Oltre il 25-30% (con picchi del 40% nel Sud Italia) dei pazienti anziani assume quotidianamente 10 farmaci. È il fenomeno della politerapia, che di per sé non è qualcosa di negativo, come ha spiegato a TrendSanità Gianluca Trifirò, Ordinario di Farmacologia all’Università di Verona. Tuttavia, aumenta il rischio di effetti avversi e pone problemi di appropriatezza e di aderenza terapeutica.
All’ospedale universitario di Verona da circa un anno è attivo un progetto di medical review e deprescribing che, come suggerisce il nome, prevede la revisione delle terapie e, dove necessario, la deprescrizione, quindi la riduzione delle pillole o delle compresse che il paziente deve assumere quotidianamente.
I risultati, oltre che relativi alla qualità di vita del paziente, ci sono anche dal versante farmacoeconomico: è stato documentato un importante risparmio per i pazienti considerati. Inoltre, dedicando a questa attività due risorse full-time, il risparmio permetterebbe di retribuirle e di avere un avanzo significativo.
A macchia di leopardo la situazione dell’assistenza specialistica ambulatoriale con i nuovi Livelli essenziali di assistenza (LEA), che contano nel nomenclatore nazionale 1.184 nuove prestazioni per un totale di 2.108 prestazioni. Sono sei le regioni (Sardegna, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Bolzano, Lombardia ed Emilia-Romagna), che hanno adeguato i tariffari rimborsati alle amministrazioni locali, aumentandoli ai livelli di mercato, mentre tutto il centro-sud Italia non è intervenuto sulle tariffe o perché sotto piano di rientro o per indisponibilità di risorse. La fotografia, scattata dal Centro studi di Confindustria dispositivi medici, fa emergere una forte difformità sul territorio sia in termini di tariffe che di prestazioni.
Sul fronte delle tariffe quelle aumentate dalle regioni per i Livelli essenziali di assistenza si concentrano sulle prestazioni delle visite (72%), di diagnostica (51%) e del laboratorio (47%): Lombardia, PA Bolzano, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna le hanno aumentate in oltre il 50% delle prestazioni nella diagnostica. Le prestazioni con tariffe invariate costituiscono una porzione consistente, soprattutto nelle terapeutiche (56%) e riabilitative (50%). Significativa nel nomenclatore nazionale la riduzione nel valore delle tariffe per le prestazioni di laboratorio, in particolare nelle aree di chimica clinica ed ematologia/coagulazione, per cui molte regioni hanno scelto di incrementarle in media rispettivamente del 31% e 59% in più rispetto ai valori di riferimento. Si tratta di un intervento rilevante sia in termini quantitativi che qualitativi, se si considera che le 572milioni prestazioni di laboratorio rappresentano circa il 75% del totale erogato nell’ambito della specialistica ambulatoriale e per queste due sottocategorie, che costituiscono la quota preponderante del laboratorio, lo stesso Ministero ha stimato un impatto economico importante, prevedendo una riduzione della spesa pari a 369 milioni di euro.
Se solo 3 regioni (Piemonte, Toscana e Trentino-Alto Adige) hanno ampliato in modo significativo il proprio nomenclatore della specialistica ambulatoriale 2017 con più di 100 prestazioni aggiuntive ai LEA, sono 6 le regioni (Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta) che ne hanno incluse tra 26 e 100, le restanti hanno aggiunto sotto le 25 prestazioni fornite dal Servizio sanitario regionale. Le prestazioni aggiuntive si concentrano soprattutto in ambiti come laboratorio (oltre 200 nuove voci), riabilitazione e terapia fisica (oltre 125), valutazioni cliniche e visite (più di 60) e includono prestazioni ad alta intensità assistenziale come la somministrazione di terapia antitumorale o l’Osservazione Breve Intensiva.
«Nonostante l’adozione dei nuovi LEA rappresenti un passo significativo, le tariffe minime nazionali risultano inadeguate, con il rischio di gravare sui bilanci regionali e compromettere l’equità nell’accesso alle cure, soprattutto nelle regioni sotto piano di rientro – ha dichiarato Guido Beccagutti, Direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici -. È cruciale monitorare l’impatto delle nuove tariffe, non solo sulla spesa complessiva, ma anche sulla capacità del sistema di offrire ai cittadini prestazioni efficaci, sicure e tecnologicamente avanzate. È essenziale che le tariffe riconoscano e sostengano l’impiego di dispositivi medici innovativi, che rappresentano un elemento chiave per l’evoluzione qualitativa dell’assistenza offerta al cittadino altrimenti il rischio di una fuga verso il privato diventa sempre più reale».
Beccagutti ha inoltre sottolineato l’importanza di un coordinamento più stretto tra Stato e Regioni per definire tariffe che bilancino sostenibilità economica, contenimento della spesa e valorizzazione dell’innovazione. «Una tariffazione allineata all’evoluzione tecnologica è indispensabile per un’offerta sanitaria equa ed efficiente. Le dinamiche attuali – ha concluso Beccagutti – riflettono un riequilibrio multilivello, con le Regioni che, pur rispettando il nuovo decreto, esercitano autonomia per preservare la tenuta del sistema, specialmente in ambiti ad alta erogazione come il laboratorio. Il riconoscimento delle tecnologie nei sistemi tariffari rappresenta un passaggio cruciale: garantisce infatti agli erogatori una corretta remunerazione e, al tempo stesso, dovrebbe consentire aggiornamenti più rapidi e fluidi. In questo contesto, Confindustria dispositivi medici attraverso l’Osservatorio del centro studi sul tema della rimborsabilità può agire come un veicolo naturale di sintesi e diffusione: segnalando da un lato le nuove tecnologie in arrivo sul mercato e dall’altro quelle ormai superate. Una maggiore capacità di interscambio informativo potrebbe rafforzare in maniera concreta il lavoro della Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute».
La sepsi si determina quando la risposta immunitaria dell’organismo a un’infezione è tale da danneggiare organi e tessuti, portando a shock e insufficienza multiorgano, fino anche al decesso. Ogni anno si verificano nel mondo oltre 45 milioni di casi di sepsi, determinando almeno 11 milioni di decessi. La sepsi è non soltanto la principale causa di decesso in ospedale, ma anche la principale causa di costi per i servizi sanitari.
Il 13 settembre ricorre il World Sepsis Day, che ha l’obiettivo di aumentare la conoscenza e la consapevolezza, sia negli operatori sanitari, che nell’opinione pubblica, del grave rischio rappresentato dalle sepsi e promuovere e incrementare la corretta adesione alle misure di prevenzione e controllo delle infezioni, per garantire una progressiva riduzione dei casi e degli esiti ad essi correlati.
«I neonati, e in particolare quelli prematuri, di peso molto basso alla nascita e ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale (TIN), rappresentano la categoria di pazienti più vulnerabili e più esposti alle infezioni – afferma Massimo Agosti, Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN) -. Dobbiamo investire nella prevenzione, nella continua formazione degli operatori sanitari, ma anche nell’informazione ai genitori, individuando tempestivamente i casi, per interventi precoci che ne riducano la gravità e la diffusione».
I neonati sono particolarmente suscettibili alle infezioni a causa della non completa maturazione del sistema immunitario che li rende meno capaci di difendersi dagli agenti patogeni e di circoscrivere l’infezione stessa, che può, quindi, rapidamente diventare generalizzata. I primi 30 giorni presentano il rischio più elevato di sviluppare una sepsi nell’arco della vita. Il rischio è tanto maggiore quanto più il neonato nasce prematuramente e tanto minore è il suo peso alla nascita. Pur in assenza di dati globali sull’incidenza della sepsi neonatale nel mondo e sulla mortalità ad essa correlata, si stima che ogni anno si verifichino circa 5 milioni di casi di sepsi neonatale, che determinano circa 800.000 decessi.
I microrganismi responsabili di sepsi possono essere trasmessi al neonato dalla madre nel periodo perinatale (sepsi ad esordio precoce nelle prime 72 ore di vita) o essere acquisiti successivamente durante la degenza in ospedale (sepsi ad esordio tardivo oltre le prime 72 ore di vita). Infatti, il ricovero in Terapia Intensiva Neonatale e le procedure invasive, pur rendendosi necessari per garantire l’assistenza e la sopravvivenza dei neonati più vulnerabili, incrementano ulteriormente il rischio di sviluppare una sepsi. Nonostante i notevoli progressi delle cure perinatali e neonatali, la sepsi interessa globalmente oltre il 2% dei nati, con una mortalità variabile tra il 10 e il 20%, per cui rappresenta una delle principali cause di morte neonatale anche nei paesi con maggiori risorse.
La prevalenza della sepsi aumenta notevolmente nei neonati prematuri e di peso molto basso (fino al 20 % nei neonati VLBW con peso alla nascita inferiore a 1500 g), così come la mortalità e gli altri esiti determinati dalla sepsi (fino oltre il 35% nei neonati VLBW con peso alla nascita inferiore a 1500 g). «I segni clinici sono inizialmente aspecifici e non facili da identificare, per poi evolvere molto rapidamente e drammaticamente, spesso non consentendo l’avvio tempestivo di un trattamento efficace – continua il Presidente Agosti -. Un’ulteriore minaccia è rappresentata dalla crescente emergenza di microrganismi resistenti alle principali classi di antimicrobici disponibili, contro i quali talvolta non abbiamo strumenti terapeutici efficaci. La sperimentazione di nuove molecole antimicrobiche è lunga e costosa, e ancor di più la loro validazione per l’uso in epoca neonatale».
Lo strumento più efficace è, quindi, la rigorosa applicazione di misure di prevenzione e controllo delle infezioni, attraverso una molteplicità di interventi coordinati, dal lavaggio delle mani alle altre misure igieniche, specie in corso di procedure invasive, dall’accurato monitoraggio clinico dei neonati alle moderne metodiche molecolari di diagnosi rapida, dalla sorveglianza microbiologica dei reparti di neonatologia al corretto utilizzo degli antibiotici (stewardship antimicrobica), alla gestione dei posti letto e del personale sanitario, mantenendo sempre un corretto rapporto infermieri/pazienti, garanzia di qualità e sicurezza delle cure erogate.
«La formazione di tutti gli operatori sanitari che partecipano nell’assistenza ai neonati critici e il loro coinvolgimento attivo nei programmi di prevenzione e controllo delle infezioni è un presupposto essenziale per garantirne l’efficacia e ridurre la prevalenza della sepsi e della mortalità neonatale ad essa correlata – conclude Mario Giuffrè, Segretario del Gruppo di Studio di Infettivologia neonatale della SIN -. Anche il coinvolgimento dei genitori è essenziale nel ridurre il rischio di sepsi: l’adesione allo screening materno durante la gravidanza è molto efficace nel ridurre il rischio di sepsi ad esordio precoce e l’allattamento al seno materno fornisce immunità passiva contro molti patogeni e potenzia le difese del neonato, riducendo il rischio di sepsi ad esordio tardivo, anche nel neonato pretermine».
In oncologia, ogni dato è molto più di un numero: è un indizio prezioso che può accelerare una diagnosi, guidare una terapia, dare voce a chi altrimenti resterebbe invisibile. Affinché quel patrimonio diventi conoscenza condivisa e utile, deve essere leggibile, interoperabile, sicuro; qui nasce IDEA4RC – “Intelligent ecosystem to improve the governance, the sharing, and the re-use of health data for rare cancers”, il progetto europeo che ha costruito un ecosistema digitale per mettere a sistema i dati clinici dei tumori rari dell’adulto, garantendo riservatezza e conformità non solo al GDPR, ma anche alla nuova normativa europea European Health Data Space entrata in vigore lo scorso marzo 2025, che regola il riutilizzo di dati clinici a scopo di ricerca e innovazione (cosiddetto “uso secondario”).
IDEA4RC è un progetto europeo ma, soprattutto, è un impegno concreto verso chi affronta la sfida dei tumori rari: ogni anno in Europa 650.000 persone ricevono una diagnosi di uno tra i 200 tumori rari riconosciuti. Si tratta di circa un quarto di quelle oncologiche nel Continente. Ogni giorno che passa senza reti più forti e dati più accessibili, si sostiene da IDEA4RC, è un’occasione persa per i pazienti e per chi li cura. La tecnologia è pronta, la porta è aperta: ora è il momento di varcarla.
Coordinato dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, con il contributo di Alleanza Contro il Cancro – la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute – e di una rete di 28 partner in 12 Paesi, di cui 11 ospedali (lista in calce), IDEA4RC ha sviluppato una piattaforma che non sposta fisicamente i dati, ma li rende analizzabili localmente, combinando le informazioni che restituisce al ricercatore senza esporre i dati individuali. Un modello federato che abbatte barriere tecnologiche e normative, valorizzando al tempo stesso la proprietà e l’identità di ogni fonte.
L’ecosistema è potenziato da intelligenza artificiale capace, tra l’altro, di estrarre informazioni cliniche da testi non strutturati – come le annotazioni dei medici – e convertirle in formati interoperabili. Così, anche i centri meno digitalizzati possono contribuire e beneficiare della rete. Oggi, con gli strumenti pronti e i test in corso su dati reali, il progetto è entrato nella fase decisiva: quella in cui servono alleati per crescere: centri clinici disposti a condividere dati in sicurezza, aziende tecnologiche interessate a sperimentare o integrare i tool sviluppati e stakeholder istituzionali e professionali pronti a sostenerne la diffusione e la continuità.
Quando si parla di malattia di Alzheimer uno tra i primi “campanelli d’allarme” da tenere in considerazione è il disorientamento spaziale. Questo disturbo, chiamato anche disorientamento topografico, impedisce ai meccanismi cerebrali dell’individuo di orientarsi nello spazio, impedendo una rappresentazione mentale dell’ambiente circostante.
Esistono tre tipi di neuroni coinvolti nell’orientamento topografico: quelli di posizione, di griglia e di confine. «Sono presenti nell’ippocampo e nella corteccia entorinalee lavorano in sinergia per creare una mappa interna dell’ambiente che consente alle persone di orientarsi e muoversi – spiega Sandro Sorbi, Past President di Airalzh Onlus e Direttore di Neurologia I presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze -. I neuroni di posizione si attivano quando un individuo si trova in una specifica posizione all’interno di un ambiente, mentre quelli griglia creano una sorta di “reticolo spaziale” che permette all’uomo di sapere dove si trova e dove sta andando. I neuroni di confine, invece, si attivano quando una persona raggiunge i confini di un ambiente».
Proprio sul disorientamento topografico nella malattia di Alzheimer è stato condotto uno studio a cura di Davide Cammisuli, già Ricercatore Airalzh (Associazione Italiana Ricerca Alzheimer) e professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università Cattolica di Milano. Il suo studio fa parte di uno dei numerosi Progetti di Ricerca finanziati da Airalzh in occasione del Bando AGYR (Airalzh Grants for Young Researchers) che l’Associazione, ogni anno, rivolge a giovani Ricercatori Under 40.
Lo studio – effettuato all’interno di un giardino urbano – ha dimostrato, per la prima volta, una chiara alterazione della cognizione spaziale in pazienti con lieve declino cognitivo e biomarcatori per malattia di Alzheimer. Il disorientamento topografico, infatti, è molto spesso lamentato dal paziente e riferito dai famigliari anche nelle fasi che precedono l’esordio della malattia, ma non è mai valutato specificamente come possibile “predittore” comportamentale delle fasi successive connesse alla demenza di tipo Alzheimer, ove è manifesto un franco disorientamento spazio-temporale.
Cammisuli, per portare a compimento il suo Progetto, si è avvalso di un apparato tecnologico innovativo – uno smart body indossabile dotato di sensori che rilevano parametri fisiologici e della marcia – che ha dimostrato la capacità di catturare una modificazione neurovegetativa a carico del sistema simpatico connessa al disorientamento cui spesso i pazienti (con lieve disturbo cognitivo dovuto a malattia di Alzheimer) vanno incontro. Tale accertamento è stato svolto attraverso test computerizzaticomparati a deambulazioni svolte su percorsi urbani, in modo tale da simulare l’effetto di potenziale smarrimento nel percorrere le tappe di un determinato percorso.
Inoltre, grazie alla possibilità di monitorare in maniera non invasiva e da remoto (e, quindi, con vantaggi sia per il clinico/ricercatore che per il famigliare/caregiver) lo smart body è in grado di tracciare il percorso effettuato grazie ad un GPS e può essere implementato tramite soglie di alert o messaggistica istantanea in grado di ricondurre il paziente con deterioramento cognitivo presso la propria casa (o punto di partenza del percorso urbano) laddove possa andare incontro a smarrimento o aver commesso errori lungo il tracciato.
Interessanti risultati recenti sono stati raggiunti anche da altri due Progetti di Ricerca selezionati in occasione dei Bandi AGYR di Airalzh Onlus. Da un lato, con il progetto di Alessia Vignoli, Ricercatrice Airalzh presso il Dip. Chimica dell’Università degli Studi di Firenze, si continua a lavorare nell’ambito dell’identificazione precoce dei rischi per capire la possibilità di evoluzione in malattia di Alzheimer nei pazienti in modo non invasivo, attraverso una risonanza magnetica nucleare in un campione di sangue. Dall’altro lato, invece, con Andrea Magrì, Ricercatore Airalzh presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche ed Ambientali dell’Università degli Studi di Catania, vengono studiate soluzioni per nuove terapie farmacologiche come la possibilità di contrastare l’accumulo di proteina β-amiloide tramite l’utilizzo di una nuova molecola allo scopo di ripristinare la corretta funzione dei mitocondri.
Il contributo alla Ricerca di Airalzh è sostenuto da piccoli e grandi donatori, ma anche da progetti artistici, come quello di Michele Bravi, talento poliedrico impegnato tra Musica, Cinema e Letteratura. Con il progetto “Lo ricordo io per te”, l’artista ha voluto raccontare la storia dei suoi nonni e sostenere la Ricerca sulla malattia di Alzheimer. Dopo essere uscito, nei mesi scorsi, con una canzone ed aver realizzato un cortometraggio, a partire dal 30 Settembre sarà presente in tutte le librerie d’Italia il suo libro di storie edito da Feltrinelli, dal titolo“Lo ricordo io per te”. Per ogni copia venduta, 1 Euro sarà devoluto a sostegno di Airalzh Onlus.
Dalla sua fondazione, nel 2014, Airalzh ha investito oltre 4 milioni di Euro – grazie al sostegno di grandi e piccoli donatori – per finanziare 82 Assegni e 37 Progetti di Ricerca.
Il problema delle culle vuote si può combattere su vari fronti, anche con strategie volte a favorire una paternità responsabile nel momento giusto e con le maggiori garanzie di successo per un concepimento sicuro. Lo afferma la Società Italiana di Andrologia (SIA) agli Stati Generali della Prevenzione di Napoli.
Per aiutare gli uomini a diventare padri nel momento in cui lo desiderano, la SIA propone di promuovere l’uso della crioconservazione del seme maschile, ossia la sua conservazione a basse temperature. Una pratica che, secondo gli andrologi, andrebbe favorita nel servizio pubblico. Oggi il seme viene prelevato e conservato per i pazienti affetti da determinate patologie (come quelle oncologiche).
Secondo l’ISTAT, gli uomini italiani sono i papà “più vecchi” d’Europa
La SIA ricorda che in Italia la natalità non è mai stata così bassa come nello scorso anno: nel 2024 sono nati 370mila bambini, circa 10mila in meno rispetto all’anno precedente. Un trend negativo che prosegue ormai da tantissimi anni, legato in gran parte al progressivo spostamento in avanti del momento in cui si decide di diventare genitori. Secondo gli ultimi dati ISTAT, gli uomini italiani sono i papà “più vecchi” d’Europa: il primo figlio arriva mediamente dopo i 35 anni d’età.
Spiega Alessandro Palmieri, Presidente SIA e Professore di Urologia all’Università Federico II di Napoli: «Il tempo è nemico della fertilità maschile: con l’avanzare dell’età aumenta infatti anche la quantità di danni al DNA spermatico. Così, già dai 34 anni in su, i danni accumulati possono impedire il concepimento o aumentare le probabilità di tramandare ai figli difetti genetici, legati a patologie nell’infanzia e anche in età adulta. In questo contesto, la sola prevenzione non basta. Gli effetti del tempo sulla fertilità si possono contrastare solo fino a un certo punto. Per questo è fondamentale preservare anche la fertilità maschile, ad esempio attraverso il congelamento del seme in età giovanile. Questa pratica, sempre più accessibile e scientificamente supportata, offre una “polizza assicurativa” preziosa per il futuro riproduttivo degli uomini».
«Il periodo ideale per la crioconservazione è durante la giovane età adulta, quando la qualità e la quantità degli spermatozoi sono generalmente al loro apice – sottolinea Palmieri -. Man mano che gli uomini invecchiano, la qualità del seme può diminuire. Congelare il seme in giovane età garantisce la disponibilità di campioni con una maggiore integrità genetica e motilità. Inoltre, si potrebbero battere sul tempo malattie e trattamenti medici che possono danneggiare irreparabilmente la produzione di sperma. La crioconservazione preventiva offre una possibilità di paternità futura per coloro che devono affrontare queste sfide».
La crioconservazione
Il processo di congelamento del seme è relativamente semplice e sicuro. Prevede la raccolta di campioni di seme, che vengono poi analizzati, preparati e congelati in azoto liquido a temperature estremamente basse. I campioni possono essere conservati per molti anni senzaperdere la loro vitalità, pronti per essere utilizzati in futuro tramite tecniche di riproduzione assistita come la fecondazione in vitro (FIVET) o l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI).
I tempi sono maturi per un’organizzazione più strutturata. In Italia non esiste una singola banca nazionale del seme centralizzata, ma la crioconservazione del seme viene effettuata solo all’interno di alcune strutture pubbliche che si occupano di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). La creazione di una “banca nazionale”, secondo la SIA, potrebbe consentire la crioconservazione dei gameti sia maschili che femminili, offrendo agli italiani la possibilità di preservare le proprie possibilità di concepimento. Allo stesso tempo è necessario sensibilizzare e informare la popolazione su questa possibilità.
La preservazione è l’aspetto fondamentale
Spiega Ilaria Ortensi, Consigliere della Società Italiana di Andrologia: «L’analisi delle problematiche che sono alla base del mancato concepimento è cambiata. Un tempo ci si concentrava soprattutto sulla donna. L’organismo e l’apparato riproduttivo femminile, ovaie, tube, utero, venivano sottoposti a indagini accurate, mentre l’uomo aveva meno attenzioni. Ora invece si indaga di più anche sull’apparato maschile. In questi anni si registra effettivamente un calo fisiologico della fertilità dell’uomo, ma grazie ai progressi della scienza riusciamo anche ad avere diagnosi più precise».
«Oggi la diagnostica avanzata dispone di esami per identificare patologie come la frammentazione del DNA spermatico, un’importante causa di infertilità nell’uomo – prosegue Ortensi –. Esistono test per rilevare rotture endogene del DNA degli spermatozoi ed altre prove che misurano la capacità del DNA di denaturarsi di fronte a certi trattamenti.
Ora si indaga di più anche sull’apparato maschile e si è registrato un calo fisiologico della fertilità dell’uomo
Viene anche studiato lo stress ossidativo degli spermatozoi stessi (una condizione patologica provocata dall’azione lesiva, su cellule e tessuti, di quantità elevate di radicali liberi, ndr). Sono indagini necessarie a capire se ci sono alterazioni a livello dello sperma. L’importanza degli studi è confermata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’ente internazionale definisce come vanno interpretati i parametri seminali. La crioconservazione è al fine della preservazione, quindi andiamo a tutelare l’aspetto riproduttivo con lo stoccaggio dei campioni. La SIA sta puntando molto l’attenzione sul concetto di preservazione. Tutte le indagini preliminari ci aiutano a fare una diagnosi precisa e questo ci guida a un percorso di tutela della salute riproduttiva attraverso la preservazione».
La nutrizione è un altro aspetto molto importante per la fertilità maschile. La Società Italiana di Andrologia (SIA), lavora assieme ai nutrizionisti per migliorare le conoscenze in questo campo. Gli andrologi interagiscono anche con i seminologi, biologi che costituiscono un’altra figura chiave nella conoscenza dell’infertilità maschile.
Visite andrologiche preventive per ragazzi
In Italia due milioni i giovani fra i 16 e i 35 anni d’età hanno una malattia andrologica che, in un caso su dieci, potrebbe compromettere la fertilità. Nonostante questo, secondo i dati SIA meno del 5% dei giovani uomini si è sottoposto almeno una volta a una visita dall’andrologo, mettendo così a rischio le future probabilità di concepimento.
Per questo la Società Italiana di Andrologia, in collaborazione con Rotary Club Roma, con il coinvolgimento della SIRU (Società Italiana della Riproduzione Umana) e le istituzioni, lancia il progetto “Il Rotary per la crescita della natalità: visita andrologica per 200mila diciottenni”. L’iniziativa partirà da settembre 2025 inizialmente nelle scuole di quattro Regioni campione (Lazio, Calabria, Campania, Trentino Alto Adige).
Meno del 5% dei giovani uomini si è sottoposto almeno una volta a una visita dall’andrologo
Commenta Palmieri: «Il progetto punta a contrastare la denatalità nel nostro Paese, un fenomeno dovuto principalmente a un declino della fertilità in entrambi i sessi, intercettando i giovani per far capire loro che devono e possono rivolgersi all’andrologo senza paura. Individuare una patologia oggi può aiutare a preservare la fertilità di domani».
I LEA e la richiesta di diventare genitori
Sul tema delle scelte di diventare genitori un passo avanti importante è stato fatto quest’anno. La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) nel 2025 è entrata nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), dando a tutte le coppie la possibilità di accedere a questo servizio con il pagamento di un ticket. Ma la situazione non è per ora omogenea in tutta Italia. L’equità dell’accesso alla PMA è ancora lontana da raggiungere.
Le Regioni devono ora rinforzare il servizio pubblico o stipulare convenzioni con enti privati. È necessario ridurre la mobilità sanitaria, per limitare la migrazione di chi ricorre alla PMA verso le Regioni più attrezzate per questa pratica. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, su 190 strutture attive in Italia, solo 66 sono pubbliche, 17 convenzionate e ben 107 private pure. C’è ancora molto da fare.
La Federazione CIMO-FESMED prende atto dell’intenzione delle Regioni di “procedere a un rinnovo veloce del contratto 2022-2024” dei medici e dei dirigenti sanitari “per poi proseguire con il triennio successivo”, impegnandosi a valorizzare i “tanti professionisti che tengono in piedi il nostro sistema sanitario”. In attesa della pubblicazione dell’atto di indirizzo, il sindacato dei medici dipendenti del SSN chiede però alla Conferenza delle Regioni un ulteriore sforzo che vada proprio nella direzione di una maggiore valorizzazione dei professionisti: l’apertura urgente di un tavolo per regolamentare l’affidamento delle strutture apicali ospedaliere al personale universitario.
Un tema ben noto alle Regioni, presente anche nel documento di lavoro proposto a giugno ai sindacati, dove si evidenziava la necessità di “intervenire su una disciplina nazionale che tuteli le opportunità di carriera del personale ospedaliero” auspicando “una maggiore trasparenza e proporzionalità nel bilanciamento tra le esigenze formative e quelle assistenziali”, proprio perché la cosiddetta “clinicizzazione” degli ospedali sta seriamente compromettendo il rapporto tra medici e Servizio sanitario nazionale.
«Ricordiamo infatti – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED – che la chiusura di posti letto e reparti avvenuta negli ultimi anni ha fortemente ridotto le possibilità di ricoprire ruoli apicali: solo il 16% dei medici può sperare di migliorare la propria posizione, perché il numero di strutture complesse e semplici è stato complessivamente ridotto di quasi 12mila unità. Se, quindi, le poche direzioni rimaste vengono affidate al personale universitario, è ovvio che gli ospedalieri cercheranno altrove migliori condizioni lavorative».
«Ciò che c’è da fare per risolvere questo annoso problema è fin troppo chiaro – aggiunge Quici -. Da una parte rendere omogenea su scala nazionale la collaborazione tra ospedali e università, imponendo al personale universitario modalità di selezione trasparenti, analoghe a quelle previste per gli ospedalieri per poter dirigere le strutture apicali; dall’altra istituire gli ospedali di insegnamento con una chiara definizione del ruolo del personale universitario, a cui affidare la parte teorica dell’insegnamento, e di quello ospedaliero, responsabile della parte pratica, con la conseguente previsione di un riconoscimento economico e professionale per chi svolge attività di tutoraggio. E l’unico interlocutore con cui poter affrontare il tema è proprio la Conferenza delle Regioni, considerando che la clinicizzazione degli ospedali deriva da accordi tra Regioni, Atenei e Aziende, e dunque il Ministero della Salute sulla questione ha un ruolo estremamente marginale».
«Ci auguriamo – conclude Quici – che le Regioni rispondano “presente” anche su questo argomento, tutelando le legittime prospettive di carriera dei medici ospedalieri».
Al via il secondo Bando di Ricerca Indipendente 2025 promosso dall’Agenzia Italiana del Farmaco, che rafforza l’impegno a sostegno di studi no profit in aree strategiche per il Servizio sanitario nazionale. Dopo il successo del primo Bando dedicato alle malattie rare, questa nuova iniziativa si concentra su due fronti cruciali, il contrasto all’antimicrobico-resistenza e la medicina di precisione, mettendo a disposizione 20 milioni di euro con l’obiettivo di finanziare studi non a fini commerciali, in grado di generare nuove evidenze scientifiche con ricadute positive sulla salute dei cittadini e sull’intero SSN.
«Promuovere la ricerca indipendente è una delle priorità del mio mandato – sottolinea il Presidente di AIFA, Robert Nisticò –. Un impegno mantenuto riavviando i Bandi finanziati dall’Agenzia, in particolare in aree di potenziale scarso interesse per la ricerca profit e su settori d’importanza strategica per il nostro servizio sanitario, per contribuire concretamente all’innovazione e alla sostenibilità del SSN».
Il Bando, finanziato con il Fondo costituito dal 5% delle spese promozionali sostenute annualmente dalle aziende farmaceutiche, è rivolto a ricercatori italiani di enti e istituzioni pubbliche, che intendano presentare progetti di ricerca indipendente sull’antimicrobico-resistenza e la medicina di precisione. Sarà online, con la relativa documentazione, sul portale dell’Agenzia da lunedì 15 settembre.
Le proposte potranno essere inviate dalle ore 12 di lunedì 15 settembre alle ore 12 di martedì 18 novembre 2025, esclusivamente tramite il nuovo Sistema di Ricerca Indipendente (SRI), disponibile sul portale dei servizi AIFA.
«L’antibiotico-resistenza – ricorda Nisticò – è una pandemia silente che, secondo le ultime stime del Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC), provoca 12mila morti l’anno nel nostro Paese ed ha anche un impatto economico significativo, con un costo di 2,4 miliardi l’anno per l’SSN e 2,7 milioni di posti letto occupati a causa di queste infezioni. Di fronte a questa emergenza – prosegue Nisticò – è necessario adottare un approccio globale e incentivare la ricerca: l’obiettivo è assicurare un uso ottimale degli antimicrobici per evitare che diventino armi spuntate».
Il Bando punta a valutare nuove combinazioni terapeutiche di antimicrobici; favorire strategie innovative per migliorarne l’efficacia; individuare marcatori predittivi della risposta a questi farmaci e utilizzare nuovi strumenti diagnostici, come i test rapidi. Particolare attenzione è rivolta anche alla medicina di precisione, alle potenzialità della farmacogenomica e al contributo dell’Intelligenza Artificiale, in particolare in oncologia, neurologia e psichiatria.
«Si tratta di una delle più grandi rivoluzioni degli ultimi decenni, fondamentale per rendere le terapie sempre più personalizzate: comprendere come la genetica influenza la risposta ai farmaci – conclude il presidente di AIFA – permette di ottimizzarne l’efficacia e ridurre gli effetti avversi, razionalizzare le prescrizioni e migliorare la qualità di vita dei pazienti, soprattutto quelli che assumono più medicinali. La ricerca è essenziale. Le nuove conoscenze, abbinate alla tecnologia, possono contribuire a decisioni terapeutiche sempre più mirate».
Il quadro emerso dalle prove di accesso ai corsi di laurea delle professioni sanitarie restituisce luci e ombre, ma il “bicchiere mezzo pieno” c’è: tiene l’attrattività complessiva dell’area sanitaria tecnica, della riabilitazione e della prevenzione. In particolare, alcuni profili mostrano una marcia in più. Nell’area sanitaria tecnica spiccano Dietisti (D/P 2,9: 1.720 domande su 603 posti) e Tecnici Sanitari di Radiologia Medica (D/P 2,7: 4.249 domande su 1568 posti, +8% rispetto al 2024); nell’area della riabilitazione Logopedisti (D/P 4,8: 4.713 domande su 1032 posti, +21% rispetto al 2024) e Terapisti della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (D/P 2,0; 807 domande su 412 posti, +3% rispetto al 2024); nell’area della prevenzione e promozione della salute Osteopatia (D/P 2,5; 395 domande su 155 posti, +18%), in un quadro generale di 57.985 domande per 33.695 posti nelle università statali (D/P medio 1,7; domande −1,5%, posti +3,8%).
«Vogliamo ribadire un messaggio chiaro: le nostre professioni, grazie al loro profilo specializzato e specialistico, mantengono un forte appeal e devono essere salvaguardate come valore imprescindibile per il Sistema Salute – ha dichiarato Diego Catania, Presidente della Federazione nazionale Ordini TSRM e PSTRP -. Dove l’attrattività è più alta riscontriamo il riconoscimento della caratura delle professioni; dove, invece, persistono minore attrattività e scarso riconoscimento, è necessario intervenire subito con misure correttive. Se non investiamo sulle professioni ad oggi più in sofferenza, rischiamo di disperdere fondamentali competenze specialistiche, con un inevitabile impatto negativo sulla qualità delle cure e dell’assistenza».
Per alcuni profili, in particolare, i dati mostrano un rapporto inferiore a 1 tra domande e posti disponibili: Educatore Professionale (D/P 0,6), Tecnico Audiometrista (0,5) e, con D/P 0,4, Tecnico Ortopedico, Tecnico Audioprotesista, Assistente Sanitario e Terapista Occupazionale (pur con un +33% di domande): un segnale di attrattività insufficiente e di potenziale affaticamento strutturale. Pur sapendo che le graduatorie successive (seconda e terza scelta) prospettano un parziale recupero, occorre una cura d’urto mirata: aggiornamento degli inquadramenti e delle aree di pratica, incentivi economici specifici (tirocini retribuiti, borse vincolate), percorsi di carriera ben definiti e campagne di orientamento dedicate nelle scuole e sul territorio. In assenza di azioni tempestive, ci si ritroverà ad affrontare importanti carenze in ambiti cruciali (prevenzione, salute pubblica, riabilitazione, audiologia e ortoprotesica), con la conseguente impossibilità di rispondere adeguatamente ai bisogni della cittadinanza.
La FNO TSRM e PSTRP individua tre principali assi di intervento: la salvaguardia del valore specialistico delle professioni, con la definizione e il riconoscimento nazionale di competenze avanzate, aree di pratica estesa e percorsi di carriera coerenti con la responsabilità e l’autonomia acquisite; la valorizzazione dei professionisti dal punto di vista contrattuale e organizzativo, attraverso leve retributive mirate, flessibilità oraria, ambienti di lavoro sostenibili e sviluppo professionale continuo, e infine l’istituzione di borse e sostegni ai tirocini delle professioni sanitarie, in particolare nei territori a più alto costo della vita.
Conclude Catania: «La tenuta delle professioni sanitarie deve diventare una priorità nazionale. Occorre attuare misure immediate attraverso la cabina di regia interministeriale: calendario nazionale dei bandi con finestre di iscrizione più ampie e orientamento mirato, borse per i tirocini e soluzioni housing per i fuori sede, incentivi/indennità per i profili carenti; nonché riforme strutturali: percorsi di carriera e pratica avanzata e formazione con tutoraggio riconosciuto. Come ho ripetuto più volte, inoltre, è ora di lasciarsi alle spalle il vincolo di esclusività per le professioni sanitarie, che blocca e penalizza la crescita dei professionisti. Il nostro obiettivo dev’essere quello di attrarre, formare, trattenere e valorizzare profili altamente specializzati, che rappresentano una risorsa imprescindibile per il Sistema Salute. Solo così potremo evitare la dispersione delle competenze e garantire davvero l’universalità e l’efficacia delle cure».
Dalle patologie psichiatriche alla scabbia, dalle dipendenze alle cure odontoiatriche inesistenti, nelle carceri italiane il diritto alla salute resta spesso un’utopia. Medici e Polizia penitenziaria denunciano la frammentazione territoriale, l’assenza di coordinamento e il vuoto formativo per chi opera in questi contesti. E mentre i numeri dei suicidi aumentano, la sanità penitenziaria continua a essere la “parente povera” del Servizio Sanitario Nazionale. Servirebbe un modello unico, nazionale e strutturato, ma anche una riforma culturale, prima ancora che organizzativa.
Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Antonio Maria Pagano, Presidente del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe), e Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE).
Professione: medico e poliziotto in carcere
Antonio Maria Pagano
«Le motivazioni che possono spingere un medico a lavorare all’interno del carcere sono molteplici – spiega Pagano –. C’è chi è mosso dal desiderio di aiutare, ma anche chi è attratto dalla sfida professionale che comporta lavorare in un ambito tanto complesso. Qui il corpo diventa spesso un mezzo per ottenere benefici, per uscire dalla cella o un linguaggio per esprimere disagio. Servono competenze cliniche, medico-legali e una buona conoscenza delle normative, perché bisogna sapere a che punto del processo si trova il detenuto quando si rivolge a noi.
Fino al 2010 – prosegue – medici, infermieri e operatori sanitari erano dipendenti o consulenti del Ministero della Giustizia, scelti direttamente dai direttori degli istituti. Erano pagati a prestazione. Con il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, è cambiato tutto: oggi sono dipendenti del SSN, ma l’organizzazione dell’assistenza resta disomogenea, a “macchia di leopardo”, con differenze tra le varie aziende sanitarie, tra servizi di base, salute mentale, dipendenze ed équipe multidisciplinari».
La relazione di cura in carcere coinvolge aspetti sanitari, giuridici, penitenziari
«Prima – aggiunge Capece – c’erano medici dedicati esclusivamente all’assistenza sanitaria dei detenuti. Li conoscevano, sapevano distinguere chi aveva davvero bisogno da chi cercava un pretesto per uscire dal carcere. Oggi, con medici esterni spesso poco esperti, è più facile che si autorizzi un accesso in Pronto Soccorso per paura di reazioni violente. Poi lì, in ospedale, si scopre che non c’erano reali motivi clinici e si torna indietro. Il tutto, dopo aver organizzato una scorta e una macchina e impegnati diversi agenti. In alcuni penitenziari si potevano fare anche le analisi del sangue e in più c’erano dentisti, psicologi, specialisti che visitavano regolarmente i detenuti, addirittura c’erano sale operatorie di emergenza, quasi mai usate».
Il sindacato: più strutture, meno improvvisazione
«Il nostro ruolo, rappresentando le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria che vivono la realtà delle carceri nella prima linea delle sezioni detentive 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, è proporre soluzioni concrete ai problemi reali – afferma Capece –. Le tossicodipendenze creano da sempre enormi difficoltà gestionali, così come la presenza di persone con disturbi psichiatrici. Dopo la chiusura degli OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario), molti di loro sono finiti in carcere, perché le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) sono pochissime. E così anche chi non dovrebbe stare in carcere, finisce per restarci.
Donato Capece
L’assistenza psichiatrica è carente, ma l’ASL fa poco per potenziare questi servizi. Il personale sanitario è insufficiente e noi agenti penitenziari ci troviamo a fare anche da educatori, assistenti, ascoltatori, infermieri e cappellani. Crediamo che tutti questi problemi si possano affrontare tornando a un modello di sanità penitenziaria autonomo e strutturato, com’era prima di essere inglobato nel SSN. Un modello che funzionava».
Un rapporto di cura da costruire
«Il rapporto medico-paziente in carcere è anomalo – chiarisce Pagano. Nella sanità territoriale, è il paziente a scegliere il medico. In carcere no, il medico è assegnato. In alcuni casi si può fare richiesta di uno specialista esterno, ma serve l’autorizzazione. Chi sta in carcere, normalmente (ma non è scontato), ha lo stesso gruppo di medici, almeno per l’assistenza di base. Per le visite specialistiche, invece, o viene lo specialista in istituto oppure la persona accede a un ambulatorio esterno tramite prenotazione. In tutto questo, è fondamentale includere anche gli aspetti giuridici nell’anamnesi. Sapere a che punto è il procedimento, cosa sta accadendo nell’istituto. Anche un malessere improvviso può dipendere da dinamiche non cliniche ma ambientali».
Verso un modello nazionale integrato
«Come Società Italiana di Sanità Penitenziaria – sottolinea Pagano – abbiamo proposto un modello unico, valido su tutto il territorio. Lo abbiamo presentato al Ministero e al nostro Congresso. Serve un’organizzazione sanitaria coerente, integrata, formativa. La relazione di cura in carcere è complessa: coinvolge aspetti sanitari, giuridici, penitenziari. Gli istituti sono spesso inadeguati, costruiti prima della riforma dell’ordinamento penitenziario. Spazi vetusti che influenzano negativamente la salute di tutti, detenuti, agenti, operatori sanitari e il burnout è dietro l’angolo».
Patologie diffuse, dati frammentari, criticità croniche
«Ad oggi non esiste un sistema nazionale di rilevamento dello stato di salute nelle carceri – spiega Pagano. L’unico studio è del 2014, realizzato per un progetto CCM. Le patologie psichiatriche coinvolgono circa il 10% della popolazione detenuta. Le dipendenze riguardano più del 30%, ma superano il 70% se si considerano anche i casi non dichiarati. L’HIV è oggi residuale, mentre la tubercolosi in forma latente è presente soprattutto tra chi proviene da contesti fragili o comunque da territori dove è ancora endemica. Il carcere, spesso, è il primo vero contatto con un medico, per questo la sanità penitenziaria ha anche un valore preventivo importantissimo.
Ad oggi non esiste un sistema nazionale di rilevamento dello stato di salute nelle carceri
Le malattie cutanee, come la scabbia, sono frequenti, ma l’isolamento dei casi è difficile da attuare per carenze igieniche, sovraffollamento, strutture inadeguate. L’igiene è responsabilità dell’amministrazione penitenziaria, non del servizio sanitario. Grave anche la situazione odontoiatrica. Molti detenuti, infatti, soprattutto tossicodipendenti, hanno gravi problemi dentari. Le cure odontoiatriche non rientrano nei LEA, a parte le estrazioni, cura delle carie e poco più. Chi non può pagare, quindi, resta senza denti. Solo chi ha soldi può permettersi cure complete, creando disparità anche all’interno del carcere. Serve un’odontoiatria sociale, pubblica, accessibile».
«In una situazione di sovraffollamento cronico – aggiunge Capece –, dove ogni anno passano oltre 100 mila persone, anche garantire il diritto alla salute diventa un’impresa. Le malattie psichiche sono le più diffuse, seguite da disturbi gastrointestinali, obesità, diabete e osteoporosi, spesso legati a cattiva alimentazione, carenza di vitamina D e sedentarietà. Mancano gli screening e ciò comporta ritardi diagnostici gravi. Spesso poi siamo noi poliziotti i primi a intervenire in casi di autolesionismo o tentativi di suicidio».
Cosa succede dopo: la continuità assistenziale interrotta
«Una volta uscite, le persone tornano cittadine come tutte le altre – spiega Pagano –, ma manca un sistema per garantire la continuità delle cure. A volte ci comunicano la scarcerazione lo stesso giorno e riusciamo al massimo a consegnare un primo ciclo di terapia e a redigere una “lettera di dimissione” che ha il fine di informare il medico di famiglia di quanto fatto durante il periodo detentivo.
Alcune persone, pur di avere i domiciliari, peggiorano volontariamente le proprie condizioni cliniche e non si curano
Più complesso il discorso per chi va agli arresti domiciliari. Se la sanità penitenziaria si occupa solo di chi è fisicamente in carcere, queste persone restano senza assistenza o, se devono fare una visita medica, devono seguire tutto l’iter insieme all’avvocato e chiedere l’autorizzazione del giudice. Ciò comporta anche dei costi, per questo proponiamo una sanità penitenziaria che segua anche le persone sottoposte a misure restrittive. Avere servizi dedicati nelle Asl consentirebbe di garantire continuità di cura anche fuori dal carcere.
Formazione, responsabilità, consapevolezza
«La sanità penitenziaria è oggi frammentata e disomogenea – continua Pagano – e manca una formazione obbligatoria. Servirebbe già nei corsi di medicina generale e nelle scuole di specializzazione. Lavorare in carcere richiede consapevolezza, conoscenze giuridiche, capacità di redigere relazioni per i magistrati. Non basta saper curare e, se l’assistenza in carcere resta residuale, affidata a chi ha un po’ di tempo libero, non si costruisce competenza».
La sanità penitenziaria è oggi frammentata e disomogenea e manca una formazione obbligatoria
«Il Presidente della Repubblica Mattarella ha definito quella dei suicidi in carcere una vera emergenza sociale – ricorda Capece. Nel 2024 si sono contati 246 decessi in carcere, di cui 91 per suicidio. Numeri che parlano da soli. Ma a fare seriamente riflettere è anche l’alto numero di suicidi che si registra tra gli appartenenti al Corpo: dal 2000 ad oggi parliamo dell’inaccettabile numero di 100. Il Governo ha inserito la prevenzione dei suicidi e dell’autolesionismo tra le priorità e ha istituito, con il DPR 13 novembre 2024 n. 217, il ruolo tecnico per i medici della Polizia Penitenziaria con formazione specifica e aggiornamenti professionali obbligatori. Abbiamo ottenuto 103 posti, ma le procedure sono ferme, vanno avviati i concorsi. Serve riconoscere la specificità della medicina penitenziaria. Un esempio concreto? Gli ospedali dei comuni sede di istituti penitenziari dovrebbero avere reparti di medicina protetta, dove detenuti e sicurezza siano entrambi tutelati. Un modello da estendere e regolamentare».
Il coraggio di pensare un carcere diverso
Secondo i dati del Garante dei detenuti – conclude Capece –, ci sono almeno 9.715 persone con pene definitive inferiori a un anno. Sono persone che potrebbero scontare la pena fuori, sul territorio. C’è chi è dentro per tre mesi, sei mesi, perfino uno. Ma il carcere non può essere la risposta a tutto. La custodia cautelare dovrebbe essere riservata solo a chi è realmente pericoloso, non può diventare la norma per chiunque.
Occorre il coraggio di immaginare un “carcere invisibile” sul territorio, gestito dalla Polizia Penitenziaria con gli Uffici di esecuzione penale esterna
Si possono controllare le persone ai domiciliari, chi lavora in azienda o in progetti di recupero ambientale o chi segue un percorso di reinserimento. È possibile, occorre cambiare mentalità. Pensare che la detenzione sia l’unica soluzione, anche per pene brevi, è sbagliato e pericoloso. Non voglio passare per buonista: chi commette un reato deve pagare. Ma la pena detentiva non può essere l’unica via. Soprattutto quando parliamo di chi ha meno di un anno da scontare».