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Draoli (FNOPI): il tempo della cura, una nuova grammatica per il sistema salute

Oggi, in modo cogente e più che nel passato, il Sistema salute è pressato, da un lato, da una domanda costantemente in crescita generata dall’invecchiamento progressivo della popolazione, dall’aumento della cronicità e da bisogni sempre più complessi, e, dall’altro, da una risposta ai bisogni non facile perché condizionata dalla finitezza delle risorse, dalla frammentazione dei servizi e da una rete assistenziale difficile da articolare e altrettanto da mantenere. È proprio in questo tempo e in questo contesto che il tema della cura come atto profondamente umano, relazionale, etico, di prossimità, integrazione, accessibilità e non meramente come un gesto tecnico, torna prepotentemente ad assumere un valore politico ma anche culturale centrale.

A TrendSanità ne abbiamo parlato con Nicola Draoli, Consigliere nazionale FNOPI e autore – insieme a Giulia Fanetti – del testo “Sulla soglia, esperienze di cura”, che riflette sul senso profondo della cura in questo tempo. Una riflessione dalla quale non si può prescindere per costruire un dialogo irrinunciabile per connettere l’esperienza di chi opera nella sanità e nel sociale con le grandi questioni che attraversano il sistema salute.

Nel suo testo si parla della cura come atto relazionale profondo e non solo: in un sistema salute sempre più prestazionale e centrato sulla logica dell’efficienza come si può mettere e rimettere al centro la relazione e la prossimità soprattutto in situazioni di fragilità?

La relazione non dovrebbe “essere messa o rimessa” al centro. Dovrebbe già starci. È un dovere deontologico, ma prima ancora un imperativo etico e umano. La relazione che prevede la prossimità intesa anche come comprensione è un principio basilare, non una funzione supererogatoria. Tuttavia, viviamo in un sistema che valuta ciò che è misurabile, e in questa logica la relazione rischia di sparire dal radar.

Viviamo in un sistema che valuta ciò che è misurabile, e in questa logica la relazione rischia di sparire dal radar

Eppure, anche la relazione può generare valore, anche in termini di accountability. Gli strumenti ci sono: dai PREMs e PROMs (strumenti di valutazione della qualità percepita dai pazienti), fino alle tassonomie infermieristiche che permettono di codificare interventi relazionali. Il problema è che la relazione ha un peso specifico inferiore nei meccanismi di certificazione, ad esempio, a un indice di performance clinica. In un contesto sociale e demografico come il nostro, la prossimità e la cura devono diventare inoltre patrimonio di una comunità, non solo compito del professionista. Ecco perché credo che i nuovi assetti della sanità territoriale, se sapranno davvero sviluppare community building, possano essere un’opportunità straordinaria. Ma servirà un salto culturale anche da parte della cittadinanza e della politica superando l’eccessiva delega ai professionisti e ripensandosi in termini di co-responsbailità e co progettazione.

La prossimità è sempre più spesso evocata come valore irrinunciabile ma richiede visione, organizzazione, risorse. Quali sono le condizioni istituzionali e professionali necessarie per costruire e mantenere il sistema salute davvero vicino alle persone?

La prossimità è la più grande sfida di un sistema fatto oggi di troppe distanze. Tra l’altro non esiste una prossimità solo in senso fisico. Un sistema può essere vicino se sa offrire risposte personalizzate, se conosce la storia dell’altro, se non costringe i cittadini a bussare a cento porte per capire a chi spetti la responsabilità del loro bisogno.

I nuovi assetti della sanità territoriale, se sapranno davvero sviluppare community building, possono essere un’opportunità straordinaria per costruire fiducia e relazioni

La tecnologia ci offre strumenti potenti in questo senso, ma a patto di non dimenticare il digital divide: analfabetismo digitale e infrastrutture carenti possono amplificare le disuguaglianze. I professionisti di oggi dovrebbero diventare in grado di prescrivere quindi anche la giusta tecnologia alla giusta persona e questa è una competenza che deve essere di tutti, servono quindi competenze in più e i fondi del PNRR hanno creato molte opportunità formative in questo senso. Serve comunque come condizione essenziale un modello che ricostruisca fiducia e relazioni di continuità: l’infermiere di famiglia e comunità è, in questo senso, una delle risposte più concrete. La prossimità è reale quando posso chiamare un professionista che conosco e che conosce me. Se non ci conosciamo, non serve esserci nemmeno fisicamente. E le nuove tecnologie in contesti organizzativi non adeguati non solo non migliorano niente ma probabilmente peggiorano. 

L’integrazione tra i servizi sanitari e sociali è e resta uno dei nodi più ostici da sbrigliare. Quali politiche servirebbero per garantire continuità e risposte coerenti, personalizzate e di qualità a chi vive in condizioni di fragilità e marginalità?

Le strutture esistono: UVM (Unità di Valutazione Multidisciplinare), COT (Centrale Operativa Territoriale), PUA (Punto Unico di Accesso). Il problema non è crearle, ma farle funzionare come spazi di reale confronto e non come scatole burocratiche. La sfida è organizzativa, più che normativa. Occorre rompere il silos professionale e settoriale: un vero approccio integrato si costruisce solo se si riconosce che i determinanti di salute sono anche economici, culturali e ambientali. Se non accettiamo che una persona malnutrita, sola o priva di istruzione ha un rischio sanitario più alto, continueremo a rincorrere la fragilità invece che prevenirla. La chiave non è “più prestazioni”, ma più alleanze, più co-progettazione, più visione condivisa. Credo che gli infermieri e gli assistenti sociali siano i due attori principali per condividere visioni ampie ed olistiche in questo senso, per storia, per formazione, per inclinazione.

Un vero approccio integrato si costruisce solo se si riconosce che i determinanti di salute sono anche economici, culturali e ambientali

Il concetto di accessibilità deve fare i conti con barriere che non sono più solo fisiche ma anche culturali, economiche e digitali. In che modo il sistema salute può essere davvero inclusivo e con quale contributo da parte dei professionisti?

Per essere inclusivo, il sistema deve smettere di ragionare per compartimenti. Dobbiamo farci insieme una domanda semplice: di cosa ha bisogno questa persona? Solo dopo possiamo dividere il lavoro per ambiti di competenza e decidere chi è il case manager in base al bisogno prevalente. Ma non basta. Servono politiche che rendano attrattivi i territori, perché la prossimità non si costruisce dove i servizi non vogliono (o non possono) restare. Chi lavora nella salute oggi cerca contesti stimolanti anche umanamente, non solo stipendi o tabelle. Se un territorio è povero digitalmente, culturalmente, socialmente, diventa ostile sia per chi ci vive che per chi dovrebbe prendersene cura. E questo genera un circolo vizioso difficilissimo da spezzare. 

La cura come atto etico e relazionale rischia di essere sottovaluta e sottodimensionata dalle politiche sanitarie. Che ruolo dovrebbero avere nelle scelte istituzionali? Come professionisti, quali leve possiamo agire per promuovere un sistema più umano ed eticamente giusto?

Il rischio c’è, ed è concreto. Perché la cura relazionale è difficile da standardizzare, da contare, da mettere in un cruscotto. E la sanità – e la governance – si sono abituate troppo a ciò che è numericamente solido, ma umanamente fragile. Come professionisti, abbiamo la responsabilità di non arretrare su questo terreno. Dobbiamo essere noi i primi a portare la relazione in corsia, nei servizi, nelle case. Ma dobbiamo anche esigere che i sistemi informativi valorizzino ciò che facciamo: oggi molti degli atti relazionali non vengono nemmeno registrati. Ripensare i flussi informativi in chiave relazionale è una sfida tecnica, certo, ma prima ancora è una scelta politica. E io credo che sia una scelta inevitabile, se vogliamo costruire un sistema che metta davvero al centro la persona.

Sale a 4 miliardi lo sforamento della spesa farmaceutica per acquisti diretti da parte delle Regioni

Acquisiti dalle Regioni i dati di spesa definitivi, il consuntivo 2024 si chiude con uno sforamento della spesa farmaceutica per acquisti diretti da parte delle stesse Regioni di 4 miliardi e 16 milioni di euro. Un dato leggermente in salita rispetto ai 3,7 miliardi di euro di splafonamento del tetto calcolati a fine aprile scorso sulla base di dati ancora provvisori. Il “Monitoraggio della Spesa Farmaceutica Nazionale e Regionale gennaio-dicembre 2024”, approvato dal CdA di AIFA nella seduta del 29 luglio, fissa all’11,32% del Fondo sanitario nazionale (FSN) la spesa per la “diretta”, contro l’8,3% del tetto prefissato. Lo scorso anno la percentuale di spesa sul FSN era stata pari al 10,53%. A influire sull’incremento della spesa, oltre alle dinamiche registrate negli altri Paesi paragonabili, come invecchiamento della popolazione e costi dell’innovazione sempre più elevati, è stato anche il passaggio di diversi medicinali dal Fondo per gli innovativi a quello degli acquisti diretti.

I dati che si ricavano dal documento, pubblicato sul portale dell’AIFA, evidenziano inoltre una notevole divaricazione di spesa a livello regionale, con una percentuale rispetto ai singoli fondi sanitari regionali che varia dal 9,44% della Lombardia al 13,48% della Sardegna, dal 13,21% della Campania al 13,15% del Friuli Venezia Giulia. Sotto la soglia del 10% del FSR si collocano, oltre alla Lombardia, anche Trento e Valle D’Aosta, mentre sopra lo soglia del 12% Emilia Romagna, Abruzzo e Marche.

Complessivamente, in valori assoluti, la spesa per acquisti diretti da parte delle Regioni ammonta a 15 miliardi e 56 milioni di euro, ai quali si aggiungono i 249 milioni di spesa per i gas medicinali.

Registra invece un avanzo di 691 milioni di euro la spesa per la farmaceutica convenzionata che, al netto degli sconti versati dalle farmacie e al lordo dei ticket, è stata pari a 8 miliardi e 353 milioni, contro un tetto programmato del 6,80% del Fondo sanitario (pari in valore assoluto a 9 miliardi e 44 milioni). In termini percentuali l’incidenza della convenzionata sul Fondo è stata del 6,28%, contro il 6,34% del FSN 2023.

Al netto del payback la spesa per i farmaci innovativi è stata infine pari a 775 milioni di euro, interamente coperti dal Fondo ad hoc, pari a 1,3 miliardi di euro. Un avanzo della spesa rispetto al fondo di oltre 500 milioni di euro che sarebbe stato possibile utilizzare per ridurre lo sfondamento del tetto degli acquisti diretti 2024 e che sarà ora possibile riallocare nel 2025 grazie alla determina sui medicinali innovativi già approvata il 12 luglio 2025.

Prescrizione sociale culturale: un ciclo di webinar per approfondire il tema

Si intitola La Bussola – La prescrizione sociale culturale: risorse di comunità a sistema per il ben‑essere il nuovo percorso formativo promosso dal Cultural Welfare Center, in programma dal 10 novembre al 9 dicembre 2025. Cinque incontri online, rivolti a professionisti del settore sanitario, sociale e culturale, per esplorare il potenziale della prescrizione sociale come strumento per prendersi cura delle persone, integrando risorse culturali e relazionali nel percorso di cura.

La prescrizione sociale è un approccio già diffuso in diversi Paesi, in particolare nel Regno Unito, dove viene utilizzata come risposta a bisogni di salute che non trovano risposta unicamente nel trattamento clinico. Consiste nel “prescrivere” attività di tipo culturale, artistico, sportivo o relazionale – ad esempio laboratori teatrali, gruppi di lettura o percorsi museali – in grado di contribuire al benessere mentale, alla riduzione dell’isolamento e alla qualità della vita, soprattutto nei casi di malattie croniche o fragilità sociali.

In Italia si tratta di una pratica ancora in fase sperimentale, che richiede la costruzione di un linguaggio e di un metodo condiviso tra mondi diversi.

Il percorso “La Bussola” offre strumenti concreti per applicare la prescrizione sociale in Italia, a partire dalle esperienze internazionali e dalle linee guida OMS

Il percorso La Bussola prevede un’introduzione generale sul tema – che cos’è la prescrizione sociale, dove nasce e come si è sviluppata a livello internazionale – e l’approfondimento di alcuni aspetti chiave: le opportunità di sviluppo nel contesto italiano, le risorse abilitanti, il potenziale impatto sulla salute individuale e collettiva. Saranno presentate le migliori esperienze in atto nel mondo e in Italia.

Durante il percorso sarà condivisa una bibliografia ragionata, a partire dalla traduzione italiana del toolkit dell’OMS (2022) su come implementare la prescrizione sociale, a cura di CCW in collaborazione con numerosi partner istituzionali. Saranno inoltre illustrati i primi risultati del percorso di ricerca nazionale avviato sul tema, con casi studio e riflessioni operative.

Il programma è curato scientificamente da Annalisa Cicerchia e Catterina Seia – CCW, con le partnership di DoRS – Centro di Documentazione per la promozione della Salute della Regione Piemonte, COREP – Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente Università di Torino e Università di Messina, Rete HPH – Ospedali per la Promozione della Salute e dei Servizi Sanitari, DAIRI – Dipartimento delle Attività Integrate Ricerca e Innovazione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Alessandria.

Il corso, rivolto a operatori sanitari, sociali e culturali, professionisti della pubblica amministrazione, del terzo settore e investitori sociali, è accreditato ECM per il rilascio di crediti formativi validi per le professioni sanitarie.

Le iscrizioni sono aperte dal 18 luglio al 15 settembre 2025, con un massimo di 250 partecipanti.

Per maggiori informazioni e iscrizioni, clicca qui

Nascono le Pancreas Unit: un nuovo modello nazionale per la cura integrata delle malattie pancreatiche

L’Italia compie un salto di qualità nella presa in carico dei pazienti con patologie pancreatiche, sia oncologiche che benigne. Con l’approvazione del documento nazionale da parte del Ministero della Salute, viene ufficialmente avviata l’implementazione della rete di Pancreas Unit, centri specializzati e connessi secondo un modello multidisciplinare, che mira a migliorare gli esiti clinici e garantire pari accesso alle cure su tutto il territorio nazionale.

Questo risultato è il frutto di anni di lavoro portati avanti da società scientifiche, associazioni a tutela dei pazienti e professionisti sanitari, e rappresenta oggi una svolta strategica per la sanità pubblica.

«Le Pancreas Unit sono una risposta organizzata alla complessità di queste patologie. Una rete ad alta specializzazione, connessa con il territorio, è l’unico modo per garantire cure tempestive, appropriate e vicine al paziente», dichiara Silvia Carrara, Presidente della Associazione Italiana Studio Pancreas (AISP).

«Questo modello fonda la sua forza sull’integrazione reale tra specialisti: gastroenterologi, endoscopisti, chirurghi, oncologi, radiologi, patologi, nutrizionisti e palliativisti. È la sintesi perfetta tra qualità, prossimità e sostenibilità delle cure», aggiunge Luca Frulloni, Presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE).

Perché servono le Pancreas Unit

Il carcinoma del pancreas è tra i tumori più aggressivi: le stime indicano che entro il 2030 potrebbe diventare la seconda causa di morte per cancro in Europa. Anche le forme benigne – come pancreatiti acute e croniche, lesioni cistiche e neoplasie a basso potenziale maligno – richiedono un’assistenza continua e altamente specialistica.

Secondo studi recenti (Balzano et al., Dig Liver Dis, 2025), trattare i pazienti in centri ad alto volume e con esperienza multidisciplinare riduce significativamente la mortalità post-operatoria e migliora l’efficacia delle cure. In Italia, invece, troppi interventi sono ancora eseguiti in strutture a basso volume, con conseguente aumento del rischio clinico e dei costi sanitari.

Dal modello lombardo alla rete nazionale: l’organizzazione Hub & Spoke

Un’esperienza virtuosa arriva dalla Regione Lombardia, che già nel 2022 ha attivato una rete di 14 centri Hub e numerosi Spoke, basata su criteri rigorosi:

  • multidisciplinarietà reale, con coinvolgimento regolare di tutte le figure sanitarie essenziali;
  • volumi minimi di attività, come almeno 50 resezioni pancreatiche ogni 3 anni e mortalità chirurgica sotto l’8%;
  • incontri clinici MDT (Multidisciplinary Team) strutturati, con almeno 20 riunioni l’anno;
  • case manager dedicato e formazione continua del personale;
  • piattaforme digitali per monitorare gli indicatori di qualità.

Questo modello è oggi il riferimento per la Cabina di Regia ministeriale, che punta a strutturare una rete nazionale di Pancreas Unit, riducendo la mobilità sanitaria e garantendo equità territoriale.

Le priorità per rendere operativa la rete secondo AISP E SIGE

Perché le Pancreas Unit diventino realtà effettiva in ogni regione, è necessario:

  • investire nella formazione di nuovi specialisti; 
  • attivare e finanziare registri clinici nazionali per raccogliere dati real-world; 
  • adeguare i LEA, includendo le procedure endoscopiche e radiologiche avanzate oggi non rimborsate; 
  • sostenere la ricerca multicentrica, attraverso reti coordinate e piattaforme condivise.

Sostegno al percorso

AISP e SIGE si impegnano a sostenere il percorso attraverso formazione, advocacy istituzionale, aggiornamento scientifico e un forte legame con le associazioni pazienti. Al centro di questa visione ci sono anche i giovani medici in formazione, già protagonisti di progetti e attività legate alle Pancreas Unit. Le Pancreas Unit sono una grande opportunità per il sistema sanitario italiano: un modello che unisce efficacia clinica, sostenibilità organizzativa e prossimità territoriale, fondato su dati, esperienza e centralità del paziente. Una risposta concreta a una delle sfide più complesse della medicina contemporanea.

Scabbia, l’infezione “dimenticata” che torna a colpire

Una malattia della pelle che si credeva confinata al passato sta tornando a farsi sentire. Si tratta della scabbia, un’infezione causata dall’acaro Sarcoptes scabiei, oggi in crescita anche nei Paesi industrializzati. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST), che invita a non sottovalutare la diffusione del parassita e a puntare su prevenzione e diagnosi precoce.

Storicamente associata a povertà e scarsa igiene, oggi la scabbia si trasmette facilmente in ambienti come scuole, RSA, ospedali e nuclei familiari numerosi

Storicamente associata a povertà e scarsa igiene, oggi la scabbia si trasmette facilmente in ambienti come scuole, RSA, ospedali e nuclei familiari numerosi. Il contagio avviene quasi esclusivamente per contatto diretto tra persone. L’acaro, invisibile a occhio nudo, scava cunicoli nella pelle dove depone le uova, provocando un prurito intenso (soprattutto notturno) e lesioni localizzate su mani, piedi, polsi e genitali.

I dati italiani: aumento dei casi in Emilia-Romagna e nel Lazio

Due recenti studi evidenziano una diffusione in crescita. A Bologna, una ricerca pubblicata su Sexually Transmitted Infections ha rilevato un incremento costante delle diagnosi negli ultimi anni, con picchi stagionali ricorrenti. Tra i fattori favorenti, c’è il sovraffollamento urbano e le condizioni socioeconomiche fragili. Uno scenario altrettanto preoccupante emerge nel Lazio. Uno studio pubblicato su Infectious Diseases of Poverty ha analizzato i casi tra il 2017 e il 2023. Dopo un calo marcato durante la prima fase della pandemia da COVID-19 (–79,6% nel 2020), i numeri sono tornati a salire: +143,4% tra 2020 e 2021, +142,3% tra 2021 e 2022, +170,3% tra 2022 e 2023. Particolarmente allarmante è l’aumento dei focolai nelle strutture di lunga degenza: +750% in tre anni.

Michela Magnano

Michela Magnano, dirigente medico presso l’Unità operativa di dermatologia dell’Ospedale Versilia di Lido di Camaiore (Lucca), spiega a TrendSanità perché si parla ancora di scabbia, come si cura e quanto conta fare prevenzione.

Perché questa recrudescenza?

«C’è da dire che questa recrudescenza si è evidenziata negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2020-2021, un po’ in tutta Europa. Emilia-Romagna e Lazio hanno fatto degli studi che, al momento, sono gli unici con dati precisi sull’effettivo aumento dei casi. Uno studio su larga scala dell’Istituto Superiore di Sanità, che analizzi l’aumento della scabbia negli ultimi anni a livello nazionale, ancora non c’è. Al momento, quindi, si descrivono singole realtà specifiche e non una situazione complessiva del Paese. Sappiamo che la scabbia ha un andamento ciclico: ogni dieci anni circa può esserci un picco di incidenza, che però, solitamente, è seguito da un periodo di calo dei casi. Già dal 2017 abbiamo iniziato a notare un trend in crescita. Poi, c’è stato un aumento importante che abbiamo notato nella pratica clinica, soprattutto dopo la pandemia. Sebbene i numeri ufficiali ancora non ci siano, è un dato che emerge con forza dall’esperienza sul campo».

Emilia-Romagna e Lazio hanno fatto degli studi che, al momento, sono gli unici con dati precisi sull’effettivo aumento dei casi

Quali sono le cause?

«Possono essere diverse. L’ipotesi più accreditata è che ci sia stata una concomitanza di fattori, a partire dall’isolamento dovuto al COVID. Molte persone hanno vissuto a lungo in ambienti chiusi, spesso sovraffollati e talvolta con condizioni igienico-sanitarie precarie. A questo si aggiunge il cosiddetto “overtourism”, cioè il turismo di massa ripreso subito dopo la pandemia, che ha comportato un aumento di viaggi e soggiorni in ambienti condivisi come hotel, campeggi, ostelli. Un altro fattore può essere il frequente ricambio di pazienti negli ospedali, proprio durante e dopo il periodo pandemico. Infine, potrebbe aver contribuito anche l’aumento della tolleranza o della resistenza del parassita alla permetrina, il farmaco fino a pochi anni fa più utilizzato in Italia per il trattamento della scabbia».

Ci sono delle evidenze scientifiche che suggeriscono lo sviluppo di questa resistenza?

Diversi studi hanno descritto l’aumento della tolleranza o della resistenza del parassita alla permetrina

«Diversi studi hanno descritto come alcuni pazienti non guarivano più con l’applicazione della permetrina. Uno studio pubblicato nel 2023 sul Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology ha analizzato proprio questo fenomeno, studiando l’acaro nei pazienti che non rispondevano al trattamento. Si è visto che l’acaro aveva sviluppato una mutazione nei canali del sodio. Questo non significa che la permetrina non funzioni più del tutto, ma che l’acaro è diventato più tollerante. Servivano, perciò, più applicazioni per ottenere lo stesso effetto. In ospedale, ad esempio, eravamo abituati a prescrivere due applicazioni a distanza di una settimana, oppure una sola e poi il richiamo. Con questi casi più resistenti, invece, si è visto che servivano anche quattro o cinque applicazioni consecutive, seguite da una pausa di una settimana. Poi di nuovo altre applicazioni. Insomma, non bastavano più i cicli brevi.

Ci sono state osservazioni simili anche in Italia, come lo studio di Carlo Mazzatenta e Andrea Bassi (Lucca), oppure lo studio di Riccardo Balestri (Trento), che sono stati tra i primi a descrivere questo fenomeno di “resistenza” o, meglio, di ridotta risposta alla permetrina».

Non è un problema del farmaco in sé, ma della posologia?

«Da una parte sì, ma nella pratica clinica molti di noi, me compresa, non usano più la permetrina come prima scelta. È una terapia complicata da applicare, richiede molto impegno, soprattutto se va ripetuta per tanti giorni. Oggi si preferisce usare direttamente un altro farmaco, l’ivermectina, in compresse da 200 microgrammi per chilo di peso corporeo. Come trattamento topico, al posto della permetrina, usiamo il benzoato di benzile, che ci dà più sicurezza sull’efficacia. Tra l’altro, ci sono anche studi che confrontano i due approcci e mostrano che il benzoato di benzile funziona, anche nei pazienti che non rispondevano alla permetrina. Forse, quindi, non era solo un problema di quante applicazioni fare, ma anche di efficacia generale della molecola».

Dalla scabbia si guarisce?

Non è una malattia incurabile: semplicemente oggi sappiamo che può essere un po’ più difficile da trattare, richiede più attenzione, più costanza

«Assolutamente sì, questo è un messaggio importante. Non è una malattia incurabile, semplicemente oggi sappiamo che può essere un po’ più difficile da trattare, richiede più attenzione, più costanza. Bisogna seguire bene la terapia, prendere i farmaci correttamente, applicare i prodotti nel modo giusto, secondo le indicazioni precise del medico. È importante anche fornire istruzioni scritte ai pazienti, così da evitare errori. Io, ad esempio, consegno sempre un foglio con indicato come lavare le lenzuola, gli indumenti e come gestire l’ambiente domestico. Per eliminare l’acaro, infatti, è fondamentale lavare tutto ad almeno 50 gradi. Gli indumenti che non possono essere lavati vanno chiusi in sacchi ermetici per almeno una settimana, senza essere toccati.

Poi c’è un altro punto fondamentale, trattare tutte le persone conviventi e i contatti stretti, non solo il nucleo familiare. Ad esempio, se un bambino ha un amico che sta spesso a casa, che gioca sempre con lui, va trattato anche l’amico. Non fermarsi solo a chi vive in casa, ma chiedere al paziente se ci sono persone che frequentano abitualmente l’ambiente domestico. Anche queste vanno incluse nel trattamento».

La scabbia è considerata una malattia “del passato” o legata solo a condizioni di marginalità. Quanto pesa lo stigma sociale nella diagnosi e nel trattamento tempestivo?

«Lo stigma sociale c’è ancora e pesa molto, sia sulla diagnosi, sia sull’inizio tempestivo del trattamento. Nonostante oggi sappiamo che la scabbia è una malattia comunissima e che non ha nulla a che fare con l’igiene personale, è ancora molto radicata l’idea che sia “una malattia da sporchi”. La maggior parte dei pazienti, appena riceve la diagnosi, ci risponde: “Ma com’è possibile? Dove l’ho presa? Mi lavo tutti i giorni…”. Questa è, quasi sempre, la prima reazione.

Con i virus, come l’influenza, il sistema immunitario sviluppa una risposta; con la scabbia no, quindi il contagio può andare avanti all’infinito

La scabbia, poi, limita anche le relazioni sociali. Anche se viviamo in un mondo di interazioni virtuali, non possiamo permetterci facilmente di stare a casa, saltare la scuola o il lavoro per giorni, il sistema sociale non lo consente. Per questo, tante volte si tende a nascondere la malattia. Magari non si dice nulla all’amico del figlio, che invece andrebbe trattato, oppure l’adolescente evita di dirlo al fidanzatino o alla fidanzatina. È un problema, perché la cosa più importante nel trattamento della scabbia è proprio curare anche i contatti stretti, pure se asintomatici. Altrimenti si crea quello che chiamiamo “effetto ping-pong”, ci si continua a contagiare a vicenda.

In un’ottica di prevenzione, ci sono nuove linee guida?

«Un gruppo di colleghi sta lavorando proprio alla stesura di nuove linee guida, fondamentali alla luce dei dati più recenti e del problema dell’aumentata tolleranza alla permetrina. Servono con urgenza e spero che siano pubblicate al più presto».

Quanto è importante coinvolgere anche altri professionisti oltre ai dermatologi?

Non bisogna informare solo i dermatologi, ma anche i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta

«È essenziale. Non bisogna informare solo i dermatologi, ma anche i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, che spesso sono i primi a visitare i pazienti. Devono imparare a riconoscere i segnali o almeno a farsi venire il dubbio, soprattutto quando due o più persone all’interno dello stesso nucleo familiare iniziano ad avere prurito. In quei casi bisogna avviare subito il trattamento oppure inviare la persona il prima possibile dal dermatologo, perché intervenire precocemente è fondamentale».

Quanto conta una corretta informazione pubblica?

«È molto importante. Se una persona si gratta da settimane, è giusto che sappia che non deve continuare con il fai-da-te, né pensare che si tratti solo di un’allergia. È importante farsi visitare, farsi controllare, anche solo per escludere la scabbia. Ci sono alcuni aspetti pratici che vale la pena ribadire: trattare anche gli asintomatici, perché altrimenti si rischia di mantenere attivo il contagio, ed eseguire una corretta igiene ambientale, perché uno dei motivi di fallimento della terapia è proprio non associare al trattamento farmacologico una pulizia adeguata di ciò che ci circonda.

Trattare anche chi non ha sintomi è fondamentale

Anche se sappiamo che la scabbia non si prende facilmente dagli indumenti, è comunque utile disinfettare l’ambiente. Bisogna, infine, sfatare un mito e cioè che l’acaro non vola, non salta. Il contagio avviene solo per contatto pelle a pelle diretto e continuativo, in genere dai 5 ai 20 minuti. Non è che se mi siedo su una poltrona del treno rischio di prenderla».

Payback DM, le aziende chiedono di sterilizzare la norma e tutelare le piccole imprese

Misure di mitigazione dell’impatto del payback sui dispositivi medici per le piccole e piccolissime imprese: sospensione delle azioni esecutive in corso, dilazione dei pagamenti e accesso al Fondo di garanzia. Sono queste alcune delle richieste prioritarie che le associazioni Aforp–Associazione Fornitori Ospedalieri, Confimi Industria Sanità, Confindustria Dispositivi Medici e il Coordinamento Filiera, in audizione oggi in Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, hanno chiesto di inserire nel percorso di conversione del Decreto-legge Economia 95/2025.

Più complesso il percorso per quanto riguarda la richiesta di stabilire una soglia di esenzione a 4 milioni per le piccole e medie imprese, depositata ufficialmente al MEF, ribadita unanimemente in tutte le sedi e che continua a essere una proposta senza aggravio sulla spesa pubblica.

«Siamo consapevoli della necessità di controllare la spesa pubblica per i dispositivi medici – dichiarano le Associazioni, che rappresentano oltre il 90% delle imprese soggette a payback – ma ciò non può avvenire a discapito della tenuta di migliaia di piccole aziende che assicurano ogni giorno forniture e servizi essenziali al Servizio Sanitario Nazionale. Perché il Decreto-legge 95/2025 rappresenti per tutte le aziende del settore un primo passo positivo, è necessario prevedere in fase di conversione misure immediate a tutela delle piccole e medie imprese, le più esposte all’impatto del payback, per evitare un danno sistemico alla filiera. Il confronto con Governo, Parlamento e Regioni deve continuare in modo costruttivo, con l’obiettivo di definire un modello di governance più equo, sostenibile e orientato al lungo periodo».

Richiesta anche la disponibilità delle Regioni a inserire una compensazione sui versamenti IRAP per le aziende che avevano già pagato la quota di payback maggiorata, a seguito delle sentenze della Corte costituzionale del luglio 2024. Infine, le Associazioni hanno richiamato l’attenzione anche sul tema del payback 2019-2024, sollecitando la riconvocazione del tavolo istituzionale già a settembre per avviare un percorso di progressiva sterilizzazione della norma attraverso rifinanziamenti statali e un incremento dei tetti di spesa, che ne portino all’eliminazione definitiva in Legge di Bilancio 2026.

Conflavoro PMI Sanità e Confapi Sanità: «Governo non dice tutta la verità. I fondi ci sono, ma loro destinazione è errata»

In questi giorni hanno preso posizione anche Conflavoro PMI Sanità e Confapi Sanità: «Sul payback dispositivi medici il governo continua a raccontare una verità parziale. I fondi sono stati stanziati, ma la loro destinazione è profondamente errata. Anziché tutelare le PMI italiane, si distribuiscono infatti sconti a pioggia, ignorando la proposta più logica e sostenibile: l’introduzione di una franchigia da 5 milioni, a costo zero per lo Stato, già adottata nel comparto farmaceutico senza alcuna obiezione costituzionale». Lo dichiara, in una nota, Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro PMI Sanità, l’associazione che riunisce le principali aziende del medtech Italiano, secondo il quale «se davvero si vuole salvare il comparto, non si può ignorare una misura equa, già sperimentata e senza costi aggiuntivi».

Per Broya de Lucia «la responsabilità è politica, diretta e grave. Il danno per l’occupazione, la filiera e la credibilità del sistema rischia di essere irreparabile con le piccole e medie imprese italiane (che pure rappresentano il tessuto produttivo del Paese) lasciate morire nel mentre si restituiscono milioni a grandi multinazionali che hanno già pagato. Il governo ha scelto scientemente di non replicare il modello farmaceutico e ora dovrà risponderne agli imprenditori traditi» conclude il presidente di Conflavoro PMI Sanità.

Gli fa eco Michele Colaci, presidente di Confapi Sanità: «Abbiamo fornito soluzioni concrete. L’eliminazione della franchigia è una scelta politica che colpisce le PMI, in particolare nei territori che andranno al voto nei prossimi mesi: Veneto, Campania, Toscana, Marche, Puglia e Valle d’Aosta. Ci auguriamo che i cittadini sappiano distinguere chi difende davvero l’impresa italiana da chi preferisce abbandonarla». «Chiediamo con urgenza il ripristino della franchigia a 5 milioni, misura semplice, già attuata in altri settori, che salverebbe centinaia di aziende e darebbe finalmente credibilità all’azione del governo» concludono Colaci e Broya De Lucia.

Pronta la task force dei medici di famiglia per affrontare le infezioni emergenti in collaborazione con l’ISS

La Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) è pronta a rispondere alla nuova realtà epidemiologica che sta cambiando il volto della sanità italiana. Il nostro Paese, infatti, complici i cambiamenti climatici, non è più immune alle infezioni emergenti: casi autoctoni di arbovirosi – malattie virali trasmesse da zanzare come Chikungunya, Dengue e West Nile Virus – sono in costante aumento e non sono più solo casi “di importazione”, legati cioè a viaggi e migrazioni. I recenti casi segnalati in diverse regioni (come Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, Toscana, Lazio) confermano un trend già in atto da anni.

Il ruolo strategico dei MMG

Visto che spesso i sintomi sono aspecifici, come un semplice innalzamento della temperatura corporea con la febbre, cefalea, dolori articolari, è fondamentale che i Medici di Medicina Generale siano in grado di avere un tempestivo sospetto diagnostico, da confermare nei Centri di riferimento ed avviare il trattamento soprattutto nei pazienti fragili, che potrebbero subirne conseguenze anche gravi. A partire da questa esigenza, SIMG si dichiara da subito disponibile a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per una formazione ad hoc dei Medici di famiglia affinché abbiano delle competenze aggiornate.

«Il clima sempre più favorevole alla proliferazione delle zanzare vettori sta modificando profondamente il nostro panorama epidemiologico – spiega Alessandro Rossi, Presidente SIMG –. In questo scenario, il medico di famiglia assume un ruolo cruciale: ogni febbre prolungata, soprattutto se associata a cefalea, dolori muscolari o articolari, in questo periodo e in determinate aree del Paese, dovrebbe spesso far pensare a un’arbovirosi. Il Medico di Medicina Generale è il primo osservatore sul territorio e può intercettare i casi sospetti e avviare rapidamente il percorso di segnalazione e presa in carico. Per affrontare la sfida con efficacia, SIMG è pronta a potenziare la propria rete di sorveglianza, avvalendosi dell’esperienza maturata con RespiVirNet, il sistema di monitoraggio dell’influenza. Metteremo in campo una rete di medici sentinella formati e certificati, in collaborazione con le istituzioni sanitarie, a partire dall’Istituto Superiore di Sanità, con l’obiettivo di garantire una diagnosi precoce e il contenimento dei focolai».

Il ruolo dell’ISS

«Per contenere efficacemente Dengue e Chikungunya una diagnosi precoce è fondamentale – sottolinea Anna Teresa Palamara, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità –. Queste infezioni infatti possono essere trasmesse dalla zanzara che, dopo aver punto una persona infetta, punge una persona sana trasmettendo il virus. Questa caratteristica è diversa dal virus West Nile che viene trasmesso dalla zanzara all’uomo ma non viceversa. Per questo, per Dengue e Chikungunya, il ruolo dei medici di medicina generale è fondamentale per riconoscere subito i sintomi e fare diagnosi precoce, come ha dimostrato anche il recente caso in Emilia Romagna dove la diagnosi è stata fatta proprio da un medico di famiglia. Ogni regione dovrebbe implementare un sistema per rendere capillare la diagnosi, partendo proprio dai MMG, che sono le prime ‘sentinelle’ sul territorio».

Il caso incoraggiante dell’Emilia Romagna

Un esempio concreto del ruolo che può svolgere la Medicina Generale arriva proprio da uno dei recenti casi in Emilia-Romagna, diagnosticato tempestivamente da un medico di famiglia: un intervento che ha consentito di interrompere rapidamente la catena di trasmissione, con tempi più rapidi rispetto a quelli osservati in altre situazioni.

«La diagnosi di Chikungunya in provincia di Piacenza effettuata da un Medico di Medicina Generale mi ha favorevolmente colpito e ha dimostrato il ruolo strategico che la medicina di famiglia può svolgere in questo contesto – sottolinea Federico Gobbi, Direttore Scientifico IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (VR) e Professore Associato di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Brescia –. Quando un paziente, che non ha viaggiato all’estero, ha un sintomo aspecifico come una febbre tende a rivolgersi al proprio medico di famiglia e non al centro di malattie infettive. Serve dunque una sensibilizzazione di tutta la classe medica per inserire nel panorama diagnostico anche la possibilità che si tratti di una arbovirosi autoctona. Lo sforzo delle autorità scientifiche in collaborazione con la SIMG verterà sulla realizzazione di materiali che possano rendere più semplice per il MMG la possibilità di identificare e diagnosticare tempestivamente queste patologie».

4 italiani su 10 affetti da patologie croniche vanno in vacanza: ecco i 10 consigli degli esperti per un’estate sicura

In Italia, secondo i dati del XXII Rapporto sulle politiche della cronicità realizzato da Cittadinanzattivapiù di 4 persone su 10 (40,5%) hanno una malattia cronica mentre sono 12,2 milioni i cittadini italiani affetti da almeno due patologie croniche. In base ai dati, la tendenza è che nel 2028 i malati cronici saliranno a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni.

Tra le patologie croniche più diffuse vi sono quelle reumatologiche che sono oltre 150, rappresentano una delle principali cause di disabilità nel nostro Paese e la seconda in Europa dopo le malattie cardiovascolari e colpiscono oltre 5 milioni di persone, quasi il 10% della popolazione italiana. Queste malattie, spesso invisibili agli occhi di chi non le vive, hanno un impatto profondo sulla qualità della vita, sul lavoro, sulle relazioni sociali e sulla sfera emotiva. Secondo una recente indagine condotta da APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare in collaborazione con l’istituto di ricerca WeResearchpiù del 70% dei pazienti ha dovuto modificare i propri progetti di vita a seguito della diagnosi, e oltre il 60% ha dovuto abbandonare o ridurre l’attività lavorativa. Ma nonostante le difficoltà, emerge un dato incoraggiante: le persone con patologie croniche non rinunciano al desiderio di vivere pienamente la propria vita.

Una ricerca condotta nel Regno Unito, ripresa anche sull’International Travel & Health Insurance Journal, ha evidenziato che più del 75% dei viaggiatori con condizioni mediche croniche sceglie vacanze attive, orientate al benessere fisico e mentale, con attività come camminate, nuoto ed escursioni. Questo trend internazionale dimostra che il bisogno di autonomia, movimento e salute è centrale anche per chi affronta ogni giorno una condizione di cronicità.

L’estate, con il suo clima variabile e le abitudini che cambianopuò rappresentare una sfida per chi vive con una malattia reumatologica. Il caldo può migliorare la percezione del benessere articolare, ma non ha effetti curativi sull’evoluzione della patologia. Inoltre, fattori come l’esposizione al sole, l’altitudine, l’umidità e la gestione dei farmaci possono influire sensibilmente sullo stato di salute. Per questo motivo APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS ha raccolto, con il contributo di Francesca Romana Spinelli, reumatologa presso La Sapienza Università di Roma, una serie di raccomandazioni pratiche per aiutare le persone con patologie reumatologiche a vivere le vacanze con serenità. «Convivere con una patologia reumatologica non significa rinunciare alla propria libertà e alla propria vita, ma occorre imparare a viverla con consapevolezza. Soprattutto durante le vacanze, è importante vivere normalmente, posto che è bene seguire le indicazioni del proprio medico su come comportarsi a seconda delle diverse patologie esistenti. Ma quello che conta davvero è non abbattersi e vivere il periodo di vacanza con spensieratezza e allegria, godendosi il relax, proprio come fanno tutti. Le vacanze possono e devono essere un momento di benessere, anche per chi affronta ogni giorno una condizione cronica», dichiara Antonella Celano, presidente di APMARR.

Il decalogo

Ecco dunque i 10 consigli degli esperti di APMARR per una vacanza sicura e consapevole per chi è affetto da una patologia cronica:

  1. Protezione solare e attenzione agli orari sono fondamentali. L’esposizione al sole deve avvenire con moderazione, evitando le ore più calde e proteggendo la pelle, soprattutto in caso di farmaci fotosensibilizzanti o patologie cutanee associate.
  2. La scelta della destinazione non è neutra. Il clima di montagna, più secco, può essere utile per chi ha artrosi, mentre l’ambiente marino può dare sollievo a chi convive con la psoriasi.
  3. L’attività fisica è amica della salute, se svolta con equilibrio. Il nuoto è spesso indicato per il suo effetto non traumatico sulle articolazioni, mentre le camminate, se praticate con rispetto dei limiti personali, possono migliorare il benessere generale.
  4. L’idratazione va curata con costanza. È essenziale bere acqua regolarmente, soprattutto quando fa caldo o si pratica movimento. In alcuni casi, può servire integrare sali minerali, ma solo su consiglio medico.
  5. I farmaci devono viaggiare con il paziente, sempre in condizioni adeguate. È opportuno portarli in quantità sufficiente, insieme a prescrizione e piano terapeutico aggiornato, e conservarli al riparo da temperature eccessive.
  6. Prima di partire, è utile confrontarsi con il proprio reumatologo. Una visita o una consulenza telefonica possono offrire indicazioni preziose e personalizzate in base alla meta e alla condizione clinica.
  7. È importante conoscere la disponibilità dei servizi sanitari nella località scelta. Sapere dove rivolgersi in caso di necessità è parte di una pianificazione responsabile.
  8. Le valigie e gli spostamenti vanno pensati in modo intelligente. Evitare pesi eccessivi, scegliere valigie con ruote, prenotare sistemazioni accessibili sono strategie che facilitano il viaggio e ne riducono lo stress fisico.
  9. Anche l’alimentazione incide sul benessere. Seguire una dieta leggera e bilanciata, ricca di frutta e verdura di stagione, può aiutare a gestire l’infiammazione e supportare la salute generale.
  10. È importante ascoltare il proprio corpo. Le vacanze non sono una gara né una sospensione delle esigenze di cura. Alternare attività e riposo, concedersi momenti di tranquillità e rispettare i segnali dell’organismo sono le vere chiavi per una rigenerazione autentica.

PNRR Missione Salute: al secondo trimestre 2025 rispettate tutte le scadenze formali, ma resta da spendere l’82% delle risorse

«Al 30 giugno 2025 – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – per la Missione Salute del PNRR sono state raggiunte le quattro scadenze previste entro la fine del 2° trimestre di cui due europee. Tuttavia, a un anno dalla rendicontazione finale, al di là del rispetto formale delle scadenze e dell’incasso delle rate, la spesa effettiva delle risorse e l’avanzamento reale degli obiettivi procedono con estrema lentezza e con inaccettabili diseguaglianze tra le Regioni. In particolare, delle 14 misure da completare entro giugno 2026, almeno 5 presentano criticità di attuazione, mentre per 5 le informazioni pubblicamente disponibili non sono sufficienti per valutarne lo stato di avanzamento. 4 misure risultano quasi completate o già raggiunte».

Secondo i dati pubblicati sul portale del Ministero della Salute, che monitora l’attuazione della Missione Salute del PNRR, al 30 giugno 2025 sono state raggiunte le due scadenze europee sul finanziamento di progetti di ricerca e tutte le precedenti. «Tuttavia – spiega il Presidente – il rispetto delle scadenze formali, necessario per il via libera all’erogazione delle rate, non rappresenta in questa fase finale un indicatore affidabile sul reale stato di avanzamento dei progetti».

Per tale ragione, a un anno dalla scadenza, il monitoraggio indipendente dell’Osservatorio GIMBE sull’attuazione della Missione Salute del PNRR si è focalizzato sul reale status di avanzamento dei 14 obiettivi europei ancora da raggiungere: 3 entro dicembre 2025 e 11 entro giugno 2026. «Riteniamo fondamentale – commenta Cartabellotta – offrire ai cittadini un quadro chiaro basato su dati oggettivi, al riparo strumentalizzazioni politiche. Al tempo stesso, esortiamo Governo, Regioni e ASL a condividere le responsabilità, facendo convergere gli sforzi su una volata finale che sarà una corsa contro il tempo».

Roadmap al 30 giugno 2026

Risorse da spendere. Secondo la Relazione sullo Stato di Attuazione del PNRR della Corte dei Conti, pubblicata lo scorso 15 maggio, al 31 dicembre 2024 risultavano ancora da spendere 12,81 miliardi di euro, pari all’82% delle risorse assegnate. Una percentuale che colloca la Missione Salute al penultimo posto per spesa sostenuta (18%), davanti solo alla Missione 5 (Inclusione e Coesione) ferma al 15,9%. «Questi numeri – commenta Cartabellotta – documentano che serve un impulso decisivo per completare i progetti e trasformare in servizi le risorse da spendere, senza alcun margine per ritardi o inerzie». Infatti, secondo la Corte dei Conti, per completare l’attuazione finanziaria delle Missioni 5 e 6, in assenza di slittamenti, sarà necessario tra gennaio 2025 e giugno 2026 un ritmo di spesa oltre sette volte superiore rispetto a quello dell’intero triennio 2022-2024.

Target da raggiungere entro il 30 giugno 2026. Il sito del Ministero della Salute, in occasione del pagamento della VII e VIII rata, riporta che per completare la Missione Salute devono essere raggiunti 13 target e 1 milestone: 3 target entro il 31 dicembre 2025 ai fini dell’erogazione della IX rata; 10 target e 1 milestone entro il 30 giugno 2026 per incassare la X rata. «Il vero nodo – spiega Cartabellotta – è che il 30 giugno 2026 non segna solo il completamento formale dei target, ma coincide con la consegna reale di tutte le strutture e i servizi finanziati dal PNRR, che dovrebbero tradursi in un concreto miglioramento dell’assistenza sanitaria».

La Fondazione GIMBE, nell’impossibilità di un pubblico accesso al sistema ReGis, ha analizzato lo status di avanzamento degli obiettivi da raggiungere entro giugno 2026 utilizzando tutte le fonti istituzionali disponibili al 28 luglio 2025: Corte dei Conti, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Ministero della Salute, Dipartimento per la Trasformazione Digitale, Agenas (Tabella 1). «È verosimile – commenta Cartabellotta – che alcuni progetti siano più avanti di quanto riportato. Ma allo stesso tempo è poco realistico immaginare che, anche per i dati aggiornati a dicembre 2024, in soli sei mesi siano stati compiuti exploit tali da recuperare i ritardi accumulati, soprattutto nelle Regioni più indietro».

Tre target in netto ritardo

Oltre al potenziamento dei posti letto in terapia intensiva e semi-intensiva, è la riorganizzazione dell’assistenza territoriale l’obiettivo più critico. Infatti, i dati del Monitoraggio Agenas, aggiornati al 20 dicembre 2024, documentano ritardi sostanziali nella piena attivazione di Case e Ospedali di Comunità.

Case della Comunità. Il target prevede che entro il 30 giugno 2026 siano pienamente operative almeno 1.038 Case della Comunità, dotate di servizi e personale sanitario. Tuttavia, a dicembre 2024, solo 164 strutture (15,8%) avevano attivato tutti i servizi previsti e, tra queste, appena 46 (4,4%) disponevano di personale medico e infermieristico. In 485 strutture (46,7%) risultava attivo un solo servizio, mentre le rimanenti 389 Case di Comunità (37,5%) non risultavano aver attivato alcun servizio. «Al di là dei ritardi nel completamento strutturale e tecnologico – avverte Cartabellotta – preoccupano la grave carenza di infermieri e il mancato accordo con i medici di famiglia per lavorare nelle Case di Comunità. Così la grande sfida della riforma territoriale rischia di essere rimanere una colossale opera di edilizia sanitaria o di essere affidata ai privati».

Ospedali di Comunità. Entro giugno 2026 dovrebbero essere pienamente funzionanti almeno 307 Ospedali di Comunità, le strutture intermedie per accogliere i pazienti dimessi dagli ospedali per acuti. Ma al 20 dicembre 2024, solo 124 strutture (40,4%) dichiaravano almeno un servizio attivo e non è riportata alcuna informazione sul personale sanitario. «È evidente – commenta il Presidente – che l’attivazione degli Ospedali di Comunità è ancora più in ritardo e l’obiettivo di rafforzare le cure intermedie rischia di naufragare».

Posti letto in terapia intensiva e semi-intensiva. Il PNRR prevede l’attivazione, entro giugno 2026, di 2.692 posti letto di terapia intensiva e 3.230 di semi-intensiva. Tuttavia, al 21 marzo 2025, risultano attivati solo 890 letti di terapia intensiva (33,1%) e 1.199 di semi-intensiva (37,1%). «È surreale – chiosa il Presidente – che, nonostante la drastica revisione al ribasso degli obiettivi iniziali, a cinque anni dalla pandemia l’Italia non sia ancora riuscita a completare un’infrastruttura essenziale per fronteggiare future emergenze sanitarie».

Due target con ritardi significativi

Nonostante gli avanzamenti, altri 2 target mostrano ritardi sulla tabella di marcia.

Interventi di antisismica. Per mettere in sicurezza almeno 84 ospedali, il PNRR ha finanziato interventi antisismici in tutto il Paese. A febbraio 2025 risultavano attivi o conclusi 86 cantieri, ma la spesa effettivamente sostenuta era ferma all’11% del totale, con una media ancora più bassa nel Mezzogiorno (6%).

Adozione del FSE in tutte le Regioni. Entro giugno 2026, tutte le Regioni dovrebbero adottare e utilizzare il FSE. Tuttavia, a marzo 2025 solo 6 documenti su 16 risultano disponibili in tutte le Regioni (lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e di radiologia, prescrizione farmaceutica e specialistica e verbale di pronto soccorso). Inoltre, solo il 42% dei cittadini ha fornito il consenso alla consultazione dei propri dati. «Senza informare i cittadini sull’utilità del FSE – avverte Cartabellotta – e rassicurarli sulla sicurezza dei dati, nonostante il raggiungimento del target PNRR le potenzialità di questo strumento rischiano di essere vanificate dal mancato consenso dei cittadini».

Quattro target in via di completamento o già completati

Risultano in fase avanzata di attuazione o completati in anticipo quattro target.

Progetti di ristrutturazione e ammodernamento degli ospedali (ex art. 20): erogazione di almeno il 90% di € 250 milioni. Al 21 marzo 2025, risultano finanziati 127 progetti per un totale di € 458,1 milioni. «Il superamento della soglia teorica di finanziamento certificherebbe il raggiungimento del target – sottolinea Cartabellotta – ma è in corso una ricognizione perché non è chiaro quanti progetti rientrino nel perimetro del PNRR».

Assistenza domiciliare integrata (ADI) negli over 65. L’obiettivo prevede di aumentare i pazienti in ADI di almeno 842.000 unità rispetto al 2019. Il dato di fine 2024 certifica il superamento del target ben 18 mesi prima della scadenza, con 900.853 pazienti in più presi in carico.

Grandi apparecchiature sanitarie. Dei 3.223 macchinari previsti, al 31 gennaio 2025 ne risultavano ordinati 3.126 (97%), consegnati 2.578 (80%) e collaudati 2.482 (77%). Il target, riferito al collaudo delle apparecchiature, è quindi prossimo al completamento.

Contratti di formazione specialistica. A partire dall’anno accademico 2020-21 sono stati stanziati 538 milioni di euro per i 4.200 contratti di formazione medico-specialistica previsti dall’obiettivo. Il target risulta formalmente completato.

Cinque target non valutabili per dati non disponibili

Per alcuni target non sono state identificate fonti pubblicamente disponibili aggiornate, rendendo impossibile valutarne lo stato di attuazione. «Riteniamo indispensabile – commenta Cartabellotta – che tutti i dati relativi all’avanzamento dei progetti del PNRR debbano essere resi pubblicamente disponibili. In un Paese democratico, la trasparenza non è un dettaglio tecnico, ma il primo strumento di rendicontazione pubblica e di fiducia tra istituzioni e cittadini».

Almeno 300.000 persone assistite con strumenti di telemedicina. La scadenza è fissata al 31 dicembre 2025, ma ad oggi non sono disponibili dati ufficiali sul numero di pazienti presi in carico con strumenti di telemedicina. Nel primo trimestre del 2025 è stata avviata la raccolta dei dati tramite la Piattaforma Nazionale di Telemedicina e sono state completate le gare per infrastrutture e postazioni.

Digitalizzazione di 280 strutture ospedaliere sede di DEA. Anche questo target ha come scadenza il 31 dicembre 2025. Non esistono dati pubblici sugli ospedali già digitalizzati, mentre al 25 febbraio 2025 risultano aggiudicati tutti gli appalti. Tuttavia, l’importo fatturato a livello nazionale si attesta appena al 21% del totale.

Alimentazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) da parte dei Medici di Medicina Generale (MMG). Entro il 31 dicembre 2025, l’85% dei MMG dovrebbe alimentare regolarmente il FSE. Tuttavia, non esistono dati pubblici per valutare il rispetto di questo obiettivo. L’unica informazione disponibile è che il 95% di MMG e Pediatri di Libera Scelta (PLS) ha effettuato almeno un accesso al FSE nell’ultimo trimestre monitorato. «Senza dati puntuali sull’alimentazione del FSE – osserva Cartabellotta – è impossibile valutare il ruolo attivo dei medici di famiglia. In particolare, rispetto al Profilo Sanitario Sintetico (cd. Patient Summary), il documento dove il MMG riassume e mantiene aggiornata la storia clinica del paziente per favorire la continuità di cura».

Tessera sanitaria elettronica e interoperabilità del FSE. Entro giugno 2026 il sistema dovrà essere pienamente operativo. A inizio 2025 sono state attivate le infrastrutture tecniche per l’interoperabilità dei dati sanitari tra le Regioni e, a marzo, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che istituisce il nuovo Ecosistema dei dati sanitari.

Formazione su competenze e abilità di management e digitali per 4.500 professionisti sanitari. Anche per questo obiettivo, da raggiungere entro giugno 2026, non sono disponibili dati pubblici sul numero di professionisti che hanno già completato la formazione.

«La volata finale della Missione Salute – commenta Cartabellotta – non può trasformarsi in un terreno di scontro politico perché le responsabilità ricadono su tutti: sul Governo Conte che, complice la ristrettezza dei tempi e la pandemia in corso, non ha previsto un monitoraggio più rigoroso e ravvicinato di vari target; sul Governo Meloni, che ha prima tentennato sull’utilità reale di alcune misure (es. Case di Comunità) e poi si è limitato a celebrare l’incasso delle rate, senza esercitare una pressione costante su Regioni e ASL, i “soggetti attuatori” chiamati a portare a termine i progetti. La responsabilità della volata finale è collettiva e impone una convergenza di sforzi, senza spazio per giocare a scaricabarile».

«A 11 mesi dalla rendicontazione finale della Missione Salute del PNRR – conclude Cartabellotta – 5 dei 14 target presentano ritardi di attuazione, di cui 2 particolarmente critici (Case e Ospedali di Comunità), mentre per 5 target è impossibile effettuare una valutazione indipendente per mancanza di dati pubblici. La Fondazione GIMBE invoca una stretta collaborazione tra Governo, Regioni e ASL al fine di completare con successo il percorso ed evitare tre rischi che il Paese non può permettersi. Il primo, assolutamente da scongiurare, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto. Il secondo, difficile da neutralizzare, è di raggiungere il target nazionale senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, aumentando ulteriormente il divario Nord-Sud. Il terzo, il più paradossale, è di incassare le rate senza generare alcun beneficio per cittadini e pazienti, lasciando in eredità alle future generazioni strutture vuote, tecnologie digitali non integrate nel SSN e, last but not least, un pesante indebitamento. Sprecando un’occasione irripetibile per rafforzare la sanità pubblica».

Antimicrobial Stewardship in ospedale: strumenti, team e pratiche per un’appropriatezza prescrittiva sostenibile

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Il contesto ospedaliero è uno snodo cruciale per l’attuazione di politiche efficaci di Antimicrobial Stewardship (AMS). Non solo perché rappresenta uno dei luoghi a più alto rischio di prescrizione inappropriata e sviluppo di antibiotico-resistenze, ma anche perché può diventare il motore di cambiamento culturale e organizzativo all’interno del sistema sanitario.

Il progetto ARCO (Approcci di Rete per il Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza Ospedale-Territorio) è nato nel 2023 in Veneto per fotografare lo stato di attuazione delle politiche regionali sull’antimicrobico-resistenza, facendo emergere buone pratiche, criticità e disomogeneità tra le aziende sanitarie.

Nel workshop legato alla seconda fase del progetto, svoltosi a Padova il 16 maggio 2025, si è affrontato il tema della stewardship antimicrobica in ambito ospedaliero con approccio pratico e orientato alla fattibilità. La discussione – che si è svolta tra esperti provenienti da diversi ambiti professionali – ha preso le mosse da sei statement elaborati a partire dalle esperienze regionali e dalla letteratura internazionale, con l’obiettivo di definire modelli e strumenti per rendere la stewardship una prassi sistemica e quotidiana all’interno delle strutture ospedaliere.

Team AMS ospedaliero: multidisciplinare, strutturato, con mandato operativo

L’istituzione di un team di AMS ospedaliero formalmente riconosciuto, multidisciplinare (composto per esempio da infettivologo, microbiologo, farmacista, direzione medica) e dotato di un mandato operativo chiaro si è dimostrato essere efficace nell’ottimizzazione della gestione della terapia antibiotica nei reparti ospedalieri. La discussione ha evidenziato ampio consenso su questo modello, nonostante non sia ancora implementato in maniera omogenea sul territorio.

La parola chiave è integrazione funzionale tra ospedale e territorio

I gruppi di lavoro hanno sottolineato l’importanza di assicurare a questi team risorse, autonomia e strumenti di intervento. Il confronto ha anche aperto a soluzioni flessibili, che si possano adattare alla singola situazione: i team aziendali unici sono maggiormente indicati per realtà con bassa intensità prescrittiva, mentre strutture operative distinte ma coordinate funzionano meglio in contesti più complessi. Il fil rouge deve essere una governance unitaria e forte a livello aziendale. La parola chiave è integrazione funzionale tra ospedale e territorio, raggiungibile anche attraverso strumenti digitali e momenti strutturati di raccordo. 

Una criticità da risolvere è infatti la frammentazione dei dati microbiologici: siccome molte analisi – soprattutto a livello territoriale – avvengono in laboratori privati non integrati nei sistemi informativi aziendali e regionali, i dati a disposizione rischiano di essere incompleti o poco rappresentativi, compromettendo l’efficacia della sorveglianza dell’antimicrobico resistenza. Da qui l’importanza di introdurre modelli di accreditamento che stabiliscano standard omogenei.

L’importanza di un prontuario terapeutico aziendale aggiornato

Un aggiornamento, almeno a cadenza annuale, del prontuario antibiotico aziendale permette di avere indicazioni prescrittive sempre aggiornate con la letteratura scientifica e coerenti con la microbiologia locale. Lo strumento è stato considerato essenziale per promuovere omogeneità e appropriatezza, ma la sua efficacia dipende da alcuni fattori chiave, come l’accessibilità (dovrebbe essere digitale e user-friendly), la condivisione con i clinici, il collegamento con le linee guida e i PDTA.

Tutti gli esperti che hanno partecipato alla discussione hanno condiviso l’idea che il prontuario debba essere più uno strumento operativo che un vincolo rigido, con margini di flessibilità per le situazioni cliniche complesse. Il coinvolgimento dei reparti nella sua elaborazione è stato indicato come strategico per aumentare l’adesione.

Monitoraggio in tempo reale: sogno necessario o rischio operativo?

La proposta di implementare sistemi di monitoraggio in tempo reale dell’appropriatezza prescrittiva ha generato uno dei dibattiti più accesi. L’idea di dotare i sistemi informativi aziendali di alert, richieste motivate e supporti decisionali automatizzati è giudicata altamente desiderabile. Tuttavia, la sua fattibilità è ancora messa in discussione da diversi limiti strutturali e tecnologici.

I partecipanti hanno segnalato il rischio concreto di alert fatigue tra i clinici e la difficoltà di integrare questi strumenti in flussi operativi già complessi. Alcuni hanno proposto modelli a intensità variabile: come avvisi più severi per le molecole ad alto rischio, suggerimenti contestuali per le altre. Altri partecipanti hanno sottolineato la necessità di disporre di dati microbiologici integrati per rendere realmente utili questi sistemi. Il monitoraggio in tempo reale è quindi visto come una tecnologia utile, ma che va progettata con attenzione, coinvolgendo clinici e farmacisti nella sua configurazione.

Audit retrospettivi: costruire una cultura dell’autoanalisi

Accanto ai sistemi digitali pensati per intervenire in tempo reale, è emersa anche la necessità di strumenti che promuovano un cambiamento più profondo, come gli audit retrospettivi.

Le attività strutturate di audit and feedback sono infatti state unanimemente riconosciute come uno degli strumenti più potenti per migliorare la qualità prescrittiva. La proposta di revisioni periodiche delle prescrizioni antibiotiche – settimanali, mensili o su base tematica – è stata apprezzata, a condizione che siano sostenibili e realmente trasformative.

Le attività strutturate di audit and feedback sono uno degli strumenti più potenti per migliorare la qualità prescrittiva

Fondamentale è la tracciabilità delle azioni correttive e la restituzione dei risultati ai reparti in modalità dialogica, evitando approcci percepiti come punitivi. Alcuni gruppi hanno proposto di concentrare l’audit iniziale su reparti ad alta intensità prescrittiva (terapie intensive, medicina interna), per poi estendere l’intervento. 

Il valore degli audit, quindi, sta non solo nell’analisi retrospettiva ma nel creare occasioni di apprendimento e consapevolezza condivisa.

I sistemi informatici aziendali dovrebbero facilitare la selezione dei casi da revisionare e la raccolta dei dati. Questo è emerso come un punto particolarmente critico: quasi tutti i partecipanti hanno infatti ricordato che l’efficacia di un audit dipende in larga parte dalla presenza di dati strutturati e da risorse dedicate alla loro raccolta. Elementi che spesso sono carenti.

Monitoraggio attivo degli antibiotici

Un controllo attivo da parte della farmacia ospedaliera sull’uso degli antibiotici, con una limitazione della fornitura a 72 ore in terapia empirica è considerato utile dagli esperti, che sono consci dell’impossibilità di monitorare tutte le molecole delle classi Watch e Reserve della classificazione AWaRe dell’OMS, come proposto inizialmente.

L’obiettivo del monitoraggio attivo è stimolare una revisione precoce della terapia alla luce dei dati microbiologici. I farmaci da controllare sono stabiliti dal team AMS sulla base dell’epidemiologia locale e delle priorità cliniche. Questo consente di focalizzare le risorse e rendere il sistema più agile ed efficace.

Il monitoraggio inoltre non deve rappresentare una mera barriera burocratica, ma un’occasione per attivare percorsi di confronto clinico, rafforzare la collaborazione tra farmacisti e prescrittori e promuovere una cultura della revisione terapeutica.

Reportistica: i dati devono guidare il cambiamento

Chiudere il cerchio informativo è una condizione imprescindibile per il successo dell’AMS. La produzione e diffusione periodica di report quantitativi e qualitativi sul consumo di antibiotici e sui profili di antibiotico-resistenza, a livello di reparto o struttura, è dunque fondamentale.

I partecipanti hanno concordato sull’utilità di una cadenza trimestrale per i consumi e annuale per l’antibiotico resistenza, eventualmente integrata con trend storici e confronti tra reparti. I report devono essere interattivi, facilmente interpretabili e orientati all’azione. È fondamentale che siano utilizzati non solo dai farmacisti o dai team AMS, ma anche dai clinici per guidare le proprie scelte prescrittive.

Verso una stewardship ospedaliera strutturale, non straordinaria

Il lavoro degli esperti ha restituito un’immagine chiara: l’ospedale deve diventare il luogo dove la stewardship si esercita con rigore, continuità e visione sistemica. I modelli ci sono, le esperienze anche, ma la sfida sta nel passare da iniziative isolate a infrastrutture permanenti. Servono formalizzazione dei team, strumenti decisionali digitali, governance forte e accountability diffusa.

L’AMS in ospedale non può più essere trattata come una questione tecnica affidata a pochi specialisti

Il messaggio finale emerso dal workshop è che l’AMS in ospedale non può più essere trattata come una questione tecnica affidata a pochi specialisti. Deve diventare una competenza distribuita, sostenuta da dati, strumenti e cultura organizzativa. Solo così si potrà garantire un uso realmente appropriato degli antibiotici, tutelare l’efficacia delle terapie e contribuire alla sostenibilità del sistema.

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