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Aviaria, H5N1 osservato speciale. Dal prossimo anno in Italia si monitoreranno anche i bovini da latte

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Sono stati poco meno di mille i casi confermati nell’uomo di H5N1, l’influenza aviaria, dal 1997 a oggi in tutto il mondo: 997, di cui 471 morti (a partire da quando sono disponibili i dati sui decessi, cioè dal 2003).

Secondo l’ultimo report dell’ECDC, dall’8 marzo al 6 giugno di quest’anno i casi di H5N1 sono stati 8 (20 quelli di tutti i ceppi) e le morti 4, tutte avvenute in bambini. Le sei nazioni in cui si sono riscontrati sono Bangladesh, Cambogia, Cina, India, Messico e Vietnam. Negli Stati Uniti non si sono più registrati casi da febbraio.

Questi numeri mostrano uno dei dati più preoccupanti del virus dell’aviaria: la sua letalità, che supera il 50% (per avere un confronto, quella di SARS-CoV2 era di 0,6%). Tuttavia, quasi tutte le persone infettate negli Stati Uniti attraverso i bovini hanno avuto sintomi lievi come congiuntivite e raffreddore. Questo potrebbe significare che la mutazione del virus che passa attraverso i mammiferi sia meno aggressiva, oppure che in passato sono stati tracciati solo i casi più gravi.

Nonostante l’ampia circolazione dei virus dell’influenza aviaria nelle popolazioni animali, le infezioni umane restano rare

Sulla base delle informazioni attualmente disponibili, la FAO, l’OMS e il WOAH (l’Organizzazione mondiale della salute animale) hanno classificato il rischio di infezione da H5N1 come basso per la popolazione generale e da basso a moderato per gli individui esposti per motivi professionali. 

Nonostante l’ampia circolazione dei virus dell’influenza aviaria nelle popolazioni animali, le infezioni umane restano rare. Durante il periodo di riferimento, inoltre, non è stata documentata nessuna trasmissione da uomo a uomo.

I mammiferi come serbatoio

«Tra gli elementi che destano preoccupazione, c’è la trasmissione del virus tra i mammiferi e la sua permanenza nelle specie domestiche», ha ricordato Calogero Terregino, veterinario e direttore del Laboratorio di referenza UE per l’influenza aviaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), durante l’evento “Un virus in attesa: l’influenza aviaria e il rischio che non vogliamo vedere” organizzato dal Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino.

Da qualche tempo, infatti, i mammiferi non sono più ospiti senza via d’uscita, ma fanno da “ponte” per la trasmissione del virus. Questo comporta la creazione di nuove nicchie ecologiche per l’evoluzione del virus e potenziali cambiamenti nel profilo di rischio anche per l’uomo.

Il nostro Paese sta lavorando a una sorveglianza dei bovini da latte a partire da settembre

Sebbene la presenza del virus nei bovini non interessi l’Italia o l’Europa, ma sia al momento confinata negli Stati Uniti, il nostro Paese sta lavorando a una sorveglianza dei bovini da latte a partire da settembre: «Si tratta di un intervento apripista, poiché a livello europeo non c’è alcuna direttiva che imponga la sorveglianza nei mammiferi, in particolare quelli da latte – afferma Terregino a TrendSanità -. Sebbene al momento non ci siano segnali, anche da studi retrospettivi, che il virus circoli in questi mammiferi nel nostro continente, è utile porre l’attenzione anche su queste categorie, per poter rispondere con dati a chi chiede come facciamo a sapere che il virus non sta circolando senza una sorveglianza sistematica. Dal punto di vista pratico, si sta ragionando sull’impatto di certe misure sul sistema di sorveglianza e sulle attività produttive».

L’approccio One Health e l’importanza del dato

Durante la giornata, è stata più volte sottolineata l’importanza dell’approccio One Health, che permetta a veterinari, allevatori, medici e agli esperti ambientali di parlarsi e confrontare i dati.

Calogero Terregino

«In questo momento ci sono delle difficoltà nella circolazione delle informazioni, perché i sistemi di raccolta dei dati sono diversi – ammette Terregino -. Per quanto riguarda la caratterizzazione dei virus dell’influenza animale, però, sono in corso molti progetti con l’Istituto Superiore di Sanità che dovrebbero portare nel giro di qualche mese a una piattaforma unica di sorveglianza che aggiunga al monitoraggio delle malattie umane respiratorie anche i casi di infezione umana da influenza animale».

E poi c’è il nodo dell’informazione degli operatori: «C’è poi la volontà di fornire a chi è in prima linea, come i medici del Pronto soccorso o i MMG tutte le notizie utili per essere aggiornati sulla situazione epidemiologica. Queste informazioni saranno rilasciate sotto forma di bollettino periodico».

Anche per quanto riguarda la salute animale, in Italia si patisce la frammentarietà regionale: «Esistono Regioni che da tempo convivono con l’influenza e che hanno sistemi ben strutturati di sorveglianza e monitoraggio, dove veterinari, SISP, Regione e Ministero si parlano – ricorda Terregino -. In altre aree questi sistemi non sono ben strutturati perché non hanno avuto casi di influenza aviaria, ma stanno cercando di capire come costruire un sistema simile se dovessero averne. In ogni caso, i progetti con l’ISS sono tesi proprio a uniformare i sistemi nelle varie Regioni».

Il Piano strategico operativo di preparazione e risposta a una pandemia da patogeni di trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico 2025-2029 è in bozza da febbraio e, sebbene non sia cambiato molto rispetto alla versione precedente per quanto riguarda la sorveglianza veterinaria, è stata sottolineata l’importanza di intercettare nel serbatoio animale virus che potrebbero poi mutare, a conferma di quanto l’approccio One Health sia cruciale.

La sfida dei virus emergenti

Il Covid ha reso chiaro come sia fondamentale arrivare preparati a un’epidemia, senza minimizzare i segnali. In questo momento H5N1 è un osservato speciale: proprio perché è sotto ai riflettori, le potenziali mutazioni pericolose per l’uomo dovrebbero essere intercettate.

È importante incentivare a livello internazionale le attività di sorveglianza e la trasparenza dei dati

Che cosa dire invece degli altri virus emergenti? «È un problema che non interessa direttamente l’Italia, ma Paesi nei quali serbatoi di virus prima confinati in ambienti naturali ora si stanno avvicinando. Penso per esempio ai mercati con animali selvatici, oppure alla deforestazione, che avvicina questi ultimi alle zone coltivate – spiega Terregino -. In queste aree ci sono condizioni che si fa fatica a monitorare perché non esistono sistemi di sorveglianza, nonostante sappiamo che si tratta di luoghi in cui circolano virus pericolosi, per esempio progenitori di virus che possono adattarsi all’uomo».

Che cosa fare, quindi? «Credo che l’unica risposta sia incentivare a livello internazionale le attività di sorveglianza e la trasparenza dei dati: più si conosce quello che c’è sul territorio e le interazioni e prima si può intervenire», conclude l’esperto.

Snack proteici, sigarette elettroniche e diete yo-yo: lo studio YOUGOODY svelerà i rischi per la salute

di Silvia Pogliaghi

Oscillazioni di peso, dispositivi per lo svapo, nuovi prodotti a base vegetale e bevande alcoliche alla moda: questi nuovi fenomeni di ‘tendenza’ costituiscono pericoli reali per l’insorgenza di tumori e altre patologie croniche? A fornire le risposte sarà YouGoody, uno studio di riferimento della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che coinvolgerà 100mila cittadini italiani in una ricerca all’avanguardia e in continuo aggiornamento. Ne parliamo con Sabina Sieri, Direttrice della Struttura Complessa di Epidemiologia e Prevenzione dell’INT e responsabile dello studio.

Con l’avvento di questi prodotti, molti consumatori pensano di fare scelte più salutari. Lo studio Yougoody indaga la correlazione tra questi prodotti e il rischio di sviluppare cancro e malattie cronico-degenerative?

«Il nostro è uno studio di coorte prospettico e siamo ancora nella fase di reclutamento. In questo momento possiamo solo descrivere il consumo di questi alimenti, ma per stabilire una relazione con l’insorgenza delle malattie cronico-degenerative serviranno anni di follow-up. Gli studi precedenti, essendo questi alimenti relativamente nuovi, non hanno raccolto informazioni specifiche sui prodotti plant-based o proteici. Quello che possiamo dire, basandoci su studi consolidati sulla mortalità, è che il consumo elevato di proteine non è associato a un minor rischio di mortalità. Il vantaggio emerge piuttosto dalla sostituzione delle proteine animali con quelle vegetali. Viviamo in una popolazione senza carenza proteica e ad oggi non c’è indicazione ad aumentare il consumo di proteine. Questi prodotti non rispondono a un’esigenza reale della popolazione italiana, e gli effetti benefici millantati, come quelli sul peso, non sono supportati da studi solidi, specialmente per la dieta iperproteica proposta ai giovani».

Può approfondire il tema dei rischi legati al consumo di proteine?

«Mi riferisco ai grandi studi di coorte, come il nostro che fa parte dello studio europeo EPIC. Abbiamo una coorte di 13mila persone reclutate in provincia di Varese negli anni ’90, che continuiamo a seguire. EPIC è uno studio prospettico che ha reclutato 500mila persone in tutta Europa tra il 1993 e il 1998, raccogliendo informazioni dettagliate su dieta, stile di vita e campioni biologici. Anche nel nostro studio abbiamo confermato che chi consumava molte proteine non aveva un minor rischio di mortalità, ma abbiamo osservato un vantaggio in chi sostituiva le proteine animali con quelle vegetali. È emersa l’importanza non della quantità totale, ma della qualità delle proteine come fattore protettivo».

Quanto è importante monitorare fenomeni recenti come l’uso della sigaretta elettronica o le diete yo-yo rispetto ai fattori di rischio classici?

«Per le sigarette elettroniche è fondamentale. Attualmente non abbiamo informazioni dettagliate sul loro utilizzo con tutte le diverse tipologie. Il nostro questionario dettagliato ci permetterà di dare risposte sui loro effetti nei prossimi anni, sia negli adulti che nei giovani. Stiamo infatti implementando la partecipazione dei giovani attraverso iniziative nelle scuole e nelle università. Dai primi dati su 30mila persone reclutate, emerge positivamente che i consumatori di sigarette elettroniche sono principalmente ex fumatori. Sembra che vengano utilizzate come ausilio per smettere di fumare, come auspicato dalle agenzie internazionali, senza evidenze di ‘addiction’ tra chi non fumava in precedenza. Per le diete yo-yo, gli studi mostrano che le oscillazioni continue di peso possono aumentare il rischio tumorale diminuendo le difese immunitarie. Gli studi epidemiologici danno risultati contrastanti: alcuni mostrano effetti protettivi (il dimagrimento riduce l’infiammazione), altri mostrano aumenti di rischio per le oscillazioni di peso. Il vantaggio del nostro studio è che ogni due anni aggiorneremo le informazioni su peso e diete, permettendoci di verificare nel tempo gli effetti reali delle diete yo-yo su tumori, malattie cardiovascolari e diabete, senza i bias del ricordo».

A che punto siete con il reclutamento di YOUGOODY?

«Ad oggi abbiamo 30mila iscritti alla piattaforma, di cui 20mila hanno completato tutti i questionari. Il nostro obiettivo è raggiungere 100mila persone in tutte le regioni italiane. Lo studio EPIC aveva coinvolto solo cinque centri (Milano, Ragusa, Napoli, Firenze, Torino), principalmente nelle grandi città. Ora abbiamo avviato la seconda fase coinvolgendo diversi istituti di ricerca e collaborando con AVIS per la loro distribuzione capillare. Vogliamo studiare anche regioni mai coinvolte prima e indagare se i donatori di sangue sono realmente più sani, come si ipotizza, per i controlli frequenti o per stili di vita più salutari».

«Diseguaglianze territoriali, screening e liste d’attesa: ascoltare la voce dei pazienti per migliorare la sanità»

Dopo il successo della prima edizione, che ha coinvolto oltre 3.000 cittadini e restituito un quadro nitido delle fragilità del sistema sanitario dal punto di vista di chi lo vive quotidianamente, prende il via oggi la seconda edizione del Barometro del Patient Engagement, promosso da Helaglobe – realtà che da oltre dieci anni si occupa di strategie di coinvolgimento nel settore salute – insieme ad un’ampia rete di istituzioni, strutture sanitarie, associazioni di pazienti e caregiver e di un gruppo di esperti di altissimo livello chiamato ad analizzare i risultati della ricerca.

2024: una sanità che prescrive, ma non accompagna

Nel 2024, la prima edizione del Barometro ha rivelato diversi elementi critici:

  • il 20% degli italiani non riceve alcun invito a fare screening;
  • 1 cittadino su 5 rinuncia alla prevenzione per orari incompatibili, liste d’attesa e problemi logistici;
  • l’87% non è mai stato coinvolto in indagini sulla qualità dei servizi sanitari;
  • il 62% si sente poco o per nulla coinvolto dal proprio medico nelle decisioni sulla salute.

«Abbiamo dato vita al Barometro, uno strumento di indagine nazionale, per misurare la percezione del reale coinvolgimento nei percorsi di cura e prevenzione, le difficoltà di accesso ai servizi e l’approccio comunicativo della sanità. Ripeteremo l’indagine in questi mesi soffermandoci sulle differenze a distanza di un anno e aggiungeremo nuovi indicatori. Con il Barometro vogliamo rilevare quanto le persone si sentano realmente engaged, quindi, coinvolte, nei processi del Sistema Sanitario Nazionale e nelle decisioni che riguardano la propria salute. Dopo un primo sguardo nazionale nel 2024, grazie alla collaborazione di numerosi partner, quest’anno cercheremo di fotografare il patient engagement nei distretti sanitari locali», afferma Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe.

2025: una ricerca più profonda e rappresentativa

La ricerca partita oggi sarà attiva fino al prossimo autunno e, una volta conclusa, i risultati e le analisi del board scientifico saranno presentati in un evento istituzionale. Oltre alla conferma dei principali parametri del 2024, il Barometro 2025 vede importanti innovazioni e il coinvolgimento di infermieri, farmacisti, medici e di tutti i professionisti sanitari chiamati a interagire con i cittadini.

Clicca qui per partecipare alla survey.

In Italia 3 over 65 su 10 hanno una fragilità o una disabilità, uno su 4 ha un problema sensoriale

In Italia 14 over 65 su 100 hanno una disabilità, intesa come l’incapacità di svolgere una attività fondamentale della vita quotidiana, e a questi si aggiungono 16 su 100 che invece sono considerati fragili. Inoltre circa 1 persona ultra 65enne su 4 ha almeno un problema di tipo sensoriale (fra vista, udito o masticazione) che non risolve neppure con il ricorso ad ausili, come occhiali, apparecchio acustico o dentiera. Questo il quadro relativo al biennio 2023-2024 tracciato dalla sorveglianza Passi d’Argento  coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità.

«L’analisi temporale- spiega Maria Masocco, responsabile della sorveglianza – mostra una riduzione, lenta ma significativa, della quota di fragili e disabili dal 2016 ad oggi e in questa lenta riduzione si osserva un calo repentino del 2021 che non si può escludere possa essere associato all’eccesso di morbosità o mortalità correlata al COVID-19 che ha investito il nostro Paese colpendo le persone più anziane e certamente più vulnerabili per condizioni di salute rendendo meno probabile intercettarle durante il picco pandemico».

Disabilità

Negli ultra 65enni, la perdita di autonomia nello svolgimento anche di una sola delle sei attività fondamentali della vita quotidiana (ovvero delle ADL, come mangiare, vestirsi, lavarsi, spostarsi da una stanza all’altra, essere continenti, usare i servizi per fare i propri bisogni) è considerato dalla letteratura internazionale una condizione di disabilità.

Dai dati di PASSI d’Argento 2023-2024 emerge che la condizione di disabilità, così definita, coinvolge 14 persone su 100. La disabilità cresce con l’età, in particolar modo dopo gli 85 anni interessa 4 anziani su 10 (42%); è mediamente più frequente fra le donne (17% vs 10% uomini), fra le persone socio-economicamente svantaggiate per difficoltà economiche (31% fra chi ha molte difficoltà economiche vs 9% tra chi non ne riferisce) o per bassa istruzione (26% vs 7% fra chi ha un livello di istruzione alto).

La quasi totalità delle persone con disabilità (99%) riceve aiuto, ma questo carico di cura e di assistenza è per lo più sostenuto dalle famiglie, molto meno dal servizio pubblico di ASL e Comuni. Il 95% delle persone con disabilità dichiara di ricevere aiuto dai propri familiari per le attività della vita quotidiana per cui non è autonomo, il 37% di essere aiutato da badanti e il 12% da conoscenti. Il 12% ha ricevuto aiuto a domicilio da operatori socio-sanitari e solo il 2% ha ricevuto assistenza presso un centro diurno. Una piccola quota è sostenuta da associazioni di volontariato (2%).

Circa una persona su 4 con disabilità riceve un contributo economico per questa condizione (come l’assegno di accompagnamento). La disabilità si associa alla cronicità e se circa il 6% degli ultra 65enni liberi da cronicità sono disabili, questa quota è pari al 28% fra le persone con due o più patologie croniche (fra quelle indagate in PASSI d’Argento). Esiste un gradiente Nord-Sud della disabilità a svantaggio dei residenti nel Sud Italia (17% vs 14% nel Centro e 10% nel Nord) che potrebbe riflettere una differenza nella distribuzione degli esiti di salute, ma anche una differente offerta o ricorso a strutture di ricovero per anziani non pienamente autonomi fra Nord e Sud del Paese che la sorveglianza PASSI d’Argento non intercetta, dal momento che non raggiunge le persone istituzionalizzate, residenti in RSA o Case di riposo per anziani o ricoverate  ma soltanto le persone che vivono nelle loro abitazioni.

Fragilità

Promuovere un invecchiamento sano e prevenire la fragilità rappresentano oggi priorità fondamentali di sanità pubblica, in Italia e a livello internazionale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’invecchiamento sano è «il processo di sviluppo e mantenimento della capacità funzionale che consente il benessere in età avanzata».

In questo contesto, la fragilità emerge come un bersaglio chiave per la prevenzione: una condizione dinamica di aumentata vulnerabilità agli stressor, dovuta alla riduzione delle riserve fisiologiche e psicosociali. A differenza della disabilità, la fragilità è potenzialmente reversibile e può essere contrastata attraverso interventi tempestivi su fattori di rischio modificabili come l’inattività fisica, la malnutrizione, l’isolamento sociale e l’accesso limitato alle cure.

PASSI d’Argento, secondo un approccio bio-psico-sociale, contribuisce all’identificazione precoce della fragilità definendo come fragili gli anziani non disabili, cioè autonomi nelle ADL ma con difficoltà in almeno due funzioni complesse (IADL), quali preparare i pasti, effettuare lavori domestici, assumere farmaci, muoversi autonomamente, gestire le proprie risorse economiche o utilizzare il telefono.

Dai dati di PASSI d’Argento 2023-2024 risultano fragili circa 16 persone su 100. La fragilità è una condizione senza differenze significative tra uomini e donne, ma che cresce progressivamente con l’età, riguarda il 8% dei 65-74enni e raggiunge il 31% fra gli ultra 85enni; è anch’essa associata allo svantaggio socio-economico, sale al 24% fra le persone con molte difficoltà economiche (vs 14% tra chi non ne riferisce) e al 24% fra le persone con bassa istruzione (vs 12% fra chi ha un livello di istruzione alto).

La quasi totalità delle persone con fragilità (98%) riceve aiuto per svolgere le funzioni delle attività della vita quotidiana per cui non è autonomo (IADL). Tuttavia, questo aiuto è sostenuto per lo più dalle famiglie, dai familiari direttamente (95%) o da badanti (24%), ma anche da conoscenti (15%); meno del 3% riferisce di ricevere aiuto a domicilio da operatori socio-sanitari delle ASL o dei Comuni, ancora meno (meno di 5 persone su 1000) ricevono assistenza da un Centro diurno. Una piccola quota è sostenuta da associazioni di volontariato (1%). Esiste un gradiente Nord-Sud della fragilità a sfavore delle Regioni meridionali (19% vs 17% nel Centro e 11% nel Nord).

Problemi di vista, udito e masticazione

I dati 2023-2024 confermano quanto emerso nelle precedenti rilevazioni: circa 1 persona ultra 65enne su 4 ha almeno un problema di tipo sensoriale (fra vista, udito o masticazione) che non risolve neppure con il ricorso ad ausili, come occhiali, apparecchio acustico o dentiera.

Vista

Nel 2023-2024 circa il 9% degli intervistati ultra 65enni riferisce di avere problemi di vista (non correggibili neppure con l’uso di occhiali) che condizionano lo svolgimento delle attività quotidiane. Questa quota cresce con l’età (a 65-74 anni è del 4% ma sale al 25% dopo gli 85 anni) ed è mediamente più alta fra le donne (11% vs 6%). Il gradiente sociale è ampio e significativo e la quota di persone con problemi di vista è maggiore fra quelle con bassa istruzione (16% vs 5% di chi ha un livello di istruzione alto) e in coloro che hanno molte difficoltà economiche (19% vs 6% fra chi non ne riferisce). Anche il gradiente geografico da Nord a Sud del Paese è significativo: nelle Regioni meridionali le persone con problemi della vista sono il 11%, quota che scende a 6% fra i residenti nelle Regioni settentrionali.

Udito

Dai dati 2023-2024 emerge che il 13% degli ultra 65enni residenti in Italia riferisce un problema di udito (non risolto o non risolvibile con il ricorso all’apparecchio acustico). Questa quota cresce con l’età (a 65-74 anni è meno del 6% ma sale al 33% dopo gli 85 anni) ed maggiore tra le donne (14% vs 12% tra gli uomini).

Il gradiente sociale è ampio e significativo e la quota di persone con problemi di udito è maggiore fra quelle con bassa istruzione (23% vs 8% di chi ha un livello di istruzione alto) e fra quelle con molte difficoltà economiche (25% vs 10% fra chi non ne riferisce). Anche il gradiente geografico è visibile e a sfavore delle Regioni meridionali (15% vs 11% del Nord).

Fra le persone con un problema di udito è più alta la prevalenza di coloro che restano socialmente isolate e riferiscono che in una settimana normale non incontrano né parlano con qualcuno (34% vs il 14% nel campione totale); è più alta la prevalenza di sintomi depressivi (19% vs 9% nel campione totale) ed è più alta la quota di chi è caduto nei 30 giorni precedenti l’intervista (12% vs 6%). Il 7% degli anziani intervistati ricorre a un apparecchio acustico per risolvere il suo deficit uditivo, solo circa una persona su 4 tra chi ha problemi di udito.

Masticazione

Nel biennio 2023-2024 l’11% degli intervistati riferisce di avere problemi di masticazione e non riesce a mangiare cibi difficili (una difficoltà non risolta o non risolvibile con l’uso della dentiera). Questa quota cresce con l’età (a 65-74 anni è del 6% ma sale al 33% dopo gli 85 anni) ed è mediamente più alta fra le donne (13% vs 9%).

Il gradiente sociale è ampio e significativo e la quota di persone con problemi di masticazione è più alta fra quelle con bassa istruzione (23% vs 8% chi ha un livello di istruzione alto) o con molte difficoltà economiche (31% vs 7% fra chi non ne riferisce). Anche il gradiente geografico da Nord a Sud del Paese è significativo: nelle Regioni meridionali c’è una quota 2 volte più alta di persone con problemi di masticazione, rispetto a quanto si osserva fra i residenti nel Nord Italia (15% nel Sud vs 7% nel Nord).

Fra le persone con problemi di masticazione è più alta la prevalenza di coloro che restano socialmente isolati e riferiscono che in una settimana normale non incontrano né parlano con qualcuno (37% vs il 14% nel campione totale); è più alta la prevalenza di sintomi depressivi (22% vs 9% nel campione totale) e persino la frequenza delle cadute (11% vs 6% nel campione totale). Il 27% degli anziani intervistati ricorre alla dentiera per risolvere le proprie difficoltà a masticare cibi difficili.

Medicines for Europe: politiche pro-concorrenza per rendere l’UE più autonoma e sicura

«Agire con coraggio e rapidità nell’adottare politiche pro-concorrenza, per rendere l’Europa più competitiva a vantaggio della salute pubblica, della sicurezza e dell’autonomia strategica». Questo l’appello rivolto al governo dell’Unione dalla 31° Conferenza annuale di Medicines for Europe – l’associazione che riunisce le aziende di equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines – in corso a Bruxelles.

Dai protagonisti del comparto – cui afferisce un totale di oltre 400 siti manifatturieri, 126 siti di ricerca e sviluppo e 190 mila addetti diretti e che fornisce il 70% dei medicinali dispensati in Europa e oltre il 90% di quelli presenti nell’elenco UE dei medicinali critici – la richiesta di andare a bersaglio sulla riforma complessiva della legislazione europea di settore fornendo un sostegno mirato al settore dei medicinali fuori brevetto.  

In particolare – si legge in una nota – con l’avvio dei negoziati nel trilogo tra rappresentanti del Parlamento, del Consiglio e della Commissione europea «va colta l’occasione per modernizzare il sistema normativo e renderlo adatto all’era digitale».

Tra i nodi da sciogliere:

  • l’adozione di norme equilibrate sull’esclusività dei dati e di mercato, per garantire che un maggior numero di pazienti benefici dell’accesso ai farmaci e all’innovazione in tutti gli Stati membri;
  • l’armonizzazione della clausola Bolar, che consente l’attività anticipata di sperimentazione durante la copertura brevettuale al fine di ottenere un’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) di generici o biosimilari entro la scadenza e tutte le attività amministrative per il prezzo ed il rimborso;
  • la semplificazione delle procedure di autorizzazione all’immissione in commercio di generici e biosimilari e l’istituzione di un sistema di implementazione del foglietto illustrativo elettronico sui prodotti medicinali, per migliorare l’accesso e cure per milioni di pazienti europei.

Le aziende avanzano specifiche richieste anche sui contenuti del Critical Medicines Act, la proposta di Regolamento che integra la revisione in corso della legislazione farmaceutica, attualmente all’esame del Parlamento europeo:

  • garantire la sicurezza dell’approvvigionamento negli appalti, prevedendo l’introduzione di criteri MEAT (Most Economically Advantageous Tender / offerta economicamente più vantaggiosa) e gare multi-aggiudicatario, e nelle riforme dei mercati nazionali in materia di politiche di prezzo e acquisto;
  • introdurre nuovi strumenti di incentivo dedicati alla produzione industriale su larga scala in particolare dei farmaci inclusi nella Union List of Critical Medicines, prevedendo altresì misure ad hoc in relazione alle norme UE sugli aiuti di Stato e sugli IPCEI per consentire investimenti nella produzione manifatturiera;
  • adottare soluzioni solidali in tema di riserve strategiche per garantire che in caso di carenza di farmaci l’accesso dei pazienti ai farmaci abbia la precedenza sull’accumulo di scorte a livello nazionale.

L’ultimo richiamo delle aziende degli off patent riguarda quella che è già un’emergenza: la necessità di intervenire sulla Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane (UWWTD). «È basata su studi scientifici incompleti che hanno dato origine ad una valutazione d’impatto errata che avrà conseguenze disastrose sull’accesso ai farmaci essenziali – conclude la nota di Medicines for Europe – per questo deve essere modificata con urgenza per tutelare la disponibilità di farmaci essenziali e critici».  

Il Commissario europeo per la Salute e il benessere degli animali, Olivér Várhelyi, ha dichiarato: «La sicurezza dei medicinali non è mai stata così cruciale come lo è oggi. Senza una sicurezza dell’approvvigionamento, non possiamo garantire che i nostri cittadini avranno accesso ai medicinali essenziali. Dobbiamo aiutare la nostra industria a rimanere e prosperare in Europa, in modo da avere una solida base manifatturiera europea. Con il Critical Medicines Act, puntiamo a riportare la produzione più vicina a casa, attraverso progetti strategici, appalti e partenariati internazionali».

Troppi farmaci per gli over 65: quasi uno su tre ne assume più di 10 al giorno. Ma servono davvero tutti?

Il 30% degli over 65 italiani assume ogni giorno più di 10 farmaci. Un dato che solleva una questione sempre più urgente per il sistema sanitario: tutte queste terapie sono davvero necessarie? Nasce da qui il progetto sperimentale avviato dall’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, che ha posto al centro la revisione critica delle terapie farmacologiche negli anziani fragili, con l’obiettivo di ridurre i farmaci inappropriati attraverso la pratica del medication review e deprescribing.

I risultati sono stati illustrati durante il convegno monotematico della Società Italiana di Farmacologia (SIF), promosso dal Gruppo di lavoro 3F & RWE (Farmacovigilanza, Farmacoepidemiologia, Farmacoeconomia e Real World Evidence), dal titolo: “Come ottimizzare le (poli)terapie farmacologiche: dalla personalizzazione delle cure tramite farmacogenetica e farmacocinetica alle attività di farmacovigilanza e medication review/deprescribing”. L’evento si è tenuto nei giorni 24-25 giugno presso il Policlinico di Borgo Roma a Verona, con il patrocinio delle principali società scientifiche italiane: Accademia di Geriatria, FADOI, SIFACT, SIGOT, SIMG, SIMI, SISI, e il supporto della Regione Veneto.

Deprescribing: 273 farmaci eliminati, -20% di ricoveri

Nel progetto veronese sono stati coinvolti 70 pazienti ultraottantenni complessi ricoverati nei reparti di Geriatria e Medicina Interna, ciascuno dei quali assumeva in media 10 farmaci al giorno. Attraverso un’attenta medication review condotta da un team multidisciplinare, sono stati rivalutati complessivamente 836 farmaci: 273 sono stati sospesi perché considerati inappropriati o non più necessari. In media, ogni paziente ha potuto eliminare 4 farmaci e ricevere un aggiustamento di dosaggio per altri.

A distanza di tre mesi dalle dimissioni, i dati indicano una riduzione del 20% del rischio di ri-ospedalizzazione e un risparmio annuale stimato di 56.000 euro per la spesa farmaceutica solo su questo piccolo gruppo di pazienti. Il progetto, coordinato da Gianluca Trifirò (ordinario di Farmacologia, Università di Verona) e Mauro Zamboni (ordinario di geriatria e direttore UOC Geriatria B), è stato esteso ad altre tre unità cliniche: Medicina Interna C, Medicina Interna B e Medicina d’Urgenza, con il supporto della Farmacia ospedaliera e della Scuola di Specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica.

«Nel nostro sistema sanitario esiste ancora una forte inerzia prescrittiva: farmaci iniziati da tempo che nessuno rivede, anche quando non servono più – spiega Gianluca Trifirò, coordinatore del gruppo Farmacovigilanza, Farmacoepidemiologia, Farmacoeconomia e Real World Evidence della SIF -. Questo progetto dimostra che è possibile fare una medicina più personalizzata, più sicura e più sostenibile, semplicemente imparando a prescrivere meglio e, quando serve, anche a sospendere. Meno farmaci non significa meno cura: spesso, significa più attenzione e più salute».

Una sfida culturale per tutto il sistema

Sebbene la geriatria sia il contesto naturale per attività di medication review e deprescribing, l’ottimizzazione delle terapie è una sfida trasversale, che riguarda tra l’altro anche altre aree specialistiche l’urgenza, la medicina generale e le RSA. Ogni revisione completa delle terapie da parte di farmacologi clinici richiede in media 4 ore per paziente, ma si traduce in una maggiore appropriatezza terapeutica, meno reazioni avverse ed un impatto positivo sulla qualità della vita. Il servizio di medication review e deprescribing veronese ha dimostrato che con un approccio integrato tra farmacologi, geriatri, internisti e farmacisti clinici si possono ottenere risultati significativi e replicabili su larga scala, efficaci clinicamente e sostenibili dal punto di vista economico.

Ricerca, formazione e giovani: la SIF investe nel futuro

Il convegno, che ha coinvolto oltre 40 esperti da università, ospedali e istituti di ricerca, ha anche segnato la chiusura del primo Corso di Perfezionamento in Medication Review e Deprescribing attivato con successo dall’Università di Verona.

A sostegno dei giovani, la Società Italiana di Farmacologia (SIF) ha assegnato due borse di studio da 500 euro per i migliori contributi scientifici presentati al convegno, confermando il proprio impegno nel promuovere una cultura farmacologica moderna, basata sull’evidenza, sulla personalizzazione e sulla sostenibilità. «La revisione delle prescrizioni – dichiara Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia SIF – dovrebbe diventare la norma per migliorare il servizio sanitario erogato e in questo team la presenza di una squadra multidisciplinare che includa clinici, farmacologi clinici e farmacisti territoriali/ospedalieri è di capitale importanza. Si risparmiano soldi? Forse sì, ma soprattutto si cura meglio».

Nel corso del convegno monotematico, il premio per la migliore comunicazione orale è stato consegnato a Gianluca Gazzaniga della Sapienza Università di Roma, mentre quello per il miglior poster è andato a Massimo Carollo dell’Università degli Studi di Verona.

Medicina d’Urgenza, Simeu mette in discussione i dati Altems

Una narrazione “controintuitiva”, “non supportata da basi scientifiche solide”, e che rischia di falsare il dibattito sul futuro della medicina di emergenza in Italia. Sono le parole di Fabio De Iaco, past president della Società italiana della medicina di Emergenza-Urgenza (Simeu), nei confronti dello studio Altems presentato lo scorso 23 giugno a Roma, durante il Graduation Day della facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Uno degli elementi più controversi, secondo Simeu, riguarda la classificazione dei medici

Secondo Simeu il report propone una lettura ottimistica della situazione dei Pronto Soccorso in Italia: meno strutture, ma più medici per ciascuna e accessi apparentemente in calo. E Simeu, analizzando al microscopio tutti i dati presentati da Altems non risparmia critiche: «Raccontare che tutto va bene è una semplificazione fuorviante. È l’assenza di dati veri il vero problema».

Cosa dice lo studio Altems

Secondo i ricercatori il sistema dell’emergenza sanitaria in Italia ha visto tra il 2011 e il 2023 una razionalizzazione dell’infrastruttura:

  • i servizi di pronto soccorso e Dea (dipartimento di Emergenza e Accettazione)attivi sono passati da 808 a 693
  • i medici di emergenza-urgenza per ogni struttura sono aumentati da 3,8 a 6,9
  • gli accessi al Pronto Soccorso (Ps) per 1.000 abitanti sono scesi da 363 a 311
  • la percentuale di pazienti ricoverati dopo il Ps è calata dal 14,9% al 13%
  • il numero di medici di Emergenza-Urgenza (E-U), dopo un picco nel 2018 (5.217), è leggermente calato, arrivando a 4.748 nel 2023, ma resta comunque superiore al dato del 2011 (3.033).

Lo studio segnala inoltre una forte eterogeneità regionale: nel 2023 la quota di medici E-U rispetto al totale dei medici Ssn varia dallo 1% dell’Umbria al 7,2% dell’Abruzzo. Regioni come Campania, Toscana e Calabria mantengono livelli superiori al 6%, mentre Marche, Lombardia e Umbria non superano mai il 2%.

«Dati costruiti su basi fragili e fuorvianti»

Fabio De Iaco

Ma la Simeu non ci sta. E critica fortemente la narrazione di una medicina di Emergenza-Urgenza che appare in netta ripresa, quasi in un momento d’oro, secondo i dati dell’ateneo romano. «Questa analisi tenta di offrire una visione del Ssn più rosea di quanto in realtà non è. Ma non possiamo accettare che la realtà venga forzata per esigenze politiche. È evidente che i dati su cui si basa non sono sufficienti a rappresentare la complessità del sistema», commenta de Iaco.

Uno degli elementi più controversi, secondo Simeu, riguarda la classificazione dei medici: «In molte strutture i medici lavorano in pronto soccorso, ma risultano formalmente inquadrati in altre specializzazioni, come medicina interna. Nessuno sa dire se questi professionisti siano conteggiati nei dati ufficiali, e questa ambiguità rende i numeri del tutto inaffidabili».

6,9 medici per servizio: un numero che inganna

Uno dei principali dati presentati da Altems – l’incremento medio da 3,8 a 6,9 medici E-U per Ps o Dea – è, secondo De Iaco, un esempio di interpretazione errata. «Non bastano 6,9 medici per coprire H24 un pronto soccorso. Ne servono almeno 6 per ogni singolo turno. Quindi se hai due medici in turno (che è il minimo sindacale), servono 12 professionisti per copertura H24. Dire che siamo a 6,9 è una vittoria apparente, una contraddizione nei termini».

Alessandro Riccardi

A parlare di dato “fuorviante”, è anche il presidente Simeu Alessandro Riccardi. Perché «è il risultato di un differente inquadramento dei medici all’interno delle strutture di Medicina d’Emergenza Urgenza. Medici che prima erano inquadrati, per esempio, in Medicina Interna o in Chirurgia, ma lavoravano esclusivamente in Pronto Soccorso e sono stati successivamente inquadrati nei Pronto Soccorso». Ma la differenza è solo formale e non sostanziale, avverte Riccardi: «Il dato medio attuale indicato dallo studio di Altems, pari a 6,9 medici d’urgenza per singolo centro, esprime dunque un inquadramento professionale e non un incremento reale di addetti, e comunque il dato di meno di 7 medici per singola struttura di Pronto Soccorso si dimostra gravemente insufficiente rispetto alle esigenze».

L’eterogeneità dei modelli organizzativi rende impossibile da calcolare il fabbisogno reale di medici nei Pronto Soccorso

Prosegue poi l’affondo di Riccardi: «Tutto questo a fronte dell’assenza di un dato cruciale ma impossibile da calcolare, ovvero la quantità numerica dei medici necessari per il buon funzionamento del Pronto Soccorso italiano: il dato non è ottenibile per l’estrema eterogeneità dei modelli organizzativi adottati non solo dalle singole regioni, ma addirittura dai singoli ospedali all’interno delle stesse regioni o persino delle stesse aziende».

Accessi in calo? Solo fino al 2020

Lo studio Altems registra un calo degli accessi al pronto soccorso, ma Simeu invita a contestualizzare il periodo analizzato: «Il 2020-2021 è stato un biennio anomalo, influenzato dalla pandemia. Ma dal 2020 a oggi gli accessi stanno salendo costantemente, siamo tornati a 18 milioni all’anno e stiamo risalendo verso quota 20. I dati di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) lo mostrano chiaramente».

Aumenta la complessità degli interventi in Ps, non basta contare gli accessi

Inoltre, i numeri non terrebbero conto di un altro dato chiave: la complessità degli accessi. Diversamente da 15-20 anni orsono infatti in Pronto Soccorso oggi si eseguono procedure diagnostiche complesse, emocolture, risonanze, drenaggi. La diminuzione degli accessi è un «dato incontrovertibile, ma insufficiente a descrivere l’impegno dei Pronto Soccorso», dice Riccardi. Infatti «il trend dopo il 2020 – anno orribile della pandemia che ha prodotto oltre 200.000 decessi, prevalentemente tra persone anziane e fragili – è in costante risalita. Ma soprattutto ripetiamo da sempre che gli accessi di Pronto Soccorso non vanno solo contati, ma soprattutto pesati: la complessità degli interventi è enormemente aumentata negli ultimi anni, l’epidemiologia degli accessi si è complicata con l’incremento dell’età media, della polipatologia e degli indici di fragilità, il boarding crescente continua a moltiplicare il carico lavorativo dei Pronto Soccorso, una quota crescente di accessi, non sufficientemente indagata, comporta permanenze lunghe in Ps con dimissione diretta da Ps (ovvero l’equivalente di ricoveri in degenza non calcolati né valorizzati, ma gravemente impegnativi per il personale). L’equazione minor numero di accessi uguale minor carico lavorativo è gravemente errata».

Appropriatezza degli accessi: dubbio legittimo

Lo studio suggerisce poi un miglioramento nella appropriatezza degli accessi, ma De Iaco è scettico anche su questo fronte: «Abbiamo sempre criticato la definizione di inappropriatezza. Spesso chi arriva in Ps lo fa perché non ha alternative, non trova risposte altrove. E l’esperienza dei Centri di Assistenza-Urgenza (Cau) in Emilia-Romagna lo dimostra: hanno accolto pazienti, sì, ma non hanno ridotto l’afflusso al pronto soccorso. Molti accessi non sono clinicamente urgenti, ma assistenzialmente inevitabili». Il riferimento è, ad esempio, ad anziani soli, senza assistenza, con problemi sociali, che restano anche sei o sette giorni in Ps perché non c’è altra collocazione possibile. E naturalmente questa non è inappropriatezza: è assenza di risposte sociali strutturate.

La buona sanità esiste, anche in Pronto Soccorso

Critiche e dibattiti a parte, però, Simeu vuole ricordare che la buona sanità esiste in tutto il nostro Paese. E spesso anche all’interno dei Pronto Soccorso, purtroppo spesso agli onori della cronaca per episodi di malasanità o di aggressioni al personale medico e sanitario.

«La buona sanità esiste, ma raccontare bugie non l’aiuta. Dire che i problemi non ci sono o sono pochi o contrastare la narrazione di chi lavora in Emergenza-Urgenza è sbagliato ed è un insulto a chi ogni giorno lavora in condizioni difficilissime. Noi amiamo questo sistema e proprio per questo chiediamo che venga corretto dove serve. La sanità d’urgenza è sotto pressione. Servono dati reali, non narrazioni costruite. Chi ha dubbi su quello che diciamo venga a passare un giorno in un pronto soccorso qualunque. Vedrà subito se oggi siamo davvero meglio di dieci anni fa».

Primi risultati positivi delle strategie contro l’antibiotico-resistenza in Italia

Il G7 del 2024 a guida italiana ha determinato una nuova consapevolezza nella lotta all’antimicrobico-resistenza. L’Italia, pur partendo da una situazione svantaggiata, ha intrapreso un percorso dinamico e una serie di attività di cui si fa portavoce la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali attraverso i suoi progetti “Resistimit” e “Insieme”.

I progressi sono stati condivisi al Ministero della Salute nel terzo appuntamento della quarta edizione de “La Sanità che vorrei…”, la progettualità promossa dalla SIMIT, in collaborazione con altre società scientifiche (in questa occasione AMCLI, SIGOT, SIMG, SIMPIOS), associazioni di pazienti, rappresentanze della società civile e delle imprese (CARB-X, Federfarma, gli Istituti Zooprofilattici), decisori politici, istituzioni nazionali e internazionali.

L’approccio internazionale al Ministero della Salute

L’incontro “Antimicrobico-resistenza: una sfida sanitaria urgente e una responsabilità condivisa”, organizzato da Aristea International, si è tenuto al Ministero della Salute con la partecipazione di tutti gli stakeholder del settore, con anche rappresentanti di istituzioni internazionali.

Maria Rosaria Campitiello Capo del Dipartimento prevenzione, ricerca ed emergenze sanitarie del Ministero della Salute, all’indomani degli Stati Generali di Napoli, ha sottolineato l’importanza della prevenzione, da estendere anche all’ambito della resistenza antimicrobica, definita come una delle principali minacce per la medicina moderna. Ha ricordato l’impegno del Ministero in questo settore, supportato da investimenti significativi.

Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento Programmazione, dispositivi medici, farmaco e politiche in favore del SSN, Ministero della Salute, ha richiamato gli sforzi compiuti negli ultimi anni, citando, tra gli esempi, l’istituzione in legge finanziaria di un fondo da 100 milioni di euro per gli antibiotici “reserve”: un passo avanti per garantire cure efficaci ai pazienti che ne hanno bisogno, ma anche un investimento strategico per il SSN.

L’antibiotico-resistenza come minaccia globale

Antibiotico-resistenza e Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) sono fenomeni in crescita in tutta Europa, con l’Italia che è tra i Paesi con le peggiori performance. Lo hanno ribadito in apertura il Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT nonché nuovo membro del Consiglio Superiore di Sanità, e Claudio Mastroianni, Past President SIMIT.

«Tra le cause di questo fenomeno vi sono l’eccessivo uso di antibiotici a livello umano e animale, la scarsa conoscenza del tema, la mancanza di buone pratiche come l’igiene delle mani – ha sottolineato Massimo Andreoni –. Occorrono strategie mirate per un uso corretto degli antibiotici (Antimicrobial Stewardship) e un efficace controllo (Infection control). Nel mondo si stimano 5 milioni di morti per antibiotico resistenza, di cui un milione 300mila direttamente attribuibili ad essa. In Italia si calcolano 11mila morti l’anno per infezioni ospedaliere, record in Europa, dove i decessi complessivi sono circa 33mila. Circa l’8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione correlata all’assistenza. Tuttavia, un diverso approccio permetterebbe di ridurre di almeno il 30% l’impatto di queste infezioni».

Il controllo delle ICA nel progetto “Insieme”

Il progetto “Insieme” è finalizzato a uniformare a livello nazionale le politiche di controllo delle infezioni ospedaliere all’insegna di principi come la formazione, l’organizzazione dei controlli e audit per comprendere le criticità.

«In questi mesi abbiamo realizzato una survey sull’applicazione dei programmi di contrasto alle infezioni nosocomiali che è da poco stata accettata su “Scientific report”: emergono gli imponenti sforzi ancora da compiere, ma anche i significativi risultati raggiunti – spiega Cristina Mussini, Vicepresidente SIMIT –. Nei 30 ospedali coinvolti, infatti, abbiamo potuto rilevare alcuni miglioramenti. Su tutti, l’incremento dal 40% al 70% all’adesione al lavaggio delle mani, che, come indicato dalle linee guida OMS, rappresenta una pratica fondamentale per prevenire la diffusione di germi, specialmente in ambito sanitario, dove le mani sono un veicolo comune di trasmissione di microrganismi. Migliorare la situazione dunque è possibile, basti pensare che l’applicazione di strategie adeguate può prevenire fino al 50% delle ICA. Servono un cambiamento culturale che generi consapevolezza e strategie operative capaci di garantire continuità».

I dati di Resistimit per diagnosi tempestive e riduzione della mortalità

La piattaforma Resistimit è un registro nazionale dinamico che raccoglie e analizza in tempo reale i dati su infezioni gravi da batteri resistenti. Obiettivo è migliorare diagnosi, trattamento e prevenzione.

«Il lavoro realizzato con Resistimit ha consentito di analizzare fin qui oltre 1400 pazienti in 40 ospedali italiani di tutto il territorio nazionale colpiti da infezione grave da batteri gram negativi – spiega Marco Falcone, Consigliere SIMIT, responsabile progetto Resistimit – Sono emersi dati di mortalità rilevanti, specie per alcuni batteri come Klebsiella pneumoniae (22-23%), del 37% per Acinetobacter baumannii, mentre si arriva addirittura a una mortalità del 43% per Stenotrophomonas maltophilia. Stiamo identificando i pazienti più vulnerabili e le condizioni che li espongono maggiormente al rischio. L’analisi di questi dati permetterà di diagnosticare tempestivamente le infezioni e di ridurre la mortalità dovuta a questi germi resistenti. Il lavoro potrà avere dunque un’importante ricaduta pratica. Entro fine anno, quando avremo raggiunto i duemila pazienti analizzati, presenteremo un nuovo bilancio e i progressi ottenuti».

IRMO, il progetto che integra nutrizione e big data per migliorare le cure oncologiche

Un registro nazionale per cambiare il paradigma della cura: rendere i dati nutrizionali parte strutturale dei sistemi di big data sfruttando informazioni già disponibili anche nella routine clinica. La malnutrizione in oncologia non è più considerata un destino ineluttabile, ma un elemento su cui si può agire per migliorare le possibilità di guarigione e che può fare la differenza tra la vita e la morte. È questa la premessa del progetto IRMO (Italian Registry for Malnutrition in Oncology), una piattaforma web innovativa che sta rivoluzionando l’approccio nutrizionale nei pazienti oncologici italiani.

La cura nutrizionale in oncologia è scienza, non marketing. E IRMO rappresenta il futuro di questa scienza: basata sui dati, prospettica, integrata e centrata sulla persona

Nato in seno al Working Group Survivorship Care e Supporto nutrizionale di Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute presieduta dal professor Ruggero De Maria, IRMO è il primo registro real-world italiano pensato per monitorare longitudinalmente la malnutrizione e integrarne la gestione nei percorsi di cura. Il registro vuole far dialogare gli oncologi e i centri di nutrizione clinica dello stesso ospedale. Quando l’oncologo inserisce i dati nutrizionali di un paziente, si attiva automaticamente la consulenza del centro di nutrizione clinica per una presa in carico progressiva nel tempo.

Ne parliamo con Riccardo Caccialanza, Direttore della Struttura Complessa di Dietetica e Nutrizione Clinica della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, coordinatore del progetto e del Working Group Survivorship Care e Supporto nutrizionale di Alleanza contro il cancro.

Riccardo Caccialanza

Quale problema concreto risolve questa piattaforma?

«Il problema è culturale prima che tecnico. Per troppo tempo la malnutrizione in oncologia è stata vista come qualcosa di inevitabile. Oggi sappiamo invece che intervenendo sulla nutrizione si può cambiare il decorso della malattia: migliorando gli aspetti nutrizionali, aumentiamo le possibilità del paziente di rispondere alle terapie, riduciamo le complicanze e la tossicità, migliorando qualità di vita e stato funzionale».

Che numeri avete raggiunto finora?

«Abbiamo già circa mille pazienti arruolati in 13 IRCCS. Il nostro obiettivo è raggiungere i 1.500 pazienti per avere analisi statistiche significative. Speriamo di avere i primi risultati solidi entro la primavera 2026».

Qual è l’impatto economico della malnutrizione?

«I numeri sono impressionanti: in Italia la malnutrizione generale costa circa 10 miliardi di euro all’anno in costi sanitari diretti. I pazienti oncologici malnutriti vengono ricoverati più spesso e restano in ospedale più a lungo. Sono le due voci che incidono maggiormente sui costi sanitari».

Il progetto ha attraversato delle difficoltà?

«Per un periodo ci siamo autofinanziati con le aziende di nutrizione clinica a causa di uno stop nei finanziamenti centrali. Ora il progetto è stato rilanciato ed entrerà nel progetto Health Big Data di Alleanza Contro il Cancro. È un segnale positivo: finalmente anche a livello istituzionale il dato nutrizionale sta diventando più attraente».

«Vogliamo raccogliere dati clinici reali per capire come diversi interventi nutrizionali influenzino gli outcome dei pazienti»

Cosa distingue IRMO da altri studi?

«La maggior parte degli studi in questo campo non supera le poche migliaia di pazienti. Noi puntiamo a creare i primi Real World Clinical Data numericamente significativi. Ma soprattutto, non ci limitiamo al dato basale. Ci interessa il dato dinamico, prospettico: vogliamo capire se diversi tipi di presa in carico nutrizionale come la nutrizione artificiale e il counseling dietetico, per esempio, si associano a outcome clinici diversi».

Come si inserisce l’intelligenza artificiale in questo scenario?

«È fondamentale. L’analisi complessa di dati numericamente insostenibili con metodi classici richiederà necessariamente l’AI. Stiamo iniziando a studiarla anche per associare i dati nutrizionali – che in Lombardia sono diventati obbligatori al ricovero – con complicanze e costi del paziente».

Un tema delicato: la disinformazione nutrizionale, diete & C. Come lo affrontate?

«È un problema enorme. Abbiamo un mercato degli integratori che vale sei miliardi in Italia. Quando si parla di oncologia, proliferano diete miracolose, kit per il digiuno venduti a 200 euro, guru che promettono guarigioni senza avere uno straccio di dato clinico accettabile. Quest’anno abbiamo prodotto le prime linee guida nazionali ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità. Abbiamo anche pubblicato una revisione scientifica di tutte le “diete trendy” in oncologia: per il 99% degli approcci proposti, come quelli restrittivi, digiunanti e vegani, non abbiamo evidenze accettabili. C’è evidenza solo di quanto guadagna chi le propone».

L’obiettivo ultimo di IRMO è creare evidenze sempre più solide per sensibilizzare i decisori politici ed economici

Qual è invece l’evidenza scientifica solida?

«L’evidenza definitiva che abbiamo è questa: se il paziente perde muscolo e peso durante chemio e radioterapia, è più fragile e rischia di morire prima perché non tollera la terapia. Tutto il resto non ha evidenze definitive. La nutrizione varia molto da individuo a individuo, c’è la predisposizione genetica e la tolleranza individuale».

Come gestite l’aspetto psicologico?

«La nutrizione ha una valenza non solo fisica, ma psicologica e sociale. Un paziente che mangia tranquillo e si gode il cibo è molto più felice di uno terrorizzato perché non può mangiare zucchero o bere un goccio di vino. La maggior parte delle mie visite consiste nel riportare la gente sulla terra e dirgli che possono fare un brindisi a Capodanno, mangiare una fetta di torta al compleanno del nipotino e anche andare dal macellaio».

Quali sono le prospettive future?

«L’obiettivo ultimo di IRMO è creare evidenze sempre più solide per sensibilizzare i decisori politici ed economici, non quelli clinici che sono già convinti. Vogliamo dimostrare che investire nella nutrizione clinica oncologica ha un ritorno economico e clinico misurabile. Con l’ingresso nel progetto Health Big Data potremo fare associazioni con genomica, radiomica e tutti gli altri big data sanitari. Dobbiamo occuparci delle persone, non vendere verità o terrorizzare. Il nostro lavoro è far sì che i pazienti non “vivano come malati, per poi morire sani”. La cura nutrizionale in oncologia è scienza, non marketing. E IRMO rappresenta il futuro di questa scienza: basata sui dati, prospettica, integrata e soprattutto centrata sulla persona».

Vaccini anti-COVID-19, l’Europa conferma: tutti i segnali di alert chiusi senza alcun impatto sul profilo beneficio-rischio

Dal Rapporto AIFA 2023 sui vaccini appena pubblicato la conferma: nessuna segnalazione ha alterato la sicurezza dei vaccini. L’EMA, dopo i dovuti approfondimenti, ha chiuso tutti i segnali di sicurezza senza rilievi. In diminuzione dell’86% le segnalazioni degli eventi avversi ai vaccini anti-COVID-19 e del 71% quelle riguardanti le altre immunizzazioni.

Il Rapporto vaccini 2023 dell’AIFA fa il punto anche su oltre due anni di monitoraggio post-autorizzazione dei vaccini anti-COVID-19. Dati, numeri e analisi dettagliate raccontano un’Italia attenta, ma senza allarmismi, capace di vigilare sul buon funzionamento del più imponente piano vaccinale della storia recente.

Il Rapporto Vaccini 2023 ha infatti lo scopo di informare i cittadini e gli operatori sanitari sulle sospette reazioni avverse successive alla vaccinazione che sono state registrate nel 2023 nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza, gestita dall’AIFA.

La sorveglianza

Il processo di sorveglianza dimostra di aver funzionato secondo i parametri previsti: ogni sospetto è stato esaminato, e nessuno si è trasformato in un rischio accertato. «In nessuno dei segnali analizzati è stato identificato un rischio che potesse alterare il rapporto beneficio/rischio favorevole dei vaccini», sottolinea il Rapporto.

Nel 2023, sono stati aperti 9 segnali di sicurezza sui vaccini contro il COVID-19. Tutti sono passati al vaglio del PRAC, il comitato di valutazione rischi dell’Agenzia Europea per i Medicinali. E tutti sono stati chiusi favorevolmente, cioè senza alcuna modifica all’autorizzazione o alle indicazioni cliniche dei vaccini coinvolti.

I numeri: segnalazioni in calo, ma attenzione sempre alta

Nel 2023, le segnalazioni complessive di eventi avversi da vaccini in Italia sono state 4.330, di cui 1.224 relative ai vaccini anti-COVID-19. Un calo drastico: -86% rispetto all’anno precedente, e -94% per i soli vaccini anti-COVID-19 (nel 2022 erano 21.175).

Il motivo? Innanzitutto, il crollo del numero di dosi somministrate: da oltre 52 milioni del 2022 a poco più di 25 milioni nel 2023. Ma anche la fine dei grandi progetti di farmacovigilanza attiva e l’attenuazione dell’interesse mediatico, che storicamente spinge verso l’alto le segnalazioni spontanee per tutti i vaccini.

Eppure, la rete non ha mai smesso di raccogliere, verificare e segnalare. Lo dimostra il fatto che, nonostante il calo delle vaccinazioni, siano stati comunque identificati e analizzati 15 segnali specifici — e nessuno sia stato sottovalutato.

Cosa è stato chiuso e perché

Il Rapporto entra poi nel dettaglio dei 9 segnali chiusi nel 2023.
Il primo ha riguardato l’ulcerazione vulvare in associazione con il vaccino Comirnaty a mRNA di Pfizer; i successivi tre segnali di sicurezza hanno riguardato il pemfigo e il pemfigoide, malattie autoimmuni caratterizzare da formazione di bolle sulla superficie dell’epidermide nel primo caso e sotto la stessa nel secondo. I casi sono stati associati ai vaccini Vaxzevria a vettore virale di Astra Zeneca, Comirnaty e Spikevax a mRNA di Moderna; il quinto, sesto e settimo segnale hanno riguardato i vaccini Vaxzevria, Comirnaty e Spikevax associati alla miosite, una infiammazione muscolare che può essere causata da vari fattori tra cui infezioni, condizioni autoimmuni e assunzione di farmaci; l’ottavo e nono segnale hanno riguardato le emorragie postmenopausali associate ai vaccini Comirnaty e Spikevax.

In tutti i casi, non sono mai emerse sufficienti evidenze per stabilire un nesso di causalità tra il vaccino e gli eventi avversi oggetto del segnale, non si è mai raggiunta una soglia di evidenza tale da mettere in dubbio la sicurezza complessiva del vaccino. Nessun segnale ha richiesto il ritiro di lotti, la modifica delle indicazioni terapeutiche, o l’interruzione delle somministrazioni.

«I dati del Rapporto – ha affermato il Presidente di AIFA, Robert Nisticò – mostrano come nonostante l’attenzione pubblica sia rimasta concentrata sul COVID-19, il sistema italiano di farmacovigilanza ha continuato a lavorare a 360 gradi, documentando ogni evento, di ogni vaccino. In silenzio, ma con precisione. La stessa precisione è necessaria per una corretta lettura dei dati sulle segnalazioni. Perché – aggiunge Nisticò – considerando solo quelle con almeno un evento grave, il tasso di segnalazione nel 2023 da 9,8 si riduce a 2 ogni 100mila dosi somministrate. Dato in calo del 70% rispetto al 2021. Questo non per dimostrare quanto i vaccini siano oggi più sicuri di ieri, ma per dire quanto sia azzardato creare automaticamente nessi di causalità tra vaccinazione ed eventi avversi. Così come dimostrano gli esiti fatali di quelli segnalati per i vaccini anti-COVID-19, per i quali la correlazione non è mai stata accertata, salvo un caso sospetto di shock anafilattico».