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Salutequità: la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa non parla ancora la lingua dei cittadini

La Piattaforma Nazionale Liste di Attesa, istituita con Legge 107/2024 e disciplinata dal Decreto del Ministero della Salute del 17 febbraio 2025, nasce per centrare almeno due grandi obiettivi del SSN: il primo è quello di rafforzare il governo delle liste di attesa mediante la messa in pista di un sistema di monitoraggio capillare dei tempi di attesa e di altri indicatori correlati su tutto il territorio nazionale, in grado di fotografare per la prima volta lo stato reale dell’accesso alle cure; il secondo, garantire un più alto livello di trasparenza del SSN su un tema che da sempre presenta elementi di profonda opacità agli occhi dei cittadini.

Proprio su quest’ultimo obiettivo il Decreto afferma che “Cittadini e Associazioni potranno accedere in maniera trasparente a dati in tempo reale sul monitoraggio e verificare gli indicatori predisposti per i tempi di attesa”, e ancora prevedendo che i cittadini sono i “principali beneficiari del progetto” poiché “possono consultare le informazioni fornite dal Portale della Trasparenza”.

Se questo è l’intento dichiarato dalle norme, al contrario, secondo l’analisi svolta dall’Osservatorio Salutequità il risultato prodotto dalla Piattaforma nazionale, almeno sino ad oggi, è ancora lontano dal raggiungere l’obiettivo delineato dal Legislatore.

Per Salutequità e il suo Presidente, Tonino Aceti, guardandola con l’occhio del cittadino, che a oggi «la montagna ha partorito un topolino». Ecco perché.

In primo luogo, se da una parte i dati avrebbero dovuto essere pubblicati in tempo reale, così come previsto dalle norme, dall’altra la piattaforma, al 9 luglio 2025, è ancora inchiodata ai dati di maggio 2025, cioè di circa 1,5 mesi fa, e relativi solo a cinque mesi (gennaio-maggio 2025).

Il secondo luogo, il linguaggio utilizzato nella piattaforma non parla propriamente la lingua dei cittadini. All’interno della parte “core” per i cittadini, cioè quella che informa sul rispetto dei tempi di attesa, si parla di concetti come 1° quartile, mediana e 3° quartile. Concetti, la cui comprensione, anche per i più navigati della sanità, che però non hanno competenze statistiche, risulta particolarmente difficile.

Non è possibile sapere quale sia la percentuale di prestazioni erogate entro i tempi previsti per codice di priorità

E ancora, sull’aspetto più rilevante per i cittadini, la trasparenza del SSN, vale a dire conoscere se la propria Regione, Asl e distretto sanitario siano adempienti o meno rispetto alla loro capacità di garantire il rispetto de tempi massimi di attesa previsti dalla Legge, anche su questo la Piattaforma non gli è ancora di aiuto. Infatti, l’unico dato sul rispetto dei tempi di attesa è di livello nazionale. Quindi la possibilità per i cittadini di valutare, su evidenze, l’operato dei propri Presidenti di Regione, Assessori regionali, Direttori Generali e Direttori di distretto sanitario, è ad oggi, con l’attuale piattaforma nazionale liste di attesa ancora un miraggio.

Inoltre, all’interno dell’indicatore “rispetto dei tempi di attesa” i dati pubblicati si riferiscono ai tempi minimi e massimi di attesa per codice di priorità/prestazione, mentre non è possibile conoscere quale sia la percentuale di prestazioni erogate entro i tempi previsti per codice di priorità.

Guardando agli altri “classici” per i cittadini che si confrontano con le liste di attesa, e cioè le cosiddette agende chiuse o bloccate, anche su questo ancora non è pubblicato alcun dato. Allo stesso modo per quel che riguarda il confronto tra i tempi di attesa dell’attività istituzionale e di quella libero-professionale (intramoenia). Anche su questo ancora nessun dato.

Dubbi anche sull’indicatore “prenotazioni accettate”, cioè quelle prenotazioni per le quali il cittadino ha accettato la prima disponibilità. Ad un primo sguardo sembrerebbe che il cittadino ne rifiuti abbastanza. In realtà, però, manca ancora l’altro dato “core” per i cittadini, cioè la percentuale di prestazioni non accettate dai cittadini perché fuori tempo massimo di attesa per codice di priorità assegnato o perché eseguibili a decine/centinaia di km da casa, fuori ambito di garanzia o dentro un ambito di garanzia individuato senza il rispetto del principio di prossimità e raggiungibilità, così come invece previsto dal Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa 2019-2021.

Infine, assenti le funzionalità informative per permettere al cittadino di verificare in tempo reale i tempi d’attesa specifici per le prestazioni che deve eseguire nella propria ASL, come pure un’area dedicata all’informazione al cittadino, come supporto pratico sul come procedere in caso di ritardi, sui percorsi di tutela e sulle regole regionali in materia.

In conclusione, l’attuale livello di accesso alle informazioni della Piattaforma nazionale Liste di Attesa sembra essere lontano dal poter garantire il livello di trasparenza che serve per permettere ai cittadini di recuperare fiducia nel SSN e per ridurre l’asimmetria informativa che ad oggi esiste tra loro e le istituzioni. Per SAlutequità è quindi necessario che Stato e Regioni rivedano subito il livello di trasparenza della Piattaforma.

Suicidio medicalmente assistito: forte preoccupazione di anestesisti e palliativisti per DDL in discussione

La Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) e la Società Italiana di Cure Palliative (SICP) esprimono forte preoccupazione per l’impianto e i contenuti del disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito, attualmente in discussione presso le Commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato.

Le due Società scientifiche – quotidianamente impegnate nell’assistenza alle persone in condizioni di estrema fragilità – ribadiscono che una legge su un tema così delicato non può prescindere dalla prossimità, dalla trasparenza e dalla tutela della dignità e dell’autodeterminazione della persona malata. Il testo in esame, pur dichiarandosi attuativo della sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, non ne rispetta il dettato sostanziale e si allontana dalle esperienze maturate nei contesti di cura.

Preoccupa in particolare l’esclusione del Servizio Sanitario Nazionale dalla concreta presa in carico della persona e dall’attuazione della procedura. Una simile scelta rischia di privatizzare un momento così critico, lasciando la persona sola, priva di garanzie cliniche ed economiche, e consegnando a logiche esterne alla sanità pubblica un atto di estrema delicatezza. Altrettanto critico è l’affidamento della decisione finale a un organismo centrale, distante, nominato politicamente e privo di qualunque relazione diretta con il paziente, in contrasto con il principio di sussidiarietà e con l’approccio relazionale indicato dalla legge 219/2017.

Il testo non chiarisce inoltre le modalità attuative della procedura, né individua responsabilità professionali, luoghi o criteri per garantire appropriatezza e sicurezza. In parallelo, continua a non offrire risposte credibili alla cronica debolezza della rete delle cure palliative, la cui estensione, accessibilità e sostenibilità restano gravemente inadeguate, nonostante il loro ruolo sia cruciale nel dare senso e valore all’accompagnamento alla fine della vita.

SIAARTI e SICP ritengono urgente un ripensamento dell’intero impianto normativo, affinché la legge non si limiti ad autorizzare una scelta tragica, ma sia in grado di tutelare davvero le persone, offrendo alternative concrete alla sofferenza e percorsi assistenziali centrati sulla prossimità, sulla relazione e sulla qualità delle cure.

Tali preoccupazioni sono state espresse in modo articolato in due documenti inviati da SIAARTI e SICP ai Presidenti delle Commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato. Le due Società confermano la propria disponibilità al dialogo con le istituzioni, nella convinzione che solo con il contributo delle competenze cliniche, etiche e relazionali di chi opera quotidianamente accanto ai pazienti si possa costruire una legge più giusta, chiara e rispettosa della complessità umana di queste scelte.

Parkinson: il 74% dei caregiver presta assistenza ogni giorno, ma solo il 14% riceve aiuti economici

È stato pubblicato sulla rivista Neurological Sciences lo studio “Caregiver burden in Parkinson’s disease: a nationwide observational survey”, il primo lavoro scientifico italiano sul carico assistenziale dei caregiver di pazienti con malattia di Parkinson, promosso dalla Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS.

La ricerca è stata coordinata da Mario Zappia e da Giulia Donzuso del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Tecnologie Avanzate dell’Università di Catania ed è stata promossa da Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS e da Confederazione Parkinson Italia.

Mediante un questionario online anonimo, lo studio ha raccolto le testimonianze e i dati di 478 caregiver provenienti da tutto il territorio nazionale. Il profilo che emerge è chiaro e preoccupante: nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di donne tra i 55 e i 70 anni, spesso partner conviventi della persona con Parkinson, chiamate a sostenere un carico crescente di responsabilità. Se nelle fasi iniziali della malattia l’assistenza può limitarsi a pochi giorni a settimana, con il tempo tre caregiver su quattro dichiarano di fornire supporto quotidiano, e oltre il 40% lo fa per l’intera giornata.

L’impatto di questo impegno sulla vita personale, lavorativa e sulla salute è importante. Il 15% degli intervistati ha dovuto abbandonare il lavoro per dedicarsi all’assistenza, una scelta che riguarda in particolare le donne. Chi mantiene l’impiego spesso perde giorni di lavoro ogni mese, senza disporre di adeguate facilitazioni. Anche sul piano economico le difficoltà sono diffuse: il 60% dei partecipanti segnala cambiamenti significativi nella propria situazione finanziaria, legati soprattutto alle spese per riabilitazione, assistenza domestica e spostamenti per cure mediche. Solo una minima parte – appena il 14% – riceve un supporto economico concreto.

Anche sul fronte della salute, il quadro è drammatico. Due caregiver su tre riferiscono conseguenze dirette sul proprio equilibrio fisico e psicologico: stanchezza cronica, insonnia, rabbia, depressione. Il 73% ha dovuto rinunciare ad attività personali, viaggi, hobby e relazioni sociali. E mentre oltre la metà si trova ad affrontare situazioni complesse nell’assistenza quotidiana, solo il 9% ha ricevuto una formazione specifica; il 40% esprime il desiderio di accedervi, anche per orientarsi tra aspetti legali e burocratici.

Lo studio sottolinea in modo netto come il carico assistenziale sia tutt’altro che invisibile. Al contrario, si tratta di un peso reale e multidimensionale che incide su ogni aspetto della vita di chi si prende cura. Le donne, ancora una volta, risultano le più esposte: meno tutelate nel lavoro, più vulnerabili sul piano della salute, spesso lasciate sole in un ruolo cruciale ma poco riconosciuto.

Alla luce di questi risultati, gli autori evidenziano l’urgenza di un cambio di passo. Servono politiche pubbliche più coraggiose, che includano formazione, supporto psicologico, agevolazioni lavorative, assistenza domiciliare integrata e, soprattutto, un riconoscimento formale del ruolo essenziale che i caregiver svolgono nel sistema di cura. «La nostra ricerca – afferma il professor Zappia – è un primo passo per restituire voce e dignità a migliaia di persone che ogni giorno, nell’ombra, sostengono i propri cari. Ora tocca alle istituzioni e alla società civile raccogliere questo appello e trasformarlo in azione concreta».

Anche la Fondazione LIMPE per il Parkinson, promotrice dello studio, ribadisce la necessità di riportare il ruolo dei caregiver al centro del dibattito pubblico. L’obiettivo è chiaro: trasformare i risultati dell’indagine in strumenti concreti di formazione, sostegno e riconoscimento. «I caregiver sono un presidio silenzioso e insostituibile del nostro sistema di cura – dichiara il professor Michele Tinazzi, presidente della Fondazione –. È nostro dovere, come comunità scientifica e civile, riconoscerne il valore e garantire loro il supporto necessario». Perché chi si prende cura, non può essere lasciato solo.

Tumori: cresce l’adesione agli screening in Italia, ma il Sud è ancora indietro

Cresce in Italia l’adesione agli screening preventivi per i tumori, nel caso della mammografia superando i valori pre pandemia, ma rimane una forte differenza geografica, con il sud che registra la partecipazione più bassa. Lo affermano i dati della sorveglianza Passi dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicati oggi, relativi agli anni 2023-2024.

Screening mammografico

dati PASSI 2023-2024 mostrano che in Italia il 75% delle donne fra i 50 e i 69 anni si è sottoposto allo screening mammografico a scopo preventivo, all’interno di programmi organizzati o per iniziativa personale, nei tempi raccomandati dalle linee guida nazionali e internazionali (che suggeriscono alle donne di questa classe di età di sottoporsi a mammografia ogni due anni per la diagnosi precoce del tumore al seno).

La quota di donne che si sottopone allo screening mammografico è maggiore fra quelle più istruite o con maggiori risorse economiche, fra le donne di cittadinanza italiana rispetto alle straniere e fra le donne coniugate o conviventi. La copertura disegna un chiaro gradiente Nord-Sud con una copertura totale dell’86% al Nord, 80% al Centro e solo del 62% nelle Regioni meridionali. Il Friuli Venezia Giulia (90%) è la Regione con la copertura maggiore, la Calabria (46%) quella con le coperture totali più basse. Negli anni il gap geografico si è ridotto e la quota di donne che si sottopone a mammografia a scopo preventivo è aumentata, grazie soprattutto all’aumento dell’offerta/adesione ai programmi organizzati avvenuta ovunque nel Paese.

In questa analisi delle evoluzioni temporali si inserisce la pandemia di COVID-19 che nel 2020 e nel 2021 ha determinato una riduzione della copertura totale dello screening mammografico sia per una riduzione dell’offerta dei programmi da parte delle ASL, impegnate nella gestione dell’emergenza sanitaria, sia per un calo dell’adesione da parte delle donne alle quali erano rivolti gli inviti. Nel 2022 la copertura dello screening ha ricominciato ad aumentare, arrivando nel 2024 a superare i valori pre-pandemia.

Non è trascurabile la quota di 50-69enni che non si è mai sottoposta a una mammografia a scopo preventivo o lo ha fatto in modo non ottimale: 1 donna su 10 non ha mai fatto un esame mammografico e quasi il 15% riferisce di averlo eseguito da oltre due anni.

«La prevenzione del tumore della mammella – sottolinea Maria Masocco, che coordina la sorveglianza – avviene per lo più nell’ambito di programmi organizzati dalle ASL a cui partecipano più della metà delle donne alle quali sono dedicati, mentre la restante quota di donne che si sottopone a una mammografia preventiva nei tempi raccomandati lo fa al di fuori dei programmi organizzati (un ulteriore 20% circa della popolazione target). Lo screening organizzato riduce notevolmente le disuguaglianze sociali di accesso alla prevenzione e per la gran parte delle donne meno istruite o con maggiori difficoltà economiche l’offerta di un programma rappresenta l’unica possibilità di fare prevenzione del tumore della mammella».

Screening colorettale

La copertura nazionale dello screening colorettale in Italia resta ancora piuttosto bassa: nel biennio 2023-2024 il 47% degli intervistati nella fascia di età 50-69 anni riferisce di aver eseguito un test a scopo preventivo per la diagnosi precoce dei tumori colorettali (ricerca del sangue occulto fecale negli ultimi due anni oppure colonscopia/rettosigmoidoscopia negli ultimi cinque anni).

Vi è una forte variabilità da Nord a Sud a sfavore delle Regioni meridionali dove la quota di persone che si sottopone allo screening raggiunge appena il 30%, nel biennio 2023-2024, valore che raggiunge il 55% nelle Regioni centrali e il 62% fra i residenti nel Nord Italia.

La gran parte delle persone che ha effettuato lo screening colorettale lo ha fatto nell’ambito di programmi organizzati dalle ASL (39%), mentre quello eseguito su base spontanea (ossia al di fuori dell’offerta delle ASL) è poco frequente (quasi 8%). Dal 2010, la copertura totale dello screening colorettale (dentro e fuori i programmi organizzati) è andata aumentando significativamente in tutto il Paese, grazie all’aumento dell’offerta dei programmi e dell’adesione dei cittadini.

Tuttavia l’emergenza sanitaria per la gestione della pandemia di COVID-19 si è tradotta, da un parte, in un ritardo e in una conseguente sostanziale riduzione dell’offerta dei programmi di screening organizzati da parte delle ASL e, dall’altra, in una riduzione di adesione da parte della popolazione, con il risultato che nel biennio 2020-2021 la copertura dello screening colorettale (come accade per gli altri screening oncologici) subisce una significativa riduzione, che dal 2022 sembra riprendere a crescere, raggiungendo i valori pre-pandemia nel 2024.

Screening cervicale

Dai dati PASSI 2023-2024 risulta che in Italia il 78% delle donne fra i 25 e i 64 anni di età si sottopone allo screening cervicale a scopo preventivo, all’interno di programmi organizzati o per iniziativa personale, secondo quanto raccomandato dalle linee guida nazionali. La quota di donne che si sottopone allo screening cervicale è maggiore fra le più istruite (84% fra le laureate vs 50% fra chi al più licenza elementare) o con maggiori risorse economiche (81% fra chi non ha difficoltà vs 67% fra chi riferisce molte difficoltà economiche), fra le cittadine italiane rispetto alle straniere (78% vs 69%) e fra le coniugate o conviventi (80% vs 73%). La copertura dello screening cervicale disegna un netto gradiente geografico Nord-Sud che divide l’Italia in due, con coperture mediamente pari all’84% nelle Regioni del Nord e Centro Italia (90% in Friuli Venezia Giulia) e 69% nelle Regioni del Sud (con coperture minime per la Calabria, 59%).

Per quanto riguarda l’andamento temporale, l’emergenza sanitaria per la gestione della pandemia di COVID-19 si è tradotta, da un parte, in un ritardo e sostanziale riduzione dell’offerta dei programmi di screening organizzati da parte delle ASL (che solo in parte il ricorso allo screening su iniziativa spontanea è riuscito a compensare) e, dall’altra, in una riduzione di adesione da parte della popolazione, con il risultato che nel 2020 la copertura dello screening cervicale (come accade per gli altri screening oncologici) subisce una significativa riduzione, che ancora non viene recuperata.

Nel 2024, infatti, i valori sono ancora sovrapponibili a quelli del 2020 e la copertura è ancora lontana dai valori pre-pandemia. Questo è certamente il risultato dell’impatto della pandemia sulla offerta e adesione agli screening, ma non si può escludere sia anche determinato dai cambiamenti nell’offerta del programma di screening cervicale e nella sua personalizzazione per età e stato vaccinale contro HPV delle coorti più giovani di donne. Una quota non trascurabile di donne 25-64enni intervistate riferisce di non essersi mai sottoposta allo screening cervicale (11%). La motivazione più frequentemente riferita per la mancata esecuzione dello screening cervicale è quella di “penso di non averne bisogno”.

Sen. Sbrollini: «Preoccupa carenza dei pediatri di famiglia, governo risponda al diritto alla salute dei cittadini»

«Sono molto preoccupata per i dati che riguardano i pediatri di famiglia – dichiara la Sen. Daniela Sbrollini, Vicepresidente della X Commissione Affari sociali, sanità, lavoro e previdenza sociale del Senato commentando i numeri diffusi nei giorni scorsi da Fondazione GIMBE –. Oggi in Italia ne mancano 500, ma entro il 2028 saranno oltre 2.500 i pediatri che andranno in pensione, con il rischio che questa emergenza possa assumere dimensioni ancora più allarmanti. Il Veneto, assieme a Piemonte e Lombardia, è una delle regioni più colpite da questo problema che si inquadra in una generale crisi del nostro sistema sanitario e che non sarà certo il calo demografico a risolvere. Per questo motivo ho presentato una interrogazione al Ministro, assieme alla mia collega Sen. Annamaria Furlan, per conoscere le iniziative che il Ministero ha in mente di promuovere per evitare di dover sospendere il servizio alle famiglie in molte località del territorio».

Daniela Sbrollini

«Secondo un recente rapporto dell’OCSE – prosegue la Sen. Sbrollini – gli italiani, insieme a greci, spagnoli e cileni, sono tra i cittadini più preoccupati per sanità, invecchiamento e fragilità economica, e allo stesso tempo sono anche fra i popoli con la fiducia più bassa nei confronti dello Stato. Solo il 36% degli italiani accetterebbe un aumento del 2% delle imposte per migliorare la sanità pubblica. Questo rappresenta un sentimento di sfiducia complessivo nei confronti dello Stato e delle Istituzioni, che fa riflettere su quanto la situazione troppo spesso tangibilmente drammatica della nostra sanità influisca anche sulla percezione concreta da parte dei cittadini che la politica abbia la forza e la volontà di cambiare le cose. Secondo i dati OCSE, il 74% degli italiani teme di ammalarsi o diventare disabile, e l’80% si dice preoccupato per l’accesso a cure sanitarie di qualità. Il 71% degli italiani è preoccupato per l’accesso futuro a cure di lungo termine per sé stessi e il 74% teme di non riuscire ad accedere a servizi adeguati per familiari anziani».

«Questo scenario di grave preoccupazione si riflette nella realtà delle troppe mancanze del nostro Sistema Sanitario oggi. – sottolinea la Sen. Sbrollini –  La carenza di medici di base è purtroppo ben nota, ci sono cittadini senza medico di riferimento, altri che non cercano più nemmeno di ottenerne uno. E altrettanto preoccupante è la carenza di pediatri. L’infanzia è un momento molto delicato della vita di una persona: la prevenzione parte da quella età, così come molte vaccinazioni. E tutti noi sappiamo quanto la prevenzione sia fondamentale non solo per la salute individuale, ma anche come caposaldo della tenuta e della sostenibilità dello stesso Sistema Sanitario. La programmazione è saltata, la sanità rischia il collasso: le famiglie non possono essere lasciate da sole. Bisogna recuperare tutto questo e il governo ha il dovere di trovare in fretta delle soluzioni che rispondano ai diritti fondamentali dei cittadini».

Telemedicina per il monitoraggio del paziente oncologico a domicilio: una valutazione multidimensionale

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Introduzione

Negli ultimi anni, si è registrata una crescente attenzione verso la necessità di modernizzare e trasformare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Un punto di svolta cruciale è stato il 2020, quando la pandemia da SARS-CoV-2 ha reso imprescindibili il distanziamento sociale e la riduzione del contatto fisico, accelerando a livello globale l’adozione di soluzioni digitali e sistemi virtuali.

In questo scenario, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), inserito nel più ampio programma europeo Next Generation EU, ha destinato ingenti risorse al rafforzamento dei sistemi sanitari, delineando una vera e propria svolta epocale verso la costruzione di servizi più resilienti, equi e sostenibili. Tra le tecnologie digitali più promettenti ha assunto un ruolo sempre più centrale la telemedicina. Nata negli anni Sessanta con i primi sistemi di monitoraggio degli astronauti sviluppati dalla NASA, la telemedicina ha conosciuto una significativa evoluzione grazie alla diffusione di internet e dei dispositivi mobili. Oggi rappresenta uno strumento strategico per la gestione a distanza dei pazienti, consentendo il monitoraggio dei parametri vitali (PV) e degli esiti riferiti dai pazienti (PROMs), migliorando l’accessibilità alle cure e contribuendo alla riduzione dei costi complessivi del sistema sanitario.

La telemedicina consente il monitoraggio dei parametri vitali e degli esiti riferiti dai pazienti

Tra i diversi ambiti applicativi della telemedicina, standardizzati a partire dall’Accordo Stato-Regioni del 2014 – attraverso il quale è entrata ufficialmente a far parte dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) – merita particolare attenzione il telemonitoraggio. Questo consiste nel monitoraggio a distanza di parametri clinici mediante l’uso di dispositivi digitali, configurandosi come una risposta innovativa e concreta ad alcune delle principali sfide che oggi interessano i sistemi sanitari.

In un contesto caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione [ISTAT, 2023], da persistenti disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure, e dalla necessità di gestire in modo efficiente patologie croniche e ad alta complessità, il telemonitoraggio si propone come uno strumento capace di migliorare l’equità e l’efficacia dell’assistenza.

Un ambito di applicazione rilevante per quanto concerne il telemonitoraggio riguarda le patologie oncologiche, per le quali, secondo le stime AIRC [I numeri del cancro 2024], si registrano circa 390.000 nuove diagnosi di neoplasie solide ogni anno solo in Italia. Difatti, in tali contesti, il telemonitoraggio può supportare un’assistenza più personalizzata, continua e territoriale, contribuendo a ridurre il carico ospedaliero e a migliorare la qualità di vita dei pazienti, rappresentando pertanto un supporto un supporto fondamentale per i pazienti che risiedono lontano dai centri ospedalieri, consentendo loro di accedere a consulenze specialistiche e servizi di monitoraggio continuo senza dover affrontare spostamenti frequenti e spesso onerosi [AIOM, 2020].

Il telemonitoraggio può ridurre il carico ospedaliero e migliorare la qualità di vita dei pazienti

I notevoli progressi registrati negli ultimi decenni nelle terapie antitumorali e nella gestione clinica delle patologie oncologiche hanno reso possibile la somministrazione di cure attive – ovvero in fasi della malattia in cui i trattamenti antineoplastici sono ancora in corso – anche al di fuori del contesto ospedaliero. In questo scenario si inserisce lo sviluppo dell’assistenza domiciliare oncologica, avviata in Italia già nel 1987 con il progetto pilota DOM, realizzato a Modena, e successivamente estesa ad altre realtà, tra cui l’ASST-Settelaghi che, a metà degli anni ’90, ha avviato il progetto Homcology. Tali iniziative hanno tracciato un percorso di integrazione tra cure domiciliari e ospedaliere, promuovendo un modello di assistenza più vicino ai bisogni del paziente, capace di coniugare efficacia clinica, sostenibilità organizzativa e qualità della vita.

Il modello di assistenza domiciliare oncologica, come quello implementato nel progetto Homcology, si basa su criteri di eleggibilità ben definiti, volti a identificare pazienti che possono trarre beneficio da un percorso di cura attivo al di fuori dell’ambiente ospedaliero. In particolare, possono accedere al servizio:

  • pazienti con indicazione a trattamento oncologico attivo ma impossibilitati a recarsi in ambulatorio a causa di disabilità legate alla patologia tumorale o a deficit neurologici e motori non riconducibili direttamente alla neoplasia;
  • persone malate che vivono in condizioni ambientali disagiate e/o che presentano difficoltà familiari o sociali tali da compromettere l’accesso continuativo alle cure ambulatoriali;
  • pazienti che hanno interrotto le cure attive per la patologia oncologica, in condizioni di fragilità clinica e con una previsione di vita superiore a sei mesi, ma che non soddisfano i criteri per l’inserimento nei programmi di Ospedalizzazione Domiciliare per Cure Palliative (ODCP).

La selezione dei pazienti si articola su due dimensioni principali: l’eleggibilità clinica e le preferenze espresse dal paziente e dal caregiver.

Per quanto riguarda l’eleggibilità clinica, vengono presi in esame diversi fattori, tra cui il tipo di neoplasia, l’indicazione terapeutica, lo stadio e la severità della malattia, nonché le condizioni generali del paziente, valutate tramite strumenti validati come il G8 Screening Tool. Quest’ultimo consente di identificare tre elementi fondamentali per l’accesso al programma: il livello di intensità di cura richiesto, le condizioni socioeconomiche e ambientali, e il grado di alfabetizzazione sanitaria del paziente e del caregiver.

L’assistenza domiciliare in questo contesto si configura non solo come una risposta clinicamente efficace, ma anche come un’opportunità per migliorare il benessere complessivo della persona. Essa consente di ridurre il senso di abbandono, rafforzare la continuità della cura, migliorare l’accessibilità ai trattamenti e abbattere le barriere territoriali. Sul piano organizzativo, si traduce in una gestione più fluida da parte della struttura ospedaliera, con una riduzione dell’affluenza ambulatoriale e un impatto positivo sui costi.

Alla luce di queste premesse, l’obiettivo del presente lavoro è quello di valutare l’efficacia del telemonitoraggio nell’ambito del progetto, confrontandone gli esiti con quelli derivanti dalla gestione tradizionale in regime di Day Hospital (DH), utilizzando dati real-life. Tale confronto permetterà di esplorare il valore aggiunto del modello domiciliare supportato dalla telemedicina, sia in termini di esiti clinici che di sostenibilità organizzativa ed economica.

Metodi

Per il raggiungimento dell’obiettivo è stata condotta una valutazione multidimensionale, seguendo le logiche dell’Health Technology Assesment (HTA), che risulta essere una metodologia usata in sanità per indagare non solo l’efficacia clinica, ma anche gli aspetti economici, organizzativi e sociali legati all’uso e implementazione della tecnologia nei processi assistenziali.

Giacché la tecnologia oggetto di indagine è il telemonitoraggio, il modello utilizzato è il “Multicriteria Utility-based Structured Tool for Health Technology Assessment” – MAST [Kidholm et al., 2012] che ha permesso di valutare, in maniera olistica, gli impatti dell’Homcology (Scenario TO BE) rispetto allo usual care (Scenario AS IS). Nello specifico, tra i sette domini proposti dal MAST, l’analisi che verrà presentata nel seguito prenderà in considerazione i seguenti quattro impatti:

  • outcome clinici, con particolare attenzione alla sicurezza e all’efficacia di Homcology rispetto allo usual care. Nella presente analisi, tali outcome sono stati reperiti mediante raccolta dati di real-life, grazie al grande contributo dell’Area Sviluppo e Ricerca DAPSS Aziendale. Considerando i pazienti riferibili all’attività del DH Oncologico dell’ASST dei Sette Laghi di Varese. Nello specifico è stata posta particolare attenzione all’occorrenza di ricoveri e di accessi in PS per medesima patologia, così così da poter dimostrare non solo un’efficacia temporale nella gestione prematura delle tossicità ma anche la gestione in toto degli effetti avversi alla terapia:
  • sostenibilità economica e organizzativa. Anche per la disamina di questo dominio, sono stati raccolti i dati aziendali riferiti ai pazienti in carico nel corso dell’anno 2023 tutti afferenti al servizio di DH aziendale e i pazienti in carico al progetto domiciliare Homcology. Nello specifico si sono definiti i professionisti sanitari coinvolti in entrambi i percorsi, focalizzando l’attenzione sul tempo speso per ogni attività svolta;
  • impatto sociale ed etico, sviluppato sottoponendo un questionario qualitativo ai professionisti sanitari che attualmente prestano la propria attività presso le UO di Oncologia Medica, DH e progetto Homcology, così da raccogliere le percezioni dei professionisti sul valore aggiunto di Homcology in termini di soddisfazione e qualità di vita del paziente.

Risultati

In linea generale nell’anno solare 2023 (dal 1° gennaio 2023 al 31 dicembre 2023 inclusi), afferiscono ai DH Aziendali 1.124 utenti. Il servizio domiciliare Homcology, nel medesimo tempo di riferimento contempla 184 pazienti.

La Tabella 1 mostra le caratteristiche della popolazione coinvolta, unitamente alla necessità di ospedalizzazione e all’occorrenza di decessi.

 Scenario as is
Usual CARE
Scenario to be
homcology

Pazienti totali in carico

1.124

184

Età media

62 (18-90)

71 anni (38-93)

Durata media presa in carico

160 giorni

175 giorni

Terapia attiva

1.561*

95% 174 pazienti

Numero medio accessi mensili

2 medico 3 infermieristico

1.4 medico 1.8 infermieristico

Ricovero

45% (31% in PS)

19% (9% in PS)

Decesso

41%

38%

Tabella 1. Comparazione tra scenario AS IS e Scenario TO BE

*La discrepanza dei due dati (pazienti totali in carico e pazienti in terapia attiva) è la somma tra i nuovi trattamenti con i trattamenti in prosecuzione dell’anno precedente

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In questa comparazione dei flussi di pazienti presi in carico nel servizio di DH e nel progetto Homcology nel medesimo periodo temporale (anno 2023), escludendo a monte le terapie attive che necessitano dell’infrastruttura in particolare del servizio UMaCA (Unità Manipolazione Chemioterapici Antiblastici), la stima fatta sulla possibilità di prendere in carico i pazienti oggi afferenti al DH e quindi agganciarli al progetto è del 20-30% circa. Questo permette l’identificazione di una nuova popolazione target, che amplia la qualità dell’assistenza soprattutto in pazienti con necessità di monitoraggio regolare, pensiamo alle tossicità, favorendo migliore compliance e partecipazione al processo di cura. Da un punto di vista di efficacy e safety, il dato più significativo dimostra come il telemonitoraggio domiciliare riduca i ricoveri e gli accessi in PS per medesima patologia, fenomeno legato alla tempestività di gestione degli effetti avversi e alla maggiore aderenza alle cure.

Focalizzando l’attenzione sull’impatto economico-organizzativo correlato all’effort delle risorse umane coinvolte per lo svolgimento delle attività dedicate al management dei pazienti, in prima istanza è opportuno definire il bacino di utenza eleggibili a DH e al progetto Homcology. Con l’implementazione della telemedicina quindi si vedrebbe un aumento del numero di pazienti seguiti al domicilio per un 30% totale, il 16% in più rispetto alla situazione attuale, dalla quale deriva un numero di pazienti totali pari a 392 su tutto il territorio provinciale per la sola patologia oncologica in cure attive.

 

As is

To be

DH

1.124

86%

916

70%

Telemedicina

184

14%

392

30%

Totale

1.308

100%

1.308

100%

Tabella 2. La popolazione

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Proseguendo nell’analisi considerando anche gli accessi annui per controlli, al netto della terapia infusionale i dati sono pari a 17 per quanto concerne il percorso di DH e 9 per quanto concerne il percorso di telemedicina. Rapportando questi valori al totale dei pazienti presi in carico (N = 1.308), emerge che l’adozione del telemonitoraggio è associata a una riduzione complessiva del numero di accessi pari all’8%.

Accessi totali

As is

To be

Scostamento

%

DH

19.482,6

15.870,4

-3.612

-19%

Telemedicina

1.674,4

3.570,84

1.896

113%

21.157

19.441

-1.716

-8%

Tabella 3. Focus sul numero di accessi

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Ogni accesso prevede uno slot di 30 minuti, e richiede l’intervento sia del medico oncologo sia dell’infermiere. Traducendo i 1.716 accessi evitati in termini di tempo risparmiato, si ottiene un totale di 51.475 minuti risparmiati. Valorizzando questo saving organizzativo, si riscontra come il risparmio complessivo in termini di effort professionale sia pari a 54.563,29 euro. Questo dato rappresenta un primo indicatore economico del potenziale vantaggio associato all’adozione del modello di telemonitoraggio rispetto alla gestione tradizionale in DH, contribuendo alla sostenibilità del sistema attraverso una razionalizzazione delle risorse umane.

Ultimo dominio indagato è la percezione dei professionisti: come illustrato nella sezione metodologica, è stato somministrato un questionario qualitativo a 40 professionisti che lavorano nell’area oncologica. Di questi, il 90% ha risposto interamente riducendo il campione a 36 soggetti, aventi una età media 35 anni e una anzianità di servizio di 11 anni.

Tutti i professionisti intervistati hanno dichiarato di non aver ricevuto una formazione adeguata sull’uso delle piattaforme digitali, né di avere esperienze pregresse con strumenti di telemedicina. Questo evidenzia una lacuna significativa nei percorsi formativi aziendali, che risultano scarsi o assenti.

Per quanto concerne l’accesso digitale di pazienti e caregiver, solo il 12% degli operatori ritiene che i pazienti abbiano accesso diretto a una rete internet stabile, mentre il 90% ritiene che i caregiver possano supplire a questa mancanza. Questo suggerisce che, pur in presenza di un digital divide generazionale, il coinvolgimento dei caregiver può rappresentare una leva abilitante per l’accesso alla telemedicina.

In linea generale il 70% si sente a proprio agio nel prendere decisioni cliniche via telemedicina, a patto che vi siano buone condizioni comunicative e ambientali. Tuttavia, il 100% del campione esprime incertezza rispetto alla possibilità che la telemedicina offra un’assistenza equivalente alla visita in presenza, soprattutto per il valore attribuito all’empatia e alla relazione diretta nel primo incontro. L’80% giudica inadeguata l’infrastruttura tecnologica aziendale, pur ritenendo nel 90% dei casi che sia possibile gestire efficacemente i pazienti a distanza.

Tutti i partecipanti percepiscono un risparmio di tempo grazie alla telemedicina (60% molto, 40% abbastanza). L’80% ritiene che favorisca un accesso più rapido alle cure, soprattutto per consulti brevi o follow-up. Il 75% è incerto sulle limitazioni diagnostiche, mentre nessuno ritiene che la telemedicina aumenti il carico di lavoro, anche grazie alla riduzione della burocrazia tramite digitalizzazione dei dati. Inoltre, il 75% ritiene che possa migliorare la qualità dell’assistenza al paziente. Tutti sono favorevoli all’implementazione della telemedicina nel progetto Homcology, considerandola adatta per pazienti domiciliari.

Conclusioni

Per approfondire il valore aggiunto dell’implementazione della telemedicina nel progetto Homcology, è utile ricorrere a una lettura in chiave strategica attraverso l’analisi SWOT, che consente di mettere in luce punti di forza, debolezza, opportunità e minacce associati a questo cambiamento organizzativo.

Tra i principali punti di forza, la telemedicina si distingue per la sua capacità di migliorare l’accessibilità alle cure, riducendo le tempistiche di attesa e aumentando l’efficienza dei servizi sanitari. Il monitoraggio continuo consente una gestione più tempestiva e personalizzata dei pazienti, favorendo una maggiore aderenza terapeutica e permettendo agli operatori sanitari di intervenire con raccomandazioni più frequenti e mirate. A questo si aggiunge la significativa riduzione dei costi legati al personale, agli spostamenti e ai ricoveri ospedalieri, nonché la grande adattabilità della telemedicina, che può essere impiegata in contesti e per bisogni molto differenti.

Sul fronte delle debolezze, emerge l’elevata dipendenza dalla tecnologia: l’efficacia dell’intervento è strettamente legata alla disponibilità di infrastrutture digitali adeguate e alla capacità di utilizzo da parte di utenti e operatori. Inoltre, permangono alcune limitazioni cliniche, come l’impossibilità di effettuare esami obiettivi o di instaurare un rapporto empatico attraverso il contatto diretto, aspetti che possono influenzare negativamente la qualità percepita dell’assistenza. È inoltre necessario prevedere interventi formativi per professionisti e pazienti, al fine di rafforzare le competenze digitali e garantire un uso consapevole ed efficace degli strumenti. Un’ulteriore criticità è rappresentata dalla difficoltà di integrazione della telemedicina con i sistemi informativi sanitari esistenti, ostacolando una piena interoperabilità dei dati.

Le opportunità che si aprono con l’adozione della telemedicina sono molteplici. Essa contribuisce a un approccio più sostenibile e “green”, riducendo l’impatto ambientale derivante dagli spostamenti e dalle strutture fisiche. Offre inoltre nuove possibilità per la promozione e la prevenzione della salute, rendendo più costante la presenza del sistema sanitario nella vita del paziente e favorendo una maggiore consapevolezza e aderenza alle cure. L’integrazione con applicazioni per la salute e con altri strumenti digitali amplia il campo d’azione, favorendo anche l’espansione del mercato e l’innovazione nei modelli di servizio. Infine, la telemedicina si allinea perfettamente con le direttrici del PNRR, in particolare con il pilastro dedicato alla digitalizzazione e all’innovazione in sanità.

Non mancano tuttavia alcune minacce. Tra queste, la resistenza al cambiamento sia da parte dei professionisti sanitari che dei pazienti, che potrebbero mostrare riluttanza ad affidarsi a modalità di assistenza virtuale. Le problematiche legate alla cybersecurity – in particolare la protezione dei dati e della privacy – rappresentano un rischio concreto, così come la mancanza di uniformità normativa tra diversi contesti nazionali, che può ostacolare una diffusione omogenea del modello. Infine, l’incertezza economica e l’assenza, in alcuni casi, di modelli di rimborso strutturati rendono più complesso l’avvio del progetto, soprattutto in fase iniziale, quando gli investimenti sono consistenti.

In conclusione, l’analisi evidenzia come l’integrazione della telemedicina nel progetto Homcology rappresenti una soluzione efficace per rafforzare l’assistenza domiciliare oncologica. Non si tratta solo di una risposta concreta alle sfide attuali, ma anche di un’evoluzione coerente con una visione futura della sanità, orientata a un sistema più equilibrato, resiliente e capace di adattarsi ai bisogni di salute di una popolazione in continua trasformazione.

Bibliografia

Indagine SIMEU: serve una riforma strutturale dell’intera rete dell’Emergenza-Urgenza

SIMEU, La Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza ha appena concluso un’indagine con l’obiettivo di fotografare la reale situazione del personale medico che opera attualmente nei Pronto Soccorso italiani sotto il profilo quantitativo e qualitativo.

Hanno partecipato all’indagine i Direttori di 153 strutture di Medicina d’Emergenza Urgenza distribuite sul territorio nazionale, corrispondenti a oltre 7.000.000 di accessi nel 2024, pari a più del 37% del totale degli accessi di Pronto Soccorso (circa 19.000.000 nel 2024).

Il campione esaminato è composto per il 26% da DEA di II livello, per il 57% da DEA di I livello, e per il 17% da Pronto Soccorso.

Il campione è rappresentativo per numerosità e qualità ma i dati che ne emergono potrebbero essere sottostimati a causa della minor presenza nel campione delle strutture più piccole, più periferiche, con difficoltà operative maggiori rispetto a strutture più centrali e di maggiori dimensioni, che sono state meno raggiungibili dall’indagine.

La società scientifica ritiene che le proiezioni riportate di seguito riproducano con fedeltà e prudenza l’attuale realtà delle strutture dell’Emergenza Urgenza ospedaliera italiana.

Copertura degli organici con medici dipendenti dal SSN

Rispetto al totale dei Dirigenti Medici necessari al corretto funzionamento dei reparti:

  • solo il 62% è coperto con Dirigenti dipendenti del SSN
  • il restante 38% è coperto da altre figure professionali o del tutto scoperto

Proiettando i dati sul totale nazionale emerge che a fronte di circa 9.000 medici necessari solo 5.500 sono presenti: mancano non meno di 3.500 Dirigenti Medici.

Secondo Alessandro Riccardi, Presidente nazionale SIMEU: «Il dato è in linea con precedenti rilevazioni di SIMEU ed è certamente sottostimato per varie ragioni. Tra le principali le maggiori carenze accusate da strutture più piccole che sfuggono alla rilevazione odierna. Si osserva inoltre che le esigenze variano in funzione della presenza o meno di letti di degenza all’interno delle strutture – Medicina d’Urgenza e Terapia Semintensiva – che non sono incluse in questa indagine. Il 38% di carenze organiche è comunque un dato pesantissimo, che ripropone il tema della qualità e dell’attrattività del lavoro in Medicina d’Emergenza Urgenza».

La carenza di medici calcolata è pari a

  • 25% nei DEA di II livello
  • 43% nei DEA di I livello
  • 55% nelle strutture di Pronto Soccorso

Inoltre il dato da non sottovalutare è che, sotto il profilo della distribuzione geografica, le carenze si rivelano pari al 36% nelle regioni settentrionali e non inferiori al 42%, con punte decisamente più alte, nel resto d’Italia.

Secondo Mirko Di Capua, Segretario nazionale SIMEU: «In termini assoluti le carenze maggiori si registrano nei DEA di II livello, che hanno necessità di organici ben più numerosi. Ma il dato percentuale, enorme, delle carenze nelle strutture più periferiche rivela una condizione allarmante: la rete dell’Emergenza Urgenza dovrebbe necessariamente essere capillare e molto efficiente anche in periferia, dove invece le difficoltà in termini di governo delle strutture ed erogazione del servizio si stanno rivelando tremende».

Giovanni Noto dell’Ufficio di presidenza nazionale SIMEU, aggiunge: «Ancora una volta si pone un tema cruciale di equità del servizio, che coinvolge pesantemente le regioni meridionali e le aree interne».

Nel campione esaminato circa il 20% dei Dirigenti medici attualmente in servizio è rappresentato da specialisti in Medicina d’Emergenza Urgenza: su questo punto si segnala la verosimile sovrastima del dato, se proiettato a livello nazionale, a causa delle già descritte limitazioni.

Il 9,5% dei Dirigenti dipendenti del SSN è costituito da specializzandi MEU assunti secondo il decreto Calabria, mentre il 2% da specializzandi assunti secondo l’articolo 2-ter.

Alessandra Iorfida, Coordinatrice Area Specializzandi della società scientifica, commenta: «Il fatto che circa il 12% della forza lavoro nei Pronto Soccorso sia oggi costituito da specializzandi con contratto di dipendenza a tempo pieno dal SSN non può più essere ignorato: è il segnale evidente che l’attuale modello di formazione post-laurea è superato. Serve una riforma strutturale».

Come viene coperta la carenza di medici dipendenti dal SSN

I dati che seguono si riferiscono al totale delle carenze del 38% dei Dirigenti Medici mancanti per il corretto funzionamento dei reparti. Tale valore rapportato a 100 viene descritto attraverso le soluzioni messe in campo nella tabella che segue:

Tipologie di contratti% carenze% necessità organiche totali
Equivalenti medici” forniti da società di servizi (cooperative)18%7%
Medici con contratto libero-professionale stipulato direttamente con le Aziende16%6%
Prestazioni aggiuntive fornite da Dirigenti Medici strutturati15%6%
Specializzandi con contratto libero -professionale8%3%

Dall’analisi, sintetizzata nella tabella, emerge con forte evidenza che solo il 57% delle carenze (somma dei singoli valori) viene coperto attraverso soluzioni contrattuali di vario tipo, mentre non risultano soluzioni per il restante 43% delle necessità.

Tale quota – pari al 17% dei bisogni di organico totali – è coperta con turni straordinari dei Dirigenti Medici non inclusi nelle prestazioni aggiuntive o semplicemente lasciata scoperta, producendo un ulteriore aggravio di lavoro sui medici del SSN che lavorano in turni numericamente insufficienti.

Secondo Fabio De Iaco, Past president SIMEU: «Il dato del 17% di necessità non coperte, nonostante tutte le soluzioni messe in campo, descrive bene l’affanno nel quale continuano a operare i Pronto Soccorso nazionali.  A questa condizione di base si sovrappone il noto fenomeno del boarding, che produce a sua volta un netto incremento del carico lavorativo per ogni Dirigente medico in quanto assorbe il 30% – 40% delle risorse interne ai Pronto Soccorso. Le conseguenze in termini di disagio dei pazienti e di stress psico-fisico degli operatori sono evidenti a tutti».

Cooperative e società di servizi

Le società di servizi, comunemente note come Cooperative, sono presenti nel 32% del campione, diffuse su tutto il territorio nazionale: uniche regioni che non fanno ricorso a cooperative: Sicilia e Toscana.

Pur in una sensibile variabilità locale, sulla media nazionale le cooperative forniscono un numero di “equivalenti medici” – ossia numero virtuale di medici calcolato sulla base delle ore fornite – pari al 18% delle carenze e al 7% del totale delle necessità di organico.

Gli “equivalenti medici” sono stati calcolati rapportando il numero di ore di turno mediamente coperto dai medici delle cooperative con l’orario di servizio di un Dirigente Medico dipendente del SSN.

È stato calcolato come, in ottemperanza alle attuali indicazioni, i contratti delle Aziende con le Cooperative saranno in scadenza:

  • nel 42% dei casi entro i prossimi 3 mesi
  • nel 26% dei casi entro i prossimi 6 mesi
  • nel 32% dei casi entro i 12 mesi

La Coordinatrice nazionale Area infermieristica di SIMEU Antonella Cocorocchio rileva: «A livello nazionale una struttura su tre fa ancora ricorso alle cooperative nonostante i correttivi apportati dal Governo. Si pone il problema – in alcuni casi urgentissimo – di capire come sopperire alle esigenze che inevitabilmente si creeranno in vista della non prorogabilità dei contratti stabilita per decreto. La scadenza dei contratti, in molti casi imminente, apre scenari di ulteriore incertezza cui sarebbe davvero necessario dare risposte in tempi brevissimi».

Altre soluzioni contrattuali

I dati emersi dall’indagine, indicati nella tabella precedentemente allegata, dimostrano la frammentazione delle soluzioni contrattuali messe in campo per fronteggiare le carenze organiche.

  • Le società di servizi (Cooperative) apportano un contributo medio (18%) che è di poco superiore ad altre due fattispecie, quella dei libero-professionisti con contratto stipulato direttamente con le aziende e quella delle prestazioni aggiuntive eseguite da Dirigenti dipendenti del SSN.
  • I contratti libero-professionali provvedono alla copertura del 16% delle carenze organiche: va sottolineato che ogni singolo contratto vale mediamente, in termini orari, il 40% del servizio garantito da un Dirigente dipendente. In pratica si può affermare che, per sostituire la carenza di un Dirigente interno al SSN servono due medici e mezzo con contratto libero professionale.
  • Le prestazioni aggiuntive eseguite da Dirigenti dipendenti del SSN, che provvedono a coprire il 15% delle carenze, sono garantite per il 72% da Dirigenti interni, appartenenti alla stessa struttura di Medicina d’Emergenza Urgenza, e per il 28% da esterni, provenienti da altre strutture.
  • L’apporto dei medici Specializzandi in libera professione si rivela inevitabilmente inferiore, in termini orari, rispetto ad altre soluzioni, e comunque provvede alla copertura dell’8% delle carenze, corrispondente al 3% delle necessità totali. Dal nostro punto di vista la possibilità della libera professione per gli specializzandi, messa in campo da un paio d’anni, è positiva soprattutto sotto il profilo del progressivo avviamento alla professione dei medici in formazione post-laurea e andrebbe ulteriormente potenziata.

Mario Guarino, Vice-presidente nazionale SIMEU, afferma che «la frammentazione delle figure professionali chiamate ad agire all’interno dei Pronto Soccorso rende estremamente difficile – impossibile in molti casi – provvedere a un corretto governo delle strutture e soprattutto garantire lo stesso livello di assistenza e cura in tutti i momenti dell’attività. Pur avendo chiaro l’obiettivo di riportare l’Emergenza-Urgenza nell’esclusiva competenza degli operatori del SSN e agli specialisti MEU, allo stato attuale in mancanza di un progetto di correzione strutturale e operativa ragionato, purtroppo non siamo in grado di privarci di nessuna delle componenti che concorrono al servizio».

Chi è il disability manager e perché è sempre più necessario

Una figura professionale che nasce con l’obiettivo di garantire piena inclusione e accessibilità alle persone con disabilità, superando ostacoli e barriere in ogni ambito della vita quotidiana e sociale. Dal lavoro alla scuola, dalla sanità agli spazi pubblici e culturali, fino al tempo libero. La sua funzione è individuare e rimuovere non solo barriere architettoniche, ma anche sensoriali, cognitive, organizzative e culturali, per promuovere l’autonomia e tutelare la dignità di ogni persona. Non si tratta di un ruolo assistenziale, ma di una figura strategica che lavora in modo trasversale e multidisciplinare, dialogando con amministrazioni, aziende, progettisti ed enti culturali e sanitari per sviluppare soluzioni inclusive e durature.

In Italia manca ancora una normativa completa per il disability manager che, però, sta acquisendo sempre più riconoscimento grazie a protocolli, regolamenti regionali e iniziative locali. I principali riferimenti normativi risalgono alla Legge 104/1992, che stabilisce il principio di abbattimento delle barriere per garantire i diritti delle persone con disabilità, e alla Legge 67/2006 che rafforza la tutela contro ogni forma di discriminazione. Alcune regioni, tra cui Lazio, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, hanno avviato percorsi formativi e riconoscimenti ufficiali, ispirandosi alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall’Italia con Legge 18/2009). Sul piano professionale, rientra nelle professioni non regolamentate riconosciute dalla Legge 4/2013, che tutela le attività professionali non organizzate in ordini o collegi, purché svolte con competenza, trasparenza e responsabilità.

SIDiMa (Società Italiana Disability Manager) e di AIDiMa (Associazione Italiana Disability Manager), sono le prime realtà a lanciare e a promuovere in Italia, dal 2011, la figura dei disability manager, anche con il supporto di reti formative come DIMA (Disability Management Academy). L’obiettivo è consolidare una cultura professionale strutturata che comprende percorsi formativi certificati, esperienze sul campo e collaborazioni con enti locali, aziende e università. In particolare, AIDIMa ha istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico e la Presidenza del Consiglio dei Ministri un albo professionale dei Disability Manager (ai sensi della legge 4 del 2013).

Comuni e inclusione

Nel mese di giugno, a Padova, è stato siglato un Protocollo d’Intesa tra Anci Veneto e SIDiMa per promuovere politiche inclusive nei comuni trevigiani. L’accordo mira a valorizzare la figura del disability manager negli enti locali, superando una visione limitata al solo ambito lavorativo per promuovere, invece, una partecipazione trasversale e diffusa nei servizi pubblici, nella cultura, nel turismo e nella vita quotidiana. Il protocollo prevede azioni concrete di informazione, formazione e supporto, con l’istituzione di un Tavolo Tecnico Congiunto per monitorare le attività, sviluppare nuovi progetti e verificarne i risultati. L’obiettivo è creare un modello replicabile che contribuisca a costruire sul territorio una rete stabile di professionisti qualificati, diffondendo una cultura dell’inclusione concreta, partecipata e condivisa.

TrendSanità ne ha parlato con Rodolfo Dalla Mora, presidente nazionale di SIDiMa e AIDiMa.

Cosa fa concretamente un disability manager e dove opera?

Rodolfo Dalla Mora

«È un facilitatore, una figura professionale che, attraverso un percorso formativo dedicato, acquisisce competenze specifiche e sviluppa un ambito di intervento all’interno della propria professione di base. Mi spiego meglio. Io, ad esempio, sono un architetto, ma tra i nostri iscritti alla Disability Management Academy ci sono anche avvocati, educatori, medici, Terapisti occupazionali, assistenti sociali e architetti, figure molto diverse, tutte con una propria formazione e iscrizione all’albo professionale. Dico questo perché il disability management non è una professione a sé, ma una competenza specialistica che si innesta in una professionalità esistente.

Nel mio caso, ho seguito diversi percorsi di specializzazione, un master in Disability Management presso l’Università Tor Vergata di Roma, altri in Bioetica e Tecnologie assistive, un altro in biotecnologie e così via. Mi occupo di questi temi da oltre 35 anni. Svolgo la mia attività come architetto, collaborando con enti pubblici e in particolare con il Comune di Treviso, dove sono anche disability manager. Ma opero anche in ambito sanitario, che è forse l’aspetto meno noto. Da oltre 20 anni, infatti, lavoro come disability manager presso un ospedale riabilitativo di alta specializzazione, l’Ospedale di Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Lì sono responsabile dell’ufficio accessibilità e del servizio CAD, cioè il Centro per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico».

Che tipo di supporto offre?

«I pazienti che seguiamo possono restare ricoverati anche per lunghi periodi, da un mese a un anno. Si tratta spesso di persone con disabilità complesse. Il mio lavoro consiste nell’interfacciarmi con l’équipe riabilitativa, medici, fisioterapisti, terapisti occupazionali, psicologi, per capire quale sarà il percorso di recupero della persona. Poi tradurre tutto questo in soluzioni pratiche: adattamenti ambientali, percorsi per la mobilità assistita o autonoma, fino al supporto per il conseguimento della patente. Ma, soprattutto, il disability manager è un costruttore di reti. Reti territoriali e reti tra servizi e istituzioni. Per questo nel 2020 abbiamo anche redatto un Manifesto del Disability Manager».

In che modo è una figura trasversale?

«Solitamente si considera legata all’ambito lavorativo, anche a livello normativo. È vero, può operare anche nel contesto aziendale, ma non è un ruolo esclusivamente legato all’inclusione lavorativa. È un facilitatore della disabilità e proprio per questo deve poter agire in maniera trasversale, in tanti ambienti diversi. Le faccio un esempio: quando realizziamo adattamenti ragionevoli per una persona, non lo facciamo solo pensando all’ambiente di lavoro, ma lo facciamo in tutti gli ambiti della vita quotidiana, casa, scuola, ospedale, tempo libero, viaggi, musei, ecc. ».

Chi volesse formarsi per diventare disability manager, che percorso deve seguire?

«Il fatto che la figura non sia ancora normata, significa che non esiste un percorso formativo ufficiale, riconosciuto a livello nazionale, né un profilo professionale unico. Tuttavia, esistono diversi enti accreditati, università e istituzioni che organizzano corsi, master e percorsi formativi, più o meno strutturati, su questi temi. All’interno di AIDiMa e DIMA, ad esempio, abbiamo stabilito dei criteri minimi per l’iscrizione. Per accedere è necessario aver seguito almeno 80 ore di formazione specifica. Sul nostro sito si può trovare l’elenco delle persone iscritte, ognuna delle quali riceve un numero progressivo di iscrizione, più un codice con una lettera che identifica il tipo di percorso formativo effettuato. Dico questo perché purtroppo, oggi, c’è un vero e proprio pullulare di proposte formative, alcune delle quali sono davvero al limite della decenza, con corsi di appena 12 ore, massimo 40».

I vostri percorsi formativi, invece, quanti ne prevedono e quali sono i requisiti di accesso?

«Partono da un minimo di 80 ore, che è il requisito base per l’iscrizione all’albo, e arrivano anche a 200 o 250 ore. Inoltre, collaboriamo con una decina di università italiane e i percorsi hanno diversi livelli di approfondimento. All’interno del percorso formativo di DIMA abbiamo anche moduli obbligatori con crediti formativi, proprio per garantire una formazione continua e strutturata. Quanto ai requisiti, occorre almeno una laurea triennale. È il titolo minimo per accedere alla formazione e poi all’albo».

In quali settori un disability manager può trovare più facilmente occupazione?

«Gli ambiti sono i più diversi. Tra chi frequenta i nostri corsi, ci sono persone che lavorano in cooperative sociali, in aziende, nel settore della sanità, oppure si occupano di accessibilità digitale. Ultimamente, sta crescendo l’interesse delle aziende, quindi nell’ambito professionale, ma in azienda, da solo, il disability manager non può fare molto, va inserito in un team. Per questo i nostri percorsi prevedono moduli specifici.

Non ci limitiamo a spiegare la Legge 68 sul collocamento mirato, ma affrontiamo anche temi come progettazione universale, accessibilità e comunicazione inclusiva

C’è una cosa importante da dire: tutti i nostri docenti sono disability manager operativi, non teorici. Non facciamo “lezioni frontali”, condividiamo esperienze di chi lavora davvero sul campo. Abbiamo anche lanciato una collana editoriale che si chiama “Per una nuova cultura della disabilità”. Non ci guadagniamo nulla, ma ci teniamo molto a promuovere questa cultura, a livello divulgativo e professionale».

Esiste una rete europea dei disability manager?

«Non ancora. Ogni Paese ha un’impostazione diversa. Ad esempio, in Germania il disability manager è associato più alla tutela assicurativa del lavoratore, quindi segue le indennità e gli infortuni. Se guardiamo al Canada, invece, è più integrato nelle aziende, sul piano organizzativo. In Italia, invece, stiamo puntando molto sul versante sanitario».

In cosa consiste il lavoro quotidiano di un disability manager?

«Si lavora sul campo, in relazione diretta con le persone. Faccio un esempio, semplice ma chiaro. Come ho detto, sono disability manager sia del Comune di Treviso, sia dell’Ospedale di Motta di Livenza. Nel primo caso, lavoro su una scala comunitaria, faccio progettazione partecipata, interventi che riguardano la città, i servizi, la mobilità, l’accessibilità urbana.
In ospedale, invece, il mio lavoro è sartoriale, cucito su misura sui bisogni specifici della persona. Mi occupo di soluzioni personalizzate in base al grado di autonomia, alle capacità residue, al contesto domestico e sociale in cui quella persona tornerà a vivere. Sono due approcci completamente diversi ma necessari».

CCW dà il via alla prima indagine sulla prescrizione sociale di attività artistiche e culturali in Italia

Il Cultural Welfare Center dà il via alla prima indagine sulla prescrizione sociale di attività artistiche e culturali in Italia. La rilevazione ha l’obiettivo di delineare il panorama attuale delle iniziative italiane che, su indicazione di medici, psicologi, e altri operatori sanitari, integrano pratiche artistiche e culturali nei percorsi di prevenzione e cura, contribuendo al ben-essere e alla salute delle persone.

Possono partecipare enti e operatori dei settori artistico, culturale, sanitario, educativo e sociale, Pubbliche amministrazioni e investitori sociali che abbiano già sperimentato – o intendano sperimentare – l’inserimento di attività artistiche e culturali nei propri programmi attraverso una logica di prescrizione sociale, con la messa a sistema delle risorse di comunità consigliate dal mondo sanitario per promuovere la salute.

La prescrizione sociale, consolidata da anni in Paesi come il Regno Unito, è un approccio centrato sulla persona che mira a promuovere la salute e la coesione sociale, indirizzando le persone verso attività che – pur non essendo di natura clinica – hanno un impatto positivo sul ben-essere, come laboratori creativi, visite museali, teatro, lettura, musica. Questo modello di assistenza personalizzato e centrato sulla persona può contribuire ad alleggerire le pressioni sul sistema sanitario, come dimostrano numerosi studi.

In Italia la prescrizione sociale della cultura e dell’arte è ancora in fase sperimentale e frammentata, e raccogliere dati e pratiche è esserziale per:

  • comprendere le diverse forme in cui la prescrizione sociale si declina;
  • fare emergere obiettivi, modalità operative e risultati;
  • sostenere lo sviluppo;
  • costruire una base solida per politiche e interventi sistemici

Per partecipare, basta compilare un questionario online entro il 30 settembre: la partecipazione richiede circa 20 minuti e le risposte saranno trattate in forma anonima e confidenziale. L’indagine rientra in un progetto di ricerca del Cultural Welfare Center, grazie alla collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo – Obiettivo Cultura, Missione Favorire partecipazione attiva.


Insediato il nuovo Consiglio Superiore di Sanità: Alberto Siracusano alla presidenza

Si è insediato oggi, 8 luglio 2025, alla Presenza del Ministro della Salute Orazio Schillaci, il nuovo Consiglio superiore di sanità per il triennio 2025-2028.

«Il Consiglio Superiore di Sanità rappresenta, da sempre, un pilastro della sanità italiana e un riferimento per tutto il sistema sanitario nazionale. L’attuale Consiglio ne è una conferma e garantisce elevati profili scientifici e professionali. A tutti i membri del Consiglio auguro buon lavoro», ha detto il Ministro Schillaci aprendo la seduta di insediamento.

Nel corso del suo intervento il Ministro ha ricordato la rilevanza dell’attività del Consiglio Superiore di Sanità attraverso la formulazione di proposte e pareri in aree della sanità pubblica di grande interesse e impatto sulla salute e la vita dei cittadini.

«Non mancherà il supporto delle strutture ministeriali e degli altri componenti di diritto del Consiglio – ha aggiunto il Ministro – Inoltre, in conformità alla normativa di riferimento, provvederò a predisporre un elenco di esperti per le aree tematiche non rappresentate nella composizione del Consiglio».

La riunione è proseguita con la designazione per acclamazione a Presidente del Consiglio Superiore di Sanità di Alberto Siracusano, affiancato da Annamaria Colao e da Alberto Mantovani, in qualità di vicepresidenti.

«Ringrazio l’assemblea per l’incarico che mi è stato assegnato – dichiara Alberto Siracusano -. Con il supporto prezioso dei vicepresidenti, due eccellenze della medicina, lavoreremo insieme al Consiglio per dare il nostro contributo a tutela della salute pubblica, in un’ottica One Health, anche con attenzione alla salute mentale per una visione più ampia e inclusiva della sanità».

Il Consiglio Superiore di Sanità è il massimo organo tecnico consultivo del Ministero della Salute e si compone di membri di diritto e di 30 membri non di diritto nominati dal Ministro della Salute.