo l’elenco con ulteriori suggerimenti.

«Il documento conferma il corrente attivismo istituzionale in tema di professioni sanitarie, affiancandosi all’Indagine conoscitiva in tema di riordino delle professioni sanitarie svolta dalla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, che dimostra la necessità di un intervento urgente che risolva la crisi del personale sanitario – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. Ma oltre a ribadire la necessità di un coinvolgimento attivo e realmente partecipato dei rappresentanti dei professionisti sanitari per intavolare qualsivoglia piano strategico di rilancio, evidenziamo con rammarico l’assenza lampante del tema del finanziamento per dare corso alle proposte. Il rischio che le azioni strategiche elencate dalla Conferenza rimangano ancora una volta lettera morta è infatti dietro l’angolo».

Scendendo nel dettaglio del documento, la Federazione CIMO-FESMED condivide la proposta di aumentare le retribuzioni del personale sanitario, ma evidenzia come tale decisione oggi spetti ad Istituzioni diverse dalle Regioni, dal Ministero dell’Economia al Ministero della Pubblica Amministrazione. Per questo, il sindacato chiede da tempo di liberare la dirigenza sanitaria dai vincoli della funzione pubblica per poter discutere e firmare i contratti con il Ministero della Salute e le Regioni. Inoltre, si sottolinea la necessità di firmare i contratti di lavoro senza estremi ritardi che assorbono gli incrementi retributivi previsti ancor prima di essere erogati.

In merito al riordino delle professioni sanitarie, si condivide la necessità di ridurre l’attuale frammentazione delle professioni sanitarie non mediche, senza tuttavia arrivare ad una sovrapposizione di ruoli, delineando i confini tra i profili professionali e definendo in modo chiaro l’atto medico al fine di evitare quell’anarchia delle competenze che può mettere a rischio la sicurezza delle cure.

Inoltre, per evitare un ulteriore aumento del carico di lavoro, l’ineludibile processo di digitalizzazione del SSN deve scongiurare un’eccessiva burocratizzazione che toglie tempo di cura: occorre dunque automatizzare i processi amministrativi attraverso tecnologie e strumenti digitali interoperabili e integrati tra loro.

Il paragrafo dedicato al reclutamento di personale sanitario dall’estero, che è accompagnato da problemi intrinsechi legati alla conoscenza della lingua italiana e alla qualità del percorso formativo, appare alla Federazione CIMO-FESMED eccessivamente arrendevole. Prima di pensare al personale straniero, infatti, occorrerebbe creare le condizioni per frenare la fuga di professionisti italiani all’estero e riportare in Italia coloro che hanno deciso di emigrare.

In ogni caso, in assenza di azioni concrete volte ad aumentare l’attrattività del SSN, ogni proposta volta a superare le carenze di organico risulta essere una toppa temporanea, che non risolve il problema: per questo la Federazione CIMO-FESMED esprime forti dubbi sull’impiego strutturale dei medici specializzandi in pronto soccorso o il possibile impiego dei medici dipendenti del SSN per la copertura dei territori carenti di assistenza primaria.

Tecnologie estetiche, sicurezza a rischio: il vuoto normativo del Decreto 206/2015

Introduzione

Il mondo dell’estetica ha subito una trasformazione radicale negli ultimi anni, grazie all’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate. Trattamenti che un tempo erano esclusivamente di pertinenza medica sono oggi offerti in molti centri estetici, spesso senza un’adeguata formazione degli operatori o una chiara cornice normativa. Questa diffusione indiscriminata comporta numerosi rischi per la salute dei consumatori.

L’elenco degli apparecchi elettromeccanici per uso estetico non è mai stato aggiornato in modo sostanziale nonostante il boom tecnologico

Molti dispositivi tecnologici, inizialmente pensati per uso sanitario, vengono oggi proposti per trattamenti estetici non invasivi. Tuttavia, l’apparente semplicità di utilizzo può celare insidie: l’uso scorretto di laser, radiofrequenze, ultrasuoni focalizzati e dispositivi a criolipolisi può provocare effetti collaterali anche gravi. Ed è qui che emergono, a mio avviso, le lacune normative del Decreto 15 ottobre 2015, n. 206, che non tiene il passo con l’evoluzione tecnologica.

Il ruolo del Decreto 15 ottobre 2015, n. 206 e le lacune normative

Il Decreto 15 ottobre 2015, n. 206 è stato pensato per garantire che gli estetisti possano utilizzare solo tecnologie la cui sicurezza ed efficacia siano dimostrate per un uso non medico. Tuttavia, il mercato offre oggi dispositivi sempre più avanzati, come laser ad alta potenza, radiofrequenze e ultrasuoni focalizzati, sistemi a sottrazione di calore, al plasma, che esulano dal perimetro normativo del decreto ma che vengono comunque utilizzati in centri estetici senza le necessarie competenze o autorizzazioni. 

Questo vuoto normativo consente a molti operatori di sfruttare l’ambiguità legislativa per impiegare strumentazioni che dovrebbero essere riservate esclusivamente al personale sanitario, mettendo così a rischio la salute dei clienti. 

Le tecnologie estetiche oggi

Attualmente i centri estetici possono impiegare un insieme limitato di tecnologie, definite da un elenco allegato al Decreto 206/2015. Questo elenco, però, risulta ormai datato rispetto alla varietà di dispositivi oggi disponibili sul mercato. Tra le tecnologie più discusse troviamo:

  • laser ad alta potenza (come Nd:YAG per trattare lesioni vascolari, macchie, rughe e capillari o CO₂ frazionato utile a migliorare la texture della pelle, ridurre le rughe e le cicatrici, e ringiovanire il viso)
  • radiofrequenza ablativa o frazionata per il ringiovanimento della pelle
  • criolipolisi (eliminazione del grasso mediante raffreddamento controllato)
  • HIFU (Ultrasuoni focalizzati ad alta intensità) per il ringiovanimento cutaneo e di rimodellamento e rassodamento del viso e del corpo
  • dispositivi a plasma e a sottrazione di calore per gli inestetismi cutanei come per la distruzione delle cellule lipidiche.

Molti di questi dispositivi, per potenza ed effetto biologico, rientrano nelle classi di rischio secondo il Regolamento Europeo (UE) 2017/745 o comprese nell’allegato XVI del medesimo Regolamento, e dovrebbero quindi essere utilizzati sotto controllo medico.

Un quadro normativo incompleto

Il Decreto 206/2015, ed in particolare l’“Elenco degli apparecchi elettromeccanici per uso estetico (Allegato alla legge n. 1/1990) con i corrispondenti riferimenti alle relative schede del regolamento di attuazione”, nato per regolamentare l’attività degli estetisti sulla base della Legge 1/1990, non è mai stato aggiornato in modo sostanziale nonostante il boom tecnologico. Questo genera un effetto paradossale: alcune tecnologie effettivamente utilizzate non sono né vietate né esplicitamente permesse, lasciando spazio a interpretazioni soggettive e rischiose.

Alcune tecnologie utilizzate attualmente non sono né vietate né esplicitamente permesse

Molti centri estetici impiegano dispositivi acquistati online o importati, privi di manualistica in italiano. L’ambiguità normativa favorisce un mercato parallelo con dispositivi di dubbia provenienza e senza certificazioni ma soprattutto con il rischio di essere fuori dal perimetro normativo.

Alle volte i titolari di centri estetici vengono contattati da venditori senza scrupoli che propongono queste tecnologie borderline prospettando facili guadagni ma omettendo di specificare il corretto ambito di utilizzo in base al Decreto 206/2015.

L’aumento dei casi di abuso e delle conseguenze legali 

L’esperienza sul campo dimostra un preoccupante aumento di casi di lesioni causate da trattamenti estetici effettuati con tecnologie non regolamentate. Ustioni da laser o criolipolisi, danni cutanei permanenti da radiofrequenza mal calibrata e plasma ed effetti collaterali da ultrasuoni sono solo alcuni degli esempi più comuni. 

Di conseguenza, stanno crescendo le azioni legali intraprese dai consumatori danneggiati, sia con cause civili, per richieste di risarcimento per danni estetici e funzionali, sia con procedimenti penali, nei casi più gravi, con accuse di esercizio abusivo della professione medica e lesioni personali.

Sempre più consumatori ricorrono alle vie legali per danni subiti da trattamenti estetici

Le cronache mediche e giudiziarie riportano sempre più frequentemente casi di lesioni provocate da trattamenti estetici eseguiti in ambienti non medici. Le complicanze più comuni includono: ustioni da laser e criolipolisi, danni cutanei permanenti da radiofrequenza, iperpigmentazioni post-infiammatorie e cicatrici ipertrofiche e lesioni neuropatiche.

Esperienza professionale e analisi tecnica

Nella mia attività professionale di ingegnere clinico, ho avuto occasione di eseguire ispezioni e valutazioni tecniche su diversi dispositivi impiegati in ambito estetico. In molte situazioni sono emerse criticità significative, tra cui:

  • assenza o incompletezza della documentazione tecnica;
  • parametri operativi non compatibili con un utilizzo sicuro a fini estetici (ad esempio, potenze eccessive, assenza di adeguati sistemi di sicurezza, discrepanze tra la potenza erogata e quella dichiarata nel manuale tecnico);
  • mancanza di una marcatura CE valida rispetto alla destinazione d’uso dichiarata.

Nel corso della mia attività professionale ho avuto modo di valutare la sicurezza e l’affidabilità di diversi dispositivi tecnologici impiegati sia in ambito medico che non medico. Posso affermare che molte delle apparecchiature attualmente utilizzate in alcuni centri estetici presentano livelli di complessità tali da poter richiedere competenze tecniche e sanitarie superiori a quelle previste dal profilo professionale dell’estetista. È opportuno sottolineare che la maggior parte dei centri estetici opera nel rispetto della normativa vigente di settore.

Tuttavia, la mancanza di una regolamentazione chiara ha generato un mercato in cui può succedere che dispositivi di dubbia provenienza vengano commercializzati senza adeguati controlli di sicurezza, aggravando ulteriormente il rischio per i consumatori. 

Implicazioni legali

L’utilizzo di dispositivi non autorizzati da parte di estetisti può configurare, a tutti gli effetti, il reato di esercizio abusivo della professione medica. Si registra un numero crescente di consumatori che intraprendono azioni legali, sia attraverso cause civili finalizzate al risarcimento di danni estetici e morali, sia mediante denunce penali per lesioni personali colpose.

In alcuni casi, le compagnie di assicurazione professionale si rifiutano di riconoscere la copertura dei danni, in quanto l’impiego della tecnologia non rientrava nell’ambito previsto dal contratto assicurativo.

Proposte e soluzioni

Per affrontare in modo efficace le criticità evidenziate, è auspicabile un intervento coordinato su più livelli. In primo luogo, si rende necessaria una revisione normativa che aggiorni l’elenco delle tecnologie autorizzate e definisca con maggiore precisione i parametri tecnici ammissibili.

In secondo luogo, andrebbe introdotta una formazione obbligatoria, attraverso corsi certificati per l’uso di tecnologie ad alta complessità a carico degli operatori dei centri estetici, analogamente a quanto già previsto per altre categorie professionali.

Serve una normativa aggiornata, dinamica e coerente con l’evoluzione tecnologica

Terzo punto fondamentale è l’intensificazione dei controlli, mediante ispezioni più frequenti e sanzioni più incisive nei confronti dei centri estetici che impiegano dispositivi in modo improprio.

Infine, è importante promuovere campagne di informazione pubblica per sensibilizzare i cittadini sui rischi connessi a trattamenti estetici eseguiti senza le necessarie competenze mediche.

Conclusione

Il confine tra estetica e medicina si fa ogni giorno più sottile. Senza un intervento chiaro da parte del legislatore e delle autorità sanitarie, continueremo ad assistere a un incremento di pratiche pericolose, danni irreversibili per i consumatori e contenziosi legali. Serve una normativa aggiornata, dinamica e coerente con l’evoluzione tecnologica.

Obesità: approvata alla Camera la proposta di legge Pella

L’Italia è sempre più vicina ad avere la prima legge al mondo sull’obesità. La proposta di legge contenuta nell’Atto della Camera dei Deputati n.741 della XIX Legislatura del 28 dicembre 2022 su “Disposizioni per la prevenzione e la cura dell’obesità” di iniziativa dell’Onorevole Roberto Pella, Presidente dell’Intergruppo parlamentare “Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili”, Deputato di Forza Italia, è stata approvata alla Camera con 155 voti favorevoli.

L’Italia è sempre più vicina ad avere la prima legge al mondo sull’obesità

La PdL prevede il riconoscimento dell’obesità come una malattia inserendone le prestazioni nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e ponendola a carico del Servizio sanitario e si caratterizza per un approccio integrato alla lotta alla malattia che comprende prevenzione, cura e sensibilizzazione sociale.

L’approvazione della Legge Pella alla Camera si unisce a un altro traguardo raggiunto a dicembre necessario per rendere più efficaci le politiche di prevenzione e cura e porre l’Italia come avanguardia nel contrasto alla malattia: l’istituzione di un Fondo mirato per la cura e la prevenzione dell’obesità introdotto dall’emendamento approvato in Finanziaria, sempre a prima firma dell’On. Pella, con una dotazione di 1 milione di euro per ciascuno degli anni 2025, 2026 e 2027, cui andranno ad aggiungersi 200mila euro nel 2025, 300mila euro nel 2026 e 700mila euro nel 2027 tramite un secondo emendamento del Gruppo parlamentare di Forza Italia.

«L’obesità rappresenta un’emergenza globale, che interessa fortemente anche il nostro Paese. Averla riconosciuta oggi, grazie al voto della Camera dei Deputati, come una vera e propria malattia testimonia la volontà piena di affrontarla come una priorità nazionale – ha dichiarato Pella – L’auspicio è che, quanto prima, con il passaggio e l’approvazione anche da parte del Senato, l’Italia possa essere il primo Paese al mondo ad avere una legge simile, facendosene anche portavoce a livello europeo: la legge sarà fondamentale per avviare iniziative di prevenzione e di sensibilizzazione, per esempio legandole agli eventi sportivi che si svolgono su tutto il territorio nazionale a partire dai comuni e dalle regioni, e anche campagne di informazione per ridurre lo stigma e gli episodi di bullismo e discriminazione che, purtroppo, questa malattia porta con sé».

La PdL riconosce l’obesità come malattia, ne inserisce le prestazioni nei Lea e promuove un approccio integrato tra prevenzione, cura e sensibilizzazione

La proposta di legge si compone di 6 articoli. L’articolo 1 enuncia i princìpi e le finalità della proposta, volta a garantire la tutela della salute e il miglioramento delle condizioni di vita dei pazienti affetti da obesità, definita come una malattia progressiva e recidivante. L’articolo 2 prevede che, al fine di garantire equità e accesso alle cure, i soggetti affetti da obesità usufruiscano delle prestazioni contenute nei livelli essenziali di assistenza (LEA) erogate dal Servizio sanitario nazionale.

L’articolo 3 autorizza, per il finanziamento di un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità, la spesa di 700 mila euro per l’anno 2025, di 800 mila euro per l’anno 2026 e di 1,2 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2027. Alla ripartizione di tali risorse tra le Regioni si provvede con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, ai fini dell’adozione di numerose iniziative rivolte alla prevenzione del sovrappeso e dell’obesità, in particolare infantile e delle relative complicanze, nonché al miglioramento della cura delle persone con obesità.

L’articolo 4 prevede l’istituzione, presso il Ministero della salute, dell’Osservatorio per lo studio dell’obesità, cui sono attribuiti compiti di monitoraggio, studio e diffusione degli stili di vita della popolazione italiana. L’articolo 5 autorizza la spesa di 100 mila euro annui a decorrere dal 2025 affinché il Ministero della salute promuova campagne di informazione, di sensibilizzazione e di educazione per lo sviluppo di un corretto stile di alimentazione e per favorire la pratica dell’attività fisica.

L’articolo 6 prevede infine, in merito alle Disposizioni finanziarie, che agli oneri derivanti dall’attuazione degli articoli 3 e 5, pari a 1,2 milioni di euro per l’anno 2025, a 1,3 milioni di euro per l’anno 2026 e a 1,7 milioni di euro a decorrere dall’anno 2027, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo previsto dalla legge di bilancio per il 2025.

Dispositivi medici, il Tar conferma il payback e le imprese minacciano lo stop

Il Tar del Lazio ha confermato la legittimità del meccanismo del payback sui dispositivi medici, respingendo i ricorsi presentati dalle aziende fornitrici contro l’obbligo di copertura degli sforamenti dei tetti di spesa tra il 2015 e il 2018. Una sentenza attesa da tempo, che ora rischia di innescare un effetto domino su forniture ospedaliere e sostenibilità industriale.

Secondo i giudici amministrativi, le imprese erano già a conoscenza del quadro normativo introdotto dal decreto legislativo 78/2015 e avrebbero dovuto considerare, fin da allora, l’eventualità di un rimborso in caso di superamento dei tetti. Il principio affermato è che la prevedibilità del rischio rende legittima l’applicazione retroattiva del contributo.

Le aziende al Governo: “A rischio la tenuta del sistema”

La reazione delle imprese non si è fatta attendere. Le principali associazioni del settore parlano di un colpo durissimo per l’intero comparto dei dispositivi medici e invocano un intervento immediato dell’Esecutivo per evitare lo stop alle forniture.

«Abbiamo già avviato un tavolo di confronto con il Governo, ma, visti gli ultimi sviluppi, in assenza di un intervento immediato, saremo costretti a valutare lo stop delle forniture di dispositivi medici agli ospedali – dichiara Sveva Belviso, Presidente di FIFO Confcommercio – Non possiamo garantire l’approvvigionamento di materiali essenziali quando lo Stato pretende di far pagare alle imprese miliardi di euro per inefficienze imputabili alle proprie Regioni. In questo scenario, migliaia di pazienti potrebbero subire conseguenze dirette dalla mancanza di dispositivi medici, dai ventilatori polmonari agli stent coronarici, dalle protesi ortopediche fino ai dispositivi per la dialisi. Per evitare il fallimento di oltre 1500 aziende e compromettere la tenuta del sistema sanitario nazionale, chiediamo all’Esecutivo di dar seguito al tavolo tecnico accettando la proposta delle associazioni di categoria».

Le associazioni del settore lanciano l’allarme: senza un intervento urgente del Governo, forniture a rischio

Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro PMI Sanità, definisce la sentenza «una pagina nera per il diritto» e denuncia una norma che «mina la certezza giuridica e travolge l’equilibrio economico di migliaia di piccole e medie imprese del settore». Tre i punti critici evidenziati: consapevolezza presunta delle imprese, impatto economico trascurato sugli appalti pubblici e incompetenza del Tar sulle contestazioni ai provvedimenti regionali.

«Una decisione gravissima – prosegue – che lascia senza tutela le aziende e le spinge verso il baratro, obbligandole a rimborsare forniture effettuate anche dieci anni fa, in base a regole decise solo dopo. Una norma retroattiva che mina la certezza del diritto e travolge ogni equilibrio economico, soprattutto per le piccole e medie imprese. A questo punto, l’unica via è politica: chiediamo la sospensione immediata dell’efficacia della norma per tutte le imprese attualmente a rischio e una soluzione strutturale e definitiva dal tavolo in corso presso il MEF. Senza un intervento rapido e deciso, centinaia di imprese del medtech italiano scompariranno, con danni irreparabili anche per la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale», conclude Broya de Lucia.