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Accesso a Medicina, Bernini chiede di aumentare i posti. CIMO-FESMED: «Così si crea un esercito di medici disoccupati»

Il Ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini continua a illudere i ragazzi che sognano di diventare medici. Dopo aver parlato di abolizione del numero chiuso, quando in realtà la riforma dell’accesso a Medicina rinvia di solo qualche mese la selezione all’ingresso, causando esclusivamente enormi difficoltà organizzative agli atenei che non sanno come ricevere decine di migliaia di studenti, adesso propone di aumentare di altre 3.000 unità i posti disponibili a Medicina, condannando migliaia di giovani medici al rischio di rimanere disoccupati.

Se, infatti, le università riterranno sufficiente lo stanziamento di 50 milioni per poter garantire uno standard formativo adeguato, gli immatricolati a Medicina nell’anno accademico 2025-2026 saranno poco meno di 24mila. Considerato che al termine dei sei anni di studi in Medicina si laurea mediamente il 94% degli iscritti, secondo i calcoli del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, nel 2031 avremo almeno 22.435 nuovi medici; camici bianchi che tuttavia non inizieranno immediatamente a lavorare, ma dovranno frequentare anche la scuola di specializzazione che dura, a seconda dell’indirizzo scelto, tra i 3 e i 6 anni. L’ingresso nel Servizio sanitario nazionale di chi inizia a studiare Medicina a settembre è previsto quindi tra il 2034 ed il 2037.

L’aumento dei laureati in Medicina, tuttavia, è in evidente contrasto con la progressiva riduzione di medici che andranno in pensione nei prossimi anni: se infatti nel 2025 i pensionati saranno 14.918, nel 2031, per effetto dell’esaurimento della gobba pensionistica, scenderanno a 8.674, per ridursi a 4.864 nel 2040. Tra il 2025 ed il 2040, dunque, qualora il numero di posti disponibili a Medicina non dovesse diminuire, il rapporto tra iscritti e pensionati passerà da 1,5 a 4,9: tra 15 anni, per ogni medico che andrà in pensione, ci saranno quasi 5 ragazzi che inizieranno a studiare Medicina. 

In altre parole, nel 2034, considerando la differenza tra chi entra e chi esce, in Italia ci saranno 15.246 medici in più. E nel periodo tra il 2025 ed il 2040, sommando la differenza annuale tra neolaureati e pensionati, si potrebbero superare i 220mila medici in più. Un numero evidentemente eccessivo rispetto al fabbisogno, che rischia di aprire le porte ad una nuova fase di pletora medica cui conseguiranno contratti al ribasso, aumento dell’offerta sanitaria privata e fuga di giovani medici verso l’estero, dopo che l’Italia ha speso più di 150mila euro per formare ciascuno di loro.

«Negli ultimi anni – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED – siamo passati dalla pletora medica, all’imbuto formativo, alla carenza di specialisti e ora rischiamo di ricominciare il giro con una nuova pletora: non è possibile che il Ministero dell’Università ed il Ministero della Salute non riescano a definire in modo corretto il fabbisogno di medici per i prossimi anni, e che il numero di posti a Medicina venga deciso esclusivamente a fini propagandistici ed elettorali. A rimetterci alla fine sono sempre i medici e le loro famiglie».

L’ingegneria clinica italiana è eccellenza internazionale

Nella serata di ieri a New Orleans, l’American College of Clinical Engineering-ACCE ha premiato il presidente AIIC, Umberto Nocco con il suo Antonio Hernandez International Clinical Engineering Award (unico riconoscimento offerto ad esperienze non americane).

Il premio è stato consegnato dal presidente ACCE, Kim Greenwood (professore di ingegneria presso l’università di Ottawa) che ha illustrato le motivazioni del riconoscimento: «Umberto Nocco ha concentrato la sua attenzione (e quella dell’Associazione Italiana) sull’approfondimento dei legami tra i professionisti italiani della formazione continua attraverso la condivisione di conoscenze e informazioni e il rafforzamento delle reti regionali e nazionali.

Nell’ambito dello stesso processo (favorito da quanto accaduto durante la pandemia di Covid-19), Nocco ha sostenuto la necessità di avvicinarsi ad altre associazioni europee di Clinical Engineering (ad esempio, Francia e Spagna) per far conoscere meglio la formazione continua alle istituzioni sanitarie e alle autorità governative europee. Nell’ambito di un processo di valorizzazione professionale, attraverso AIIC, Umberto Nocco ha focalizzato l’attenzione della comunità professionale italiana sulla formazione continua per i professionisti della formazione continua. Un grande risultato è la Summer School per giovani ingegneri, tenuta da membri senior di AIIC. Si tratta di un campo di formazione full immersion di una settimana in cui i tirocinanti non solo seguono le lezioni, ma condividono anche momenti di condivisione, creando così un ambiente interattivo molto efficace sia per gli studenti che per i docenti». 

Il presidente AIIC, ringraziando i colleghi americani di ACCE, ha voluto coinvolgere nel premio «tutta la nostra associazione, che da tre decenni lavora instancabilmente per allargare, irrobustire e rendere sempre più prestigiosa l’ingegneria clinica italiana. Questo premio va idealmente esteso a tutti i presidenti AIIC che mi hanno preceduto, ai responsabili delle parti scientifiche e formative della nostra Associazione ed anche – visto che abbiamo appena concluso il nostro convegno nazionale – a tutti i colleghi che si sono impegnati per la riuscita di un evento che conferma l’ingegneria clinica italiana come interlocutore forte per la sanità del nostro Paese».

«La forza di AIIC – ha concluso Umberto Nocco – sta nella consapevolezza che il futuro della sanità e delle tecnologie per la salute lo scriveremo insieme, con tutti i colleghi, con tutti i giovani in formazione, e con i colleghi europei, offrendo sempre il massimo impegno ed ogni nostra competenza per raggiungere una sanità avanzata, appropriata ed adeguata ai bisogni dei cittadini».

European Health Data Space: più diritti, più controllo, più equità

Accesso immediato, gratuito e interoperabile ai propri dati sanitari in qualsiasi paese dell’Unione Europea. È questo uno dei principali cambiamenti introdotti dal nuovo Regolamento sull’European Health Data Space (EHDS), pubblicato lo scorso aprile nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Il tema della sanità digitale è stato al centro della Giornata Europea dei Diritti del Paziente, organizzato a Bruxelles mercoledì 15 maggio da Active Citizenship Network – Cittadinanzattiva, con il patrocinio della Presidenza polacca del Consiglio dell’UE e del Garante polacco per i diritti dei pazienti, e con il sostegno del MEPs Interest Group “European Patients’ Rights & Cross-Border Healthcare.

Fulvia Raffaelli

A margine dell’evento, TrendSanità ha intervistato Fulvia Raffaelli, Head of Unit Digital Health, DG SANTE, presso la Commissione Europea: «Con l’EHDS si introducono nuovi diritti per tutti i cittadini europei, che potranno finalmente accedere ai propri dati clinici ovunque si trovino, senza costi e con garanzie rafforzate».

Il diritto all’accesso ai propri dati sanitari, oggi ancora frammentato o inesistente in molti Stati membri, sarà assicurato a tutti i cittadini dell’Unione. «Oggi i nostri dati sono sparpagliati tra ospedali, laboratori, medici di base – spiega Raffaelli – e spesso nemmeno nello stesso Stato membro è semplice ricostruire il proprio quadro clinico completo. Con l’EHDS, ogni cittadino avrà accesso a tutti i propri dati sanitari registrati elettronicamente, ovunque si trovi in Europa».

Non solo accesso: più trasparenza e più controllo

Non solo accessibilità. Il regolamento stabilisce anche il diritto a sapere chi accede ai propri dati e per quale motivo. «La privacy è tutelata – chiarisce Raffaelli – i dati non saranno disponibili indiscriminatamente, ma solo per i professionisti sanitari direttamente coinvolti nella presa in carico del paziente. Inoltre, ogni cittadino avrà anche il diritto di oscurare determinate informazioni sensibili, come ad esempio una diagnosi psichiatrica o una malattia sessualmente trasmissibile».

Il regolamento stabilisce anche il diritto a sapere chi accede ai propri dati e per quale motivo

Questo rafforzamento dei diritti individuali è accompagnato da un principio di interoperabilità: i dati potranno essere utilizzati dal cittadino anche per fini diversi dalla cura, come attività sportive o esigenze assicurative: «I dati saranno a sua disposizione, ma sempre sotto la sua responsabilità».

Tra gli esempi più concreti di impatto quotidiano, Raffaelli cita la possibilità di usare una prescrizione medica elettronica da un Paese all’altro. «Oggi, anche in Italia, ci sono ancora barriere tra regioni diverse. Il nuovo sistema permetterà, ad esempio, a un cittadino italiano in vacanza in Portogallo di ricevere i propri farmaci in una farmacia portoghese, semplicemente contattando il medico di base in Italia. È una vera rivoluzione per chi si muove spesso, ma anche per gli studenti Erasmus o i lavoratori transfrontalieri».

Il valore strategico dei dati per la salute pubblica

Ma perché i cittadini dovrebbero fidarsi e contribuire alla condivisione dei propri dati? La risposta è tanto semplice quanto cruciale: «Perché i dati sono il carburante della ricerca e della sanità pubblica – risponde Raffaelli –. Sono fondamentali per definire politiche di prevenzione, prepararsi alle crisi sanitarie e sviluppare nuovi farmaci o dispositivi. È importante chiarire che i dati utilizzati per usi secondari, come la ricerca o l’innovazione, non saranno resi disponibili in forma identificabile. Dovranno essere forniti in formato aggregato oppure anonimizzati o pseudonimizzati, nel rispetto di rigorose misure di sicurezza. La re-identificazione di una persona fisica è esplicitamente vietata dal Regolamento EHDS».

I dati sono il carburante della ricerca e della sanità pubblica, fondamentali per la prevenzione, le emergenze sanitarie e lo sviluppo di nuove terapie

Il nuovo impianto normativo crea quindi un quadro unico per tutta l’Unione, ma senza accentramento: «Non esisterà un mega-database europeo con i dati di tutti i cittadini. I dati rimarranno dove sono, sotto il controllo degli ospedali e delle autorità nazionali competenti, e potranno essere consultati solo nel rispetto di regole condivise, passo dopo passo, così come previsto dal testo del regolamento».

Dalla ricerca clinica alla solidarietà: un cambio di paradigma

Una novità culturale, oltre che tecnologica. «Oggi la maggior parte dei dati clinici proviene da pazienti già in cura. Ma se riuscissimo a coinvolgere anche persone sane, i dataset risultanti sarebbero più rappresentativi e completi, permettendo un uso dei dati più solido e scientificamente valido. E questo promuoverebbe le attività di prevenzione e una maggiore equità nella definizione delle politiche sanitarie».

L’EHDS introduce anche un principio etico di fondo: quello della solidarietà tra cittadini. Sottolinea Raffaelli: «Oggi sono sana, ma potrei ammalarmi domani. Condividere i miei dati significa contribuire a costruire una medicina migliore anche per me stessa in futuro».

L’innovazione sanitaria nasce anche dalla fiducia e dai dati condivisi

Una riflessione che, secondo Raffaelli, vale tanto quanto le garanzie tecniche: «Nel campo sanitario rischiamo di soffrire della stessa sindrome che vediamo nell’ambiente: tutti vogliono l’energia pulita, ma nessuno vuole la turbina nel proprio giardino. Qui è lo stesso: tutti vogliono la terapia innovativa, ma pochi sono disposti a condividere i propri dati. Questo atteggiamento va cambiato, anche con un’educazione civica alla salute». Da perseguire – come ha sottolineato Mariano Votta, Responsabile delle Politiche Europee di Cittadinanzattiva/Active Citizenship Network nelle conclusioni della Giornata Europea dei Diritti del Malato – anche con programmi pubblici di health literacy, che includano ovviamente la digital health literacy.

I prossimi passi

Sul fronte dell’implementazione, l’Unione è già in movimento. «Il 16 giugno c’è stata la prima riunione con gli Stati membri per avviare la fase dei decreti attuativi. Ci aspettano due anni di intenso lavoro per definire gli standard tecnici, tenendo conto dei progressi già fatti dai vari Paesi».

Nel frattempo, esiste già un’iniziativa volontaria, MyHealth@EU, che anticipa alcune delle funzionalità future: «L’Italia non partecipa ancora, ma sta lavorando per entrare nel sistema. È il modo migliore per prepararsi, perché ci sarà continuità tra la fase volontaria e quella obbligatoria».

E il futuro? «Spero che tra qualche anno l’EHDS diventi parte della nostra quotidianità, come è accaduto con l’abolizione del roaming – conclude Raffaelli –. Un tempo ci sembrava complicato, ora nemmeno ci pensiamo più. Magari ricordandoci con un sorriso che è stata l’Europa a renderlo possibile».

Ausili per disabilità grave, inviata alla Commissione LEA l’indagine dell’Associazione Coscioni

L’Associazione Luca Coscioni ha inviato alla Commissione nazionale LEA del Ministero della Salute un documento contenente i risultati di un’indagine pubblica svolta per segnalare le gravi criticità nell’accesso agli ausili destinati alle persone con disabilità grave e complessa, come previsto dall’art. 30-bis della Legge n. 96/2017. L’obbligo di consultazione con le associazioni che si occupano di disabilità è stato imposto al Ministero a seguito della Class Action promossa dall’Associazione Luca Coscioni, vinta al Tar, impugnata dal Governo, e confermata dal Consiglio di Stato.

L’indagine, che ha raccolto oltre 300 testimonianze, di cui 234 utilizzate per l’analisi, ha evidenziato ritardicontributi economici imposti agli utenti, scarsa personalizzazione, difficoltà di riparazione, qualità inadeguata e mancanza di libertà nella scelta dei fornitori. Gli ausili più critici risultano essere carrozzine elettroniche con seduta o comandi speciali, carrozzine ad autospinta superleggere e sistemi posturali complessi.

Le procedure ad evidenza pubblica, adottate per la fornitura di ausili, stanno penalizzando le persone con disabilità più complesse

«Le evidenze raccolte – dichiara Rocco BerardoCoordinatore delle iniziative per i diritti delle persone con disabilità dell’Associazione Luca Coscioni – confermano che le procedure ad evidenza pubblica, adottate per la fornitura di ausili, stanno penalizzando le persone con disabilità più complesse. Tempi di attesa insostenibili, costi aggiuntivi a carico delle famiglie e l’impossibilità di ricevere ausili realmente personalizzati stanno vanificando il diritto all’assistenza protesica sancito nei LEA. È indispensabile che gli ausili più critici vengano inseriti nell’elenco 1 dell’allegato 5 del DPCM 12 gennaio 2017, e che venga garantita concretamente la possibilità di personalizzazione e riparazione, come previsto dalla normativa. Le persone con disabilità non possono più essere lasciate sole a pagare il prezzo dell’inefficienza del sistema.»

L’Associazione Luca Coscioni, nella sua nota, specifica che continuerà a monitorare l’attuazione dei diritti delle persone con disabilità, chiedendo un intervento urgente per garantire un sistema equo, efficace e rispettoso della dignità di ogni individuo

Diagnosi mediche più accurate con team composti da umani e AI

Sappiamo già che l’Intelligenza Artificiale può supportare efficacemente i medici nella formulazione delle diagnosi; la novità consiste nello scoprire che AI ed esperti umani “sbagliano” in maniera differente: una complementarietà che rappresenta un punto di forza in precedenza inesplorato. Lo rivela uno studio internazionale pubblicato su PNAS e guidato dal Max Planck Institute for Human Development, in collaborazione con lo Human Diagnosis Project (Human Dx) e con l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc): ha dimostrato che la combinazione delle competenze umane con la capacità dei sistemi AI contemporanei porta a diagnosi significativamente più accurate.

Gli errori diagnostici sono tra i problemi più gravi nella pratica medica quotidiana. I sistemi basati su intelligenza artificiale – in particolare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT-4, Gemini o Claude 3 – offrono nuovi modi per supportare efficacemente le diagnosi mediche. Tuttavia, questi sistemi comportano anche rischi considerevoli: ad esempio, possono generare “allucinazioni” e false informazioni. Inoltre, riproducono pregiudizi osservabili in ambito sia medico che sociale, e a volte commettono errori che lasciano perplessi gli utenti più esperti.

AI e umani sbagliano in modo diverso e complementare

Il team ha studiato come esperti umani e sistemi AI possano collaborare al meglio: il risultato è che i team ibridi – gruppi composti sia da esperti umani che da sistemi AI – sono significativamente più accurati dei team composti esclusivamente da esperti umani o da sistemi AI. Questo vale in particolare per quesiti diagnostici complessi e aperti con numerose possibili soluzioni, piuttosto che per semplici decisioni binarie.

«I nostri risultati dimostrano che la cooperazione tra esperti umani e sistemi AI ha un grande potenziale per migliorare la diagnosi medica, e quindi la salute dei pazienti», afferma l’autore principale Nikolas Zöller, ricercatore post-dottorato presso il Center for Adaptive Rationality del Max Planck Institute for Human Development.

I ricercatori hanno utilizzato i dati forniti da Human Dx, che associano a vignette cliniche – brevi descrizioni testuali di casi clinici – alle diagnosi corrette. Utilizzando oltre 2.100 di queste vignette, lo studio ha confrontato le diagnosi formulate da professionisti medici con quelle di cinque sistemi AI. Nell’esperimento principale, sono stati simulati diversi team diagnostici: individui, team umani, team di AI e team misti umani-AI. In totale, il team ha analizzato oltre 40.000 diagnosi: ciascuna è stata classificata e valutata attraverso standard medici internazionali (SNOMED CT).

Lo studio dimostra che la combinazione di più sistemi AI ha migliorato la qualità diagnostica. In media, i team composti da sistemi IA hanno ottenuto risultati migliori rispetto ai team composti da esperti umani nell’85% dei casi. Tuttavia, ci sono stati numerosi casi in cui gli esperti umani hanno ottenuto risultati migliori. È interessante notare che, quando i sistemi AI falliscono, gli esperti umani spesso forniscono la diagnosi corretta. Il risultato più importante è che la combinazione di entrambi i mondi porta ad un aumento significativo dell’accuratezza. Anche l’aggiunta di un singolo sistema AI ad un gruppo di esperti umani – o viceversa – porta a migliorare sostanzialmente l’accuratezza. I risultati più affidabili sono emersi da decisioni collettive che coinvolgono allo stesso tempo più esperti umani e più AI.

Team misti AI-medici migliorano l’accuratezza delle diagnosi

La spiegazione è che gli esperti umani e i sistemi AI commettono errori sistematicamente diversi. Quando l’AI fallisce, un esperto umano può compensare l’errore, e viceversa. Questa complementarietà degli errori rende i team ibridi così potenti. «Non si tratta di sostituire gli esseri umani con le macchine. Piuttosto, dovremmo considerare l’intelligenza artificiale come uno strumento complementare che dispiega appieno il suo potenziale nel processo decisionale collettivo», aggiunge il coautore Stefan Herzog, ricercatore senior presso il Max Planck Institute for Human Development.

Tuttavia, i ricercatori sottolineano anche i limiti del loro lavoro. Lo studio ha preso in considerazione solo casi clinici basati su testo, non pazienti reali in contesti clinici reali. Se i risultati possano essere trasferiti direttamente alla pratica clinica rimane una questione che gli studi futuri dovranno affrontare. Inoltre, lo studio si limita alla fase diagnostica senza affrontare le conseguenze terapeutiche, e una diagnosi corretta non garantisce di arrivare ad un trattamento ottimale. Rimane, inoltre, incerto come i sistemi di supporto basati sull’AI saranno accettati nella pratica dal personale medico e dai pazienti. Anche i potenziali rischi di pregiudizi e discriminazioni da parte sia dell’AI che degli esperti umani, in particolare in relazione a differenze etniche, sociali o di genere, richiedono ulteriori ricerche.

La collaborazione uomo-macchina può rafforzare l’equità sanitaria

Lo studio fa parte del progetto Hybrid Human Artificial Collective Intelligence in Open-Ended Decision Making (HACID), finanziato nell’ambito di Horizon Europe, che mira a promuovere lo sviluppo di futuri sistemi di supporto alle decisioni cliniche attraverso l’integrazione di intelligenza umana e artificiale. I ricercatori intravedono un potenziale sviluppo per migliorare l’assistenza medica nelle regioni in cui l’accesso ad alte professionalità è limitato. I gruppi ibridi potrebbero dare un contributo cruciale a una maggiore equità nell’assistenza sanitaria in tali aree.

«L’approccio può essere trasferito anche ad altri ambiti professionali, come il sistema legale, la risposta alle emergenze da disastri ambientali o le politiche per il clima, ovvero ovunque siano necessarie decisioni complesse e ad alto impatto. Ad esempio, il progetto HACID sta anche sviluppando strumenti per migliorare il processo decisionale nello sviluppo di strategie di adattamento al cambiamento climatico», afferma Vito Trianni, dirigente di ricerca del Cnr-Istc e coordinatore del progetto HACID.

Salute e crisi climatica: l’OMS lancia una nuova commissione pan-europea

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di Ivana Barberini

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha istituito una nuova Commissione Paneuropea per il Clima e la Salute (PECCH) per affrontare una delle sfide sanitarie più urgenti del nostro tempo: il cambiamento climatico. Annunciata a Reykjavík, in Islanda, la commissione riunisce 11 esperti da tutta Europa ed è guidata da Katrín Jakobsdóttir, già prima ministra islandese, con Sir Andrew Haines come consulente scientifico capo.

L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato e, negli ultimi 40 anni, gli eventi meteorologici estremi hanno causato fino a 145.000 morti, in gran parte a causa delle ondate di calore. Il riscaldamento globale altera anche la diffusione di virus come dengue, chikungunya e Zika, compromette la sicurezza alimentare, la qualità dell’acqua e gli ecosistemi. La presidente della Commissione ha evidenziato la necessità di passare dalle parole ai fatti. Troppi rapporti e non abbastanza azioni concrete.

La nuova Commissione Paneuropea per il Clima e la Salute (PECCH) si propone di colmare le lacune nelle politiche sanitarie e climatiche, formulando strategie di adattamento e mitigazione

La PECCH si propone di colmare le lacune nelle politiche sanitarie e climatiche, formulando strategie di adattamento e mitigazione, aumentando la consapevolezza e fornendo supporto all’OMS. Le raccomandazioni definitive saranno presentate nel maggio 2026, durante l’Assemblea Mondiale della Sanità.

Il settore sanitario contribuisce per circa il 5% alle emissioni globali, più di tutti i voli commerciali messi insieme. In Regno Unito, ospedali e cliniche generano oltre 6.600 tonnellate di rifiuti al giorno. Un singolo intervento per ridurre la plastica presso un centro ustioni in Inghilterra ha permesso di risparmiare circa 2 milioni di sterline e 150 tonnellate di CO₂. Inoltre, fino a 1 miliardo di litri d’acqua l’anno sono sprecati per prevenire infezioni nei sistemi idrici del NHS.

La transizione verso una sanità sostenibile passerà da tanti piccoli interventi coordinati e non da un’unica soluzione. La speranza è che la PECCH riesca a imprimere la svolta necessaria, trasformando l’ambizione in cambiamento reale.

Clima e salute, la voce di Cesena in Europa: il sindaco Enzo Lattuca alla Commissione OMS

Anche Cesena ha portato la sua testimonianza, prendendo parte ai lavori della prima audizione della Commissione. «Questa prima audizione ha coinvolto numerosi esperti per comprendere le minacce al clima e alla salute che affrontano gli Stati membri e le popolazioni nella Regione Europea dell’OMS – racconta Lattuca a TrendSanità. Basandosi su questa audizione, e su altre due che si terranno entro la fine dell’anno, la Commissione formulerà raccomandazioni per un’azione sulla salute e sul clima, sia a breve che a lungo termine, e consiglierà l’Ufficio Regionale OMS per l’Europa su come migliorare il suo ruolo di leadership in materia di cambiamento climatico e rafforzare il supporto ai suoi 53 Stati membri. 

I governi locali non possono affrontare questa sfida da soli. Non si tratta più di risposta all’emergenza, ma di trasformare sistematicamente il modo in cui funzionano le nostre città

Nel mio intervento, oltre ad aver condiviso l’esperienza e l’impatto dell’alluvione del 2023, ho inviato un messaggio ai leader politici europei. Quello che abbiamo vissuto in Romagna non è un incidente isolato. È un’anteprima del futuro climatico dell’Europa. Le politiche di mitigazione devono restare in cima all’agenda dell’UE, dobbiamo dare a questi temi la stessa priorità urgenza che riserviamo alle crisi economiche. Le città di tutta Europa devono adattarsi, e questo richiede un piano europeo di finanziamento strutturale e duraturo».

Aderenza e rinuncia alle cure entrano a far parte degli indicatori “Core” del Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono l’insieme delle prestazioni e dei servizi che il Servizio Sanitario Nazionale deve garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket, per assicurare l’uniformità e l’equità nell’accesso alle cure su tutto il territorio nazionale.

Il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) dei LEA è il cruscotto che grazie a precisi indicatori monitora la capacità delle Regioni di adempiere a questo compito essenziale e costituzionalmente garantito. E nel 2023 ha dato come risultato tredici Regioni promosse sui LEA, otto bocciate, confermando divari ancora marcati tra territori e criticità concentrate prevalentemente nella prevenzione e nell’assistenza territoriale.

Abbandono delle cure e PDTA: arrivano gli indicatori “core” per la verifica a livello regionale

Fino al 2023 gli indicatori “core”, quelli di base ai quali è collegato anche il meccanismo di premialità delle Ragioni (cioè una quota integrativa di risorse che viene loro erogata solo dopo la verifica del raggiungimento degli obiettivi) erano solo 22. Dal 2023 sono diventati 24 e nel 2024 sono passati a 27. Le novità più rilevanti sono l’indicatore nell’area equità, che verifica la rinuncia a prestazioni sanitarie per inappropriatezza organizzativa, ad esempio liste di attesa o motivi economici, e quello sull’aderenza al trattamento farmacologico per scompenso cardiaco. Quest’ultimo è il primo indicatore riferito ai Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA), strumenti utilizzati per definire il migliore percorso di cura per i pazienti a garanzia di continuità e qualità delle cure.

A fare sì che diventasse “core” la verifica sulla rinuncia alle cure e si aprisse la strada ai PDTA è stata proprio Salutequità, insieme ai tanti rappresentanti di associazioni pazienti, professionisti sanitari, società scientifiche e manager di strutture sanitarie, grazie alle evidenze e proposte prodotte attraverso le sue molteplici analisi.

Infatti, anche nel 2024 continua ad aumentare la difficoltà di accesso alle cure. Secondo l’ultimo dato Istat, quasi un italiano su dieci (9,9%) ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici negli ultimi dodici mesi, con un aumento del 2,3% rispetto al 2023. Le cause principali sono le liste di attesa (6,8%) e le difficoltà economiche (5,3%). Anche iI ricorso al privato è cresciuto, proprio per l’impossibilità di essere assistiti nell’ambito del Ssn, passando dal 19,9% nel 2023 al 23,9% nel 2024.

Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte nel nostro Paese e sono responsabili del 44% di tutti i decessi. Chi sopravvive a un attacco cardiaco diventa un malato cronico. Lo scompenso cardiaco rappresenta la principale causa di ricovero tra gli ultrasessantacinquenni e la prima causa di morte tra le patologie cardiovascolari nel Paese. La prevalenza dello scompenso cardiaco aumenta con l’età, raggiungendo il 10% tra gli over 65.

Per questo Salutequità per il terzo anno consecutivo ha promosso un momento di studio e confronto per tenere alta l’attenzione e fare il punto sul Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) dei LEA con i principali stakeholder grazie al contributo non condizionato del Gruppo Servier in Italia.

I più colpiti: fasce economicamente più deboli, meno istruite, donne e anziani

Se da un lato si registra una generale crescita della rinuncia alle cure, dall’altro la forbice del divario territoriale rispetto al 2019 tende a ridursi, come certifica Istat. Ma non è una buona notizia: dimostra che anche le regioni settentrionali, dove tradizionalmente l’accesso alle cure era più garantito, peggiorano. Al nord l’abbandono delle cure è del 9,2%, va peggio al Centro (10,7%) e nel Mezzogiorno (10,3%). Incidono di più le lunghe attese soprattutto al Centro e al Nord (rispettivamente 7,3% e 6,9%), mentre al Sud motivazioni economiche e organizzative hanno lo stesso peso (6,3%).

A pagare di più lo scotto di attese lunghe e difficoltà economiche sono le persone tra 45 e 54 anni (13,4%) e quelle over 75 che rinunciano di più della media nazionale. Le donne rinunciano più degli uomini, soprattutto in età adulta (15,6% vs 11,2% tra i 45 e i 54 anni), mentre dopo i 75 anni il gap si riduce.

Anche il titolo di studio influenza la possibilità di curarsi: chi ha un livello di istruzione più elevato rinuncia meno per problemi economici rispetto a chi lo ha più basso (5,7% vs 7,7%).

Rinunciare alle cure significa spesso aggravare il proprio stato di salute, con conseguenze anche sul sistema sanitario, che si trova poi a dover gestire patologie più gravi e costose.

Nuovo Sistema di garanzia dei LEA: come rafforzarlo e usarlo per l’equità

«Continuare a rafforzare ed innovare il Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA deve essere la priorità del nostro SSN e anche grazie al nostro impegno, alcuni passi in avanti sono stati fatti – queste le dichiarazioni di Tonino Aceti Presidente di Salutequità -. Infatti, nel 2024 sono diventati “core” due importanti indicatori di performance delle Regioni: la rinuncia alle cure che misura il livello di equità sociale dell’assistenza sanitaria e l’aderenza alle terapie nel percorso diagnostico terapeutico assistenziale dello scompenso cardiaco. E ancora la Legge di Bilancio 2025 ha previsto entro giugno 2025 l’emanazione di un decreto del Ministero della salute, che ancora manca all’appello, al fine di integrare il nuovo sistema di garanzia dei LEA con una dimensione di monitoraggio e valutazione delle performance regionali che riguarda aspetti gestionali, organizzativi, economici, contabili, finanziari e patrimoniali. Anche l’Atto di indirizzo del Ministro della salute per l’anno 2025 ha previsto la necessità di introdurre nuovi indicatori all’interno del NSG, come pure il “DDL prestazioni sanitarie” approvato dal Senato prevede l’inserimento nel NSG dei LEA di un indicatore sull’aderenza terapeutica».

«Sono diverse le tematiche che devono ancora essere messe sotto controllo all’interno del NSG – sottolinea Aceti –  come ad esempio: liste di attesa, umanizzazione delle cure, aderenza alle terapie, PREMS (acronimo di Patient-Reported Experience Measures, sono strumenti di indagine che misurano la percezione e l’esperienza dei pazienti riguardo all’assistenza sanitaria ricevuta) e PROMS (dall’inglese Patient-Reported Outcome Measures, sono strumenti utilizzati in ambito sanitario per raccogliere informazioni direttamente dai pazienti riguardo alla loro salute e al loro benessere), il tempo di attesa in Pronto Soccorso, la qualità dell’ADI, la presa in carico di tutte le cronicità, la telemedicina, le infezioni correlate all’assistenza (ICA), il personale sanitario, l’accesso equo e tempestivo alle innovazioni tecnologiche, il corretto esercizio dell’intramoenia… Il NSG dovrebbe fotografare e comunicare non solo i dati regionali, ma anche sub-regionali e  diventare uno strumento più dinamico e flessibile da revisionare costantemente senza dover passare ogni volta per Decreti e Intese».

«Il Comitato LEA preposto al suo aggiornamento dovrebbe essere meno autoreferenziale e aprirsi agli stakeholder, e l’attività di misurazione, valutazione e verifica dei LEA deve essere sempre più sottratta a logiche politiche e consegnata completamente alla dimensione tecnica – ha continuato Aceti – garantendo il massimo livello di trasparenza e accountability dei dati: i risultati NSG 2023 infatti sono stati pubblicati ad oggi solo in forma sintetica. Ma misurare e verificare sempre meglio l’assistenza sanitaria da sola non basta per ridurre le disuguaglianze e migliorare l’accesso alle cure. Servono interventi incisivi, puntuali e tempestivi di potenziamento dei LEA critici nel rispetto del principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, così come previsto dal Patto per la Salute 2019-2021, e prevedendo anche l’esercizio di poteri sostitutivi – ha quindi concluso Aceti -. La prova provata di tutto questo è l’incremento vertiginoso della rinuncia alle cure nel 2024, lo stesso anno in cui sulla stessa questione le Regioni sono state per la prima volta anche misurate e controllate con uno specifico indicatore “core”».

Nascono gli educational tools di Salutequità

Aiutare a conoscere come il Servizio Sanitario Nazionale viene misurato e verificato può contribuire a usarlo meglio, migliorarlo e renderlo più trasparente, aumentando così anche il livello di fiducia nelle istituzioni.

Per questo Salutequità ha realizzato proprio nell’ambito dei LEA e del NSG una mini-guida ragionata per spiegare di cosa si tratta, i diritti, le necessità e i meccanismi di funzionamento. 

La Società Italiana di Intelligenza Artificiale in Medicina (SIIAM) annuncia il 3° Annual Meeting: appuntamento a Napoli, 10 e 11 ottobre

La Società Italiana di Intelligenza Artificiale in Medicina (SIIAM) annuncia il suo terzo congresso nazionale, che si terrà il 10 e 11 ottobre 2025 presso il Centro CESTEV dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo l’edizione 2024 ospitata al LUISS Hub di Milano, il congresso si presenta in una forma rinnovata, con un programma articolato su due giornate e una forte attenzione alla qualità scientifica e al confronto pratico tra professionisti, ricercatori e istituzioni.

L’evento si svolge in collaborazione con due partner di rilievo: l’Università degli Studi di Napoli Federico II, tra i principali poli accademici italiani con una lunga tradizione nella formazione medico-sanitaria, ed EIT Health, network europeo di eccellenza per l’innovazione in sanità, che promuove sinergie tra ricerca, clinica e industria. Queste collaborazioni istituzionali rafforzano l’identità del congresso come piattaforma di scambio scientifico e applicazione concreta delle tecnologie digitali nei contesti sanitari reali.

«Dopo il successo dell’edizione 2024, abbiamo voluto rafforzare ulteriormente la dimensione applicativa e interdisciplinare del congresso»

«Dopo il successo dell’edizione 2024, abbiamo voluto rafforzare ulteriormente la dimensione applicativa e interdisciplinare del congresso», spiega Francesco Baglivo, presidente del congresso congiuntamente a Giacomo Diedenhofen. Aggiunge poi: «Il programma prevede una prima giornata dedicata alle sessioni scientifiche e ai poster pitch, che si concluderà con un evento di networking; la seconda giornata sarà invece interamente orientata alla pratica, con workshop tematici sugli use-case reali».

«Napoli ed in particolare il Centro CESTEV della Federico II rappresentano per noi una scelta coerente con la missione della SIIAM», aggiunge Diedenhofen. «Non solo per la qualità delle strutture accademiche che ci ospitano, ma anche per la possibilità di favorire connessioni tra diversi ambiti disciplinari. Il networking ed il knowledge-sharing per noi non sono elementi accessori, ma un elemento fondamentale per promuovere la multidisciplinarietà su cui si fonda la nostra visione».

Le iscrizioni al congresso sono attualmente aperte, con quote agevolate disponibili fino al 31 luglio 2025.

La call per contributi scientifici è attiva fino al 15 luglio e prevede l’invio di comunicazioni brevi originali, che saranno sottoposte a peer review e pubblicate in un numero della rivista Recenti Progressi in Medicina, edita da Il Pensiero Scientifico Editore.

Tutti gli interessati a contribuire al dibattito sull’intelligenza artificiale in medicina, sia dal punto di vista clinico che tecnologico o della governance, sono invitati a partecipare.

TrendSanità rinnova anche quest’anno la media partnership per l’evento, con piacere e convinzione, partecipando a un appuntamento sempre più stimolante, vivace e centrale nel dibattito sull’intelligenza artificiale in medicina.

HIV, AIDS e infezioni sessualmente trasmesse: giovani ancora troppo poco informati, errori e ‘fake’ sulla prevenzione e sui metodi di trasmissione

Il Telefono Verde AIDS e Infezioni Sessualmente Trasmesse 800861061 (Telefono Verde AIDS e IST) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) compie 38 anni il 20 giugno, con l’occasione estenderà l’orario dalle 9 alle 19.

Sono in preoccupante aumento le infezioni sessualmente trasmesse (IST) in Europa in particolare tra i giovani, che però nonostante siano i più esposti in molti casi sono disinformati, tanto che al Servizio nazionale Telefono Verde AIDS e IST dell’ISS vengono ancora poste domande sulla possibilità di essere contagiati con un bacio o una puntura di zanzara. Lo evidenziano i dati di un’analisi condotta in occasione dei 38 anni di attività del Servizio, istituito il 20 giugno 1987 e collocato nell’Unità Operativa Ricerca psico-socio-comportamentale, Comunicazione, Formazione (Uorcf) del Dipartimento Malattie Infettive (Dmi) dell’ISS.

Negli ultimi 10 anni, il numero di casi di sifilide, gonorrea e clamidia è aumentato rispettivamente del 100%, del 321% e del 13% secondo i dati pubblicati di recente dal Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle malattie (ECDC), che lancia l’allarme proprio sulla fascia di età giovanile.

«Se le ragazze e i ragazzi sono più vulnerabili, in diversi casi sono anche poco informati, specie sulle modalità di trasmissione – sottolinea Anna Colucci, responsabile dell’Uorcf – : esprimono il timore che un bacio possa trasmettere l’infezione da HIV o che zanzare e insetti possano fare da veicolo, si interrogano sui rischi di aver condiviso una bibita o del cibo o di aver frequentato un bagno pubblico. Per i giovani non è scontato disporre di un corretto bagaglio di conoscenza sulle reali modalità di trasmissione delle IST. Il Telefono Verde AIDS e IST persegue l’obiettivo di aggiungere tasselli di conoscenza importanti in questa fascia di età, nonché consapevolezza sui comportamenti a rischio. A fronte dei tanti giovani che telefonano, vi sono ampie fasce di popolazione giovanile che non conoscono questa opportunità informativa offerta gratuitamente e in anonimato: la vera sfida è intercettarli».

Gli esperti hanno focalizzato l’attenzione in special modo sugli ultimi tre anni, da giugno 2022 a giugno 2025, arco di tempo nel quale una chiamata su 10 è arrivata da persone under 25, con picchi in particolare nella fascia 20-24 anni.

Circa 10mila sono stati i quesiti posti, relativi in 4 casi su 10 alle modalità di trasmissione dell’HIV e delle altre IST e in 3 casi su 10 all’accesso a esami diagnostici e alle strutture dedicate, presenti sul territorio.

850mila chiamate in 38 anni e risposte a oltre due milioni di quesiti

Sono quasi 850mila (per la precisione 846.767) le telefonate pervenute in 38 anni di attività al Telefono Verde AIDS e IST dell’Istituto Superiore di Sanità. Gli esperti in questo arco di tempo hanno risposto a 2.374.496 quesiti.

Per il 76,3% le chiamate ricevute sono pervenute da persone di sesso maschile, l’età media è 30 anni. Nel corso del tempo si è osservato un decremento progressivo delle telefonate pervenute specie dalle donne e dai giovani di età inferiore a 25 anni. All’opposto è stato registrato un incremento in persone di età superiore ai 49 anni. Nelle donne, in generale, vi è una maggiore attenzione ai test diagnostico-clinici e a come accedervi, negli uomini uno dei focus principali delle chiamate riguarda invece le modalità di trasmissione dell’HIV e delle altre Infezioni sessualmente trasmesse.

In occasione dei 38 anni di attività, domani 20 giugno, sarà esteso l’orario del Telefono Verde AIDS e IST. Gli esperti, impegnati abitualmente dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13-18, risponderanno alle telefonate a partire dalle 9 fino alle 19.

Biological-Twins: modelli predittivi per un’oncologia di precisione sempre più efficace

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La medicina entra in una nuova era, quella dei gemelli virtuali e biologici: modelli digitali che simulano l’evoluzione di un tumore e prevedono la risposta alle terapie, e piattaforme biologiche capaci di anticipare la risposta della malattia a nuovi farmaci.

In Italia, l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas – primo centro in Italia ad aver istituito un AI Center dedicato all’applicazione dell’intelligenza artificiale in medicina – è tra i pionieri di questa rivoluzione, grazie all’uso di tecnologie avanzate come i digital twins e i biological twins.

digital twins sono veri e propri “gemelli digitali” del paziente: modelli virtuali costruiti a partire da dati reali – clinici, genomici, di imaging e relativi ai trattamenti – capaci di riprodurre in modo dinamico l’andamento della malattia. Ma la ricerca non si ferma al digitale. In Humanitas è stata sviluppata anche una piattaforma di biological twins, applicata alle neuroscienze, che si basa sull’analisi diretta di campioni biologici di tumori cerebrali per fornire previsioni affidabili sulla risposta a nuovi farmaci e allo studio dei meccanismi di resistenza.

Abbiamo parlato di questa piattaforma di gemelli biologici con Elisabetta Stanzani, ricercatrice CNR presso IRCCS Istituto Clinico Humanitas, nonché fra le firme di un importante studio che mette in evidenza i meccanismi che stimolano le capacità migratorie e infiltrative delle cellule tumorali.

Che cos’è una piattaforma Biological-Twins e quali sono le sue potenziali applicazioni?

Elisabetta Stanzani

«La piattaforma Biological-Twins è un’infrastruttura sperimentale che stiamo sviluppando all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas nel laboratorio della professoressa Michela Matteoli per ottenere modelli affidabili in vitro di glioblastoma, uno dei tumori cerebrali più aggressivi e complessi. Questo tipo di tumore colpisce il sistema nervoso centrale e presenta una marcata eterogeneità sia tra pazienti (intertumorale) sia all’interno dello stesso tumore (intratumorale), rendendo particolarmente difficile trovare trattamenti efficaci.

Grazie alla collaborazione con i neurochirurghi di Humanitas, coordinati dal professor Federico Pessina, abbiamo la possibilità di ottenere campioni tumorali da cui generare modelli tridimensionali avanzati, derivati da cellule umane. Vengono chiamati “gemelli biologici” perché riproducono fedelmente le caratteristiche molecolari del tumore originario, rappresentando la variabilità osservata nei pazienti.

Si tratta di un sistema integrato che combina modelli preclinici realistici con tecnologie omiche avanzate, permettendo di studiare la malattia in modo più accurato e di testare strategie terapeutiche in laboratorio prima di arrivare al paziente. Le potenziali applicazioni sono molteplici: dalla selezione di trattamenti mirati per specifici sottotipi tumorali, allo studio dei meccanismi di resistenza ai farmaci, fino allo sviluppo di nuove combinazioni terapeutiche.

Dai campioni tumorali forniti dai neurochirurghi di Humanitas nascono modelli 3D avanzati, i “gemelli biologici”, che replicano la complessità molecolare dei tumori reali

Un ulteriore vantaggio è la possibilità di ottenere dati solidi e riproducibili riducendo al contempo il ricorso alla sperimentazione animale. Questo approccio, orientato alla medicina traslazionale, punta a colmare il divario tra il laboratorio e la clinica, contribuendo in futuro a ottimizzare le cure e renderle sempre più personalizzate.»

Nel vostro studio “Extracellular Vesicles Released by Glioblastoma Cancer Cells Drive Tumor Invasiveness via Connexin-43 Gap Junctions” avete dimostrato che le vescicole extracellulari prodotte dalle cellule tumorali di glioblastoma sono in grado di stimolare le cellule circostanti. Che significato ha avuto la piattaforma Biological-Twins?

«In questo studio ci siamo focalizzati sul ruolo delle vescicole extracellulari (EVs), piccoli frammenti rilasciati dalle cellule tumorali, nel rimodellare il microambiente circostante e favorire la diffusione del tumore. Abbiamo scoperto che queste EVs possono promuovere l’invasività del glioblastoma attraverso l’attivazione delle giunzioni comunicanti mediate dalla proteina Connexin-43.

La piattaforma Biological-Twins è stata fondamentale per questo lavoro perché ci ha permesso di analizzare questi meccanismi in un contesto sperimentale che riflette fedelmente la complessità e l’eterogeneità del tumore umano. Abbiamo potuto verificare che il fenomeno osservato non era generico, ma associato a specifici sottotipi molecolari di cellule tumorali. Questo ha aumentato la risoluzione biologica dello studio e la sua rilevanza traslazionale.»

Quali prospettive si aprono nell’ambito della medicina di precisione grazie a questi strumenti?

«Strumenti come Biological-Twins aprono scenari molto promettenti per la medicina di precisione, perché ci permettono di portare la ricerca in una direzione sempre più personalizzata e applicabile al singolo paziente.

Riprodurre in laboratorio la variabilità del tumore permette di individuare marcatori predittivi, nuovi bersagli terapeutici e rendere più affidabili i test preclinici

La possibilità di riprodurre infatti in laboratorio la variabilità biologica del tumore ci consente di identificare marcatori predittivi di risposta o resistenza ai farmaci, esplorare nuovi bersagli terapeutici e meccanismi biologici, come nel caso del nostro recente studio sulle EVs e aumentare l’affidabilità dei test preclinici, grazie a modelli più rappresentativi della realtà clinica. Al momento, non siamo ancora in grado di creare un modello completamente personalizzato per ciascun paziente, ma stiamo lavorando per rendere il sistema sempre più flessibile e diversificato. Già oggi, la nostra piattaforma permette di testare nuovi farmaci su una gamma ampia di modelli, aumentando la potenza predittiva degli studi e migliorando la selezione di trattamenti più mirati.

Nel caso del glioblastoma – una delle sfide più difficili in ambito oncologico – l’approccio “one-size-fits-all” non è più sostenibile. La piattaforma Biological-Twins ci consente di superare questo paradigma e di avvicinarci a strategie terapeutiche più efficaci, costruite sulla base della biologia unica di ciascun tumore.

Per questo motivo, la ricerca derivante da questa piattaforma ha raccolto l’interesse della Fondazione D3 4Health, ed è stata selezionata assieme ad altre attività per il finanziamento dal Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari al PNRR “Digital Driven Diagnostics, prognosis and therapeutics for sustainable Health Care” che prevede di integrare approcci digitali e biologici per sviluppare soluzioni innovative e sostenibili.»