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Il West Nile Virus e la sorveglianza integrata, principi di approccio One Health

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Il West Nile virus (WNV) rappresenta una crescente preoccupazione in Italia e in Europa. Questa infezione virale, trasmessa principalmente dalle zanzare del genere Culex, ha come serbatoi naturali gli uccelli, mentre cavalli e esseri umani sono ospiti a fondo cieco. In Italia, è endemica, in particolare nelle regioni che circondano il delta del Po, come Emilia-Romagna e Veneto ed i recentissimi 81 casi di infezione conclamata in Campania che hanno dato luogo ad altrettante ospedalizzazioni a causa di forme neuroinvasive, si tratta di persone che, nella maggior parte dei casi hanno villeggiato a Baia Domitia. Si ritiene che questo cluster epidemico conti già alcune centinaia di casi asintomatici, considerando che solo l’1-2 % delle infezioni provocano il ricovero ospedaliero.

Oltre alla trasmissione vettoriale, sebbene rari, sono documentati altri mezzi di contagio, tra cui trasfusioni di sangue, trapianti di organi e trasmissione verticale durante la gravidanza. È importante sottolineare che il virus non si trasmette da persona a persona per contatto diretto.

«Il problema è che i sintomi sono spesso lievi o assenti – ricorda Antonio Sorice, Presidente SIMeVeP – per questo è difficile stimare la reale diffusione del virus».

West Nile Virus: sintomi e complicanze

Dopo un periodo di incubazione che varia da 2 a 14 giorni (fino a un massimo di 21), nella maggior parte dei casi (80%) l’infezione da West Nile virus decorre senza sintomi. Il restante 20% può manifestare sintomi lievi simil-influenzali: febbre, cefalea, nausea, vomito, linfonodi ingrossati ed eruzioni cutanee.

Le forme gravi, con interessamento del sistema nervoso centrale (encefalite, meningite), sono rare ma potenzialmente letali. «Solo lo 0,5-1% dei pazienti sviluppa sintomi neurologici importanti come tremori, disturbi visivi, convulsioni, paralisi o coma soprattutto in soggetti anziani o fragili, che possono portare al decesso», precisa Maurizio Ferri, Coordinatore scientifico SIMeVeP.

Perché si diffonde

Diversi fattori ambientali e sociali favoriscono la persistenza del virus: cambiamenti climatici, urbanizzazione, globalizzazione, e soprattutto le rotte migratorie degli uccelli, che ampliano l’areale del virus. Il ciclo vitale della zanzara Culex pipiens – principale vettore in Italia – dura da una a quattro settimane ed è altamente sensibile a temperature, precipitazioni e condizioni ambientali.

Ultimi sviluppi epidemiologici del WNV in Italia

Oltre alla situazione epidemiologica In Campania, i casi confermati di West Nile Virus in Italia nel 2025 sono attualmente 455 casi di infezione umana e 21 decessi. Questo ha reso l’Italia il paese europeo con il maggior numero di casi segnalati in quell’anno. «Le piogge intense seguite da ondate di caldo e gli spostamenti degli uccelli migratori hanno favorito la proliferazione delle zanzare e l’amplificazione del ciclo di trasmissione», tiene a precisare Maurizio Ferri.

Sorveglianza e previsione: il ruolo cruciale dei servizi veterinari

Dal 2018 sono stati notificati oltre 247 casi umani autoctoni di forme neuro-invasive. In Italia il Centro Nazionale Sangue e il Ministero della Salute stanno attuando il “Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta arbovirosi (PNA) 2020-2025” che adotta un sistema di sorveglianza integrata animale-ambiente-uomo per monitorare e contenere efficacemente la diffusione del virus sul territorio nazionale.

In questo contesto, la sorveglianza sanitaria svolta dai servizi veterinari del Servizio Sanitario nazionale assume un’importanza fondamentale. Questi monitorano attivamente la presenza del virus negli animali, in particolare negli uccelli selvatici (serbatoi) e nei cavalli (sentinelle), attraverso campionamenti e analisi. Questa attività permette di identificare precocemente la circolazione del virus nell’ambiente e tra gli animali, fungendo da allarme precoce per la salute umana.

«In alcuni casi il West Nile virus è stato intercettato nei vettori anche 9 giorni prima che si manifestasse il primo caso umano. Ciò dimostra quanto sia preziosa una sorveglianza precoce per attivare misure di sicurezza su trapianti e trasfusioni e implementare campagne di disinfestazione sui territori».

Sorveglianza con un approccio One Health

La sorveglianza del West Nile virus, da parte dei Servizi Veterinari delle ASL, si articola su più livelli, coinvolgendo diverse componenti per un’azione integrata ed efficace:

  • Sorveglianza Entomologica: Questa attività si concentra sul monitoraggio delle popolazioni di zanzare, in particolare quelle del genere Culex, che sono i vettori primari del virus. Vengono installate trappole per catturare le zanzare in diverse aree, specialmente quelle considerate a rischio (es. zone umide, aree peri-urbane). Le zanzare catturate vengono poi analizzate dagli Istituti Zooprofilattici Sperimentali per rilevare la presenza del WNV al loro interno. L’identificazione precoce del virus nei vettori permette di mappare le aree dove il rischio di trasmissione è più elevato e di intervenire con misure di controllo mirate (es. disinfestazioni).
  • Sorveglianza sugli Equidi: I cavalli sono ospiti a fondo cieco del WNV, ma possono sviluppare sintomi neurologici gravi e sono considerati “sentinelle” dell’infezione. La sorveglianza sugli equidi prevede il monitoraggio di cavalli con sintomi neurologici sospetti e l’esecuzione di test diagnostici per confermare o escludere l’infezione da WNV.
  • Sorveglianza sull’Avifauna: Gli uccelli sono i serbatoi naturali del West Nile virus, il che significa che il virus circola e si moltiplica al loro interno senza causare, nella maggior parte dei casi, sintomi evidenti. La sorveglianza sull’avifauna, in particolare su specie migratrici e stanziali, è cruciale per comprendere la diffusione geografica del virus. Vengono monitorati uccelli selvatici, sia vivi che morti, e campioni biologici vengono analizzati per la ricerca del WNV.

Queste tre forme di sorveglianza, integrate tra loro, forniscono un quadro completo della circolazione del WNV nell’ambiente, permettendo di anticipare l’insorgenza di casi umani e di attivare tempestivamente le misure di prevenzione e controllo.

Il collegamento con il Centro Nazionale Sangue ed il Centro Nazionale Trapianti

La prevenzione della trasmissione da West Nile virus tramite trasfusioni di sangue e trapianti di organi è un aspetto critico della gestione della minaccia. Il Centro Nazionale Sangue (CNS) e il Centro Nazionale Trapianti (CNT), in stretta collaborazione con il Ministero della Salute e i servizi veterinari, svolgono un ruolo chiave.

Quando i servizi veterinari rilevano la circolazione del West Nile Virus in una determinata area geografica, queste informazioni vengono immediatamente condivise con il CNS e il CNT. Questa comunicazione tempestiva consente di attuare misure preventive specifiche per la sicurezza delle donazioni. Tali misure possono includere:

  • Sospensione temporanea delle donazioni di sangue nelle aree a rischio o l’introduzione di test specifici (NAT – Nucleic Acid Test) per lo screening dei donatori.
  • Valutazione approfondita dei donatori di organi provenienti da aree endemiche o con sospetta esposizione al virus.

Questa collaborazione tra istituzioni è essenziale per garantire che le donazioni di sangue e organi siano sicure, minimizzando il rischio di trasmissione del WNV ai riceventi.

Il ruolo della Prevenzione

Poiché non esiste un vaccino per l’uomo contro il West Nile Virus, la prevenzione diventa fondamentale e si concentra principalmente sulla protezione dalle punture di zanzara attraverso comportamenti individuali e misure ambientali come l’utilizzo di repellenti, pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe, installazione di zanzariere alle finestre, svuotamento regolare dei contenitori con acqua stagnante (vasi, secchi, piscinette) e trattamenti con insetticidi mirati in aree a rischio. È importante adottare queste misure soprattutto durante le ore serali e notturne nei mesi estivi e autunnali, quando le zanzare Culex sono più attive. Nelle aree a rischio le amministrazioni locali predispongono trattamenti di disinfestazione con insetticidi mirati soprattutto dopo la conferma di casi umani o la rilevazione del virus in campioni animali o entomologici.

One Health: un’alleanza per la salute

Il virus del Nilo Occidentale rappresenta un esempio perfetto di come la salute umana, animale e ambientale siano profondamente interconnesse. L’approccio “One Health” riconosce questa interdipendenza e promuove una collaborazione multidisciplinare per affrontare le sfide sanitarie in modo integrato. In Italia e in Europa si stanno rafforzando le politiche in tal senso con iniziative che coinvolgono diversi settori e professionalità: medici, veterinari, biologi, entomologi, ecologi e molti altri esperti lavorano insieme per comprendere e gestire la complessità del problema.

«La salute degli animali e quella dell’uomo sono indissolubilmente legate – conclude Antonio Sorice – il West Nile virus è un chiaro esempio di come l’approccio One Health, che integra le diverse discipline, sia l’unica strada efficace per affrontare le sfide sanitarie globali. La sorveglianza veterinaria non è solo un presidio per gli animali, ma un baluardo per la salute pubblica, soprattutto quando si tratta di proteggere le donazioni di sangue e organi».

E la prevenzione passa da una cultura scientifica multidisciplinare condivisa e integrata, dove la sorveglianza veterinaria e la collaborazione con i centri di donazione sangue e organi sono pilastri irrinunciabili.

Insieme per migliorare il percorso della GvHD cronica e acquisire consapevolezza

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«Questo position paper ha evidenziato innanzitutto la necessità di un approccio olistico al paziente, che contempli la dimensione medica, ma anche quella della qualità di vita. E poi l’importanza di una presa in carico multidisciplinare, con specialisti formati che diano supporto e che non si limitino all’équipe trapiantologica». Maria Teresa Lupo-Stanghellini è un’ematologa e coordina la Disease Unit Trapianto Allogenico e Terapie Cellulari all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. La patologia di cui parla è la GvHD (Graft-versus-Host Disease) cronica, una malattia da rigetto verso l’ospite che si sviluppa quando le cellule immunitarie del donatore riconoscono come estranei i tessuti del ricevente, attivando una risposta immunitaria.

Il 15 luglio è stato presentato a Roma un Policy Paper sviluppato dal gruppo di lavoro multistakeholder progetto GRACE (GvHD Response and Awareness for Care and Engagement) e promosso da Sanofi, un documento di indirizzo per sensibilizzare istituzioni e portatori di interesse sulla malattia promuovendo una maggiore conoscenza sulla sua gestione.

Che cos’è la GvHD

La GvHD è una condizione immunomediata sistemica che può colpire tra il 20% e il 50% dei pazienti sottoposti a trapianto di midollo osseo (o più correttamente, di cellule staminali ematopoietiche) allogenico ovvero trapianti effettuati con cellule provenienti da un donatore (nel 2024 sono stati oltre 2.000). Nella sua fase acuta insorge solitamente entro i primi 100 giorni dal trapianto e interessa prevalentemente la cute, il fegato e il tratto gastrointestinale. La versione cronica, invece, può manifestarsi dopo i 100 giorni dal trapianto e fino a due anni dall’intervento. In alcuni casi può comparire in tempi più precoci. Può coinvolgere, oltre agli organi colpiti nella forma acuta, anche pelle, occhi, mucose orali ed esofagee, fegato, intestino e sistema muscoloscheletrico.

«La GvHD cronica è una condizione ancora poco conosciuta, ma che incide profondamente sulla qualità della vita di chi la affronta – ha ricordato la Senatrice Elisa Pirro, Presidente dell’Intergruppo parlamentare Donazione e trapianto di organi, tessuti e cellule –. Con il progetto GRACE vogliamo dare voce ai pazienti e ai caregiver, promuovere consapevolezza e costruire un percorso condiviso che migliori l’accesso alle cure e il supporto lungo tutto il percorso terapeutico. Come decisori politici il nostro compito è tradurre in atti normativi quello che emerge dall’ascolto delle persone direttamente coinvolte».

Durante l’incontro Massimo Martino, presidente GITMO (il Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo osseo, Cellule staminali emopoietiche e Terapia cellulare) ha sottolineato come sarebbe «fondamentale che nel team multidisciplinare ci fosse uno psico-oncologo in grado di accompagnare il paziente nell’intero percorso».

I 10 punti del Policy Paper

Le raccomandazioni emerse dal confronto all’interno del Gruppo di lavoro puntano a promuovere un approccio multidisciplinare e integrato nella gestione della GvHD, migliorando l’identificazione precoce e il trattamento delle complicanze della patologia, con il fine ultimo di elevare gli standard di cura e la qualità di vita dei pazienti. Le dieci azioni più urgenti sono:

  • Istituire un Registro Nazionale GvHD
  • Riconoscere la GvHD come malattia rara e invalidante, permettendo così di avere un’esenzione dedicata
  • Istituire la Giornata Nazionale della GvHD cronica e la Giornata Nazionale del trapianto di cellule staminali emopoietiche
  • Promuovere campagne di sensibilizzazione
  • Introdurre PDTA per definire standard assistenziali
  • Garantire la formazione di team multidisciplinari nei centri trapianto (infermieri, ematologi, dermatologi, gastroenterologi, oculisti e pneumologi)
  • Garantire accesso equo e tempestivo a nuove soluzioni terapeutiche
  • Assicurare la collaborazione tra le associazioni di pazienti per sviluppare programmi educativi condivisi per pazienti e caregiver
  • Sviluppare programmi di supporto psicologico e sociale per pazienti e caregiver
  • Promuovere la ricerca clinica

La Commissione approva aiuti di stato fino a 403 milioni per il secondo progetto di comune interesse europeo nel settore sanitario

La Commissione europea ha approvato, ai sensi delle norme dell’UE sugli aiuti di Stato, il secondo importante progetto di comune interesse europeo (IPCEI) per la salute al fine di sostenere le innovazioni nei dispositivi medici.

Tali dispositivi presenteranno, tra l’altro, nuove funzionalità digitali e di intelligenza artificiale. L’IPCEI sosterrà la ricerca e l’innovazione collaborative, come anche la prima diffusione industriale di queste tecnologie di frontiera.

Il progetto, intitolato “IPCEI Tech4Cure“, è stato notificato congiuntamente da cinque Stati membri: Francia, Ungheria, Italia, Slovacchia e Slovenia.

Gli Stati membri forniranno finanziamenti pubblici per un importo massimo di 403 milioni di euro, che dovrebbero a loro volta sbloccare investimenti privati per un valore di altri 826 milioni.

Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva, ha dichiarato: «Tech4Cure renderà il settore sanitario migliore, più veloce e più vantaggioso sul piano economico. I progetti realmente innovativi di questo IPCEI ottimizzeranno gli esiti per i pazienti, ridurranno i costi sanitari e miglioreranno la vita dei cittadini dell’UE. L’IPCEI creerà un ampio ecosistema nel settore sanitario europeo, in cui le innovazioni pionieristiche saranno condivise lungo la catena del valore. Ciò rafforzerà l’intera catena nell’UE e contribuirà alla transizione verde del settore dei dispositivi medici. Gli aiuti che abbiamo approvato oggi consentono di investire nella prossima generazione di dispositivi medici, salvaguardando nel contempo la concorrenza nel mercato unico».

Farmaci e salute pubblica: pubblicati tre nuovi minidossier del Centro regionale di Farmacovigilanza della Valle d’Aosta

L’Azienda USL della Valle d’Aosta, attraverso l’impegno del Centro Regionale di Farmacovigilanza (CRFV), incardinato presso la Struttura Complessa Farmacia e coordinato da Jacopo Luboz, partecipa attivamente al progetto nazionale COSIsiFA – Cittadini e Operatori SanItari sempre informati sul FArmaco, promosso dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

L’iniziativa, volta a creare una rete nazionale tra Regioni e istituzioni centrali, ha come obiettivo la diffusione di informazioni scientifiche affidabili, indipendenti e accessibili sui farmaci, rivolte sia ai professionisti sanitari sia alla popolazione generale, per promuovere una cultura della consapevolezza e della partecipazione alle scelte di cura.

Nell’ambito dell’area tematica dedicata alla cronicità e polifarmacoterapia, l’équipe dei farmacisti del CRFV (Jacopo Luboz, Enza Agostino, Elisa Bidese, Lorenza Giordano, Ilaria Russo) ha recentemente realizzato tre minidossier informativi, ora disponibili in versione integrale sulla piattaforma nazionale InFarmaco:

  1. “Revisione della terapia farmacologica e deprescrizione nel paziente anziano”
    Leggi il minidossier →
    Il documento analizza il fenomeno della polifarmacoterapia (l’utilizzo di più farmaci) nell’anziano, evidenziando i rischi correlati a un uso eccessivo o inappropriato di farmaci e proponendo strategie di revisione terapeutica e deprescrizione mirata, con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza e appropriatezza nella gestione farmacologica di questa fascia fragile della popolazione.
  2. “Inibitori di pompa protonica: uso appropriato e reazioni avverse”
    Leggi il minidossier →
    Il secondo dossier si concentra sull’utilizzo, spesso prolungato e non sempre giustificato, degli inibitori di pompa protonica (IPP), farmaci comunemente prescritti per la protezione gastrica. Il documento evidenzia i potenziali effetti indesiderati legati a un uso cronico e propone indicazioni pratiche per una graduale sospensione, quando clinicamente indicata.
  3. ” Aderenza terapeutica nel paziente anziano politrattato”
    Leggi il minidossier →
    L’aderenza terapeutica è un elemento chiave per l’efficacia delle cure e la sostenibilità sanitaria. Questo minidossier esplora le difficoltà di adesione alle terapie da parte dei pazienti anziani con malattie croniche e trattamenti complessi, analizzando i molteplici fattori coinvolti (sociali, clinici, terapeutici e individuali) e proponendo strategie personalizzate, tra cui programmi educativi, supporti farmacologici e percorsi integrati di cura. Il documento richiama inoltre le nuove linee guida internazionali in tema di aderenza, fondamentali per garantire confrontabilità degli studi e coerenza metodologica.

Queste pubblicazioni rappresentano un importante contributo alla diffusione della cultura della farmacovigilanza attiva e consapevole, valorizzando il ruolo dei farmacisti nella promozione della salute pubblica.

Il progetto COSIsiFA proseguirà nei prossimi mesi con la realizzazione di altri minidossier.

“Make America Healthy Again”: la sfida del governo Usa per trasformare la salute pubblica parte… dalla Coca-Cola

Quando il presidente Donald Trump, con il suo solito stile diretto e irriverente, ha lanciato la proposta di modificare la ricetta della Coca-Cola per ridurre zuccheri e calorie, in molti hanno sorriso pensando a un’ironia o a una provocazione politica. E invece, potrebbe non essere solo una delle boutade a cui ci ha abituato il nuovo inquilino della Casa Bianca. C’è chi dice che potrebbe celare un piano ad hoc capace di riaccendere il dibattito pubblico su un tema cruciale: la salute degli americani. Con finalità ancora non del tutto chiare.

“Make America Healthy Again” (MAHA) è il nome della strategia che l’amministrazione Usa ha messo in campo per contrastare una crisi sanitaria che si sta facendo sempre più preoccupante. Negli Stati Uniti, oltre il 40% degli adulti è obeso, con conseguenze drammatiche per il sistema sanitario e per la qualità della vita di milioni di persone. A dirlo è lo stesso Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) che evidenzia come malattie croniche quali diabete, ipertensione e problemi cardiovascolari sono ormai una pandemia interna, strettamente legata alle abitudini alimentari e allo stile di vita.

Dalla provocazione alla strategia: il ruolo della Coca-Cola

La proposta di Trump di cambiare la formula della Coca-Cola, riducendo a suo dire zuccheri e calorie – sostituire lo zucchero estratto dalla canna da zucchero con la melassa di mais non significa esattamente creare una bevanda a basso contenuto calorico, ndg – è molto più di un gesto simbolico. Come ha spiegato in un’intervista il portavoce della Casa Bianca, questa idea vuole stimolare le grandi industrie alimentari e delle bevande a prendersi responsabilità verso la salute pubblica, coinvolgendo produttori e consumatori in un processo di cambiamento.

La proposta di Trump coinvolge industria alimentare, salute pubblica e economia agricola

La Coca-Cola – che resta il simbolo globale della cultura americana e del consumo di zuccheri, e che peraltro non ha né confermato né smentito una possibile modifica della proverbiale ricetta di cui ancora oggi dopo un secolo si conoscono solo gli ingredienti, ma non la percentuale relativa – è diventata così il banco di prova per questa rivoluzione salutista.

Le mosse per il “Make America Healthy Again”

Ma il piano governativo Maha si struttura su più fronti e punterebbe, nelle intenzioni del segretario alla salute Kennedy, a un cambiamento culturale oltre che legislativo. Anche se a misure che parrebbero essere effettivamente volte a sensibilizzare gli americani sull’importanza di uno stile di vita salutare si affiancano proposte che muovono proprio in direzione contraria alla salute.

Giusto per ricapitolare la serie di incongruenze inanellate dall’amministrazione Trump in tema di salute, si parte con la firma dell’ordine esecutivo del 13 febbraio con cui si diede vita a una commissione presieduta dal segretario alla Salute, Robert F. Kennedy Jr., con mandato di indagare le malattie croniche infantili e proporre strategie su trasparenza, alimentazione e prevenzione. Con l’obiettivo di redigere un primo rapporto entro 100 giorni e delineare una strategia entro dei mesi. L’attività della commissione si è espressa tra l’altro in un primo rapporto che punta il dito su quattro fattori da contrastare: cattiva alimentazione, contaminanti ambientali, inattività fisica e medicalizzazione eccessiva. Sul come fare ancora non è dato sapersi. Anche se la commissione stessa dovrebbe elaborare delle raccomandazioni politiche entro agosto.

Sostituire lo zucchero estratto dalla canna da zucchero con la melassa di mais non significa esattamente creare una bevanda a basso contenuto calorico

Certamente non sono passate inosservate la riforma del dipartimento Hha e la creazione della Administration for a Healthy America (Aha). Eravamo al 27 marzo 2025 quando venne annunciata una pesante ristrutturazione del Hhs – riduzione da 82.000 a 62.000 dipendenti, consolidamento di 28 divisioni in 15 e centralizzazione di funzioni – e la nascita dell’Aha – nuovo organismo focalizzato su prevenzione e salute pubblica. Ancora, non poco ha fatto discutere la scure abbattutasi sull’assistenza sanitaria pubblica e la nuova direzione presa in tema di politica fiscal-sanitaria. Dal progetto di eliminare fino a un terzo del budget discrezionale dell’Hhs (oltre 40 miliardi di dollari), con riduzione degli investimenti in Nih e Cdc (oltre 40%) e chiusura di divisioni su malattie croniche, ricerca e programmi di prevenzione.

Il dibattito non si è fermato nemmeno all’annuncio di nuove politiche demografiche e ostetriche, che includono linee guida per promuovere la fertilità femminile e il “baby boom”, ampliando accesso a servizi di fertilità per donne a basso reddito. Con il timore che questo possa offuscare questioni più ampie in tema di salute riproduttiva, dalla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili al tema dell’interruzione volontaria di gravidanza. 

Senza dimenticare l’entrata a gamba tesa in tema di politica farmaceutica con l’intervento in tema di regolamentazione dei prezzi dei farmaci. All’interno di Maha rientra infatti anche una strategia per applicare il “Most Favored Nation Pricing” ai farmaci, legando i prezzi Usa a quelli pagati in altri Paesi sviluppati, potenzialmente riducendo i costi dei farmaci da 30% a 80%.

Impatto economico: rischi e opportunità

Se il piano “Make America Healthy Again” in campo healthy food dovesse realmente trovare applicazione ed essere implementato dal Montana alla California rappresenterebbe una vera e propria sfida anche per l’economia americana, in particolare per il settore alimentare e delle bevande. Secondo uno studio della University of Chicago’s Becker Friedman Institute, una riduzione significativa dello zucchero nei prodotti potrebbe influire sulle vendite a breve termine, causando un calo stimato tra il 5 e il 10% per alcune categorie di bevande analcoliche.

Tuttavia, gli esperti sottolineano anche le opportunità di crescita legate alla domanda crescente di prodotti più sani. Una recente analisi di Bloomberg evidenzia infatti come il mercato dei cibi e bevande “clean label” e a basso contenuto di zucchero sia cresciuto del 12% annuo negli ultimi tre anni, trainato da consumatori più attenti e consapevoli. Le politiche governative potrebbero quindi accelerare questa transizione, favorendo innovazione e sviluppo di nuovi segmenti di mercato, con effetti positivi sull’occupazione e sull’export.

Meno zucchero nei soft drink, più tensioni tra lobby e produttori

Ma non è tutto. Il piano MAHA, con la proposta simbolica di una Coca-Cola “più sana”, non coinvolge soltanto aspetti legati alla salute pubblica; tocca anche equilibri economici profondi, soprattutto nel settore agricolo. Negli Stati Uniti, il mais rappresenta una delle colture più strategiche e trasversali – tanto da avere quasi interi stati sul cui territorio insiste così pesantemente la coltivazione intensiva di mais da essere denominato “corn belt”: oltre a nutrire l’industria dei cereali, degli alcolici e dei mangimi, è alla base dello sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (Hfcs), usato da decenni come dolcificante nella Coca-Cola americana.

Il possibile abbandono di questo ingrediente in favore dello zucchero di canna ha generato una reazione immediata da parte del Corn Refiners Association, il potente gruppo di pressione dei trasformatori di mais. L’associazione ha lanciato l’allarme su possibili ricadute occupazionali, ipotizzando la perdita di migliaia di posti di lavoro lungo la filiera produttiva.

Il dibattito si è rapidamente spostato anche sul piano geopolitico interno: la Florida, dove Trump ha stabilito la sua residenza al di là della Casa Bianca, è il maggiore produttore di zucchero di canna degli Stati Uniti. Per alcuni osservatori, la scelta di incentivare il passaggio allo zucchero potrebbe avere anche una lettura elettorale, premiando indirettamente un settore agricolo fortemente concentrato in uno degli Stati chiave per le elezioni.

Reazioni a caldo: industria, consumatori e associazioni

Le reazioni alla proposta di Trump e al piano governativo sulla salute degli americani orchestrato da Kennedy sono state variegate. La Coca-Cola ha comunicato attivamente sottolineando il proprio impegno per la salute e il benessere dei consumatori e ha annunciato investimenti in ricerca e sviluppo per nuove formule con meno zuccheri senza compromettere il sapore. Tuttavia, altre aziende del settore hanno espresso preoccupazioni per i costi di riformulazione e per l’impatto sulle abitudini consolidate dei consumatori. Naturalmente il plauso è arrivato anche dalle associazioni di consumatori. Organizzazioni come Consumer Reports e Food Policy Action hanno accolto positivamente le misure, definendole “necessarie e urgenti” per contrastare un’epidemia sanitaria che coinvolge tutte le fasce della popolazione.

Obesità e malattie croniche spingono gli USA verso nuove strategie

Si sono espressi, invece, in termini cautamente positivi gli esperti di salute pubblica. Tra questi il professor Mark Thompson della Johns Hopkins University, che ha sottolineato come «il piano rappresenta un passo avanti importante, ma per essere efficace deve essere accompagnato da una forte educazione alimentare e da interventi sulle disuguaglianze socioeconomiche». Più divisi i consumatori a stelle e strisce, tra cui c’è chi accoglie con favore la possibilità di scelte più salutari, mentre altri temono che cambiamenti troppo drastici possano alterare tradizioni e gusti amati da generazioni.

Verso un nuovo modello di salute pubblica

L’America di Trump si trova dunque a un bivio: continuare su una strada che ha portato a livelli record di obesità e malattie correlate o abbracciare un cambiamento di paradigma, in cui salute, sostenibilità e innovazione camminano insieme. La proposta del Tycoon sulla Coca-Cola, in fondo, ha rappresentato un invito a guardare in faccia una realtà difficile, ma ineludibile. E “Make America Healthy Again” sembra voler raccogliere quella sfida con concretezza e ambizione. Come sottolinea The New York Times in un editoriale recente, «la salute degli Stati Uniti passa anche attraverso le scelte quotidiane di milioni di cittadini, e la politica deve fare la sua parte per guidare questo cambiamento».

Farmacia dei servizi: la FNO TSRM e PSTRP chiede il coinvolgimento dei Tecnici di laboratorio

La Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) interviene sulle recenti intese tra la Federazione nazionale degli Ordini dei Farmacisti italiani (FOFI) e la Federazione nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB), evidenziando l’importanza di un coinvolgimento attivo dei Tecnici sanitari di laboratorio biomedico (TSLB) nell’ambito dell’accordo sottoscritto il 15 luglio 2025, riguardante l’utilizzo in farmacia di dispositivi diagnostici rapidi, come il Near patient testing (NPT) e il Point of care testing (POCT).

A seguito della sottoscrizione del protocollo d’intesa, avvenuta nei giorni scorsi tra FOFI e FNOB, la FNO TSRM e PSTRP ha ufficialmente inviato una richiesta formale al Sottosegretario di Stato alla salute, onorevole Marcello Gemmato, e ai Presidenti delle due Federazioni, Andrea Mandelli e Vincenzo D’Anna finalizzata ad essere parte integrante dell’intesa.

Dopo l’intesa tra FOFI e FNOB sull’utilizzo di dispositivi diagnostici rapidi in farmacia, la FNO TSRM e PSTRP ribadisce la necessità di includere i Tecnici sanitari di laboratorio biomedico nel protocollo

In particolare, la FNO TSRM e PSTRP rimarca il ruolo professionale imprescindibile, istituzionale e paritario dei Tecnici sanitari di laboratorio biomedico (TSLB) come parte attiva del protocollo, con l’intento di promuovere un processo diagnostico completo e sicuro, nel rispetto delle reciproche competenze.

«La validità e completezza del protocollo d’intesa – si legge nella nota firmata dal Presidente della FNO TSRM e PSTRP, Diego Catania, e dal Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici sanitari di laboratorio biomedico, Fabio Corbino – presuppongono necessariamente la partecipazione della nostra Federazione, in un confronto costruttivo con il Ministero della salute, allo scopo di individuare requisiti, criteri e procedure condivise, tali da garantire la sicurezza e la qualità delle prestazioni a tutela del benessere dei cittadini».

Il valore dei TSLB nella supervisione dei processi analitici, nella validazione della strumentazione e nei controlli di qualità è fondamentale per assicurare l’affidabilità dei risultati diagnostici, anche al di fuori dal laboratorio tradizionale.

La Federazione nazionale chiede, dunque, una rapida convocazione di un tavolo tecnico ministeriale, per attivare un percorso condiviso e orientato ad assicurare i massimi livelli di sicurezza, efficacia e protezione per la salute pubblica, coerente con un approccio multidisciplinare, che riconosca le specificità di tutti i professionisti coinvolti.

Lo screening pediatrico del diabete di tipo 1 funziona: ridotti del 26% i casi di chetoacidosi diabetica

Riduzione del 26% dei casi di chetoacidosi diabetica (DKA) e del 49% di quelli gravi nelle quattro regioni coinvolte dal progetto pilota D1Ce, interessate dall’esecuzione di screening pediatrici del diabete tipo 1 e della celiachia. Sono questi i principali risultati di uno studio pubblicato sulla rivista “Diabetes, Obesity and Metabolism”, che per la prima volta dimostrano l’impatto tangibile e l’utilità degli screening istituiti con la Legge 130/23.

A coordinare l’indagine, la Società Italiana di Diabetologia ed Endocrinologia Pediatrica (SIEDP), che ha condotto uno studio retrospettivo sull’incidenza della chetoacidosi diabetica in esordio di malattia in 58 centri pediatrici italiani, nel 2023 e nel 2024, comparando le regioni coinvolte nello studio D1Ce (Lombardia, Marche, Campania e Sardegna), propedeutico all’applicazione della Legge 130, con quelle non coinvolte. Co-autrice dello studio anche la Fondazione Italiana Diabete (FID), che ha supportato la genesi e il percorso di approvazione della Legge 130.

È un segnale inequivocabile che la prevenzione funziona e che il coinvolgimento e la formazione dei pediatri fa la differenza

“I dati sono chiari: nelle regioni dove è stato avviato il progetto di screening, i bambini hanno avuto una probabilità significativamente più bassa di arrivare alla diagnosi di diabete in chetoacidosi, anche grave. È un segnale inequivocabile che la prevenzione funziona e che il coinvolgimento e la formazione dei pediatri fa la differenza,” dichiara Valentino Cherubini, Presidente SIEDP e primo autore dello studio.

Il progetto D1Ce (Diabetes type 1 and Celiac disease Screen Study), implementato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con un pool di esperti e i pediatri di libera scelta, mirava a definire una procedura di screening che potesse portare alla miglior applicazione della Legge 130/23. L’obiettivo era quello di fornire al Ministero della Salute gli strumenti per poter definire i decreti attuativi della legge. Il progetto ha coinvolto i pediatri di libera scelta che, opportunamente formati e sensibilizzati sui rischi di un esordio non gestito di diabete di tipo 1, hanno eseguito i prelievi per lo screening nei bambini da loro seguiti.

La legge 130/2023: un primato italiano

Grazie all’impegno del Vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè e della Fondazione Italiana Diabete, l’Italia è stato il primo Paese al mondo a introdurre per legge uno screening gratuito e volontario del diabete tipo 1 e della celiachia nei bambini. Approvata nel settembre 2023 all’unanimità, la Legge 130/23 mira a diagnosticare precocemente queste due malattie autoimmuni, evitando complicanze come la DKA che possono mettere a rischio la vita dei bambini, causare coma, necessitare di ricoveri in terapia intensiva e peggiorare la gestione del diabete di tipo 1 nel lungo periodo.

“Abbiamo voluto questa legge perché troppi bambini arrivano tardi alla diagnosi e, con le loro famiglie, affrontano il trauma di un esordio con complicanze gravi. Oggi, grazie a questo nuovo studio, abbiamo l’ulteriore dimostrazione che il nostro impegno ha già salvato delle vite. È necessario iniziare ad applicare la legge in tutte le Regioni italiane il prima possibile”, commenta Nicola Zeni, Presidente FID.

Lo studio: dati incoraggianti

Lo studio ha confrontato i dati raccolti in 58 centri italiani di diabetologia pediatrica su 2.398 nuove diagnosi di diabete di tipo 1. Nei bambini residenti nelle regioni partecipanti al D1Ce si è osservata:

  • una riduzione del 26% della probabilità di presentare chetoacidosi alla diagnosi
  • una riduzione del 49% della probabilità di chetoacidosi grave

Sorprendentemente, l’effetto si è evidenziato già nel 2023, prima che iniziasse lo screening vero e proprio, a dimostrazione del ruolo cruciale della formazione dei pediatri e della sensibilizzazione delle famiglie.

“È un risultato che va oltre le aspettative: non è stato solo lo screening in sé, ma il cambiamento culturale tra i medici e nelle famiglie a ridurre soprattutto i casi gravi,” afferma Andrea Scaramuzza, principal investigator dello studio.

Una svolta guidata dalla scienza con la collaborazione di tutti gli attori

“Questo studio dimostra che l’unione tra fondazioni, scienza, medicina specialistica e del territorio, politica e persone con diabete può migliorare la salute pubblica. Continueremo a lavorare non solo per rendere la chetoacidosi diabetica una rarità in Italia, affinché nessun bambino muoia ancora per una mancata diagnosi o ne porti le conseguenze a vita, ma anche per fare in modo che il diabete di tipo 1 si possa finalmente prevenire e guarire”, conclude Francesca Ulivi, Direttore Generale di FID e tra gli autori della pubblicazione.

Antimicrobial Stewardship: la governance come leva di cambiamento per un sistema sanitario più responsabile

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L’antimicrobico-resistenza rappresenta una delle più gravi minacce per la salute pubblica a livello globale, ma anche un’occasione concreta per ripensare in chiave sistemica il funzionamento del nostro Servizio Sanitario. 

Secondo una definizione del 2017, l’Antimicrobial Stewardship (AMS) è “un coerente insieme di azioni che porti ad utilizzare gli antimicrobici in maniera da assicurare un accesso sostenibile alle terapie efficaci per tutti coloro che ne abbiano bisogno”.

Con il progetto ARCO (Approcci di Rete per il Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza Ospedale-Territorio), nato nel 2023 in Veneto, si è avviato un percorso per fotografare lo stato di attuazione delle politiche regionali in tema di antimicrobico-resistenza, facendo emergere buone pratiche, criticità e disomogeneità tra le aziende sanitarie.

La seconda fase del progetto – ARCO Step II – ha poi ampliato il campo d’indagine all’intero Triveneto, includendo anche il Friuli Venezia Giulia e le Province Autonome di Trento e Bolzano, con l’obiettivo di costruire una visione interregionale condivisa. 

Il 16 maggio 2025 si è tenuto a Padova un workshop che ha coinvolto esperti provenienti da diversi ambiti professionali e ha rappresentato un momento chiave di questo percorso, trasformando evidenze e dati in proposte operative concrete. I partecipanti si sono confrontati su alcuni tavoli tematici, lavorando attivamente per definire priorità, criticità e soluzioni. La discussione in ogni tavolo tematico si è basata su predefiniti statement strategici, valutati in base a rilevanza e fattibilità.

La personalizzazione dell’approccio

In apertura del workshop, il dottor Massimo Crapis, attualmente Coordinatore del Progetto Rete Provinciale Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara e già Responsabile del programma di Antimicrobial Stewardship presso la Struttura Semplice di Malattie Infettive dell’Azienda Sanitaria “Friuli Occidentale”, ha presentato in plenaria un caso clinico emblematico.

L’obiettivo era evidenziare come differenti contesti organizzativi possano condurre a scelte terapeutiche differenti, che non sempre risultano ottimali in termini di uso dell’antibiotico. Il dottor Crapis ha infatti mostrato come il medesimo caso possa essere gestito in modo microbiologicamente corretto ma con approcci diversi, per tempistiche e tipologia di trattamento.

Un elemento centrale emerso dalla discussione è che alcune configurazioni organizzative possono favorire un uso subottimale degli antibiotici, aumentando così il rischio di sviluppare l’antibiotico-resistenza.

Nelle sue conclusioni, il dottor Crapis ha sottolineato che non esiste un unico modello di Antimicrobial Stewardship valido ovunque: per questo non è sufficiente redigere un documento per realizzare un programma efficace. Serve convinzione da parte di chi lo promuove e un adattamento concreto alla realtà epidemiologica e organizzativa locale. L’approccio ottimale sarebbe quello costruito su misura a livello di singolo reparto, anche se questo, nella pratica, non è sempre realizzabile.

Governance e organizzazione: dalla strategia alla pratica

Il primo tavolo di lavoro del workshop ha affrontato un tema spesso sottovalutato ma cruciale: la governance della stewardship antimicrobica. È emersa con forza la necessità di dotare le aziende sanitarie di strumenti di governo chiari, integrati e realmente operativi, capaci di trasformare l’AMS da iniziativa clinica ad azione sistemica e misurabile.

I partecipanti al workshop hanno riconosciuto come estremamente rilevanti tutti gli statement, mentre la loro fattibilità è stata diversificata. In particolare, i sistemi digitali e di data governance e la governance aziendale integrata AMS-IPC (Antimicrobial Stewardship-Infection Prevention and Control) sono risultati di difficile attuazione.

Obiettivi AMS nei mandati dei Direttori Generali

L’inserimento degli obiettivi AMS nei mandati dei Direttori Generali è stato riconosciuto come un passaggio imprescindibile per elevare il tema da priorità tecnica a responsabilità strategica. Per orientare realmente il cambiamento organizzativo, è necessario che la stewardship antimicrobica sia parte integrante dei mandati assegnati ai Direttori Generali delle aziende sanitarie. Non si tratta di un’operazione formale, ma di una scelta che incide sul sistema di priorità, sulla distribuzione delle risorse e sulle logiche di responsabilizzazione.

La proposta condivisa dai partecipanti è quella di definire target regionali vincolanti, basati su una fotografia realistica dello stato dell’arte aziendale. La Regione dovrebbe quindi offrire un quadro aggiornato e differenziato, per permettere l’assegnazione di obiettivi calibrati su ciascuna realtà organizzativa, evitando approcci uniformi e irrealistici. Gli obiettivi devono essere non solo misurabili, ma anche dotati di strumenti operativi di accompagnamento: budget, risorse umane, accesso ai dati, e supporto tecnico-scientifico.

Inoltre, è stato fortemente suggerito di collegare questi obiettivi a sistemi premianti, sia in termini di performance economica, sia di valutazione dirigenziale, per garantire un allineamento reale tra intenzioni strategiche e comportamenti organizzativi.

Gli indicatori core per la valutazione

L’inserimento della stewardship nei sistemi di valutazione e accreditamento è considerato il passo successivo e complementare al punto precedente. Un’organizzazione sanitaria può migliorare solo ciò che è in grado di misurare e monitorare. Ecco perché la definizione di un set condiviso di indicatori “core” è stata ritenuta cruciale.

È importante avere indicatori semplici ma clinicamente rilevanti – come il consumo di antibiotici e i dati di resistenza antimicrobica – che siano utilizzati non solo per la rendicontazione, ma anche per orientare decisioni e strategie aziendali. La partecipazione a audit clinici e l’attivazione di processi formativi possono completare il quadro, restituendo un insieme di dati solidi e omogenei.

Nel corso della discussione è emersa infatti l’esigenza di semplificare il sistema di raccolta dati, spesso frammentato tra fonti diverse, e di garantirne l’accesso da parte dei team AMS. Alcuni esperti hanno proposto di includere obbligatoriamente il quesito clinico nelle prescrizioni antibiotiche, come leva per contestualizzare i dati e misurare davvero l’appropriatezza. In parallelo, è emersa la necessità di affiancare al dato numerico strumenti di accountability e investimenti culturali capaci di tradurre i numeri in azioni concrete.

L’importanza dei link professional

La figura del link professional (professionisti che hanno un ruolo di collegamento e leadership per la prevenzione e il controllo delle infezioni correlate all’assistenza all’interno delle strutture) è stata riconosciuta all’unanimità come elemento essenziale per il successo della stewardship, soprattutto nei contesti dove non vi è la presenza continuativa di infettivologi o microbiologi.

Tuttavia, la situazione attuale è tutt’altro che omogenea: in molte realtà queste figure non sono formalizzate, non ricevono formazione specifica né riconoscimento economico o professionale. Alcuni sono designati “di fatto”, senza un mandato operativo né un tempo dedicato. 

La proposta del tavolo è stata chiara: serve strutturare il ruolo, definirne le competenze, fornire percorsi formativi accreditati e inserirlo esplicitamente nell’organigramma aziendale. Solo in questo modo si riesce a valorizzare una figura centrale per la buona riuscita dell’AMS, che possa fare da raccordo tra clinici, farmacisti e microbiologi soprattutto nelle realtà prive di un infettivologo.

Interessante la proposta di estendere il modello del link professional anche al territorio, attraverso la creazione di referenti nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) e nelle strutture residenziali.

In generale, laddove c’è maggiore difficoltà a trovare professionisti motivati e disponibili (come in ambito chirurgico oppure nelle case di riposo), è ancora più necessario presidiare attivamente la prescrizione antibiotica.

Le criticità della diagnostica microbiologica

Una stewardship priva di un supporto diagnostico tempestivo è un sistema incompleto. Su questo punto vi è stato ampio consenso tra i partecipanti al workshop. È emersa con forza la necessità di potenziare la diagnostica microbiologica – in particolare quella rapida e molecolare – per ridurre il ricorso improprio alla terapia antibiotica empirica e orientare precocemente le decisioni terapeutiche.

Tuttavia, la discussione ha evidenziato criticità diffuse: in molte realtà aziendali, la diagnostica microbiologica non è pienamente accessibile in tutti i contesti assistenziali. Ancora una volta, quindi, il modello organizzativo impatta sull’outcome clinico: in particolare, sono emersi ritardi legati alla mancata copertura diagnostica durante i fine settimana e nelle fasce orarie serali, con conseguenti rallentamenti nelle diagnosi e nelle terapie. A questo si aggiungono ostacoli legati alla scarsa formazione dei prescrittori, ai vincoli economici e regolatori che rallentano l’adozione di nuove tecnologie e al rischio di un uso non selettivo della diagnostica molecolare, che può generare costi elevati e risultati clinicamente poco rilevanti se non correttamente interpretati.

La proposta emersa è quella di sviluppare modelli a rete tra centri hub e spoke, in cui tecnologie e competenze microbiologiche siano condivise e facilmente accessibili. In questa prospettiva, la microbiologia non è più un servizio di supporto ma un partner clinico strategico, da integrare stabilmente nei percorsi decisionali della stewardship antibiotica.

Combattere la frammentazione dei dati

Uno degli ostacoli più ricorrenti nel rendere effettiva la stewardship è la frammentazione dei dati. Senza dati integrati e accessibili, la governance dell’AMS diventa impossibile. Per questo, su questo punto la discussione è stata particolarmente ricca.

Sono state citate esperienze locali di sistemi informativi avanzati – con dashboard, alert clinici, middleware intelligenti – che però restano limitate ad alcune realtà. La maggior parte delle aziende lamenta ancora la mancanza di interoperabilità tra ospedale e territorio, l’assenza di dati microbiologici in tempo reale, e soprattutto l’impossibilità per i team AMS di accedere direttamente ai dati prescrittivi e di consumo per barriere normative e regolatorie legate alla privacy.

Per superare questi ostacoli serve un investimento infrastrutturale e organizzativo, da qui i punteggi bassi per quanto riguarda la fattibilità. Le proposte hanno incluso lo sviluppo di sistemi di Clinical Decision Support System (CDSS), la standardizzazione dei flussi informativi, l’accesso riservato ai team AMS per l’analisi dei dati sensibili e l’integrazione tra sistemi clinici e amministrativi. È stato anche sollevato il tema della governance del dato, oggi spesso priva di una regia aziendale che possa valorizzare le informazioni disponibili ai fini decisionali.

Verso una governance integrata AMS–IPC

Infine, il tavolo ha affrontato una delle criticità più strutturali: la frammentazione della governance aziendale. In molte aziende convivono più comitati e gruppi spesso non coordinati tra loro e con ruoli sovrapposti. Questo genera inefficienze, vuoti di responsabilità e una governance operativa debole.

Su questo aspetto è stato proposto un cambio di paradigma: una governance snella, integrata, con un’unica regia tra AMS e IPC, ospedale e territorio, pubblico e privato. Le Direzioni Mediche e delle Funzioni Territoriali devono assumere un ruolo di coordinamento trasversale, affiancato da team multidisciplinari con mandato operativo, risorse e obiettivi chiari.

È stata proposta la formalizzazione, tramite atti aziendali, della struttura di governance, definendone composizione, funzioni e flussi decisionali. Il modello ideale è quello di una rete clinico-organizzativa in cui i team AMS e IPC collaborano, condividono dati e decisioni, e dialogano con la direzione strategica. In questo modo, la stewardship diventa un’infrastruttura stabile del sistema, e non un progetto temporaneo.

Dalla teoria alla costruzione di una stewardship sistemica

Il lavoro del Tavolo 1 ha messo a fuoco un elemento essenziale: la stewardship antimicrobica non può essere delegata solo alla buona volontà dei clinici o alla sensibilità dei singoli. Serve una governance solida, dotata di strumenti, risorse e responsabilità chiare.

Gli strumenti oggi ci sono – obiettivi nei mandati, indicatori, link professional, diagnostica, data governance – ma serve la volontà organizzativa di metterli a sistema.

Il confronto ha evidenziato l’esistenza di modelli replicabili, ma anche criticità comuni che richiedono un coordinamento sovra-aziendale. Il messaggio emerso è chiaro: l’AMS può diventare una leva potente per migliorare qualità, sicurezza e sostenibilità del sistema sanitario, ma solo se inserita in una cornice di governance integrata e orientata al cambiamento.

Virus Respiratorio Sinciziale, troppo poco conosciuto ma pericoloso: appello per estendere la vaccinazione agli adulti fragili

Il Virus Respiratorio Sinciziale (RSV), noto per essere responsabile di migliaia di bronchioliti nei bambini, oggi minaccia anche milioni di adulti, soprattutto anziani e soggetti con patologie croniche. In Italia si stimano ogni anno circa 290mila casi tra gli over 60, con oltre 26mila ospedalizzazioni e circa 1.800 decessi in ambito ospedaliero. Comunità scientifica e pazienti auspicano dunque una maggiore disponibilità per la vaccinazione contro questa infezione respiratoria. L’esigenza è emersa con ancora maggior vigore dopo l’indagine promossa dall’Associazione Pazienti con BPCO e altre Malattie Respiratorie, che ha rilevato la scarsa conoscenza di questo strumento preventivo.

Secondo la survey dell’Associazione Pazienti con BPCO, il 50% dei pazienti, nonostante la consapevolezza delle malattie respiratorie, non conosce l’infezione

I dati sono stati presentati presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati nell’incontro “Virus Respiratorio Sinciziale, il diritto alla prevenzione per i pazienti fragili” organizzato dall’Associazione Pazienti con BPCO e altre Malattie Respiratorie, su iniziativa dell’On. Luciano Ciocchetti, Vicepresidente XII Commissione Affari Sociali, Camera, con la partecipazione dell’On. Simona Loizzo, che al tema ha dedicato la recente interrogazione parlamentare al Ministro della Salute Schillaci; del Prof. Salvatore D’Antonio, Presidente dell’Associazione; del Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT; di Annalisa Mandorino, Segretario Generale di Cittadinanzattiva.

La survey dei pazienti: il 50% non conosceva il RSV, in pochi intenzionati a vaccinarsi

L’indagine dell’Associazione Pazienti con BPCO, intitolata “Malattie respiratorie e Vaccinazione contro il Virus Sinciziale”, lanciata il 19 aprile 2025 tra i soci, ha raccolto 444 risposte di pazienti con età media di 70 anni distribuiti nelle varie regioni italiane (Nord 46%, Centro 31%, Sud 23%). Si trattava di pazienti consapevoli, oltre il 97% aveva eseguito esame spirografico, in alta percentuale erano vaccinati contro l’influenza stagionale, con valori ben superiori alla media nazionale.

I pazienti coinvolti erano ben informati e consapevoli delle complicazioni legate alle malattie respiratorie croniche. Tuttavia, circa il 50% non aveva mai sentito parlare dell’infezione da RSV – ha commentato il Prof. Salvatore D’Antonio – Nonostante queste premesse, ci ha sorpreso che solo il 64% abbia espresso l’intenzione di sottoporsi alla vaccinazione per RSV, anche se il nostro campione era rappresentato da soggetti affetti da ostruzione moderata o grave nell’82% dei casi. Il RSV può esacerbare condizioni come la BPCO e l’asma fino a conseguenze gravi, come ospedalizzazione e decesso. I vaccini hanno dimostrato efficacia e sicurezza, limitando notevolmente le riacutizzazioni che sono alla base dei ricoveri”.

I vaccini per il RSV

Ad oggi i dati sull’immunizzazione con l’anticorpo monoclonale pediatrico sono incoraggianti, mentre la situazione negli adulti è ancora in stallo. Il vaccino non è inserito nel piano vaccinale né nei LEA, sebbene venga auspicato un modello di vaccinazione dei pazienti fragili come già accade in UK, Germania e negli USA. La somministrazione dei vaccini anti-RSV si dovrebbe eseguire tra agosto e ottobre, in vista del picco stagionale che si registra tra dicembre e febbraio, per garantire la massima protezione nel periodo di maggiore trasmissione del virus, visto che l’immunità vaccinale tende a decrescere nel tempo.

L’introduzione della vaccinazione contro il RSV nel Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale rappresenterebbe un passo decisivo per proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione

“L’introduzione della vaccinazione contro il RSV nel Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale rappresenterebbe un passo decisivo per proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione, come gli over 75 e i pazienti con patologie croniche – evidenzia il Prof. Massimo AndreoniÈ positivo che il Ministero della Salute stia mostrando attenzione verso questa emergenza crescente, e auspico che il lavoro congiunto tra istituzioni sanitarie, comunità scientifica e associazioni di pazienti possa accelerare l’adozione di misure strutturate a tutela della salute pubblica. Disporre di vaccini efficaci e sicuri è una risorsa fondamentale: ora è importante garantire un accesso tempestivo e omogeneo sul territorio nazionale”.

Gli sforzi in atto, dalla comunità scientifica alle istituzioni

Recentemente è stata varata la nuova edizione del Calendario vaccinale per la Vita 2025, dove le vaccinazioni considerate prioritarie sono quelle contro l’influenza, SARS-CoV-2, Pneumococco, Herpes Zoster e proprio Virus Respiratorio Sinciziale.

Lo scorso 2 luglio, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto in Aula alla Camera al question time ad un’interrogazione presentata dall’On. Simona Loizzo, Membro XII Commissione Affari Sociali della Camera, riguardo le iniziative per promuovere la vaccinazione contro il RSV. Il Ministro ha sottolineato l’importanza di proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione. In aggiunta agli anticorpi monoclonali per i bambini, per la stagione 2025-26, ha annunciato l’introduzione del vaccino per le donne in gravidanza. Il Dipartimento della prevenzione, inoltre, ha avviato l’aggiornamento del calendario nazionale di immunizzazione per l’RSV, per garantire accesso alla vaccinazione a neonati, donne in gravidanza e adulti.

Il Virus Respiratorio Sinciziale rappresenta oggi una sfida di sanità pubblica che merita attenzione e risposte concrete – ha sottolineato l’On. Luciano Ciocchetti – Con questa iniziativa abbiamo voluto dare voce a una parte di popolazione particolarmente esposta È nostro dovere, come rappresentanti delle istituzioni, lavorare affinché strumenti di prevenzione già disponibili, come la vaccinazione, siano resi accessibili ai pazienti fragili. Siamo fiduciosi che, grazie all’impegno condiviso tra Parlamento, Ministero della Salute e operatori sanitari, si possa compiere un passo importante verso una tutela più efficace della salute dei cittadini”.

“Abbiamo interrogato il Ministro Schillaci per inserire nella campagna vaccinale autunnale per i pazienti fragili come oncologici, diabetici, con malattie respiratorie, un calendario di vaccinazione contro il RSV – ha affermato l’On. Simona Loizzo – Il Ministro sembra ben orientato ad aprire questa campagna”.

Complessità e cronicità: come gestire il paziente cardio-renale-metabolico?

Il paziente con sindrome cardio-renale-metabolica (CRM) rappresenta una sfida organizzativa crescente per il sistema sanitario: spesso fragile, cronico e complesso, necessita di una presa in carico integrata, continuativa e prossima al domicilio. Il DM77 indica la strada della stratificazione e dell’intercettazione precoce della cronicità, ma servono modelli territoriali concreti per tradurre questi principi in pratica.
La LIVE presenta due esperienze che stanno lavorando in questa direzione. A Salerno, l’attenzione si concentra sulle aree interne e rurali del Cilento, con le “botteghe della comunità”. A Bergamo, in un ambito che include contesti urbani, cittadine, paesi e zone rurali, l’ATS promuove percorsi di prevenzione e gestione delle patologie croniche.
Un confronto operativo su come strutturare risposte sostenibili e orientate al territorio, capaci di integrare prevenzione, prossimità e presa in carico, per migliorare la qualità della vita dei pazienti e l’efficacia del sistema.

Ne parliamo con:

  • Nicoletta Castelli
    Direttore sanitario, ATS di Bergamo
  • Francesco Colavita
    Direttore ff UOC Sviluppo strategico, Innovazione organizzativa e Comunicazione, ASL Salerno

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità