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Anziani e prevenzione: HappyAgeing presenta un documento per un sistema più equo, efficiente e sostenibile a sostegno delle vaccinazioni

Un’Italia che invecchia ha bisogno di una prevenzione più forte, efficace e mirata. È questo il messaggio centrale del Documento di Posizione Verso un nuovo modello di prevenzione vaccinale nell’anziano. Proposte operative per un modello fondato su evidenze, sostenibilità e capacità organizzativa” presentato da HappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo – da più di 10 anni portavoce degli over 65 in sanità – nel corso dell’Assise Nazionale sulla Prevenzione delle Malattie Infettive nell’Anziano presso l’Istituto Enciclopedia Italiana Treccani. La pubblicazione, realizzata a seguito di un confronto con il CIP – Coordinamento Interregionale Prevenzione e importanti attori direttamente coinvolti nell’organizzazione, gestione e monitoraggio dei programmi vaccinali, propone un nuovo approccio strategico basato su tre dimensioni fondamentali – scientifica, organizzativa ed economica – per rendere il sistema vaccinale più vicino ai bisogni reali della popolazione over 65.

«Oggi serve una visione chiara e coerente che permetta agli anziani di vivere più a lungo ma soprattutto in buona salute. La vaccinazione è uno strumento formidabile per prevenire malattie infettive, ridurre il carico di morbosità e mortalità, limitare le ospedalizzazioni e preservare l’autonomia dei soggetti, oltre a consentire al sistema sanitario di allocare in modo più efficiente le proprie risorse. Ma le coperture sono ancora troppo basse e la frammentazione organizzativa crea disuguaglianze inaccettabili», dichiara Michele Conversano, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di HappyAgeing.

Piano scientifico: vaccini aggiornati e raccomandazioni coerenti

«Sotto il profilo scientifico, il principale limite è rappresentato dal mancato aggiornamento tempestivo del Calendario Vaccinale del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) che non riflette più le attuali evidenze scientifiche né l’evoluzione del panorama epidemiologico – continua Conversano – Ne derivano disomogeneità applicative tra Regioni, incertezze operative e un ritardo nell’integrazione delle innovazioni, come i vaccini contro il virus respiratorio sinciziale (RSV), nei percorsi di offerta per la popolazione anziana».

Il Documento di Posizione suggerisce di:

  • aggiornare formalmente il calendario nazionale, rendendo esplicite le nuove indicazioni e garantendo un allineamento tra raccomandazioni e attuazione;
  • avere ogni anno, in tempo utile, la Circolare Ministeriale di aggiornamento per la vaccinazione antinfluenzale e per Covid-19, così come l’aggiornamento delle indicazioni vaccinali per l’Herpes Zoster;
  • garantire equità tra territori nell’offerta vaccinale.

«Ulteriore elemento che va assolutamente preso in considerazione è la promozione di un uso appropriato dei diversi vaccini a disposizione, tenendo conto dell’età, dello stato immunologico e delle condizioni cliniche individuali», precisa il Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di HappyAgeing.

Dimensione organizzativa: prossimità, continuità e cabina di regia nazionale

La dimensione organizzativa si conferma la più fragile: governance frammentata, assenza spesso di una regia centrale stabile, anagrafe vaccinale incompleta e ritardi nell’accesso ai dati ostacolano la pianificazione e il monitoraggio. A queste criticità si aggiungono un uso ancora marginale della chiamata attiva e i limiti nell’interoperabilità dei sistemi informativi e nella gestione dei dati sensibili per finalità di prevenzione.

L’accesso ai vaccini per gli over 65, però, non può dipendere dal luogo in cui si vive. Nel Documento – illustrato all’Assise Nazionale sulla Prevenzione delle Malattie Infettive nell’Anziano: strategie per una corretta ed efficace protezione dell’adulto/anziano, organizzata con il contributo non condizionante di CSL Seqirus, GSK GlaxoSmithKline, Moderna, MSD Italia, Pfizer e Sanofi – HappyAgeing avanza come possibili soluzioni:

  • rendere operativa la cabina di regia nazionale per il nuovo PNPV e le Circolari ministeriali con compiti di indirizzo e monitoraggio;
  • rafforzare l’infrastruttura digitale per una gestione più integrata ed efficiente dell’offerta (anagrafe vaccinale e gestione dei dati);
  • potenziare sul territorio il ruolo dei Dipartimenti di Prevenzione come organo centrale nel coordinamento della rete di Operatori che ruotano intorno alle vaccinazioni;
  • adottare un modello unificato di consenso informato per favorire una scelta responsabile e consapevole da parte del cittadino;
  • ampliare gli attori dell’offerta vaccinale (rafforzare la collaborazione con Medici di Medicina Generale, Specialisti Ospedalieri e Territoriali, e farmacie);
  • realizzare un adeguato percorso di comunicazione alla popolazione.

«Occorre costruire un’offerta vaccinale durante tutto l’anno che preveda la destagionalizzazione delle somministrazioni attraverso la definizione di un ‘Calendario Vaccinale’ che includa anche tutte le vaccinazioni per l’anziano previste dal PNPV e pianificando quindi le somministrazioni di quelle non stagionali al di fuori del periodo autunnale – commenta Francesca Russo, Coordinatrice del CIP – Coordinamento Interregionale Prevenzione –. Tra gli strumenti più efficaci vi è certamente la chiamata attiva, che deve essere operativa per fascia di età attraverso mezzi tradizionali, come la lettera o la telefonata, oppure mezzi innovativi come gli SMS, le app di messaggistica istantanea e le email. Rispetto al trattamento dei dati sensibili, opportuno introdurre una norma chiara che consenta l’uso dei flussi correnti per targettizzare iniziative di prevenzione, con adeguate garanzie per i cittadini».

Fattore economico: prevenzione come investimento, non un costo

Sul piano economico si evidenzia una cronica sottovalutazione del valore della vaccinazione come investimento. Le risorse destinate alla prevenzione sono limitate, rigide e spesso assorbite dal mantenimento dell’esistente a scapito dell’innovazione. Mancano strumenti strutturali per valutare il ritorno economico delle strategie vaccinali. Eppure, l’insufficiente copertura vaccinale tra la popolazione adulta e anziana genera un impatto economico significativo: si stima una perdita annua pari a 610 milioni di euro in gettito fiscale, un aumento di costi sociali pari a 3,1 miliardi e fino a 10,8 miliardi di perdite in termini di PIL.

Nel Documento “Verso un nuovo modello di prevenzione vaccinale nell’anziano. Proposte operative per un modello fondato su evidenze, sostenibilità e capacità organizzativa” si suppone di:

  • aumentare dal 5% al 7% la quota del Fondo sanitario nazionale destinato alla prevenzione, vincolando parte dei fondi alla vaccinazione; alle Regioni si suggerisce, parallelamente, di incrementare la quota dei propri bilanci riservata alla prevenzione vaccinale;
  • affiancare modelli di analisi costo-efficacia e di impatto sul sistema sanitario alle decisioni di programmazione vaccinale;
  • integrare la logica del “ritorno sulla prevenzione” nei bilanci sanitari e nei documenti di programmazione, rendendo visibile il valore generato dai vaccini in termini di salute, benessere e produttività.

HappyAgeing: oltre 10 anni di impegno per l’invecchiamento attivo

Nata più di 10 anni fa con l’obiettivo di promuovere in Italia politiche e iniziative per la tutela della salute dell’anziano, HappyAgeing, portavoce di questa fascia di popolazione, cerca di garantirne benessere e diritti. L’Alleanza rappresenta, di fatto, una piattaforma unica di confronto, proposta e azione tra le realtà scientifiche, associative e sindacali che la compongono. Ne fanno parte Federsanità – Confederazione delle Federsanità ANCI regionali, Fondazione Dieta Mediterranea, SIGG – Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, SIGOT – Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio, SIMFER – Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa, SITI – Società Italiana di Igiene, i sindacati SPI CGIL, FNP CISL, UILP UIL, e Federazione Anziani e Pensionati ACLI.

«Chiediamo alle Istituzioni un impegno concreto nelle politiche per l’invecchiamento attivo e per la non autosufficienza. Occorre attuare finalmente, con adeguati finanziamenti, la Riforma approvata con la Legge 33/2022. L’invecchiamento deve diventare una priorità nazionale non solo in termini di durata della vita, ma di qualità, autonomia, partecipazione e inclusione. Parliamo di diritti che devono essere garantiti a tutte le cittadine e a tutti i cittadini, a prescindere dal territorio in cui vivono, il diritto alla salute è infatti sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione. Perché ciò avvenga, è necessario superare le disomogeneità nei modelli regionali, rafforzare il coordinamento tra Stato e Regioni e costruire una governance sostenibile capace di tradurre le esigenze delle persone in risposte tangibili, adeguate, eque e durature. Ribadiamo, insieme agli altri partner dell’Alleanza, la necessità di destinare maggiori fondi alla prevenzione, un vero e proprio investimento per il Servizio Sanitario Nazionale e per l’economia del Paese. Rinnoviamo, inoltre, il nostro impegno a diffondere tra le nostre comunità una comunicazione matura, incisiva, concreta sulla prevenzione e promozione della salute», sostengono congiuntamente Carmelo Barbagallo, Segretario Generale UIL Pensionati, Annamaria Foresi, Segretario Nazionale FNP CISL, e Tania Scacchetti, Segretaria Generale SPI CGIL, in chiusura dell’evento.

GIMBE, carenza pediatri di famiglia: nonostante il calo delle nascite ne mancano oltre 500

Mancano almeno 502 pediatri di famiglia e la maggior parte delle carenze si concentra in tre grandi Regioni del Nord: Lombardia, Piemonte e Veneto. In alcune aree si supera il massimale di 1.000 assistiti per pediatra mentre entro il 2028 ne andranno in pensione 2.598.

Secondo il sito del Ministero della Salute, il pediatra di libera scelta (PLS) – cosiddetto pediatra di famiglia – è il medico preposto alla tutela della salute di bambini e ragazzi di età compresa tra 0 e 13 anni. Ad ogni bambino, sin dalla nascita, deve essere assegnato un PLS per accedere a servizi e prestazioni inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

«Le segnalazioni sulla difficoltà di accesso al PLS – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – arrivano oggi da tutte le Regioni, evidenziando criticità ricorrenti: complessità burocratiche, carenza di risposte da parte delle Aziende Sanitarie Locali (ASL), pediatri con un numero elevato di assistiti e impossibilità, per molte famiglie, di iscrivere i propri figli a un PLS. Una situazione che genera disagi rilevanti e richiede interventi organizzativi urgenti, per garantire la continuità dell’assistenza pediatrica, soprattutto ai più piccoli e ai più fragili».

La carenza di pediatri si concentra in Lombardia, Veneto e Piemonte

Per approfondire le cause e le dimensioni del problema, la Fondazione GIMBE ha analizzato dinamiche e criticità che regolano l’inserimento dei PLS nel SSN, stimando l’entità delle carenze di PLS nelle Regioni italiane.  «È importante chiarire – spiega Cartabellotta – due aspetti fondamentali della nostra analisi: innanzitutto, le stime sulle carenze dei PLS sono state effettuate su base regionale, mentre i fabbisogni reali vengono determinati dalle ASL in relazione agli ambiti territoriali carenti; in secondo luogo, non è possibile stimare il ricambio generazionale, perché non è noto quanti nuovi specialisti in pediatria scelgano la carriera di PLS anziché quella ospedaliera».  

Dinamiche e criticità

Fasce di età. Sino al compimento del 6° anno di età, i bambini devono per legge essere assistiti da un PLS, mentre dai 6 ai 13 anni compresi i genitori possono optare tra il PLS e il medico di medicina generale (MMG). Al compimento del 14° anno, l’assistito viene revocato automaticamente, salvo nei casi di patologie croniche o disabilità documentate, per i quali è possibile richiedere una proroga fino al compimento del 16° anno. Secondo i dati ISTAT, al 1° gennaio 2024 la fascia 0-5 anni (iscrizione obbligatoria al PLS) comprendeva quasi 2,5 milioni di bambini, mentre nella fascia 6-13 anni rientravano oltre 4,1 milioni di minori, che potrebbero essere iscritti al PLS o al MMG secondo le preferenze dei genitori o, soprattutto, in base alle disponibilità locali di PLS o MMG.

Quadro demografico. Il progressivo calo delle nascite sta modificando in modo significativo la platea di assistiti dei PLS. I dati ISTAT documentano una costante riduzione dei bambini della fascia 0-5 anni, per la quale l’iscrizione al PLS è obbligatoria: tra il 1° gennaio 2019 e il 1° gennaio 2025 si contano circa 430 mila potenziali assistiti in meno per i PLS (figura 1). «Di conseguenza nello stesso periodo – osserva il Presidente – il crollo delle nascite ha ridotto, su scala nazionale, il fabbisogno di PLS di oltre 500 unità in soli 6 anni».

Nel 2023 si sono registrati in Italia 379.890 nuovi nati, mentre 570.894 adolescenti hanno compiuto 14 anni. Considerando che il 57,5% della fascia 6-13 anni risulta ancora iscritto ai PLS, si stima che 328.264 assistiti siano transitati dai PLS ai MMG, a fronte di quasi 380 mila nuovi nati iscritti ai PLS. Il saldo comporta un incremento netto di oltre 50.000 assistiti per i PLS, con un conseguente aumento del carico assistenziale.

Massimale di assistiti. L’ultimo Accordo Collettivo Nazionale (ACN), in vigore dal 25 luglio 2024,  ha fissato a 1.000 il numero massimo di assistiti per ciascun PLS, eliminando la precedente distinzione tra scelte ordinarie e in deroga. Una volta raggiunto questo massimale, il PLS può acquisire nuovi assistiti solo ricusando contestualmente un numero equivalente di bambini appartenenti alla fascia 6-13 anni. Al di sopra della soglia dei 1.000, l’unica eccezione prevista è l’iscrizione dei fratelli di assistiti già in carico. Deroghe temporanee al massimale di 1.000 possono essere concesse dalla ASL esclusivamente per un periodo limitato, in presenza di esigenze specifiche legate al contesto locale o a criticità organizzative (es. indisponibilità di altri PLS sul territorio).

«Il vero nodo – sottolinea il Presidente – è che la carenza di oltre 5.500 MMG, già evidenziata da una nostra precedente analisi, rischia di lasciare scoperti i ragazzi “ricusati” dal PLS, che potrebbero non trovare un MMG disponibile. In molti casi, quindi, l’unica soluzione resta l’estensione delle deroghe al massimale, alimentando un circolo vizioso di sovraccarico e riduzione della qualità dell’assistenza pediatrica».

Ambiti territoriali carenti. L’inserimento di nuovi PLS nel SSN avviene previa identificazione da parte della Regione – o di un soggetto da essa individuato – degli ambiti territoriali carenti, ovvero le zone dove è necessario colmare un fabbisogno assistenziale e garantire una distribuzione capillare degli studi dei PLS sul territorio. Secondo quanto stabilito dall’ultimo ACN, la carenza viene calcolata sulla base di un rapporto ottimale di 1 PLS ogni 850 bambini, o frazione superiore a 450. In particolare, per definire il fabbisogno si sommano tutti i residenti sotto i 14 anni, detraendo quelli della fascia 6-13 anni in carico ai MMG.

In assenza di accordi integrativi regionali, si considera che il 70% della popolazione tra i 6 e i 13 anni possa essere assistita dai PLS. «Sostanzialmente con il nuovo ACN – spiega il Presidente – rientrano nel calcolo del fabbisogno tutti gli assistiti in carico ai PLS, anche quelli della fascia 6-13 anni che in precedenza ne erano esclusi. Questo consente di parametrare correttamente il numero dei PLS rispetto alla popolazione effettivamente assistita».

Pensionamenti. Secondo i dati 2024 forniti dalla Federazione Italiana dei Medici Pediatri (FIMP), tra il 2024 e il 2028 andranno in pensione 2.598 pediatri di libera scelta, avendo raggiunto il limite massimo di età previsto, pari a 70 anni (salvo deroghe): dai 333 PLS del Lazio a 3 PLS in Valle d’Aosta (figura 2).

Nuovi PLS. Il numero di borse di studio per la scuola di specializzazione in pediatria, rimasto stabile per un decennio, ha registrato un incremento significativo negli ultimi 6 anni: da 496 borse nell’anno accademico 2017-2018 a 853 nel 2023-2024, con un picco di 973 nell’anno accademico 2020-2021 (figura 3). «Tuttavia – osserva Cartabellotta – considerato che gli specialisti in pediatria possono intraprendere anche la carriera ospedaliera, non è possibile prevedere quanti sceglieranno effettivamente di diventare PLS. Di conseguenza resta incerto se le nuove leve riusciranno a garantire un ricambio generazionale adeguato e uniforme in tutte le Regioni, oltre che colmare le attuali carenze».

Stima delle carenze di pediatri

Trend 2019-2023. Secondo l’Annuario Statistico del SSN 2023, pubblicato dal Ministero della Salute, nel 2023 i PLS in attività erano 6.706, ovvero 702 in meno rispetto al 2019 (-9,5%). «Una riduzione – commenta Cartabellotta – solo in parte compensata dal calo demografico». A preoccupare è anche il progressivo invecchiamento della categoria: la quota di PLS con oltre 23 anni di specializzazione è passata dal 39% nel 2009 al 77% nel 2023, segno di un ricambio generazionale sempre più rallentato.

Numero di assistiti per PLS. Secondo le rilevazioni della Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati (SISAC), al 1° gennaio 2024 risultavano attivi 6.484 PLS, con in carico oltre 5,8 milioni di assistiti: il 42,5% nella fascia 0-5 anni (2,48 milioni) e il 57,5% nella fascia 6-13 anni (3,35 milioni). Complessivamente, l’81,2% della popolazione ISTAT tra 6 e 13 anni risulta seguita da un PLS, con marcate differenze regionali: dal 92,6% della Liguria al 60,7% della Sardegna (figura 4).

In termini assoluti, la media nazionale è di 900 assistiti per PLS: superano il massimale di 1.000 assistiti la Provincia Autonoma di Bolzano (1.139), il Piemonte (1.119) e il Veneto (1.008) (figura 5). «Con un simile livello di saturazione – spiega Cartabellotta – il principio della libera scelta viene spesso ostacolato: in molte aree del Paese diventa difficile, se non impossibile, trovare un pediatra disponibile, sia nelle zone interne o periferiche, sia nei grandi centri urbani. In altre parole, la situazione reale è spesso più critica di quanto lascino intendere i numeri».

Stima della carenza di PLS al 1° gennaio 2024. «Tutte le criticità fin qui evidenziate – spiega Cartabellotta – permettono soltanto di stimare il fabbisogno di PLS a livello regionale, poiché l’individuazione delle zone carenti da parte delle ASL dipende da molteplici variabili locali». Se l’obiettivo è garantire la qualità dell’assistenza, una distribuzione capillare coerente con la densità abitativa, la prossimità degli ambulatori e il diritto alla libera scelta, non è corretto stimare il fabbisogno di PLS facendo riferimento al massimale con deroga.

Per questo motivo la Fondazione GIMBE, adottando il rapporto ottimale di 1 PLS ogni 850 assistiti e utilizzando le rilevazioni SISAC al 1° gennaio 2024, stima una carenza complessiva di 502 PLS, con forti squilibri regionali. Infatti, il 75,7% delle carenze si concentra in 3 sole grandi Regioni del Nord: Lombardia (180), Piemonte (108), Veneto (93). Al contrario, in 9 Regioni (Basilicata, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia e Umbria) non si rileva alcuna carenza, poiché la media di assistiti per PLS è inferiore a 850 (figura 6).

«In realtà – precisa Cartabellotta – è necessario considerare due aspetti fondamentali. Anzitutto, l’ultimo ACN ha innalzato il rapporto ottimale da 600 a 850, “assorbendo” di fatto una quota consistente delle carenze registrate al 1° gennaio 2023. In secondo luogo, una stima su base regionale non intercetta le carenze localizzate, che si manifestano in territori a bassa densità abitativa, zone disagiate, aree montane».

«Nonostante il calo delle nascite – spiega Cartabellotta – alcune grandi Regioni del Nord, come Lombardia, Piemonte e Veneto, registrano carenze rilevanti di PLS in termini assoluti. Al di là dei numeri, però, la distribuzione capillare sul territorio resta fortemente influenzata da variabili locali non sempre prevedibili. Per un’adeguata programmazione del fabbisogno è indispensabile che ogni Regione disponga di stime accurate sul numero di pediatri che intraprendono effettivamente la carriera di PLS, integrate con le proiezioni ISTAT sulla denatalità. Ma non basta: servono modelli organizzativi orientati al lavoro in team e una piena attuazione della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR (Case di comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, telemedicina), accompagnata da accordi sindacali coerenti con gli obiettivi di ricambio generazionale e distribuzione capillare dei PLS, come indicato negli stessi atti di indirizzo. Perché guardando ai pensionamenti attesi, nonostante il calo delle nascite, non è affatto scontato che le nuove generazioni di PLS siano sufficienti a garantire il ricambio, né tantomeno a colmare le carenze attuali, che rischiano di aggravarsi ulteriormente, in particolare nelle aree più periferiche».

Vaccinazioni nell’anziano: investimento strategico per benefici a breve termine

Le vaccinazioni rappresentano uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’impatto sanitario, sociale ed economico delle malattie infettive, soprattutto nella popolazione anziana. Eppure, il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV) non sempre tiene il passo con l’evoluzione scientifica e l’innovazione tecnologica: per alcuni vaccini il calendario resta fermo, le coperture incomplete, le disuguaglianze regionali marcate. Ne abbiamo parlato con Michele Conversano, presidente del Comitato tecnico scientifico di Happy Ageing, in occasione dell’Assise nazionale sulla prevenzione delle malattie infettive nell’anziano.

Nel corso dell’intervista, Conversano sottolinea come ogni euro investito in vaccinazione generi risparmi sanitari da venti a quaranta euro, ma denuncia la mancanza di una governance realmente efficace: «Abbiamo vaccini sicuri ed efficaci, ma non li offriamo in modo equo e tempestivo a tutti gli over 65». Tra le priorità indicate: aggiornare ogni anno il calendario vaccinale, promuovere la chiamata attiva e l’ampliamento dei punti vaccinali, integrare i diversi attori del sistema sanitario e soprattutto istituire una anagrafe vaccinale nazionale dell’anziano, oggi assente.

Colangite biliare primitiva, in Italia colpisce 27,9 persone ogni 100mila abitanti

“Sostenibilità e Innovazione nella Colangite Biliare Primitiva: verso un modello di presa in carico efficiente e più vicino al paziente”: è il titolo del dialogue meeting organizzato dall’Italian Health Policy Briefing (Ihpb) presso la Fondazione Sturzo di Roma. Numerose le tematiche affrontate nel corso del dibattito: dalla diagnosi precoce all’integrazione dei percorsi di diagnosi e cura tra ospedale e territorio in una logica multidisciplinare, fino al pieno accesso alle innovazioni terapeutiche.

Durante l’evento è stato presentato il primo Manifesto Sociale sulla Pbc (dall’acronimo inglese Primary Biliary Cholangitis), un’iniziativa promossa da uno Scientific and Advocacy Network composto da società scientifiche (Aisf e Simg), associazioni dei pazienti, rappresentanti del mondo accademico e dell’advocacy, nonché da esponenti dei sistemi sanitari regionali. Il Manifesto nasce con l’intento di evidenziare le principali difficoltà che affrontano le persone affette da colangite biliare primitiva, sottolineando l’urgenza di risposte concrete per arrivare a un modello di presa in carico rapido ed efficace.

Pietro Invernizzi, direttore scientifico della Fondazione Irccs San Gerardo dei Tintori, European Reference Network (Ern) Rare-Liver Center, professore ordinario di Gastroenterologia università di Milano Bicocca e coordinatore della Commissione Malattie Rare Aisf, ha spiegato che «è un periodo di grandi novità per le persone affette da Pbc. Mi occupo di questa malattia da oltre 30 anni e ricordo che per molti anni non ci sono state novità nell’ambito della cura. Poi tante industrie farmaceutiche hanno finalmente deciso di investire nella Pbc ed abbiamo iniziato ad avere nuovi farmaci, e sempre più efficaci. Anche la conoscenza della malattia è migliorata e oggi la diagnosi è più tempestiva ed accurata».

«Importante a questo riguardo – ha proseguito – è stata l’attività di un’ampia comunità di epatologi esperti della Pbc che recentemente ha anche ricevuto un importante supporto dal programma Pnrr finalizzato a strutturare delle reti regionali collegate tra loro in una rete nazionale, con la finalità di migliorare la competenza nella diagnosi e nella gestione anche a livello di centri epatologici e di medicina generale di primo livello. Ovviamente il lavoro di squadra ci sta permettendo di portare avanti progetti di ricerca di valore sulla malattia».

La conoscenza della malattia è migliorata e oggi la diagnosi è più tempestiva ed accurata

La colangite biliare primitiva è una malattia epatica autoimmune, rara e progressiva, che danneggia i piccoli dotti biliari e che, se non trattata adeguatamente, può causare danni al fegato che possono portare a fibrosi e cirrosi epatica o, nella fase terminale della malattia, alla necessità di trapianto di fegato e morte. La patologia si manifesta prevalentemente tra i 45 e i 65 anni e nove pazienti su dieci sono donne.

In Italia, la prevalenza della Pbc è stimata in 27,9 casi per 100mila abitanti, con un’incidenza annuale di 5,31 casi ogni 100mila abitanti. La diagnosi di Pbc viene effettuata attraverso test biochimici, sierologici e talvolta istologici, spesso in assenza di sintomi specifici. La prognosi della malattia sta migliorando grazie a diagnosi più precoci e ad un inizio del trattamento più tempestivo, sebbene tale riscontro non sia presente egualmente su tutto il territorio nazionale.

Tuttavia, le complicanze legate alla diagnosi tardiva, in pazienti nei quali la patologia è già evoluta verso la cirrosi, sono associate a una prognosi sfavorevole e ad una ridotta aspettativa di vita. I sintomi più comuni comprendono fatigue e prurito, che possono interessare fino all’80% dei pazienti: sono sintomi all’apparenza aspecifici ma, se sottovalutati, possono diventare gravemente debilitanti, con un impatto negativo sulla qualità di vita delle persone affette da questa patologia. Attualmente, le terapie disponibili per il trattamento della Pbc mirano a rallentare la progressione della malattia. Oggi l’Udca è l’unico farmaco rimborsato per il trattamento in prima linea e per quel 20% di pazienti che non risponde in modo adeguato è disponibile elafibranor come terapia di seconda linea.

In Italia, la prevalenza della Pbc è stimata in 27,9 casi per 100mila abitanti

Uno dei temi sui quali si è registrata unanime convergenza è l’importanza di una più organica integrazione ospedale-territorio che possa favorire la presa in carico del paziente, anche mediante un approccio multidisciplinare. «Una presa in carico – ha sottolineato Edoardo Giovanni Giannini, professore ordinario di Gastroenterologia presso l’università di Genova, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Clinica Gastroenterologica dell’IRCCS ospedale Policlinico San Martino di Genova, componente della Commissione Malattie Rare di Aisf – che non solo faciliti la precoce identificazione dei pazienti, ma che sia anche concepita nella logica di garantire un accesso alle cure che sia adeguato alla condizione del malato, attraverso una collaborazione tra medico di medicina generale e specialisti operanti in strutture di riferimento, prevedendo una gradualità di presa in carico che includa cure di prima linea e cure di seconda linea».

Importanti indicazioni sono anche pervenute dal mondo advocacy, specie in relazione alla necessità che le risposte sanitarie possano essere sempre più incisive e produttive grazie al ricorso a strumenti e metodologie di lavoro innovativi come telemedicina e teleconsulto, in grado di facilitare la relazione a distanza tra paziente, medico di medicina generale e centro di riferimento.

Una sottolineatura cui si è aggiunta la raccomandazione del dottor Ivan Gardini, presidente Epac, che a proposito del riconoscimento della Pbc come malattia rara anche in Italia, ha evidenziato che è “una soluzione che consentirebbe l’accesso a una serie di benefici e semplificazioni tra le quali il più rapido inserimento dei farmaci nei prontuari regionali, la disponibilità di risorse per la ricerca, i finanziamenti alle associazioni e alle reti di centri specialistici che devono essere formalizzati e ben mappati sul territorio».

«Come Amaf Aps – le parole del presidente Amaf Aps, Davide Salvioni – da sempre al fianco dei pazienti, desideriamo evidenziare con forza un aspetto: la diffusione capillare delle conoscenze sulla Pbc. È un fattore chiave per permettere una maggiore equità di cura su tutto il territorio nazionale. Non possiamo accettare che la qualità dell’assistenza dipenda dalla regione o dalla struttura in cui ci si trova. Un’informazione capillare e aggiornata, rivolta sia ai professionisti sanitari che ai pazienti stessi, è fondamentale per una diagnosi precoce, un accesso tempestivo alle terapie e una gestione ottimale della malattia, ovunque ci si trovi in Italia».

«Questa iniziativa – ha concluso – segna un passo cruciale verso una sanità più inclusiva e responsiva. Ci auguriamo che il Manifesto sia un’occasione per un dialogo costruttivo e per azioni concrete che mettano sempre più al centro la persona con Pbc». Dal confronto “Sostenibilità e Innovazione nella Colangite Biliare Primitiva: verso un modello di presa in carico efficiente e più vicino al paziente” sono scaturite alcune parole d’ordine che dovrebbero essere alla base di una più incisiva risposta sanitaria alla Pbc: – Informazione e formazione per la consapevolezza di medici e pazienti – Tempestività diagnostica, prerequisito per evitare e contenere le complicanze – Integrazione ospedale-territorio – Presa in carico multidisciplinare del paziente – Innovazione, sul piano terapeutico e delle dotazioni tecnologiche – Riconoscimento pratico della Pbc come malattia rara.

Da inizio anno 68 casi di dengue e 22 di Chikungunya, all’ISS un convegno sui rischi di focolai

La possibilità che si sviluppino in diversi paesi Europei, inclusa l’Italia, focolai di malattie che prima erano solo importate, come quelle causate da virus Dengue e Chikungunya, è in aumento negli ultimi anni, soprattutto per effetto della ripresa dei viaggi internazionali, della diffusione degli insetti vettori, soprattutto della cosiddetta ‘zanzara tigre’, e per l’aumento delle epidemie in paesi a clima tropicale e sub-tropicale.

A circa metà della stagione di sorveglianza, per fare il punto sulla situazione attuale delle arbovirosi endemiche nel nostro Paese (come quelle causate da virus West Nile e virus Toscana che stanno registrando negli ultimi anni incidenze in aumento) e per discutere di come affrontare i rischi legati alla trasmissione di virus emergenti come Dengue e Chikungunya, oggi e domani nella sede dell’ISS si terrà il convegno “Preparazione e Contrasto alle arbovirosi endemiche ed epidemiche in Italia“, che riunirà gli esperti nazionali (Ministero della Salute, IZS, ISS) e delle Regioni. Con l’occasione verranno forniti i numeri aggiornati della sorveglianza sulle arbovirosi, che dall’inizio dell’anno al 30 giugno 2025, vedono 68 casi confermati di infezione umana da virus Dengue (tutti associati a viaggi all’estero) e 22 casi confermati di infezione umana da virus Chikungunya (tutti associati a viaggi all’estero , in aumento rispetto allo scorso anno).

«Le Arbovirosi rappresentano un gruppo di malattie importanti per la Sanità Pubblica e necessitano di un vero approccio One Health per la prevenzione ed il controllo. Questo evento si si pone come un momento di scambio e confronto con operatori sanitari di diverse discipline operanti a livello nazionale e regionale in Italia per condividere dati, evidenze ed esperienze di contrasto – spiega Anna Teresa Palamara, che dirige il dipartimento di malattie Infettive dell’ISS –. Lo scopo sarà fare il punto sulla stagione in corso, e sulle attività di allerta rapida e valutazione del rischio, per preparare il periodo agosto-novembre in cui, oltre alla arbovirosi endemiche, è anche più elevato il rischio di osservare focolai autoctoni causati da virus emergenti a potenziale epidemico trasmesse da Aedes albopictus, in particolare Dengue e Chikungunya».

I numeri della sorveglianza e la situazione internazionale

Dal 1 gennaio al 30 giugno 2025, al sistema di sorveglianza nazionale implementato nella piattaforma dell’Istituto Superiore di Sanità risultano: 68 casi confermati di infezione umana da virus Dengue in Italia, tutti associati a viaggi all’estero (età mediana di 41 anni, 51% di sesso maschile, nessun decesso). La maggior parte delle infezioni sono state contratte in Centro e Sud America e in paesi del Sud Est Asiatico. Sono invece 22 i casi confermati di infezione umana da virus Chikungunya in Italia, in aumento rispetto agli scorsi anni e tutti associati a viaggi all’estero (età mediana di 49 anni, 50% di sesso maschile, nessun decesso). La maggior parte dei casi sono stati contratti in Madagascar e nell’isola Reunion e in Sry Lanka. Sono inoltre stati segnalati 4 casi confermati di virus Zika tutti importati.

Tra le arbovirosi endemiche, al 30 giugno 2025, sono stati segnalati 12 casi di TBE (tutti autoctoni, nessun decesso) e 5 casi di infezione da Toscana virus (nessun decesso). Sebbene sia stati segnalato un caso sporadico confermato di West Nile in mesi di bassa trasmissione, iniziano le prime segnalazione di circolazione virale in pool di zanzare con attivazione delle misure di controllo trasfusionali nelle province di Oristano e Venezia.

A livello internazionale, secondo le mappe messe a disposizione dall’Ecdc (qui quella per la Dengue, qui quella per Chikungunya), i casi di dengue (oltre tre milioni da inizio anno, con 1400 morti) si concentrano prevalentemente in America, soprattutto del Sud, Asia, Oceania e in alcuni paesi africani. La mappa per la Chikungunya (220mila casi con 80 morti) vede invece i casi concentrati in America del Sud, specialmente in Brasile, e in India.

Sono invece stati segnalati dall’inizio dell’anno al 25 giugno 2025 otto casi autoctoni di infezione umana da virus Chikungunya in sei regioni della Francia continentale: Prades le Lez in the Hérault , La Crau in the Var, in Bernis in the Gard, Montoison in the Drôme , Salon-de-Provence in the Bouches-du-Rhône e nel dipertimento Corse-du-Sud (Corsica) (link). Tra le arbovirosi emergenti è stata inoltre segnalato a ECDC nel 2025 un caso di infezione umana autoctona causata dal virus della febbre emorragica Crimea Congo, trasmesso da zecche del genere Hyalomma, in Spagna (nella Regione della Salamanca).

Il convegno

L’evento si realizza nell’ambito del NextGeneration EU-MUR-PNRR Extended Partnership Initiative sulle Malattie Infettive emergenti (INF-ACT) e in particolare nel Nodo 4 (Epidemiology, monitoring and modelling – EPI-MOD) con il supporto del Nodo 2 (Arthropod Vectors and Vector-Borne Diseases) che ha un focus sulla allerta rapida e valutazione del rischio in chiave One Health dei virus emergenti o riemergenti a potenziale epidemico e pandemico.

In questo ambito, l’evento tratterà le arbovirosi con particolare attenzione a quelle endemiche ed emergenti a potenziale epidemico in Italia, soffermandosi sulla sorveglianza integrata con funzione di allerta rapida e sulla valutazione del rischio in chiave One Health. L’obiettivo è fare il punto su tutte le arbovirosi di rilevanza per la sanità pubblica in Italia, ovvero le malattie infettive causate da virus trasmessi da artropodi vettori, come zanzare, zecche e flebotomi, con un confronto tra gli esperti nazionali e regionali sulle migliori pratiche e sulle sfide future.

I consigli per limitare i rischi

Per il momento il principale strumento preventivo contro la diffusione delle arbovirosi è la riduzione dell’esposizione ai vettori durante il periodo favorevole alla trasmissione.
Per quanto riguarda le zanzare è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che possano riprodursi facilmente:

  • usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe, quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto;
  • usando delle zanzariere alle finestre e soggiornando in ambienti climatizzati;
  • svuotando di frequente i contenitori con acqua stagnante (per esempio, secchi, vasi per fiori e sottovasi, catini, bidoni, ecc.) e coprendo quelli inamovibili;
  • trattando tombini e griglie di raccolta delle acque in giardini privati e spazi condominiali con larvicidi a partire da aprile-maggio, per tutta la stagione favorevole alle zanzare, con cadenza indicata sull’etichetta del prodotto;
  • cambiando spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali;
  • svuotando le piscinette per i bambini quando non sono usate;
  • evitando le ore di maggiore attività: molte zanzare sono più attive all’alba e al tramonto, quindi è consigliabile evitare di esporsi all’aperto in queste ore o utilizzare maggiori precauzioni

Per chi viaggia, prima della partenza:

  • informarsi sui rischi: verificare quali arbovirosi sono endemiche o epidemiche nell’area di destinazione, consultando il sito del Ministero della Salute o dell’Istituto Superiore di Sanità;
  • consultare il medico: se si hanno dubbi o si rientra in categorie a rischio (es. bambini, anziani, donne in gravidanza, persone con patologie preesistenti), è consigliabile consultare il proprio medico curante per valutare eventuali precauzioni aggiuntive o vaccinazioni specifiche;
  • verificare la necessità di vaccinazioni: per alcune aree e patologie (es. encefalite da zecche) potrebbe essere consigliabile o obbligatoria la vaccinazione, specialmente per chi svolge attività all’aperto o soggiorna in zone rurali.

Al rientro:

  • continuare a prestare attenzione alla comparsa di eventuali sintomi, come febbre, dolori articolari, eruzioni cutanee;
  • se si notano sintomi, consultare immediatamente il proprio medico curante, fornendo informazioni dettagliate sul viaggio e sulle eventuali punture di insetti subite;
  • segnalare al medico la comparsa di febbre, soprattutto se accompagnata da dolori articolari

Dalla selezione all’illusione: perché il nuovo modello d’ingresso a Medicina fa discutere

Un cambiamento radicale per chi sogna il camice bianco. A partire dall’anno accademico 2025/2026, l’accesso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria non sarà più regolato dai test d’ingresso tradizionali. Al loro posto nasce il Semestre aperto, con accesso libero, esami scritti e la possibilità di frequentare anche un corso di laurea affine, con il riconoscimento dei crediti formativi in caso di mancata ammissione al secondo semestre.

A firmare il decreto che rende operativa la riforma è stata la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha presentato la novità come una svolta nel segno del merito e della valorizzazione del tempo degli studenti.

Come funziona il nuovo sistema

Dal 1° settembre al 30 novembre, gli iscritti al Semestre aperto frequenteranno corsi su tre discipline fondamentali: Chimica e propedeutica biochimica, Fisica e Biologia. Ogni materia vale 6 crediti formativi, per un totale di 18. Gli esami finali si svolgeranno in due appelli nazionali, a novembre e dicembre, con 31 quesiti per materia, tra domande a risposta multipla e completamento. Ogni prova durerà 45 minuti. I punteggi, espressi in trentesimi (con possibilità di lode), concorreranno a formare una graduatoria nazionale. Per essere ammessi al secondo semestre di Medicina, sarà necessario ottenere almeno 18/30 in tutte e tre le prove.

Per chi non dovesse superare gli esami al primo tentativo, sarà possibile ripetere il Semestre aperto fino a tre volte, anche non consecutive. Intanto, ogni studente dovrà iscriversi anche a un corso affine, scelto tra Biotecnologie, Scienze Biologiche, Farmacia, Scienze Zootecniche o alcune professioni sanitarie. L’iscrizione al corso affine sarà gratuita e non comporterà obbligo di frequenza, ma permetterà comunque di mantenere attivi i crediti già acquisiti.

Il test d’ingresso cambia forma, ma resta una selezione rigida

In fase di iscrizione, tramite la piattaforma Universitaly, sarà necessario indicare la sede preferita per il Semestre aperto e almeno nove alternative, oltre a dieci sedi di interesse per il corso affine. Le università, in autonomia, potranno decidere come erogare la didattica (in presenza, online o in modalità mista) e dal 2026/2027 dovranno adeguare anche i piani di studio dei corsi affini.

Più equità o solo un nuovo filtro? Resta da capire se le università riusciranno a gestire l’aumento degli iscritti e se questo nuovo modello riuscirà davvero a garantire maggiore equità o se finirà per sostituire il numero chiuso con un numero programmato mascherato.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’ANDU (Associazione Nazionale Docenti Universitari) e Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale ANAAO ASSOMED.

Nunzio Miraglia

Vantaggi e criticità della riforma

Per Miraglia non ci sarà alcun vantaggio, ma solo maggiori danni. «L’anno prossimo con la nuova riforma, che si ispira al modello francese, s’iscriveranno al “semestre filtro” circa 75.000 giovani e, dopo sei mesi, all’80% sarà impedito di proseguire a Medicina a causa della ghigliottina del numero chiuso. La decimazione avverrà il 20 novembre con tre esami-test nazionali: uno per ognuna delle tre materie che gli studenti avranno frequentato, con la possibilità di ripeterli il 10 dicembre. Insomma all’attuale unico test effettuato prima di entrare all’università, si sostituiranno tre test che potranno diventare sei. Va sottolineato che, di fatto, i corsi dureranno poco più di due mesi e che alla fine, per la prima volta nell’università italiana, a esaminare gli studenti non sarà il docente che avrà tenuto il corso. La valutazione avverrà attraverso un test impersonale, una modalità che palesemente mina l’autonomia e la libertà dell’insegnamento garantita dalla Costituzione».

«È una riforma suicida e populista – interviene Di Silverio. Un boomerang non solo sul piano dell’istruzione, ma anche su quello politico. Si stanno illudendo forse 100mila famiglie, facendo credere che i loro figli entreranno a Medicina. Ma il test non è stato davvero abolito: dopo il primo semestre dovranno comunque affrontarlo, solo che nel frattempo avranno seguito una formazione che sarà inevitabilmente di bassa qualità. Non ci sono né spazi, né risorse per accogliere 70 mila studenti. E in più, il giudizio finale sarà lasciato alla discrezionalità dei cosiddetti “baroni”, perché sarà il voto a determinare chi entra e chi no.

Il semestre filtro escluderà l’80% degli aspiranti medici dopo sei mesi

L’unico aspetto positivo della riforma poteva essere il cambiamento del test. Andava rivisto, certo, ma mantenendo l’attinenza con le materie della facoltà. Invece, si è scelta una strada diversa, si è deciso di rimandare tutto di sei mesi, illudendo tante famiglie e generando costi aggiuntivi, disorientamento e un allungamento dei tempi per tutti».

Il semestre filtro

Pierino Di Silverio

«L’84% degli studenti interpellati dal governo ha definito questa riforma suicida. E parliamo di un momento delicato, in cui c’è una carenza gravissima di medici e infermieri. Ma qui si confonde il diritto allo studio con il diritto all’iscrizione. Sono due cose diverse – aggiunge il Segretario ANAAO. Con questa riforma si aumentano i posti a Medicina per rispondere alla carenza, ma sappiamo bene che per formare un medico servono almeno 11 anni. Quindi, oggi aumentiamo i numeri e tra 11 anni ci ritroveremo con un surplus.
Rivedremo i famosi “camici grigi” che non riescono ad accedere alle scuole di specializzazione. Avremo 50mila laureati per 20mila posti. Ciò alimenterà la precarietà e il lavoro sottopagato, tutto il contrario di ciò che il governo dice di voler combattere».

«Saranno mesi pesantissimi per gli studenti, che dovranno giocarsi il tutto per tutto per proseguire gli studi a Medicina, in forte competizione tra di loro – concorda Miraglia. E così avverrà quello che per decine di anni è successo in Francia, dove quel sistema di selezione è stato definito un “massacro generazionale”, una “macelleria didattica”, un “calvario”. Lo stesso Emmanuel Macron lo ha giudicato obsoleto, ingiusto e inefficace».

C’è spazio fisico o virtuale per tutti?

«La didattica non potrà che essere scadente perché, se molti studenti dovessero frequentare, sarebbe impossibile contenerli in aule normali e si dovrebbe ricorre a locali molto vasti, dove la calca renderebbe estremamente difficile seguire le lezioni in maniera proficua – afferma il coordinatore ANDU. Probabilmente si dovrà ricorrere alla didattica a distanza, fornendo così una didattica priva del rapporto diretto con il docente e con gli altri studenti».

Aule insufficienti e didattica fragile: il sistema sarà pronto?

«Se i test saranno nello stesso giorno per tutti, ci sarà bisogno di correggere circa 70mila prove e stilare graduatorie nazionali – aggiunge il Segretario ANAAO. Tutto questo rischia di far perdere l’anno accademico a molti.
E non solo. Oggi chi non entra a Medicina spesso ripiega su Scienze infermieristiche. Con questa riforma, anche quei pochi posti saranno bloccati per mesi, in attesa dell’esito del semestre filtro.
Si penalizza tutto il sistema: la formazione a Medicina, ma anche quella di altri corsi, perché per legge uno studente che si trasferisce da una facoltà all’altra non può sostenere esami nei primi sei mesi. Il danno è doppio.

Non ci sono spazi fisici sufficienti, né le infrastrutture digitali per una didattica a distanza adeguata. Come si organizzerà questo semestre? In presenza? Online? In modalità mista? Non si sa. Molte università non sono attrezzate. Siamo curiosi, e preoccupati, di vedere come finirà».

L’onere economico: spese per affitti, logistica e materiali didattici, da sostenere in una fase in cui non si è ancora formalmente immatricolati

«Né il governo, né i parlamentari hanno mai preso in considerazione i disastrosi effetti collaterali del modello francese, che si è voluto ad ogni costo approvare – ribadisce Miralgia. Eppure più volte e in più occasioni, studenti, organizzazioni dei medici, rettori, opinionisti e anche l’ANDU hanno avvertito che si stava effettuando una scelta devastante per i giovani, per le loro famiglie, per l’Università e per il Sistema sanitario. Tutto inutile: il modello francese andava imposto comunque, pur essendo chiaro che si trattava di un errore per migliaia di giovani.

Va aggiunto che la “graticola” del semestre-filtro renderà di gran lunga più florida l’industria della preparazione ai test. Preparazione prima dell’ingresso, sostegno allo studio delle tre materie, preparazione ai tre, ma anche sei, test-esame. Inoltre, i ricorsi amministrativi aumenteranno a dismisura e sarà più facile vincerli.

I costi per tentare di entrare a medicina aumenteranno e non poco, naturalmente per coloro che potranno permetterselo

Ancora una volta i giovani sono utilizzati come cavie, sottoponendoli a fantasiose e sempre disastrose modalità di ingresso a medicina. Per tanti anni si è avuto un solo test variamente ‘calibrato’, poi 4 test negli ultimi due anni delle superiori, poi di nuovo un solo test e ora il “semestre filtro” con ancora tanti test».

Si affronta concretamente la carenza di medici?

«Il numero chiuso non è stato affatto eliminato – spiega Di Silverio. Semplicemente non si chiama più così. In Italia, da sempre, si parla di “numero programmato”. Quando l’Italia era un Paese serio, le leggi prevedevano che il numero dei medici fosse definito in base ai fabbisogni territoriali e specialistici, raccolti ogni tre anni dalle Regioni e trasmessi al Ministero. Quella legge esiste ancora, non è stata toccata. Questa riforma era meglio non farla».

Per Miraglia, «la carenza dei medici non è legata alle modalità di accesso a Medicina, ma al numero chiuso. Da anni si è adottato il numero chiuso con la pretesa di potere “indovinare” quanti medici sarebbero serviti nei successivi 10-11 anni, il tempo per formare compiutamente un medico. Quanti medici (e in quali specializzazioni) saranno allora necessari nel Servizio Sanitario, quanti nel privato, quanti andranno all’estero, quanti abbandoneranno gli studi, quanti medici non faranno i medici? E ancora, quali e quanti saranno i bisogni sanitari da affrontare tra 10-11 anni e quale medicina ci sarà allora? Occorre inoltre considerare che il costituzionale diritto allo studio è anche diritto a scegliere cosa studiare».

Alternativa ai test prima dell’ingresso all’università

«L’alternativa è superare gradualmente il numero chiuso e nel frattempo abolire i test: questo è quello che da più di cinque anni l’ANDU propone. Occorre approvare un piano che preveda l’aumento progressivo degli ingressi al primo anno di Medicina, adeguando le strutture e il personale e sostituendo nel frattempo ogni selezione pseudo-meritocratica (che sarebbe comunque inadeguata e dannosa) con il sorteggio per l’ingresso al primo anno. Un sistema semplice, immediato, non costoso e inattaccabile dai ricorsi, a differenza di quanto sempre accaduto per i vari tipi di test utilizzati per sbarrare l’ingresso a Medicina. Peraltro il sorteggio è stato già impiegato in Olanda, risultando ‘equivalente’ al sistema dei test, cioè delle costose lotterie».

Inaugurata ESOD, la prima équipe ospedaliera specializzata in dipendenze per le nuove droghe del Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri Pavia

Taglio del nastro oggi per ESOD, acronimo di Équipe Ospedaliera Specializzata in Dipendenze del Centro Antiveleni IRCCS Maugeri Pavia dedicata allo studio delle nuove droghe e alla presa in carico di pazienti che utilizzano nuove sostanze per l’identificazione analitica, per il trattamento dei sintomi correlati all’abuso e per lo studio di cure che possano far tornare indietro le lancette della salute danneggiata. Nasce così a Pavia il primo e al momento unico centro operativo in Italia con focus sulle nuove sostanze psicoattive.

La tossicologia clinica in Italia è nata a Pavia, con l’avvio nel 1967 della prima Scuola di specializzazione in Tossicologia e con l’istituzione della Società Italiana di Tossicologia. Il Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri Pavia si è affermato nel tempo come punto di riferimento nazionale anche nell’ambito delle droghe per la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Politiche Antidroga e a servizio di tutti gli ospedali del nostro Paese: è stato quindi scelto per gestire il primo progetto pilota nazionale da Guido Bertolaso, Assessore al Welfare di Regione Lombardia, presente oggi all’inaugurazione.

La tossicologia clinica in Italia è nata a Pavia nel 1967

«Intervenire sui giovani è priorità assoluta del Welfare di Regione Lombardia ha dichiarato Guido Bertolaso, Assessore al Welfare di Regione Lombardia –. L’inaugurazione oggi della prima ESOD è un passaggio importante per gestire un problema di una società che sta invecchiando e deve dedicare sé stessa a tutela dei giovani che vivono in questo Paese. Partiamo con l’attuazione di una legge regionale lungimirante sulla gestione delle dipendenze e concretizziamo un progetto trasversale sul territorio, con tutti i soggetti coinvolti in ambito sanitario: istituzioni, università, enti privati convenzionati. Abbiamo stanziato 6 milioni di euro per riuscire a realizzare questi interventi in Regione Lombardia. Sperimentiamo come funziona questo nuovo approccio multidisciplinare e integrato qui a Pavia e, quando avremo sufficiente esperienza lo trasferiremo anche a Milano, in Brianza e poi in tutte le altre Province della Regione. Questa sicuramente sarà un’ottima practice per tutto il Paese. Abbiamo il dovere di intervenire per ridurre al massimo le conseguenze delle droghe e per accompagnare i giovani in un percorso che li liberi definitivamente da queste sostanze».

ESOD è l’unica équipe in Italia e in Europa di questo tipo

All’incontro inaugurale erano presenti anche Lorella Cecconami, Direttore Generale ATS Pavia, Giancarlo Iannello, Direttore Servizi Sanitari ASST Pavia, Luca Damiani, Presidente Esecutivo Maugeri e Carlo Locatelli, Direttore del Centro Antiveleni IRCCS Maugeri Pavia e ora anche di ESOD.

«ESOD è l’unica équipe in Italia e in Europa di questo genere – commenta Carlo Locatelli –. Abbiamo un’esperienza unica nel Paese, maturata in oltre 15 anni, sulle problematiche correlate all’abuso di nuove droghe e di sostanze psicoattive che ci ha resi un punto di riferimento nazionale in questo ambito. Non andiamo a sostituire l’attività dei SerD, ma rispondiamo all’esigenza di un mondo che risulta ancora sconosciuto sul piano medico e sul quale occorre, da un punto di vista deontologico e sanitario, sperimentare un modello per la gestione e la cura di questi pazienti».

Il personale

Il personale di ESOD è composto da medici del Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri Pavia e da personale infermieristico specializzato, supportati da specialisti di Maugeri e da psichiatri di ASST Pavia. ESOD lavora su problematiche complessive: dalla ricerca molecolare a quella analitica per arrivare alla ricerca sui soggetti intossicati. In un unico servizio si concentrano le capacità scientifiche, diagnostiche e terapeutiche necessarie per delineare un modello di gestione di un problema molto grave di salute pubblica e che rappresenta una nuova sfida per l’intero Servizio Sanitario Nazionale.

«L’attivazione della prima Équipe Specializzata Ospedaliera per le Dipendenze (ESOD) presso il Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia rappresenta un tassello significativo all’interno del progetto sperimentale promosso da Regione Lombardia per lo sviluppo di modelli innovativi per la presa in carico dei giovani con dipendenze da nuove sostanze psicoattive – ha dichiarato Lorella Cecconami, direttore generale ATS Pavia –. La sperimentazione, affidata all’ATS di Pavia e sostenuta con uno stanziamento regionale di 675mila euro, consente di mettere a sistema competenze specialistiche e percorsi integrati tra ospedale e territorio, rafforzando così la capacità del sistema sanitario di rispondere a bisogni clinici emergenti. Intercettare precocemente situazioni complesse, costruire percorsi terapeutici efficaci e favorire il recupero rappresentano obiettivi prioritari. Il progetto che avviamo oggi va proprio in questa direzione, con l’ambizione di contribuire a un’evoluzione concreta dei percorsi di cura».

Quali sono le nuove droghe

Sono 1.050 le nuove droghe. Fra quelle che di recente hanno creato intossicazioni di difficile diagnosi vi sono i catinoni, le ketamine e il muscimolo, composto chimico contenuto in natura anche in alcuni funghi che viene “spacciato” in cioccolato e caramelle facilmente reperibili nel web.

«Le Nuove Sostanze Psicoattive rappresentano un notevole problema, soprattutto per la penetrazione territoriale, il cui mercato viaggia protetto nel dark web e raggiunge ogni più piccolo centro in forma anonima, sotto le forme insospettabili – ha dichiarato Giancarlo Iannello, Direttore Sociosanitario ASST Pavia -. Gli utilizzatori ricercano molteplici effetti dalla loro assunzione che infrangono i normali schemi percettivi e comportamentali. Per queste premesse ASST rappresenta attraverso la collaborazione tra gli psicopatologi e i medici delle dipendenze un valore aggiunto per ESOD. La collaborazione con il CAV è, non soltanto pluridecennale e quotidiana, fatta di telefonate, riscontri, follow-up, briefing e, naturalmente, tanta ricerca e formazione».     

«Dal punto di vista diagnostico, qui in Maugeri Pavia abbiamo capacità analitiche per identificare le nuove sostanze grazie anche al supporto di laboratori del Policlinico San Matteo e dell’Università di Pavia. Sotto il profilo terapeutico abbiamo la convinzione assoluta, basata su dati scientifici, che il trattamento di questo tipo di patologia debba basarsi contemporaneamente su due pilastri: da un lato il problema della dipendenza intesa così com’è, cioè una problematica psichiatrica e psicologica, per la gestione degli aspetti comportamentali, dall’altra parte dobbiamo curare i danni biologici che queste sostanze procurano al cervello, indagarli con tecniche raffinate sia di diagnostica per immagini che con biomarkers specifici per poi approcciare trattamenti innovativi al fine di rimediare al danno neuronale provocato dalle sostanze»,  ha spiegato Locatelli.

Attivi subito 4 posti letto, verranno accettati in reparto solo pazienti che transitano attraverso il sistema di urgenza, provenienti cioè dal Pronto Soccorso, dai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, dalle rianimazioni della Provincia di Pavia. Al paziente, una volta stabilizzato, verrà chiesta la disponibilità di trasferimento presso ESOD per le indagini e le attività sperimentali di diagnosi e trattamento.

Nel suo intervento Luca Damiani, Presidente Esecutivo Maugeri ha ricordato: «ESOD è un progetto rilevante di collaborazione pubblico privata convenzionato voluto insieme a Regione Lombardia e ATS Pavia e coinvolge in maniera sinergica l’Ospedale San Matteo, ASST Vigevano e Voghera, un esempio virtuoso di integrazione tra le esigenze del territorio e le competenze del Centro Antiveleni Maugeri. Conosciamo tutti le criticità derivanti dall’uso e abuso di nuove sostanze. Poterne analizzare da vicino composizione ed effetti è importante per curare rapidamente e frenare questo fenomeno negativo e nel contempo per lavorare alla ricerca di terapie e percorsi di cura che possano prendere in carico i nostri giovani pazienti».

«Non esiste attualmente nessun modello di diagnosi e cura specifico per le nuove droghe. ESOD è un unicum – commenta Locatelli -. Per questo motivo dobbiamo procedere un passo alla volta, recependo i feedback dei pazienti, cercando di capire come queste persone manifestano i loro problemi, cosa tollerano di fare e cosa no nell’ambito del ricovero. Il desiderio in prospettiva è quello di ampliare la capacità di ricezione e gestione di questi pazienti e di creare un modello per il Paese».

Il CdA AIFA approva la riclassificazione delle gliflozine nella fascia A dei prodotti rimborsati acquistabili in farmacia

In ottemperanza alla Legge di Bilancio 2024, il CdA dell’AIFA ha approvato il passaggio dalla distribuzione diretta a quella nelle farmacie e l’abolizione dei piani terapeutici delle gliflozine, anti-diabetici di nuova generazione utilizzati anche per il trattamento dello scompenso cardiaco congestizio e dell’insufficienza renale cronica. Un passo avanti importante verso la semplificazione, la maggiore aderenza alle terapie e la riduzione delle liste di attesa: gli assistiti, infatti, non dovranno più sottoporsi a visita specialistica per il rinnovo dei Piani terapeutici, così come espressamente richiesto in passato da associazioni mediche e dei pazienti, ma per accedere al farmaco basterà la ricetta ripetibile.

Nonostante la Legge Finanziaria dello scorso anno non preveda vincoli di invarianza dei costi relativi alle riclassificazioni, l’Agenzia ha avviato e concluso la rinegoziazione con le quattro aziende produttrici delle gliflozine, che ha portato a un’importante riduzione dei prezzi, con la stipula di nuovi contratti vincolati al patto di riservatezza, sempre vigente in Italia come in altri Paesi d’Europa.

La scontistica ottenuta, unita al risparmio dei non indifferenti costi di gestione degli acquisti centralizzati e della distribuzione dei medicinali da parte delle Regioni, lasciano prevedere al momento un risparmio sulla base dei costi medi nazionali. Fermo restando che, come previsto dalla stessa Finanziaria 2024, spetterà poi al tavolo sul Monitoraggio della spesa, istituito presso il ministero della Salute, valutare in corso d’anno il reale andamento.

«Esprimo grande soddisfazione per la decisione AIFA di abolire i piani terapeutici per le gliflozine e di procedere con la distribuzione nelle farmacie – ha commentato la Presidente FAND – Associazione Italiana Diabetici, Manuela Bertaggia -. Questa decisione viene, da un lato, incontro alle persone con diabete e alle loro famiglie, soprattutto quelle che vivono nelle aree interne, lontano dalle città, perché facilita l’accesso a questi farmaci. Dall’altro, rispecchia la visione che FAND sempre caldeggia ossia la semplificazione dei percorsi per una malattia di per sé già complessa. Semplificazione per i cittadini che ne soffrono, semplificazione per i familiari e i professionisti della salute che se ne prendono cura».

Diabete e celiachia: funziona lo screening pilota per la diagnosi precoce nei bambini, al via la fase nazionale

Lo screening sui bambini per il diabete di tipo 1 e la celiachia funziona e riesce a intercettare precocemente i possibili casi. Lo affermano i primi risultati del progetto D1CeScreen coordinato dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità, presentati oggi nella sede dell’ISS alla presenza del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, promotore della legge 130/2023 che ha istituito lo screening nazionale, che ne ha annunciato la partenza entro l’inizio del prossimo anno.

«Questo evento – ha spiegato Mulè – dà il senso del successo di un lavoro che ha unito la comunità scientifica, i pazienti, l’amministrazione. Si chiude oggi ufficialmente una tappa fondamentale, cioè capire cosa mettere nella ‘cassetta degli attrezzi’ dello screening . Di pari passo si è lavorato a costruire lo screen nazionale che partirà a fine 2025 o a inizio 2026. Possiamo dare il calcio d’inizio attraverso un decreto attuativo che ha garantito la dotazione finanziaria che ora è alla Conferenza Stato Regioni. A settembre tutti i treni saranno in fila pronti per avviare lo screening nazionale».

Lo screening pilota

I risultati ottenuti nelle quattro regioni pilota (Campania, Lombardia, Marche, Sardegna) hanno visto una positività al test di screening del diabete di tipo 1 (DT1) pari allo 0,97%, mentre per la celiachia (MC) la positività al test di screening per la ricerca degli anticorpi antitransglutaminasi IgA è risultata del 2,8%. I bambini risultati positivi allo screening sono stati avviati al centro clinico di riferimento per la necessaria conferma diagnostica.

Lo screening per le due malattie croniche più diffuse nell’età pediatrica ha riguardato 5.363 bambini, raggiunti grazie alla collaborazione di 429 pediatri di libera scelta, in quattro regioni italiane (Campania, Lombardia, Marche, Sardegna). I bimbi erano distribuiti in tre classi di età, 2, 6 e 10 anni, e hanno effettuato l’analisi per individuare gli anticorpi specifici per DT1 e MC mediante test di screening su prelievo capillare.

«Questi dati – sottolineano Marco Silano, responsabile dell’ISS del progetto per la parte sul DT1, e Umberto Agrimi, per la parte sulla MC – suggeriscono una prevalenza degli autoanticorpi contro il DT1 paragonabile a quella di altri Stati europei, mentre per quanto riguarda la MC è possibile che ci sia un aumento rispetto alle stime fatte finora, che però potrà essere quantificato solo con un campione più ampio e dopo la verifica diagnostica. Lo studio preliminare ha analizzato i principali fattori per l’implementazione dello screening a livello nazionale, evidenziando l’elevata disponibilità sia dei pediatri di famiglia sia dei laboratori analitici a partecipare al progetto, e ha inoltre mostrato l’efficacia dello screening nei soggetti asintomatici, favorendo l’attivazione di programmi di follow-up e interventi terapeutici tempestivi, con l’obiettivo di prevenire o ridurre significativamente le complicanze sia a breve che a lungo termine».

Diabete e celiachia

Il diabete tipo1 (DT1) e la celiachia (MC) rappresentano le due malattie croniche più frequenti tra i bambini, con una diffusione pari allo 0,3% per il DT1 e poco più dell’1% per la MC. Sono entrambe patologie di natura autoimmune, cioè caratterizzate da anticorpi diretti contro il proprio organismo. La presenza di tali anticorpi può predire l’insorgenza di DT1 e MC in quanto gli autoanticorpi compaiono prima che la malattia si manifesti.

La misurazione degli anticorpi assume quindi un rilievo particolarmente importante in considerazione delle conseguenze di queste due malattie. Lo screening non serve a misurare la prevalenza delle malattie ma a fare diagnosi precoce, mentre la prevalenza va confermata. Le ricerche scientifiche condotte in tutto il mondo dimostrano, infatti, che diagnosi e interventi tempestivi riducono fortemente sia i rischi acuti che le conseguenze a lungo termine di queste malattie nelle persone che ne sono affette.

Lo studio ha evidenziato una significativa adesione da parte della rete dei pediatri di famiglia e un’ampia disponibilità delle famiglie a partecipare allo screening. Le modalità organizzative per la raccolta dei campioni si sono dimostrate appropriate, con risultati paragonabili a quelli ottenuti negli studi condotti da consorzi di ricerca europei.

Endometriosi: nasce ENDO2023, un progetto per rivoluzionare la diagnosi non invasiva

L’endometriosi è una patologia cronica e spesso invalidante che colpisce tra il 10% e il 15% della popolazione femminile, rappresentando una delle principali cause di infertilità e di dolore pelvico cronico. Nonostante l’impatto sociale ed economico significativo, ad oggi la diagnosi resta spesso tardiva e invasiva, con percorsi clinici lunghi e complessi.

È in questo contesto che nasce ENDO2023 – Endometriosi e sviluppo di un lab-on-a-chip per la diagnostica non invasiva, un ambizioso progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) con oltre 4,4 milioni di euro nell’ambito del bando FISA (codice FISA-2023-00281).

Il progetto, della durata di cinque anni e con un budget complessivo di 8,5 milioni di euro, ha l’obiettivo di realizzare un test non invasivo per la diagnosi precoce dell’endometriosi, sfruttando tecnologie di ultima generazione nel campo della biologia molecolare, delle scienze omiche e dell’analisi bioinformatica.

L’iniziativa nasce dalla sinergia tra l’Università UniCamillus (Research Organization), Eurofins Genoma (Host Institution) e l’Università di Torino, con Chiara Benedetto, Professoressa Emerita di Ginecologia e Ostetricia, nel ruolo di Principal Investigator. A questa alleanza si affianca un ampio network di gruppi clinici e di ricerca multidisciplinari.

Eurofins Genoma, leader nelle tecnologie molecolari per la diagnostica avanzata e punto di riferimento nella ricerca applicata alla next-generation sequencing (NGS), ha messo a disposizione il proprio know-how scientifico e tecnologico. Forte di un’esperienza consolidata e del lavoro della sua unità di Ricerca e Sviluppo (R&D), Eurofins Genoma ricoprirà un duplice ruolo: sarà responsabile della componente di ricerca genetica nell’ambito delle scienze omiche (miRnomica, trascrittomica e metagenomica) e guiderà lo sviluppo industriale e tecnologico del dispositivo Lab-on-a-Chip.

L’Università UniCamillus, in qualità di Organismo di Ricerca, svolge un ruolo di primo piano nella promozione e nella definizione progettuale dell’iniziativa, offrendo un contributo significativo alla strutturazione scientifica del progetto. L’Ateneo è coinvolto attraverso un team multidisciplinare altamente qualificato, organizzato in quattro unità specializzate – Biologia Molecolare, Istologia, Biochimica e Microbiologia – impegnate nell’individuazione di biomarcatori innovativi mediante l’integrazione di genomica, metabolomica, trascrittomica, analisi computazionale e sviluppo di sistemi cellulari in vitro.

Chiara Benedetto, in qualità di Capo Progetto, metterà a disposizione la sua consolidata esperienza per guidare il trial clinico, fondamentale per il reclutamento e la caratterizzazione dei pazienti coinvolti nella ricerca.

L’obiettivo comune è lo sviluppo di un dispositivo compatto, user-friendly e ad alta precisione, capace di rilevare un’ampia gamma di biomarcatori (miRNA, RNA, metaboliti, DNA patogeno) in modo non invasivo. L’impatto atteso di ENDO2023 è duplice: da un lato, una diagnosi più rapida e accessibile per le pazienti; dall’altro, una riduzione significativa dei costi sanitari, a beneficio dell’intero sistema pubblico.

Il progetto sarà supportato anche dalla Fondazione Medicina a Misura di Donna Onlus, organizzazione da anni impegnata della promozione della salute e del benessere femminile attraverso il sostegno a progetti di ricerca clinica e interventi innovativi, nonché presieduta dalla stessa Chiara Benedetto. «Proprio nell’ambito di questa sinergia, sarà attivato un nuovo dottorato di ricerca dal titolo “Sviluppo di un ‘lab on a chip’ per la diagnostica non invasiva dell’endometriosi”, che consentirà di fornire un ulteriore e rilevante contributo scientifico al progetto» afferma Benedetto.

«Siamo orgogliosi di partecipare a un progetto di tale rilevanza scientifica e sociale, che coinvolge l’Università di Torino insieme a Eurofins Genoma – afferma Emiliano Maiani, Delegato alla Ricerca di UniCamillus –. Il progetto rappresenta un cambiamento di paradigma nella diagnosi e gestione dell’endometriosi, patologia che colpisce fino al 15% della popolazione femminile e il 50% delle donne infertili. Le metodologie tradizionali si basano spesso su procedure invasive che possono risultare gravose sia dal punto di vista fisico che psicologico. UniCamillus contribuirà allo sviluppo della ricerca attraverso un approccio multidisciplinare che include studi di metabolomica, genomica, trascrittomica e metagenomica, insieme a sofisticate analisi computazionali e colture cellulari per studiare i meccanismi biologici dell’impianto. Uno degli elementi distintivi del progetto è proprio l’adozione di una strategia integrata per l’identificazione di biomarcatori, evitando di focalizzarsi su un solo tipo, e abbracciando invece un ventaglio ampio di possibili “spie dell’endometriosi”. Questo finanziamento è un riconoscimento importante per UniCamillus, e ne conferma la capacità di promuovere una ricerca scientifica che non si limita al laboratorio, ma si orienta concretamente verso soluzioni innovative a beneficio della salute delle persone».

«Il coinvolgimento di UniCamillus nel progetto ENDO2023 rappresenta un passo significativo per il nostro Ateneo, che continua a investire nella ricerca clinico-sperimentale con forte impatto sociale – aggiunge Gianni Profita, Rettore di UniCamillus –. Siamo fermamente convinti che il futuro della medicina passi attraverso l’integrazione tra scienza di base, tecnologia avanzata e attenzione concreta ai bisogni dei pazienti. Questo progetto ne è una dimostrazione».