Home Blog Page 49

Dall’ospedale al territorio: costruire una cultura condivisa sull’uso appropriato degli antibiotici

Se l’ospedale ha storicamente rappresentato il cuore operativo della stewardship antimicrobica, oggi è il territorio a costituirne la nuova frontiera strategica. Ed è proprio qui, tra ambulatori di medicina generale e di pediatria, residenze sanitarie, farmacie di comunità e cittadini (spesso inconsapevoli dei rischi associati ad un uso non appropriato degli antibiotici) che si gioca una parte essenziale della sfida all’antibiotico-resistenza.

Un gruppo di esperti, durante il workshop del progetto ARCO (Approcci di Rete per il Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza Ospedale-Territorio) ha analizzato questo scenario con lucidità e pragmatismo, partendo da un presupposto condiviso: la stewardship antimicrobica non può funzionare se resta confinata agli ospedali. È indispensabile una governance territoriale, strumenti specifici e, soprattutto, un profondo cambiamento culturale che coinvolga tutti gli attori del sistema.

Attraverso sei statement operativi, elaborati e discussi da professionisti provenienti da tutto il Triveneto, è stata delineata una roadmap concreta per realizzare una stewardship “di prossimità”, in grado di orientare le pratiche prescrittive nel territorio in modo coerente, coordinato e sostenibile.

Costituire un Team AMS territoriale multidisciplinare

Il primo passo individuato è la creazione di un team territoriale dedicato all’antimicrobical stewardship (AMS), con mandato operativo esplicito, supportato dalla Direzione strategica aziendale (coordinamento, formazione, audit e supporto ai prescrittori). La proposta ha raccolto un ampio consenso, anche alla luce dei dati migliorabili sull’appropriatezza prescrittiva in medicina generale. È ormai acclarato che una quota significativa delle prescrizioni di antibiotici riguarda il trattamento di patologie probabilmente di origine virale o profilassi non sempre giustificate (es. in campo odontoiatrico).

È importante che il team sia interdisciplinare e rappresentativo

Secondo gli esperti che hanno partecipato alla discussione, il team deve essere interdisciplinare e rappresentativo, includendo figure come il medico di medicina generale, il pediatra di libera scelta, l’infettivologo, il microbiologo, il farmacista di comunità, la direzione sanitaria e l’infermiere territoriale. Fondamentale è che il team non resti un’entità solo formale, ma operi in modo concreto, con obiettivi chiari, risorse dedicate e una funzione di raccordo strutturato con l’ospedale e le strutture residenziali.

È stata inoltre sottolineata la necessità di adattare la composizione del team alle specificità locali e di formalizzare il funzionamento tramite appositi atti aziendali, al fine di sostenere la leadership e garantire operatività e continuità nel tempo.

Definire procedure aziendali per la gestione delle infezioni più comuni in ambito territoriale

Uno dei frequenti ostacoli all’appropriatezza prescrittiva è l’assenza di procedure cliniche semplici e condivise per la gestione delle infezioni più comuni in ambito territoriale, come quelle respiratorie, urinarie e cutanee. Per superare questa difficoltà, è stata proposta la redazione e diffusione di protocolli aziendali che guidino le scelte cliniche dei medici sul territorio e degli specialisti ambulatoriali, basati su dati di resistenza locale e integrati nei flussi operativi.

La semplice esistenza di una procedura non è sufficiente: serve formazione attiva e coinvolgimento diretto dei prescrittori

È stata suggerita una standardizzazione flessibile: linee guida regionali da adattare a livello locale, con il supporto dei microbiologi per l’interpretazione dei dati di antibiotico-resistenza. La priorità dovrebbe essere data alle infezioni più diffuse e a maggior rischio di prescrizioni inappropriate. Per facilitarne l’adozione, è stato consigliato l’uso di strumenti digitali (app, poster, infografiche negli studi). Parallelamente, si è sottolineato che la semplice esistenza di una procedura non è sufficiente: è necessaria una formazione attiva e un coinvolgimento diretto dei prescrittori.

Integrare strumenti digitali e alert nei software gestionali

Per rendere realmente accessibili ed efficaci le procedure cliniche condivise, è fondamentale integrarle nei software gestionali, già utilizzati dai medici, con strumenti di supporto decisionale opportunamente validati dalla letteratura.

L’orientamento della prescrizione antibiotica attraverso strumenti digitali integrati nei software gestionali presenta sia una dimensione tecnica (uniformare e rendere interoperabili i diversi programmi) sia culturale (adesione consapevole e collaborativa dei professionisti sanitari). Tra le proposte discusse: introduzione obbligatoria della diagnosi in ricetta, alert correlati alla classificazione AWaRe e suggerimenti contestuali alla prescrizione.

I partecipanti hanno riconosciuto il potenziale di questi strumenti, ma anche le difficoltà operative: l’eterogeneità dei software in uso, la scarsa interoperabilità e la resistenza dei professionisti verso sistemi, a volte percepiti come “intrusivi”. Inoltre, in assenza di formazione e feedback continuo, gli alert rischiano di essere ignorati o disattivati.

Per questo motivo il gruppo ha proposto un modello non punitivo ma persuasivo, in cui gli strumenti digitali siano parte di un ecosistema più ampio, che includa audit, benchmarking, e supporto tra pari. È stata infine sottolineata l’importanza della formazione continua: senza una solida consapevolezza clinica del problema dell’antimicrobico-resistenza, nessun sistema informatico potrà incidere in modo significativo sulle abitudini prescrittive.

Inserire indicatori di AMS nei Patti Aziendali con la medicina del territorio

Oltre agli strumenti di supporto, anche le leve organizzative e contrattuali possono contribuire a orientare i comportamenti prescrittivi in senso più appropriato. In particolare, la responsabilizzazione formale dei medici attraverso l’inserimento di indicatori di appropriatezza antibiotica nei Patti Aziendali è stata indicata come una strategia potenzialmente efficace, con un duplice obiettivo: monitorare i comportamenti prescrittivi e promuovere una cultura professionale orientata alla stewardship.

È stato ampiamente condiviso che tali indicatori debbano essere: semplici, misurabili (attraverso i flussi informativi disponibili) e, soprattutto, contestualizzati in termini di indicatori “quantitativi” (es. riduzione del consumo totale rispetto a un benchmark) e “qualitativi” (es. percentuale di antibiotici Access prescritti sul totale).

Realizzare report utili per audit periodici

La reportistica periodica sul consumo di antibiotici e sui profili di resistenza è stata indicata come una leva fondamentale per aumentare la consapevolezza dei prescrittori e stimolare il cambiamento delle pratiche cliniche. Il gruppo ha proposto una cadenza almeno trimestrale per i dati di consumo e annuale per i dati di resistenza.

È importante che i report non siano percepiti come strumenti di controllo, bensì come elementi di confronto

Un aspetto chiave emerso è che i report non devono essere percepiti come strumenti di controllo unilaterale, ma come elementi di dialogo, confronto e feedback continuo. Come in altri ambiti, affinché siano realmente utili, è essenziale che i dati siano affidabili, tempestivi e facilmente interpretabili.

Oltre alla semplice produzione del dato, è stato sottolineato che il report deve rappresentare uno strumento utile per momenti di confronto soprattutto in un audit all’interno di un gruppo di pari.

Rafforzare la formazione degli operatori e la sensibilizzazione della popolazione

L’ultimo punto discusso, forse il più trasversale, riguarda la necessità di investire in modo strutturale nella formazione continua dei professionisti e nella sensibilizzazione della popolazione. La cultura dell’appropriatezza non può essere improvvisata né imposta dall’alto: va costruita nel tempo, con strumenti mirati e coinvolgenti.

I partecipanti hanno proposto percorsi formativi specifici, differenziati per ruolo e target. Le modalità suggerite spaziano dai corsi ECM alle sessioni brevi in ambulatorio, dai webinar agli incontri distrettuali, fino a forme di affiancamento tra pari, più informali ma ad alto impatto pratico.

Parallelamente è stata ribadita l’urgenza di campagne di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza per contrastare fenomeni ancora diffusi come l’autoprescrizione e la pressione sul medico per ottenere antibiotici. In questo senso, il team AMS territoriale potrebbe svolgere un ruolo educativo, affiancando farmacie di comunità, scuole, RSA e associazioni, per promuovere messaggi chiari e concreti sul corretto uso degli antibiotici.

L’AMS come linguaggio condiviso

Gli esperti hanno restituito un messaggio chiaro: la stewardship antimicrobica nel territorio è una sfida di sistema, da affrontare con strumenti innovativi e una visione di lungo periodo. Gli strumenti esistono: team territoriali, procedure condivise, indicatori, integrazioni di software e formazione mirata. È tuttavia indispensabile una governance capace di metterla a sistema, sostenuta da investimenti stabili, ascolto dei professionisti e forte coordinamento interistituzionale.

Il territorio è il primo presidio contro l’antibiotico-resistenza. Non può e non deve restare in secondo piano rispetto all’ospedale: va rafforzato con risorse, strumenti e alleanze operative. Solo così la stewardship potrà diventare un linguaggio condiviso, capace di attraversare i confini professionali e arrivare, in modo efficace e sostenibile, fino al paziente.

Leggi anche:

Morbillo: quasi un italiano su 10 suscettibile al virus, 20-40enni il gruppo più a rischio

Quasi un italiano su dieci è suscettibile al morbillo, non ha cioè nessuna copertura immunitaria contro il virus data dal vaccino o dall’infezione pregressa, con i giovani adulti fra i 20 e i 40 anni che costituiscono un gruppo particolarmente a rischio in molte regioni, anche in quelle dove le coperture vaccinali nei bambini sono alte. Lo afferma uno studio coordinato dall’Istituto superiore di sanità (ISS) e dalla Fondazione Bruno Kessler pubblicato dalla rivista The Lancet Infectious Diseases.

Per lo studio sono stati analizzati i quasi 15mila casi di morbillo (con 14 morti) che sono stati notificati al sistema nazionale di sorveglianza integrata morbillo e rosolia, tra il 2013 e il 2022. La fascia di età in cui l’incidenza del morbillo è risultata maggiore è stata quella dei bambini sotto i 5 anni, mentre oltre la metà dei casi ha riguardato giovani adulti, tra i 20 e i 39 anni.  Considerando i casi con stato vaccinale noto, in quasi nove su dieci la persona colpita era non vaccinata. Una parte dei casi è stata analizzata più nel dettaglio per capire le modalità di trasmissione dei focolai che si sono verificati nel periodo. Inoltre, utilizzando un modello matematico e integrando i dati epidemiologici con quelli demografici della popolazione italiana, i ricercatori hanno stimato quanti sono i suscettibili al morbillo nel 2025 in tutte le regioni. Ecco le conclusioni principali:

  • La maggior parte (88,9%) delle infezioni secondarie (quelle che seguono il cosiddetto ‘caso indice’ nei focolai) è stata causata da individui non vaccinati. Solo l’1,1% delle infezioni sono avvenute tra persone entrambe vaccinate con almeno una dose.
  • Un terzo (33,3%) degli episodi di trasmissione è avvenuta tra giovani adulti, che sono stati anche responsabili di una rilevante proporzione di trasmissione ai bambini di età inferiore ai 5 anni. Il 35,5% dei contagi secondari è avvenuto in ambito familiare.
  • Nel 2025 il 9,2% della popolazione italiana è suscettibile al morbillo, e solo l’88,2% dei giovani sotto i 20 anni è immune. Il dato ha una grande variabilità regionale: per quanto riguarda la popolazione generale, le regioni del centro-nord registrano le percentuali più alte di suscettibili, mentre tra i giovani sotto i 20 anni la provincia di Bolzano e la Calabria risultano essere quelle con più soggetti suscettibili.
  • Nonostante alcune regioni abbiano raggiunto alti tassi di vaccinazione nei bambini, grazie alla legge sull’obbligo introdotta nel 2017, l’analisi indica che non necessariamente questo si traduce in un minor rischio di trasmissione, soprattutto per la presenza di ampie sacche di adulti non immunizzati.
  • Il numero di riproduzione stimato per il 2025 varia da 1,31 a 1,78 in tutte le regioni, in linea con la trasmissibilità stimata nei focolai del decennio precedente.

«Gli adulti non vaccinati contribuiscono in maniera sostanziale alla trasmissione del morbillo in Italia – scrivono gli autori nelle conclusioni -. Esiste una grande eterogeneità regionale nell’immunità: alcune regioni  mostrano basse coperture vaccinali nei bambini, mentre altre hanno una grande proporzione di adulti suscettibili. Questi risultati enfatizzano il bisogno di strategie vaccinali mirate, comprese campagne di recupero rivolte agli adulti».

L’Università di Bari chiude il corso di laurea per Tecnici di radiologia. La FNO TSRM e PSTRP: a rischio la tenuta del SSN

«Senza un piano strutturale per la formazione e il ricambio generazionale dei professionisti sanitari, il Servizio sanitario nazionale rischia non solo un progressivo indebolimento, ma anche, nel medio termine, di non riuscire a garantire standard adeguati di assistenza e qualità delle cure». È l’appello congiunto del Presidente della FNO TSRM e PSTRP, Diego Catania e della Presidente della Commissione di albo nazionale dei TSRM, Carmela Galdieri, a fronte delle recenti notizie in merito alla sospensione del corso di laurea in Tecniche di radiologia medica, per immagini e radioterapia presso l’Università di Bari.

La carenza di Tecnici sanitari di radiologia medica e, più in generale, di professionisti sanitari rappresenta un grave elemento di fragilità per il SSN, purtroppo ormai radicato e consolidato nel sistema. Tuttavia, la decisione di sospendere o accorpare corsi di laurea, o di offrire un numero di posti inferiore a quelli richiesti, non può che aumentare le tensioni già presenti. Tali scelte si inseriscono in una visione di programmazione evidentemente disallineata rispetto al reale fabbisogno della popolazione, con il paradossale risultato che, a fronte di ingenti investimenti di risorse per il parco tecnologico degli ospedali italiani, mancano i professionisti in grado di utilizzare gli strumenti innovativi a disposizione.

Gli effetti della crisi formativa in atto si possono già toccare con mano. L’assenza di un adeguato ricambio generazionale intacca la qualità dei servizi diagnostici e terapeutici, amplifica le diseguaglianze territoriali e spinge i giovani professionisti e aspiranti tali verso regioni più virtuose, favorendo, in alcuni casi, l’emigrazione all’estero senza prospettiva di rientro nel proprio territorio d’origine – o addirittura l’abbandono del percorso professionale. 

«Per tali ragioni – aggiungono Catania e Galdieri – chiediamo un intervento organico che parta da un monitoraggio nazionale approfondito della reale disponibilità di percorsi formativi per i TSRM e per le altre professioni sanitarie afferenti agli Ordini TSRM e PSTRP, evidenziando le carenze e i margini di intervento tempestivo. In seconda battuta, è necessario riattivare i corsi laddove siano stati tagliati o lasciati in sospeso. Dove l’offerta è minima, va potenziata. E ciò non può avvenire senza un adeguato coordinamento, per cui proponiamo l’istituzione di una regia fra Università, Regioni, Ministeri competenti e Ordini professionali, a garanzia di una programmazione concreta e coerente con i bisogni del Servizio sanitario nazionale». 

La Federazione nazionale, insieme alle Commissioni di albo e agli Ordini professionali, continuerà a monitorare con attenzione l’evoluzione del quadro formativo e a farsi parte attiva nel proporre soluzioni concrete, chiedendo con forza alle istituzioni nazionali e territoriali un impegno reale e non più rimandabile, al fine di rendere il SSN più attrattivo e qualificato, a tutela della salute dei cittadini. 

“La Nave” nel carcere di San Vittore, un modello terapeutico per la tossicodipendenza

Nel cuore del carcere di San Vittore a Milano esiste un reparto che sfugge agli stereotipi penitenziari. Si chiama “La Nave” e, sin dal 2002, rappresenta un modello virtuoso, ancor oggi unico in Italia, di trattamento avanzato per detenuti tossicodipendenti. Più che una struttura detentiva, La Nave si configura come una comunità terapeutica intramuraria, un luogo di transizione, che ‘naviga’ e che prova ad avviare un percorso di cura dentro un contesto, quello carcerario, dove la marginalità rischia di essere solo acuita.

Giuliana Negri

Abbiamo intervistato Giuliana Negri, responsabile clinica del reparto, medico psichiatra, titolare dell’Unità Semplice di Trattamento Avanzato “La Nave”, parte del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano.

Quali sono gli indicatori clinici e psicologici principali che monitorate per valutare l’efficacia del percorso terapeutico nel reparto La Nave? Esistono metriche oggettive?

«I principali elementi oggettivi sono la partecipazione alle attività di gruppo, che costituiscono il fulcro del nostro intervento terapeutico. Valutiamo sia la presenza quantitativa sia la qualità dell’intervento, cioè il coinvolgimento attivo ed emotivo della persona. Osserviamo anche i comportamenti nel reparto, le interazioni con operatori e compagni e il benessere psicofisico complessivo durante la permanenza. Gli esami tossicologici vengono effettuati saltuariamente, senza preavviso e a scopo clinico, non con funzione di controllo costante come avviene nei Ser.D territoriali. Inoltre, nel contesto carcerario, questi strumenti hanno una valenza diversa e sono applicati con discrezione».

Come si accede al reparto? Quali sono i criteri di selezione?

«“La Nave” è un trattamento avanzato, attivato in seguito alla diagnosi di tossicodipendenza da parte del Ser.D penitenziario di primo livello. Gli utenti devono avere una certificazione formale e alcune caratteristiche cliniche: stabilità psichica (non accogliamo pazienti con gravi scompensi psichiatrici), una motivazione, anche minima, al trattamento, la capacità di mettere in discussione la propria tossicodipendenza. È fondamentale una conoscenza sufficiente della lingua italiana per partecipare ai gruppi. Inoltre, non devono essere detenuti definitivi, perché questi vengono di norma destinati alle case di reclusione».

Quanti pazienti accoglie oggi il reparto?

«La capienza ufficiale è di 60 posti, anche se siamo accreditati per 37. In realtà, vista la pressione del sovraffollamento, si arriva spesso a 70 pazienti. Attualmente siamo a 60, ma il numero varia molto a causa dell’elevato turnover, legato a trasferimenti, misure alternative o problemi disciplinari».

Quanto dura, mediamente, la permanenza di un paziente alla Nave?

«La permanenza minima per redigere una relazione clinica utile al percorso è di sei mesi, un tempo che ricalca quello delle comunità terapeutiche. Dopo due anni, il percorso viene considerato concluso. Alcuni restano per tempi più brevi (in attesa di domiciliari o trasferimenti), ma in generale tutti rimangono almeno sei mesi».

E dopo? Cosa succede a chi lascia la Nave?

«Se ottengono misure alternative, vengono presi in carico dal Ser.D territoriale, che può avviare programmi in comunità, in centri diurni o con percorsi individuali. In caso di trasferimenti in altre carceri, si cerca di proseguire il trattamento, preferibilmente a Bollate o a Opera, dove esiste anche il progetto di rinserimento sociale lavorativo “La Vela”, ispirato dal progetto riabilitativo “La Nave”».

Che tipo di relazioni si instaurano tra i pazienti all’interno del reparto?

«Alla Nave si crea un contesto relazionale unico. Le celle sono aperte dalle 8:30 alle 19, il che consente una continua interazione. Gli operatori sono presenti in modo costante, e nel weekend sono presente io, quando sono di guardia per il Ser.D. C’è un patto di adesione che definisce gli obiettivi comuni del reparto, e ciò favorisce collaborazione e sostegno tra i pazienti-ristretti. Abbiamo anche un giornale interno e altre attività che incentivano un senso di comunità. Naturalmente emergono conflitti, ma li affrontiamo e li elaboriamo insieme, evitando l’indifferenza e la rimozione».

Qual è la percentuale di stranieri nel reparto? E le fasce d’età prevalenti?

«Gli stranieri sono circa il 30%, ma la percentuale è in crescita. Provengono per lo più dal Nord Africa, ma ci sono anche persone dell’America Latina, del Centro Africa e dell’Asia. L’età media è di 37 anni, ma abbiamo un numero sempre più elevato di giovanissimi: circa il 40% ha tra i 18 e i 26 anni».

Avete mai registrato episodi di suicidio o autolesionismo?

«In oltre vent’anni, un suicidio, avvenuto prima della mia gestione. Da quando sono responsabile non abbiamo avuto eventi gravi. L’autolesionismo esiste, ma in misura molto inferiore rispetto ad altri reparti. Questo grazie alla presenza costante degli operatori, che permette di intercettare e contenere le crisi tempestivamente».

Quali attività svolgete, anche grazie al supporto di volontari?

«Abbiamo una stretta collaborazione con l’associazione “Amici della Nave”, composta da volontari con competenze professionali specifiche. C’è chi insegna yoga, chi gestisce il giornale del reparto, chi fa teatro o lingua inglese. Le attività terapeutiche sono condotte dai professionisti interni, mentre quelle riabilitative vengono co-gestite con i volontari. Questo modello integrato rende “La Nave” un unicum, non solo nel panorama carcerario milanese.

Esistono esperienze simili in Italia o all’estero?

«In Italia no, “La Nave” è l’unica unità operativa semplice con queste caratteristiche all’interno di una casa circondariale. Esistono progetti simili, come “La Vela” a Opera, ma sono molto più piccoli e non strutturati con la stessa precisione. All’estero non conosco esempi identici».

È un modello replicabile in altre strutture italiane?

«Per queste attività servono investimenti: in personale, in formazione e soprattutto in visione. Creare un contesto come “La Nave” significa credere in un percorso di cura precoce dentro il carcere, che non ha l’obiettivo di “guarire”, ma di avviare un cambiamento. “La Nave” è, metaforicamente, un ponte tra la devianza e la riabilitazione e sarebbe auspicabile che ne esistessero molte altre. I ragazzi ce lo chiedono spesso: “Perché non ci sono più Navi?”».

Nel 2002 fu fatto un investimento per creare questo reparto. Esiste una valutazione del “ritorno” in termini economici o sociali?

«Non esiste un dato ufficiale. Ma ci fu allora un gruppo di persone illuminate, direttori, operatori e dirigenti sanitari, che decisero di credere in un modello nuovo, innovativo e coraggioso. Non so se oggi ci sia la stessa disponibilità mentale a investire su esperienze simili. In termini economici non saprei dire quanto sia costato, ma certamente l’impatto sociale è stato enorme. “La Nave” è diventata un modello, un presidio di umanità dentro il carcere. E questo, forse, è il miglior ritorno che si possa immaginare».

West Nile: 89 casi da inizio sorveglianza, 8 decessi

Salgono a 89 in Italia i casi confermati di infezione da West Nile Virus (WNV) nell’uomo (32 nel precedente bollettino) con 8 decessi. Lo afferma il terzo bollettino della sorveglianza pubblicato oggi.

Tra i casi confermati dall’inizio della sorveglianza al 30 luglio 40 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva (2 Piemonte, 1 Lombardia, 3 Veneto, 1 Emilia-Romagna, 23 Lazio, 10 Campania), 2 casi asintomatici identificati in donatori di sangue (1 Veneto, 1 Campania), 46 casi di febbre (1 Lombardia, 5 Veneto, 35 Lazio, 4 Campania, 1 Sardegna) e 1 caso asintomatico (1 Campania). Sono stati notificati 8 decessi (1 Piemonte, 2 Lazio, 5 Campania). La letalità, calcolata sulle forme neuro-invasive fin ora segnalate, è pari al 20% (nel 2018 20%, nel 2024 14%). Salgono a 31 le Province con dimostrata circolazione del WNV appartenenti a 10 Regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia  e Sardegna.

«Stiamo monitorando la situazione con molta attenzione insieme al Ministero, della salute, alle Regioni e agli Istituti zooprofilattici – sottolinea Anna Teresa Palamara, che dirige il dipartimento di malattie infettive dell’ISS -. Tutte le misure sono in campo, comprese quelle a protezione dei trapianti e delle trasfusioni. Oggi non siamo in una situazione di allarme, ricordiamo che l’infezione non si trasmette da persona a persona ma solo attraverso le punture di zanzare. Per questo è importante che la popolazione utilizzi  tutte le misure di prevenzione, da quelle per evitare la proliferazione delle zanzare a quelle personali per proteggersi dalle punture. Ricordiamo anche di rivolgersi al proprio medico in caso di febbre superiore a 38° per effettuare la diagnosi».

Il confronto con le stagioni precedenti

Nel 2024 ci sono stati 484 casi (266 nella forma neuro invasiva), con 36 decessi. Nel 2023 i casi notificati sono stati 394 (195 nella forma neuroinvasiva), con 32 decessi. Il 2022 è l’anno in cui ci sono stati più casi dall’inizio della sorveglianza, 728 (330 nella forma neuroinvasiva) con 51 decessi. 

Per approfondire consultare la pagina dedicata.

Altre arbovirosi

Dal 1 gennaio al 29 luglio 2025 al sistema di sorveglianza nazionale risultano: 98 casi confermati di Dengue (95 casi associati a viaggi all’estero e 3 casi autoctoni, età mediana 41 anni, 55% di sesso maschile, nessun decesso); 32 casi confermati di Chikungunya (30 casi associati a viaggi all’estero e 2 casi autoctoni, età mediana 46,5 anni, 53% di sesso maschile, nessun decesso); 4 casi di Zika virus (tutti importati, nessun decesso); 23 casi di TBE (tutti autoctoni, età mediana 52 anni, 57% di sesso maschile, nessun decesso); 38 casi di Toscana virus (tutti autoctoni, età mediana 59,5 anni, 74% di sesso maschile, nessun decesso).

SIti: «Nessun allarme, casi in linea con anni precedenti»

«La diffusione del West Nile virus e il numero di casi umani registrati in queste settimane estive del 2025 è in linea con gli anni precedenti, per cui non vi è nessun segnale di allarme – afferma Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI) -. In Italia, inoltre, la circolazione del virus West Nile, e i conseguenti casi in ambito veterinario e umano, non sono una novità. Il Piano Nazionale Arbovirosi 2020-2025, elaborato dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità, prevede infatti una sorveglianza specifica per la patologia, in particolare nel periodo di massima presenza del vettore, tra maggio e novembre, con un approccio integrato tra Sanità umana e veterinaria ‘One Health’».

«Come noto – prosegue l’esperto -, nella maggior parte dei casi, l’infezione è asintomatica (80%) o paucisintomatica (20%), mentre nell’1% dei casi può insorgere una sintomatologia neurologica e, in circa 1 caso su 1000, un’encefalite, con forme neuroinvasive, dove i soggetti anziani e immunodepressi o con comorbidità sono i più colpiti. Attualmente non esiste né una terapia specifica né un vaccino preventivo. È essenziale, pertanto, proteggere i soggetti più vulnerabili raccomandando l’utilizzo di repellenti e vestiti il più possibile coprenti quando si trascorrono ore all’aperto, dotarsi di zanzariere a livello domestico e, per coloro che hanno piante e giardini, evitare ristagni d’acqua e l’eventuale utilizzo di prodotti larvicidi. In Italia, storicamente, la maggior parte dei casi si riscontra nel Nord Italia, in particolare nell’area del Delta del Po. Tuttavia, come si evince dal Bollettino Nazionale Sorveglianza Integrata del West Nile e Usutu virus del 31 luglio 2025, rilasciato in data odierna, in queste settimane sono stati registrati alcuni casi, anche severi, tra Lazio e Campania che hanno portato ad una rapida attivazione delle Regioni, ASL e Amministrazioni comunali per interventi straordinari di disinfestazione e per assicurare la sicurezza di donazioni di sangue, organi e tessuti attraverso test NAT molecolari».

Testo Unico Farmaceutica: i primi commenti da FOFI, Egualia e ADF

Stamattina si è svolto a Roma il convegno “Verso il Testo Unico della legislazione farmaceutica”, durante il quale, dopo anni di attesa, è stato presentato lo schema di disegno di legge delega al Governo per la redazione del TU. Un intervento per semplificare, razionalizzare e rendere più efficace il complesso quadro normativo vigente del settore.

Mandelli (FOFI): «Verso assistenza più moderna e accessibile. Confermato ruolo centrale dei farmacisti nella riforma»

«Accogliamo con grande orgoglio le parole di apprezzamento rivolte oggi ai farmacisti italiani dai rappresentanti delle Istituzioni e di tutti gli stakeholder dell’Ecosistema Salute coinvolti nella definizione del nuovo Testo Unico della legislazione farmaceutica. Si tratta di un’ulteriore, significativa conferma del valore dell’apporto dei farmacisti nel migliorare e rendere più equo l’accesso alle cure e ai servizi sanitari, contribuendo a costruire una sanità realmente più vicina ai cittadini, a tutela del diritto alla salute costituzionalmente garantito. Un ringraziamento sentito va al Sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, per la visione lungimirante e per il senso di responsabilità con cui ha ribadito l’importanza di una riforma organica volta a semplificare e modernizzare l’attuale quadro normativo, in linea con le reali esigenze dei pazienti, dei professionisti della salute e dell’intera filiera farmaceutica». Lo ha dichiarato Andrea Mandelli, Presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), intervenendo al convegno “Verso il Testo Unico della legislazione farmaceutica”, svoltosi questa mattina presso la Camera dei deputati.

Andrea Mandelli
Andrea Mandelli

«L’approccio partecipativo promosso dal Governo – ha aggiunto – rappresenta un segnale forte di spinta al cambiamento, in risposta all’esigenza, condivisa da tutti gli attori del Sistema Salute, di disporre di norme chiare, coerenti e concretamente applicabili, in grado di agevolare il lavoro dei professionisti, e di promuovere innovazione e crescita sostenibile. Le recenti novità introdotte in materia di semplificazione della prescrizione e dispensazione dei farmaci per i pazienti cronici, e l’impulso dato al processo di digitalizzazione dell’assistenza farmaceutica, sono un passo importante nella prospettiva di una semplificazione dell’accesso alle cure, con benefici sull’appropriatezza e sull’aderenza terapeutica quali obiettivi primari del SSN».​

«La Federazione, in qualità di ente sussidiario dello Stato, conferma la piena disponibilità a portare il proprio contributo al processo di revisione della normativa in corso, con l’obiettivo di rendere il servizio farmaceutico sempre più efficiente e accessibile, garantendo la centralità dei bisogni dei pazienti», ha concluso il presidente Mandelli.

Collatina (Egualia): «Payback, appalti e prezzi per la tenuta della filiera»

«Eliminazione del payback sugli acquisti diretti, effettuati dal SSN tramite gara, che oggi incide fino al 18% del fatturato; adozione dell’accordo quadro multi‑aggiudicatario per le gare pubbliche riferite ai prodotti fuori brevetto, per garantire una risposta strutturale al fenomeno delle carenze; adeguamento dei prezzi dei medicinali inferiori ai 5 euro per tutelare l’accesso a terapie essenziali a basso costo; eliminazione del payback dell’1,83% sulla convenzionata, che per il comparto dei fuori brevetto erode margini già ridotti».

Sono queste le richieste essenziali e non più rinviabili avanzate da Stefano Collatina, presidente di Egualia (l’associazione delle aziende produttrici di farmaci equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines) nel corso del convegno “Verso il Testo Unico della Legislazione Farmaceutica” organizzato oggi a Montecitorio dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, per presentare l’iniziativa di uno schema di Ddl delega per il Testo Unico della legislazione farmaceutica, con l’obiettivo di riordinare e razionalizzare l’intera normativa.

Stefano Collatina

«Condividiamo e apprezziamo la volontà di riordinare la normativa vigente del settore, promuovere un sistema più coerente con al centro i bisogni dei cittadini e garantire sostenibilità ed efficienza dell’intera filiera espressa dal sottosegretario Gemmato – ha proseguito il presidente di Egualia – ma ribadiamo che senza gli interventi elencati il settore non sarà più sostenibile e potrebbe cessare di svolgere il proprio ruolo essenziale a vantaggio del SSN e del Paese. Un sistema, non dimentichiamolo, che tratta milioni di pazienti cronici ogni giorno in farmacia ed ospedale con una frazione molto piccola della spesa farmaceutica».

«Se non ci fossero stati i farmaci accessibili, tra il 2016 e il 2024 la spesa farmaceutica sarebbe stata più elevata di 7,4 miliardi di euro. Le trasformazioni a livello internazionale le crisi dell’ultimo decennio hanno confermano il ruolo dei farmaci equivalenti e biosimilari come pilastro della sicurezza economica e geopolitica italiana. In questo scenario, gli equivalenti e i biosimilari non sono soltanto medicinali a basso costo – ha concluso Collatina – costituiscono un asset strategico che assicura terapie di qualità a milioni di pazienti, decisivi per la sostenibilità del SSN e per l’occupazione qualificata sul territorio». 

Farris (ADF): «Da parte dei Distributori intermedi pieno sostegno al TU. Riforma indispensabile per il settore e per il SSN»

«Desideriamo innanzitutto ringraziare il Sottosegretario Marcello Gemmato per l’invito e per aver voluto promuovere, anche in questa occasione, un importante momento di dialogo e confronto tra Istituzioni e attori della filiera farmaceutica – ha dichiarato Walter Farris, presidente di ADF, aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia -. Abbiamo accolto con favore, già lo scorso maggio, il progetto di redazione di un Testo unico della normativa farmaceutica, e confermiamo oggi la nostra piena disponibilità a contribuire a questa riforma che consideriamo indispensabile per il settore e per il sistema sanitario del Paese».

Walter Farris

ADF ha sottolineato, nel corso dell’evento, l’importanza di affrontare con spirito costruttivo la revisione di un quadro normativo che, a causa di stratificazioni e norme datate, spesso si presenta disomogeneo e complesso, generando incertezza applicativa e ostacolando l’efficienza operativa degli operatori del comparto. La semplificazione e l’armonizzazione della legislazione sono quindi condizioni essenziali per garantire innovazione, competitività e un accesso sicuro ed equo ai farmaci per tutti i cittadini.

«Siamo convinti – ha aggiunto Farris – che solo attraverso una cornice normativa chiara, proporzionata e condivisa potremo rafforzare l’intera filiera, superare le disomogeneità territoriali e contribuire alla sostenibilità dell’intero sistema farmaceutico nazionale. In questo senso, la disponibilità al dialogo e alla collaborazione istituzionale dimostrata dal Ministero della Salute e dal Sottosegretario Gemmato è un segnale importante per il nostro settore».

ADF ha rinnovato quindi il proprio impegno a lavorare in sinergia con le Istituzioni e con tutte le componenti della filiera farmaceutica, al fine di contribuire, con competenza ed esperienza, alla costruzione di un Testo unico capace di affrontare efficacemente le sfide presenti e future, nel comune obiettivo di una sanità più accessibile, efficiente e al servizio della salute pubblica.

Verso il Testo Unico della Legislazione Farmaceutica: incontro con gli stakeholders

Si è svolto oggi a Roma, presso la Camera dei Deputati, il convegno di presentazione dello schema di disegno di legge delega al Governo per la redazione del Testo Unico della legislazione farmaceutica. Un intervento atteso da anni, con l’obiettivo di semplificare, razionalizzare e rendere più efficace il complesso quadro normativo vigente del settore.

L’iniziativa, promossa dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, segna l’avvio ufficiale di un percorso annunciato nelle scorse settimane in occasione di un confronto istituzionale sulla normativa farmaceutica nazionale ed europea. I principi emersi da quel dialogo sono oggi tradotti nelle linee guida dello schema di legge delega.

«Con concretezza e responsabilità – ha dichiarato il Sottosegretario – portiamo avanti quanto annunciato lo scorso maggio, costruendo una cornice normativa unitaria e moderna, capace di rispondere ai bisogni dei cittadini e del settore. Accesso al farmaco, monitoraggio e controllo della spesa farmaceutica, rafforzamento dell’assistenza territoriale: sono questi i principi da cui partirà il nuovo Testo Unico».

La riforma coinvolge i ministeri competenti – Salute, Economia e Finanze, Imprese e Made in Italy, Ambiente, Giustizia – e prevede il passaggio alle Camere e in Conferenza Stato-Regioni per l’approvazione dei decreti attuativi.

«L’obiettivo – ha spiegato il Sottosegretario – è superare la frammentazione normativa stratificata nel tempo, dai Regi Decreti del lontano 1934, agli emendamenti alle leggi di bilancio più recenti. Questo Governo vuole dare al Paese un impianto normativo chiaro, aggiornato e coerente per un settore che è vitale per la salute dei cittadini e l’economia nazionale».

Tra i punti qualificanti del provvedimento: migliore accesso ai farmaci per i pazienti, in particolare con patologie rare, croniche o invalidanti; revisione dei tetti di spesa e dei meccanismi di payback; potenziamento dei sistemi informativi sanitari e piena interoperabilità con il Fascicolo Sanitario Elettronico; digitalizzazione della prescrizione e dispensazione; valorizzazione delle farmacie territoriali con servizi di telemedicina e prevenzione; razionalizzazione della rete, con attenzione alle aree interne.

«Le riforme più efficaci nascono dall’ascolto e dal coinvolgimento – ha sottolineato Gemmato – per questo abbiamo scelto di presentare pubblicamente il testo preliminare e raccogliere i contributi di tutti gli attori del comparto».

«In un momento di incertezza geopolitica e ripercussioni sulle filiere, vogliamo rafforzare il sistema farmaceutico nazionale per tutelare la salute dei cittadini e garantire la tenuta del sistema sanitario – ha concluso il Sottosegretario. Il Testo Unico punta proprio a questo: centralità del paziente, partecipazione, concretezza. Ringrazio tutti coloro che lavorano in questo settore strategico per il Paese e che vorranno contribuire a rafforzarlo».

FVM diffida le Regioni e le Aziende Sanitarie: basta con ricorso ai gettonisti, è un fattore di rischio e uno spreco di risorse 

La Federazione dei Veterinari, Medici e Dirigenti Sanitari (FVM) ha diffidato, con apposito atto formale, tutte le ASL, Aziende Ospedaliere, IRCCS e IZS affinché termini, come prevede la Legge, l’improprio arruolamento del personale sanitario “gettonista” negli enti del SSN con conseguenti danni e correlate responsabilità, fatte salve le eccezioni normative definite dal Decreto del Ministero della Salute del 17 giugno 2024. 

Un’urgente pianificazione finalizzata al migliore uso del personale è in effetti ineludibile e necessaria alla tenuta del SSN, ma l’utilizzo di personale sanitario sostanzialmente precario, assunto nelle strutture del SSN con contratti interinali e di somministrazione lavoro – i cosiddetti “gettonisti” appunto – risulta rigidamente condizionato (se non vietato e certamente limitato a situazioni eccezionali) all’obbligatorio accertamento dell’impossibilità di utilizzare tutti gli strumenti normo-contrattuali che consentono sia una maggiore fruizione del personale interno già contrattualizzato sia l’ordinario reclutamento di dirigenti medici e sanitari in relazione ai fabbisogni. 

È inoltre importante denunciare che la spesa per il personale interinale “a gettone” non viene annoverata nei bilanci come “spesa per il personale”, bensì quale “spesa per beni e servizi” e così questa tipologia di arruolamento diventa lo stratagemma per sottrarsi dalle ben chiare responsabilità amministrative. 

In tal modo i servizi del SSN vengono erogati sempre di più da parte di sanitari privi dei requisiti fino a poco tempo fa sempre richiesti per l’ordinario accesso al sistema pubblico mediante le procedure concorsuali di legge, inseriti in modo estemporaneo in strutture che non conoscono, quando ai dirigenti sanitari prima dell’assunzione viene richiesto un periodo di prova di sei mesi  

Il personale che viene reclutato a gettone o è in possesso dei requisiti concorsuali o non è idoneo a svolgere attività per il SSN, e se ha i requisiti è quindi possibile reperirlo mediante avvisi o concorsi pubblici. Ciò che ne ostacola l’assunzione sono gli stipendi dei dipendenti ben più bassi dei compensi orari ai gettonisti. Inoltre, è bene ricordare che il personale reclutato a gettone che avesse deficit rilevanti di formazione e di correlate competenze con ogni possibile conseguenza in termini di danni e relative responsabilità professionali, trasferirà la ricaduta di tali responsabilità sugli Enti stessi e in definitiva sulle Regioni, determinando, in questo distorto sistema di arruolamento, tutt’altro che un risparmio.

Ciò posto, divengono evidenti e inoppugnabili le rispettive responsabilità laddove permangano sia il pervicace affidamento a personale precario che nel “viavai” eroga singole prestazioni senza alcuna conoscenza del contesto strutturale e della storia clinica dei pazienti, sia la conseguente moltiplicazione del rischio clinico, sia la correlata possibilità che eventuali “malpractices” vadano ad aggravare lo stato di salute degli utenti e la già pesante cronaca delle aggressioni ai sanitari.

FVM vigilerà capillarmente affinché non vengano adottati atti che ledono i diritti del personale sanitario e, prioritariamente, la sicurezza dei pazienti, utenti e destinatari di servizi inadeguatamente resi da personale non correttamente arruolato.

Settimana mondiale dell’allattamento. Dall’ISS un decalogo per allattare d’estate in sicurezza e benessere

Durante i mesi estivi, l’allattamento materno può risultare particolarmente funzionale alle esigenze delle madri e dei lattanti. Il latte materno presenta infatti caratteristiche di grande praticità e adattabilità, che lo rendono vantaggioso anche nei periodi caldi. 

«Il latte materno è sempre alla temperatura giusta, non richiede bollitura, sterilizzazione né preparazioni complesse, ed è immediatamente disponibile in ogni contesto, offrendo anche un momento di conforto fisico ed emotivo. Apporta liquidi e nutrienti in proporzioni dinamiche, adattandosi naturalmente ai bisogni del bambino o della bambina, che in estate possono variare frequentemente. È comodo: si può allattare ovunque, in città, al mare, in montagna, in viaggio, nei musei, senza necessità di attrezzature, refrigerazione o prodotti per la pulizia. Dalla prospettiva della sicurezza alimentare, l’allattamento materno non comporta rischi di contaminazione, a differenza dei sostituti in polvere, che alle alte temperature richiedono molta attenzione alla preparazione e alla conservazione», dice Angela Giusti, prima ricercatrice del Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute dell’Istituto superiore di sanità.

In occasione della settimana mondiale dell’allattamento materno, che si celebra la prima settimana di agosto, ecco di seguito il decalogo ISS per allattare, in sicurezza e benessere, nei mesi estivi.

Dieci consigli per allattare in estate

  1. Offrire il latte con più frequenza

Con il caldo aumenta il fabbisogno di liquidi. Il latte materno si adatta naturalmente, diventando più ricco d’acqua nelle prime fasi della poppata, mantenendo un ottimale apporto di elementi nutritivi. I bimbi e le bimbe allattate aumentano normalmente il numero di poppate durante i periodi caldi.

  1. Non somministrare acqua ai lattanti nei primi sei mesi

Il latte materno è sufficiente a garantire l’idratazione, anche in estate. Aggiungere acqua può ridurre l’assunzione di nutrienti e non è raccomandato. È possibile che i genitori subiscano pressioni per dare acqua ai/alle lattanti allattate esclusivamente al seno sotto i 6 mesi, ma è importante spiegare che non esistono indicazioni scientifiche per la somministrazione di acqua in aggiunta al latte materno.

  1. Mantenere una buona idratazione della madre: bere acqua e consumare frutta e verdura

Bere acqua regolarmente secondo il proprio bisogno, soprattutto nei momenti più caldi, è il modo migliore per idratarsi. È preferibile evitare bevande zuccherate o dolcificate, che non apportano benefici e possono interferire con il metabolismo. Frutta e verdura fresca, insieme a una dieta equilibrata, contribuiscono al benessere generale e al mantenimento dell’idratazione.

  1. Mantenere una sana alimentazione materna. E per tutta la famiglia

L’alimentazione materna, come quella di tutta la famiglia, dovrebbe includere tutti i gruppi alimentari: cereali integrali, legumi, verdure fresche, frutta, fonti proteiche (carne, pesce, uova o alternative vegetali) e grassi di buona qualità (olio extravergine di oliva, frutta secca, ecc.). L’estate è un momento particolarmente adatto a reperire verdura e frutta di stagione.

  1. Limitare sostanze potenzialmente nocive

Le madri che allattano dovrebbero evitare il consumo di alcol, una sostanza sempre dannosa per l’organismo e particolarmente rischiosa in gravidanza e allattamento. È inoltre importante fare attenzione alla qualità e provenienza degli alimenti, limitando l’esposizione a pesticidi o contaminanti ambientali. Quando possibile, è preferibile scegliere prodotti tracciabili, freschi e sicuri, per ridurre i rischi associati a residui chimici.

  1. Indossare abiti leggeri e traspiranti

Per entrambi, mamma e bambino/bambina, è preferibile scegliere tessuti in fibre naturali, come il cotone, che favoriscono la traspirazione e aiutano a regolare la temperatura corporea. Per il bambino o la bambina, meglio evitare accessori inutili e ridurre al minimo gli strati di vestiario.

  1. Allattare in ambienti ombreggiati e ben ventilati

Sia in casa che all’aperto, è importante garantire ambienti freschi e areati per il comfort della madre e del bambino o bambina. In casa, favorire il ricircolo d’aria aprendo più finestre o usando ventilatori indiretti. All’aperto, preferire l’ombra naturale o porticati ventilati, evitando l’esposizione diretta al sole.

  1. Limitare gli sbalzi di temperatura

Evitare passaggi bruschi da ambienti caldi ad altri con aria condizionata, soprattutto quando si entra o si esce da negozi, automobili o abitazioni. Favorire una transizione graduale, per esempio entrando in ambienti climatizzati a ventole spente o tenendo inizialmente il bambino o la bambina vicino al proprio corpo, favorendo un adattamento graduale.

  1. Non coprire passeggini o carrozzine con teli. Usare fasce porta bebè leggere e traspiranti

Coprire con teli, anche leggeri, l’ingresso di carrozzine o passeggini può limitare la ventilazione e causare un rapido aumento della temperatura interna. È preferibile utilizzare ombrellini parasole o coperture che permettano il riciclo dell’aria. Anche in estate è possibile utilizzare fasce porta bebè realizzate in tessuti leggeri e traspiranti.

  1. Osservare i segnali del bambino o bambina

Ogni bambino o bambina manifesta bisogni differenti. Seguire i suoi ritmi e segnali è essenziale per garantire un buon allattamento, anche in estate.

Il latte materno per una nutrizione giusta, sicura e sostenibile

«Il tema della Settimana Mondiale dell’Allattamento 2025, che si celebra come ogni anno dal 1° al 7 agosto, è ‘Sostenere l’allattamento attraverso sistemi alimentari equi’. L’obiettivo della campagna è quindi riconoscere l’allattamento come fondamento di una nutrizione giusta, sicura e sostenibile, capace di offrire benefici a lungo termine per la salute pubblica, l’ambiente e l’autonomia delle famiglie. Allattare significa non solo garantire il migliore standard per la crescita di bambine e bambini, ma anche ridurre la dipendenza da prodotti industriali con alto impatto ambientale e costi economici elevati», ricorda Angela Giusti.

Una questione anche di equità

«L’allattamento materno – riprende e conclude l’esperta – è anche una questione di equità: i bambini e le bambine allattati hanno una salute migliore e un rischio significativamente ridotto di sviluppare in seguito patologie acute e croniche. Tuttavia, i dati del Sistema di Sorveglianza 0-2 anni dell’ISS, coordinato dalla dott.ssa Enrica Pizzi, mostrano che a essere allattati sono più spesso i figli e le figlie di madri con livelli di istruzione più elevati e che partecipano a percorsi di accompagnamento alla nascita, Questo contribuisce a rafforzare le disuguaglianze, in un meccanismo transazionale in cui difficoltà economica, esclusione educativa e minore accesso ai servizi si sommano, incidendo sulla salute dei bambini e delle bambine sin dalla nascita. Per questo, la riflessione proposta nel 2025 coinvolge anche le istituzioni, il personale della salute, chi prende le decisioni politiche e le reti di sostegno alle famiglie: sostenere l’allattamento è una responsabilità condivisa, che parte da piccoli gesti quotidiani e si allarga alla costruzione di sistemi alimentari più equi, etici e resilienti».

Italia ed Egitto rafforzano la cooperazione industriale nel settore farmaceutico

Si è svolto ieri a Il Cairo un incontro istituzionale tra il Vice Primo Ministro e Ministro della Salute e della Popolazione dell’Egitto, Khaled Abdel Ghaffar, e il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani. Erano inoltre presenti altri esponenti delle Istituzioni, tra cui il Capo dell’Autorità Egiziana del Farmaco (EDA), Ali El-Ghamrawy e il Viceministro della Salute, Mohamed Hassani.

Al centro del confronto, la cooperazione tra Italia ed Egitto orientata allo sviluppo di investimenti congiunti delle imprese farmaceutiche, al trasferimento tecnologico e alla localizzazione della produzione di farmaci e vaccini sul territorio egiziano, alla disponibilità in Egitto di farmaci orfani e prodotti frutto della ricerca in Italia, in risposta alle esigenze del mercato interno e con una prospettiva di export verso mercati regionali e internazionali.

Le istituzioni egiziane hanno sottolineato l’importanza di un partenariato strutturato con l’industria farmaceutica in Italia, riconoscendo il valore del know-how, della qualità produttiva e della capacità innovativa del comparto.

Il Ministro Abdel Ghaffar ha evidenziato l’impegno del Governo egiziano a semplificare le procedure logistiche e amministrative, valorizzando le risorse locali e promuovendo la collaborazione tra pubblico e privato.

Nel corso dell’incontro, l’Autorità Egiziana del Farmaco ha presentato il livello di qualità e il potenziale produttivo del settore farmaceutico in Egitto, confermandone la piena conformità agli standard internazionali.

Il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha espresso grande apprezzamento per l’impegno del Governo egiziano nello sviluppo del settore, confermando la volontà dell’industria italiana di contribuire attivamente a questa visione di sviluppo industriale condiviso, nell’ambito del Piano Mattei e per il rafforzamento della partnership e collaborazione tra Italia ed Egitto per la salute e le competenze, anche grazie al ruolo dell’ITS Academy per le nuove tecnologie della vita.

Farmindustria rinnova il proprio impegno a sostenere il dialogo e la cooperazione con i partner internazionali, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle filiere, promuovere l’innovazione e generare valore per i cittadini e i sistemi sanitari dei Paesi coinvolti.