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Health Equity Italy, il Centro per orientare le politiche a partire dalle disuguaglianze

Orientare le politiche di benessere a partire dallo studio delle diseguaglianze attraverso i principali indicatori di salute. È questo uno degli obiettivi dell’Health Equity Italy, il Centro Interdipartimentale dell’Università di Torino presentato il 30 giugno scorso.

Il Centro è nato sotto la Mole nel 2022, dalla collaborazione del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche, di quello di Culture, Politica e Società e di quello di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”. 

Tra i suoi scopi c’è anche la costituzione di banche dati che permettano il tracciamento e lo studio delle storie di salute, di lavoro e di vita ricorrendo ai dati amministrativi. L’ambizione è creare uno spazio di confronto e ricerca interdisciplinare di contrasto alle disuguaglianze.

«HEI nasce da un’intersezione di interessi – ha affermato in apertura il Direttore del Centro, Fulvio Ricceri -: lo studio eziologico sulle disuguaglianze di salute, lo studio sulle relazioni lavoro-pensione-salute e la costruzione di reti e laboratori sul territorio». Sottotraccia, il lavoro per stimolare un approccio integrato ed intersettoriale e promuovere politiche efficaci di contrasto alle diseguaglianze in salute

Il database WHIP Salute

Roberto Leombruni, associato di Statistica economica presso il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”, ha posto l’accento sul rapporto tra infortuni sul lavoro e dati a disposizione: «Spesso vediamo che i primi sono in aumento, ma non ci interroghiamo mai se è aumentato il numero di lavoratori o il rischio. Con le informazioni raccolte in WHIP Salute cerchiamo di uscire dai numeri assoluti aggiungendo i denominatori».

WHIP Salute è un database che monitora la salute dei lavoratori nel nostro Paese sopperendo, almeno in parte, all’assenza di studi longitudinali. Il sistema di sorveglianza è basato sui flussi provenienti dagli archivi amministrativi dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS), dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione sul lavoro (INAIL) e del Ministero della salute. È importante che il database sia integrato da più fonti, poiché per esempio l’INAIL non copre tutte le categorie di lavoratori. «Va da sé che chi non è assicurato non compare mai tra gli infortunati», ha osservato Leombruni.

Chiusure aziendali, contesto economico, esperienza e precarietà sono fattori che influenzano il rischio di infortunio

E poi sono tanti i motivi per cui delle persone possono “sfuggire” al database INAIL: secondo un’indagine campionaria somministrata a 1.500 lavoratori tra 18 e 45 anni, è emerso che circa la metà degli intervistati in caso di infortunio dichiara di mettersi in malattia anziché aprire una pratica INAIL; uno su quattro non beneficia né della copertura INPS né di quella INAIL; tra i dipendenti a tempo determinato la percentuale di lavoratori che denuncia l’infortunio è la metà rispetto a coloro a tempo indeterminato; nel caso dei lavoratori a partita IVA, anche nel caso degli infortuni con almeno due settimane di assenza dal lavoro, solo un lavoratore su tre beneficia di un intervento dell’INAIL.

I dati di WHIP Salute ci dicono che, al di là delle esposizioni a rischi fisici, chimici o biologici, i fattori di rischio socio-economici e di carriera che influenzano maggiormente il rischio di infortuni sono: le chiusure aziendali, il contesto economico, il livello di esperienza e la precarietà. Chi perde il lavoro o è in una condizione di instabilità è più propenso ad accettare lavori che non garantiscono un adeguato livello di sicurezza. Per contro, il rischio di infortuni si appiattisce dal terzo anno che si passa nello stesso posto. «I dati ISTAT ci dicono che circa il 40% degli occupati sotto ai 25 anni ha iniziato la propria occupazione da meno di un anno, mentre i dati WHIP che solo il 20% dei rapporti di lavoro iniziati da un anno dura almeno tre anni».

Il WHIP Salute è inserito nel Programma Statistico Nazionale e prevede il rilascio di dati che sono molto utili per la comunità scientifica: «Grazie ad un finanziamento Age-IT/PNRR stiamo finalizzando sia la costruzione di un File per la ricerca da rilasciare a università e istituzioni, sia modi collaborativi per l’accesso sicuro a versioni più dettagliate dei dati», ha concluso Leombruni.

La metrica della salute disuguale

In chiusura, Giuseppe Costa, presidente HEI e professore emerito di Igiene all’Università di Torino, ha portato un suo cavallo di battaglia: l’importanza della metrica della salute disuguale. Misurare le disuguaglianze (sociali, economiche, di contesto…) che impattano sulla salute permette di costruire agende politiche con azioni finalizzate a garantire a tutti una salute più equa e di definire le priorità di investimento. Il percorso è lungo, ma negli ultimi anni ci sono stati compiuti dei passi in avanti.

Nel 2017 il Ministero della Salute ha pubblicato il report “L’Italia per l’equità nella salute”, che istituiva l’Health Equit Audit (HEA), proponendo che diventasse un criterio valutativo nei sistemi di rendicontazione. «Il requisito minimo è che sia facilitato e garantito l’accesso a dati stratificati per posizione sociale attraverso i quali rilevare e valutare l’esistenza di livelli disuguali di salute», ha rilevato Costa. L’HEA è diventato obbligatorio nei Piani Regionali di Programmazione: «È vincolante per ottenere l’approvazione dei documenti, ma mancano adeguati interventi a sostegno». 

Il requisito minimo è poter accedere a dati sociali stratificati

Un altro passo in avanti è la nascita del progetto BES all’interno dell’ISTAT, con una serie di indicatori volti a misurare il benessere delle persone. «Questi indicatori sono entrati anche nel documento di accompagnamento alla Legge di Bilancio».

Le sfide ancora sul tavolo per consolidare la strategia italiana nell’equità in salute restano:

  • la costruzione di un indicatore di posizione sociale in ogni sistema informativo e non solo in ambito sanitario;
  • lo studio dei meccanismi di generazione di salute disuguale per capirne l’evitabilità;
  • l’arricchimento dei sistemi longitudinali di indagine

L’Health Equity Italy si pone tra gli obiettivi anche questi, agendo sia nella fase di ricerca e di attivazione di infrastrutture longitudinali, sia sull’applicazione dei metodi a vari livelli, sia per quanto riguarda la comunicazione, per rendere più informati i processi decisionali presso i policy maker e il pubblico.

Farmaci biosimilari, IBG – Egualia: con i dati di Real World subito un tavolo con le Regioni per superare le disuguaglianze

Nel panorama europeo il settore italiano dei biosimilari è caratterizzato da una particolare vitalità: nel 2024 infatti, per la prima volta, le 20 molecole biosimilari in commercio hanno assorbito il 51,2% dei consumi nazionali, a conferma del fatto che questi farmaci rappresentano oggi una leva cruciale per garantire l’accesso equo alle cure, soprattutto per i cronici, e per mantenere sostenibile il SSN.

Tuttavia per mantenere e ottimizzare l’uso di biologici e biosimilari, incrementando il vantaggio per i pazienti, è però necessario fare tesoro dei dati di real world, riferiti alla popolazione generale e a sottocategorie di pazienti poco rappresentate negli studi clinici, definendo tra vari stakeholder le «regole del gioco» per il loro utilizzo in ambito regolatorio a livello nazionale e loco-regionale.

E su questo obiettivo che si è focalizzato l’appuntamento annuale dell’Italian Biosimilar Group (IBG) di Egualia dal titolo “Il Ruolo dei Farmaci Biosimilari: un’opportunità di Valore”, organizzato oggi a Roma con la partecipazione di esperti di settore, associazioni dei pazienti e autorità di regolamentazione nazionali e regionali, a partire dai rappresentanti di AIFA e del Ministero della Salute.

Starter del dibattito gli studi illustrati da Gianluca Trifirò, ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e coordinatore scientifico dello spin-off INSPIRE (INnovative Solutions for medical Predictions and big data Integration in REal world setting): in primis il progetto VALORE, finanziato da AIFA, che ha coinvolto 16 regioni italiane, analizzando i dati di oltre 340mila utilizzatori di farmaci biologici affetti da malattie infiammatorie croniche autoimmuni.

«Nonostante il crescente ricorso ai biosimilari nel corso dell’ultima decade si osserva ancora in parte un sottoutilizzo di tali farmaci specialmente in alcune aree terapeutiche ed in alcune Regioni – ha spiegato Trifirò -. Da attenzionare nel setting post-marketing – ha proseguito – sono anche i molteplici switch tra originator e biosimilari e tra differenti biosimilari della stessa molecola tra cui spicca quel 10% dei pazienti che switchano da originator a biosimilare per poi tornare all’originator, fenomeno dettato probabilmente da una non piena consapevolezza sui prodotti da parte dei pazienti».

Dubbi e criticità, ha annunciato Trifirò, che saranno affrontati in successivi studi: «Il progetto VALORE avrà continuità con un altro progetto nazionale di farmacovigilanza, già approvato da AIFA, denominato VULCANO. Grazie ad esso – ha concluso – sarà possibile costruire un’infrastruttura dati di larga scala ed un network di ricerca che include regolatori, decisori regionali, associazioni dei pazienti, clinici e ricercatori, con il fine ultimo di monitorare nel setting di real world appropriatezza prescrittiva e profilo beneficio-rischio dei biologici, inclusi i biosimilari».

Un bagno di realtà sollecitato anche dai dati illustrati da IQVIA – rappresentata al convegno da Marco Travaglio (IQVIA UK) e Francesca Poma e Isabella Cecchini (IQVIA Italia): secondo gli ultimi dati il 75% dei biologici in scadenza entro il 2032 non ha biosimilari in sviluppo. E questo vuoto si tradurrà in Europa in un mancato risparmio di 15 miliardi di euro mentre in Italia si stima un potenziale mancato risparmio di 1,7 miliardi l’anno.

«I medicinali biosimilari sono una leva concreta per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, liberando risorse preziose da reinvestire in innovazione e assistenza. Consentono un accesso più equo alle terapie biologiche per tutti i pazienti, contribuendo a superare le disuguaglianze, priorità per questo Governo”, il commento del Sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, intervenuto ai lavori.  «La terapia – ha sottolineato – non deve essere vista come un costo da contenere, ma come un investimento strategico in salute e qualità della vita e nel futuro del Servizio Sanitario Nazionale. Aprire un dialogo in questa direzione – ha concluso – è un’opportunità per tutti gli attori del sistema».

Il nodo dell’intercambiabilità

Tra i temi cruciali del dibattito la questione dell’intercambiabilità dei biosimilari, già sancita nello statement dell’EMA condiviso dagli esperti e dai vertici regolatori, da cui emerge che la dimostrazione della biosimilarità abbinata ad una puntuale sorveglianza post-marketing, rappresenta il meccanismo più solido per garantire l’intercambiabilità dei biosimilari approvati dall’UE sotto la supervisione del medico prescrittore.

Un tema che vede perfettamente allineato il coordinatore del Gruppo IBG, Matteo Rinaldi: «Come comparto industriale, anche ascoltando la voce dei pazienti, sottolineiamo quanto sia importante garantire la valutazione clinica del medico prescrittore nelle terapie con farmaci biologici» – ha affermato. «Una modifica di questo quadro minerebbe la fiducia del paziente nel percorso terapeutico, oltre a snaturare i principi su cui si fonda la Legge 232/2016 che regola l’acquisto dei farmaci biologici a brevetto scaduto nel nostro paese: un modello virtuoso da preservare e applicare coerentemente per contrastare il rischio di carenze e assicurare la disponibilità futura di questa risorsa terapeutica. Il valore dei biosimilari – ha concluso – si misura proprio nella capacità di conciliare sostenibilità, decisione clinica garantita dalla legge di riferimento e fiducia del paziente: nessuna scelta imposta, ma un percorso condiviso di appropriatezza e accesso alle terapie».

I dati 2024

Che la strada indicata sia quella giusta emerge dai dati dell’ultimo Report dell’Ufficio studi Egualia sul Mercato italiano dei biosimilari nel 2024, caratterizzato però da un mix di stagnazione e contrazione: nel 2024 i biosimilari hanno registrato una leggera flessione dei consumi (- 0,2% rispetto ai dodici mesi precedenti) ma specularmente si è registrata una contrazione del 4,7% delle vendite di tutti gli altri farmaci biologici. E se sono ben 10 le molecole protagoniste sul mercato nazionale del sorpasso nelle vendite di biosimilare rispetto al biologico originatore avendo superando oltre il 70% del consumo per molecola (primo in classifica Bevacizumab, i cui biosimilari in commercio hanno assorbito il 99,13% del mercato della molecola a volumi) è anche vero che i consumi restano più che mai, poco comprensibilmente, a macchia di leopardo.

A fronte di cinque mercati guida dove la quota di biosimilari supera il 60% rispetto al mercato delle molecole di riferimento (Marche, 69,9%; Liguria, 67% circa; Valle d’Aosta e Piemonte, 65,3%; Umbria, 63%; Sicilia, 61%) ca.) ci sono realtà dove il dato è quasi dimezzato (Calabria, 39,7%; Lombardia, 35,8%; Sardegna, 34,2%).

Un tavolo di lavoro per le Regioni

«I dati ci dicono che i biosimilari rappresentano oggi più che mai oggi una leva cruciale per garantire accesso equo alle cure e sostenibilità al SSN, ma il sistema non regge più. Per questo è urgente mettere mano all’attuazione della Legge 232/2016 oggi applicata in modo distorto», ha commentato il presidente di Egualia, Stefano Collatina.

«In molte Regioni, si continua a favorire il primo aggiudicatario, limitando la competizione e ostacolando l’ingresso di altri player – ha proseguito – «È necessario invece armonizzare le politiche regionali, condividere buone pratiche ed affrontare insieme le sfide delle cronicità e dell’accesso. Chiediamo ai referenti regionali presenti di farsi parte attiva nel chiedere l’istituzione di un tavolo dedicato in seno alla Commissione Salute della Conferenza Stato-Regioni – ha concluso Collatina – per evitare frammentazioni, garantire un quadro stabile, prevenire le carenze assicurare la sostenibilità della filiera».

Legge Bilancio, Quici (CIMO-FESMED): «Sanità diventi no fly zone, partiti collaborino. Servono risorse e riforme per salvare SSN»

La sanità diventi per la politica una no fly zone. Un terreno di confronto tra partiti e non di scontro, di collaborazione reale e disinteressata e non di propaganda, che di certo non serve a risolvere la grave crisi del Servizio sanitario nazionale. Questo l’appello che il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED rivolge a tutta la politica per salvare la sanità pubblica.

«In vista della prossima legge di Bilancio, a cui i partiti stanno senz’altro lavorando alacremente – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -, chiediamo alla maggioranza e all’opposizione di riporre le armi, ammainare le bandierine e lavorare insieme sulla sanità, avendo come unico obiettivo la salute dei pazienti ed il benessere del personale sanitario. Per una volta, vorremmo non assistere al solito copione, che prevede la presentazione della manovra da parte del Governo, audizioni meramente formali, emendamenti puntualmente bocciati e, alla fine, approvazione della Legge con il voto di fiducia».

«I partiti intendono davvero risolvere la crisi del Servizio sanitario nazionale? Bene, lavorino insieme per trovare le risorse sufficienti. Quindi – aggiunge Quici – in un secondo momento occorrerebbe dar vita ad una riforma complessiva del sistema salute. Creare dunque quella costituente per la sanità, che veda una collaborazione non ideologica tra tutte le forze politiche, proposta qualche giorno fa da Sergio Harari sulle colonne del Corriere della Sera. Una proposta subito accolta dal Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che proporrà a tutte le Regioni di costruire insieme un patto di riforma sanitaria».

«Quando si parla della salute delle persone non dovrebbe esserci spazio per giochini e calcoli politici. Siamo sicuri che una tale presa di responsabilità da parte della politica sarebbe estremamente apprezzata anche dall’elettorato, sempre più distante e deluso dai partiti. Sono la scuola e la sanità, infatti, i nodi del nostro Stato sociale più in sofferenza, e su cui i cittadini valutano se un Paese funziona o meno. E non si può aspettare che i problemi, come quello delle liste d’attesa, si risolvano da soli: dopo aver osservato e analizzato le criticità, bisogna intervenire con risorse e riforme. L’attuale quadro geopolitico è estremamente complesso, è vero, ma per salvare il Servizio sanitario nazionale non c’è più tempo. Occorre agire ora, e farlo con consapevolezza e intelligenza – conclude Quici –, nell’interesse esclusivo della salute della popolazione».

Piani terapeutici, semplificare a favore del paziente. La proposta FNOMCeO

Semplificare la vita dei pazienti che devono seguire un piano terapeutico per le loro patologie. Un intervento legislativo potrebbe dare concretamente una mano a risolvere questa situazione tanto diffusa in Italia e che colpisce soprattutto anziani e malati cronici. La proposta viene da FNOMCeO, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi, che, assieme a diverse Società Scientifiche, ha elaborato un Documento che offre soluzioni concrete, recentemente presentato al Parlamento.

Filippo Anelli
Filippo Anelli

«La proposta – spiega il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli – è semplice: limitare la necessità del piano terapeutico ai primi 12 mesi di terapia, per aprire poi la prescrizione a tutti i medici, ferme restando le condizioni di rimborsabilità stabilite dall’Agenzia italiana del farmaco.

Questo al fine di garantire una maggiore accessibilità alle cure da parte dei pazienti, ridurre i costi indiretti delle prestazioni sanitarie, facilitare e semplificare i percorsi di presa in carico, contribuire alla riduzione delle liste d’attesa e valorizzare la professionalità di tutti i medici italiani: l’accesso semplificato a terapie appropriate e necessarie avrebbe, infatti, un rilevante impatto sulla qualità di vita dei pazienti, liberando cinque milioni di visite specialistiche l’anno».

I Piani terapeutici (PT) sono stati introdotti nel 2004 con l’obiettivo di assicurare, per i nuovi farmaci, una continuità prescrittiva e assistenziale tra specialista e medico di medicina generale. Sono stati poi aggiornati nel corso degli anni. Un PT ha validità fino a 12 mesi e, se la terapia va continuata, deve essere rinnovato dallo specialista ad ogni scadenza.

Oggi un Piano terapeutico ha validità fino a 12 mesi e, se la terapia continua, deve essere rinnovato dallo specialista a ogni scadenza

Oggi sono circa un centinaio i principi attivi che richiedono, per la loro prescrizione, un PT cartaceo, o su template AIFA (modelli online strutturati per la prescrizione) o web based, Sono soprattutto i farmaci antidiabetici, gli immunomodulanti e immunosoppressori e i principi attivi per la terapia di asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Il paziente è costretto a un lungo percorso

Secondo i dati riportati da FNOMCeO, sono quasi due milioni e trecentomila i pazienti che devono assumere un farmaco sottoposto a PT. Questi pazienti che, per il 69%, hanno oltre 70 anni, devono recarsi una, due, anche tre o persino quattro volte l’anno dallo specialista solo per rinnovare il PT. Semplificare la prescrizione di questi medicinali, lasciandola prima allo specialista e aprendola poi, dopo 12 mesi, a qualsiasi medico, compreso il medico di medicina generale, significherebbe, ricorda FNOMCeO, un risparmio in termini di spostamenti, di tempo, di energie per i pazienti e i caregiver, oltre ai benefici di salute a favore dei pazienti. E, vorrebbe dire anche liberare ore di visite specialistiche da utilizzare per l’attività clinica, anziché per pratiche burocratiche.

Nella realtà dei fatti è oggi il paziente stesso che si deve muovere lungo un percorso con diversi passaggi per arrivare a ottenere il farmaco necessario alla cura. Una lunga strada che costringe il paziente, spesso anziano, a passare dal medico di medicina generale, allo specialista, dalla consegna dei moduli alla farmacia territoriale, dal ritorno del paziente al medico di medicina generale per la registrazione dei PT, quindi c’è emissione della prescrizione, fino alla conclusione dell’iter con il ritiro del farmaco nelle farmacie.

Sono quasi due milioni e trecentomila i pazienti che devono assumere un farmaco sottoposto a Piano terapeutico

«Infatti questa nostra proposta parte dall’assunto che tanta a burocrazia è inutile e fa male – commenta Filippo Anelli –. I PT sono atti burocratici introdotti per monitorare farmaci innovativi. Ma dopo diversi anni di utilizzo questi medicinali hanno già dimostrato la loro validità. In effetti un anno è un tempo sufficiente per valutarlo. E a questo punto riteniamo che non ci sia più bisogno di avere un rinnovo del PT, basta una nota AIFA».

Dispersi in un mare di carta

C’è poi la questione dei documenti cartacei. Secondo specifici riscontri effettuati presso le Regioni e i Servizi farmaceutici delle ASL – denuncia FNOMCeO – i milioni di PT puramente cartacei compilati semestralmente dagli specialisti, nella maggioranza dei casi non sono analizzati né ai fini dell’appropriatezza, né del miglioramento degli esiti da parte di servizi farmaceutici. Il risultato è la produzione di carta e di procedure che costringono il paziente a spostamenti non semplici e ripetuti.

E i PT solo cartacei sono in realtà la maggioranza, pari al 53,7% di tutti i principi attivi (80/149) oggetto di prescrizione. I motivi di questa produzione gigantesca di carta sono diversi. FNOMCeO cita, come esempio, le restrizioni di impiego e rimborsabilità rispetto alle indicazioni di scheda (ad esempio levocarnitina); la necessità di diagnosi differenziale (come nel caso di farmaci anticolinergici per l’Alzheimer); o la selettività di impiego (albumina e fattori della coagulazione).

Il 53,7% dei Piani terapeutici è esclusivamente cartaceo

Il Documento FNOMCeO afferma quindi che “una revisione dei PT cartacei dovrebbe essere basata sulla attuale sussistenza delle motivazioni che li hanno generati, con la eliminazione del PT nei casi di non essenzialità e la sua sostituzione con note AIFA ai fini dell’appropriatezza prescrittiva”.

Una fotografia dei piani terapeutici italiani

Il Documento FNOMCeO riporta una ricerca in Farmadati di tutti i farmaci in fascia A con prescrizione PT AIFA, i cui consumi sono stati ricavati dal flusso OsMed.

L’analisi, datata maggio 2020, ha evidenziato che il PT riguarda 935 specialità medicinali, corrispondenti al 9,6% dei farmaci in fascia A, 147 differenti principi attivi, rientranti in 34 gruppi terapeutici e 66 sottogruppi. Di questi 147 principi attivi, 67 (46%) prevedevano un PT solo cartaceo, 72 (49%) un PT cartaceo su template AIFA e 8 (5%) un PT web-based. I gruppi terapeutici con il maggior numero di principi attivi con PT sono risultati gli antidiabetici (19,7%), seguiti da immunomodulanti e immunosoppressori (9,5%) e dai farmaci per l’asma e per la BPCO (6,8%).

E veniamo ai nostri giorni. A giugno 2025 FNOMCeO riporta che sono attivi PT AIFA per 149 molecole, comprendenti 943 specialità medicinali che si riferiscono a 35 categorie terapeutiche e a 63 classi terapeutiche. Su un totale di 149 principi attivi con PT, 80 PT (53,7%) sono puramente cartacei, 61 PT (40,9 %) sono cartacei ma su template AIFA e 8 PT (5,4 %) sono web-based.

Per quanto riguarda le categorie terapeutiche, la classe dei farmaci per il diabete rappresenta quella con il numero maggiore di principi attivi con PT, pari a 29, dato che corrisponde al 19,5% di tutti i principi attivi.

È notizia recente che l’AIFA ha riclassificato le gliflozine, antidiabetici di nuova generazione utilizzati anche per il trattamento dello scompenso cardiaco congestizio e dell’insufficienza renale cronica, con contestuale abolizione dei piani terapeutici.

«L’eliminazione della previsione del piano terapeutico per le gliflozine è un passo avanti importante nell’ottica della semplificazione e della riduzione delle liste d’attesa. Ringraziamo il CDA di AIFA con il suo Presidente Robert Nisticò e il Direttore tecnico-scientifico Pierluigi Russo, insieme al Ministro della Salute Orazio Schillaci e al Sottosegretario di Stato, Marcello Gemmato, che fortemente hanno voluto questo provvedimento – ha commentato Anelli -. Si tratta di un intervento fortemente caldeggiato dalla FNOMCeO».

Anche in quest’ottica ora l’augurio è che una nuova normativa possa ridurre la mole di documenti e di iter burocratici che pesano sui pazienti già gravati dalle patologie.

È il momento dell’Infermiere di famiglia e comunità, indispensabile attivare formazione specialistica

«La figura dell’infermiere di famiglia e comunità, recepita negli atti da tutte le Regioni italiane, grazie al lavoro capillare fatto dagli Ordini provinciali e dalle Università, è scelta sempre di più dai colleghi, soprattutto dai più giovani. Per questo, come Federazione, in un lavoro di grande sinergia con i due Ministeri competenti, abbiamo inserito Cure primarie e Sanità pubblica tra le tre nuove lauree magistrali a indirizzo clinico. Ci auguriamo che il loro recepimento sia posto subito all’ordine del giorno del nuovo Consiglio superiore di sanità che si insedierà il prossimo 8 luglio». Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI, è intervenuta al workshop promosso dal Ministero della Salute dal titolo “L’Infermiere di famiglia per la continuità assistenziale tra i professionisti, i luoghi e il tempo delle cure”.

Nel corso del suo intervento, partendo dai dati del primo Rapporto FNOPI Sant’Anna, ha delineato l’identikit degli infermieri iscritti all’Albo nazionale: 461mila (dati al 30 giugno), con un’età media di 46.5 anni e una netta prevalenza di donne. «Una professione – ha specificato – che, per quanto più giovane di quella medica, è entrata nella fase della gobba pensionistica che ne mette in evidenza la carenza crescente negli anni a venire».

Mangiacavalli ha ricordato anche l’importanza di accedere a fonti certe, come Ragioneria dello Stato, Ministero della Salute e la Federazione che da quest’anno ha inaugurato il Rapporto con l’intento di metterlo a disposizione di istituzioni e opinione pubblica. «Nel Rapporto vengono analizzate tutte le peculiarità regionali con un focus sull’Infermiere di famiglia e comunità ancora presente a macchia di leopardo nelle varie aree del Paese. Ma laddove funziona se ne comprende la centralità. Di conseguenza – sottolinea la presidente – occorre diversificare i modelli organizzativi, e specializzare le competenze. Partendo da una formazione universitaria triennale generalista e in grado di fornire una base importante al professionista, il percorso deve proseguire attraverso le Lauree magistrali e i master perché con l’infermiere di famiglia e comunità cambia il paradigma dell’assistenza. Semplificando: l’infermiere non risponde più alla chiamata in ospedale, ma lui suona al campanello ed entra nelle case delle persone assistite: case e situazioni sempre diverse e non sempre semplici. Indispensabile, quindi, una formazione specifica e puntuale».

Confindustria DM, bene la revisione dei regolamenti UE, ma servono interventi immediati

Confindustria Dispositivi Medici accoglie con favore l’annuncio della Commissione Europea di presentare entro la fine del 2025 una proposta di revisione dei Regolamenti sui dispositivi medici (MDR) e sui dispositivi medico-diagnostici in vitro (IVDR), ma ribadisce la necessità di interventi immediati per sostenere le imprese del settore e l’innovazione tecnologica.

Confindustria Dispositivi Medici ha già contribuito alla Targeted Evaluation con le proprie proposte, presentate anche in occasione dell’evento al Parlamento europeo “Togheter for an Healthier Europe”. Sono quattro le priorità sulle quali l’associazione chiede di intervenire:

  • maggiore efficienza e predicibilità nei processi di valutazione della conformità;
  • maggiore chiarezza nella gestione delle modifiche ai dispositivi e ai sistemi di gestione;
  • percorso agevolato per dispositivi innovativi;
  • adattamento della validità dei certificati all’approccio basato sul ciclo di vita del dispositivo per eliminare la ricertificazione.

In particolare, l’associazione sottolinea l’urgenza di un atto di esecuzione che renda più prevedibili i tempi di valutazione da parte degli Organismi Notificati, senza dover attendere la conclusione dell’intero iter legislativo di revisione.

«Siamo soddisfatti che la Commissione abbia incluso la revisione dei Regolamenti tra le priorità del 2025 – ha dichiarato il Presidente di Confindustria dispositivi medici Fabio Faltoni -, ma chiediamo che già nei prossimi mesi vengano adottati provvedimenti concreti per semplificare i processi, dare certezza alle aziende e sostenere la competitività di un comparto strategico per la salute e per l’economia europea».

L’annuncio è arrivato il 2 luglio scorso, durante la conferenza stampa sulla nuova Strategia UE per le Scienze della Vita, in cui il Commissario europeo per la Salute Olivér Várhelyi ha dichiarato: «La revisione del settore dei dispositivi medici è una delle principali iniziative previste entro il 2025. È un settore strategico, composto in larga parte da PMI, che ha un ruolo chiave nello sviluppo dell’innovazione sanitaria in Europa. Serve una revisione profonda del quadro legislativo per garantire che l’Europa sia il primo e più veloce mercato per l’autorizzazione di dispositivi innovativi, anche basati su intelligenza artificiale».

Secondo la roadmap delineata dalla Commissione, la redazione delle proposte inizierà già durante l’estate 2025, seguita da una consultazione formale con gli stakeholder (tra cui MedTech Europe) a partire dall’autunno. Il 9 dicembre, in occasione della Conferenza sui Dispositivi Medici, saranno presentati i risultati della Targeted Evaluation. La pubblicazione ufficiale della proposta di revisione è attesa entro dicembre 2025, cui seguirà il processo legislativo di co-decisione, stimato in 18-24 mesi.

Caldo, massima attenzione alle persone fragili e sorveglianza sociale

La Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), in un periodo caratterizzato da intense ondate di calore che stanno colpendo l’Italia – con livelli di allerta elevati in numerose città e, purtroppo, diversi decessi correlati – richiama l’attenzione sull’importanza di adottare misure di prevenzione efficaci, sia individuali che collettive.

Le ondate di calore non sono una novità. A partire dal tragico evento del 2003 (che causò oltre 20.000 decessi in Europa di cui circa 4.000 in Italia), la Sanità pubblica ha posto crescente attenzione a questo fenomeno. Da allora sono stati sviluppati strumenti di sorveglianza e allerta sempre più strutturati per prevenire gli effetti sanitari del caldo estremo, oggi amplificato dal cambiamento climatico.

Il Ministero della Salute, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e i Dipartimenti di Prevenzione delle ASL, ha istituito i Piani di Prevenzione e i sistemi di allerta caldo, attivi nelle principali aree urbane del Paese. Il “Piano Caldo 2025” ne rappresenta l’attuale declinazione, prevedendo: l’elaborazione quotidiana di bollettini cittadini, la trasmissione alle autorità sanitarie locali per l’attivazione tempestiva di interventi mirati e la pubblicazione sul portale del Ministero della Salute per informare la popolazione.

A valle di questi strumenti di allerta, si attivano le reti territoriali socio-sanitarie: i Dipartimenti di Prevenzione, in stretta sinergia con i servizi sociali comunali, i medici di medicina generale, le farmacie e le organizzazioni del terzo settore organizzano interventi di sorveglianza attiva, assistenza domiciliare e monitoraggio telefonico nei confronti delle persone più a rischio. In molte Regioni la gestione integrata dei dati epidemiologici, sociali e sanitari consente di individuare in modo proattivo le persone vulnerabili e attivare percorsi personalizzati di supporto. A supporto di queste azioni, il Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) monitora l’impatto sanitario delle ondate di calore in 55 città italiane, classificando il rischio da Livello 0 a Livello 3 (rischio elevato persistente), offrendo così un utile strumento per calibrare in tempo reale la risposta dei servizi sul territorio.

«Nonostante l’attivazione dei piani, la risposta alle ondate di calore rischia di rimanere in parte frammentata – afferma Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI) – Si sottolinea, in maniera positiva, l’intervento del Ministero del Lavoro anche in merito alla sospensione o rimodulazione delle attività lavorative nei settori più esposti per evitare difformità applicative che rischiano di ridurre l’efficacia delle misure protettive, soprattutto per i lavoratori all’aperto e per le fasce di popolazione più vulnerabili. Particolare attenzione va riservata alle persone che vivono da sole: spesso si tratta di soggetti anziani o fragili, che limitano le uscite e i contatti sociali proprio nei periodi più critici, esponendosi inconsapevolmente a un maggiore rischio di disidratazione, isolamento e ritardo nell’attivazione di eventuali soccorsi. Per questo, è fondamentale promuovere reti di vicinato e sorveglianza sociale, anche attraverso il coinvolgimento attivo dei cittadini, del volontariato e dei servizi territoriali».

La Società Italiana d’Igiene (SItI) ribadisce con forza il ruolo centrale dei servizi territoriali nella prevenzione di questi fenomeni e fornisce alcuni consigli utili per affrontare il caldo estremo:

  • Idratarsi frequentemente, anche in assenza di sete. Evitare bevande alcoliche e zuccherate;
  • Evitare l’esposizione diretta al sole tra le 11:00 e le 17:00;
  • Rinfrescare gli ambienti: utilizzare ventilatori, condizionatori e schermare le finestre nelle ore più calde;
  • Indossare abiti leggeri, preferibilmente in tessuti naturali e colori chiari;
  • Prestare attenzione alle persone fragili: anziani, bambini, soggetti con patologie croniche, donne in gravidanza;
  • Limitare l’attività fisica nelle ore più calde;
  • Seguire le indicazioni delle autorità sanitarie, consultando regolarmente i bollettini ufficiali;

Infermieri oggi e domani: online il sito sulla storia italiana attraverso gli occhi e il vissuto dei professionisti sanitari

In occasione del novantacinquesimo anniversario della nascita della professoressa Marisa Cantarelli, prima teorica italiana dell’assistenza infermieristica scomparsa lo scorso settembre a Milano, è online il sito Infermieri oggi e domani. Il progetto, ideato e fortemente voluto dalla Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI), raccoglie le storie degli infermieri e degli infermieri pediatrici che hanno segnato con impegno e passione, non solo la storia della professione, ma anche quella del nostro Paese.

Nel titolo Infermieri oggi e domani è racchiuso il senso di uno spazio virtuale che vuole essere punto di riferimento, affidabile e sempre aggiornato, per quanti vogliano conoscere la l’Infermieristica e i suoi protagonisti. Un racconto lungo un secolo, che prende le mosse dal 1925, quando la formazione professionale divenne unitaria su tutto il territorio nazionale.

Un viaggio al quale poter aggiungere nuove tappe, grazie alla sezione Raccontaci la tua storia che apre pienamente il progetto agli infermieri e agli infermieri pediatrici intenzionati a condividere momenti particolari del proprio vissuto professionale.

Su infermieristory.it sarà possibile vedere e ascoltare, in esclusiva, Marisa Cantarelli, una guida per chi è infermiere e per chi vuole diventarlo.

Nell’ultima intervista rilasciata prima dell’acuirsi della malattia è possibile scoprire perché ha scelto di essere infermiera, quale è stata la sua formazione e cosa consigliava a colleghi vecchi e nuovi. Ha invitato le nuove generazioni di infermieri a “guardarsi intorno e scegliere l’ambito lavorativo di maggiore interesse”, e i dirigenti a “impegnarsi al massimo per conoscere al meglio i colleghi infermieri e i loro problemi”.

«Esercitare la professione a più livelli, con più sfaccettature, in un’ottica di evoluzione: è questo uno dei messaggi che intendiamo trasmettere attraverso tutte le testimonianze raccolte nel sito, a chi si appresta a intraprendere gli studi di Infermieristica – dichiara la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli – Essere infermiere, rappresenta, infatti, una scelta di vita, che consente di viverne tante in una».

Accanto alla storia della professoressa Cantarelli, ci saranno, da subito, quelle di altre 9 persone. Grazie alle loro testimonianze sarà possibile scoprire il ruolo svolto dagli infermieri durante la seconda guerra mondiale e seguire gli sviluppi ordinistici e la redazione del primo codice deontologico. Verranno ripercorse tappe fondamentali come la nascita del Servizio sanitario nazionale e la creazione del 118. E le grandi emergenze italiane: dall’alluvione in Toscana al Colera a Napoli, al terremoto in Irpinia, alla strage di Bologna; dall’Aids al Covid.

Piano Nazionale Cronicità: ancora un libro dei sogni?

Sono passati quasi nove anni dall’approvazione del Piano Nazionale Cronicità (PNC), datata settembre 2016. Eppure, il bilancio della sua attuazione è fortemente deludente. A denunciarlo con chiarezza è Tonino Aceti, presidente di Salutequità, che evidenzia limiti strutturali e culturali nella gestione di una delle principali priorità sanitarie italiane: la presa in carico delle persone con patologie croniche.

«Il Piano era – ed è – un documento di valore teorico notevole, ma la sua applicazione pratica è stata disomogenea e tardiva – afferma a TrendSanità Aceti -. Alcune Regioni, come la Sardegna per esempio, lo hanno recepito con ritardi anche di cinque anni».

A febbraio è stata diffusa una bozza di aggiornamento che, tra le altre cose, aggiungeva tre patologie all’elenco: obesità, epilessia ed endometriosi. Tuttavia, da allora, il documento non è stato né approvato né modificato in base alle criticità che secondo gli stakeholder continua ad avere.

Un Piano senza tempo (e senza fondi)

Tonino Aceti
Tonino Aceti

Tra i principali nodi critici, Aceti denuncia l’assenza di un arco temporale definito, con obiettivi e tappe chiare. Ma soprattutto, la mancanza di finanziamenti dedicati: «Ogni riforma o trasformazione organizzativa richiede risorse. Qualcuno dice che il PNRR ha già coperto la riforma del territorio, ma i dati dicono che a fine 2024 erano stati spesi appena 2,8 miliardi dei 15 disponibili. Come può il Piano Cronicità innestarsi in un contesto già in difficoltà?».

Secondo il presidente di Salutequità, senza uno stanziamento autonomo e vincolato, il PNC rischia di restare un esercizio accademico, senza impatto reale. «Gli altri piani approvati negli ultimi anni – oncologico, malattie rare – hanno ricevuto fondi dedicati. Non farlo per la cronicità significa, di fatto, declassarne l’importanza».

Disuguaglianze e pazienti di serie B

Anche sul fronte del monitoraggio, le lacune sono profonde. L’unico vero strumento esistente è il sistema LEA, recentemente aggiornato con 25 indicatori core, ma ancora troppo debole per guidare un cambiamento reale. «Il sistema LEA negli ultimi 2 anni è stato scarsamente strategicizzato e utilizzato in un’ottica di superamento delle disuguaglianze – afferma il Presidente di Salutequità -. Serve poi una capacità di valutazione continua e intervento tempestivo, come previsto nel Patto per la Salute 2019-2021».

E poi manca un meccanismo flessibile di aggiornamento rapido dell’elenco delle patologie croniche: «Nella bozza di aggiornamento se ne sono aggiunte tre, ma che cosa dire di tutto quello che rimane fuori? Così si rischia di creare dei pazienti di serie A e di serie B.  Serve un elenco aggiornabile in modo flessibile e continuo, capace di includere le nuove cronicità che emergono nel tempo». 

L’altro aspetto che non piace al presidente di Salutequità è il riferimento al costo che producono i pazienti: «Questo ci riporta a una visione della salute e della sanità come spesa e non come investimento: non aiuta a pensare il servizio sanitario nazionale come una grande area di crescita sociale e del paese, ma piuttosto come una zavorra, che pesa sulle casse del dello Stato».

Le leve del cambiamento

Per invertire la rotta, secondo Aceti sono tre le leve fondamentali: «Intanto un finanziamento virtuoso, con risorse vincolate e obiettivi misurabili. Poi una programmazione sanitaria basata su un Piano Sanitario Nazionale (l’ultimo risale al 2006-2008). Infine, la capacità di rafforzare l’uso strategico dei dati, passando dall’informazione alla valutazione reale delle performance regionali».

Finanziamento, programmazione e uso strategico dei dati sono le sfide del futuro

E poi c’è l’aspetto della governance: «Credo che a un certo punto sia necessario che il livello centrale abbia il coraggio, per gli aspetti che ritiene cruciali, di andare avanti in autonomia dopo aver tentato la mediazione con le Regioni». Che il rapporto Stato-Regioni abbia un problema è evidente: «Ad oggi tra queste due entità non c’è un lavoro sinergico come dovrebbe esserci e questo crea dei problemi, tra cui la lentezza nell’approvazione dei Piani. Si tratta di un elemento che non appartiene soltanto a questo governo: pensiamo al fatto che una riforma epocale del territorio che è il DM77 non ha avuto l’intesa… Credo che le modalità di collaborazione vadano fortemente migliorate».

Tornando al Piano Nazionale Cronicità, il rischio è che si licenzi un testo incompleto: «Preferirei ci si prendesse altro tempo per migliorarlo, piuttosto che approvarlo così com’è. Un Piano deve portare un reale miglioramento dell’assistenza, altrimenti è meglio fermarsi e ripensare tutto».

Sanità, salute e soddisfazione dei cittadini: analisi delle performance regionali e delle aspettative

Non solo Livelli essenziali di assistenza per misurare l’universalità e l’equità del Servizio sanitario nazionale, ma i risultati raggiunti in una serie di indicatori selezionati di performance regionali, considerando per la prima volta, accanto ai parametri sanitari e sociali, anche la soddisfazione dei cittadini nelle diverse regioni italiane.

Il C.R.E.A. Sanità – Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità – dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” presenta oggi la XIII edizione dello studio sulle Performance Regionali, che analizza le opportunità di tutela della salute offerte ai cittadini nelle diverse regioni italiane. Lo studio, condotto con il contributo di un Panel di 107 stakeholder del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ha introdotto importanti novità e ha evidenziato risultati significativi. I ris

ultati dello studio mostrano un quadro complesso, caratterizzato da un aumento delle aspettative e da una correlazione positiva tra la Performance dei servizi sanitari ed il livello di soddisfazione dei cittadini. I livelli di Performance regionali risultano ancora significativamente distanti dal target ottimale: negli anni il Panel degli stakeholder, ed in particolare i cittadini, aumentano le loro aspettative, ovvero “spostano verso l’alto l’asticella” della Performance ottimale, ma nessuna Regione sembra riuscire ad avvicinarsi a quel livello.

Nonostante i miglioramenti registrati, i livelli di performance regionale rimangono lontani dai valori ottimali

Il Veneto si conferma la Regione con la migliore Performance, raggiungendo il 55% del massimo teorico possibile, seguito dalla Provincia Autonoma di Trento con il 50%. La Calabria, invece, si posiziona all’ultimo posto con il 23%. Nonostante il divario tra Nord e Sud Italia rimanga significativo, si osserva una progressiva riduzione delle disparità, con un miglioramento più marcato nelle regioni del Mezzogiorno. Tra queste, la Campania ha registrato l’incremento più rilevante, seguita da Abruzzo e Molise.

Un aspetto innovativo dello studio è l’introduzione di un’indagine sulla soddisfazione dei cittadini, che ha misurato l’esperienza degli utenti con i servizi sanitari regionali. Il Trentino-Alto Adige si distingue per la maggiore soddisfazione, con un punteggio medio di 8,1 su una scala da 0 a 10, mentre le regioni del Mezzogiorno, come Puglia e Basilicata, registrano i livelli più bassi, pari a 6,5. La correlazione tra l’indice di performance e la soddisfazione dei cittadini dimostra che una migliore performance genera maggiore soddisfazione. Nel complesso, la correlazione tra l’indice di Performance e il livello di soddisfazione dei cittadini risulta essere forte per le aree assistenziali ospedaliere (0,79) ed ambulatoriali (0,80), bassa per le aree del sociale e della non autosufficienza (0,55), ed intermedia per l’assistenza primaria e l’accesso al farmaco (0,64). Per questi ultimi due aspetti la soddisfazione è generalmente alta in tutto il Paese, senza particolari criticità.

Una migliore performance genera maggiore soddisfazione

Lo studio ha inoltre analizzato la qualità della vita correlata alla salute, evidenziando che il Trentino Alto Adige si conferma al vertice con un valore di 0,938, mentre l’Umbria registra il valore più basso, pari a 0,840 QALY (unità di misura impiegata nell’analisi costi-utilità che combina insieme la durata della vita con la qualità della stessa). Secondo lo studio, la qualità della vita non è strettamente legata alla performance sanitaria: alcune regioni del Sud, pur avendo livelli di performance sanitaria bassi, registrano una qualità della vita più alta rispetto a regioni più performanti. Questo fenomeno è attribuibile a fattori culturali, educativi e ambientali, oltre che alle diverse aspettative dei cittadini.

La XIII edizione dello studio ha introdotto ulteriori novità, tra cui la misurazione della dinamica della performance nel periodo 2019-2024, che ha evidenziato un trend di miglioramento, soprattutto nelle regioni con livelli iniziali più bassi. Nonostante i miglioramenti registrati, i livelli di performance regionale rimangono lontani dai valori ottimali. Il divario tra Nord e Sud Italia persiste, ma si osserva una progressiva riduzione delle disparità.

Inoltre, è stata condotta un’analisi sulla sostenibilità dei Servizi Sanitari Regionali, identificando le regioni più resilienti, tra cui Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. La correlazione tra performance e soddisfazione dei cittadini, secondo C.R.E.A. Sanità, sottolinea l’importanza di investire in politiche sanitarie mirate per migliorare l’efficienza e l’equità del sistema. I risultati dello studio, corredati da schede regionali e nuove analisi sulla qualità della vita e sulla soddisfazione dei cittadini, offrono un quadro innovativo dell’assistenza sociosanitaria in Italia, contribuendo a delineare strategie più efficaci per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.