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Liste d’attesa, Mangiacavalli: «Bene DDL Governo, ma eliminare divieto accumulo impieghi»

«Apprezziamo nel complesso il disegno di legge del governo sulle prestazioni sanitarie. Un provvedimento che dimostra attenzione sulle liste d’attesa, una delle criticità più gravi che attanaglia da tempo il Servizio sanitario nazionale. Sebbene la strada sia ancora lunga, le disposizioni contenute nel disegno di legge contribuiscono ad un aumento dell’offerta di prestazioni alla cittadinanza». Lo ha detto la presidente della FNOPI, Barbara Mangiacavalli, durante l’audizione in Commissione Affari sociali della Camera, nell’ambito dell’esame del ddl Prestazioni sanitarie.

«Per affrontare efficacemente il problema delle liste d’attesa è necessario adottare misure urgenti e strutturali volte a migliorare l’accesso alle cure, incrementare e ottimizzare le risorse a disposizione e garantire una gestione più efficiente e trasparente del sistema sanitario – sottolinea Mangiacavalli -. Per esempio, è prioritario eliminare definitivamente il divieto di cumulo di impieghi, che sta effettivamente contribuendo a compensare la carenza di personale nelle strutture sanitarie e sta riscontrando una importante adesione alla misura da parte del personale infermieristico, con infermieri che si trovano nella possibilità di scegliere se incrementare le proprie entrate oltre l’orario canonico di lavoro alle dipendenze del proprio datore di lavoro. La FNOPI auspica che le disposizioni previste dal disegno di legge trovino piena attuazione attraverso il coinvolgimento attivo di tutte le professioni sanitarie, riconoscendo il contributo insostituibile che ciascuna figura può offrire al raggiungimento degli obiettivi di salute pubblica, innovazione e riduzione delle disuguaglianze».

Screening oncologici organizzati: nel 2023 non individuati oltre 50mila tumori e lesioni pre-cancerose per scarsa adesione dei cittadini

Nel 2023, milioni di cittadini non hanno ricevuto o, molto più spesso, hanno ignorato l’invito a sottoporsi a uno screening oncologico gratuito, soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno. «Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – mettono a rischio lo strumento più efficace per la diagnosi precoce dei tumori. Il risultato? Oltre 50 mila diagnosi mancate, tra tumori e lesioni pre-cancerose».

Gli screening oncologici inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che tutte le Regioni sono tenute a offrire gratuitamente, prevedono: la mammografia per le donne tra i 50 ed i 69 anni, lo screening del tumore della cervice uterina per le donne tra i 25 ed i 64 anni e quello colon-rettale per donne e uomini tra i 50 ed i 69 anni. In alcune Regioni non sottoposte a Piano di rientro, grazie a fondi extra-LEA, le fasce di età sono state ampliate: lo screening mammografico viene esteso anche alle donne tra i 45 e i 49 anni e tra i 70 e i 74 anni e quello colon-rettale alla fascia di età 70-74. «Complessivamente – afferma Cartabellotta – nel 2023 quasi 16 milioni di persone (15.946.091) sono state invitate ad eseguire un test di screening, ma solo 6,9 milioni (6.915.968) hanno aderito, con marcate differenze di adesione sia fra i tre programmi sia, soprattutto, tra Regioni e macro-aree del Paese».

Grazie ai dati del Report 2023 dell’Osservatorio Nazionale Screening (ONS) – network che monitora gli screening oncologici offerti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – la Fondazione GIMBE ha analizzato punti di forza e criticità dei tre programmi di screening «con il duplice obiettivo – spiega il Presidente – di sensibilizzare i cittadini sull’importanza di aderire agli screening organizzati e sollecitare Regioni e Aziende Sanitarie Locali a concentrare sforzi organizzativi e comunicazione pubblica su questo pilastro fondamentale della prevenzione oncologica».

Il report dell’ONS riporta numerosi indicatori utili a valutare la qualità del processo di erogazione degli screening, che presenta un’elevata variabilità tra Regioni in termini di modalità di invito, strategie di recupero e, soprattutto, coperture della popolazione target. Per comprendere le dinamiche dei programmi di screening organizzato, tre sono gli indicatori fondamentali da tenere in considerazione:

  • Popolazione target da invitare. Per ciascuno dei tre screening la popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023 delle fasce di età di riferimento viene divisa per la periodicità del test: 2 anni per lo screening mammografico e colon-rettale e 3 anni per quello cervicale.
  • Estensione dello screening. Misura il numero di inviti effettivamente spediti, al netto di quelli non recapitati, rapportati alla popolazione target. Non vengono conteggiati gli esclusi prima dell’invio per ragioni cliniche: persone che si sono già sottoposte al test di screening o a quello di secondo livello, pazienti con diagnosi oncologica. L’estensione può superare il 100% quando le Regioni effettuano inviti aggiuntivi per recuperare screening non effettuati in passato a causa dalla pandemia, del mancato recapito dell’invito o della mancata adesione.
  • Adesione allo screening. È la percentuale di persone che si sottopongono al test di screening in rapporto alla popolazione target, al netto degli esclusi prima dell’invio per ragioni cliniche. Questo indicatore è incluso tra quelli del Nuovo Sistema di Garanzia, strumento con cui il Ministero della Salute monitora l’erogazione dei LEA erogati dalle Regioni.

«In altri termini – spiega il Presidente – tra esclusioni cliniche, inviti non recapitati e recuperi di screening non effettuati negli anni precedenti, il numero effettivo di persone invitate può variare sensibilmente rispetto alla popolazione target teorica».

Screening mammografico

Viene offerto a tutte le donne di età compresa tra i 50 ed i 69 anni. In caso di esito positivo, viene avviato un percorso di approfondimento diagnostico con altri test di imaging (ecografia, TAC, risonanza magnetica), esame citologico o biopsia.

Estensione dello screening. Nel 2023 in Italia è stato invitato il 93,6% (n. 4.017.757) della popolazione target, con marcate differenze regionali: si va dal 119,5% del Molise al 49,4% della Calabria (Figura 1). «Tutte le Regioni del Mezzogiorno ad eccezione del Molise – commenta Cartabellotta – si collocano sotto la soglia del 100%, a dimostrazione che in queste Regioni la bassa adesione agli screening è spesso legata a carenze organizzative nella gestione degli inviti».

Adesione allo screening. La media nazionale di adesione allo screening mammografico è del 49,3%, ma anche in questo caso le differenze tra Regioni sono marcate: si passa dall’82,5% della Provincia autonoma di Trento all’8,1% della Calabria (Figura 2). Tutte le Regioni del Sud hanno livelli di adesione inferiori alla media nazionale.

Screening cervicale

Lo screening per il tumore del collo dell’utero è offerto a tutte le donne di età compresa tra i 25 ed i 64 anni: in particolare, tra i 25-30/35 anni viene offerto il Pap-test ogni 3 anni, mentre per le età successive il test per il virus del papilloma umano (HPV test) ogni 5 anni. Alcune Regioni hanno adottato protocolli personalizzati sulla base dello status vaccinale per l’HPV. In caso di esito positivo, viene proposta come test di secondo livello la colposcopia, eseguita nel 2023 dal 90% delle donne risultate positive allo screening.

Estensione dello screening. Nel 2023 sono state invitate 3.982.378 donne, di cui il 71,3% (2.838.955) con test HPV e il 28,7% (1.143.423) con Pap-test. Complessivamente, è stato invitato il 111% della popolazione target, con forti differenze tra Regioni: dal 162,9% della Puglia al 61,5% della Calabria (Figura 3). «Le percentuali superiori al 100% – spiega Cartabellotta – registrate in ben 12 Regioni, lasciano presumere un numero molto elevato di recuperi degli inviti non effettuati negli anni segnati dalla pandemia».

Adesione allo screening. La media nazionale di adesione allo screening cervicale è del 46,9%, con forti disparità tra le Regioni: dal 78% della Provincia autonoma di Trento al 17% della Calabria (Figura 4).

Screening colon-rettale

Lo screening per il tumore del colon-retto viene offerto a tutte le persone di età compresa tra i 50 ed i 69 anni e consiste nella ricerca del sangue occulto nelle feci. In caso di esito positivo, come test di secondo livello viene proposta la colonscopia, eseguita nel 2023 da quasi l’83% delle persone positive allo screening.

Estensione dello screening. Nel 2023 è stato invitato il 94,3% (7.945.956) della popolazione target, con marcate differenze regionali: dal 118,6% dell’Emilia-Romagna al 55,9% della Sardegna (Figura 5).

Adesione allo screening. La media nazionale è del 32,5%, con un’adesione che varia sensibilmente tra le Regioni: dal 62% del Veneto al 4,4% della Calabria (Figura 6). Tutte le Regioni del Mezzogiorno, ad eccezione della Basilicata, si collocano al di sotto della media nazionale.

«Il tasso di adesione agli screening – spiega Cartabellotta – è un indicatore che sintetizza le performance complessive dei servizi sanitari regionali sugli screening organizzati. Riflette la capacità di mantenere aggiornati i dati anagrafici della popolazione target, programmare e spedire gli inviti, promuovere campagne di sensibilizzazione pubblica e garantire l’erogazione dei test di screening». In generale, il posizionamento di ciascuna Regione rispetto all’adesione risulta abbastanza omogenea o coerente fra i tre screening, riflettendo la maggiore o minore capacità organizzativa dei sistemi sanitari regionali, pur con alcune eccezioni (Tabella 1).

«Se da un lato i dati ONS 2023 – aggiunge il Presidente – mostrano il trend in crescita sia degli inviti che della copertura della popolazione, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo fissato nel 2022 dal Consiglio Europeo: garantire entro il 2025 una copertura degli screening oncologici ad almeno il 90% della popolazione target».

L’impatto della mancata adesione agli screening

Tenendo conto della popolazione target non invitata o che non aderisce agli screening e del tasso di identificazione dei tumori (detection rate), è possibile stimare il numero di tumori e lesioni pre-cancerose potenzialmente identificabili dagli screening oncologici organizzati, fissando il target di copertura al 90%.

«Nel 2023 – spiega il Presidente – la mancata adesione ai programmi di screening organizzati non avrebbe consentito di identificare circa 10.900 carcinomi della mammella, di cui quasi 2.400 invasivi di piccole dimensioni; di quasi 10.300 lesioni pre-cancerose del collo dell’utero; e per il colon-retto di oltre 5.200 tumori e quasi 24.700 adenomi avanzati. Complessivamente si tratta di oltre 50 mila lesioni la cui identificazione avrebbe consentito di avviare il percorso per una diagnosi precoce e, ove necessario, per una terapia efficace». In dettaglio:

Tumori della mammella. Tenendo conto di un tasso di identificazione dello 0,5% per tutti i carcinomi e dello 0,14% per quelli invasivi di dimensioni ≤10 mm e di una popolazione stimata di 2.118.870 donne che non si è sottoposta allo screening, si stima che nel 2023 non siano stati identificati 10.884 tumori, di cui 2.381 carcinomi invasivi di dimensioni ≤10 mm.                  

Tumori della cervice uterina. Sulla base di un tasso di identificazione di lesioni pre-cancerose (istologia CIN2+) pari allo 0,76% per l’HPV test e allo 0,64% per il Pap-test, e considerando che potenzialmente 1.156.447 donne non hanno ricevuto o aderito all’invito per l’HPV test e 604.304 a quello per il Pap-test, si stima che nel 2023 complessivamente siano sfuggite alla diagnosi 10.273 lesioni con istologia CIN2+.       

Tumori del colon-retto. Con un tasso di identificazione dello 0,11% per il carcinoma del colon-retto e dello 0,52% per gli adenomi avanzati, e potenzialmente 5.574.231 persone non hanno aderito allo screening, si stima che nel 2023 non siano stati identificati 5.223 carcinomi e 24.692 adenomi avanzati.                        

«È vero – spiega Cartabellotta – che molte persone dichiarano di sottoporsi a controlli periodici per “iniziativa spontanea”, come rileva l’indagine campionaria del sistema di sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità. Tuttavia, per questi esami non esistono dati oggettivi (es. tasso di identificazione dei tumori o percentuale di positivi che si sottopongono al test di secondo livello), né controlli standardizzati sulla qualità dei test. E non vi è alcuna certezza che, in caso di esito positivo, venga attivato un adeguato percorso diagnostico e terapeutico. A questo si aggiungono tutti i limiti che presenta un’indagine campionaria che, pur fornendo numerose informazioni rilevanti su fattori di rischio e determinanti socio-economiche, non certifica la copertura degli screening oncologici per “iniziativa spontanea”».

Da un lato i cittadini sono in lista di attesa per esami diagnostici non sempre appropriati, dall’altro sono in milioni a non aderire ai programmi di screening organizzati

«Prevenzione e promozione della salute – conclude Cartabellotta – rappresentano i pilastri per ridurre l’incidenza delle malattie e contribuire alla sostenibilità del SSN. Ma oggi il paradosso è evidente: da un lato i cittadini sono in lista di attesa per esami diagnostici non sempre appropriati, dall’altro sono in milioni a non aderire ai programmi di screening organizzati. È evidente che sul fronte degli inviti molte Regioni, in particolare del Sud, devono migliorare le proprie capacità organizzative. Ma, la principale criticità rimane la scarsa adesione agli screening: servono maggiori informazioni, strategie di comunicazione efficaci e coinvolgimento attivo dei cittadini. Perché aderire agli screening organizzati significa diagnosi precoce, trattamento tempestivo delle lesioni pre-cancerose, un numero maggiore di guarigioni definitive, meno sofferenze per i pazienti, costi minori per il SSN e, soprattutto, meno decessi per tumore».

Un mondo GEN_tile: un viaggio tra fertilità, transizione e desiderio di vita

In 35 anni di attività presso il reparto di Diagnosi e terapia della sterilità e crioconservazione dell’Ospedale Niguarda di Milano, il dottor Maurizio Bini e la sua équipe hanno fatto nascere migliaia di bambini tramite fecondazione assistita, e hanno accompagnato oltre 7.000 persone in percorsi di transizione di genere. Due facce dello stesso impegno: tra nascite e rinascite.

Protagonista del documentario Gen_ di Gianluca Matarrese, presentato a marzo al Sundance Film Festival, Bini ha attraversato territori complessi, medici, legali, etici, portando avanti con competenza e umanità un lavoro di frontiera.

Dai primi anni ’90, ha gestito non solo la più grande banca dei gameti d’Italia, ma anche situazioni cliniche e personali profondamente intime, a volte paradossali, come quella di una giovane nata da fecondazione assistita che, a 19 anni, è tornata per iniziare la propria transizione di genere e, in seguito, ha scelto di diventare madre con la stessa tecnica.

Bini, con una formazione che spazia dalla ginecologia alla filosofia, difende il diritto alla cura anche oltre i limiti normativi, scegliendo ciò che è giusto più che ciò che è solo legale. La sua équipe integra competenze mediche e psicologiche, perché la transizione di genere, come sottolinea, «non è solo una questione di ormoni o interventi chirurgici, ma dell’essere nella sua interezza».

Nel documentario, il regista racconta un’umanità invisibile, fatta di dolore, attesa e trasformazione, ma anche di dignità e possibilità. Un’intimità che diventa politica, in un servizio pubblico italiano che all’estero suscita stupore e ammirazione.

Nel documentario si racconta la sua esperienza tra fecondazione assistita e transizioni di genere. Che cosa accomuna questi percorsi così diversi?

«Un’antropologa americana ha scritto che ci sono solo due situazioni nelle quali un soggetto prende ormoni ad alte dosi per dare origine a una nuova vita: la PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) e l’affermazione di genere. In tutte due le situazioni si parte poi da vistose ferite psichiche (senso di insufficienza e capacità per le persone sterili e senso di  stridente inadeguatezza corporea per i disforici) e si giunge a cicatrici fisiche (tagli cesareo, episiotomia, mastectomia, vaginoplastica, ecc.). In questo viaggio un accompagnamento che lenisca e non acuisca le sofferenze è necessario».

Ci sono due situazioni nelle quali un soggetto prende ormoni ad alte dosi per dare origine a una nuova vita: la Procreazione Medicalmente Assistita e l’affermazione di genere

Ha aiutato migliaia di persone a nascere o a rinascere. Come è cambiato nel tempo il suo modo di vedere la medicina e il ruolo del medico?

«In un conto approssimativo nella mia ormai lunghissima vita lavorativa, ho incontrato circa 7.000 persone con un più o meno strutturato desiderio di cambiare genere e qualcuno in più ho aiutato a nascere. Per il settore della disforia il cambiamento maggiore riguarda la popolazione perché, 30 anni fa, per ogni persona con sesso attribuito maschile alla nascita che chiedeva di transitare c’era solo una persona con sesso femminile attribuito alla nascita che voleva fare la stessa cosa. Oggi il rapporto si è invertito stabilizzandosi sul 6 a 1 a favore delle nate femmine. Questo enorme cambiamento ha derivazioni sia positive che negative: esprime sia il giusto riconoscimento delle istanze del femminile prima marginalizzate ma anche un progressivo spostamento politico verso regimi meno liberali che vogliono chiaramente distinguere i maschi dalle femmine per poter loro attribuire compiti diversi (e in genere quelli per il femminile sono meno nobili).

Maurizio Bini

Il secondo grande cambiamento è stato l’abbassamento dell’età media, che è calata di quasi 4 anni nell’ultimo decennio e che ha comportato un coinvolgimento sempre più massiccio di persone minorenni. La famiglia non fa più da argine e se prima il compito medico era quello di convincere i genitori che sarebbe stato impossibile ostacolare l’inevitabile, oggi siamo più impegnati a far comprendere che forse decisioni così importanti necessitano livelli di maturazione ancora non raggiunti. Il terzo fondamentale cambiamento è stato sul piano giudiziario legislativo perché dal 2015 anche nel nostro Paese non è più necessaria la preventiva correzione fisica chirurgica per approdare al cambio anagrafico. Questo comporta nuove sfide e attenzioni (soprattutto sul versante contraccettivo) per la presenza di persone ancora fertili nel loro sesso di partenza ma con anagrafica già definitiva nel sesso di arrivo».

In Italia esistono regole molto precise in materia di fertilità e transizioni di genere, ma lei afferma che non sempre ciò che è legale coincide con ciò che è giusto. Come affronta queste situazioni di confine? E come concilia l’etica personale con la responsabilità verso le persone?

«Anche durante il conclave si preparano 3 vestiti di taglia diversa e 7 paia di scarpe di diversa misura per il Papa perché, anche all’apice della verità rivelata, si capisce che alcune cose vanno adattate. Non incito quindi all’illegalità ma solo alla scelta, nelle aree lasciate scoperte dalla legislazione che ovviamente non può star dietro né alla complessità umana né a quella delle tecniche, alla cosa più utile al paziente e non a quella più tutelante per l’operatore.

Noi lavoriamo sull’invisibile (l’embrione deve essere ingrandito 400 volte per essere visibile) e sul super-sensibile (identità umana) e l’etica dobbiamo portarcela da casa al di là di ogni tentativo forzoso di imporcela per legge

Sempre per rimanere in ambito ecclesiastico, mi viene in mente una storia sui rischi professionali che Papa Francesco raccontava sempre al giurista cardinale Burke: “Il rischio per un filosofo è quello di perdere la ragione, per un teologo è quello di perdere la fede e per un giurista quello di perdere tempo”. E, come si sa, i pazienti sono tanti e il tempo è poco».

C’è un episodio, tra i tanti che ha vissuto, che secondo lei racchiude il senso più profondo del suo lavoro? Una storia che ancora oggi le torna in mente e le ricorda perché ha scelto questa strada?

«I casi sono infiniti. In campo riproduttivo mi piacciono soprattutto quelli in cui il servizio pubblico è riuscito a risolvere il caso dopo infruttuosi viaggi e spese inenarrabili perché queste situazioni si portano dietro di più della semplice gravidanza, anche il senso del limite sulla possibilità di acquistare tutto col denaro e la rinnovata consapevolezza che la fiducia negli operatori in campo sanitario valga più di qualsiasi altra cosa.

Nel campo della transizione mi piacciono soprattutto le persone che riescono a non oscurare con i loro bisogni impellenti i diritti degli altri, che comprendono le difficoltà genitoriali e parentali nel percorso di affermazione di genere dei propri figli, che considerano gli operatori, pur con le loro necessità di approfondimento conoscitivo, come alleati e non soggetti ostacolanti. Mi ricordo un giovane ragazzo che, quando confessò a sua nonna di voler cambiare genere, all’affermazione “Lo sai che andrai all’inferno!” rispose con un sorriso: “Grazie nonna, so che questo è il meglio che tu puoi fare”. Tendiamo a un mondo così GEN_tile».

L’80% degli italiani rinuncia al SSN per le liste d’attesa, medico di base disponibile in pochi giorni

In occasione della giornata mondiale del Medico di Famiglia, che si festeggia il 19 maggio, IPSOS ha pubblicato i primi risultati dell’indagine condotta per FIMMG su un ampio campione di italiani e che rivela un significativo incremento della rinuncia alle cure a causa delle liste di attesa. «L’80% degli italiani ha rinunciato alle cure del Servizio Sanitario Nazionale più di una volta a causa dei lunghi tempi di attesa, un dato in netto peggioramento rispetto al 65% rilevato nel 2024 – afferma Andrea Scavo, responsabile dell’Osservatorio ItaliaInsight di IPSOS – con punte dell’84% per gli over60 e dell’86% tra le fasce in difficoltà economica. Tra chi rinuncia al SSN per via dei tempi di attesa, l’84% si rivolge a un privato e il 13% rinuncia del tutto a curarsi, dato che sale al 19% tra chi vive difficoltà economiche. Al contrario i tempi di attesa per un appuntamento dal proprio medico di famiglia sono bassissimi: il 73% dei cittadini viene ricevuto entro una settimana, l’87% entro due settimane, solo il 4% oltre le due settimane».

«Di fronte a una Sanità al collasso, la Medicina Generale resta l’ultimo servizio ancora adeguato a fornire ai cittadini un servizio gratuito e accessibile senza attese per le piccole urgenze ed entro pochi giorni per le visite su appuntamento – è il commento di FIMMG, la Federazione Italiana dei medici di Famiglia –. Le proposte di riforma riportate da notizie giornalistiche da parte di alcune Regioni avrebbero lo scopo di trasformare l’efficienza del modello attuale della medicina generale in quello della dirigenza, con la diretta conseguenza di creare le liste di attesa laddove oggi non esistono, come già sta accadendo nei pochi Paesi in cui il medico di famiglia è un dipendente». 

«Un altro dato significativo – continua Scavo – è relativo ai cittadini che hanno rinunciato a curarsi con il SSN perché la prestazione di cui avevano bisogno non veniva erogata nella zona in cui vivevano: è accaduto più di una volta al 53% degli italiani contro il 44% rilevato nel 2024. In questo caso il 76% del campione si è rivolto al privato e ben il 20% ha rinunciato del tutto alle cure tra la popolazione generale: un valore che sale al 28% tra le persone in difficoltà economica. Al contrario, il 78% dei cittadini afferma di essere soddisfatto del proprio medico per la vicinanza dello studio alla propria abitazione, distante non più di 2 chilometri nel 63% dei casi e raggiungibile a piedi dal 41% del campione, in particolare dal 54% nel Sud Italia, dove ben il 77% della popolazione risiede entro 2 chilometri dallo studio del medico».

«Anche in questo caso – conclude FIMMG – il sondaggio IPSOS conferma che per i nostri pazienti la prossimità dell’assistenza sanitaria di base è di primaria importanza e che la diffusione capillare dei nostri sessantamila studi medici è garantita su tutto il territorio nazionale. Salvaguardare questo modello e rinforzare l’offerta dei servizi vicino alle persone attraverso una fitta rete di spoke dovrebbe essere la priorità per la politica, riservando alle case della comunità hub e agli ospedali l’offerta di prestazioni multiprofessionali, tecnologiche e ad elevata specializzazione».

Masterpharm 2025: da Baveno un messaggio di governance per affrontare la complessità sanitaria

Si può mettere in comune in un unico evento sulle criticità sanitarie le competenze e le visioni proposte da farmacisti ospedalieri e direttori di Asl, da istituzioni regionali e da specialisti territoriali, da medici di medicina generale e da ingegneri clinici, da psichiatri e da pediatri? Il primo modulo di Masterpharm 2025 ha dimostrato che la risposta è affermativa: si può. Ed il risultato è ottimo perché le tre giornate realizzate a Baveno, sul Lago Maggiore, dal 14 al 16 maggio, «dimostrano l’utilità di costruire un percorso collaborativo con cui affrontare le criticità sanitarie – sottolinea l’ideatore della manifestazione, Francesco Cattel (Direttore generale dell’ASL Verbano-Cusio-Ossola, già segretario nazionale SIFO) – proprio perché al suo interno si stimola la messa in comune di buone pratiche».

I numeri e la filosofia di Baveno

Tre giorni di lavoro, circa centocinquanta partecipanti, quindici differenti sessioni dialogiche, con una suddivisione delle tre giornate di evento che si sono così giorno Tre, confronto istituzionale e di governance, con la partecipazione dei Direttori generali di ASL da tutta Italia. 

«L’avventura di Masterpham è partita 4 anni fa – precisa Cattel – a partire dall’expertise di un gruppo di farmacisti ospedalieri torinesi, si è evoluta è si è ora trasformata per questa quarta edizione, nel palcoscenico completo della sanità italiana. In tre giorni di lavoro che abbiamo tenuto a Baveno abbiamo assistito ad una expo globale di quelli che sono i nuovi modelli organizzativi che riguardano il farmaco, i dispositivi, le tecnologie dall’intelligenza artificiale e della telemedicina, e di quelli che possono essere definiti come i nuovi assetti organizzativi e logistici, giungendo fino a riflettere sul nuovo concetto di sperimentazione clinica».

Tanti spunti, molte voci autorevoli – da Giovanna Scroccaro a Gianluca Trifirò, da Anna Marra a Barbara Meini, da Carlo Picco a Franco Ripa, da Silvia Adami ad Alessandro D’Arpino – ed una convinzione condivisa da più interventi: si può fare ottima sanità anche in territori non-metropolitani. Anzi: a volte la “sanità piccola” è più prossima ai pazienti ed è in grado di costruire modelli d’eccellenza esportabili.

L’essenziale collaborazione

Il primo “verdetto” di Masterpharm è chiaro: la complessità – bisogni di salute, nuove cronicità, soluzioni terapeutiche sempre più innovative, professioni interconnesse, organizzazioni territoriali chiamate all’eccellenza ed alla collaborazione di rete, sostenibilità economia messa a dura prova, coesistenza pubblico-privato – si può affrontare solo in modo collaborativo. È la relazione il valore che salva il SSN. Tra i momenti clou della tre giorni promossa da Cattel è proprio da segnalare la tavola rotonda a cui hanno partecipato dieci Direttori generali di ASL e di aziende ospedaliere-universitarie, che come decisori hanno espresso opinioni e progetti in merito a PNRR, Case di Comunità, medicina di prossimità, tecnologie digitali.

Per Paolo Petralia (vicepresidente FIASO), «è fondamentale integrare le relazioni attraverso un dialogo costante. Sempre di più abbiamo consapevolezza che da soli non si riesce a risolvere i problemi sempre più pressanti e interconnessi della nostra sanità. La capacità di innovare e sperimentare passa attraverso la capacità di diffondere buone prassi e di costruire buone relazioni che diventano percorsi e comportamenti virtuosi. Ed è proprio quello che si fa qui a Masterpharm: credo questo stimolo possa dare uno sviluppo importante al futuro del nostro sistema sanitario».

Tra gli interventi in questa direzione anche quello di Luigi Vercellino (DG ASL Torino4) che ha confermato che il dialogo tra DG è fondamentale, perché «in questo momento pieno di criticità in sanità, riuscire a rendere coerente il SSN con i bisogni e riuscire a scambiarsi best practices ed esperienze tra livelli apicali è un valore aggiunto enorme». Il dialogo virtuoso può essere un modello operativo non solo sui territori, ma anche ai vertici delle sanità regionali, come confermato da Fabrizio Priano (Responsabile dell’ufficio di Comunicazione e nella sostanza capo dello staff dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Federico Riboldi). Priano ha descritto come l’Assessorato stia realizzando una serie di audizioni – alla fine saranno circa 300 – di associazioni di malati, di ordini professionali e di stakeholder della sanità regionale al fine di inglobare contributi e proposte nel nascente Piano socio sanitario regionale, per andare a generare un “documento finale assolutamente condiviso”.

Ha concluso Priano: «Questo è un metodo di lavoro che ci siamo imposti: è impegnativo, ma è un lavoro che darà grandi frutti, perché la condivisione è una delle basi per fare un buon lavoro».
Ma la collaborazione fa parte ormai anche del modus operandi di quel management sanitario che ormai con una certa lungimiranza sta abbattendo la logica dei silos. L’ha affermato Emanuela Omodeo Salè (componente del Consiglio direttivo SIFO), che ha moderato una sessione specifica della seconda giornata di Masterpharm e che si è soffermata sul valore dell’approccio multiprofessionale nell’ambito della gestione del paziente con patologie psichiatriche dove la collaborazione tra psichiatra, infermiere, psicologo e farmacista ospedaliero è in molte situazioni un dato acquisito e facilitante.

Da ultimo, la necessità di una nuova relazione tra pubblico e privato, sottolineata da Pietro Presti (DG Fondazione Tempia, Biella) e confermata dall’esempio del Centro Ortopedico di Quadrante di Omegna, presidio ospedaliero dell’ASL VCO nato come sperimentazione gestionale e illustrato da Mauro Carducci (DG del centro stesso).

Gestione dell’innovazione tecnologica

Una parte importante dei contenuti di Masterpharm 2025 è emersa nell’approfondimento avvenuto in sessioni diverse sulle tecnologie innovative nell’ambito healthcare: Davide Zanon (tesoriere SIFO) ha portato la notevole esperienza sviluppata a Trieste dal Burlo Garofolo nell’ambito delle ATMP in collaborazione con Maria Speranza Massei (ematologa all’Ospedale della Misericordia di Perugia); Gianluca Giaconia (vice presidente dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici-AIIC) ha presentato lo stato di sviluppo dell’intelligenza artificiale nell’ambito della sanità italiana; Annarosa Fornero (AOU Città della Scienza, Torino) ha illustrato il modus operandi dei farmacisti ospedalieri nella governance dei dispositivi medici innovativi.

Tra gli interventi anche quello del Direttore generale di Azienda Zero Piemonte, Adriano Leli, che ha sottolineato che sono tre i pilastri progettuali attuali dell’Azienda: digitalizzazione dei Dipartimenti di emergenza e accettazione-DEA; rinnovamento dell’infrastruttura tecnologica relativa al CUP, anche grazie a strumenti di intelligenza artificiale; da ultimo, la telemedicina «che significa prioritariamente mettere in comunicazione il paziente con strutture che erogano salute, evitando spostamenti a persone spesso fragili, erogando così nuove prestazioni in situazione di prossimità e ottenendo quel risultato di umanizzazione delle cure che per il Piemonte è uno degli obiettivi centrali».

Proprio parlando di telemedicina, Maurizio Borzumati (direttore Nefrologia ASL VCO), ha presentato il caso realizzato del progetto di telemedicina sviluppato proprio sul territorio del Verbano-Cusio-Ossola, dove le tecnologie della gestione a distanza di pazienti in dialisi, permettono di superare le criticità date da particolari caratteristiche orografiche – densità bassa, elevata montuosità, elevato indici di vecchiaia.

E ora? Masterpharm rilancia

Calato il sipario su Baveno, la domanda ovvia è questa: ed il futuro di Masterpharm? Risponde Francesco Cattel: «L’auspicio mio personale ed anche del Comitato Scientifico – Maria Rachele Chiappetta, Annarosa Fornero e Cinzia Molon che ringrazio – è che le idee condivise a Baveno possano concretizzarsi. A ottobre, realizzeramo il secondo modulo di Masterpharm 2025 tornando a Torino. Concluderemo così il nostro percorso per quest’anno parlando di nuovi modelli di tecnologia e di HTA, del concetto di reti e modelli innovativi, e proseguiremo nel dialogo tra Direttori di ASL. E lo faremo aggiungendo un’attenzione particolare alle esperienze internazionali, che quindi saranno chiamate a presentare le loro best practices in una logica di arricchimento collaborativo comune e sovranazionale».

Obesità, i quattro fenotipi chiave per trattamenti personalizzati

L’obesità non è più una condizione generica ma un mosaico di quattro differenti fenotipi che richiedono approcci terapeutici mirati. Una svolta che apre le porte alla medicina di precisione anche per questa patologia complessa.

«L’eterogeneità dei pazienti obesi è particolarmente evidente sia nelle loro caratteristiche cliniche che nella risposta agli interventi quali diete, farmaci, dispositivi e interventi chirurgici. La novità è di aver catalogato l’obesità in quattro fenotipi, ossia il complesso delle caratteristiche di un organismo che risultano dall’interazione fra la sua costituzione genetica e l’ambiente – ha sottolineato Francesco Giorgino dal Congresso Panorama Diabete in corso a Riccione -. Questa classificazione rappresenta un cambiamento di paradigma nel trattamento dell’obesità, permettendo di abbandonare l’approccio “taglia unica” a favore di strategie terapeutiche personalizzate basate sulle caratteristiche specifiche di ciascun paziente».

La ricerca ha identificato quattro distinti fenotipi, ciascuno con caratteristiche uniche che richiedono interventi mirati:

  1. Cervello affamato (hungry brain – abnormal satiation): In questo fenotipo, principalmente controllato dall’asse intestino-cervello, il soggetto necessita di maggiori calorie prima di raggiungere la sensazione di pienezza e sazietà.
  2. Intestino affamato (hungry gut – abnormal satiety): Caratterizzato da una durata anormale della pienezza e da uno svuotamento gastrico accelerato – circa del 30% per i cibi solidi e del 22% per i liquidi nelle donne, mentre nei maschi lo svuotamento gastrico medio è accelerato del 38% per i solidi e del 33% per i liquidi. Questi pazienti tendono ad alimentarsi più frequentemente perché la sensazione di sazietà dopo ogni pasto cessa precocemente.
  3. Fame emotiva (emotional hunger – hedonic eating): Si manifesta come desiderio di mangiare per far fronte a emozioni positive o negative (comportamento edonico). I soggetti con questo fenotipo presentano livelli più elevati di ansia e depressione, oltre a una peggiore immagine corporea e una più bassa autostima.
  4. Combustione lenta (slow burn – decreased metabolic rate): Una condizione caratterizzata da un metabolismo rallentato, con massa muscolare inferiore e minore predisposizione all’attività fisica.

«L’obesità è una forma di malnutrizione per eccesso, ma ha un’origine che riconosce una complessità di fattori alimentari, genetici, emotivi e sociali. Per questo risulta così difficile intervenire – spiegano gli esperti -. Esiste una stretta relazione tra apparato digerente e sistema nervoso centrale: l’equilibrio di questa via di comunicazione può essere alterata da numerosi fattori. Su questa complessità si innestano i fenotipi il cui riconoscimento permette una medicina sempre più personalizzata».

Cambiamento nell’approccio terapeutico: trattamenti su misura

L’identificazione dei quattro fenotipi sta rivoluzionando l’approccio terapeutico all’obesità. «Non si tratta più di applicare lo stesso protocollo a tutti i pazienti, ma di personalizzare gli interventi in base al fenotipo predominante. Questo significa che il trattamento può essere adattato alle caratteristiche biologiche specifiche del paziente, aumentando significativamente le probabilità di successo e riducendo il rischio di ricadute», rimarca Raffaella Buzzetti, Presidente SID.

Gli esperti della SID hanno fornito esempi pratici: per il fenotipo “cervello affamato” risultano più efficaci interventi farmacologici mirati ai recettori della sazietà (come i moderni GLP-1 agonisti) e strategie nutrizionali che privilegiano alimenti sazianti a bassa densità calorica. Per il fenotipo “intestino affamato”, sono indicati pasti più frequenti ma di volume ridotto e ricchi di fibre, che rallentano lo svuotamento gastrico. Nel caso della “fame emotiva”, il trattamento deve integrare il supporto psicologico con tecniche di ‘mindful eating’, mentre per i soggetti con “combustione lenta” è essenziale combinare l’ottimizzazione dell’apporto proteico con un programma di attività fisica mirato all’incremento della massa muscolare.

I singoli fenotipi, inoltre, si riflettono in modo significativo anche sul rischio di sviluppare diabete di tipo 2. In particolare, i fenotipi “intestino affamato” e “combustione lenta” sembrano associati a un rischio aumentato di insulino-resistenza. Nel primo caso, le frequenti oscillazioni glicemiche dovute ai pasti ravvicinati determinano un sovraccarico funzionale del pancreas. Nel secondo, la ridotta massa muscolare compromette uno dei principali tessuti responsabili dell’utilizzo del glucosio.

Tra i gruppi considerati ad alto rischio di complicanze, emergono i pazienti con fenotipi misti che combinano “combustione lenta” e “intestino affamato”, soprattutto se presentano adiposità viscerale predominante. Questi soggetti mostrano un profilo metabolico particolarmente sfavorevole, con elevati livelli di infiammazione sistemica e maggiore predisposizione alla steatosi epatica non alcolica, oltre che al diabete. La particolare distribuzione del grasso a livello addominale, infatti, è associata a una maggiore produzione di citochine pro-infiammatorie e a un’alterata regolazione ormonale.

Metabolically Healthy Obesity, un equilibrio precario

Il fenomeno dei “metabolicamente sani ma obesi” (MHO – Metabolically Healthy Obesity) rappresenta circa il 10-30% della popolazione obesa totale, con una prevalenza che varia significativamente in base all’età. Tuttavia, gli esperti sottolineano che questa condizione di equilibrio metabolico raramente persiste nel tempo. Studi longitudinali dimostrano che entro 5-10 anni, circa il 50% dei soggetti inizialmente classificati come MHO sviluppa alterazioni metaboliche. È possibile che gli individui mostrino fenotipi misti o non appartengano a nessuno dei quattro gruppi identificati. Tuttavia, l’identificazione di questi modelli biologici rappresenta un passo fondamentale verso un approccio terapeutico realmente personalizzato, che consideri le specifiche caratteristiche di ciascun paziente.

Etica e professione infermieristica: affrontare il cambiamento per tutelare la cura

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Le sfide etiche dell’infermieristica moderna

L’infermieristica moderna, in continua evoluzione, si confronta e non può esimersi dal farlo – in tutti gli ambiti: clinico, organizzativo, formativo e della ricerca – con le sfide etiche legate al progresso tecnologico, ai cambiamenti sociali, ai nuovi modelli sanitari, i bisogni nuovi e sempre più complessi delle persone assistite.

Si tratta di sfide difficili, non eludibili, complesse tanto quando il contesto che le genera e che se non “viste, lette e affrontate” o sottovalutate, possono generare stress morale, burnout, insoddisfazione lavorativa da parte dei professionisti con inevitabili riflessi sugli esiti dell’assistenza. Ancora, sono sfide che richiedono un “bilanciamento continuo” tra i bisogni e le risposte assistenziali da dare e le risposte assistenziali possibili in uno scenario in continuo mutamento e con risorse mai o quasi mai adeguate alla complessità dei bisogni individuati e manifestati dalle persone assistite. Ai bisogni degli assistiti si affiancano poi i bisogni di conciliazione del tempo vita-lavoro dei professionisti.

Un’alleanza per prevenire il cortocircuito del sistema

È evidente, che in un contesto sistematicamente così complesso, la mancanza di equilibrio tra sfide etiche e bisogni genera un “corto circuito” tra benessere, valori, azioni, bisogni e risposte.

Si tratta di un equilibrio che per essere trovato e mantenuto deve vedere un’azione corale e in rete di tutti i protagonisti del sistema salute: istituzioni, professionisti, organizzazioni, cittadini e persone assistite.

L’etica è il cuore della professione infermieristica, non un accessorio

Ma come si affrontano le sfide etiche di questo tempo con una visione su un domani che sicuramente non sarà uguale a oggi e come si fa alleanza per prevenire il cortocircuito del sistema? Di questo si è parlato recentemente a Genova in occasione dell’inaugurazione del Centro Interuniversitario per lo studio e la Ricerca dell’Etica Infermieristica (CIREI), nato dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, l’Università di Genova, l’Università Vita-Salute San Raffaele e Humanitas University, con l’obiettivo di affrontare in modo strutturato e condiviso le sfide etiche di oggi e del futuro.

Diseguaglianze sanitarie: la giustizia sociale come priorità

Tra i temi più importanti, specialmente in contesti di risorse limitate, figurano senza dubbio le diseguaglianze sanitarie. A questo proposito, Gennaro Rocco, Direttore scientifico del Centro di Eccellenza per la Cultura e la Ricerca Infermieristica (CECRI) di Roma, ha sottolineato come, per garantire equità di accesso alle cure, sia irrinunciabile e non procrastinabile l’adozione di politiche sanitarie inclusive. Tali politiche dovrebbero mirare alla giustizia sociale oltre che alla distribuzione equa delle risorse. È fondamentale, secondo Rocco, avere ben chiare le cause delle diseguaglianze: l’insufficienza delle risorse, i fattori socio-economici, la disponibilità differenziata dei servizi nelle diverse aree del Paese. Per affrontare ciò, suggerisce la necessità di leggere la realtà con gli “occhiali giusti” adatti al contesto e alla persona e che permettano una visione da “vicino” con una prospettiva sul “lontano”.

Etica e ricerca: tra tutela e semplificazione

Anche la ricerca può delinearsi come una sfida etica perché non può prescindere da una sempre maggiore condivisione di dati tra i professionisti garantendo all’assistito il diritto alla privacy e alla riservatezza. E qui, entrano i gioco i comitati etici che, come ha evidenziato Rosaria Alvaro, Pro Rettore per le politiche Sociali e di Politiche per l’Innovazione sociale dell’Università di Roma Tor Vergata, possono essere vissuti come un ostacolo da chi gli studi li conduce per la burocrazia e la lentezza delle procedure, la disomogeneità delle decisioni, per l’insufficienza delle risorse, il carico di lavoro e di responsabilità dei membri e ancora, l’eccesso di prudenza che può modificare o bloccare molti studi.

Affrontare le sfide etiche significa tutelare la qualità della cura e il benessere dei professionisti

Per non soccombere a questa sfida, secondo Alvaro è necessario favorire lo snellimento delle procedure, il dialogo e il confronto con i ricercatori, semplificare gli iter per alcune tipologie di studio, migliorare il coordinamento tra i comitati etici.

Tecnologia e umanizzazione delle cure

Anche l’integrazione della tecnologia nell’assistenza è una sfida etica perché solleva interrogativi sull’umanizzazione delle cure, sulla tutela dei valori e sul mantenimento di un rapporto empatico con la persona assistita. Questa sfida può essere vinta, secondo Loredana Sasso (Direttore Scientifico del Centro di Eccellenza per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Infermieristica della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche e professore dell’Università di Genova), con la realizzazione di tecnologie che rispettino i valori etici sin dalla loro progettazione, una formazione non solo digitale ma anche etica degli operatori, la partecipazione delle persone assistite e con politiche eque e pubbliche con la chiarezza che la tecnologia è una risorsa, non è il fine e che non può sostituirsi al giudizio del professionista, alla relazione e alla dimensione umana della cura.

Lo stress morale come sfida organizzativa e identitaria

Non da meno, in termini di sfida etica, è lo stress morale che, come ha spiegato Duilio Manara (Direttore del Centro per la Ricerca e l’Innovazione Infermieristica dell’Università San Raffaele di Milano), è generato da sovraccarico di lavoro, risorse insufficienti, vincoli organizzativi e  “tocca” valori e identità del professionista e genera frustrazione e burnout.

Condividere visioni e strumenti è essenziale per costruire un’alleanza etica nel sistema salute

Per affrontarlo sono necessari interventi organizzativi, formativi, culturali e una svolta nell’approccio che si deve sostanziare con lo studio non solo del moral distress, ma del suo contrario, ovvero della moral gratification.

Una formazione continua per un’etica proattiva

Molte, dunque le sfide etiche da affrontare. Per essere ben preparati a gestirle in modo efficace è necessaria, ha ribadito Beatrice Mazzoleni (Direttore dei Corsi di Laurea in Infermieristica Humanitas University di Milano e Segretaria Nazionale FNOPI), una formazione continua e trasversale oltre che strumenti operativi che facilitino ai professionisti un agire responsabile, coerente e tutelante. Solo così l’etica diventa proattiva e può essere condivisa nel quotidiano e non rimanere sulle righe di una pagina per quanto ben scritta.

Eugenia Cogliandro eletta presidente della Commissione della Farmacopea europea 

Eugenia Cogliandro, dirigente chimico e coordinatore per gli aspetti di qualità dell’Area Autorizzazioni medicinali dell’AIFA, è stata eletta presidente della Commissione della Farmacopea europea (EPC), l’organo decisionale della Farmacopea europea. Entrerà in carica durante la 182esima sessione dell’EPC il 17 giugno 2025, con un mandato di tre anni.

«Quest’incarico è un traguardo personale importante e un successo per l’Italia. È il riconoscimento delle competenze e delle professionalità espresse dall’Agenzia Italiana del Farmaco, che conferma il suo ruolo di protagonista nel network regolatorio europeo – commenta il presidente Robert Nisticò – Mi congratulo con Eugenia Cogliandro e le auguro buon lavoro».

Cogliandro, componente della delegazione italiana all’EPC dal 2009, è stata nominata nel 2022 prima vicepresidente della Commissione della Farmacopea europea, con un mandato di tre anni in cui ha contribuito a realizzare la mission della Farmacopea europea, garantire l’accesso a medicinali di qualità adeguata.  

«La Farmacopea europea – afferma Cogliandro – promuove la tutela della salute pubblica fornendo standard di qualità armonizzati per l’uso sicuro dei medicinali. È ampiamente utilizzata in tutto il mondo: questo impatto globale, unito all’opportunità di contribuire a uno dei diritti umani fondamentali che è quello di accesso a medicinali di alta qualità, mi rende particolarmente onorata di questo incarico in continuità con quello di primo vicepresidente che ho svolto negli ultimi tre anni, durante i quali sono stati raggiunti importanti risultati.  In particolare – spiega – la Commissione ha ulteriormente dimostrato il suo impegno per il benessere degli animali e ha abolito dalla Farmacopea europea tutti i test generali di sicurezza che prevedevano l’impiego di animali nel controllo di qualità dei medicinali, sostituiti con alternative più etiche. Quest’anno, inoltre, la pubblicazione della dodicesima edizione, in vigore dal 1° gennaio 2026, rappresenta l’inizio di una nuova era per la Farmacopea europea che sarà pubblicata esclusivamente online, in linea con i progressi scientifici e tecnologici, anche in termini di ecosostenibilità. I risultati della Farmacopea europea sono il frutto del lavoro e della dedizione di tutti i membri della comunità di esperti che lavorano al suo sviluppo. Sono molto orgogliosa di farne parte dal 2009, e ancora di più adesso nel ruolo di presidente della Commissione».  

Latte umano donato: un ponte nutrizionale terapeutico per i neonati più vulnerabili, che alimenta la speranza

Il latte umano donato (LUD) è il primo sostituto del latte materno per i neonati più vulnerabili, ad esempio quelli prematuri o di peso molto basso oppure affetti da altre gravi patologie alla nascita e quelli che si trovano in situazioni di emergenza (terremoti, inondazioni, uragani, ecc.).

Anche se in misura minore del latte materno, il latte umano donato ha effetti protettivi preziosi e può essere considerato come un ponte nutrizionale terapeutico, fino a quando non sarà possibile un’alimentazione completa con il latte della propria mamma o non sarà terminato il periodo critico.

Tanti sono i benefici del latte umano donato e in particolare: la riduzione dei casi di enterocolite necrotizzante; la riduzione della durata della degenza in Terapia Intensiva Neonatale; una migliore tolleranza alimentare; l’aumento di allattamento materno alla dimissione.

Il 19 maggio si celebra la Giornata Mondiale della Donazione del Latte Umano, nata ad opera del network delle Banche del Latte Umano del Brasile (Bancos de Leite Humano o BLH-BR), che ogni anno organizza un concorso a livello mondiale, con lo scopo di scegliere uno slogan in grado di rappresentare il significato più profondo della donazione del latte.

Lo slogan vincitore del concorso, selezionato per l’edizione 2025 della giornata, è stato: “Donazione di latte umano: un gesto umanitario che alimenta la speranza”, proposto da Isabela Gasparelli, della città di Rio de Janeiro in Brasile.

Le Banche del Latte Umano Donato

Nel mondo ci sono più di 750 banche che raccolgono il latte umano donato, sono situate in 66 paesi e forniscono oltre 1 milione di litri di latte umano, a più di 800.000 neonati ogni anno. Si tratta perlopiù di neonati prematuri e vulnerabili, che possono ricevere questo fondamentale alimento: un dono speciale e straordinario da donne sensibili, motivate e molto generose. Poco meno della metà delle banche (296) si trova in Europa. Con 44 Banche attive sul suo territorio, l’Italia è il primo paese in Europa, seguito dalla Germania con 37 e dalla Francia con 36.

L’Associazione Italiana Banche del Latte Umano Donato (AIBLUD) ha realizzato, nel febbraio del 2025, la quarta indagine sull’attività delle Banche del Latte Umano Donato (BLUD) nel nostro Paese, relativa agli anni 2023 e 2024 (le precedenti erano riferite agli anni 2014, 2016 e 2020).

La situazione italiana

Il questionario proposto ha raccolto dati fondamentali sulla donazione del latte umano in Italia, con interesse specifico alla regionalizzazione del servizio e al ruolo delle BLUD nell’alimentazione dei neonati, in particolare quelli ad alto rischio.

«Le BLUD presenti in Italia alla fine del 2024 erano 44 e sono state tutte coinvolte nell’indagine. L’adesione è stata del 100%, a dimostrazione della forte motivazione che anima tutte le nostre BLUD – ha affermato Guido Moro, Presidente AIBLUD -. Pertanto, i dati sono riferiti a 44 BLUD su 44, un dato straordinario se confrontato a quello relativo alle precedenti indagini. Dai dati raccolti, è emerso un incremento del numero di mamme donatrici (1.523), un aumento del volume del latte donato (quasi 10.000 litri) e una durata media di donazione di 137 giorni. Nonostante ciò, il fabbisogno di LUD dei neonati più vulnerabili non è ancora completamente soddisfatto, perché le BLUD sono distribuite in modo disomogeneo e non organizzate in rete».

Il LUD è stato utilizzato soprattutto nell’alimentazione dei neonati di basso peso e patologici, mentre rimane limitato il suo utilizzo nei neonati a termine sani. Rimane costante il fatto che, in tutte le indagini, soltanto 1/3 circa dei neonati più fragili e più bisognosi di una alimentazione appropriata, riceve il latte umano donato.

«Dalla 4a indagine si rileva, inoltre, che quasi tutte le BLUD applicano i principi dell’autocontrollo e del sistema HACCP, mentre il servizio di raccolta del latte a domicilio richiede ancora interventi migliorativi: infatti 16 centri (36,4%) affidano alle donatrici l’impegno del trasporto alla Banca del loro latte donato – continua il Giuseppe De Nisi, Vice Presidente AIBLUD -. L’informatizzazione si sta diffondendo nella gestione delle attività delle BLUD: più di un terzo delle Banche (36,4%) ha adottato un software specifico che potrà comportare in futuro una messa in rete delle Banche, sia a livello regionale che nazionale. A questo proposito, dai dati raccolti risulta che il 32% delle BLUD risulta in rete con altre Banche ed il 50% rientra in una normativa regionale».

I dati dell’indagine mostrano che le BLUD italiane hanno superato le difficoltà emerse con la pandemia da Covid-19, hanno conservato la loro funzione nel mantenere efficiente e sicuro il servizio di raccolta e distribuzione del LUD e hanno garantito discreti volumi di latte umano raccolto.

Le difficoltà

Le principali problematiche che l’AIBLUD dovrà affrontare in prospettiva futura sono la copertura omogenea delle aree che al momento sono sprovviste di BLUD, e la promozione di un piano di Regionalizzazione delle BLUD nel nostro Paese. Alcune regioni hanno già risolto il problema (Toscana), altre lo stanno affrontando grazie a delibere Regionali (Veneto, Sicilia, Calabria) o con proposte organizzative (Puglia). La speranza è che in tempi brevi tutte le Regioni si diano una propria regolamentazione per passare poi subito dopo ad un progetto di messa in rete di tutte le BLUD a livello nazionale.

«La Giornata Mondiale della Donazione del Latte Umano ricorda a tutti coloro che si prendono cura dei neonati nelle Terapie Intensive Neonatali (TIN), alle famiglie di questi bambini e a coloro che sono coinvolti in sanità a livello amministrativo e organizzativo, che il latte umano donato per i neonati vulnerabili, che non hanno disponibilità del latte della propria mamma, può essere una vera e propria medicina salvavita, aumentando, inoltre, la consapevolezza del valore dell’allattamento al seno e del latte umano nelle TIN e nella comunità», conclude Massimo Agosti, Presidente della Società Italiana di Neonatologia.

AIBLUD e SIN ringraziano tutte le mamme che con il loro gesto di altruismo e generosità hanno contribuito, contribuiscono e contribuiranno a rendere sempre più speciale questa giornata dedicata alla donazione del latte umano nel mondo.

In Italia gli ipertesi tra i 35 e i 74 anni sono il 49% degli uomini e il 39% delle donne. E circa un terzo è inconsapevole di esserlo

L’ipertensione arteriosa – la pressione elevata esercitata contro le pareti delle arterie – rappresenta una delle principali cause di morte prematura e disabilità nel mondo, aumentando significativamente il rischio di infarto, ictus, insufficienza renale, demenza e cecità.

Il 17 maggio, istituita per migliorare la consapevolezza e contrastare questa condizione, che colpisce circa 1 adulto su 3 a livello globale, ricorre la giornata mondiale contro l’ipertensione.

L’Italian Health Examination Survey – Progetto CUORE dell’ISS

Si parla di pressione elevata quando misurazioni effettuate su entrambe le braccia, più volte consecutivamente e in giorni differenti, danno valori di pressione arteriosa superiori o uguali a 140 mmHg per la pressione sistolica (massima) e/o a 90 mmHg per la pressione diastolica (minima). In Italia, il Dipartimento malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e invecchiamento dell’Istituto superiore di sanità (ISS) conduce periodicamente l’Italian Health Examination Survey (HES) – Progetto CUORE, l’indagine che prevede l’esame di campioni di popolazione generale di età compresa tra i 35 e i 74 anni per monitorare lo stato di salute della popolazione.

I dati preliminari della Italian Health Examination Survey

«I dati preliminari dell’indagine Italian Health Examination Survey – Progetto CUORE in corso mostrano, nei campioni esaminati nel 2023 e 2024, una prevalenza di pressione arteriosa elevata pari al 37% negli uomini e al 23% nelle donne, e se si considerano le persone con pressione arteriosa elevata o in trattamento farmacologico specifico, ovvero le persone definite ipertese, si arriva ad una prevalenza del 49% negli uomini e 39% nelle donne. Il valore medio della pressione sistolica è risultato pari a 134 mmHg negli uomini e a 126 mmHg nelle donne e il valore medio della pressione diastolica pari a 80 mmHg negli uomini e a 75 mmHg nelle donne», dicono Luigi Palmieri e Chiara Donfrancesco, ricercatori del Dipartimento malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e invecchiamento dell’ISS.

«Tra le persone risultate ipertese durante l’indagine – aggiungono – circa un terzo non era consapevole di poter avere problemi di controllo della pressione arteriosa».

HES 2018/2019: una riduzione significativa della pressione arteriosa sistolica e diastolica in uomini e donne

Nel 2018/2019 rispetto alle indagini precedenti del 1998/2002 e del 2008/2012, è stata osservata una riduzione significativa della pressione arteriosa sistolica e diastolica sia negli uomini (1998/2002: 136/86 mmHg; 2008/2012: 132/84 mmHg; e 2018/2019: 132/78 mmHg) che nelle donne (132/82 mmHg, 126/78 mmHg e 122/73 mmHg, rispettivamente), della prevalenza di pressione arteriosa elevata (definita come pressione arteriosa sistolica>=140 mmHg o pressione arteriosa diastolica>=90 mmHg) (50%, 40% e 30% negli uomini e 39%, 25% e 16% nelle donne, rispettivamente), e di ipertensione, definita come pressione arteriosa elevata e/o uso di trattamento farmacologico specifico (54%, 49% e 44% negli uomini e 45%, 35% e 32% nelle donne, rispettivamente nelle 3 indagini). Queste tendenze temporali sono state riscontrate anche considerando i dati scorporati per classi di età e livelli di istruzione.

I piani dell’OMS: riduzione relativa della prevalenza del 33% entro il 2030

«Per contrastare la mortalità globale dovuta alle malattie non trasmissibili, durante la 66ª Assemblea mondiale della sanità del 2013 –  ricordano Palmieri e Donfrancesco – gli Stati membri hanno elaborato un Piano d’azione globale definendo obiettivi globali che includono il raggiungimento di una riduzione relativa del 25% della prevalenza di pressione arteriosa elevata o il contenimento della prevalenza di pressione arteriosa elevata, in base alle circostanze nazionali, entro il 2025, proponendo di raggiungere una riduzione relativa del 33% entro il 2030, utilizzando il 2010 come base di riferimento».   

L’ipertensione e i comportamenti: le indicazioni OMS sugli stili di vita

Gli elementi che contribuiscono all’aumento della pressione arteriosa sono molti ma i principali sembrano essere fattori di rischio comportamentali legati allo stile di vita, come una dieta di scarsa qualità, ricca di sodio e povera di potassio, sovrappeso e obesità, consumo di alcol, uso di tabacco, inattività fisica e l’esposizione a stress persistente.  L’adozione di uno stile di vita salutare può contribuire a prevenire l’insorgenza dell’ipertensione arteriosa e a gestire i livelli di pressione arteriosa nelle persone che sono in condizione di ipertensione.

«A questo proposito – riprendono Palmieri e Donfrancesco – L’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce i seguenti stili di vita da adottare»:

  • Consumare più frutta e verdura
  • Limitare il consumo di sale mentre si cucina e scegliere cibi non troppo salati (cercare di rimanere sotto i 5 grammi al giorno di consumo di sale, che equivalgono a un cucchiaino da thè)
  • Stare meno seduti
  • Essere più attivi fisicamente, per esempio camminare, correre, nuotare, ballare o praticare attività di rinforzo muscolare
  • Fare almeno 150 minuti a settimana di attività aerobica di intensità moderata o 75 minuti a settimana di attività aerobica intensa.
  • Fare esercizi per aumentare la forza 2 o più giorni a settimana
  • Perdere peso se si è in sovrappeso o obesi
  • Assumere i farmaci secondo le prescrizioni del medico
  • Rispettare gli appuntamenti con il medico