Metà delle aziende associate a Egualia pubblica un report di sostenibilità, il 60% ha figure dedicate all’ESG e un quarto ha già integrato una strategia green nella pianificazione industriale. Risultati incoraggianti, ma con un limite: solo il 28% dei fornitori è dotato di un bilancio di sostenibilità.
È a partire dall’analisi di questi dati che hanno preso vita le “Linee guida per l’implementazione di pratiche di sostenibilità nella declinazione ESG”, presentate ieri a Roma durante l’evento “We Take Care. ESG secondo Egualia: valori, azioni, risultati” alla Galleria del Cembalo. Frutto di un percorso realizzato con Nomisma e avviato nel 2022, tra formazione, mappature e analisi delle imprese associate, il documento introduce indicatori concreti per misurare e verificare gli impegni ESG lungo tutta la filiera, a partire dai fornitori dai quali dipendono i due terzi dell’impatto ambientale, sociale e di governance di un’azienda farmaceutica.
Le linee guida di Egualia offrono un framework operativo per integrare i criteri ESG nella strategia industriale e nella gestione della supply chain, fattore strategico per ridurre i rischi e garantire la continuità produttiva dei farmaci essenziali.
«Le nostre linee guida nascono in un contesto europeo in rapido cambiamento, con la CSRD che impone obblighi sempre più stringenti – ha spiegato Stefano Collatina, presidente dell’associazione delle aziende produttrici di medicinali fuori brevetto –. Per le PMI il rischio è di essere schiacciate da burocrazia senza strumenti adeguati: il nostro obiettivo è accompagnare le aziende in un percorso che trasformi l’ESG in opportunità competitiva. Restano, però, diversi aspetti critici: alcune normative ambientali, come la Direttiva sulle acque reflue urbane (UWWTD) o la stretta sui PFAS, rischiano di limitare la produzione e l’accesso a farmaci essenziali. Serve equilibrio tra transizione verde e competitività: le aziende sono pronte a fare la loro parte, ma le politiche devono essere costruite insieme all’industria, altrimenti rischiamo di generare più ostacoli che benefici. Le imprese del t farmaco, e in particolare quelle che rappresentiamo come Egualia, credono nella sostenibilità come leva di crescita e innovazione, ma servono regole stabili e condivise. Solo così l’ESG sarà davvero un motore di sviluppo, non un peso burocratico».
Serve equilibrio tra transizione verde e competitività: le politiche devono essere costruite insieme all’industria
«Il comparto dei farmaci fuori brevetto rappresenta un asset strategico per l’Italia: 102 imprese attive in Italia, e un impatto economico superiore a 8 miliardi; tra il 2016 e il 2024, il loro utilizzo ha permesso un risparmio di 7,4 miliardi di euro per il Servizio sanitario nazionale – dichiara Valentino Valentini, Vice Ministro delle imprese e del made in Italy, intervenuto all’evento con un videomessaggio – . Oggi però il settore è sotto pressione: tra aumento dei costi, oneri regolatori e margini ridotti, si rischia una carenza di medicinali essenziali. È in questo contesto che la sostenibilità diventa una leva decisiva: integrare i criteri ESG significa dare solidità alle imprese, migliorarne il merito di credito e renderle più attrattive per i grandi fondi e gli investitori internazionali, che orientano sempre più le proprie scelte verso aziende con strategie trasparenti e sostenibili.
L’ESG non deve essere un onere per le aziende, ma uno strumento competitivo
Attrarre capitali vuol dire rafforzare la capacità produttiva, innovare i processi, garantire continuità di forniture e dare stabilità a una filiera strategica per la salute dei cittadini e per lo sviluppo del Paese. Ringrazio Egualia per aver messo l’accento sul fatto che l’ESG non deve essere un onere, ma uno strumento competitivo. Sul piano regolatorio europeo, la transizione ambientale va conciliata con la tenuta del tessuto produttivo e con la disponibilità dei farmaci essenziali. In sede UE L’Italia sosterrà un approccio pragmatico, con valutazioni d’impatto solide e tempi di attuazione realistici, affinché le norme non producano effetti distorsivi sulle forniture e sugli investimenti industriali nel farmaco, cosicché l’ESG, da principio, divenga pratica industriale e strumento pro-crescita per chi investe in Europa, a beneficio dei pazienti e del Paese».
Il 10 e 11 ottobre 2025 si terrà a Napoli il 3° Meeting Annuale della Società Italiana di Intelligenza Artificiale in Medicina (SIIAM), un appuntamento che riunisce esperti, istituzioni e professionisti per discutere come l’AI possa contribuire a trasformare il sistema sanitario. Il convegno affronterà i diversi ambiti in cui l’intelligenza artificiale può generare valore — dalla governance alle politiche di sanità pubblica, fino al supporto alle pratiche cliniche — con un approccio multidisciplinare e orientato all’applicazione concreta.
In preparazione all’evento, TrendSanità — media partner del congresso — ha incontrato Luigi De Angelis, presidente della SIIAM, e Francesco Baglivo, presidente del congresso. Nella videointervista i due protagonisti raccontano gli obiettivi della società, le novità del programma e le sfide principali che l’Italia deve affrontare per integrare l’AI in sanità in modo etico, sostenibile e a beneficio di pazienti e operatori.
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A richiedere al Ministro della Salute e al Presidente della Conferenza Stato Regioni l’attivazione di un tavolo quadrangolare, con la partecipazione delle Istituzioni e di ARIS e AIOP, sono state le Organizzazioni sindacali.
Lo hanno fatto per affrontare in maniera omogenea e definitiva la questione del rinnovo dei CCNL della sanità privata (Area Ospedaliera e CDR-RSA). Per i sindacati confederali, infatti, è ormai imprescindibile l’introduzione di norme che, a fronte di un adeguato riconoscimento di finanziamento da parte del pubblico, obblighino i soggetti accreditati ad applicare i ccnl più rappresentativi e a rinnovarli alla scadenza.
Chiara la posizione dell’ARIS che, con una lettera a firma del suo Presidente, Padre Virginio Bebber, ha comunicato la «piena disponibilità a partecipare al tavolo quadrangolare proposto», evidenziando che «come più volte esplicitato negli incontri svolti a livello sindacale e istituzionale, da tempo è evidente come il settore necessiti di una simile iniziativa, che consentirebbe di affrontare, in piena trasparenza, le (ormai ataviche) criticità che non consentono il tempestivo rinnovo dei CCNL».
«Per troppo tempo – sottolinea Giovanni Costantino, Capodelegazione ARIS – la tenuta del sistema è stata affidata solo ai sacrifici dei lavoratori e delle strutture. È venuto il momento di definire regole chiare, cogenti e affidabili su tutto il territorio nazionale, che consentano sia la valorizzazione del personale, sia la sostenibilità delle istituzioni private cui devono essere assicurate le risorse economico-finanziarie necessarie per il rinnovo dei CCNL».
Anche Mauro Mattiacci, Direttore Generale dell’Associazione, concorda con tale lettura, evidenziando che l’attuale situazione, nell’ostacolare il rinnovo dei CCNL «crea disagi non solo ai lavoratori, ma anche alle strutture associate e, in definitiva, allo stesso SSN. In assenza di soluzioni idonee, infatti, le Istituzioni accreditate non potranno, nel tempo, continuare ad attrarre le necessarie risorse professionali e rischieranno di dover abdicare alla propria mission di collaborare alla garanzia del diritto alla salute dei cittadini».
«Solo attuando pienamente i principi del d.lgs. 502/92 – conclude Costantino – sarà possibile assicurare al personale una dinamica retributiva sempre aggiornata e porre fine ai fenomeni di dumping contrattuale e di concorrenza “al ribasso” che danneggiano i lavoratori e le Istituzioni associate all’ARIS».
Nel 2024 l’Italia per spesa sanitaria pubblica pro-capite si colloca 14° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL, percentuale inferiore sia alla media OCSE (7,1%), sia a quella europea (6,9%). E per la spesa pro capite il gap con i Paesi europei è di 43 miliardi di euro.
«Il sottofinanziamento pubblico della sanità italiana – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è ormai una questione strutturale che, oltre a generare tensioni crescenti in Parlamento, sta mettendo in grandi difficoltà tutte le Regioni, sempre più in affanno nel garantire i livelli essenziali di assistenza mantenendo in ordine i bilanci. Ma oggi il conto più salato di queste scelte miopi lo pagano anzitutto i cittadini, costretti a confrontarsi ogni giorno con liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e la necessità sempre più frequente a pagare di tasca propria visite e prestazioni sanitarie fino a rinunciare del tutto. Nel 2024 sono state costrette a farlo ben 5,8 milioni di persone, quasi 1 su 10».
In vista dell’imminente discussione sulla Legge di Bilancio 2026, la Fondazione GIMBE ha analizzato i dati relativi alla spesa sanitaria pubblica 2024 nei paesi OCSE, con l’obiettivo di fornire elementi oggettivi utili al confronto politico e al dibattito pubblico, al fine di prevenire ogni forma di strumentalizzazione.
La fonte utilizzata è il dataset OECD Health Statistics, aggiornato al 30 luglio 2025. I confronti con i paesi OCSE e con quelli europei sono stati effettuati sulla spesa sanitaria pubblica, sia in termini di percentuale del PIL che di spesa pro-capite in dollari a prezzi correnti e a parità di potere d’acquisto. È utile ricordare che la spesa sanitaria pubblica di ciascun paese include diversi schemi di finanziamento, di cui uno generalmente prevalente: fiscalità generale (es. Italia, Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria (es. Germania, Francia), assicurazione privata obbligatoria (es. USA, Svizzera).
Spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL
Nel 2024, la spesa sanitaria pubblica in Italia si attesta al 6,3% del PIL, un valore nettamente inferiore sia alla media OCSE (7,1%) che a quella europea (6,9%). Tra i paesi europei dell’area OCSE sono 13 quelli che destinano alla sanità una quota del PIL superiore a quella italiana, con un divario che va dai +4,3 punti percentuali della Germania (10,6% del PIL) a +0,1 punti percentuali del Portogallo (6,4% del PIL) (figura 1).
Spesa sanitaria pubblica pro-capite
Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia si attesta a 3.835 dollari, un valore nettamente inferiore sia alla media OCSE (4.625 dollari) con una differenza di 790 dollari, sia soprattutto alla media dei paesi europei (4.689 dollari) con una differenza di 854 dollari. Tra gli Stati membri dell’Unione Europea, sono 13 i Paesi che investono più dell’Italia: si va dai +58 dollari della Spagna (3.893 dollari) ai +4.245 dollari della Germania (8.080 dollari). (figura 2).
«Di fatto in Europa – commenta il Presidente – per spesa pubblica pro-capite l’Italia è prima tra i paesi poveri: precede solo alcuni paesi dell’Est e dell’Europa Meridionale, visto che Repubblica Ceca, Slovenia e Spagna investono più di noi». Fino al 2011, la spesa sanitaria pro-capite in Italia era allineata alla media europea; poi, per effetto di tagli e definanziamenti operati da tutti i Governi, il divario si è progressivamente ampliato, raggiungendo i 430 dollari nel 2019. Il gap si è ulteriormente allargato durante la pandemia, quando gli altri paesi hanno investito molto più dell’Italia; il trend si è confermato nel 2023, con una spesa stabile in Italia, e nel 2024, quando l’incremento è stato inferiore alla media degli altri Paesi europei (figura 3).
«L’entità di questo progressivo definanziamento – commenta Cartabellotta – è imponente: al cambio corrente dollaro/euro il gap pro-capite nel 2024 ha raggiunto 729 euro. Applicato all’intera popolazione residente, corrisponde un divario complessivo di 43 miliardi di euro. Una erosione progressiva di risorse pubbliche al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che, soprattutto dopo la pandemia, è sempre più in affanno».
Spesa sanitaria pubblica pro-capite: confronto con i paesi del G7
«Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite dal 2008 al 2024 – spiega il Presidente – racconta una storia di progressivo arretramento: l’Italia è sempre rimasta all’ultimo posto tra i paesi del G7. Se tuttavia nel 2008 il distacco era contenuto, oggi è diventato abissale» (figura 4). Nel 2024 l’Italia si conferma fanalino di coda con una spesa pro-capite di 3.835 dollari, mentre la Germania l’ha più che doppiata raggiungendo i 8.080 dollari. Particolarmente significativo è il caso del Regno Unito, che condivide con l’Italia un modello sanitario universalistico: se fino al 2019 ha registrato una crescita modesta, a partire dalla pandemia ha progressivamente aumentato in modo consistente la spesa pubblica, superando in soli cinque anni Canada e Giappone e posizionandosi poco al di sotto della Francia.
«Questo dimostra – commenta Cartabellotta – che il dibattito sul definanziamento della sanità non può ridursi ogni anno, al solito teatrino prima della Manovra: una partita al ribasso per capire se il Ministro della Salute riuscirà a strappare qualche miliardo in più al MEF. Serve invece un patto tra tutte le forze politiche, che prescinda dagli avvicendamenti di Governo e sancisca un impegno non negoziabile per rifinanziare progressivamente la sanità pubblica. Un impegno strategico da accompagnare a riforme strutturali del SSN da sostenere con continuità e convinzione politica».
«Con l’avvio dei lavori sulla Legge di Bilancio 2026 – conclude Cartabellotta – è proprio dall’impietoso confronto con gli altri Paesi europei e del G7 che bisogna ripartire. Da quel divario imponente frutto di una visione arrendevole che ha dimenticato un principio fondamentale: la salute delle persone non è solo un diritto fondamentale, ma anche una leva di sviluppo economico e della tenuta sociale del Paese. Ecco perché la Fondazione GIMBE si appella al Governo e al Parlamento affinché prendano atto dell’enorme e crescente divario strutturale rispetto agli altri Paesi avanzati, senza trasformare il tema in scontro politico. È urgente pianificare un progressivo rilancio del finanziamento pubblico della sanità: non per risalire le classifiche internazionali, ma per restituire forza e dignità al SSN e garantire a tutte le persone, ovunque vivano e a prescindere dal loro reddito, l’inalienabile diritto alla tutela della salute sancito dalla Costituzione. Perché se non investiamo sulla salute, pagheremo tutto con gli interessi: in disuguaglianze, malattia, impoverimento e perdita di futuro».
Si chiamano Palestre della Memoria e sono luoghi pensati per chi vuole tenere in allenamento le funzioni cognitive, ma anche per chi cerca occasioni di socialità nella terza età. Un progetto che coinvolge oltre 400 anziani e più di 100 volontari, nato dalla collaborazione tra l’Azienda USL di Modena, le associazioni di volontariato, i Comuni e le parrocchie del territorio.
Nelle palestre si propongono esercizi mirati per stimolare la memoria e altre funzioni cognitive, ma anche attività musicali, letture, quiz e momenti conviviali. Il tutto in un clima sereno e partecipato, dove le persone non solo esercitano la mente, ma combattono la solitudine e ritrovano il piacere dello stare insieme.
Le Palestre della Memoria nascono per prevenire il decadimento attraverso stimolazione e relazione
Sono attività rivolte a persone anziane che non presentano patologie cognitive, con un obiettivo ben chiaro: prevenire il decadimento attraverso la stimolazione e la relazione. Ogni palestra nasce dalle esigenze del territorio, dopo un’attenta valutazione della fattibilità del progetto, degli spazi e la formazione dei volontari, che prima di iniziare frequentano un corso organizzato dal Centro Disturbi Cognitivi e Demenze dell’AUSL, che poi supervisiona le attività, offrendo supporto costante.
A rendere possibile tutto questo sono soprattutto i volontari, con un’età media di 68 anni, che dedicano il proprio tempo e la propria energia agli altri per costruire comunità più inclusive che mettono al centro la dignità e il benessere delle persone anziane. Perché il cervello, come il cuore, si mantiene giovane anche grazie al legame con gli altri.
Ce ne parla Chiara Galli, specialista in Neuropsicologia, referente del progetto Palestre della Memoria, Geriatria Territoriale presso l’AUSL Modena. Sul sito dell’Azienda sanitaria ci sono i numeri di telefono dei volontari da poter chiamare per iscriversi.
Chiara Galli
Come nasce questo progetto?
«Le palestre della memoria nascono nel 2013 da un Community Lab della Regione Emilia-Romagna, uno spazio partecipativo e trasformativo che mette al centro i bisogni della collettività. Le prime Palestre sono attive al Centro Socio Aggregativo “I Saggi” di San Cesario, per poi espandersi nel Distretto socio-sanitario di Castelfranco Emilia. Dal 2020 l’AUSL di Modena ha deciso di investire risorse umane nella formazione dei volontari e le Palestre della Memoria raggiungono, ad oggi, capillarmente tutti i distretti della provincia di Modena».
Cos’è e come funziona una Palestra della Memoria?
«È un progetto di prevenzione del decadimento cognitivo e di promozione dell’invecchiamento attivo, un luogo di prossimità dove persone dai 70 anni in su di ritrovano una volta a settimana (da settembre a giugno circa) per due ore e svolgono esercizi di stimolazione cognitiva in compagnia. I gruppi sono gestiti da volontari delle associazioni locali formati e supervisionati dalle neuropsicologhe della Geriatria Territoriale dell’AUSL di Modena e coordinati dall’Associazione “Gian Paolo Vecchi” di Modena. La fattibilità di questo progetto è associata alle sinergie che si sono create tra AUSL, Amministrazioni locali e soprattutto le associazioni del territorio che sono il vero carburante delle attività».
Quali sono le attività proposte e i requisiti per partecipare?
«Il target dei partecipanti sono persone dai 70 anni senza decadimento cognitivo. Le attività sono esercizi, eseguiti in plenaria o in piccoli gruppi, che permettono di esercitare le funzioni cognitive ovvero la memoria, l’attenzione, il linguaggio, il ragionamento logico. Si punta molto sulla trasmissibilità delle strategie metacognitive come le mnemotecniche che permettono di migliorare le nostre funzioni cognitive. Ad esempio, si chiede di studiare e ricordare la lista della spesa, dividendo i prodotti in categorie.
I partecipanti sono persone dai 70 anni senza decadimento cognitivo
Altre attività sono quelle della fluenza verbale, che permette di allenare le abilità linguistiche, come “dimmi tutti i nomi femminili che iniziano con la lettera A”. Non mancano gli esercizi di reminescenza, un percorso di ricordi del proprio territorio e della propria biografia da condividere con i partecipanti. Inoltre, si propongono incontri sulla sana alimentazione, sulla prevenzione delle truffe, sulla facilitazione digitale attraverso percorsi in cui noi sanitari e operatori formiamo i volontari che a loro volta trasmettono le informazioni agli anziani, proponendo esercizi ad hoc».
Su quali evidenze scientifiche si basa?
«La popolazione italiana di un’età maggiore ai 65 anni rappresenta ad oggi il 23,5% del totale, con una stima del 34,9% entro il 2050. La discussione sul ruolo dell’assistenza agli anziani nell’attuale scenario di riforma per i servizi è basilare e si pone l’obiettivo di sviluppare e strutturare una politica destinata ai circa 14 milioni di anziani con più di 65 anni presenti nel nostro Paese, sia in termini di cura che di prevenzione. È quindi stringente la necessità di implementare misure a favore dell’invecchiamento attivo per evitare l’isolamento della persona anziana, integrandola nel tessuto sociale, e rallentare l’evoluzione verso la disabilità e la non autosufficienza. Negli ultimi anni le restrizioni della pandemia da COVID-19 hanno accentuato l’isolamento sociale e l’esclusione delle persone anziane.
È un progetto dove la comunità si prende cura della comunità, con l’obiettivo primario della socializzazione e del contrasto all’isolamento
L’isolamento e la sensazione di solitudine sono associati, nella popolazione anziana, a un aumento della prevalenza delle malattie neurologiche, in particolare del rischio di deterioramento cognitivo e della sintomatologia depressiva. La presenza e persistenza della depressione aumenta il rischio di mortalità per una bassa qualità di vita percepita, di patologie cardiache e agiti autolesivi. In questo modo, aumentano i costi annuali per le spese sanitarie e a carico delle famiglie. Le istituzioni, le amministrazioni locali e la collettività sono attori indispensabili per fronteggiare la condizione di solitudine della popolazione anziana. L’OMS precisa la necessità di pensare e adottare interventi per un invecchiamento in salute, ovvero quel processo di sviluppo e mantenimento delle abilità funzionali dell’individuo intese come una combinazione e interazione tra la sua capacità intrinseca (insieme di capacità fisiche e cognitive) e l’ambiente di vita.
Quali risultati e numeri emergono dall’esperienza modenese?
«Attualmente sono attive 55 palestre della memoria in tutti i distretti socio-sanitari della provincia di Modena. Sono coinvolti oltre 400 volontari e circa 1.600 partecipanti, quindi oltre 2.000 persone su tutto il territorio e più di 30 associazioni locali. Nell’ultimo anno abbiamo tenuto 7 corsi di formazione per i volontari e da gennaio 2025 abbiamo aperto 17 nuove palestre e promosso 15 incontri alla popolazione per promuovere il progetto e sensibilizzare le persone di tutte le età alla prevenzione del decadimento cognitivo, che è la nostra mission.
Nella popolazione anziana, solitudine e isolamento aumentano rischio neurologico e depressione
Abbiamo puntato molto sul raggiungimento delle aree interne (sia quelle di pianura che appenniniche) grazie al lavoro dei volontari che hanno coinvolto i partecipanti, i loro compaesani anche più isolati perché ci si fida molto di più del proprio vicino di casa. In tutta la provincia, abbiamo circa 150 persone che desiderano partecipare alle palestre della memoria e che verranno chiamate al più presto».
Qual è l’impatto osservato sul piano cognitivo e sociale?
«Il primo cambiamento che osserviamo è il clima gioioso, caldo, accogliente che si percepisce nel gruppo dove i sorrisi la fanno da padrone. Alcune persone, dopo il pensionamento, non hanno più un ruolo sociale e impegni durante la settimana. Grazie alle palestre riacquisiscono un ruolo nella società, tornando a farne parte a tutti gli effetti. Giovanni, ottantacinquenne di Fiumalbo (piccolo comune alle pendici del Monte Cimone nell’appennino tosco emiliano) non scendeva da 20 anni in paese. Le volontarie sono andate a bussargli alla porta di casa per coinvolgerlo nella Palestra e da circa 2 anni non manca un incontro il giovedì pomeriggio, sorridendo e scherzando con le altre persone. Un altro cambiamento che notiamo è il miglioramento della scrittura cui gli anziani non sono più abituati; già dopo un mese riferiscono di scrivere più fluidamente. Anche la capacità linguistica migliora, soprattutto per quelle persone che altrimenti sarebbero state a casa da sole davanti alla televisione tutto il giorno. Da non sottovalutare è l’azione di prevenzione che questo progetto ha sui volontari che devono pensare, cercare idee e preparare gli esercizi ogni settimana, lavorare in gruppo (in equipe) e proporre le attività ai partecipanti.
Alcune persone, dopo il pensionamento, perdono il loro ruolo sociale
Questo progetto rimette in campo le potenzialità sociali della comunità attraverso la cura delle persone che non si esaurisce in due ore. Mi arrivano ogni settimana foto di “pizzate” extra palestra della memoria; il gruppo di anziani si ritrova in momenti aggregativi e conviviali anche alla sera o per pranzo. Questa è la vera forza del progetto, riattiva le risorse comunitarie al fine di (ri)costruire una rete di persone sia nei comuni più isolati che nelle grandi città dove, a volte, la solitudine è fatta di quel mancato riconoscimento che rende invisibili le persone più fragili».
Sono previste nuove aperture o iniziative?
«In virtù del successo e apprezzamento del progetto stiamo ricevendo richieste di apertura di Palestre in quei comuni modenesi in cui ancora non sono presenti. Stiamo già lavorando alla co-progettazione e co-programmazione con le amministrazioni locali e le associazioni, in modo da poter rispondere ai bisogni delle comunità e aprire nuove strutture tra ottobre 2025 e febbraio 2026.
Continuiamo poi a programmare momenti formativi per i volontari. In quest’ultimo anno siamo stati contattati da numerosi colleghi e associazioni da tutta Italia desiderosi di aprire una Palestra della Memoria nei loro territori. Come AUSL di Modena abbiamo, quindi, organizzato una formazione accreditata teorica/pratica di tre giorni (“Palestre della Memoria di Modena Academy”) che ha visto protagonisti colleghi e associazioni provenienti da alcune regioni italiane che apriranno una palestra nei loro comuni, riuscendo così a creare una Rete Italiana delle Palestre della Memoria con l’obiettivo della promozione dell’invecchiamento attivo. Data la grande adesione a questa iniziativa nel 2026 faremo una seconda edizione dell’Academy formativa».
Per comprendere l’impatto che il Codice degli Appalti ha ed avrà sui processi di approvvigionamento dei farmaci e riflettere sulle prospettive che il Dlgs 36/2023 offre alla stabilità complessiva del sistema delle cure, SIFO in stretta collaborazione con FADOI e FARE ha organizzato l’evento “Governance in sanità: il contributo multiprofessionale. Disponibilità, procedure d’acquisto, dell’approvvigionamento dei farmaci. Accessibilità ed Evoluzione del Codice degli Appalti: problemi aperti e prospettive”, una due giorni a porte chiuse a cui hanno partecipato esperti e rappresentanti delle tre società scientifiche dei farmacisti ospedalieri, dei medici internisti e dei provveditori.
«Abbiamo fortemente voluto creare uno spazio di confronto, approfondimento e sviluppo di idee tra i soggetti maggiormente coinvolti nella gestione degli approvvigionamenti di farmaci – sottolinea Arturo Cavaliere, presidente SIFO, per introdurre l’evento romano -. Da tempo Farmacisti ospedalieri e Provveditori sono impegnati collaborativamente ad affrontare le problematiche legate ai processi di acquisto, ma nell’evento Governance in Sanità per la prima volta abbiamo coinvolto nel confronto anche i clinici, grazie alla partecipazione dei medici internisti di FADOI: riteniamo che questo sia un passaggio chiave per il nostro SSN che ha bisogno di mettere attorno allo stesso tavolo tutti i professionisti che possano migliorare l’efficienza, la trasparenza e la qualità dei processi di acquisto. Siamo inoltre convinti che questo evento permetterà a tutto il sistema salute di identificare e condividere soluzioni alle maggiori criticità che già oggi sono registrare a partire dal Decreto 36/2023».
«Il nostro obiettivo con l’appuntamento romano – dichiara Adriano Leli, presidente FARE – è stato quello di allargare la collaborazione già in atto con il progetto SIFO- FARE, alla parte clinica. Sappiamo che il Codice degli appalti presenta difficoltà applicative in sanità ed è nostra convinzione che solo con la collaborazione di tutti gli attori si può centrare l’obiettivo principale: l’erogazione al paziente di un farmaco appropriato e sostenibile in linea con il “principio del risultato” previsto dallo stesso Codice».
«Il progetto-evento “Governance in sanità” rappresenta un’occasione preziosa di confronto e condivisione su temi centrali per la sostenibilità e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale. Ed è per questo che la FADOI ha deciso di esserne parte attiva – afferma il Presidente eletto di FADOI, Andrea Montagnani -. FADOI, in quanto società scientifica dei medici internisti ospedalieri ha una missione che la pone molto vicina al paziente complesso e fragile, spesso portatore di più patologie. Proprio per questo gli internisti avvertono in modo particolare le criticità legate all’accesso alle terapie innovative, che non riguardano soltanto l’aspetto clinico, ma anche la sostenibilità e i percorsi di acquisizione e diffusione dei farmaci. Per questa ragione – sottolinea Montagnani – abbiamo deciso di condividere e sostenere l’iniziativa promossa da SIFO per portare il nostro contributo clinico e la sensibilità che nasce dal rapporto quotidiano medico-paziente. Al tempo stesso, riteniamo fondamentale accrescere la conoscenza dei meccanismi tecnici e delle procedure che regolano l’introduzione e la disponibilità delle innovazioni farmaceutiche, così da partecipare attivamente al processo di efficientamento del sistema sanitario».
L’evento istituzionale SIFO-FARE-FADOI, precisa Barbara Meini (Direttivo SIFO e coordinatrice scientifica dell’appuntamento), «nasce con l’intento di ampliare la visione tecnico-scientifica sul tema del codice degli appalti tenendo conto dell’evoluzione del codice stesso e del punto di vista di tutti gli stakeholder in un’ottica multi professione che coinvolga anche i clinici. Per fare questo è stato disegnato un evento con una struttura innovativa che vede il commento dei risultati della survey interna alle tre società scientifiche da parte delle aziende farmaceutiche e la raccolta da parte dell’Auditor indipendente delle criticità e richieste di miglioramento del sistema degli acquisti. La seconda parte vede invece il confronto a porte chiuse da parte delle tre società scientifiche della stessa survey (self assessment) e delle tematiche emerse dalle Aziende, una terza parte in cui le tematiche vengono analizzate ed approfondite da tavoli di lavoro multi professionali rappresentativi delle varie esperienze regionali con stesura di un documento finale da presentare al prossimo congresso nazionale ed alle istituzioni interessate».
«Le nostre aspettative verso questa due giorni erano quelle di favorire un dialogo multidisciplinare, in cui la condivisione di esperienze e competenze diverse – dall’accesso al farmaco, all’HTA, fino alla pianificazione dei fabbisogni – potessero tradursi in soluzioni concrete per un sistema sanitario più equo, sostenibile e orientato al paziente – conclude Montagnani -. Nelle intenzioni degli organizzatori, l’evento “Governanace in sanità” porterà alla pubblicazione di un documento finale che verrà condiviso con le istituzioni e con le altre società scientifiche del comparto sanitario, con le organizzazioni territoriali di gestione del SSN e con il mondo della produzione del farmaco».
Sono 5,2 milioni gli italiani che soffrono di psoriasi, artrite psoriasica, dermatite atopica e vitiligine, tutte malattie cutanee infiammatorie croniche. «Non hanno le stesse cure, non hanno le stesse origini ma sono croniche e recidive e creano un fortissimo disagio sociale. Inoltre possono condividere una presa in carico simile», spiega Valeria Corazza, presidente di APIAFCO-Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza. Ecco perché APIAFCO, nata nel 2017 per prendersi cura dei pazienti affetti da psoriasi e artrite psoriasica, ha deciso che «sotto l’ombrello ci stanno anche le altre due malattie ‘cugine'”. Quando «ci si presenta a un tavolo dove si prendono delle decisioni sulla sanità con 5,2 milioni di malati, si può avere la pretesa di farsi dare del “lei”», sintetizza Corazza.
Certo, osserva poi, uno degli aspetti negativi «è che siamo tanti e facciamo paura perché costiamo molto. E curare una malattia, curare una persona, ancora oggi non è considerato un investimento». Ma si tratta di persone «che hanno una vita, un lavoro e vogliono partecipare alla vita del Paese». Non va poi dimenticato che questi malati «hanno delle comorbidità, il che significa che hanno tutte bisogno di una presa in carico multidisciplinare – prosegue la presidente APIAFCO -. Non vuol dire che ci aspettiamo, a una visita, di avere davanti tutti gli specialisti, ma che il dermatologo si possa misurare con altri specialisti per fare un quadro generale, perché spesso la pelle non è l’unico organo che deve essere curato».
Si tratta di «malattie molto più complesse di quanto ci si possa aspettare e quindi quando sento parlare di “due macchioline” mi infurio, perché dietro quelle macchioline si celano malattie gravi e come tali devono essere curate e prese in considerazione». Per tutte queste ragioni «è insopportabile che non facciano parte del Piano Nazionale di Cronicità – avvisa Corazza -: sono croniche, portano comorbidità che come malattie sono in quel piano e quindi c’è da chiedersi perché sono fuori». Essere «finalmente inserite sarebbe un riconoscimento per queste patologie», insiste. Non sono «leggere, sono devastanti se colpiscono in maniera grave, per non parlare delle zone che vengono colpite», come il viso o le mani «che sono il nostro biglietto da visita» o i genitali «che rappresentano il nostro dialogare in relazioni intime».
Perché siano affrontate e considerate, APIAFCO «che ha fatto molta advocacy negli anni con la psoriasi e l’artrite psoriasica», ora fa lo stesso anche con dermatite atopica e vitiligine. E dunque se siamo «davanti a un personaggio politico o a un amministratore locale, noi ripetiamo che devono essere prese in carico e seguite», torna a dire Corazza. Sono malattie «che indeboliscono tutto il nostro corpo e poi ritengo che quando si parla di qualità di vita è per tutti i cittadini».
Insomma, «non siamo questuanti, paghiamo parte del servizo sanitario e dobbiamo essere presi in considerazione, perché se non si muore, non è giusto nemmeno fare una vita da cani», chiarisce Corazza. Infine, ricordando la campagna dell’associazione in occasione della Giornata mondiale dedicata alla dermatite atopica del 14 settembre, (e che vede l’immagine di cinque super eroi a scudo della pelle) la presidente chiosa: «Ci trasformiamo in supereroi della Marvel pronti a difendere tutti i pazienti che soffrono di queste quattro patologie».
Leggi il foglio illustrativo, segui le indicazioni, usa i farmaci (da banco) in modo responsabile. È questo il messaggio condiviso dalle autorità regolatorie europee che aderiscono alla campagna di comunicazione per sensibilizzare i cittadini europei sull’importanza di un uso corretto dei medicinali da banco (Over The Counter – OTC). La campagna si rivolge a tutti coloro che utilizzano occasionalmente farmaci da banco, come antidolorifici, spray nasali, antiacidi o sciroppi per la tosse.
Questi medicinali possono essere acquistati senza prescrizione medica in farmacia, in parafarmacia o al supermercato. Sono indicati per il trattamento di lievi disturbi, come il dolore, la febbre o il raffreddore. Tuttavia, nessun farmaco è privo di rischi. Un uso scorretto può causare spiacevoli effetti indesiderati o addirittura dipendenza. Ecco perché è fondamentale, proprio come con qualsiasi farmaco, leggere attentamente il foglio illustrativo e seguire le indicazioni.
«I farmaci da banco sono importanti per prendersi cura della propria salute e infatti sono largamente utilizzati dai cittadini, ma devono essere usati sempre in modo responsabile. Ognuno di noi deve essere consapevole che non sono caramelle: si tratta comunque di medicinali con un rapporto beneficio-rischio, così come i farmaci con obbligo di prescrizione medica – dichiara il Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Robert Nisticò -. Prima di assumere qualsiasi medicinale da banco, è importante controllare sempre la confezione e il foglio illustrativo, per verificare come assumerlo correttamente e per quanto tempo. In caso di dubbi, va richiesto il parere di un professionista sanitario, rivolgendosi subito al medico se non si sta meglio o si manifestano effetti indesiderati gravi. Proteggiamo la nostra salute insieme».
Poiché l’uso dei farmaci da banco supera i confini nazionali, i Paesi europei hanno unito le forze in questa campagna, che ricorda i passaggi essenziali per un uso più sicuro di questi medicinali: leggere il foglio illustrativo, rispettare la durata massima di utilizzo raccomandata e consultare un medico se i sintomi persistono.
«I farmaci non sono caramelle» è la prima campagna congiunta lanciata dall’Heads of Medicines Agencies – HMA, la rete dei Capi delle Agenzie europee dei Medicinali, che lavora a stretto contatto con l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e con la Commissione Europea per garantire la sicurezza, la qualità e l’efficacia dei farmaci.
La riforma introduce cambiamenti significativi: dall’accesso diretto al Fondo per gli antibiotici contro i germi multiresistenti a un criterio premiante per le aziende che scelgono di investire in ricerca e sviluppo in Italia. Al centro anche la semplificazione delle procedure di valutazione e una maggiore attenzione alla qualità delle evidenze scientifiche, con l’obiettivo di rafforzare appropriatezza e trasparenza.
Nell’intervista a TrendSanità, Gemmato approfondisce luci e ombre del nuovo quadro regolatorio, illustrando i riflessi attesi sul Servizio Sanitario Nazionale, sulle imprese e sulla governance farmaceutica.
Quale impatto avrà sul Servizio Sanitario Nazionale l’introduzione dei nuovi criteri di innovatività dei farmaci licenziati da AIFA lo scorso mese di luglio?
«I nuovi criteri di innovatività definiti da AIFA sono uno strumento fondamentale per razionalizzare la spesa farmaceutica pubblica e garantire nuove terapie a valore aggiunto a tutti i cittadini italiani. Da un lato, si rafforza la selettività nell’accesso al Fondo per i Farmaci Innovativi, riservandolo a quei medicinali che rispondono un bisogno terapeutico insoddisfatto o che apportano un vantaggio clinico concreto rispetto agli standard attuali. Dall’altro, la semplificazione della classificazione in “innovativo” o “non innovativo” elimina ambiguità interpretative e favorisce decisioni più immediate a livello regionale.
La riforma AIFA introduce cambiamenti significativi volti a semplificare le procedure di valutazione e rafforzare appropriatezza e trasparenza
L’effetto sistemico atteso è duplice: maggiore equità di accesso ai farmaci innovativi sul territorio nazionale, in ossequio all’articolo 32 della nostra Costituzione, e migliore allocazione delle risorse verso quelli ad alto impatto. Inoltre, l’inserimento automatico degli antibiotici attivi contro germi multi-resistenti nel Fondo dei farmaci innovativi risponde a una priorità di salute pubblica, in linea con le strategie di contrasto all’antibiotico-resistenza. Un tema sentito a livello globale e che è stato al centro del G7 della Salute ospitato in Italia lo scorso anno, con un focus specifico svoltosi su mio impulso a fine novembre 2024 a Bari».
I nuovi criteri introducono un criterio premiante per lo sviluppo dei farmaci in Italia nel processo di riconoscimento dell’innovatività. Che impatto avrà sulle aziende farmaceutiche?
«L’inclusione del luogo di sviluppo clinico e preclinico come possibile elemento valutativo è una novità significativa. Questo criterio premiante potrà incentivare le aziende farmaceutiche a investire in ricerca e sviluppo sul territorio nazionale, con ricadute positive in termini di occupazione qualificata, trasferimento tecnologico e consolidamento della rete di sperimentazione clinica italiana, un’eccellenza da difendere e rilanciare. In un contesto europeo sempre più attento all’autonomia strategica nel settore farmaceutico, questa scelta può rappresentare un volano per rafforzare il tessuto industriale nazionale».
Può descrivere luci e ombre degli scenari che andranno configurandosi in seguito all’introduzione dei suddetti criteri?
«Tra le luci, segnalerei la possibilità di favorire maggiore coerenza tra evidenza scientifica e decisioni di politica sanitaria, poiché i nuovi criteri pongono l’accento sulla qualità delle prove e sull’impatto clinico reale, con un ancoraggio saldo fra costo e beneficio. In questo modo, viene rafforzato il principio di appropriatezza nell’allocazione delle risorse, con un sistema che premia l’efficacia documentata e l’utilità clinica, anziché l’innovazione percepita, nel massimo della trasparenza e della condivisione delle scelte.
La riforma potrà incentivare le aziende farmaceutiche a investire in ricerca e sviluppo sul territorio nazionale
Certamente, anche in considerazione dell’aumento della spesa farmaceutica per acquisti diretti recentemente certificata da AIFA in 4,16 miliardi di euro, occorrerà monitorare con attenzione la capienza del Fondo farmaci innovativi rispetto a una possibile crescita della domanda. In tal senso, sarà cruciale il dialogo strutturato fra Regioni e aziende territoriali, oltre a quello già intrapreso tra AIFA e Regioni, per garantire che i nuovi criteri siano sostenibili nel tempo.
È necessario che ci sia un dialogo tra Regioni e aziende territoriali per far sì che i nuovi criteri siano davvero sostenibili
Vorrei sottolineare che questo provvedimento si inserisce a pieno titolo in una revisione più generale della governance farmaceutica nazionale, avviata da questo Governo. Abbiamo iniziato con la riforma di AIFA al fine di renderla più snella e performante, dopo oltre 20 anni dalla sua istituzione. Proseguiamo ora con un altro importante pilastro per dare solidità e certezza al comparto, grazie al riordino e all’aggiornamento del corpus normativo che riguarda il settore e che su mio impulso verrà razionalizzato per confluire in un Testo Unico della legislazione farmaceutica.
Si tratta di un’iniziativa che ci impegniamo a portare a termine entro la legislatura e che darà sistematizzazione e una nuova visione strategica per difendere e consolidare un comparto che garantisce salute e sostenibilità economica al nostro Paese. Il tutto con l’obiettivo di portare il farmaco sempre più vicino al paziente e di rendere l’offerta sanitaria moderna e efficiente».
Dal 31 agosto negli ospedali italiani possono essere utilizzate esclusivamente specialità medicinali per la disinfezione (antisepsi) della cute integra prima di una procedura sanitaria, uno dei pilastri della prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA). Una novità introdotta dal Decreto direttoriale del Ministero della Salute del 29 marzo 2023 che, in attuazione del Regolamento europeo sui biocidi (n.528/2012), ha disposto la revoca delle autorizzazioni ai presidi medico-chirurgici, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza dei pazienti.
Alla vigilia della Giornata Mondiale della Sepsi che si terrà il 13 settembre, una delle complicanze più gravi delle infezioni contratte in ospedale con circa 50mila casi l’anno in Italia e una mortalità stimata del 3-8%,alcuni tra i massimi esperti in materia di prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza richiamano l’attenzione sulle implicazioni cliniche, organizzative e medico-legali del decreto e sulle possibili criticità legate alla sua applicazione. A preoccupare sono soprattutto la scarsa conoscenza della normativa tra gli addetti ai lavori, l’assenza di protocolli operativiaggiornati che assicurino una compliance rigorosa al decreto, e la ridotta disponibilità di farmaci autorizzati per l’antisepsi, in particolare delle soluzioni alcoliche a base di clorexidina, ampiamente utilizzate nella pratica clinica.
Il tema è di estrema attualità in Italia, dove ogni anno tra 500 e 700mila pazienti contraggono un’infezione durante il ricovero (pari al 5-8% del totale), con pesanti conseguenze in termini di complicanze, aumento della mortalità, degenze più lunghe e costi socio-sanitari crescenti. Un terzo dei casi è dovuto a batteri resistenti agli antibiotici, che rendono ancora più complesse la gestione clinica e le ricadute sui pazienti.
La sepsi è una delle complicanze più gravi delle infezioni contratte in ospedale, con circa 50mila casi l’anno in Italia e una mortalità stimata del 3-8%
«Il decreto segna un passo avanti importante per la sicurezza dei pazienti, perché introduce tracciabilità e controlli più rigorosi sui prodotti per l’antisepsi. La sfida ora è garantire una transizione sostenibile per il sistema sanitario, senza mai perdere di vista l’obiettivo primario: ridurre le infezioni e proteggere i pazienti – commenta Massimo Sartelli, presidente della Società Italiana Multidisciplinare per la Prevenzione delle Infezioni nelle Organizzazioni Sanitarie (SIMPIOS) -. Ogni accesso medico-chirurgico deve essere sempre preceduto da un’accurata disinfezione della “porta d’ingresso” per evitare la contaminazione del dispositivo medico da parte della flora microbica residente e prevenire il rischio infettivo. La clorexidina è una molecola sicura ed efficace, cardine dell’antisepsi da decenni. In questa fase di ridotta disponibilità di specialità medicinali a base di clorexidina al 2% in soluzione alcolica, considerata il gold standard, le scelte cliniche devono basarsi sulle evidenze scientifiche che dimostrano come anche le soluzioni alcoliche di clorexidina con concentrazioni inferiori al 2% siano un’alternativa efficace e sicura per specifici setting e profili di rischio dei pazienti».
Queste indicazioni sono contenute in un position paper messo a punto dalla SIMPIOS per supportare i professionisti nella scelta dell’antisettico nei tre principali ambiti clinici: il cateterismo venoso periferico e il cateterismo venoso centrale, cioè tutte quelle procedure che prevedono l’inserimento di cateteri nel circolo ematico per finalità diagnostiche (es. prelievi), terapeutiche o di monitoraggio emodinamico nei pazienti critici, e la preparazione del sito chirurgico prima di un intervento. Secondo recenti Linee guida internazionali e recenti metanalisi, le soluzioni alcoliche di clorexidina con concentrazioni al 2% rappresentano l’antisettico di prima scelta, ma le soluzioni alcoliche con concentrazioni di clorexidina inferiori al 2% possono essere impiegate sia nel cateterismo venoso periferico, dove hanno dimostrato pari efficacia nella prevenzione delle batteriemie, sia nella disinfezione preoperatoria della cute per gli interventi a minor rischio di infezione del sito chirurgico.
«L’obiettivo – aggiunge Sartelli – è coniugare la sicurezza del paziente con la sostenibilità del sistema, scongiurando il rischio di mancata applicazione della normativa o il ricorso all’importazione di prodotti da Paesi extraeuropei meno affidabili sul piano della sicurezza e della qualità».
Circa il 15% di tutte le infezioni correlate all’assistenza riguarda i pazienti sottoposti a interventi chirurgici, con conseguenze cliniche ed economiche rilevanti: ricoveri prolungati (fino a 10-14 giorni di degenza in più), deiscenze delle ferite, necessità di ulteriori interventi e, nei casi più gravi, esiti fatali (rischio fino a 11 volte superiore).
Il position paper della SIMPIOS vuole supportare i professionisti nella scelta dell’antisettico migliore
«Gli infermieri hanno un ruolo chiave nella prevenzione delle infezioni chirurgiche, che riguarda sia la preparazione pre-operatoria, sia l’educazione del paziente a una maggiore cura di sé dopo la dimissione – dichiara Claudio Buttarelli, presidente dell’Associazione Infermieri di Camera Operatoria (AICO) -. Il decreto segna un passaggio importante per i professionisti: richiede di aggiornare le competenze e di seguire le buone pratiche basate sulle evidenze, in un’ottica di responsabilità continua verso i pazienti e il sistema sanitario. Come AICO stiamo lavorando a Linee guida rivolte agli infermieri di sala operatoria, per orientare alla scelta degli antisettici più idonei. La clorexidina in soluzione alcolica resta il prodotto di riferimento per l’antisepsi preoperatoria e gli studi scientifici confermano la pari efficacia delle diverse concentrazioni, dallo 0,5% al 2%. Obiettivo delle Linee guida è consentire l’applicazione del decreto coniugando sicurezza, efficienza e sostenibilità, quest’ultimo requisito imprescindibile per salvaguardare l’universalità delle cure, ma anche per ridurre l’impatto ambientale degli interventi assistenziali».
La nuova normativa non riguarda solo la pratica clinica, ma ha anche impatti diretti sulla responsabilità sanitaria: le strutture sanitarie, pubbliche e private, devono dotarsi di protocolli operativi chiari e vigilare sulla loro corretta applicazione, a tutela dei pazienti e degli stessi professionisti.
«Per ridurre l’impatto delle infezioni correlate all’assistenza servono organizzazione, risorse e formazione continua – afferma Gianfranco Finzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Medici delle Direzioni Ospedaliere (ANMDO) -.La Corte di Cassazione, con le sentenze n.6386/2023 e n.4864/2021, ha precisato che, in caso di contenzioso per infezione correlata all’assistenza, le strutture sanitarie hanno l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le cautele previste dalla normativa e applicato correttamente i protocolli di prevenzione. In caso contrario, può configurarsi una responsabilità dell’organizzazione che ricade sulle figure apicali, chiamate pertanto a definire procedure dettagliate, minimizzando la discrezionalità del singolo operatore e assicurando una compliance rigorosa ai protocolli. Oggi il rischio principale è che si mantengano abitudini consolidate, nonostante il cambiamento normativo. Per questo è indispensabile investire in formazione, a partire dall’università, e rafforzare la cultura della prevenzione tra medici e infermieri. È necessario un cambiamento culturale, oltre che normativo, per garantire la sicurezza delle cure e tutelare la salute dei pazienti».