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Pharma Legislation all’ultimo step: il commento di Medicines for Europe

«Sosteniamo la riforma a condizione che possa realmente garantire un accesso equo ai farmaci per tutti gli europei e che contribuisca ad aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento di medicinali. Ci opporremo ai tentativi di estendere gli incentivi e i diritti di proprietà intellettuale, che già garantiscono la più lunga tutela monopolistica al mondo. Esortiamo il Consiglio, il Parlamento e la Commissione ad aumentare l’armonizzazione delle norme per un migliore accesso e sicurezza dell’approvvigionamento per i pazienti in tutti gli Stati membri dell’UE». Ad affermarlo è Medicines for Europe, l’associazione europea delle aziende produttrici di generici-equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines, commentando l’accordo raggiunto in Consiglio sul contenuto del pacchetto farmaceutico UE, che approda ora alla fase finale dei negoziati tra Commissione, Consiglio e Parlamento.

«Sosteniamo la riforma solo se garantisce equità di accesso e sicurezza dell’approvvigionamento di medicinali»

«È un passo importante per il progresso nella regolamentazione farmaceutica in un contesto geopolitico turbolento», si legge nel comunicato diffuso dall’associazione che avverte: «L’accordo sugli incentivi normativi e di mercato dovrebbe garantire maggiori investimenti in Europa e un maggior numero di pazienti che beneficino dell’accesso all’innovazione in tutti gli Stati membri».

 Di seguito – in dettaglio – le raccomandazioni dell’associazione:

  • La clausola di ridestinazione dovrebbe essere estesa per garantire maggiori investimenti in importanti esigenze di salute pubblica come la resistenza antimicrobica e la futura strategia cardiovascolare.
  • L’esenzione Bolar deve essere armonizzata per incoraggiare lo sviluppo di principi attivi farmaceutici in Europa e per porre fine a ritardi inutili e anticoncorrenziali nella concorrenza di farmaci generici o biosimilari con conseguente perdita di esclusività.
  • Misure normative volte ad aumentare la competitività europea a livello globale, come lo sviluppo unico globale, procedure di autorizzazione all’immissione in commercio di farmaci generici e biosimilari tempestive e scadenze chiare per l’istituzione di un sistema di informazioni elettroniche sui prodotti, serviranno a migliorare l’accesso ai medicinali per milioni di europei.
  • L’allineamento del pacchetto farmaceutico agli obiettivi della legislazione sull’estensione del mandato dell’EMA servirà a facilitare l’uso di strumenti digitali per prevenire e mitigare la carenza di medicinali.

Rivelata la genetica del Long Covid

Un ampio studio genetico internazionale, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, ha identificato nuove varianti genetiche associate al rischio di sviluppare il “long Covid”, una condizione debilitante che colpisce milioni di persone nel mondo anche mesi dopo la guarigione dall’infezione acuta da SARS-CoV-2, caratterizzata da sintomi come stanchezza cronica, difficoltà cognitive e respiratorie e dolore muscolare.

Questo importante risultato è il frutto di un’eccezionale collaborazione scientifica a livello globale, che ha coinvolto 24 istituti di ricerca e ospedali internazionali, in 16 nazioni in tutto il mondo. Il progetto è stato guidato dall’Institute for Molecular Medicine Finland (FIMM) di Helsinki e dal prestigioso Karolinska Institutet (Stoccolma, Svezia).

L’Italia ha dato un contributo significativo grazie alla partecipazione della Fondazione COVID-19  Genomic Study, della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e GEN-COVID, un consorzio formato da più di 40 ospedali italiani, guidato da Alessandra Renieri dell’Università degli Studi di Siena e Azienda ospedaliero-universitaria Senese, con il cofinanziamento di PNRR THE -Tuscany Health Ecosystem spoke n 7 e Bando di ricerca COVID-19 Regione Toscana.

In particolare, i dati dei due studi sono stati analizzati grazie alla collaborazione rispettivamente di Luca Valenti, dell’Università degli Studi di Milano, e di Francesca Colombo e Francesca Minnai dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itb).

Lo studio di associazione sull’intero genoma (GWAS), che ha analizzato i dati genetici di 6.450 pazienti con “long Covid” e oltre un milione di individui senza questa sintomatologia, come controlli, ha individuato un locus genetico, ovvero uno specifico punto nel genoma, sul cromosoma 6, in prossimità del gene FOXP4, già noto in letteratura per il suo ruolo nelle infezioni respiratorie e nella risposta immunitaria. Questo risultato è stato validato su altri 9.500 pazienti e oltre 700.000 controlli.

Questo locus risulta essere positivamente associato alla predisposizione a sviluppare sintomi caratteristici del “long Covid”, con un rischio di sviluppare tale patologia aumentato di quasi il 60% nei soggetti che hanno nel proprio DNA la variante genetica identificata nello studio.  «La ricerca fornisce un’evidenza concreta di come la genetica individuale possa influenzare la suscettibilità al “long Covid” – affermano dal team -. Questo permetterà di identificare le persone a rischio, ma non solo, sarà anche utile per migliorare la pratica clinica nella cura di questa sintomatologia».

Il “long Covid” rappresenta una sfida crescente per i sistemi sanitari. Secondo l’OMS, circa il 10-20% delle persone infette da COVID-19 sviluppa sintomi a lungo termine. Finora le cause alla base della condizione erano in gran parte sconosciute; questa ricerca fornisce un primo significativo passo avanti verso la comprensione e il trattamento del fenomeno.

Questo studio, infine, rappresenta un ottimo esempio di come la collaborazione internazionale sia essenziale per ottenere risultati solidi e di grande rilevanza per la salute dei pazienti, soprattutto in studi genetici di questo tipo, che sono fondamentali per identificare fattori di rischio individuale ad alcune patologie complesse e per comprenderne i meccanismi molecolari che ne stanno alla base ma molto spesso non sono noti. 

Caldo, smog e cambiamenti climatici: la pelle paga il conto

Il cambiamento climatico non è solo una minaccia per l’ambiente, ma anche una crescente emergenza sanitaria con impatti tanto diretti quanto indiretti sulla pelle.

A lanciare l’allarme sono gli esperti della SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse) che, in vista del Congresso Nazionale SIDeMaST Special Edition 2025 – organizzato nell’ambito del XIV International Congress of Dermatology (Roma 18-21 giugno) – evidenziano come l’aumento delle temperature, l’inquinamento atmosferico e l’intensificazione di eventi climatici estremi stiano compromettendo in modo significativo la salute della pelle.

Il riscaldamento globale e i danni da UV 

L’esposizione prolungata a temperature elevate e radiazioni ultraviolette intensificate aumenta il rischio di scottature, invecchiamento precoce e tumori cutanei. La diminuzione dello strato di ozono è un fattore aggravante: si stima che ogni calo dell’1% dello spessore dell’ozono comporti un incremento dell’1-2% dei melanomi, fino al 4,6% dei carcinomi squamocellulari e del 2,7% dei carcinomi basocellulari (Parker, 2020).

«Le radiazioni ultraviolette sono un noto fattore di rischio per i tumori della pelle e la loro intensificazione a causa del cambiamento climatico può aggravare ulteriormente questa problematica – spiega Annunziata Dattola, Professore Associato di Dermatologia all’Università Sapienza di Roma e Segretario Generale dell’ICD –. Inoltre, l’alterazione della composizione atmosferica, con un incremento delle sostanze inquinanti e una riduzione dello strato di ozono, contribuisce a un’esposizione maggiore ai raggi UV, rendendo la prevenzione ancora più cruciale per la protezione della pelle e la riduzione dei casi di melanoma ed altri tumori cutanei. Gli scienziati del clima hanno dichiarato che la gravità del riscaldamento futuro è legata al volume di gas serra rilasciati. Se il volume di emissioni di gas serra continua la sua rapida ascesa, gli esperti prevedono che entro il 2100 la temperatura globale sarà di 5-10,2 gradi Fahrenheit più calda rispetto alla media del 1901-1960».

L’aria che respiriamo si riflette sulla pelle 

L’impatto dell’inquinamento atmosferico – potenziato dai cambiamenti climatici – non si limita all’apparato respiratorio. La pelle è costantemente esposta all’ambiente e risente in modo diretto dell’aumento di particolato, ossidi di azoto e altre sostanze tossiche, che compromettono la barriera cutanea e favoriscono condizioni come acne, eczema e infiammazioni croniche (Balato et al., 2013; Dayrit, J, 2018).

«La ricerca – prosegue Dattola – ha dimostrato che l’inquinamento atmosferico non solo aggrava le condizioni preesistenti, ma può anche contribuire all’insorgenza di nuove patologie cutanee, rendendo la pelle più suscettibile a infezioni e allergie. L’incidenza delle malattie cutanee infiammatorie e infettive aumenta in modo significativo dopo eventi meteorologici estremi come inondazioni e ondate di calore».

Allergie cutanee in aumento: la CO₂ favorisce i pollini

Temperature più alte e concentrazioni elevate di CO₂ stimolano la crescita di piante allergeniche, aumentando la presenza di pollini nell’aria. Un rischio concreto per chi è predisposto alle allergie cutanee, con manifestazioni come orticaria e dermatiti allergiche (Schachtel et al., 2020).

«Le condizioni climatiche mutevoli possono influenzare la distribuzione geografica di allergeni e patogeni, rendendo le persone più vulnerabili a nuove forme di allergie e infezioni cutanee – aggiunge l’esperta –. Basti pensare che l’aumento dell’umidità relativa e delle precipitazioni in alcune regioni sta anche favorendo la proliferazione di muffe e acari della polvere, con conseguente aggravamento di dermatiti atopiche e altre condizioni allergiche della pelle. La dermatite atopica soprattutto in età pediatrica colpisce i bambini tra il 5 ed il 20%. Studi indicano un aumento del 14-31% nei ricoveri d’emergenza per dermatite atopica dopo inondazioni e ad un incremento del 20-40% delle esacerbazioni della dermatite atopica e della psoriasi nelle aree urbane».

Il freddo estremo non è meno pericoloso 

Non solo il caldo, ma anche le temperature rigide rappresentano un rischio. In Cina, è stato osservato un aumento del 160% delle visite per dermatite atopica quando la temperatura scende sotto lo zero rispetto alla media ottimale di 22,8°C. In Giappone, uno studio su oltre 100.000 bambini ha rilevato che una bassa pressione di vapore atmosferico accresce del 26% il rischio di sviluppare dermatite atopica nei primi tre anni di vita (Yokomichi et al., 2022).

Acqua e igiene: risorse in crisi 

Il cambiamento climatico compromette anche la disponibilità e qualità delle risorse idriche, fondamentali per la salute della pelle. La scarsità d’acqua e la contaminazione delle fonti aumentano il rischio di infezioni cutanee, specialmente dopo eventi catastrofici come le alluvioni – che non risparmiano più il nostro Paese, in particolar modo in alcune regioni centro-settentrionali.

«Senza accesso ad acqua pulita e sicura – ha aggiunto Dattola – le persone sono più vulnerabili alle infezioni cutanee. L’acqua contaminata può contenere batteri patogeni e sostanze chimiche nocive che possono alterare il microbioma cutaneo predisponendo la pelle a irritazioni, infezioni fungine e infiammazioni croniche».

Strategie sanitarie e ambientali unite 

Serve un approccio integrato per affrontare questi rischi, sottolineano gli esperti SIDeMaST: «Gli effetti del cambiamento climatico sulla pelle sono molteplici e complessi, interconnessi da vari fattori ambientali – conclude Giuseppe Argenziano, presidente SIDeMaST – è quindi necessario adottare misure di mitigazione e adattamento per affrontare queste sfide e proteggere la salute dermatologica della popolazione. Strategie di prevenzione, come l’uso di filtri solari avanzati, la protezione dall’inquinamento e il miglioramento delle abitudini igieniche, devono essere integrate con politiche ambientali volte a ridurre le emissioni di gas serra e migliorare la qualità dell’aria».

In conclusione, Argenziano e Dattola: «Promuovere la consapevolezza e l’educazione sulla cura della pelle in un’epoca di cambiamenti climatici è essenziale per prevenire rischi e migliorare il benessere delle persone. Al contempo, è fondamentale che la ricerca scientifica prosegua nell’analisi degli effetti ambientali sulla salute della pelle, al fine di sviluppare soluzioni innovative per proteggerla e prevenire patologie dermatologiche».

Magazzino virtuale e AI: la logistica secondo ARIA

Un magazzino che non esiste fisicamente ma garantisce forniture continue e su misura. Una logistica ospedaliera progettata già in fase di gara, per garantire consegne flessibili, efficienti e sostenibili. Un processo di allocazione delle risorse disponibili in base al fabbisogno espresso da ciascun Ente sanitario. È questa la direzione intrapresa da ARIA S.p.A., la centrale acquisti della Regione Lombardia, nella riorganizzazione della supply chain sanitaria, sempre più integrata e basata sull’analisi predittiva dei dati.

«La centrale d’acquisto entra in gioco nella progettazione della gara e quindi favorisce l’innescarsi dei meccanismi che poi andranno a concretizzare la logistica in ambito ospedaliero», spiega Elisa D’Autilia, Responsabile Struttura Gare Aggregate Dispositivi e Tecnologie Medicali di ARIA.

Tre modelli logistici per rispondere ai bisogni degli enti

Elisa D’Autilia

Alla base dell’attività di ARIA c’è una progettazione degli appalti capace di prevedere già in fase iniziale i modelli logistici da attivare. ARIA definisce i modelli logistici più idonei in relazione alla tipologia di prodotto, alla frequenza di utilizzo e alla capacità operativa degli enti coinvolti. Le principali opzioni adottate sono la consegna a transito, la consegna a stoccaggio e il conto deposito. Ogni modello risponde a specifiche esigenze e può essere previsto singolarmente o in combinazione, per adattarsi alle diverse realtà ospedaliere.

Come sottolinea D’Autilia: «Quando si progetta la gara bisogna prevedere uno di questi modelli o la loro coesistenza, così da consentire all’ente di esprimere al meglio la propria necessità in fase di esecuzione del contratto».

Questa modularità logistica rappresenta un punto di forza nella costruzione delle gare: consente una gestione efficiente delle scorte, una migliore adattabilità alle variazioni di fabbisogno e una significativa riduzione del rischio di sprechi o carenze lungo la catena di fornitura.

ARIA progetta gli appalti prevedendo la modularità dei modelli logistici fin dall’inizio

Il conto deposito, in particolare, rappresenta una soluzione più onerosa ma strategica per dispositivi tecnologici e ad alto valore economico, perché consente di mantenere una disponibilità immediata in sede ospedaliera, gestita direttamente dal fornitore. «In questo modo l’ospedale ha il vantaggio di costi di immobilizzo finanziario pressoché ridotti, quasi annullati, e un lead time di rifornimento praticamente nullo».

Il magazzino virtuale: una risposta alle carenze logistiche

Una programmazione efficace degli approvvigionamenti è fondamentale per la tenuta del sistema sanitario regionale: consente di garantire continuità nell’erogazione delle cure, razionalizzare le risorse e offrire al mercato un quadro chiaro delle esigenze future. In questo contesto si inserisce la programmazione triennale delle gare centralizzate di ARIA S.p.A., il cui obiettivo è assicurare l’approvvigionamento di beni e servizi sanitari in modo equo, sostenibile e tempestivo.

Tutto parte dalla raccolta sistematica dei fabbisogni comunicati dagli enti, che rappresentano la base tecnica e quantitativa per la progettazione delle gare. Questa modalità partecipata consente di costruire procedure realmente aderenti alle esigenze operative delle strutture sanitarie lombarde e, al tempo stesso, di fornire al mercato indicazioni puntuali, così che i fornitori possano prepararsi con soluzioni produttive e logistiche calibrate sui volumi richiesti.

Una programmazione efficace degli approvvigionamenti è fondamentale per la tenuta del sistema sanitario regionale

Il magazzino virtuale è una delle soluzioni più innovative introdotte da ARIA per affrontare in modo strutturale le carenze di approvvigionamento che possono compromettere la continuità delle cure. L’esigenza nasce da un dato chiaro: l’indisponibilità di cure tempestive è spesso più legata a inefficienze logistiche che a fattori clinico-assistenziali. È quanto emerso già nel 2010 da un lavoro di Lega, Mauri e Prenestini, che ha rappresentato un punto di svolta per ripensare le strategie di approvvigionamento nel sistema sanitario.

Luminita Costea

«È stato per noi cruciale per cercare di tamponare il problema dell’indisponibilità del prodotto nel tempo», spiega Luminita Costea, Responsabile Struttura Programmazione, Progettazione e Monitoraggio Gare di ARIA. «L’implementazione del cosiddetto magazzino virtuale nasce proprio per superare questa criticità e garantire una continuità di fornitura, gestire le fluttuazioni di fabbisogno e permettere un’ottimizzazione della programmazione tempestiva delle gare».

Nel sistema di e-procurement di ARIA, i fabbisogni espressi sono tradotti in massimali specifici ovvero quanto ciascun Ente può effettivamente acquistare dalla Convenzione. A fronte, ad esempio, di un fabbisogno stimato pari a 100, l’ente vedrà disponibili 100 unità, evitando così fenomeni distorsivi come l’erosione prematura delle convenzioni o il cosiddetto “click day”, durante il quale più enti si connettono simultaneamente per accaparrarsi le forniture più richieste.

Il magazzino virtuale, pur non essendo fisico, è pienamente operativo all’interno della piattaforma di e-procurement di ARIA. Qui le scorte disponibili vengono allocate in base ai fabbisogni, assicurando distribuzione proporzionale, monitoraggio continuo e massima trasparenza. In pratica, chi ha pianificato bene può contare sulle quantità previste, senza il rischio che vengano assorbite da altri.

«Inoltre, le gare sono progettate con opzioni flessibili che permettono di gestire le fluttuazioni dei fabbisogni e, per quanto possibile, di includere anche gli enti che non avevano comunicato i propri fabbisogni in fase iniziale. Si tratta di una programmazione dinamica, che in caso di erosione anticipata consente l’attivazione tempestiva di nuove gare, così da evitare interruzioni nella fornitura», sottolinea Costea. «Le quantità vengono elargite in modo proporzionale nel tempo, così che il tasso di erosione sia allineato al tempo di avanzamento del contratto stesso».

L’indisponibilità di cure tempestive è spesso più legata a inefficienze logistiche che a fattori clinico-assistenziali

Per rafforzare ulteriormente questa strategia, ARIA lavora da sempre a modelli di consegna sempre più flessibili, capaci di adattarsi alle specificità logistiche di ciascun ente. «L’idea è quella di superare le criticità logistiche attraverso la combinazione di più modelli – come la consegna a stock e il conto deposito – integrando le caratteristiche di ciascuno per avvicinarsi quanto più possibile al modello ideale per ogni ospedale», afferma D’Autilia.

Il magazzino virtuale si inserisce così in una visione più ampia di logistica adattiva, che non solo distribuisce in modo più razionale le scorte, ma consente anche una pianificazione più tempestiva e personalizzata, integrandosi con i modelli predittivi e gli strumenti di business intelligence che ARIA sta progressivamente implementando lungo tutta la filiera.

Fabbisogno predittivo e intelligenza artificiale

Elemento centrale del sistema è la capacità di stimare in modo sempre più preciso il fabbisogno. L’analisi storica dei consumi, i flussi ministeriali e le previsioni degli enti costituiscono la base su cui ARIA costruisce i propri modelli previsionali.

Per avvicinarsi a questa precisione, ARIA sta investendo in business intelligence, modelli predittivi e machine learning. Tecnologie che permettono di interpretare meglio i dati e costruire un sistema informativo unico, interrogabile in tempo reale per pianificare con più accuratezza le gare future. L’obiettivo è valorizzare pienamente il patrimonio informativo già disponibile – dai consumi storici al tasso di erosione delle convenzioni, fino alle previsioni di fabbisogno degli enti – e trasformarlo in un motore predittivo in grado di supportare con maggiore precisione la programmazione delle gare e la distribuzione dei dispositivi.

L’obiettivo è trasformare i dati disponibili in motori predittivi efficaci

«Stiamo lavorando alla creazione di un unico punto di accesso al patrimonio informativo, interrogabile all’occorrenza per comprendere quale sarà il tasso di consumo futuro dei dispositivi da porre a gara», spiega Elisa D’Autilia. «In questo modo sarà possibile allineare in modo più puntuale la disponibilità dei prodotti alle reali necessità delle strutture sanitarie, evitando sprechi e carenze».

L’integrazione dell’AI nella logistica sanitaria rappresenta un ulteriore passo verso un sistema più reattivo, personalizzato e sostenibile, capace di rispondere alle esigenze del Servizio sanitario regionale in tempo reale, con l’obiettivo ultimo di garantire continuità ed equità nell’accesso alle cure.

Verso una logistica “smart” e sostenibile

Un altro fronte di sviluppo è quello della logistica green, in linea con i principi del Green Public Procurement e dell’Agenda ONU 2030.

«Parliamo di consegne con veicoli verdi, imballaggi riciclabili e tutto ciò che il fornitore può proporre per adottare modelli sostenibili anche nella logistica sanitaria».

Infine, è in corso un progetto per la costruzione di una anagrafica condivisa dei dispositivi, con un codice univoco per ciascun prodotto. Un passo importante verso l’interoperabilità dei dati tra ARIA e le strutture sanitarie lombarde, per parlare «lo stesso linguaggio» in ogni fase della catena logistica.

Al via il XXIV Congresso SIAARTI ACD a Bari: tre giorni di confronto su dolore e cure palliative

Ha preso il via oggi a Bari, presso Villa Romanazzi Carducci, il XXIV Congresso SIAARTI dell’Area Culturale Dolore e Cure Palliative (ACD), con oltre 450 partecipanti provenienti da tutta Italia.

Negli ultimi anni, i congressi sul dolore e le cure palliative stanno evolvendo verso un approccio sempre più personalizzato, multidisciplinare e integrato, che mette al centro l’esperienza del paziente, l’innovazione tecnologica e la sostenibilità. In questo contesto, ACD 2025 si inserisce pienamente, proponendo un programma che abbraccia le tecniche interventistiche all’avanguardia, la medicina rigenerativa e digitale, ma anche la riflessione etica e sociale, come la medicina di genere e l’equità delle cure.

La sessione inaugurale si è aperta con una lettura magistrale affidata a Denis Dupoiron (Institut de cancerologie de l’Ouest, Francia), ospite internazionale di altissimo profilo, dedicata alle nuove sfide dell’infusione intratecale nei pazienti con dolore intrattabile, confermando così la vocazione internazionale e il respiro globale del Congresso.

«Il tema del dolore e delle cure palliative è oggi al centro di una profonda trasformazione culturale e scientifica – afferma Elena Bignami, Presidente SIAARTI –. È nostro dovere, come società scientifica, offrire ai professionisti strumenti aggiornati e occasioni di confronto per migliorare la qualità di vita dei pazienti, in un’ottica di umanizzazione e sostenibilità».

Nel corso della giornata inaugurale, Silvia Natoli ha ricordato l’importanza di «un approccio integrato e multidisciplinare, che metta al centro la persona e i suoi diritti. Siamo convinti che la Legge 38 sul diritto a non soffrire debba trovare piena applicazione: come società scientifica, continuiamo a denunciare la mancanza di rendicontazione annuale al Parlamento e la frammentazione delle reti territoriali, che costringono molti pazienti a dolorosi ‘viaggi della speranza’».

Franco Marinangeli ha sottolineato la portata dell’evento: «La partecipazione di oltre 450 professionisti e la presenza di esperti di altissimo livello testimoniano la vivacità e l’impegno della nostra comunità. Il Congresso ACD è un luogo di crescita e di scambio, in cui scienza e pratica si incontrano per dare risposte concrete alle esigenze dei pazienti».

Il Congresso, che proseguirà fino al 6 giugno, affronterà temi come l’uso di cannabinoidi e nuove tecnologie nella terapia del dolore, le cure palliative nel fine vita e la medicina rigenerativa. Non mancheranno riflessioni sull’etica, come la tavola rotonda “Che genere di medicina per la medicina di genere?” e le implicazioni del nuovo Codice della Strada per i pazienti in terapia.

«Con la presenza di esperti nazionali e internazionali – conclude la presidente Bignami – e la scelta di un programma green print, l’ACD 2025 rispecchia pienamente queste tendenze: coniuga rigore scientifico, sostenibilità e centralità della persona in un percorso di aggiornamento e crescita condivisa».

AIFA pubblica il Bando Ricerca Indipendente 2025 sulle malattie rare

L’Agenzia Italiana del Farmaco pubblica il Bando di Ricerca Indipendente per l’anno 2025 sulle malattie rare, con uno stanziamento di 17.800.000 euro per la promozione di studi su patologie a bassa prevalenza, che spesso non attraggono investimenti commerciali significativi. Un ulteriore passo nell’impegno dell’AIFA per promuovere la ricerca scientifica indipendente, con l’obiettivo di incentivare lo sviluppo di terapie farmacologiche efficaci, migliorando la salute e la qualità di vita dei pazienti con malattie rare. Secondo Uniamo Federazione Italiana Malattie Rare, in Italia sono più di 2 milioni, mentre le patologie conosciute sono circa 8 mila. Solo per il 5% di queste esiste una terapia. 

«Ogni malato raro ha diritto a speranza, dignità e cure innovative, ma per la loro bassa prevalenza le malattie rare pagano spesso lo scotto di essere poco attrattive per la ricerca profit, quella finanziata a fini commerciali. Per colmare questo gap, oltre ad aver adottato una serie di misure e incentivi che facilitano l’ingresso dei farmaci orfani sul mercato – afferma il presidente Robert Nisticò – l’Agenzia sostiene economicamente la ricerca indipendente sulle malattie rare, fondamentale per far progredire le conoscenze necessarie a decifrare patologie così complesse. È l’arma principale che abbiamo a disposizione per i pazienti, la pubblicazione del Bando va in questa direzione».

«Con questo Bando rendiamo strutturale il sostegno alla ricerca indipendente sulle malattie rare, rispondendo in modo puntuale al mandato normativo del Testo Unico, la Legge 175 del 2021 – dichiara il Sottosegretario alla Salute, onorevole Marcello Gemmato -. Destinare il 2% del fondo AIFA alla ricerca no profit esclusivamente alle malattie rare significa dare una risposta concreta ai pazienti e alle loro famiglie, ma anche alla comunità scientifica, che potrà finalmente accedere a finanziamenti pubblici per studi e sperimentazioni cliniche su farmaci orfani. Questo impegno conferma la volontà di consolidare il ruolo dell’Italia tra i Paesi leader a livello mondiale nella presa in carico delle malattie rare e di garantire, su tutto il territorio nazionale, un accesso equo alle cure».

Come previsto dal Testo Unico Malattie Rare (Legge 175/2021), il Bando è finanziato dall’incremento del 2% del Fondo costituito dal contributo delle spese promozionali sostenute annualmente dalle aziende farmaceutiche ed è rivolto a tutti i ricercatori italiani di enti e istituzioni che intendano condurre studi non a fini commerciali, in grado di generare evidenze con ricadute concrete in questo campo.

In particolare, il Bando si concentra su due linee di indagine: studi preclinici e clinici finalizzati allo sviluppo di terapie farmacologiche per patologie prive di trattamenti specifici, inclusi progetti di riposizionamento di farmaci esistenti per indagare nuove indicazioni terapeutiche per le malattie rare, e studi preclinici e clinici mirati allo sviluppo di farmaci orfani derivati dal plasma. I ricercatori potranno presentare le proprie proposte dalle 10 di lunedì 9 giugno 2025 per via telematica, seguendo le istruzioni che saranno pubblicate sul sito dell’AIFA. Sarà possibile partecipare fino alle ore 12 di mercoledì 23 luglio 2025

REMS, la vera urgenza non sono i posti in più ma i percorsi di cura

Negli ultimi mesi è tornato al centro del dibattito il tema delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), sulla spinta di una presunta urgenza legata all’aumento delle liste d’attesa.

Il primo segnale in questa direzione è arrivato dal Consiglio Superiore della Magistratura, che nel gennaio 2025 ha approvato un documento di indirizzo in cui si propone l’attivazione di circa 700 nuovi posti, per far fronte alle attuali difficoltà. Sebbene non si tratti di un provvedimento normativo, la proposta del CSM segna un chiaro orientamento che si colloca però in un significativo vuoto informativo.

La REMS è misura di cura, non detenzione

Secondo quanto riportato del XXI Rapporto sulle condizioni detentive dell’Osservatorio Antigone, le Relazioni annuali del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che fornivano una fotografia aggiornata delle misure di sicurezza, sono ferme al 2023. L’assenza di dati aggiornati impedisce una valutazione delle condizioni effettive della rete REMS e della coerenza tra i principi normativi e le pratiche reali.

La relazione conclusiva relativa all’ordinanza 131/2021 della Corte Costituzionale indicava, sulla base dei programmi regionali approvati dal Ministero della Salute, 771 posti autorizzati nelle REMS, di cui 652 effettivamente disponibili.
Oggi, a quattro anni di distanza, i dati aggiornati parlano di 688 posti disponibili, con 654 effettivamente occupati. Lo scarto tra disponibilità e utilizzo è quindi minimo: solo 34 posti, in calo rispetto agli anni precedenti.
Ciò dimostra che non siamo di fronte a un’emergenza quantitativa, bensì a un problema di gestione e completamento delle strutture già previste.

La riforma, sin dall’inizio, individuava nei servizi territoriali di salute mentale la vera alternativa agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG). Le REMS, del resto, sono il simbolo di una svolta storica nel modo di trattare le persone con disturbi mentali autrici di reato. Una svolta che affonda le sue radici nella riforma di Franco Basaglia, che con la legge 180 del 1978 decretò la fine dei manicomi in Italia e cambiò l’approccio alla salute mentale, per promuovere un modello territoriale, accessibile e orientato al reinserimento sociale.

Non servono più posti, servono migliori valutazioni cliniche

A distanza di anni, però, il sistema è ancora sbilanciato. Si continua a parlare quasi esclusivamente di strutture detentive e disponibilità di posti, mentre il rafforzamento dei servizi territoriali procede a rilento, frammentato e sottofinanziato.

Ne parliamo a TrendSanità con Michele Miravalle, professore associato al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, coordinatore dell’Osservatorio di Antigone sul carcere.

Qual è l’attuale situazione delle REMS, a dieci anni dalla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari?

Michele Miravalle

«È piuttosto articolata. Partiamo dai numeri. A luglio 2021, le REMS attive erano 25 provvisorie e solo 11 definitive. Alla fine del 2024, le REMS operative in Italia sono salite a 31. Di queste, 27 sono monitorate dal Sistema Informativo SMOP, che ha registrato la presenza di 606 pazienti. Tra questi, 145 erano cittadini stranieri, pari al 24%, mentre le donne erano 69, circa l’11%.
Per quanto riguarda la presenza di persone straniere, il dato appare stabile rispetto all’anno precedente, ma mostra una tendenza in crescita se si guarda più indietro nel tempo.

Un altro elemento significativo riguarda la distribuzione dei pazienti: circa 120 persone, quindi una buona parte, sono concentrate in un’unica struttura, quella di Castiglione delle Stiviere, in Lombardia. Si tratta di un sistema polimodulare di REMS, l’unico con dimensioni molto diverse rispetto alle altre strutture».

Esistono dati ufficiali?

«Non esattamente e per una ragione di tipo burocratico, come spesso succede in Italia. Da quando il Ministero della Giustizia non ha più la competenza sulle REMS, che sono strutture sanitarie, la raccolta e l’elaborazione dei dati dovrebbero essere affidate alle Regioni e al Ministero della Salute. Ma non accade in modo sistematico. I dati che utilizziamo provengono dal sistema SMOP della Regione Campania, che ha maturato una grande esperienza in materia di OPG e ha sviluppato un sistema statistico poi condiviso con le altre Regioni. Alcune lo aggiornano regolarmente, altre no».

Anche i dati sulle liste d’attesa non sono aggiornati?

«Le liste d’attesa rappresentano il grande elefante nella stanza. Non si conosce con chiarezza quante siano le persone effettivamente in attesa e questa mancanza di trasparenza non aiuta ad affrontare il problema.
Secondo i nostri dati, le persone con un ordine di ricovero in REMS sono attualmente 690. Un numero consistente, praticamente pari alla capienza complessiva delle REMS oggi operative sul territorio. Ciò porterebbe a pensare che servirebbe il doppio delle strutture. Ma ragionare in questi termini è fuorviante. L’ordine di ricovero emesso dal giudice è, infatti, solo l’atto iniziale di un percorso che, nella maggior parte dei casi, può evolvere, grazie al lavoro dei servizi sanitari territoriali.

Oggi le REMS attive sono 31, ma i dati rimangono ancora incompleti

Essere in lista d’attesa poi non significa necessariamente che si è a piede libero. In molti casi, in assenza di un posto in REMS, le persone sono inserite temporaneamente in percorsi residenziali alternativi, come comunità sanitarie del territorio.
La situazione più problematica riguarda invece circa 30-35 persone che si trovano in carcere, pur non dovendoci essere.
Esiste poi una quota minima, molto ridotta, di persone che, pur avendo un ordine di ricovero, sono lasciate libere sul territorio per mancanza di posti, ma si tratta di casi eccezionali. Non stiamo parlando di pericolosi criminali in libertà, ed è importante sottolinearlo».

Quali sono i dati reali?

«Se si analizzano più a fondo i percorsi individuali, emerge un dato interessante: delle 690 persone con un’assegnazione formale, meno del 40% avrebbe realmente bisogno di essere accolta in REMS.
Questo significa che le liste d’attesa “reali”, ovvero quelle che richiedono effettivamente un posto, si aggirano intorno o al di sotto delle 250 persone. Spesso le decisioni del giudice sono prese a ridosso del reato e senza un adeguato approfondimento sanitario e diagnostico.

Dove si monitora con continuità, molte misure si rivedono nel tempo

Un monitoraggio attento delle liste, inoltre, consente di verificare che molte persone, nel tempo, si stabilizzano dal punto di vista clinico e non necessitano più di un ricovero in REMS. Per legge, infatti, il ricovero è previsto solo in presenza di condizioni di salute che lo rendano indispensabile e che possono essere compensate anche con altre soluzioni.
L’assegnazione iniziale del giudice può dunque cambiare nel tempo. Nelle Regioni dove questo lavoro di monitoraggio è fatto in modo sistematico, le liste d’attesa tendono a ridursi sensibilmente.
Infine, ci sono anche casi limite, quasi tragici nella loro assurdità: tra le 690 persone in lista, risultano anche quelle decedute o dichiarate irreperibili».

Dire, quindi, che c’è una lista d’attesa di 700 persone è solo un’indicazione orientativa?

«Esatto. È un dato da approfondire, che non deve essere letto come un allarme, né come un’urgenza per raddoppiare i posti nelle REMS, come vorrebbero fare al Ministero della Giustizia, per garantire che ogni decisione del giudice sia eseguita in modo automatico. Ma stiamo parlando di misure sanitarie, non di pene detentive.

Quando una persona è dichiarata non imputabile per vizio di mente (questa è la definizione prevista dal codice), è presa in carico dai servizi di salute mentale del territorio, che hanno il compito di elaborare un programma terapeutico individuale.
Si tratta di una misura di sicurezza, non di una condanna. La valutazione sulla necessità di un inserimento in una comunità ad alta intensità, quindi con caratteristiche più contenitive, oppure in assenza di una psicopatologia grave evidente, spetta al giudice dopo essersi necessariamente consultato con i periti e gli operatori della salute mentale del territorio.

Nessuno nega i problemi, ma i principi su cui si fonda questa riforma vanno tutelati

In questo quadro rientra anche la libertà vigilata, in cui la persona è inserita obbligatoriamente in un percorso di cura e reinserimento ed è osservata nella sua quotidianità. Dire che ci sono “pazzi pericolosi in libertà” è una narrazione scorretta. Occorre riflettere, leggere i dati con attenzione e cercare di capire davvero cosa sta succedendo».

Aumentare i posti nelle REMS può voler dire fare un passo indietro?

«Sì, perché se si comincia a dire che servono il doppio dei posti, significa non avere il coraggio di ammettere che la riforma delle REMS non piace e si vorrebbe tornare agli ospedali psichiatrici, che avevano una capienza massima di 1300 persone ma ne hanno ospitate almeno 1500.
Se davvero pensiamo di avere bisogno del doppio delle REMS, stiamo tornando a quei numeri. È un modo per far fallire una riforma che invece andrebbe difesa, con tutti i suoi limiti.

E c’è un altro aspetto: creare le liste d’attesa significa evitare di sovraffollare le REMS, come invece accade spesso nelle carceri, dove molte strutture ormai non reggono più. Nelle fasi iniziali, se psichiatri e personale delle REMS non si fossero opposti con decisione, si sarebbero accolte tutte le persone con ordine di ricovero: 20 posti che avrebbero ospitato 50, 60 o anche 70 persone, replicando proprio gli aspetti peggiori del carcere, cioè il sovraffollamento. E se anche i direttori delle carceri si rifiutassero di accogliere il doppio delle persone previste, magari il problema sarebbe affrontato, invece di convivere in una perenne emergenza ai limiti della legalità.

Rifiutare il sovraffollamento nelle REMS è, dunque, un atto di tutela per chi ci lavora e per chi deve essere curato. Qualsiasi primario ospedaliero ha un numero definito di posti letto e, quando è costretto a mettere barelle nei corridoi, finisce, giustamente, sui giornali».

Cosa si può fare per migliorare la situazione?

«Anche se la strada è ancora lunga, un primo passo è migliorare il dialogo tra giustizia e sanità. Sono due mondi con finalità diverse e linguaggi spesso incompatibili, ma che devono imparare a comunicare.
I magistrati, per vari motivi, faticano ad applicare il principio fondante delle REMS. Non sempre coinvolgono i servizi sanitari per valutare insieme la situazione e in molti casi continuano a vedere le REMS come un’evoluzione degli ospedali psichiatrici, senza coglierne la natura sanitaria e riabilitativa.

Servono luoghi stabili di confronto tra giustizia e sanità

Serve un cambio culturale. A volte arrivano nelle REMS persone che non hanno alcun disturbo psichiatrico, ma sono soggetti antisociali, individui violenti, con difficoltà di adattamento e spesso con una storia di abuso di sostanze. In questi casi, gli operatori segnalano che l’aspetto prevalente è quello criminale e che la REMS non è il luogo adatto. Ma non sono poliziotti e non spetta a loro gestire questi casi.
Allo stesso modo, ci sono anche situazioni in cui una persona che è indirizzata in carcere avrebbe invece bisogno di essere accolta in REMS.

Per questo è urgente creare uno spazio istituzionale stabile in cui salute e giustizia possano confrontarsi prima di prendere decisioni, valutando insieme la collocazione più adeguata per ciascuna persona».

È quindi una questione culturale?

«Assolutamente sì. Abbiamo ancora un codice penale il cui impianto risale a 100 anni fa e questo non aiuta.

Il sistema delle REMS può funzionare solo se attorno esistono servizi territoriali di salute mentale solidi e operativi. Il de-finanziamento cronico di questi servizi è devastante

Se vuoi portare avanti un progetto terapeutico e non hai operatori, non hai spazi nelle comunità, non hai risorse per immaginare percorsi alternativi alla REMS, è inevitabile che si crei un circolo vizioso. È il gatto che si morde la coda. L’assenza di alternative finisce per giustificare il ritorno alla logica manicomiale  “datemi grandi strutture e ci butto dentro tutti”. In questi “recinti” però vivono male tutti, pazienti e operatori.
La vera sfida è costruire percorsi ed è una sfida complessa. Ci saranno rallentamenti, battute d’arresto, forse anche dei passi indietro. Ma per affrontarli e gestirli servono strutture adeguate e professionisti competenti.

Prevenzione dalle arbovirosi, l’appello della Società Italiana di Igiene

Il cambiamento climatico sta modificando gli scenari epidemiologici globali, rendendo l’Italia sempre più vulnerabile alla diffusione delle arbovirosi, malattie trasmesse da vettori come le zanzare e l’approssimarsi della stagione calda rende questa minaccia ancora più incombente.

Per questo, la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) lancia un appello urgente alle Istituzioni e alla popolazione per una rinnovata attenzione ed un immediato rilancio delle azioni preventive contenute nel Piano Nazionale Prevenzione Arbovirosi (PNPA). Questo impegno richiede un approccio “One Health” con il coinvolgimento pieno delle competenze igienistiche, veterinarie ed ambientali e la sensibilizzazione ed attivazione delle Amministrazioni Locali.

«La prevenzione è l’arma più efficace che abbiamo contro le arbovirosi – dichiara Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene -. L’esperienza ci ha dimostrato che sottovalutare il rischio e non agire in modo tempestivo può portare a conseguenze sanitarie significative. È fondamentale che le Amministrazioni Locali si sentano pienamente coinvolte e responsabilizzate nell’attuazione del Piano Nazionale Prevenzione Arbovirosi, stanziando risorse adeguate e promuovendo la collaborazione tra i diversi attori del territorio. Con il Piano 2020-2025 in scadenza è il momento di rinnovare l’impegno e consolidare le strategie. La necessità di una collaborazione stretta con i medici veterinari, secondo l’approccio ‘One Health’, è più che mai evidente, data la circolazione di questi virus anche negli animali. La salute di tutti dipende dall’impegno sinergico di Istituzioni, cittadini e, in particolare, delle nostre comunità locali».

La Società Italiana d’Igiene sottolinea con forza la necessità di intensificare il controllo dei vettori – in primis le zanzare – attraverso interventi mirati di disinfestazione e la promozione di pratiche individuali e collettive volte a eliminarne i focolai di riproduzione. Le Amministrazioni Locali giocano un ruolo chiave nell’organizzazione e nell’attuazione di questi interventi a livello territoriale, garantendo la loro efficacia e capillarità. È fondamentale agire tempestivamente, prima che la proliferazione dei vettori raggiunga livelli critici.

Parallelamente, la Società Italiana d’Igiene evidenzia l’importanza cruciale di rafforzare la comunicazione alla popolazione. Una cittadinanza informata e consapevole dei rischi e delle misure di prevenzione da adottare rappresenta un elemento chiave per il successo delle strategie di controllo delle arbovirosi. Le Amministrazioni Locali sono in una posizione privilegiata per diffondere messaggi chiari ed efficaci ai propri cittadini, utilizzando canali di comunicazione diretti e promuovendo iniziative di sensibilizzazione a livello comunitario.

Le recenti esperienze epidemiologiche ci indicano chiaramente che non possiamo abbassare la guardia. Il 2024 ha registrato un record di casi di Dengue in Italia, con la presenza di focolai autoctoni significativi. Si pensi al focolaio nelle Marche, che ad oggi rappresenta uno dei più grandi registrati in Europa, ma focolai autoctoni sono avvenuti in diverse regioni italiane. A questo si aggiunge l’aumento della diffusione del virus West Nile, con un aumento dei casi e con interessamento progressivo della aerea geografica interessata, con recenti rilevazioni del virus anche nel Regno Unito a testimonianza di una circolazione sempre più ampia. Queste malattie rappresentano una crescente minaccia per la Salute pubblica e richiedono un impegno coordinato e proattivo su più livelli.

In questo contesto, è importante ricordare che, per alcune arbovirosi, sono disponibili dei vaccini. Questi sono particolarmente consigliati per chi viaggia verso aree endemiche o per chi presenta specifiche condizioni di rischio. La SItI sottolinea l’importanza del counselling vaccinale specifico per i viaggi internazionali, affinché ogni persona possa ricevere indicazioni personalizzate sulle misure preventive e le vaccinazioni più appropriate in base alla destinazione e al proprio profilo di rischio.

La Società Italiana di Igiene si rende infine disponibile a collaborare con le Istituzioni competenti e con le Amministrazioni Locali per la definizione e l’implementazione di strategie di prevenzione efficaci e per la diffusione di informazioni corrette e aggiornate alla cittadinanza.

AI e chimica farmaceutica: un nuovo modello per creare medicinali innovativi

Dalla diagnostica predittiva allo sviluppo di nuovi farmaci, l’Intelligenza Artificiale sta trasformando profondamente la medicina e la ricerca biomedica. Tra le sue applicazioni più promettenti, c’è la possibilità di accelerare lo sviluppo di terapie innovative, soprattutto in ambiti ancora poco esplorati come le malattie rare e complesse.

«Siamo i primi in Italia a sviluppare un sistema basato su architettura Transformer capace di generare molecole bioattive senza regole chimiche predefinite»

Un esempio concreto arriva da un progetto congiunto dell’Università di Pisa e dell’Università di Bonn: un nuovo approccio, pubblicato sull’European Journal of Medical Chemistry, che utilizza l’AI per creare nuovi farmaci attraverso l’utilizzo di chemical languages models, modelli linguistici che si rifanno a quelli usati nei chatbot, in grado di comprendere e scrivere il linguaggio molecolare.
L’obiettivo è ambizioso: creare molecole su misura, ridurre la sperimentazione animale e velocizzare l’accesso a farmaci efficaci per bisogni terapeutici ancora insoddisfatti.

A TrendSanità Lisa Piazza, PhD Student presso l’Università di Pisa, Dipartimento di Farmacia, e prima autrice dello studio, descrive i vantaggi scientifici, etici e operativi del ricorso all’AI nella progettazione molecolare.

In che modo l’Intelligenza Artificiale può essere di supporto nella ricerca e nello sviluppo di nuovi farmaci?

Lisa Piazza

«I vantaggi strategici dell’AI a supporto della ricerca e dello sviluppo di nuovi farmaci possono essere ricondotti a tre aspetti peculiari: un aspetto legato all’efficienza, perché grazie a questi strumenti è possibile analizzare una grande quantità di dati e imparare a trovare dei pattern tramite i quali arrivare a nuove informazioni.

Un altro aspetto importante è l’etica e il rispetto delle normative. Usare modelli predittivi permette di ridurre l’uso di animali negli esperimenti, rispettare le leggi europee, e superare il problema che i dati ottenuti dagli animali non sono sempre sovrapponibili a quelli umani.

Il terzo vantaggio riguarda la capacità di accelerare la scoperta di nuovi farmaci. Possiamo infatti utilizzare l’intelligenza artificiale per generare molecole potenzialmente efficaci e che presentano una specifica caratteristica da noi richiesta. Si possono inoltre selezionare molecole nuove per il trattamento di patologie che attualmente non hanno cura». 

I Large Language Models apprendono il linguaggio come un bambino: ascoltano, comprendono e imparano a rispondere in modo coerente e sensato

Che cosa sono e a cosa servono i Large Language Models (LLM)?

«Sono modelli di AI in grado di imparare un linguaggio. Comprendono sia le regole grammaticali sia il significato delle parole. Questi modelli vengono allenati su enormi quantità di testi e una volta che questi modelli sono allenati riescono a generare delle frasi che sono coerenti e corrette dal punto di vista grammaticale e contengono risposte sensate alle domande perché hanno imparato non solo la grammatica ma anche il senso delle parole. Come un bambino che impara a parlare. Ascolta i genitori e capisce come usare le parole per esprimere un concetto. Allo stesso modo un large language models usa quello che ha imparato per fornirci delle risposte».

Avete sviluppato un approccio innovativo per generare nuove molecole e il vostro lavoro è stato pubblicato sulle pagine della rivista European Journal of Medicinal Chemistry. Di cosa si tratta e a cosa può servire?

«Grazie alle capacità di questi modelli di imparare un linguaggio abbiamo deciso di indurre questi modelli a parlare il linguaggio della chimica. Per fare un parallelismo, come un large language model (LLM) impara a usare le parole per rispondere a una domanda, così il chemical language model impara a leggere e a scrivere le molecole. Se in un large language model inseriamo una parola chiave come scienza, il LLM è in grado di costruire una frase in cui la parola scienza ha un ruolo centrale.
Abbiamo inserito in un chemical language model un frammento molecolare, un pezzo di molecola o una combinazione di frammenti, come se fosse una parola chiave, e questo ha generato una nuova molecola completa dove lo specifico frammento è integrato in modo coerente. Il modello che abbiamo sviluppato può servire per ottenere delle strutture chimiche nuove e diverse che abbiano un alto potenziale terapeutico». 

Il modello può generare molecole innovative, creare database personalizzati e ottimizzare farmaci che non superano i test di validazione

Quali sono le applicazioni pratiche e la riproducibilità del modello che avete sviluppato?

«Le applicazioni pratiche sono molteplici: può essere usato per generare molecole innovative che hanno una struttura diversa rispetto a quelle che già esistono contro specifiche malattie che non hanno cura. Altro impiego può essere la creazione di un database personalizzato di molecole che hanno caratteristiche e proprietà che l’utente vuole. Può essere utilizzato per ottimizzare molecole che non superano i test di validità nell’ambito dell’iter approvativo per l’immissione in commercio». 

Siete i primi a sviluppare un modello di questo tipo in Italia?

«Sì, ad oggi siamo i primi in Italia a sviluppare un modello basato su architettura Transformer capace di generare ex novo molecole farmacologicamente rilevanti a partire da frammenti molecolari, senza fornire esplicitamente le regole chimiche. Il modello ha appreso in autonomia le logiche della chimica, generando strutture nuove, plausibili e con alto potenziale bioattivo — andando oltre ciò che avremmo immaginato».

Obesità grave: in Italia oltre 100.000 bambini a rischio

In Italia, più di 100.000 bambini e adolescenti sotto i 17 anni convivono con un tipo di obesità che non è solo precoce e persistente ma anche particolarmente pericolosa: si chiama obesità grave. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (sistema di sorveglianza OKkio alla Salute), riguarda almeno il 2,6% dei bambini di 8-9 anni.  Se si considerano le definizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la stima si conferma allarmante.

«L’obesità grave in età evolutiva è associata a rischi molto seri. Anche nel breve termine parliamo di ipertensione, diabete tipo 2, dislipidemia, fegato grasso, ma anche ansia, isolamento sociale, bassa autostima. E i ragazzi che ne soffrono rischiano una riduzione dell’aspettativa di vita anche di oltre 15 anni rispetto ai loro coetanei normopeso», spiega Claudio Maffeis, Professore Ordinario di Pediatria all’Università di Verona. Un dato che preoccupa la Società Italiana di Pediatria (SIP), che rilancia l’urgenza di riconoscere e trattare tempestivamente questa condizione, ancora troppo spesso sottovalutata.

Come ribadito nella recente Consensus congiunta SIP-SIEDP-SICP è fondamentale il ruolo del pediatra nella diagnosi, distinguendo tra obesità primitiva – la forma più frequente – e forme secondarie a cause genetiche, farmaci o patologie. Campanelli d’allarme sono l’esordio precoce (sotto i 5 anni), disturbi cognitivi, dismorfismi e iperfagia (ovvero un impulso incontrollato a mangiare anche in assenza di fame).

Quando si parla di obesità grave e come riconoscerla

Secondo la definizione condivisa dalle principali società scientifiche pediatriche italiane, si parla di obesità grave quando l’indice di massa corporea (BMI) supera il 99° percentile per età e sesso, secondo i parametri OMS.  L’indicatore di rischio più semplice da osservare anche in famiglia è il rapporto vita/statura: se la circonferenza della vita supera la metà dell’altezza, è già un segnale. Se supera il 60%, il rischio è molto elevato. Questo indicatore è valido per maschi e femmine dai 6 anni in su. Sarà poi il pediatra a eseguire la diagnosi e a prescrivere gli accertamenti del caso.

Prevenire è possibile, ma serve agire presto

Per evitare che un sovrappeso si trasformi in una malattia cronica, il primo passo è non aspettare. Più si ritarda, più la situazione si complica. Secondo uno studio recente, i programmi intensivi sullo stile di vita riescono a ridurre il BMI in oltre il 50% dei bambini tra i 6 e i 9 anni, ma hanno effetti quasi nulli negli adolescenti: solo il 2% dei ragazzi tra i 14 e i 16 anni risponde positivamente.

«L’età fa la differenza. Se interveniamo tra i 6 e i 9 anni possiamo davvero cambiare le traiettorie di salute dei bambini – sottolinea Rino Agostiniani, Presidente della Società Italiana di Pediatria –. Questo dato conferma che la prevenzione precoce è oggi la chiave per contrastare l’aumento dell’obesità grave e delle sue conseguenze nel tempo».

Controlli regolari dal pediatra, attenzione ai segnali precoci, uno stile di vita sano in famiglia: sono queste le armi più efficaci. I bambini apprendono per imitazione: genitori attivi, che mangiano bene e fanno movimento, trasmettono ai figli un modello positivo. E poi c’è una regola fondamentale: non improvvisare. No a diete drastiche, no a farmaci “fai da te”. L’obesità grave è una malattia e come tale va affrontata, con équipe multidisciplinari e centri specializzati. È importante rivolgersi solo a centri specializzati per l’obesità in cui sia garantita una terapia multiprofessionale con follow- up. Sono da evitare diete e trattamenti non approvati dalle società scientifiche internazionali pediatriche o autoprescritte.

Evitare il circolo vizioso tra sedentarietà e isolamento

Occorre inoltre tenere presente che i bambini con obesità grave spesso presentano difficoltà motorie che ostacolano la partecipazione all’attività fisica, alimentando un circolo vizioso di inattività, isolamento, bassa autostima e peggioramento del quadro clinico. È proprio in questi casi che la sola prescrizione di dieta e sport non basta. La terapia cognitivo-comportamentale, soprattutto se coinvolge tutta la famiglia, ha dimostrato di essere molto più efficace dei soli interventi nutrizionali. Aiuta a modificare i comportamenti disfunzionali legati al cibo e allo stile di vita, rafforzando la motivazione e la capacità di affrontare il cambiamento. È un tassello fondamentale nei percorsi terapeutici integrati.

Le nuove frontiere della cura

Accanto a dieta e movimento, oggi è disponibile anche in Italia un nuovo approccio terapeutico: farmaci agonisti del recettore GLP1, già in uso tra gli adulti, ora prescrivibili anche agli adolescenti dai 12 anni in presenza di obesità grave con complicanze o dopo il fallimento di altri interventi. «Questi farmaci aiutano a regolare il senso di fame e sazietà e si sono dimostrati efficaci nel ridurre peso e fattori di rischio cardiometabolico – spiega Maffeis –. Ma vanno prescritti solo in centri specializzati e all’interno di un percorso strutturato e multidisciplinare». Ad oggi il costo di questi farmaci è a carico dell’assistito.

Altri farmaci molto promettenti ad azione agonista su più recettori ormonali saranno presto utilizzabili anche per gli adolescenti.  Un’altra molecola, la setmelanotide, è ora indicata per il trattamento di alcune forme molto rare di obesità monogenica o sindromica (sdr di Bardet Biedl), e la metreleptina, utilizzabile per i rarissimi casi di deficit dell’ormone leptina o sue forme inattive.

Cinque cose da sapere sull’obesità grave nei bambini

  1. Colpisce oltre 100.000 minori in Italia
    Secondo i dati dell’ISS, il 2,6% dei bambini tra 8 e 9 anni ha un’obesità classificata come grave.
  2. I rischi sono sia fisici che psicologici
    I bambini con obesità grave possono sviluppare ipertensione, diabete tipo 2, dislipidemia, steatosi epatica, ma anche ansia, isolamento e bassa autostima.
  3. Prima si interviene, meglio è
    Tra i 6 e i 9 anni è possibile ottenere una riduzione del BMI in oltre la metà dei casi: un’occasione da non perdere.
  4. Attenzione al girovita
    Il rapporto vita/statura è un indicatore semplice: se la pancia supera metà della statura, è ora di rivolgersi al pediatra.
  5. Dove non bastano dieta e sport
    Dopo i 12 anni, nei casi più complessi, esistono terapie farmacologiche approvate che devono essere prescritte in centri pediatrici specializzati.