In occasione della visita in Italia della Vicepresidente Esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, Henna Virkkunen, Anitec-Assinform – l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese italiane dell’Information Technology – ha lanciato un appello per lo stop the clock all’AI Act, il rinvio dell’applicazione del nuovo regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.
Il settore digitale italiano rappresenta un pilastro dell’economia nazionale, con un valore di mercato complessivo di quasi 82 miliardi di euro e circa 700.000 addetti. All’interno di questo ecosistema, il mercato dell’intelligenza artificiale ha segnato una crescita particolarmente rilevante, raggiungendo nel 2024 i 935,1 milioni di euro, con un aumento del 38,7% rispetto al 2023 (fonte: “Il Digitale in Italia 2025” – Anitec-Assinform e NetConsulting cube). Un ritmo di crescita di gran lunga superiore a quello del PIL nazionale.
L’AI Act è un passo importante, ma i nuovi profili di compliance che prevede sono senza precedenti, e le imprese chiedono più tempo per adottarli efficacemente
Questo slancio si confronta con una crescente complessità normativa, che rischia di rallentare innovazione e investimenti, soprattutto per le PMI. Anitec-Assinform segnala la criticità dell’entrata in vigore dell’AI Act senza che le imprese possano essersi adeguate agli standard tecnici, attesi – secondo CEN-CENELEC – non prima dei primi mesi del 2026.
Massimo Dal Checco, Presidente di Anitec-Assinform, sottolinea:“L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui le imprese lavorano e competono. In questa fase è fondamentale garantire alle aziende un quadro normativo stabile e comprensibile, soprattutto per le PMI. L’AI Act è un passo importante, ma i nuovi profili di compliance che prevede sono senza precedenti, e le imprese hanno bisogno di più tempo per adottarli efficacemente. Chiediamo che l’applicabilità degli obblighi previsti dal Regolamento sia rinviata di due anni: senza questa gradualità, rischiamo di frenare la competitività europea proprio in una fase di grande sviluppo per l’AI”.
Con questo appello, Anitec-Assinform rinnova la propria disponibilità al dialogo con le istituzioni europee, per promuovere una normativa più chiara, proporzionata e concretamente applicabile, in grado di sostenere la crescita dell’ecosistema digitale italiano ed europeo.
Un semplice prelievo di sangue potrebbe rivoluzionare la diagnosi dell’Alzheimer. La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato a maggio la commercializzazione del primo test in vitro capace di rilevare nel plasma due biomarcatori (pTau217 e β-amiloide 1-42) utili a identificare precocemente le placche amiloidi tipiche della malattia. Si chiama Lumipulse G pTau217/ß-Amyloid 1-42 Plasma Ratio ed è destinato a persone di età pari o superiore a 55 anni che mostrano sintomi compatibili con un declino cognitivo.
Si tratta di un’innovazione che rappresenta un passo importante verso una diagnosi più accessibile, rapida e meno invasiva. A differenza delle indagini tradizionali, come la PET cerebrale o l’analisi del liquido cerebrospinale tramite puntura lombare, il nuovo test richiede solo un campione di sangue. Con circa 7 milioni di persone affette da Alzheimer negli Stati Uniti, una cifra destinata a raddoppiare entro il 2050, l’approvazione di strumenti diagnostici più semplici da usare e disponibili nei contesti specialistici potrebbe avere un impatto significativo sulla presa in carico precoce della malattia.
Alessandro Stefani
Ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Stefani, Professore Associato di Clinica Neurologica e Responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale della Malattia del Parkinson del Policlinico Tor Vergata di Roma, autore del volume “Cervelli da buttare?”.
In che modo il nuovo test migliora la diagnosi precoce dell’Alzheimer rispetto alle PET scan o alla puntura lombare?
«Da circa due anni i centri accademici e industriali più agguerriti stanno sondando la credibilità dei test diagnostici sul sangue. Se cioè sia credibile che, con un banale prelievo, nulla di diverso di quanto facciamo, ad esempio, per la glicemia o la colesterolemia, diventi agevole determinare la concentrazione di biomarcatori specifici predettivi di demenza tipo Alzheimer. Ricordiamo che ciò non sarebbe neppure lontanamente immaginabile se decenni di lavori su altri liquidi biologici (il liquor ottenuto previa puntura lombare) o con imaging dedicato (PET) non avessero svelato, cioè marcato, gli indicatori attuali o premonitori della neuro-degenerazione.
Ma non sfuggo alla domanda: cosa aggiungono i nuovi test plasmatici? Poco, giacché non dobbiamo misconoscere l’autorevolezza raggiunta dai test sul liquido cerebrospinale. Chi lavora nel campo, siano neuroscienziati, biologi o clinici, riconosce lo sforzo immenso praticato dai primi anni 2000 e la fatica nel raggiungere, da alcuni anni, efficienza di analisi, superamento di errori, qualità della diagnostica. Al punto che il rapporto tra gli oligomeri liberi di Abeta amyloid 1-42 e 1-40, nel liquido cerebrospinale, identifica già circa il 90% dei probabili Alzheimer, anche prima di una franca esplosione dei deficit.
Il test del sangue potrebbe rendere la diagnosi dell’Alzheimer più semplice, senza patemi d’animo per la lombare o il contrasto PET, e in assenza di ricoveri
Ma allora sarebbero inutili? Niente affatto. Come migliora la diagnosi? La filosofia sottesa è simile a quanto già detto: cogliere, cioè, alterazioni in quelle proteine chiave, o almeno le più note ad oggi, del processo degenerativo. La novità sta nel farlo in modo semplice (senza patemi d’animo per la lombare o il contrasto PET, e in assenza di ricoveri, riposo obbligato ecc.) e relativamente economico. Quindi, le novità detengono un certo grado di razionalità».
Qual è l’accuratezza clinica del test? E cosa significa avere un 92 % di sensibilità nei positivi e un 97 % di specificità nei negativi?
«Sono numeri impressionanti, è indiscutibile; significa che il 92% dei soggetti analizzati è correttamente inquadrato come Alzheimer, mentre (specificità del 97%) il rischio di falsi positivi (Alzheimer che poi non si conferma tale) sarebbe prossimo allo zero. Serve però cautela, nonostante siano stati reclutati quasi 500 soggetti (e dopo i primi 50 descritti da Quaresima et al., nel 2024). Simili dati vanno replicati anche da laboratori alternativi. Sempre vigilando sui criteri di inclusione».
Chi può sottoporsi al test? È utile anche per chi non ha sintomi o per l’Alzheimer in fase precoce?
«Un obiettivo implicito, alla luce della semplicità del prelievo, sarebbe quello di trasformare il percorso diagnostico, farlo diventare una sorta di routine test di screening su vaste popolazioni. Ma si intuisce che ciò richiederebbe uno sforzo organizzativo ed economico che fa tremare i polsi, oltre ad una condivisione sociale poco immaginabile. L’estensione di questi test in fasi addirittura precliniche potrebbe sposarsi con la somministrazione anticipata dei farmaci biologici, degli anticorpi anti-amiloide di fatto disponibili a breve. Anche in tale contesto, serve prudenza. I farmaci in oggetto comportano rischi e richiedono una disciplina assai stringente. Senza contare i costi.
Una chance potrebbe essere quella di concentrare i test predetti su soggetti a rischio per acclarata famigliarità, posto consenso dei malati in fieri. Altro corollario è che, ammesso che i test su plasma raggiungono credibilità analoga ai CSF, saranno ovviamente utili anche per molecole differenti dalle predette, per progetti ancora in fase II-III (preclinica)».
Cosa ne pensano i neurologi?
«La domanda è se esiste un counter-argument. Argomenti cioè in grado di contrastare la fascinazione per i nuovi approcci. Certamente: in primo luogo, i più promettenti test su sangue, a nostra esperienza, fino a ieri, riguardano la fosforilazione tau, segnatamente la cosiddetta p-tau181 e, in minor misura la p-tau231. Niente di pregiudizievole, in apparenza, ma si consideri che la compromissione tau, nel percorso del danno cerebrale nell’Alzheimer, avverrebbe dopo il teorico primum movens amiloideo, forse a cose fatte. In altre parole, i test del sangue sarebbero più una solida conferma che un ausilio davvero precoce e predittivo.
Attenzione ai rischi etici di uno screening troppo anticipato
In secondo luogo, a fronte dei giganteschi investimenti sul tema, la promessa di una diagnosi super-precoce non si riflette necessariamente in una nostra abilità di intervento terapeutico. Gli scettici ritengono che potrebbe estendersi il gap, la distanza, tra una diagnosi pressoché biochimica di mero rischio di sviluppare Alzheimer e l’effettiva reale manifestazione di una demenza con ricadute funzionali. Non condivido, a mio parere, quanto detto dal commissario FDA Martin A. Makary: “la malattia di Alzheimer colpisce troppe persone, più del cancro al seno e alla prostata messi insieme. Sapendo che il 10% delle persone con più di 65 anni è affetto da Alzheimer e che entro il 2050 questa percentuale è destinata a raddoppiare, spero che nuovi strumenti medici come questo possano davvero aiutare chi ne è colpito”».
Quali sono i rischi associati? Cosa comportano eventuali risultati “falsi positivi” o “falsi negativi”?
«I rischi sembrano davvero modesti. Chi affronta questi test, ad oggi, è un soggetto con un sospetto già in corso di processo dementigeno. Come recitano i comunicati FDA in review al Lumipulse G pTau217/ß-Amyloid 1-42: “Questi risultati indicano che il nuovo esame del sangue è in grado di prevedere con buona affidabilità la presenza o l’assenza della patologia amiloide associata alla malattia di Alzheimer, al momento del test, in persone con compromissione cognitiva. Il test è pensato per pazienti che si presentano in centri specializzati con segni e sintomi di declino cognitivo. I risultati devono essere interpretati insieme ad altre informazioni cliniche sul paziente”.
Altro sarà quando, semmai, i test sul sangue diventassero una specie di screening di massima, un’indagine tesa a riconoscere i cittadini a rischio di sviluppare Alzheimer. Qui sì che anche i pochi falsi positivi solleverebbero temi etici.
Rimane il fatto che una diagnosi precoce non si riflette necessariamente in una nostra abilità di intervento. Sapere in anticipo e poi? A quale scopo?
Gli anticorpi disponibili (negli Stati Uniti) “lavano” via le placche amiloidee e non costa nulla sperare nella disponibilità attesa di nuove molecole con impatto sull’evoluzione della malattia di Alzheimer. Inoltre, una maggiore consapevolezza, un’acquisizione di probabilità elevata di diagnosi dopo blood test positivi potrebbe condurre a stili di vita più consoni, all’eradicazione di quei fattori concausali della demenza, non necessariamente parte integrante della patogenesi, ma potenziali contributi alla senescenza (sedentarietà, fattori vascolari, obesità, ecc.)».
I nuovi test possono davvero sostituire gli esami tradizionali?
«Direi di non buttare il bambino (liquor/PET) con l’acqua sporca. Centri qualificati, con idonea selezione di pazienti, convalidino pienamente i test sul sangue, comparandoli con approcci tradizionali consolidati. Oltre un decennio fa, quando il professor Sergio Bernardini e io introducemmo i primi test liquorali su pazienti Alzheimer del Policlinico Tor Vergata, c’era molto scetticismo. La stessa Società Italiana di Neurologia (e lo dico con cognizione di causa, da segretario della sezione Lazio) manifestava incredulità. Anni dopo, il nostro centro Alzheimer, diretto dal professor Martorana (e coadiuvato dalla dottoressa Motta) ha realizzato una banca dati immensa di test liquorali che consente di studiare, comparando, i test plasmatici.
Attendiamo quindi un’estesa convalida dei test in gioco e non limitiamoci a titoli o annunci mediatici roboanti. Qui il tema vero sarà per cosa saranno utilizzati: riconoscere soggetti a rischio di evoluzione maligna di malattia, quando già il quadro clinico, testato da neurologi competenti, suggerisce la diagnosi? Identificare pazienti che più di altri possano beneficiare di terapie combinate e non solo centrate sulla guerra alla “amiloide cattiva”?
Questo è il nostro compito di neurologi esperti, attenti tanto al progresso scientifico quanto alla farmaco-economia».
La Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI) e la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB) hanno sottoscritto ieri a Roma un protocollo d’intesa che sancisce la collaborazione tra farmacisti e biologi per l’esecuzione dei test diagnostici ematico-capillari attraverso l’impiego di strumentazioni POCT (Point-of-Care-Testing). L’accordo, firmato dal presidente FOFI Andrea Mandelli e dal presidente FNOB Vincenzo D’Anna, e consegnato al Sottosegretario di Stato, On. Marcello Gemmato, ha l’obiettivo di assicurare il più alto livello di qualità, affidabilità e sicurezza nelle prestazioni erogate ai cittadini, valorizzando le specifiche competenze professionali, nell’ottica del rafforzamento della rete assistenziale di prossimità.
L’esecuzione dei test diagnostici POCT da parte dei farmacisti del territorio rientra tra le prestazioni previste nell’ambito della “Farmacia dei servizi”, come disciplinata dal D.lgs. 153/2009, nel rispetto degli standard e dei requisiti strutturali ed organizzativi previsti dalla vigente Convenzione Nazionale Farmaceutica e delle Linee Guida già predisposte dalla FOFI e che sono in attesa della validazione da parte del Ministero della salute.
In virtù dell’accordo, il paziente che effettua il test ematico-capillare in farmacia riceve un attestato di esito – che non ha valore di referto – riportante i valori registrati ed elaborati dal dispositivo in uso. L’attestato di esito è sottoscritto dal farmacista che assicura il rispetto delle procedure seguite, la corretta conduzione della fase pre-analitica rispetto alle indicazioni fornite dal produttore dell’apparecchiatura con marchio CE, la scelta del test e la manutenzione della strumentazione. D’ora in poi, inoltre, su richiesta dell’assistito, le farmacie che abbiano attivato l’apposito collegamento con un laboratorio clinico, potranno trasmettere a quest’ultimo i dati rilevati per il rilascio del referto clinico, sottoscritto dal biologo o dal medico di laboratorio.
«La firma del protocollo d’intesa segna l’avvio di una proficua collaborazione tra farmacisti e biologi, volta a garantire ai pazienti la migliore assistenza possibile. Mai come in questi anni abbiamo compreso quanto sia importante fare squadra per costruire un servizio sanitario più efficiente e vicino ai reali bisogni delle persone – ha dichiarato il presidente FOFI, Andrea Mandelli -. La capillarità e la prossimità dei farmacisti non solo facilitano l’accesso ai servizi sanitari, ma si fondano sulla relazione di fiducia con il cittadino che ci permette di attuare un approccio proattivo alla salute, fondamentale per affrontare le sfide legate all’invecchiamento della popolazione e alla sostenibilità economica del SSN. La collaborazione con i biologi si inserisce in questa visione: assicurare i più elevati standard di qualità e sicurezza delle prestazioni che ogni giorno eroghiamo ai cittadini, che è la priorità assoluta dei farmacisti e di tutti i professionisti del Servizio Sanitario Nazionale. Un sincero ringraziamento al Sottosegretario Gemmato per la sensibilità e l’impegno profuso per il raggiungimento di questo importante traguardo di collaborazione interprofessionale».
«Abbiamo salvaguardato e ribadito le diverse competenze professionali che fanno capo ai Biologi e ai Farmacisti definendo, al tempo stesso, i loro differenti ruoli e funzioni. Il tutto in sinergia e collaborazione rafforzando, per entrambe le categorie, la professionalità che gli compete», ha commentato Vincenzo D’Anna, presidente della FNOB.
L’auspicio è che questo accordo trovi la più ampia adesione di tutti gli attori coinvolti e degli organismi di rappresentanza.
È impietosa, secondo i sindacati ANAAO ASSOMED e CIMO-FESMED, l’analisi degli emendamenti presentati dalla maggioranza al DDL Prestazioni sanitarie: per un’evidente incapacità di gestire il Servizio sanitario nazionale e di adottare le riforme necessarie al suo rilancio, il Governo sta vergognosamente appaltando la gestione degli ospedali a terzi.
Ecco i punti maggiormente contestati:
Si appaltano le prestazioni di Pronto soccorso ai gettonisti e alle cooperative, usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, con tutte le criticità in termini di formazione, esperienza, compensi e rispetto della normativa sull’orario di lavoro già ampiamente denunciate e certificate dallo stesso Ministero della Salute
Si appaltano le prestazioni di specialistica ambulatoriale alle farmacie, snaturando il loro ruolo di presidi fondamentali per il territorio ma che non possono ambire a diventare dei piccoli ospedali.
Si prevede l’introduzione dell’obbligo, per tutti gli specializzandi, di lavorare per un anno in Pronto soccorso durante il corso di formazione, esclusivamente per colmare i buchi di organico e senza tenere in alcun modo in considerazione le legittime aspirazioni dei medici. E in caso di straordinari degli specializzandi, ovviamente non viene stanziato nemmeno un euro per retribuirli, ma verrebbero pagati con i fondi già previsti, togliendo quindi risorse al personale strutturato.
E proprio sul tema delle risorse risicate viene proposto un emendamento – ritenuto inaccettabile dai due sindacati – che, come un moderno Robin Hood, toglie a tutti i medici i fondi contrattuali per il trattamento accessorio destinato alla valorizzazione della carriera dei professionisti per gli anni 2025 e 2026, pari a circa 200 milioni di euro, per darli esclusivamente al personale dell’emergenza-urgenza e delle reti tempo dipendenti. Occorre giustamente valorizzare il lavoro nell’emergenza-urgenza, ma lo si faccia stanziando fondi ad hoc, non togliendoli agli altri, con il rischio peraltro di innescare una guerra tra poveri.
Per non parlare dell’ennesimo tentativo di dipingere l’intramoenia come la causa delle liste d’attesa, prevedendone l’attivazione solo nel caso in cui le agende istituzionali siano piene, con l’unica conseguenza di ridurre ulteriormente l’offerta sanitaria e dunque di allungare i tempi di attesa.
«Ci troviamo dinanzi a un deplorevole tentativo non solo di smantellare il nostro Servizio sanitario nazionale, ma anche di creare profonde divisioni tra il personale – dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario nazionale ANAAO ASSOMED, e Guido Quici, Presidente Federazione CIMO-FESMED – dinanzi al quale non possiamo tacere e non possiamo restare fermi. Abbiamo già attivato ogni possibile strumento a nostra disposizione per evitare che tali emendamenti siano approvati, e confidiamo nell’attenzione e nelle competenze di alcuni parlamentari e forze politiche, ma nel caso in cui dovessero passare non escludiamo la possibilità di proclamare lo stato di agitazione e mobilitare i nostri iscritti, fino a promuovere il rifiuto di proseguire un minuto oltre il nostro orario di lavoro».
In occasione del 9° Forum Mediterraneo in Sanità, la Fondazione GIMBE ha presentato i dati aggiornati sulla diffusione e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) nelle Regioni italiane. L’analisi indipendente restituisce un quadro chiaro: lo strumento chiave della trasformazione digitale procede a velocità diverse, generando nuove forme di disuguaglianza. Ad oggi, solo quattro tipologie di documenti sanitari risultano disponibili in tutte le Regioni e appena il 42% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati, con divari abissali e percentuali irrisorie nel Mezzogiorno. Una frattura che, come ha sottolineato anche il Ministro Schillaci lo scorso 25 giugno alla Camera, “non è solo un problema tecnico, ma è una questione di equità nell’accesso alle cure”.
Per molti cittadini il FSE resta uno strumento ben lontano dalla piena operatività
«Il Fascicolo Sanitario Elettronico – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dovrebbe essere la chiave per migliorare accessibilità, continuità delle cure e integrazione dei servizi sanitari e socio-sanitari. Ma oggi, per milioni di cittadini, resta uno strumento ben lontano dalla piena operatività. Il divario digitale tra le Regioni, se non colmato rapidamente, rischia di trasformarsi in una nuova forma di esclusione sanitaria». Infatti, i dati resi pubblici sul portale Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 del Ministero della Salute e del Dipartimento per la Trasformazione Digitale – aggiornati al 31 marzo 2025 – confermano che la disponibilità e l’utilizzo di documenti e servizi nel FSE variano in maniera molto rilevante tra le Regioni.
Completezza del Fascicolo sanitario elettronico
Documenti. Il Decreto del Ministero della Salute del 7 settembre 2023 ha definito i contenuti del FSE 2.0, ma ad oggi soltanto 4 documenti su 16 monitorati sul portale pubblico – lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e di radiologia e verbale di pronto soccorso – risultano effettivamente disponibili in tutte le Regioni (figura 1).
«Un cittadino siciliano e uno veneto – commenta Cartabellotta – non hanno le stesse possibilità di accesso alla propria documentazione clinica. E questo non è accettabile in un Servizio Sanitario Nazionale che si definisce universale». La disomogeneità regionale è marcata. Alcuni documenti fondamentali – come il profilo sanitario sintetico, le prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, il referto specialistico ambulatoriale – sono disponibili in oltre l’80% delle Regioni. Il certificato vaccinale e il documento di erogazione delle prestazioni specialistiche sono presenti in 15 Regioni e Province Autonome (71%), mentre il documento di erogazione dei farmaci e la scheda della singola vaccinazione compaiono nei FSE di 14 Regioni (67%). Il referto di anatomia patologica e il taccuino personale dell’assistito sono accessibili in 13 Regioni (62%). Soltanto 6 Regioni rendono disponibile la lettera di invito per screening, vaccinazioni e altri percorsi di prevenzione, mentre la cartella clinica è resa disponibile nel FSE solo dal Veneto (tabella 1).
Complessivamente, a livello nazionale il FSE mette a disposizione degli utenti il 68% dei documenti monitorati sul portale del FSE 2.0 e previsti dal decreto. Nessuna Regione alimenta il FSE con tutte le tipologie documentali previste dal DM: si va dal 93% del Piemonte e del Veneto al 40% di Abruzzo e Calabria (figura 2).
Servizi. Attualmente, i FSE regionali offrono fino a 45 servizi digitali (tabella 2), che permettono ai cittadini di svolgere varie attività fondamentali: dal pagamento di ticket e prestazioni alla prenotazione di visite ed esami, dalla scelta del medico di medicina generale alla consultazione delle liste d’attesa. Anche su questo fronte, però, il divario tra Regioni è profondo. Solo la Toscana (56%) e il Lazio (51%) superano la soglia del 50% dei servizi attivati. All’estremo opposto, in Calabria la disponibilità si ferma al 7% (figura 3).
«È utile precisare – spiega Cartabellotta – che molti dei servizi digitali sono accessibili tramite altri canali, come portali web o app offerti dalle Regioni. Tuttavia, se questi non vengono integrati anche nel FSE, da un lato si perde l’obiettivo di creare un’unica piattaforma digitale per il cittadino, dall’altro il monitoraggio nazionale restituisce una fotografia parziale e sottostimata dell’effettiva disponibilità dei servizi offerti»
Utilizzo del FSE
Consenso alla consultazione. Al 31 marzo 2025 (per il Friuli Venezia Giulia i dati sono aggiornati al 31 dicembre 2024), a livello nazionale solo il 42% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati sanitari da parte dei medici. Ma il divario tra le Regioni è enorme: si passa dall’1% in Abruzzo, Calabria e Campania al 92% in Emilia-Romagna. Tra le Regioni del Sud, solo la Puglia (73%) supera la media nazionale (figura 4).
«Fornire il consenso è il primo passo per accedere ai benefici del FSE – sottolinea Cartabellotta – ma serve un grande sforzo informativo e culturale per rafforzare la fiducia dei cittadini, superando i timori legati alla protezione dei dati personali».
Utilizzo del FSE. Tra gennaio e marzo 2025, appena il 21% dei cittadini ha consultato almeno una volta il proprio FSE, considerando esclusivamente chi ha avuto almeno un documento caricato. Anche in questo caso le disparità regionali sono marcate: si va dall’1% delle Marche al 65% dell’Emilia-Romagna (figura 5).
Nel Mezzogiorno, l’utilizzo resta sotto l’11%. «Non basta caricare i dati nel fascicolo – spiega Cartabellotta – bisogna anche mettere le persone nella condizione di usarli. E questo significa investire seriamente in alfabetizzazione digitale».
Utilizzoda parte di Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta. Tra gennaio e marzo 2025 (ottobre-dicembre 2024 per il Friuli Venezia Giulia), il 95% dei Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta ha effettuato almeno un accesso al FSE. Nove Regioni raggiungono il 100% di utilizzo: Basilicata, Emilia-Romagna, Marche, Molise, Provincia Autonoma di Trento, Piemonte, Puglia, Sardegna e Umbria. Anche nelle restanti Regioni il tasso di utilizzo si mantiene elevato: Liguria (99%), Lazio e Veneto (98%), Lombardia (96%). Si collocano leggermente sotto la media nazionale Abruzzo e Friuli Venezia Giulia (94%), Calabria (93%), Sicilia (91%), Campania e Provincia Autonoma di Bolzano (88%), Toscana (80%) e Valle d’Aosta (47%) (figura 6).
Utilizzoda parte di medici specialisti. Al 31 marzo 2025 (31 dicembre 2024 per il Friuli Venezia Giulia), il 72% dei medici specialisti delle Aziende sanitarie risulta abilitato alla consultazione del FSE. Anche in questo caso, le differenze tra Regioni restano marcate. Dodici Regioni e Province Autonome hanno raggiunto il 100% di abilitazioni: Lombardia, Marche, Molise, Province Autonome di Bolzano e Trento, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto. Sotto la media nazionale si collocano Campania (61%), Lazio (60%), Abruzzo (37%), Sicilia (36%) e Calabria (26%). Fanalino di coda la Liguria, con appena il 16% di medici specialisti abilitati alla consultazione del FSE (figura 7).
«In alcune Regioni – conclude Cartabellotta – il FSE è uno strumento pienamente operativo, grazie alla quantità di documenti presenti, al consenso dei cittadini ed al loro effettivo utilizzo.
Serve un patto nazionale per la sanità digitale tra Governo, Regioni e cittadini, che assicuri completezza nei contenuti del FSE e uniformità di accesso in tutte le Regioni
In altre, soprattutto nel Mezzogiorno, il FSE è spesso un contenitore semivuoto e scarsamente utilizzato anche per l’elevata diffidenza sulla sicurezza dei dati da parte della popolazione. Ma la sanità digitale non può essere un’innovazione per pochi: servono investimenti e una governance centralizzata per garantire diritti a tutte le persone indipendentemente dal luogo in cui vivono. Se vogliamo davvero attuare una sanità digitale, i dati devono essere accessibili non solo ai cittadini, ma a tutti i professionisti coinvolti nei percorsi clinico-assistenziali, perché la tecnologia è necessaria, ma non sufficiente. Ecco perché serve un patto nazionale per la sanità digitale tra Governo, Regioni e cittadini, che assicuri completezza nei contenuti del FSE e uniformità di accesso in tutte le Regioni. Altrimenti, rischiamo che la straordinaria opportunità offerta dalla trasformazione digitale, di cui il FSE costituisce la “combinazione” di accesso, finisca per generare nuove diseguaglianze».
Ogni anno in Italia transitano negli istituti penitenziari circa 100mila persone. Di queste, tra il 35 e il 50% presenta un uso problematico di sostanze, mentre oltre un terzo (34,1%) è detenuto per reati legati alla droga. Solo nel 2023, gli ingressi in carcere di persone con dipendenze sono stati 15.492, pari al 38,1% del totale. A fine 2023, i detenuti con dipendenza da sostanze erano 17.405, ovvero il 29% della popolazione carceraria complessiva.
Nel contesto carcerario, il “confine” tra l’uso terapeutico, l’abuso e il misuso è particolarmente sfumato
Il recente Rapporto Antigone 2025 fotografa una situazione sanitaria allarmante: tra i 95 istituti ispezionati, il 44,25% dei detenuti fa uso di sedativi o ipnotici, mentre il 20,4% assume stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Numeri che raccontano un uso intensivo di psicofarmaci e pongono interrogativi urgenti sulla gestione della salute mentale dietro le sbarre.
Ne parliamo con Maria Paola Canevini, docente di Neuropsichiatria infantile e direttrice del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, che include anche la sanità penitenziaria per gli Istituti di San Vittore, Bollate, Opera e Beccaria. In questa intervista per TrendSanità affronta il tema, sempre più urgente, dell’abuso e del misuso di farmaci negli istituti di pena.
Maria Paola Canevini
Professoressa Canevini, partiamo dalle definizioni: cosa si intende per uso, abuso e misuso di farmaci in ambito penitenziario?
«Nel contesto carcerario, il “confine” tra l’uso terapeutico, l’abuso e il misuso è particolarmente sfumato. L’abuso riguarda l’assunzione eccessiva o non motivata clinicamente di un farmaco, spesso per scopi psicoattivi. Il misuso invece, comprende tutti gli usi inappropriati, ovvero farmaci prescritti senza adeguata indicazione, richieste manipolative, o assunzione alterata rispetto alla prescrizione. È, purtroppo, un fenomeno che si accompagna sempre più frequentemente a forme di disagio psichico e sociale molto complesse».
Quanto è diffuso il problema della salute mentale in carcere, in modo particolare nel milanese?
«Nei nostri Istituti milanesi, come, per esempio nella Casa Circondariale di San Vittore, si stima che oltre il 50% – dati aggiornati – dei detenuti presenti forme di disagio psichico, spesso associate a disturbi psichiatrici veri e propri. A titolo esemplificativo della portata del problema: una recente delibera regionale ha previsto l’istituzione, all’interno dell’Istituto Penitenziario di San Vittore, di un Reparto di Assistenza Psichiatrica Intensificata con una capienza di 24 posti letto. Applicando i criteri di gravità stabiliti dalla medesima delibera, nel primo trimestre del 2024 avremmo avuto bisogno di 126 posti letto. Si tratta, in molti casi, di persone con storie traumatiche, migranti, precoce politossicodipendenza e disagio sociale. E in più abbiamo il sovraffollamento: a San Vittore 748 posti per 1.115 detenuti, a Bollate 1.267 posti per 1.389 detenuti, a Opera 918 posti per 1.370 detenuti, e al Beccaria la carenza di spazi riabilitativi aggravano ulteriormente la situazione».
Servono risorse e visione per una sanità penitenziaria efficace
Quali sono i farmaci più richiesti o soggetti ad abuso?
«Negli ultimi anni abbiamo osservato un aumento significativo della richiesta e dell’abuso di farmaci nati per l’epilessia, ma oggi usati anche per l’ansia o il dolore. Sono molecole legali, ma vengono spesso usate impropriamente, anche perché possono dare effetti psicoattivi. Lo stesso vale per alcuni oppiacei da prescrizione. Il problema è che molti detenuti arrivano già con terapie complesse, plurifarmacologiche e spesso poco giustificate».
I detenuti arrivano già con queste prescrizioni?
«Talvolta sono il frutto di precedenti esperienze detentive o di prescrizioni territoriali, non sempre aggiornate o corrette. Quando entrano in carcere, richiedono la continuità delle terapie. Alcuni lo fanno perché ne hanno davvero bisogno, altri invece in modo strumentale e con secondi fini. Nella Casa Circondariale di San Vittore, per esempio, dove il turnover è altissimo, capita che l’abuso di psicofarmaci inizi per strada attraverso il mercato nero e poi sia rivendicato in carcere anche con modalità minacciose autolesionistiche: “O mi dai il farmaco, o mi faccio del male…”. Queste situazioni vengono poi gestite con un lavoro integrato fra psichiatri, psicologi, educatori e personale infermieristico. Quando possibile, cerchiamo di scalare l’uso di farmaci ad alto rischio, sostituendoli con molecole meno problematiche o alternative, non farmacologiche. Ma serve anche un lavoro di rete per garantire continuità assistenziale dopo la dimissione, cosa tutt’altro che semplice».
Esistono linee guida specifiche per la prescrizione psichiatrica in carcere?
«Sono le stesse Linee guida cliniche del territorio. Tuttavia, in Lombardia, abbiamo sviluppato un prontuario farmaceutico penitenziario, condiviso con la Regione. Questo strumento permette di regolare la prescrivibilità di alcuni farmaci, rendendoli accessibili solo con una motivazione clinica precisa. Questo è un primo passo per limitare l’abuso strutturale e uniformare il territorio evitando che i pazienti, passando da un Istituto all’altro, tornino ad abusare di particolari psicofarmaci».
In Lombardia è stato sviluppato un prontuario farmaceutico penitenziario per limitare l’abuso e garantire equità
Nei penitenziari c’è anche “un mercato interno” dei farmaci?
«Questo è un tema molto delicato. Alcuni psicofarmaci non vengono assunti, ma accantonati e poi scambiati, anche in modo organizzato. Questo avviene soprattutto se la somministrazione non è vigilata, come avviene nei reparti ospedalieri psichiatrici. Nelle carceri, gli infermieri non possono, ovviamente, sempre garantire l’assunzione osservata. Usiamo le formulazioni in gocce quando possibile, ma l’accantonamento e lo scambio restano un rischio reale».
Cosa accade dopo la scarcerazione? I detenuti con problemi psichiatrici vengono seguiti?
«Quando una persona esce dal carcere, purtroppo non sempre è seguita. Il passaggio ai servizi territoriali può essere molto difficile, specie se la persona non ha una residenza stabile. Senza codice fiscale o un CPS (Centro Psico Sociale) di riferimento, rischia di essere abbandonata. Paradossalmente, alcune persone ricevono più cure in carcere che fuori. Il problema si accentua per i pazienti psichiatrici migranti».
Paradossalmente, alcune persone ricevono più cure in carcere che fuori, e il problema si accentua per i pazienti psichiatrici migranti
Alcuni farmaci sono cruciali: come distinguere uso legittimo e abuso?
«Pensiamo agli oppiacei per il dolore: sono indispensabili in alcuni casi, ma anche ad altissimo rischio di abuso. Lo stesso vale per i farmaci per l’insonnia. In carcere la qualità del sonno è spesso scarsa e le condizioni ambientali sono sfavorevoli, quindi le richieste sono numerose. Tuttavia, non sempre è semplice distinguere tra una reale necessità clinica e un uso strumentale. Farmaci per l’insonnia come la melatonina, che sono più sicuri, vengono purtroppo percepiti dai detenuti come inefficaci».
Oltre ai farmaci, esistono altri mezzi di “autoalterazione”?
«Un fenomeno emergente è l’inalazione di gas butano, ottenuto dalle bombolette da campeggio usate per cucinare. In alcune carceri si sta cercando di rendere le celle “gas free”, introducendo piastre a induzione. Ma anche qui ci sono limiti tecnici, come l’insufficienza della rete elettrica. Inalare gas è estremamente pericoloso e rappresenta un’ulteriore via per stordirsi, evadere mentalmente dalla detenzione».
Come si può migliorare la situazione?
«Serve una presa in carico multidisciplinare, con protocolli chiari e coordinamento tra istituzioni. Ma soprattutto serve una politica che garantisca il diritto alla cura dentro e fuori dal carcere, con percorsi di uscita assistiti. È anche una questione di sicurezza pubblica: una persona seguita, stabile, curata è meno pericolosa per sé e per gli altri. Ridurre l’abuso di farmaci in carcere significa investire in salute, dignità e reinserimento sociale».
C’è un dato che colpisce: oggi più di sei miliardi di persone, tre quarti della popolazione mondiale, vivono in Paesi che hanno adottato almeno una misura efficace per ridurre il consumo di tabacco. Lo rivela il nuovo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), presentato a Dublino nel corso della Conferenza mondiale sul Controllo del Tabacco.
Il documento traccia un bilancio a diciotto anni dall’introduzione del pacchetto di interventi noto come MPOWER, l’insieme di sei strategie che vanno dal divieto di pubblicità all’aumento delle tasse sulle sigarette, passando per le campagne shock sui pacchetti e le aree pubbliche libere dal fumo.
Un approccio che, secondo l’Oms, sta dando i suoi frutti. Nel 2007, solo un miliardo di persone nel mondo era protetto da almeno una di queste misure. Oggi quel numero si è moltiplicato per sei. Eppure, la guerra contro il tabacco è tutt’altro che vinta.
Cos’è il pacchetto MPOWER
Lanciato nel 2007, il pacchetto MPOWER identifica sei azioni fondamentali per combattere il tabagismo:
Monitoraggio del consumo di tabacco e delle politiche di prevenzione
Protezione dal fumo passivo
Offerta di aiuto per smettere di fumare
Warning: avvertenze forti su pacchetti e campagne informative
Enforcement dei divieti su pubblicità, promozioni e sponsorizzazioni
Raise: aumento delle tasse sui prodotti del tabacco
Secondo l’OMS, è scientificamente provato che queste misure salvano vite e riducono i costi sanitari.
Dove il mondo accelera
In quasi 110 Paesi, i pacchetti di sigarette mostrano oggi immagini e messaggi sanitari forti e chiari sui rischi del fumo, un salto enorme rispetto ai soli 9 Stati che lo facevano nel 2007. Inoltre, in 25 Paesi è già obbligatorio il cosiddetto “plain packaging”, confezioni neutre senza colori, loghi o elementi grafici in grado di rendere il prodotto più accattivante.
Sul fronte degli spazi pubblici, sono 79 i Paesi che hanno introdotto leggi che vietano completamente il fumo in luoghi chiusi come bar, ristoranti e uffici. Solo negli ultimi tre anni si sono unite a questo gruppo anche nazioni come l’Indonesia e la Slovenia.
E l’Italia?
L’Italia ha fatto qualche passo avanti nel corso degli anni, ma resta lontana dal gruppo di testa. I dati parlano chiaro: solo quattro Paesi – Brasile, Mauritius, Paesi Bassi e Turchia – hanno implementato tutte e sei le misure del pacchetto MPOWER al massimo livello raccomandato dall’OMS. Altri sette, tra cui Irlanda, Spagna e Slovenia, sono a un soffio dal traguardo. Ma l’Italia non è tra questi.
Tradotto, nel nostro Paese ci sono ancora margini di miglioramento perché, si legge nella scheda dedicata al Belpaese, dal 2014 a oggi non si rilevano cambiamenti significativi in termini di minor accessibilità delle sigarette.
In particolare, secondo il report, tre aree critiche emergono a livello globale e plausibilmente riguardano anche l’Italia:
Solo il 33% della popolazione mondiale ha accesso a servizi sanitari gratuiti o a basso costo per smettere di fumare. L’Italia offre alcuni servizi, ma non è chiaro se siano pienamente conformi agli standard OMS
Le tasse sui prodotti del tabacco, considerate uno degli strumenti più efficaci, restano insufficienti in 134 Paesi, Italia compresa
Le restrizioni su pubblicità e sponsorizzazioni raggiungono livelli “best practice” solo in 68 Paesi, coprendo appena il 25% della popolazione globale. Anche qui, l’Italia ha leggi restrittive, ma non è tra i Paesi che hanno completato l’applicazione al livello più alto.
Il rischio della “normalizzazione”
L’allarme dell’OMS è chiaro. Mentre sempre più governi adottano politiche coraggiose, l’industria del tabacco continua a reinventarsi, soprattutto tra i più giovani, con sigarette elettroniche e prodotti alternativi che rischiano di riaccendere l’appeal del fumo.
«Non possiamo abbassare la guardia – ha ammonito il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus –. Le politiche funzionano, ma devono essere rafforzate e applicate ovunque, senza compromessi».
La strada da percorrere
Nel mondo, 134 Paesi non hanno ancora portato le tasse sul tabacco a livelli sufficienti per scoraggiare il consumo. Solo un terzo della popolazione globale ha accesso a servizi gratuiti o convenienti per smettere di fumare. E appena un quarto vive in Paesi dove le pubblicità di sigarette sono completamente vietate.
Anche l’Italia, nonostante le leggi sul fumo nei locali pubblici e le immagini shock sui pacchetti, è chiamata a fare di più, soprattutto per proteggere le nuove generazioni e ridurre i danni sanitari, sociali ed economici legati al tabagismo.
Il messaggio che arriva da Dublino è chiaro: le armi per combattere il fumo esistono, i dati dimostrano che funzionano. Sta ai governi – Italia compresa – scegliere se usarle fino in fondo.
L’AIFA riscrive i requisiti per il riconoscimento dell’innovatività terapeutica, premiando i farmaci per patologie senza reali alternative di cura o con valore aggiunto terapeutico rispetto a quelli già in commercio. A definirlo è la Determina pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 12 luglio, frutto di un’ampia consultazione con associazioni dei pazienti e stakeholder, che definisce anche i nuovi criteri per la classificazione dei farmaci innovativi e per la gestione degli agenti antinfettivi per infezioni da germi multiresistenti, come previsto dall’ultima legge di Bilancio.
Per la prima volta vengono inclusi automaticamente nel Fondo Farmaci Innovativi gli antibiotici per la lotta all’antimicrobico-resistenza e viene premiata la ricerca nazionale in campo farmaceutico
Per la prima volta vengono inclusi automaticamente nel Fondo Farmaci Innovativi gli antibiotici per la lotta all’antimicrobico-resistenza e viene premiata la ricerca nazionale in campo farmaceutico. In fase di valutazione dell’innovatività, potrà infatti essere considerato un valore aggiunto se lo sviluppo preclinico e clinico del medicinale è stato elaborato e condotto in via prevalente in Italia. Un doppio vantaggio per le aziende che investono in ricerca nel nostro Paese e per gli assistiti, dato che il “patentino” dell’innovatività consente l’accesso immediato alla rimborsabilità con automatico inserimento nei prontuari regionali, l’accesso al finanziamento tramite il Fondo per i farmaci innovativi da 1,3 miliardi, di cui 100 milioni destinati agli antibiotici “reserve”, oltre che una corsia preferenziale per l’approvvigionamento da parte degli ospedali.
«L’obiettivo è ottenere farmaci innovativi nelle aree terapeutiche in cui c’è una reale necessità, a vantaggio dei cittadini e dello stesso SSN. È essenziale stabilire quali farmaci possiedono un vantaggio terapeutico tale da meritare incentivi economici che, per garantire la sostenibilità del sistema, non possono essere estesi a tutto ciò che è semplicemente nuovo – afferma il Presidente di AIFA, Robert Nisticò -. Allo stesso tempo, rafforziamo l’impegno per promuovere la ricerca e lo sviluppo farmaceutico nel nostro Paese e il contrasto all’antibiotico-resistenza».
Le nuove regole per l’accesso al Fondo Farmaci Innovativi sono illustrate nel documento allegato alla Determina. “L’innovatività di un farmaco – si spiega – è valutata sulla base della tecnologia di produzione del suo principio attivo, del suo meccanismo d’azione, della modalità della sua somministrazione al paziente, della sua efficacia clinica e sicurezza, dei suoi effetti sulla qualità della vita nonché delle sue implicazioni sull’organizzazione dell’assistenza sanitaria”.
Lo status di medicinale innovativo, necessario per l’accesso alle risorse e ai benefici del Fondo, viene valutato e attribuito dalla CSE dell’AIFA, sulla base dei nuovi criteri introdotti: bisogno terapeutico, vantaggio terapeutico aggiunto, qualità delle prove. Il bisogno terapeutico – si legge nel documento – è determinato dalla necessità di terapie utili per il trattamento di una malattia per la quale non ci siano terapie disponibili o quando queste “presentano un profilo di efficacia/sicurezza non soddisfacente”.
L’innovatività è riconosciuta in presenza di un bisogno terapeutico, di un vantaggio terapeutico aggiunto e di una qualità delle prove almeno “moderato”. Questo in riferimento alle due scale di valore riportate nello stesso allegato che prevedono 5 livelli per il vantaggio terapeutico (massimo, importante, moderato, minore e assente), mentre sono 4 i livelli per la qualità delle prove (alta, moderata, bassa e molto bassa). Nel caso di medicinali per malattie rare e ultra-rare l’innovatività terapeutica potrà essere valutata anche in presenza di una qualità delle prove “bassa”.
L’accesso al Fondo Farmaci Innovativi avrà una durata massima di 36 mesi e può essere riconosciuto solo a farmaci per il trattamento di “malattie o condizioni patologiche gravi a medio-basso impatto epidemiologico”. L’azienda titolare dell’AIC “può richiedere l’attribuzione del requisito dell’innovatività terapeutica qualora il medicinale, nella specifica indicazione terapeutica, abbia dimostrato rispetto alle alternative terapeutiche (se presenti), di essere in grado di determinare la guarigione o di ridurre il rischio di complicazioni letali o potenzialmente letali, rallentare la progressione della malattia, migliorare la qualità della vita dei pazienti”.
Non sono oggetto di valutazione gli antibiotici definiti “reserve” secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da utilizzare solo nelle infezioni da germi multiresistenti. Da quest’anno entrano di diritto nel Fondo Innovativi, per incentivare l’impegno contro la resistenza antimicrobica.
I tumori cerebrali, in particolare i gliomi di basso grado, rappresentano una delle patologie più complesse da affrontare per il sistema sanitario: rare ma altamente invalidanti, richiedono diagnosi tempestive, tecnologie all’avanguardia, trattamenti innovativi e una presa in carico multidisciplinare ben strutturata.
Spesso le differenze organizzative tra le Regioni generano disuguaglianze che incidono direttamente sugli esiti clinici e sulla qualità della vita dei pazienti. La capacità dei sistemi regionali di integrare percorsi, innovazione e governance è quindi cruciale.
Il Piemonte rappresenta una delle realtà più avanzate in questo ambito, grazie a un modello consolidato di presa in carico, all’integrazione tra centri di riferimento e territorio e a strategie efficaci per l’accesso alle terapie innovative e alle sperimentazioni cliniche. La LIVE approfondisce l’esperienza piemontese, con l’obiettivo di analizzare punti di forza, criticità ancora aperte e prospettive di miglioramento, anche alla luce degli unmet needs rilevati sul territorio.
Ne parliamo con:
Roberta Rudà Responsabile Divisione Neuro-Oncologia, AOU Città della Salute e della Scienza, Torino. Università di Torino. Past President AINO
Franco Ripa Vicedirettore Assessorato alla Sanità del Piemonte
È accaduto in una sala operatoria del Lazio. Alcune settimane fa, un chirurgo ha aggredito fisicamente e verbalmente una collega durante un intervento in sala operatoria. Un episodio grave, ma non isolato, che riporta sotto i riflettori il tema della violenza sia verbale sia fisica nei luoghi di lavoro sanitari. Ne abbiamo parlato con Monica Calamai, medico, già Direttrice generale della ASL di Ferrara e oggi Commissaria straordinaria della ASP di Crotone. Fondatrice della rete “Donne Protagoniste in Sanità”, Monica Calamai è una delle voci più autorevoli sul tema del benessere organizzativo e delle disuguaglianze di genere in sanità.
Dottoressa Calamai quanto sono efficaci oggi le procedure per prevenire e gestire episodi di aggressione tra operatori sanitari?
Monica Calamai
«Le procedure esistono, e la normativa nazionale è stata rafforzata nel tempo. Già prima della pandemia si era intervenuti con leggi per contrastare le aggressioni, soprattutto da parte di pazienti o familiari contro medici e infermieri. Ma oggi abbiamo un quadro ancora più definito: nel 2024, una circolare del Ministero della Salute ha ribadito che ogni azienda sanitaria, ospedaliera, territoriale, universitaria o IRCCS, ha l’obbligo di attivare procedure immediate in caso di violenza, anche verbale. E attenzione: la normativa non si limita agli episodi esterni, ma include chiaramente anche le aggressioni tra operatori. Nessuna eccezione».
Le Aziende sanitarie, a livello interno, hanno strumenti formali per agire? La vittima può sentirsi tutelata, anche nel mantenere l’anonimato?
«Lo prevede la legge. Parliamo di un sistema normativo complesso ma preciso: dalla legge 119 del 2013 contro la violenza di genere, al decreto-legge 92 del 2023, fino alla Convenzione ILO 190, ratificata dall’Italia nel 2021. Quest’ultima è uno strumento internazionale che vincola le organizzazioni pubbliche e private a garantire ambienti di lavoro liberi da molestie e discriminazioni, prevedendo sanzioni severe in caso di omissione o mancata vigilanza. Inoltre, il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008) è stato aggiornato per includere proprio i casi di violenza tra colleghi. Le segnalazioni possono avvenire anche in forma anonima, se richiesto dalla vittima, e ogni azienda è tenuta a garantire un’indagine interna, ascoltando entrambe le parti e, se necessario, attivando provvedimenti fino al licenziamento. Ma, attenzione: le violenze più insidiose non sono quelle eclatanti. Sono quelle verbali, reiterate, quotidiane. Quelle che logorano e isolano».
In un ambiente ad ‘alta pressione’ come quello sanitario, quanto conta la cultura organizzativa nel prevenire queste dinamiche?
«Abbiamo vissuto, per decenni, in una cultura del “primario eroe”, dell’uomo solo al comando. Una mentalità patriarcale, verticale, dove il potere giustificava anche le prevaricazioni. Ma la severità, il rigore, non devono mai trasformarsi in abuso o arroganza. Ho avuto maestri esigenti, ma rispettosi. Ecco, serve questa cultura: quella del rispetto, della collaborazione, del team. Perché in sala operatoria, come anche in ogni reparto, il lavoro è sempre di squadra. Nessun medico può agire da solo. Dove invece sopravvivono atteggiamenti padronali, autoritari, lì c’è un fallimento organizzativo».
Si parla spesso di ‘benessere organizzativo’: quali strumenti concreti servono per costruirlo davvero, oltre la carta?
«Serve formazione. Serve cultura. Serve coraggio. Nella mia esperienza a Ferrara, per esempio, abbiamo introdotto la certificazione di genere e i bilanci di genere. Il risultato? Un aumento significativo delle segnalazioni di violenza e abusi. Non perché prima non accadessero, ma perché mancava la fiducia nel sistema. Solo quando una persona percepisce che l’organizzazione protegge, allora trova la forza di denunciare. Oggi parliamo tanto di digitalizzazione, di ospedali ‘green’, di umanizzazione delle cure. Ma come possiamo parlare di umanità verso i pazienti, se prima non costruiamo ambienti umani per chi ci lavora dentro?».
Parliamo di comunicazione: quanto incide una comunicazione interna rispettosa e anche quella esterna, mediatica, nel plasmare un clima di lavoro sano?
«La comunicazione è fondamentale, quella interna deve insegnare il rispetto. La capacità comunicativa non è innata, va costruita, va coltivata. E dovrebbe iniziare già all’università, nei corsi di medicina e nelle scuole di specialità. Non possiamo più formare medici col mito del ‘capo infallibile’. Serve educare alla leadership empatica, alla gestione dei conflitti, al valore della diversità.
I media devono smettere di alimentare narrazioni tossiche
Ma c’è anche una responsabilità esterna. I media, ad esempio, devono smettere di alimentare narrazioni tossiche. Nel caso del chirurgo violento, molti articoli, nei primi giorni in cui si è parlato del caso in questione, lo descrivevano quasi come un genio giustificabile. Come se il fatto di ‘salvare vite’ desse licenza di umiliare o aggredire. È un cortocircuito pericoloso. Quella narrazione è una forma di violenza simbolica. Ed è altrettanto dannosa dell’evento in sé».
Dunque, che messaggio vuole lanciare a chi oggi lavora, e magari subisce in silenzio all’interno di Aziende sanitarie?
«Il messaggio è che non devono sentirsi sole. Che la violenza, anche quella ‘nascosta’, ha un nome e può essere riconosciuta. E che oggi, più di ieri, ci sono strumenti normativi, reti di supporto, comunità professionali che ascoltano. “Donne Protagoniste in Sanità” nasce proprio da questo: dare voce, forza, strumenti a chi prima non li aveva. Non si tratta di conflitti personali, ma di una cultura organizzativa da riformare».