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Fumo: i nuovi prodotti hanno annullato il trend in discesa dei fumatori, boom del policonsumo anche tra i teenager

I nuovi prodotti che in questi anni hanno affiancato le sigarette tradizionali stanno facendo aumentare i consumatori tra i più giovani, con quasi il 40% degli studenti delle superiori che ne fa uso, e hanno di fatto annullato il trend in discesa che si vedeva nei fumatori adulti. Lo rilevano i dati diffusi dall’ISS in occasione del No Tobacco Day che si celebra il 31 maggio, che verranno presentati durante un convegno che si terrà il 30 maggio nella sede dell’istituto. Il cosiddetto policonsumo,  sottolineano gli esperti, riguarda infatti la grande maggioranza dei 14-17enni che fumano e una quota sempre maggiore di adulti, con rischi crescenti per la salute.

«L’uso composito dei prodotti da fumo rappresenta una sfida complessa per la salute pubblica, – ha affermato il presidente dell’ISS Rocco Bellantone – perché non si può escludere che l’uso composito di sigarette tradizionali e dispositivi elettronici, con o senza nicotina, si traduca in aumento del rischio per la salute».

I consumi nei giovani

Fumano o svapano il 7,5% (oltre 240.000 ragazzi/ragazze) degli studenti italiani tra gli 11 e i 13 anni: questa percentuale sale al 37,4% tra gli studenti di 14-17 anni (circa 865.000 ragazzi e ragazze). In particolare, hanno fatto uso negli ultimi 30 giorni di un prodotto tra sigarette tradizionali, prodotti a tabacco riscaldato e sigarette elettroniche prevalentemente i ragazzi rispetto alle ragazze tra gli studenti delle scuole medie (M 7,6% vs F 6,9%), mentre nelle scuole superiori sono state le ragazze a consumare di più rispetto ai ragazzi (M 32,2% vs F 42,1%). È quanto emerge da due ricerche che hanno coinvolto oltre 8mila giovani tra gli 11 e i 17 anni, coordinate dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, su un campione rappresentativo di 3441 studenti delle scuole medie e 4861 studenti delle scuole superiori.

Quasi raddoppiato in entrambe le fasce di età il fenomeno del policonsumo, ovvero dell’utilizzo combinato di più prodotti: se nel 2022 era pari al 26% tra gli 11-13enni e al 38,7% tra i 14-17enni, nel 2025 questa percentuale è pari al 45,5% tra gli studenti delle scuole medie e al 70,7% tra gli studenti delle scuole superiori.
Tra i prodotti sperimentati dagli studenti italiani emergono anche le bustine contenenti nicotina: dichiarano di averle provate l’8,2% degli studenti tra i 14 e i 17 anni, e questo dato è in forte aumento rispetto a quanto registrato nel 2024 (3,8%).

Tra gli studenti che hanno utilizzato un prodotto contenente tabacco o nicotina nel mese antecedente la rilevazione, preoccupante è il dato relativo a coloro che lo hanno fatto per più di 20 giorni: tra gli studenti 11-13enni il 9% ha consumato la sigaretta tradizionale, il 9,7% un prodotto a tabacco riscaldato, il 16% la sigaretta elettronica. Queste percentuali aumentano sensibilmente nei ragazzi più grandi (40,5% per la sigaretta tradizionale, 34,8% per il tabacco riscaldato, 35,9% per la sigaretta elettronica), denotando un comportamento di consumo abituale.

Il consumo di tabacco o nicotina si concentra nei fine settimana o nei giorni di festa in entrambe le fasce di età e per tutti i prodotti indagati. Tra gli studenti consumatori di sigarette elettroniche di entrambe le fasce d’età il prodotto viene utilizzato prevalentemente con liquidi contenenti nicotina (65,5% degli 11-13enni e 86,8% dei 14-17enni).

Per quanto riguarda i canali di acquisto delle sigarette tradizionali, del tabacco riscaldato e delle sigarette elettroniche, le indagini hanno messo in evidenza come i ragazzi più giovani (11-13 anni) se le facciano offrire o comprare dagli amici, mentre i ragazzi più grandi tendono anche ad acquistarli personalmente dal bar o dal tabaccaio. Nonostante il divieto di vendita ai minori alcuni studenti dichiarano di acquistare i prodotti consumati senza il rifiuto da parte del rivenditore: le percentuali più alte si registrano per l’acquisto della sigaretta elettronica (il 62,6% degli 11-13enni e il 58% dei 14-17enni non ha ricevuto un rifiuto all’acquisto da parte del rivenditore).

Circa un ragazzo su cinque tra gli 11 e i 13 anni dichiara che i propri genitori sono a conoscenza del fatto che fumi o svapi: questa percentuale sale a quasi uno studente su due tra i ragazzi di 14-17 anni. La scuola rimane ancora un ambiente in cui i ragazzi vedono altri studenti, professori o altro personale della scuola fumare o svapare e questo è molto più frequente soprattutto tra i ragazzi delle scuole superiori (80% dichiara di aver visto tutti i giorni o quasi tutti i giorni fumare/svapare). «I risultati delle ricerche che abbiamo realizzato ci danno la misura della precocità dei comportamenti di sperimentazione da parte dei preadolescenti e della criticità del passaggio tra la scuola media e la scuola superiore, a conferma dell’importanza degli interventi di prevenzione destinati a queste fasce d’età», sottolinea Simona Pichini, che dirige il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS.

I consumi negli adulti

La stima dei consumi negli adulti e negli anziani è stata ricavata dai dati delle Sorveglianze PASSI e PASSI d’Argento coordinate dal Centro nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute (CNaPPS) dell’ISS. In Italia, la maggioranza degli adulti 18-69enni non fuma (59%) o ha smesso di fumare (17%), ma 1 italiano su 4 è fumatore abituale (24%), cifre invariate negli ultimi anni ma non prive di “criticità”. Infatti a fronte di un trend in lenta riduzione della prevalenza di fumatori di sigaretta tradizionale, aumenta l’uso della sigaretta elettronica (per lo più con uso di nicotina) e dei dispositivi a tabacco riscaldato, sia tra i fumatori, che diventano così dediti al poliuso dei prodotti del tabacco, sia fra i “non fumatori” o gli “ex fumatori”, che pur non essendo mai stati (o essendo stati in passato) esposti ai danni del fumo di sigaretta si espongono oggi ai rischi legati all’inalazione delle sostanze utilizzate nelle sigarette elettronica, ai rischi residuali della combustione del tabacco (comunque presente nelle HTP) e alla dipendenza da nicotina.  

Nel biennio 2023-2024 a fronte di una quota di fumatori pari al 24% fra i 18-69enni, il 19% riferisce un uso esclusivo di sigarette tradizionali e il 5% dichiara sia di fumare sigarette tradizionali che di utilizzare un dispositivo elettronico (fra e-cig o HTP); a questi si aggiunge una quota di persone (4%) che fa invece un uso esclusivo di dispositivi elettronici (e-cig o HTP), pur non avendo mai fumato sigarette tradizionali o avendo smesso da tempo, rimanendo così comunque esposta ai rischi di dipendenza da nicotina

Il trend che si osserva dall’introduzione nel mercato italiano dei nuovi dispositivi elettronici (2014 per la e-cig e 2018 per HTP) mostra così una riduzione costante della quota di fumatori esclusivi di sigarette tradizionali (dal 25% del 2014 al 18% del 2024) a favore di un aumento del poliuso (dall’1,5% del 2014 al 4,8% del 2024) cui si accompagna un aumento di coloro che utilizzano esclusivamente dispositivi elettronici (dallo 0,4% del 2014 al 4,0% del 2024). Ecco i dati per i singoli tipi di prodotto relativi al biennio 2023-2024:

  • Il fumo di sigarette tradizionali è più frequente fra gli uomini rispetto alle donne (28% vs 20%) e disegna un gradiente sociale significativo, coinvolgendo molto di più le persone con difficoltà economiche (36% vs 21% fra chi non ne ha) o con bassa istruzione (30% fra chi ha la licenza media o 26% fra chi ha al più la licenza elementare vs 18% fra i laureati). La variabilità territoriale mostra in testa alla classifica delle Regioni con le più alte quote di fumatori alcune del Centro-Sud, come Molise, Campania e Umbria.
  • L’uso della sigaretta elettronica coinvolge complessivamente il 4% della popolazione, ma è più frequente fra i più giovani di 18-24 anni (8% vs 3% fra i 50-69enni). I dati annuali mostrano un lento e modesto aumento dell’uso della sigaretta elettronica che passa da poco meno del 2% del 2014 a poco più del 4% in 10 anni. Non mostra differenze di genere, né per disponibilità economiche, ma è poco più frequente fra le persone diplomate rispetto alle persone con titolo di studio inferiore o rispetto ai laureati.

Anche l’uso di dispositivi a tabacco riscaldato in Italia coinvolge ancora poche persone (complessivamente il 4%), ma sembra in rapido aumento  (dallo 0,5% del 2018 al 4,6% nel 2024) almeno rispetto a quanto osservato per le sigarette elettroniche. Nonostante i numeri contenuti, si evidenziano già differenze significative per età e genere: la quota di persone che usano i dispositivi a tabacco riscaldato raggiunge il 9% fra i 18-24enni, ed è più alto fra le donne soprattutto nelle generazioni più giovani.

Inoltre, si osserva un gradiente per istruzione che vede aumentare il valore dell’indicatore da meno dell’1% per chi ha al massimo la licenza elementare al 4% di chi ha la laurea, mentre non sembrano esserci differenze legate alla disponibilità economica.
 
«L’introduzione di nuovi prodotti, come le sigarette elettroniche e, più recentemente, i dispositivi a tabacco riscaldato, sembra aver arrestato i trend positivi che si andavano osservando negli ultimi decenni di riduzione della quota di fumatori. Accade così che negli ultimi anni resta stabile  la quota complessiva di persone esposte ai rischi per la salute derivanti dal fumo di tabacco o dall’inalazione delle sostanze presenti nelle sigarette elettroniche, così come al rischio di dipendenza da nicotina. Ancor più preoccupante è il fatto che questa situazione coinvolga soprattutto i giovani», spiega Maria Masocco, responsabile scientifico della sorveglianza PASSI. 

Il Telefono Verde contro il fumo e i centri antifumo

Il 2024 ha registrato un calo delle chiamate al telefono verde contro il fumo dell’ISS (800554088), scese a 6497 dalle 6931 del 2023. Per il 90% a chiamare sono fumatori, soprattutto maschi, mentre l’8,1% sono familiari, in questo caso soprattutto donne. Il 92,3% di chi chiama vuole smettere, o far smettere di fumare, ma è in crescita anche chi chiede informazioni sui nuovi prodotti. Per quanto riguarda i servizi territoriali, il loro numero è stabile (223) negli ultimi due anni. In prevalenza sono concentrati al nord (60%), contro il 21% del centro e il 19% del sud e delle isole.

Il tentativo di smettere di fumare

Nel biennio 2023-2024, un terzo dei fumatori intervistati da PASSI dichiara di aver tentato di smettere di fumare nei 12 mesi precedenti l’intervista, restando almeno un giorno senza fumare. Nella stragrande maggioranza dei casi (quasi il 76%) il tentativo fallisce: solo una bassa quota (12%) raggiunge l’obiettivo e riferisce di aver smesso di fumare da più di 6 mesi.

Il tentativo di smettere di fumare si riduce all’avanzare dell’età, ma va sottolineato che proprio all’avanzare dell’età va cumulandosi la quota di persone che riesce ad abbandonare questa abitudine (ex fumatori). Tentare di smettere di fumare è più frequente fra le persone con più alto titolo di studio e fra i residenti nelle regioni settentrionali. mentre non vi sono significative differenze fra uomini e donne. Chi riesce in questo tentativo dichiara di averlo fatto per lo più senza alcun ausilio (64%).

Fumo passivo

Nel nostro Paese, nel biennio 2023-2024, il 95% degli intervistati riferisce che il divieto di fumo sul luogo di lavoro è rispettato “sempre” (84%) o “quasi sempre” (11%). Significative sono le differenze regionali a sfavore delle Regioni meridionali, dove il rispetto del divieto di fumo nei luoghi di lavoro viene riferito da meno persone. Fortunatamente questo gradiente geografico va riducendosi nel tempo grazie all’aumento del rispetto del divieto che investe tutto il Paese (in 17 anni la quota di persone che riferisce un rispetto totale del divieto di fumo nei luoghi di lavoro passa dal 70% del 2008 al 84% del 2024).

L’esposizione al fumo passivo in ambito domestico è ancora una realtà non trascurabile: nel biennio 2023-2024 l’11% degli intervistati dichiara che nella propria abitazione è ammesso fumare; un’abitudine solo poco meno frequente (8%) fra coloro che vivono in case in cui sono presenti minori di 0-14 anni di età. Le Regioni in cui vi sono meno case “libere da fumo” sono prevalentemente Regioni meridionali e quelle con la quota più alta di fumatori dove, generalmente, è anche minore il rispetto del divieto di fumo nei luoghi di lavoro. Anche il numero di case “libere da fumo” continua ad aumentare significativamente nel tempo, come effetto presumibile di un passaggio culturale che, a partire dalla legge sul divieto nei luoghi pubblici conduce, attraverso una maggiore consapevolezza dei danni del fumo passivo, all’astensione dal fumo negli ambienti di vita privati.

Bertaggia (FAND): «Il mio impegno per l’educazione terapeutica»

Dal mese di aprile Manuela Bertaggia è la Presidente di FAND, l’Associazione Nazionale Diabetici, un’associazione che si impegna a rendere visibili i bisogni delle persone con diabete, contribuendo a semplificare loro – per quanto possibile – la vita. E a garantire pari diritti non solo nell’accesso ai farmaci, ma anche in tutti gli aspetti che riguardano la vita quotidiana.

Bertaggia da anni è una presenza fissa nel consiglio direttivo di FAND e ha rivestito la carica di vicepresidente dal 2021. Tra i suoi cavalli di battaglia, la proposta di legge per il Diabetico Guida e una revisione della patente più equa e in linea con le innovazioni tecnologiche per la gestione del diabete.

Quali sono i bisogni non ancora pienamente soddisfatti delle persone con diabete?

«Per la persona con diabete il bisogno più grande è quello del target glicemico, riuscire cioè a rimanere in un range di glicemia appropriato. Un obiettivo che purtroppo molte persone non riescono a raggiungere, pur avendo a disposizione tecnologie e farmaci. Questo accade perché manca una gestione clinica più efficace e soprattutto personalizzata. Tutto questo necessita di tempo che purtroppo gli operatori sanitari non hanno più. Il tempo serve perché è necessaria l’educazione terapeutica. Questo, nel nostro caso, si traduce nella conta dei carboidrati oppure, nel caso del diabete di tipo 1, in una buona educazione sull’alimentazione. Occorre poi parlare degli stili di vita: tutti elementi essenziali, che richiedono del tempo. 

L’educazione terapeutica è necessaria affinché tutti riescano a raggiungere il proprio target glicemico. Per farlo serve tempo, che è una risorsa che scarseggia tra gli operatori sanitari

Affinché tutti raggiungano un target glicemico nuovo, inoltre, occorrerebbe garantire un accesso equo a farmaci e tecnologie innovative. Anche questo manca, perché esiste un divario tra Nord e Sud per quanto riguarda i tempi e le modalità e tutto questo non è equo.
Infine, abbiamo bisogno di un team multidisciplinare allargato, come dicono le linee guida. Che comprenda certamente il diabetologo e l’infermiere, ma anche un dietista dedicato, che conosca la conta dei carboidrati, che per noi è la bussola. Infine, il supporto psicologico, perché ci sono momenti, come l’esordio della malattia o i cambi di terapia, in cui serve un accompagnamento di questo tipo.
I pazienti infine dovrebbero essere più coinvolti nel percorso di cura, affinché si instauri una reale alleanza terapeutica con il medico».

Qual è l’importanza di associazioni come la vostra a fianco delle società scientifiche?

«Ci sono due modi per collaborare con le società scientifiche: una è quella politica, che si esercita nei tavoli istituzionali delle Regioni. Abbiamo visto che quando pazienti e specialisti riescono a fare fronte comune, si ottengono più cose. L’altra via è quella della collaborazione sul campo: FAND per esempio ha ideato la figura del Diabetico Guida, un corso realizzato in collaborazione con la SID (Società Italiana di Diabetologia) e l’AMD (Associazione Medici Diabetologi). Si tratta di undici lezioni spalmate in tre mesi e certificate da queste due società. Per contro, noi diamo loro una mano nelle Diabetologie, per tutto quello che attiene la comunicazione delle caratteristiche della malattia e l’empatia con il paziente. Il Diabetico Guida ha il compito di rispondere alle domande che i pazienti si vergognano a porre a un camice bianco, come il differente impatto sulla glicemia tra pasta e riso, per esempio. In questo senso il Diabetico Guida può far crescere l’aderenza terapeutica grazie al suo esempio: il paziente si fida di lui o di lei perché sa che ci è passato in prima persona. Per questi motivi a nostro avviso l’alleanza con le società scientifiche è importantissima».

Quali le sfide e gli obiettivi del suo mandato?

«Sono principalmente due: la revisione della patente e la proposta di legge sul Diabetico Guida. La prima è normata da una circolare europea datata che prevede, per il rischio medio, un rinnovo ridotto rispetto alla popolazione non diabetica. Ma da quel momento ad oggi abbiamo assistito a una rivoluzione nel mondo del diabete. All’epoca non c’erano nemmeno i sensori diabetici. Perché una persona con diabete ma senza complicanze deve avere una revisione diversa dai 10 anni canonici? La circolare parla di ipoglicemie gravi, ma oggi con i sensori molto è sotto controllo. Non è un passaggio facile l’equiparazione per chi non ha complicanze e serve tempo, ma noi ci stiamo lavorando e ci crediamo molto.

Per poter cambiare le cose, abbiamo bisogno del sostegno delle persone: i nostri tesserati sono molti meno dei 4 milioni di italiani diabetici

L’altro aspetto riguarda il Diabetico Guida: FAND ha formulato una proposta di legge che abbiamo consegnato alle istituzioni e speriamo che questa figura possa un giorno essere normata a livello nazionale.
Queste sono le due sfide impegnative che mi pongo. Infine, c’è la questione dei numeri: in Italia ci sono 4 milioni e mezzo di diabetici, ma i nostri tesserati sono molti meno. Per poter cambiare le cose, abbiamo bisogno del sostegno delle persone, che giustamente si lamentano per alcune condizioni della malattia».

Come vi ponete rispetto all’accesso ai farmaci a base di semaglutide e simili?

«Noi siamo da sempre molto aperti alle innovazioni, ci mancherebbe che non fossimo aperti al semaglutide, che da quello che vedo ha effetti che non ci saremmo mai immaginati. Ci sono persone che purtroppo non riescono a perdere peso, a rientrare nei livelli glicemici, oppure erano costrette a fare insulina, con tutte le difficoltà del caso, come sappiamo bene noi che siamo tipo 1. Per tutte queste persone questa classe di farmaci rappresenta un miglioramento della qualità di vita notevole. Certo, spiace che per assicurare la sostenibilità del SSN sia mutuabile solo per i diabetici: il fatto che le persone siano disposte a spendere diverse centinaia di euro al mese per perdere peso in passato ha creato qualche problema a chi aveva il diabete. Ora che l’offerta si è ampliata, spero non avremo più questo problema. Abbiamo avuto molte segnalazioni di mancata disponibilità del farmaco. Spiace che in questi casi le persone diano la colpa al Servizio sanitario nazionale quando in realtà le ragioni sono più complesse».

Cosa si può fare per migliorare la prevenzione e l’informazione sul diabete?

«Sicuramente sono necessari più livelli: le campagne di sensibilizzazione sui media nazionali sono utilissime, ma dovremmo avere anche noi la possibilità di farle. Un’operazione simile per associazioni come la nostra è insostenibile economicamente: riusciamo a raggiungere qualche radio o emittente locale, ma se potessimo avere uno spazio gratuito con una visibilità nazionale – in televisione o sui social – potremo avere una risonanza diversa.
E poi bisogna agire nelle scuole: parlando con i bambini alla scuola primaria entriamo nelle famiglie, intercettiamo genitori e nonni. Io vado nelle scuole dal 2007 e ho visto che questo è uno strumento potentissimo di prevenzione: lasciamo opuscoli e informazioni ai bambini che li portano a casa.

Infine, le associazioni fanno eventi di prevenzione come gli screening. Cerchiamo di organizzare anche convegni aperti alla cittadinanza, ma anche questi sono una voce di costo importante. Da questo punto di vista l’alleanza con le società scientifiche è preziosa: noi siamo capillari sul territorio e possiamo raggiungere molti cittadini».    

GIMBE, un ragazzo su 5 non conosce il proprio medico di famiglia

Un’indagine condotta tra studenti degli ultimi anni delle scuole superiori rivela un preoccupante scollamento tra le nuove generazioni e il Servizio Sanitario Nazionale (SSN): oltre la metà non sa cos’è il ticket, 1 ragazzo su 5 non conosce il proprio medico di famiglia e oltre l’80% non ha mai usato il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE). In controtendenza, quasi il 40% utilizza tutti i giorni strumenti di intelligenza artificiale (AI) come ChatGPT, un dato che apre uno scenario ambivalente: se utilizzati per cercare informazioni su temi sanitari, l’assenza di adeguate competenze scientifiche e digitali può esporre i giovani a contenuti fuorvianti, con possibili ripercussioni sulla loro salute e sul corretto utilizzo dei servizi sanitari.  

«La difesa del diritto costituzionale alla tutela della salute – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – deve coinvolgere anche le nuove generazioni, già a partire dall’età scolastica. Con il progetto La Salute tiene banco, offriamo agli studenti strumenti concreti per diventare cittadini consapevoli, in grado di tutelare la propria salute e riconoscere il valore del SSN».

«Avviato nel gennaio 2023 – spiega Elena Cottafava, Segretaria Generale della Fondazione GIMBE e responsabile del progetto – La Salute tiene banco punta a diffondere tra i ragazzi una visione globale della salute, promuovere l’alfabetizzazione sanitaria, contrastare la disinformazione e favorire un utilizzo consapevole e responsabile del SSN».

Ad oggi, il progetto ha coinvolto oltre 5.500 studentesse e studenti degli istituti superiori di tutta Italia. Durante gli incontri, i partecipanti hanno risposto a quiz interattivi su temi cruciali come il funzionamento del SSN, la prevenzione e l’uso degli strumenti digitali. «L’obiettivo – spiega il Presidente – è raccogliere dati oggettivi sul livello di conoscenza dei giovani in merito alla sanità pubblica, così da orientare in modo mirato ed efficace le strategie di informazione e formazione».

Nel periodo ottobre 2024-marzo 2025 la Fondazione GIMBE ha realizzato 33 incontri in 30 istituti scolastici di varie città italiane: Alanno (PE), Bari, Bologna e provincia, Cesena, Chiavari (GE), Cuneo, Ferrara, Foggia, Modena, Parma e provincia, Piacenza, Ravenna e Roma. Durante gli incontri, che hanno coinvolto 4.200 studenti degli ultimi anni delle scuole superiori, tramite la piattaforma Mentimeter è stata condotta una survey di 7 domande.

I risultati

Si riportano di seguito i risultati principali, rimandando all’appendice per i dettagli sulla survey.

  • Conoscete il vostro Medico di Medicina Generale (MMG)? L’83,3 % degli studenti dichiara di averlo già incontrato, mentre il 16,7 % non sa ancora chi sia il proprio medico di famiglia. «Il passaggio dal pediatra al MMG – sottolinea Nino Cartabellotta – avviene al compimento del 14° anno come un semplice atto amministrativo, senza alcun accompagnamento clinico o relazionale. E così, una quota non trascurabile di adolescenti resta priva di un riferimento sanitario proprio nel momento in cui iniziano a cambiare bisogni e ad emergere fragilità. Per garantire una vera continuità assistenziale, questo “passaggio di consegne” deve trasformarsi da procedura burocratica in un percorso guidato».
  • Sai a cosa serve il ticket? Il 53,6% degli studenti dichiara di non sapere a cosa serva il ticket sanitario, ovvero la quota che i cittadini versano per contribuire alle spese del SSN. Una lacuna significativa, sulla quota a carico dei cittadini per visite, esami e farmaci di fascia A, indispensabile a co-finanziare il SSN. «Che oltre la metà degli studenti non conosca la funzione del ticket – commenta Cartabellotta – è un segnale da non sottovalutare. Denota non solo un deficit informativo, ma anche un distacco culturale dai meccanismi che regolano il funzionamento del SSN. La consapevolezza dei costi condivisi della sanità pubblica è essenziale per formare cittadini responsabili e coinvolti nelle scelte di salute».
  • Hai mai usato il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE)? L’82,3% degli studenti dichiara di non aver mai utilizzato il FSE né per sé né per un familiare. Un dato in parte spiegabile con l’età – molti sono minorenni o appena maggiorenni – ma che rivela comunque una più ampia carenza di informazione, anche tra chi ha pieno accesso allo strumento. «Che oltre 8 studenti su 10 non abbiano mai utilizzato il FSE – commenta Nino Cartabellotta – fa suonare un doppio allarme: da un lato, la scarsa conoscenza di uno strumento digitale strategico; dall’altro, l’assenza di percorsi educativi sulla gestione consapevole della salute. Senza alfabetizzazione sanitaria e digitale già a scuola, i giovani non riusciranno ad essere protagonisti attivi nel rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale e la digitalizzazione della sanità rischia di restare una riforma incompiuta e distante dalla quotidianità delle persone».
  • Quali sono i 3 programmi di screening oncologici offerti gratuitamente dal SSN? Solo poco più della metà degli studenti ha risposto correttamente, identificando i tre screening oncologici inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA): mammella, cervice uterina e colon-retto. Il resto del campione ha fornito risposte errate o ha ammesso di non conoscere la risposta. «Anche se il campione è composto da ragazzi ancora lontani dall’età per accedere agli screening – commenta Cartabellotta – queste lacune confermano l’urgenza di rafforzare l’alfabetizzazione sanitaria già a scuola. Conoscere l’esistenza e il funzionamento degli screening oncologici significa promuovere la cultura della prevenzione e, in prospettiva, migliorare l’adesione futura ai tre programmi efficaci e gratuiti che il SSN offre per ridurre la mortalità specifica per tumore».
  • È sempre vantaggioso fare controlli periodici per tutti i tumori? Il 71,9% degli studenti risponde erroneamente che è sempre utile sottoporsi a esami di laboratorio o strumentali per diagnosticare precocemente qualsiasi tipo di tumore.  «Purtroppo – commenta Cartabellotta – questa convinzione nasce da messaggi che confondono la prevenzione con il ricorso indiscriminato ai test diagnostici: una forma di consumismo sanitario che alimenta esami inutili, determina spreco di risorse ed espone ai rischi della sovra-diagnosi e di trattamenti non necessari».
  • Hai ricevuto antibiotici per un’infezione delle alte vie respiratorie (es. raffreddore)? Uno studente su 5 “spesso”, uno su 2 “qualche volta” e il 18,9% “mai”; il 12,3% dichiara di non aver mai avuto una infezione delle alte vie respiratorie. «Seppur con i limiti insiti nella domanda che non definisce un arco temporale – commenta Cartabellotta – nel campione esaminato emerge un potenziale utilizzo inappropriato degli antibiotici nelle infezioni delle alte vie respiratorie, visto che oltre due terzi dichiarano di avere ricevuto una prescrizione almeno una volta».
  • L’equità di accesso ai LEA è garantita allo stesso modo in tutte le Regioni? Due studenti su tre (66,2 %) ritengono di no, dichiarandosi in totale o parziale disaccordo; il 21,1 % resta neutrale e il 12,7 % ritiene che il SSN sia uniforme su tutto il territorio nazionale. «La parte “mezza vuota del bicchiere” – osserva Cartabellotta – è rappresentata da quel terzo di ragazzi che non percepisce (o non prende posizione) su divari regionali così marcati: segno che c’è ancora molta strada da fare per rendere tutti pienamente consapevoli dei diritti che dovrebbero essere garantiti ovunque».
  • Usi ChatGPT o applicazioni simili? Il 37,2% degli studenti usa quotidianamente tali strumenti e il 36,5% sporadicamente. Segno che l’intelligenza artificiale sta diventando parte integrante della quotidianità delle nuove generazioni. Tuttavia, questa diffusione non è accompagnata da un’adeguata alfabetizzazione all’uso critico e consapevole, soprattutto in ambito scientifico o sanitario. «Che oltre 8 studenti su 10 utilizzino strumenti di intelligenza artificiale – osserva Nino Cartabellotta – rende prioritario integrare nei percorsi scolastici l’educazione all’uso responsabile di queste tecnologie. In sanità, in particolare, è fondamentale saper distinguere fonti affidabili da contenuti fuorvianti: senza adeguate competenze scientifiche e digitali, l’IA rischia di diventare veicolo di disinformazione, piuttosto che uno strumento per approfondire le conoscenze».

«I risultati della survey – chiosa Cartabellotta – restituiscono un quadro di luci e ombre. I giovani sono in larga parte consapevoli delle diseguaglianze regionali in sanità. Mancano però conoscenze specifiche sugli screening oncologici offerti dal SSN e 7 studenti su 10 sono convinti che eseguire test diagnostici in maniera indiscriminata equivalga sempre a “più salute”. Altri dati evidenziano criticità importanti: la scarsa conoscenza circa il corretto uso degli antibiotici per infezioni respiratorie e le lacune del passaggio di consegne tra pediatra medico di famiglia. In sintesi la survey conferma la necessità di trasferire già in età scolastica una solida cultura della prevenzione, della promozione della salute e dell’uso consapevole del SSN».

«Per colmare questi gap di conoscenze – conclude Cottafava – vogliamo espandere il progetto “La Salute tiene banco” anche alle aree più remote del Paese, per offrire a tutti l’opportunità di conoscere i propri diritti e doveri e come prendersi cura della propria salute. Per questo abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding, attiva fino al 13 giugno. Abbiamo bisogno del supporto di tutti: insieme possiamo crescere una nuova generazione di cittadini consapevoli, capaci di proteggere il bene più prezioso che hanno: la salute».

Nisticò: «Medicina di precisione e prescrittomica per migliorare l’efficacia e ridurre gli effetti collaterali delle terapie»

«La medicina di precisione rappresenta una delle più grandi rivoluzioni degli ultimi decenni: un approccio innovativo che ha reso possibili terapie sempre più personalizzate. Ora entriamo nell’era della prescrittomica, una disciplina emergente che si occupa di analizzare, integrare e ottimizzare l’uso dei farmaci sulla base del profilo genetico, biochimico e clinico del paziente. È una sfida ambiziosa, ma necessaria, per migliorare l’efficacia delle terapie, ridurre gli effetti collaterali e ottimizzare l’uso delle risorse sanitarie». Lo ha affermato il Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco Robert Nisticò nel suo intervento alla Tavola rotonda “Verso la medicina di precisione”, organizzato presso la Camera dei Deputati dall’Ordine dei medici di Roma.

«In un’epoca caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle malattie croniche, la politerapia è diventata una realtà diffusa – spiega Nisticò –. Quasi un anziano su tre (il 28,5% degli over 65 secondo l’ultimo rapporto OsMed) assume 10 o più medicinali, mentre il 68% ha ricevuto prescrizioni per almeno 5 farmaci diversi. L’interazione di così tanti medicinali diventa difficile da tenere sotto controllo per gli stessi medici e può generare effetti avversi o scarsa tollerabilità ai trattamenti per i pazienti, che abbandonano le terapie o non le assumono correttamente. La mancata aderenza terapeutica costa circa 2 miliardi di euro l’anno al SSN: un conto che non possiamo permetterci. È qui che la medicina di precisione e la prescrittomica giocano un ruolo cruciale», sottolinea il Presidente dell’Agenzia ricordando che «per affrontare queste sfide, l’AIFA ha istituito un Tavolo tecnico dedicato proprio alla medicina di precisione e alla prescrittomica. In collaborazione con società scientifiche, Ordini professionali e accademici, stiamo lavorando per mettere a punto, a breve, indicazioni utili a tutti gli operatori sanitari e ai pazienti, soprattutto quelli in politerapia. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità di vita e ottimizzare l’impiego delle risorse sanitarie».

La mancata aderenza terapeutica costa circa 2 miliardi di euro l’anno al SSN

Studi recenti dimostrano che l’utilizzo dell’AI per monitorare le terapie e fornire supporti in tempo reale può aumentare l’aderenza alle cure fino al 20%, con un conseguente miglioramento del 40% della qualità della vita e del 20% della sopravvivenza. Inoltre, l’informazione genomica consente di adattare le prescrizioni, riducendo i rischi di tossicità e gli effetti avversi, contribuendo così a un sistema sanitario più sostenibile. «Il futuro passa necessariamente attraverso l’integrazione della medicina di precisione con la prescrittomica – conclude – per razionalizzare le prescrizioni e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Ognuno di loro è unico, e merita una cura altrettanto unica».

Reti oncologiche e screening: Regioni in crescita, ma permane il divario Nord-Sud

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Le Reti Oncologiche funzionano meglio nelle Regioni in cui esistono da più tempo: sono più strutturate e assicurano un accesso più equo al paziente, indipendentemente dal suo punto di accesso e dalla sua residenza. «Chi si ammala deve sapere che, da qualunque parte entri nel sistema, gli verrà proposta la stessa prospettiva di diagnosi e cura. Far sentire il paziente una pallina di flipper è una delle criticità che dobbiamo eliminare», ha osservato Gianni Amunni, Coordinatore scientifico ISPRO (Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica della Toscana) durante la presentazione del report redatto dall’Osservatorio per il monitoraggio delle Reti Oncologiche Regionali (ROR) di AGENAS e condotto nel 2024 sui dati del 2023.

Chi ha strutturato la Rete da più tempo, infatti, ha a disposizione processi, competenze multidisciplinari e PDTA, oltre a una migliore organizzazione di strutture e personale. Tutto questo assicura una migliore performance in termini di esiti. Dal punto di vista delle governance, nel 2023 hanno fatto bene Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte-Valle d’Aosta, Veneto e Lazio. Per contro, Friuli Venezia Giulia e Lombardia raggiungono le performance di esito grazie a centri d’eccellenza con un’alta produttività, ma non organizzati in rete. «Abbiamo voluto restituire una fotografia dinamica dell’andamento delle Reti – ha affermato Manuela Tamburo De Bella, Coordinatrice dell’Osservatorio per il Monitoraggio delle ROR -. In questo senso, abbiamo apprezzato la crescita, rispetto ai dati del 2022, di Regioni come la Campania, l’Umbria, l’Abruzzo e la Puglia».

Calabria, Molise, Marche, Basilicata e Sardegna hanno notevoli margini di miglioramento: «Da parte nostra c’è la piena volontà di collaborare e supportare dal punto di vista della gestione quelle aree che non soddisfano ancora i requisiti delle ROR», ha detto Tamburo De Bella, che ha anche ricordato come AGENAS sia la sede del Coordinamento funzionale della Rete Nazionale dei Tumori Rari, «che in questo momento è scaduto e noi attendiamo con ansia il suo rinnovo, anche perché negli anni abbiamo definito il processo normativo e attuativo e c’è molto lavoro da fare».

Metodologia

L’Indice sintetico complessivo di valutazione (ISCO), usato nel report, si compone di due parti, ciascuna che “pesa” per il 50%:

  • un questionario di autocompilazione qualitativa su 4 aree tematiche (struttura di base, meccanismi operativi, processi sociali e risultati)
  • una parte quantitativa con 3 indicatori di processo e di esito per 7 patologie tumorali (mammella, polmone, prostata, ovaio, utero, colon e retto).

I 3 indicatori presi in analisi sono:

  • presa in carico da strutture della rete
  • tempi di attesa
  • indice di bacino

L’indice di bacino è stato introdotto quest’anno, dopo la sperimentazione dell’anno scorso e misura la percentuale di prestazioni ambulatoriali e ospedaliere di chemio e radioterapiche erogate ai pazienti entro 60 minuti o 100 chilometri di percorrenza dal luogo di residenza sul totale delle prestazioni per area territoriale di residenza. «Si tratta di un indicatore di prossimità, con prestazioni che normalmente i flussi non misurano – prosegue Tamburo De Bella -. È un dato importante perché nel paziente cronico non c’è un’unica prestazione indice (che è la chirurgica), ma c’è una presa in carico per diversi anni, deve essere una presa in carico di prossimità».

Grazie a questi dati AGENAS ha prodotto un profilo nazionale e dei profili regionali.

Gli screening oncologici

«Quando parliamo di Reti oncologiche, parliamo di presa in carico e di ottimizzazione di servizi e processi per il paziente, ma quanta attenzione diamo a ciò che viene prima, la prevenzione? Questa è la base per avere meno malati avanzati», ha affermato Tamburo De Bella. Per questo l’Osservatorio due anni fa ha iniziato un monitoraggio semestrale basato sui flussi regionali.

La creazione di Reti Oncologiche forti e la promozione attiva degli screening sono la chiave per ridurre la mortalità oncologica e garantire un percorso di cura dignitoso

Durante l’incontro sono stati presentati in anteprima i dati 2024 su 3 screening: mammella, colon-retto e cervice uterina. A livello nazionale, la copertura media è buona: 95% per la mammella (fascia 50-69 anni), 96% per il colon-retto e addirittura 101% per la cervice uterina (percentuale legata probabilmente all’inclusione di una fascia di età allargata). Quando si analizza la percentuale di adesione, tuttavia, i numeri cambiano: rispettivamente nel 2024 hanno risposto alla chiamata il 49%, il 32% e il 41% delle persone in target.

A livello regionale, sebbene si registri un miglioramento al Centro e Sud-Isole rispetto al 2023, il divario rispetto al Nord Italia resta importante in tutte e tre le patologie. Da questo punto di vista, per AGENAS la creazione di Reti Oncologiche forti e la promozione attiva degli screening sono la chiave per ridurre la mortalità oncologica e garantire un percorso di cura dignitoso. Dove queste strategie sono state messe in pratica, grazie anche all’integrazione ospedale-territorio, si sono raggiunti e talvolta superati i target ministeriali.

Le parole chiave delle Reti Oncologiche

Gianni Amunni, considerato il padre delle Reti Oncologiche, ha sintetizzato alcune parole chiave, che esprimono concetti su cui si è lavorato in questi anni (l’Osservatorio AGENAS esiste dal 2019) e su cui occorre continuare a farlo. Queste parole sono prossimità, equità («almeno all’interno della stessa Regione»), omogeneità di trattamento, governo del diritto all’innovazione, valore del percorso rispetto alla singola prestazione («il percorso in oncologia è diverso rispetto alla semplice sommatoria delle singole prestazioni»), integrazione ospedale-territorio e ricerca di nuovi setting assistenziali, alcuni dei quali al di fuori delle mura dell’ospedale per creare risposte più appropriate. «La regia dell’oncologia rimane unica, ma occorre mettere a disposizione dei 4 milioni di casi prevalenti nuove risposte per i loro bisogni, che sono sempre più diversificati».

Infine, la sostenibilità: «In oncologia occorre superare il concetto di spesa, orientandosi su quello di investimento e imparando a dare valore anche economico agli esiti che riusciamo a produrre», ha sottolineato Amunni, auspicando per il futuro un movimento verso l’accreditamento delle Reti Oncologiche.

La sclerosi multipla cambia volto grazie ai big data

La rivoluzione digitale sta cambiando il volto della medicina, e la sclerosi multipla è uno degli ambiti in cui questo cambiamento si fa più evidente. Grazie all’integrazione di dati clinici, genetici, di risonanza magnetica e delle misure riportate direttamente dai pazienti attraverso piattaforme digitali, e all’analisi di queste informazioni tramite software di Intelligenza Artificiale, sarà possibile ripensare profondamente la prevenzione e la cura della malattia.
 

Una visione che si inserisce in un approccio più ampio alla salute del cervello e che sarà protagonista del congresso annuale dell’Associazione italiana sclerosi multipla (AISM) e della sua Fondazione (FISM), in programma a Roma da oggi a giovedì 29 maggio. L’appuntamento mette al centro i risultati finora raggiunti, i progetti internazionali più innovativi e le nuove ricerche che puntano a sfruttare i Big Data a favore delle persone con SM.
 

L’intelligenza artificiale è sicuramente uno degli strumenti chiave per promuovere questo cambio di paradigma, come spiegherà Sergio Baranzini, professore di Neurologia presso l’Università della California di San Francisco, nella sua lettura magistrale il primo giorno del Congresso.

L’esperto internazionale nell’uso dei Big Data in neurologia ha deciso di collaborare con chi in Italia da anni ha promosso la raccolta di «FISM è stata una pioniera nella raccolta di dati per la ricerca – sottolinea Baranzini – e ha avuto una visione lungimirante con l’istituzione del Registro di malattia. Ecco perché abbiamo deciso di collaborare a diversi livelli con AISM e la sua Fondazione».
 

I modelli di raccolta e analisi dati sviluppati negli Usa saranno applicati a quelli contenuti nei database italiani con l’obiettivo di sviluppare software in grado di identificare l’evoluzione della malattia in maniera specifica per ogni singola persona. Il tipo tradizionale di analisi dei dati che modella la SM e patologie correlate in base a stadi discreti della malattia deve essere sostituito da modelli in grado di valutare il decorso temporale della malattia: un modello che fotografi l’insorgenza biologica della malattia e i sintomi nascosti.
 

In questo nuovo modello, i dati generati dalle persone che vivono con la malattia sono fondamentali per definire le diverse espressioni cliniche della malattia. «Una scienza che unisce dati di provenienza diversa – spiega il direttore scientifico AISM-FISM, Paola Zaratin – è una scienza della collaborazione tra diversi attori, per prime le persone che vivono con la malattia e i loro caregiver. I dati generati dai pazienti sono indicatori di impatto di un rinnovato valore della salute e devono contribuire allo sviluppo di nuovi descrittori clinicamente significativi per le persone con SM, anche come criteri per l’accesso ai trattamenti».

La rivoluzione dei Big Data è tanto più significativa alla luce dei nuovi criteri diagnostici per la SM, che spingono verso la descrizione della malattia come un processo continuo e stabiliscono indicatori per una diagnosi sempre più precoce, sulla base dell’integrazione dei dati biologici e funzionali. «L’obiettivo di anticipare la diagnosi così come la progressione della malattia – evidenzia il presidente FISM, Mario Alberto Battaglia – deve guidare la ricerca e l’advocacy nella SM. AISM e la sua Fondazione hanno fatto scuola da questo punto di vista, grazie a una visione lungimirante e a collaborazioni internazionali che stanno tracciando la strada per una revisione globale del percorso di malattia».

La diagnosi precoce

Anticipare la diagnosi significa anche poter agire prima con interventi di riabilitazione e contrastare più efficacemente l’azione della malattia sia nell’adulto che nell’età pediatrica. «Oggi dobbiamo ampliare il nostro approccio e muoverci per anticipare sempre di più l’intervento di riabilitazione che può essere considerata come una terapia modificante la malattia in senso lato – interviene Jaume Sastre Garriga, vicedirettore del Centro Sclerosi Multipla della Catalogna (Cemcat), anche lui ospite del congresso – perché migliora i processi interni al sistema nervoso, rendendolo più resistente al danno provocato dalla malattia».

È nell’ambito di questo impegno che nasce anche la Clinical and Imaging Data Resource promossa dalla Progressive MS Alliance, di cui Aism con la sua Fondazione è un membro fondatore e nel managing board. Questa piattaforma fornirà ai ricercatori di tutto il mondo l’accesso a dati anonimizzati da 16 studi clinici di fase III, inclusi circa 15mila soggetti individuali (inclusi dati clinici da circa 223.000 visite e dati di neuroimaging – RMI – da altre circa 57mila visite).

«Ci aspettiamo – le parole del direttore scientifico AISM-FISM e membro della Industry Forum, Paola Zaratin – che ricercatori di tutto il mondo analizzino questi dati in modo innovativo per monitorare o prevedere meglio la progressione della malattia e probabilmente aiuterà anche le aziende a ottenere risultati più rapidi e accurati dagli studi clinici».

Durante il congresso saranno presentati i risultati raggiunti dai 28 progetti terminati nel 2024, che rispondono alle priorità scientifiche dell’Agenda 2025: conoscere le cause di malattia e i fattori di rischio, diagnosticare la malattia e di identificare nuovi trattamenti farmacologici e neuro-riabilitativi che possano migliorare la qualità della vita delle persone con SM.

Saranno inoltre celebrati i 10 anni del Registro Italiano SM e patologie correlate, oggi attivo in 190 centri su tutto il territorio nazionale e riconosciuto come uno dei più grandi database europei dedicati alla sclerosi multipla, con 94mila cartelle cliniche.

Nel corso dell’evento verrà poi assegnato il Premio Rita Levi Montalcini, destinato ogni anno a un giovane neurologo.

Prevenzione oncologica in carcere: «Così portiamo salute alle donne detenute e madri»

Negli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (ICAM), le donne detenute convivono con i loro figli, spesso in età prescolare, in un contesto che cerca di bilanciare la funzione detentiva con quella di cura. Nonostante gli sforzi per rendere questi luoghi più accoglienti e “a misura di bambino”, restano ambienti in cui le donne sono private della libertà. Anche in questa realtà complessa, il diritto alla salute e alla prevenzione non può essere trascurato.

Ne abbiamo parlato con Lorenzo Grimaldi, Coordinatore dei progetti di prevenzione primaria per fragilità sociali ed economiche di LILT Milano che, in occasione della seconda edizione del Festival della Prevenzione, ha posto l’attenzione su un tema ancora poco esplorato: la prevenzione oncologica per le donne detenute, e in prospettiva, per l’intera popolazione carceraria.

Lorenzo Grimaldi

Quali sono le azioni di prevenzione che la LILT sta realizzando nelle carceri milanesi?

«La nostra esperienza nelle carceri è iniziata nel 2022 con l’Istituto a Custodia Attenuata per Madri, attraverso attività inizialmente sporadiche. È un nuovo target per le nostre attività di prevenzione primaria. Abbiamo potuto agire grazie a un’educatrice che lavora dentro ICAM. Nel 2023 abbiamo realizzato il primo progetto strutturato nel carcere di Bollate, dove siamo riusciti a portare il “pacchetto completo” di prevenzione: sensibilizzazione per le detenute, formazione per gli operatori penitenziari e visite gratuite con il nostro ambulatorio mobile, effettuando visite senologiche con mammografie e visite ginecologiche con Pap test. Recentemente abbiamo coinvolto anche la Casa Circondariale di San Vittore, che presenta complessità differenti, sia logistiche, sia per tipologia di popolazione detenuta».

In dettaglio, come si svolgono gli screening nell’ICAM?

«Nell’ICAM abbiamo realizzato una mezza giornata di visite, effettuando nell’ambulatorio interno visite ginecologiche e senologiche con ecografie mammarie. Quest’ultima scelta è stata dettata dall’impossibilità di portare il nostro ambulatorio mobile all’interno della struttura e dal fatto che molte detenute sono giovani, sotto i 40 anni, per le quali l’ecografia è più indicata della mammografia. La stessa metodologia è stata adottata anche a San Vittore. La differenza principale tra le strutture sta nella fase di sensibilizzazione. L’ICAM è una struttura più aperta, con molte educatrici sia per i bambini che per supportare il ruolo di madri. In questo contesto, abbiamo potuto approfondire meglio la parte di prevenzione dei tumori femminili. Per molte detenute, che hanno cittadinanza straniera, era la prima volta che affrontavano il tema o che facevano una visita senologica al di fuori delle visite ginecologiche legate al parto».

Per molte detenute straniere è stata la prima occasione per accedere a una vera prevenzione senologica

Avete affrontato problemi di comunicazione legati alla multiculturalità?

«Questo è il nostro “pane quotidiano”. Il mio settore, all’interno della LILT, è dedicato proprio alle comunità straniere; quindi, siamo abituati a superare barriere culturali che vanno oltre il semplice invito a fare una visita. L’équipe che ha operato in carcere è la stessa che normalmente lavora con le comunità straniere sul territorio. Tuttavia, dal punto di vista linguistico, abbiamo avuto qualche difficoltà. Fortunatamente, per le detenute latinoamericane ho potuto fare io stesso da traduttore, parlando spagnolo. In altri casi, la nostra psicologa di origine peruviana ha condotto direttamente le sessioni di sensibilizzazione in lingua. Cerchiamo sempre di avere un’équipe essa stessa multiculturale, perché nella nostra visione le operatrici con background migratorio rappresentano esempi di empowerment per le detenute stesse».

Quali sono i numeri degli screening realizzati?

«I numeri variano molto tra le diverse strutture. A San Vittore, attualmente, ci sono circa 80-100 donne detenute, un dato comunque variabile. L’ICAM invece può ospitare al massimo dieci donne con almeno un bambino ciascuna. Noi quest’anno abbiamo visitato circa 160 donne a San Vittore e nell’ICAM e, fortunatamente, non abbiamo rilevato nessuna positività in nessuna delle strutture. I momenti di sensibilizzazione sono stati realizzati a dicembre a ICAM e a febbraio a San Vittore. Gli interventi hanno una durata di due ore. Le visite invece sono state realizzate tutte a marzo in concomitanza con il Festival della Prevenzione in occasione della Settimana della Prevenzione Oncologica (SNPO), con interventi di circa sei ore a giornata.  Abbiamo realizzato 12 momenti di sensibilizzazione sui temi della prevenzione, salute, alimentazione e malattie sessualmente trasmissibili (in collaborazione con LILA) e 370 prestazioni di diagnosi precoce (visite ginecologiche, pap-test, visita senologica ed ecografie ginecologiche).

Screening e sensibilizzazione hanno coinvolto oltre 160 donne detenute tra ICAM e San Vittore, con 370 prestazioni erogate. A Bollate, il progetto ha incluso anche il personale penitenziario

Di 67 donne detenute visitate (di cui 29 italiane) 13 erano di età tra 16 e 25 anni; 28 di età tra 26 e 39 anni; 24 di età tra 40 e 59 anni e due di età tra 60 e 74 anni. Gli screening sono stati svolti nell’ultima settimana di marzo, durante la Settimana Nazionale della Prevenzione Oncologica. A Bollate, l’anno precedente, siamo riusciti a effettuare screening sia alle donne detenute che ad una percentuale di donne della polizia penitenziaria, con numeri molto più ampi: in quattro momenti di sensibilizzazione sui temi della prevenzione, salute e malattie sessualmente trasmissibili, le prestazioni sono state 904 (mammografie, ecografie mammarie, visite senologiche, visite ginecologiche, pap-test ed ecografie ginecologiche) e 180 donne visitate tra detenute e personale penitenziario».

Come siete riusciti a realizzare il progetto e quali sono le prospettive future?

«Negli ultimi mesi con il progetto di prevenzione nelle carceri abbiamo lavorato anche grazie alla collaborazione con LILA Milano, Associazione specializzata nella lotta all’AIDS. Loro hanno portato il loro know-how per quanto riguarda le malattie sessualmente trasmissibili, un tema molto rilevante in ambito carcerario.  Il progetto è stato possibile grazie al sostegno di due fondazioni: la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni e la Reale Foundation. Il loro finanziamento è stato fondamentale perché queste iniziative sono molto impegnative dal punto di vista organizzativo e richiedono notevoli risorse umane specializzate.

L’obiettivo è rendere la prevenzione in carcere un’attività continuativa, a supporto delle ASST nelle strutture più complesse

Per il futuro, vogliamo rendere il progetto “Prevenzione nelle carceri” sistematico e non sporadico. Ci arrivano sempre più richieste, soprattutto per supportare le ASST in strutture così complesse. La grande sfida sarà estendere gli screening anche agli uomini detenuti, che ci è stato richiesto sia dalle Direzioni carcerarie sia dagli operatori sanitari. In questo caso, i numeri sono almeno dieci volte maggiori rispetto agli screening per le donne, e la popolazione carceraria maschile ha un’età media sempre più alta, rientrando quindi maggiormente nel target della prevenzione oncologica. Ciò significa che il lavoro richiederà più tempo, più investimenti e una pianificazione a lungo termine. Il nostro obiettivo è anche espandere il progetto ad altre carceri lombarde. Finora abbiamo coperto tutte le carceri del territorio che hanno sezioni femminili».

Quali sono le particolari sfide della prevenzione oncologica maschile in carcere?

«La prevenzione maschile rappresenta un grandissimo ostacolo, perché già al di fuori del contesto carcerario non è tra le più praticate. Il contesto detentivo rende tutto ancora più difficile per molteplici ragioni. Sarebbe una sfida enorme, ma estremamente importante, soprattutto considerando l’innalzamento dell’età media della popolazione carceraria maschile».

Medici, carriera ospedalieri scippata da universitari. ANAAO, CIMO-FESMED e ACOI: «Ministero Salute e Regioni fermino questa vergogna»

Le Università stanno occupando gli ospedali. E i medici universitari stanno tagliando drasticamente le prospettive di carriera dei medici ospedalieri. La cosiddetta “clinicizzazione” delle strutture sanitarie è in costante espansione, andando ben al di là delle necessità dettate dalla didattica e dalla ricerca e rappresentando sempre più una mera occupazione di spazi e di potere e una minaccia per gli ospedalieri. Un fenomeno insopportabile davanti al quale i sindacati ANAAO ASSOMED e CIMO-FESMED e la società scientifica ACOI (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani) non possono più rimanere in silenzio.

Si assiste infatti frequentemente all’ampliamento, sulla base di accordi siglati da Atenei e Regioni, delle attività didattiche in reparti o intere strutture assistenziali che in molti casi non hanno nemmeno i numeri o la casistica necessari a giustificare la presenza dell’Università; la direzione di tali unità operative viene quindi affidata a professori universitari nominati dal Rettore – e che quindi non devono superare un concorso come invece richiesto agli ospedalieri che ambiscono a diventare direttori di struttura – nonostante il personale medico sia prevalentemente, se non esclusivamente, ospedaliero.

Accordi tra Atenei e Regioni ampliano le attività didattiche in reparti o strutture che spesso non hanno nemmeno i numeri o la casistica necessari a giustificare la presenza dell’Università

All’improvviso, dunque, gli ospedalieri si ritrovano non solo senza alcuno sbocco di carriera, ma devono anche farsi carico della responsabilità di occuparsi della formazione pratica dei medici specializzandi affidati a quel determinato reparto. Senza percepire alcun compenso aggiuntivo, ovviamente. ANAAO ASSOMED, CIMO-FESMED e ACOI chiedono dunque al Ministero della Salute e alla Conferenza delle Regioni di intervenire urgentemente per porre fine a un espansionismo senza controllo che calpesta i diritti dei medici ospedalieri.

«Ci rifiutiamo di condannare i medici ospedalieri a cedere spazi e competenze all’Università – dichiara Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale ANAAO ASSOMED – e relegarli nella riserva di un SSN povero e per i poveri, lasciando ad altri il ‘lusso’ della formazione, della didattica e dell’assistenza nei settori ad alta specializzazione. È necessario un intervento deciso per rendere i rapporti Università-SSN meno conflittuali e più rispettosi dei reciproci fini istituzionali. Anche per costruire il livello di integrazione necessario a superare il vissuto da “separati in casa” che caratterizza la situazione attuale».

«In un momento di particolare crisi dei medici ospedalieri, costretti a lavorare in condizioni inaccettabili per far fronte alle gravi carenze di personale, è intollerabile aggiungere ulteriori cause di demotivazione, che spingeranno sempre più colleghi ad allontanarsi dal SSN – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Occorre definire in modo chiaro e trasparente la dotazione strutturale e l’organizzazione necessarie alla didattica e alla ricerca, al fine di evitare di disperdere in mille rivoli risorse fondamentali e di creare una reale collaborazione tra Università e ospedali nel rispetto delle funzioni e dei ruoli di ciascuno, dando vita agli ospedali di insegnamento per garantire una formazione di qualità ai medici specializzandi».

«La nostra professione, come sanno anche i più distratti, è assolutamente delicata – aggiunge Vincenzo Bottino, Presidente ACOI -: vive quotidianamente, e a vita, tra formazione permanente e azioni sul campo. Elementi come la professionalità, la capacità di gestire il team, il supporto agli specializzandi, il rapporto con i pazienti fino alla direzione delle unità operative dovrebbe premiare – o quantomeno mettere in condizione di partecipare – anche le figure professionali che conoscono bene le dinamiche delle sale operatorie e che sono supportate da percorsi accademici e formativi di livello. Il nostro lavoro, sempre per i più distratti, è quello di salvare la vita delle persone: per farlo, serve una straordinaria conoscenza teorica ma anche una necessaria capacità operativa. Decidere di premiare solo una di queste due competenze – oggi evidentemente la prima – significa mettere a rischio la vita dei nostri pazienti. Forse è bene ricordarlo a tutti, anche ai più distratti che hanno potere decisionale».

La FOFI lancia il primo chatbot basato sull’AI per rispondere ai farmacisti su aspetti normativi e professionali

L’intelligenza artificiale entra nella quotidianità degli Ordini dei farmacisti per rispondere più rapidamente alle domande dei propri iscritti sulle questioni tecnico-legali che impattano sull’esercizio della professione, permettendo, inoltre, di snellire il lavoro degli uffici federali che ogni giorno ricevono numerosissime richieste di chiarimento dal territorio: un obiettivo possibile grazie all’innovativo chatbot basato sull’AI,nato dalla collaborazione tral’Ordine dei Farmacisti di Milano-Monza Brianza e la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano e che, per volontà della FOFI, è stato messo a disposizione di tutti e cento gli Ordini provinciali.

Il chatbot, unico nel panorama nazionale a esser stato ideato e personalizzato per l’ambito ordinistico, interpreta le domande formulate dai farmacisti in linguaggio naturale e fornisce risposte immediate, puntuali e standardizzate, attingendo da un ampio archivio di fonti certificate. L’assistente virtuale è ‘addestrato’ per rispondere a quesiti su aspetti legali e professionali quali, ad esempio, formazione e obblighi ECM, competenze professionali, incompatibilità, gestione dei presìdi.

Dopo una prima una fase sperimentale che ha coinvolto gli Ordini dei farmacisti di Agrigento, Bari-BAT, Brescia, Gorizia, Milano-Monza Brianza, Pistoia e Torino, il tool è oggi pienamente operativo, con accesso diretto dai gestionali dei singoli Ordini.

«Questo progetto è il risultato di una collaborazione virtuosa tra l’Ordine dei Farmacisti di Milano-Monza Brianza, il Politecnico di Milano e la Federazione, che ha consentito di sviluppare un software evoluto di IA che coniuga l’accuratezza e l’attendibilità delle fonti con la rapidità di risposta propria degli algoritmi di Intelligenza Artificiale, consentendo di accelerare la gestione delle richieste di informazioni dei colleghi e di ottimizzare l’efficienza operativa degli Ordini e della stessa Federazione», spiega il presidente FOFI, Andrea Mandelli.

Una rivoluzione nella vita ordinistica, frutto di una visione federale fortemente orientata all’innovazione. «Ma l’impegno della Federazione sull’Intelligenza Artificiale non finisce qui – aggiunge Mandelli -: come annunciato in occasione dell’ultimo Consiglio Nazionale, stiamo già realizzando un secondo software di AI, destinato all’utilizzo diretto da parte dei farmacisti, che consentirà ai colleghi di ottenere informazioni rapide, chiare e validate sulle questioni di carattere normativo e professionale correlate all’attività di dispensazione farmaceutica. L’obiettivo è di rendere disponibile il nuovo software entro la fine del 2025. In questi anni – conclude il presidente FOFI – i farmacisti si sono fatti trovare pronti alla sfida della digitalizzazione per migliorare la qualità dell’assistenza e l’accesso alle cure. Questi progetti confermano la nostra volontà di continuare a investire nell’innovazione per far crescere la professione e portare valore al Sistema Salute, integrando l’Intelligenza Artificiale come leva strategica per valorizzare ulteriormente le nostre funzioni e competenze, e la dimensione relazionale della nostra professione. Un obiettivo che è parte della mission federale di consolidare il ruolo dei farmacisti nel contesto della sanità digitale che, sempre di più, sarà il futuro dell’assistenza».

Ictus ischemico in Italia: costi, disabilità e tempestività

L’ictus ischemico è tra le principali cause di morte e disabilità in Italia e nel mondo. Ogni anno, nel nostro Paese, si registrano oltre 80mila ricoveri per ictus ischemico, con un impatto considerevole non solo sul piano clinico ed epidemiologico, ma anche su quello economico e sociale. La gestione tempestiva dell’evento acuto, così come la presa in carico a lungo termine dei pazienti, rappresentano una sfida complessa per il Servizio Sanitario Nazionale, sia in termini di risorse che di organizzazione.

Per approfondire la questione, abbiamo intervistato Paolo Cortesi (Centro di Studio e di Ricerca sulla Sanità Pubblica (CESP) dell’Università di Milano Bicocca e Laboratorio di Sanità Pubblica dell’IRCCS Auxologico di Milano), specializzato in economia sanitaria. Cortesi analizza i principali dati su incidenza, ospedalizzazioni, costi diretti e indiretti, con un focus particolare sul legame tra livello di disabilità residua e impatto economico. Centrale il ruolo della tempestività: intervenire entro le prime ore dall’evento può fare la differenza non solo sugli esiti clinici, ma anche sui costi assistenziali.