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Lauree magistrali, gli infermieri puntano sulla specializzazione

La lettura dei dati 2025 lascia emergere una consistente e stabile domanda di specializzazione e crescita accademica da parte degli infermieri che pur potendo accedere subito al mondo del lavoro scelgono di specializzarsi. A conferma che l’avvio dei tre nuovi indirizzi clinici (Cure Primarie e Sanità pubblica, Cure Pediatriche e Neonatali e Cure Intensive e Emergenza) diventa una priorità non rimandabile per andare a colmare un vuoto accademico e rispondere alla crescente richiesta di formazione e specializzazione degli infermieri.

Si terranno giovedì 25 settembre, gli esami di ammissione ai 102 corsi delle 5 classi di laurea magistrale per le professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche, della riabilitazione, tecnico assistenziali-diagnostiche e della prevenzione per le 36 università statali. Gli atenei privati seguono un calendario diverso.

Per i 2.317 posti disponibili per la magistrale di Scienze infermieristiche e ostetriche le domande arrivate sono 9.493 con un rapporto tra domande e posti vicino a 4,1. Questo anche a fronte dell’aumento di posti rispetto allo scorso. Nel 2024, infatti, i posti disponibili per questa classe di laurea erano 2147.

In totale, nelle 5 classi di laurea, sono 12.469 i professionisti che hanno presentato domanda su 4.213 posti a bando di cui la maggioranza, il 55%, sono per Scienze Infermieristiche e Ostetriche.

Osservando la serie storica nei dati raccolti da Angelo Mastrillo, docente in organizzazione delle professioni sanitarie all’Università di Bologna, accanto alla costante grande richiesta di iscrizioni e alla crescita notevole dei posti a bando passati dai 1.318 del 2019 ai 2.317 di quest’anno con un aumento di oltre il 75%, si notano diverse oscillazioni con le domande passate dalle 8.466 del 2019, alle 12.095 del 2023, alle 11.070 del passato anno accademico.

Per quanto riguarda la situazione delle singole Università per Scienze Infermieristiche e Ostetriche, ci sono parecchie differenze a livello geografico e nel confronto con il 2024 con l’impatto generale rilevante dovuto alla sospensione del corso di Cagliari e all’attivazione di un nuovo corso in Puglia, a Lecce.

L’assistenza ai propri cari pesa sui caregiver, 4 su 10 sviluppano una malattia cronica che prima non avevano

Con amore e abnegazione assistono una persona cara che ne ha bisogno, ma per i caregiver dedicarsi a questa attività di cura ha un impatto non trascurabile sulla salute. Circa 4 su 10 (41%) riferiscono infatti di aver sviluppato malattie croniche di cui non soffrivano in precedenza (di questi, ben il 66% riferisce di aver sviluppato 2 o più patologie): in cima vi sono quelle psichiatriche, seguite da quelle scheletro-muscolari, cardiovascolari e gastro-intestinali.

In particolare, le donne più giovani hanno una prevalenza maggiore di queste patologie rispetto alle coetanee. In più, l’assistenza a una persona cara comporta, sempre in misura maggiore per le donne, una rinuncia a visite mediche e ricoveri.

Questa la fotografia scattata oggi all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in occasione del convegno “Promuovere la salute delle persone caregiver familiari in ottica di genere: prospettive future”, promosso dal Centro di riferimento per la medicina di genere.

Il quadro emerge da una survey nell’ambito del progetto “L’impatto del genere sullo stress psicologico e lo stato di salute nelle persone caregiver familiari”, a cui hanno risposto 2033 persone, 83% donne.

«È di fondamentale importanza – sottolinea Elena Ortona, direttrice del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’ISS – mettere l’accento sulle differenze di sesso e genere nello stato di salute dei caregiver e delle caregiver familiari. Le donne, in particolare, si fanno carico in maniera preponderante del lavoro di assistenza e cura all’interno delle famiglie, specialmente quando si tratta di familiari non autosufficienti. Questo impegno costante e spesso gravoso ha un impatto diretto e profondo sulla loro salute. La ricerca evidenzia che le donne che svolgono il ruolo di caregiver sono maggiormente esposte a problemi di salute fisica e psicologica; di conseguenza, le disuguaglianze di genere possono generare a loro volta disuguaglianze di salute».

«Alla luce di ciò – aggiunge Ortona – è fondamentale che le politiche socio-sanitarie, nel programmare interventi di sostegno rivolti ai caregiver e alle caregiver familiari, considerino le differenze di sesso e genere basate sulle evidenze scientifiche. L’integrazione di questa prospettiva è essenziale per attuare efficaci misure di prevenzione, volte a ridurre le patologie associate allo stress e a garantire un sostegno più equo e mirato».

«Nel corso del convegno – sottolinea Marina Petrini, responsabile scientifica dell’evento – si discute anche delle prospettive future di promozione della salute, che vanno dal contributo del medico di medicina generale per il suo ruolo fondamentale e centrale nella prevenzione, alla mappatura dei servizi diretti ai e alle caregiver, alle buone pratiche che già si stanno sperimentando sul territorio e agli interventi di autocura per la gestione dello stress psicologico».

Per implementare l’AI occorre cambiare il mindset

Il 10-11 ottobre a Napoli si terrà l’annual meeting di SIIAM, la Società italiana di intelligenza artificiale in sanità, un appuntamento giunto alla sua terza edizione e che riunisce esperti, istituzioni e professionisti per discutere come l’AI possa contribuire a trasformare il sistema sanitario.

Il convegno è caratterizzato da un approccio multidisciplinare e orientato all’applicazione concreta e TrendSanità, che sarà media partner dell’evento, ha intervistato Diana Ferro, Biologo specialista, Ricercatore e Clinical Data Scientist presso l’Ospedale Bambin Gesù di Roma e Presidente del Comitato scientifico di SIIAM e Alberto Tozzi, Pediatra dell’Unità di Ricerca di Medicina Preventiva e Predittiva sempre presso l’Ospedale Bambin Gesù di Roma e Membro dell’Advisory Board di SIIAM.

Per il programma e le iscrizioni al congresso clicca qui.

SID: al Congresso EASD importanti novità terapeutiche sul diabete tipo 2 e nel paziente con obesità

Fra i temi più importanti emersi dall’EASD (European Association for the Study of Diabetes) Annual Meeting, svoltosi a Vienna dal 15 al 19 settembre 2025, con la partecipazione di SID – Società Italiana di Diabetologia, c’è sicuramente quello delle principali novità terapeutiche per il trattamento del diabete tipo 2.

Riccardo Bonadonna

«È stato un congresso che ha proposto diverse novità – dichiara il Riccardo Bonadonna, Presidente Eletto SID –. Assistiamo a una notevole estensione nello sviluppo di farmaci che sono in grado di ingaggiare più recettori oltre al GLP-1, ovvero anche recettori del glucagone, dell’amilina e del GIP. Si tratta di farmaci che promettono una efficacia per i pazienti molto maggiore di quella finora a disposizione. Ma, al contempo, ci sono evidenze di protezione nei confronti del danno d’organo e della mortalità, presentate in assoluta anteprima in questo congresso. Mi riferisco allo studio SURPASS-CVOT, che ha dimostrato che tirzepatide, un doppio agonista del recettore del GLP-1 e del GIP, disponibile anche in Italia, è in grado di ridurre il numero di eventi cardiovascolari e la mortalità totale. Una seconda linea di miglioramento, anche questa estremamente promettente, riguarda lo sviluppo di farmaci orali che sono in grado di ingaggiare i recettori delle incretine; si tratta di molecole piccole, quindi con riduzione delle difficoltà di produzione e del prezzo. C’è poi un ulteriore sviluppo delle insuline a lunga durata di azione: abbiamo l’insulina settimanale, ma cominciano a vedersi anche presentazioni che riguardano insulina con iniezione mensile, e le cosiddette smart insulin, che sono in grado di rispondere alle concentrazioni di glucosio presenti nel sangue. Ma soprattutto direi che la novità più importante dal punto di vista pratico immediato è quanto presentato alla Claude Bernard Lecture nella giornata di apertura dal Prof. Andrew Hattersley dell’Università di Exeter: un modello che permette, su informazioni cliniche estremamente facili e disponibili, di individuare qual è il farmaco con la maggiore efficacia per ridurre la glicemia per i singoli pazienti. Credo che questo, da un punto di vista pratico, sia un progresso importantissimo e soprattutto di immediata applicabilità».

Fra i temi centrali c’è quello dei cambiamenti in corso rispetto agli approcci terapeutici nel paziente obeso con diabete alla luce delle nuove molecole incretiniche e combinate. «Senza dubbio stiamo assistendo a una rivoluzione – sottolinea Bonadonna -, una sorta di Big Bang che è iniziato con gli agonisti del recettore GLP-1 con maggiore efficacia sul peso corporeo, che è continuato con i doppi agonisti che sono in grado di ingaggiare sia il recettore del GLP-1 sia quello del GIP, già a disposizione, e che sta proseguendo: abbiamo ormai in sviluppo tripli agonisti, per esempio del GIP, del GLP e del glucagone, abbiamo doppi agonisti che ingaggiano, ad esempio, il recettore dell’amilina e il recettore del GLP-1, tutti con un’efficacia, per quanto riguarda il peso corporeo, veramente impressionante, ormai vicina a quella della chirurgia bariatrica, che costituisce il gold standard per giudicare l’efficacia di questi farmaci nei confronti del peso. Quindi quella che emerge è una situazione in pieno e positivo sviluppo. Ma non dobbiamo dimenticare che noi trattiamo l’obesità per ragioni mediche, non cosmetiche, per prevenire i danni d’organo a essa correlati, e, a questo riguardo, la molecola che in assoluto, in questo momento, ha il maggior numero ed estensione di evidenze favorevoli, nell’obesità, ma anche nel diabete di tipo 2, è un “classico”, cioè la semaglutide».

Altro tema importante è infine quello del ruolo che avranno nei prossimi anni le terapie che agiscono su infiammazione e metabolismo nella cura del diabete tipo 2. «I farmaci che hanno una grandissima efficacia sul peso corporeo, quali semaglutide e tirzepatide, si sono dimostrati anche molto efficaci nel ridurre quella infiammazione metabolismo dipendente che è tipica del paziente con diabete tipo 2 – evidenzia Bonadonna -. Proprio nella giornata di apertura del Congresso EASD è stato presentato un nuovo approccio che sotto-classifica il paziente con diabete tipo 2 basandosi semplicemente sui leucociti circolanti nel sangue. È un approccio che distingue quattro sottotipi di diabete, e in particolare isola un sottotipo a elevata infiammazione, che ha delle caratteristiche di rischio prognostico molto più elevato rispetto agli altri sottotipi e che risponde molto bene a farmaci che agiscono sul pathway dell’interleuchina 1 beta e sul NLERP3. Ciò è estremamente promettente perché potrebbe portarci anche a invertire il paradigma: invece di ridurre l’obesità per influire sull’infiammazione, prendere l’infiammazione come bersaglio diretto della terapia farmacologica. Il risultato potrebbe essere la riduzione di quel rischio residuo che in ogni caso, anche con i farmaci migliori che abbiamo e che avremo a disposizione, è ancora da correggere».

Uso del paracetamolo in gravidanza: AIFA conferma le raccomandazioni europee

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) informa che, alla luce delle più recenti valutazioni scientifiche effettuate a livello europeo, non emergono nuove evidenze che richiedano modifiche alle raccomandazioni in vigore sull’uso del paracetamolo in gravidanza.

Il paracetamolo (acetaminofene), ampiamente utilizzato per il trattamento della febbre e del dolore, può essere impiegato durante la gravidanza, se clinicamente necessario. I dati disponibili non evidenziano associazioni con un aumento del rischio di autismo né con malformazioni del feto o del neonato.

Una revisione condotta nel 2019 dal Comitato di Valutazione dei Rischi per la Farmacovigilanza (PRAC) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) sugli effetti del paracetamolo sullo sviluppo neuroevolutivo nei bambini esposti in utero ha concluso che le evidenze disponibili risultano non conclusivi e non supportano modifiche alle attuali raccomandazioni sull’uso in gravidanza. Le esperienze d’uso in ampie coorti di donne in gravidanza confermano, inoltre, l’assenza di rischi malformativi o tossici.

Si raccomanda comunque di utilizzare il paracetamolo durante la gravidanza, alla dose efficace più bassa, per il periodo di tempo più breve possibile e con la frequenza minima compatibile con il trattamento.

L’EMA, in collaborazione con le autorità regolatorie degli altri Stati membri dell’Unione Europea, continuerà a monitorare costantemente la sicurezza dei medicinali contenenti paracetamolo e ad aggiornare le informazioni disponibili qualora emergessero nuovi dati.

Salute mentale, nasce il primo corso in Terapie Assistite con Psichedelici in Italia

L’Associazione Luca Coscioni lancia un progetto innovativo e senza precedenti in Italia: Illuminismo Psichedelico Academy, la prima scuola italiana dedicata alle Terapie Assistite con Psichedelici. Il corso, che partirà a gennaio 2026 a Pescara, offrirà 300 ore di formazione pensate per medici, psichiatri, psicologi e psicoterapeuti, con l’obiettivo di integrare in modo sicuro ed efficace le terapie psichedeliche nella pratica clinica e nella salute mentale.

Il progetto nasce dal podcast Illuminismo Psichedelico, co-prodotto dall’Associazione Luca Coscioni e condotto da Federico di Vita, autore e curatore editoriale, da anni impegnato nella promozione del dibattito pubblico sulle sostanze psichedeliche e le terapie innovative. Dopo quasi cinque anni dal lancio, il podcast si è evoluto in una piccola associazione completamente dedicata alla psichedelia.

La scuola è coordinata dal direttore scientifico Enrico Greco, ricercatore associato all’Università della South Florida, e dai direttori didattici Sara Ballotti e Raffaello Caiano, psicoterapeuti con esperienza clinica nell’ambito delle terapie psichedeliche. Tra i docenti figurano esperti di livello internazionale: Giorgio Samorini, etnobotanico; Tommaso Barba, neuroscienziato all’Imperial College di Londra; Nicola De Pisapia, professore in Neuroscienze Cognitive a Trento; oltre a psichiatri e psicologi italiani con esperienza clinica diretta in terapie psichedeliche.

Negli anni, Illuminismo Psichedelico ha lanciato e diffuso l’appello “L’Italia apra alle Terapie Psichedeliche”

Per Federico di Vita «la rivoluzione paradigmatica imposta dalla potenziale inclusione nella farmacopea dei composti psichedelici passa anche da uno shift culturale che è necessario avvenga a diversi livelli, da un lato con il superamento nel dibattito pubblico di uno stigma decennale, e abbiamo visto in questi ultimi anni quanto sia maturata l’informazione sia sulla stampa che in ambito editoriale al riguardo; e dall’altro per mezzo di percorsi formativi pensati per il personale clinico chiamato un domani ormai prossimo ad accompagnare l’impiego di queste molecole».

L’ex senatore Marco Perduca, dell’Associazione Luca Coscioni, da sempre impegnato per i diritti civili e le libertà di ricerca scientifica e terapeutica aggiunge «la ricerca scientifica e la sua applicazione in campo medico confermano che il proibizionismo sulle droghe ha intimidito il mondo negando terapie efficaci per decine di condizioni. Occorre determinazione militante e coraggio professionale per praticare quanto oggi è consentito dalla legge a partire da cure palliative e terapie compassionevoli».

Il corso prevede 12 weekend formativi, 2 ritiri estivi e mentoring a distanza, con possibilità di crediti ECM. La formazione si terrà a Pescara, presso il Centro Culturale SpazioPiù e il Centro Culturale MicHub, e culminerà con la partecipazione al Convegno annuale di Illuminismo Psichedelico.

Bambini e ambiente, l’allarme della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA): «La salute si costruisce prima della nascita»

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Aria inquinata, alimentazione, sostanze chimiche e persino le condizioni sociali influenzano in modo decisivo lo sviluppo dei bambini, lasciando tracce che iniziano già nel grembo materno. È l’epigenetica a dimostrarlo: i fattori ambientali non modificano il DNA, ma ne condizionano l’attività e possono determinare il rischio di malattie croniche nel corso della vita.

Un tema essenziale, che però riceve ancora poca attenzione da parte della politica e delle istituzioni e che sarà protagonista di una Conferenza internazionale di medicina ambientale (organizzata dalla SIMA in collaborazione con l’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti e della casa editrice scientifica Mdpi) dedicato all’epigenetica che si terrà a Chieti il 20 e 21 novembre.

Tra i relatori, Alessandro Miani, presidente SIMA, che abbiamo intervistato a TrendSanità per capire meglio quanto l’ambiente in cui viviamo incida sul futuro dei più piccoli.

L’epigenetica ci dice che l’ambiente lascia segni sul nostro DNA: in che modo questo avviene nei bambini ma anche negli adulti?

«L’epigenetica riguarda i meccanismi che regolano l’attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA. I processi principali sono la metilazione del DNA, le modifiche istoniche e l’azione degli RNA non codificanti. Nei bambini, soprattutto durante la gravidanza e la prima infanzia, l’epigenoma è particolarmente sensibile: inquinanti atmosferici, alimentazione materna e stress psicosociale possono lasciare segni stabili e influenzare lo sviluppo di cervello, sistema immunitario e metabolismo. È stato dimostrato, ad esempio, che lo stress prenatale modifica la metilazione di geni che regolano l’asse dello stress, aumentando il rischio di disturbi d’ansia e depressione.

Negli adulti la plasticità epigenetica è minore, ma rimane: dieta mediterranea, attività fisica, riduzione del fumo e minore esposizione a inquinanti possono modulare positivamente l’“età epigenetica”, con benefici sulla salute e sulla prevenzione di malattie croniche».

Quali sono oggi le principali esposizioni ambientali (inquinamento, sostanze chimiche, stress sociale) che incidono sulla salute infantile?

«In Italia i principali fattori di esposizione sono l’inquinamento atmosferico, con livelli di polveri sottili (PM₂.₅ e PM₁₀), biossido di azoto (NO₂) e ozono (O₃) ancora superiori ai valori guida OMS in molte aree urbane, in particolare nella Pianura Padana. Seguono gli inquinanti chimici persistenti, tra cui pesticidi e sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), con casi documentati di contaminazione delle acque in Veneto che hanno richiesto interventi urgenti di sanità pubblica.

Anche l’ambiente indoor nei bambini ha un impatto forte dato il tempo trascorso in casa e a scuola: muffe, umidità, scarsa ventilazione, materiali da costruzione e allergeni contribuiscono a malattie respiratorie e allergiche. Non manca poi lo stress psicosociale, legato a disuguaglianze e precarietà socioeconomica, che può modificare l’epigenoma e aumentare il rischio di disturbi cognitivi e comportamentali. Questi fattori agiscono insieme, generando un “exposome” complesso che condiziona salute e sviluppo fin dalle prime fasi della vita».

A che punto siamo in Italia sul fronte della salute infantile e quali dati ci preoccupano di più?

«Alcuni indicatori recenti destano particolare attenzione. Partiamo dalla natalità: nel 2024 sono nati circa 370.000 bambini, con un tasso di fecondità di 1,18 figli per donna, il più basso della storia italiana. C’è poi sovrappeso e obesità: la sorveglianza nazionale “OKkio alla Salute 2023” ha rilevato che il 19,0% dei bambini in terza primaria è sovrappeso e il 9,8% obeso, con un 2,6% di obesità severa.

Seguono i disturbi del neurosviluppo, in cui la prevalenza dei disturbi dello spettro autistico in Italia è stimata intorno a 1 bambino ogni 77 nella fascia 7–9 anni, pari all’1,3% circa. Studi recenti indicano che l’incidenza di tutte le condizioni dello spettro è in aumento, con una parte attribuibile a fattori epigenetici e ambientali, come esposizioni prenatali a inquinanti e stress.

Anche la qualità dell’aria ha un impatto importante, poiché il particolato fine e l’ozono restano ai primi posti tra i fattori di rischio ambientali per i bambini, soprattutto in relazione a malattie respiratorie e cardiovascolari. Senza dimenticare poi la salute mentale negli adolescenti che, dopo la pandemia, registra un peggioramento del benessere psicologico, con aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno.

Infine, l’oncologia pediatrica. Il cancro è oggi la prima causa di morte per malattia in età pediatrica. In Italia l’incidenza è di circa 176 nuovi casi ogni milione di bambini e adolescenti (0–14 anni), leggermente superiore alla media europea. Nei lattanti sotto 1 anno di età, i tumori rappresentano circa il 20% di tutte le morti per malattia, con un tasso anch’esso più elevato rispetto alla media UE».

Quanto contano dieta e stili di vita sani per “proteggere” l’epigenoma dei più piccoli?

«La dieta e lo stile di vita sono determinanti. L’adesione alla dieta mediterranea, ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e olio d’oliva, si associa a una migliore regolazione epigenetica e a una minore incidenza di obesità e malattie croniche. Nutrienti come folati, vitamine del gruppo B e polifenoli agiscono come “epinutrienti”, capaci di influenzare direttamente la metilazione del DNA e proteggere lo sviluppo del sistema immunitario e nervoso. L’attività fisica regolare, l’assenza di fumo e alcol, il sonno di qualità e il contatto con la natura contribuiscono a modulare positivamente l’epigenoma. Nei bambini queste abitudini hanno un impatto particolarmente forte, perché si innestano in un periodo di grande plasticità biologica».

Perché i primi 1.000 giorni di vita sono così determinanti?

«I primi 1.000 giorni, dal concepimento ai due anni di vita, rappresentano la finestra critica per la formazione degli organi, lo sviluppo cerebrale, la maturazione del sistema immunitario e la colonizzazione del microbiota intestinale. In questo arco di tempo, l’epigenoma è estremamente plastico: la nutrizione materna, l’allattamento, la qualità dell’aria, l’esposizione a inquinanti e le cure genitoriali lasciano tracce profonde sul rischio futuro di malattie.

È stato dimostrato che un ambiente sano nei primi 1.000 giorni riduce l’incidenza di obesità, diabete, disturbi cognitivi e malattie cardiovascolari, con benefici duraturi per tutta la vita

Investire in questa fase è una delle strategie di prevenzione più efficaci anche in termini economici».

Che cosa dovrebbero fare le istituzioni per tradurre la ricerca scientifica in misure concrete di prevenzione e quali messaggi dovrebbero arrivare con più forza all’opinione pubblica?

«È necessario un piano integrato di prevenzione che agisca su più livelli:

  • Qualità dell’aria: portare i limiti nazionali agli standard OMS 2021 e intensificare le misure di riduzione delle emissioni da traffico e riscaldamento domestico, con monitoraggi specifici intorno a scuole e asili.
  • Controllo delle sostanze chimiche: stabilire limiti più stringenti per PFAS e interferenti endocrini, accelerando le bonifiche nei siti contaminati e garantendo la sicurezza delle acque potabili.
  • Primi 1.000 giorni: integrare un pacchetto di interventi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), comprendente counselling nutrizionale, sostegno psicologico in gravidanza, promozione dell’allattamento, accesso a spazi verdi e qualità dell’aria indoor.
  • Promozione nelle scuole: inserire programmi permanenti di educazione alimentare, attività fisica quotidiana e riduzione della sedentarietà e dell’uso degli schermi.
  • Messaggi da trasmettere alla popolazione: “respirare aria pulita è prevenzione pediatrica”, “i primi 1.000 giorni contano più di tutti”, “la dieta mediterranea è un farmaco naturale per l’epigenoma”, “un ambiente sano, dentro e fuori casa, significa bambini più sani”».

Quali sono, secondo lei, le priorità per proteggere la salute delle nuove generazioni?

«Le priorità sono sei:

  1. Ridurre in tempi rapidi l’inquinamento atmosferico da PM₂.₅, NO₂ e ozono, trasformando le città in ambienti più vivibili attraverso mobilità sostenibile, zone a basse emissioni e maggiore verde urbano.
  2. Gestire gli inquinanti persistenti come i PFAS, con controlli più severi, sorveglianza sanitaria e bonifiche ambientali.
  3. Rendere operativo e stabile un piano nazionale per i primi 1.000 giorni, inserendolo nei programmi di prevenzione sanitaria nazionali e regionali.
  4. Contrastare obesità e sovrappeso infantile con politiche scolastiche, mense sane, sport quotidiano e ambienti urbani favorevoli all’attività fisica.
  5. Rafforzare la salute mentale dei bambini e adolescenti, introducendo psicologi scolastici e programmi di prevenzione delle fragilità psicosociali.
  6. Educare famiglie e comunità a riconoscere il ruolo dell’ambiente come determinante di salute, attraverso campagne nazionali chiare e continue.

Sono azioni decisive per proteggere la salute fisica e mentale delle nuove generazioni, ridurre l’incidenza di malattie croniche e garantire un futuro più sano ed equo».

In Europa la sopravvivenza all’arresto cardiaco è del 7,5%. Essenziale insegnare ai cittadini le manovre salvavita e l’utilizzo del DAE

Il più grande studio in Europa sugli arresti cardiaci, “EuReCa Three”, pubblicato sulla rivista scientifica “Resuscitation”, ha analizzato oltre 45.000 casi di arresto cardiaco extra-ospedaliero in 28 Paesi europei e ha evidenziato che la sopravvivenza media all’arresto cardiaco è del 7,5%.

L’Italia fa registrare una percentuale leggermente inferiore, pari al 6,6%, calcolata, tuttavia, su un campione di piccole dimensioni (4.047 casi) e meno rappresentativo della situazione generale italiana.

Alla raccolta dei dati ha lavorato Italian Resuscitation Council (IRC), società scientifica riconosciuta dal Ministero della Salute che riunisce in Italia medici, infermieri e operatori esperti in rianimazione cardiopolmonare. IRC sottolinea la necessità di introdurre in Italia un registro nazionale degli arresti cardiaci che consenta di analizzare un numero più ampio di casi per valutare con più precisione l’efficacia dei soccorsi nel nostro Paese.

La ricerca “EuReCa Three”, è stata coordinata da European Resuscitation Council, la società scientifica europea, punto di riferimento per il settore, di cui IRC è parte.

In Italia non è ancora disponibile su scala nazionale uno strumento prezioso che potrebbe incrementare la tempestività della catena dei soccorsi, ovvero l’applicazione nazionale per cellulari, prevista dalla legge 116 del 2021, che censisce e geolocalizza i defibrillatori automatici esterni (DAE) installati sul territorio e consente anche ai soccorritori occasionali di trovarli subito in caso di emergenza e di utilizzarli sulla base delle indicazioni ricevute al telefono dagli operatori del 118, in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

Per sensibilizzare su questi temi IRC promuoverà tra il 13 e il 19 ottobre a VIVA! La settimana della rianimazione cardiopolmonare con decine di eventi gratuiti e aperti al pubblico in tutta Italia in cui ci saranno dimostrazioni pratiche di primo soccorso insieme ad attività ludico-educative e informative pensate anche per i più giovani. L’iniziativa ha il patrocinio di: Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Ministero per lo Sport e i Giovani, Ministero dell’Istruzione e del Merito e Sport & Salute.

«La velocità dei soccorsi in caso di arresto cardiaco è vitale perché la possibilità di sopravvivenza diminuisce del 10% per ogni minuto che passa e per questo è essenziale, oltre a una rapida attivazione del 112, insegnare a quante più persone possibili le manovre salvavita come il massaggio cardiaco e l’utilizzo del defibrillatore – osserva Andrea Scapigliati, presidente di Italian Resuscitation Council (IRC) -. Avere un registro dei DAE, gestito dalle centrali operative del 118 e integrato con un’applicazione unica per tutto il territorio nazionale, permetterebbe di individuare rapidamente dove sono i DAE installati sul territorio e poterli far arrivare in tempo utile a chi sta soccorrendo la vittima di arresto. Questo modello organizzativo sarà il fulcro delle nuove Linee guida europee per la rianimazione cardiopolmonare che verranno pubblicate a ottobre. L’Italia, con l’esemplare legge 116 entrata in vigore nel 2021, si sarebbe già potuta dotare degli strumenti necessari per realizzare tutto questo: è un vero peccato che, a 4 anni di distanza dall’approvazione definitiva della legge, dell’applicazione nazionale ancora non si sappia nulla e che siano pochissime le regioni che se ne siano dotate. Ricordiamoci che l’intervento di chiunque sia accanto alla vittima di arresto è l’anello fondamentale nella catena dei soccorsi. Guidati al telefono dagli operatori del 112 e del 118, i soccorritori occasionali possono infatti già eseguire il massaggio cardiaco e utilizzare il DAE accorciando i tempi di intervento e contribuendo più di ogni altra cosa alla sopravvivenza di chi è colpito da arresto cardiaco».

“Eureca Three”, lo studio europei sugli arresti cardiaci

Pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “Resuscitation” (“European registry of cardiac arrest study THREE (EuReCa- THREE) – EMS response time influence on outcome in Europe”) e condotto tra settembre e novembre 2022 in 28 paesi europei, ha analizzato 45.251 casi confermati di arresto cardiaco extra-ospedaliero, di cui 32.033 trattati dai servizi di emergenza. L’Italia, nei 4.047 casi totali di arresto cardiaco extra-ospedaliero analizzati nella ricerca, ha mostrato un tasso di ripristino della circolazione spontanea (ROSC) del 17% (contro il 31,2% della media europea), con una percentuale di sopravvivenza del 6,6% (Vs il 7,5% europeo) e con un un’incidenza di 4,4 sopravvissuti ogni 100.000 abitanti all’anno (a fronte del 4 della media continentale).

Ogni anno in Europa si registrano circa 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri, di cui 60.000 solo in Italia.

Federico Semeraro, presidente di European Resuscitation Council (ERC) e coordinatore della ricerca in Italia, osserva: «I risultati italiani, come il tasso di ripristino della circolazione spontanea significativamente inferiore alla media europea, pongono l’intero Servizio Sanitario Nazionale di fronte a una sfida importante e a un’opportunità di miglioramento basata su solide evidenze scientifiche. È fondamentale investire nella formazione del personale, nell’ottimizzazione dei tempi di risposta e nel miglioramento della qualità delle manovre rianimatorie per colmare questo divario e garantire alle persone in Italia le stesse possibilità di sopravvivenza dei loro concittadini europei. Diventa inoltre strategico attivare un registro nazionale degli arresti cardiaci che possa misurare in modo più fedele la realtà di ogni regione. I dati di EuReCa Three sono stati raccolti su base volontaria e rappresentano solo una minima parte del Paese. Non misurare ciò che accade in Italia ci mette nella condizione di sembrare meno performanti rispetto ai Paesi europei in cui è stato implementato un registro nazionale o regionale degli arresti cardiaci».

I defibrillatori in Italia

Oggi non è ancora disponibile in Italia l’applicazione nazionale prevista dalla legge 116 del 2021 che censisce e geolocalizza i defibrillatori semi-automatici e automatici esterni installati in città e territori.

Mappe online sui defibrillatori presenti sul territorio sono state realizzate in alcune regioni dalle aziende sanitarie locali e dalle aziende regionali emergenza e urgenza: tra queste la Lombardia (22.674 DAE censiti), il Piemonte (3.210 DAE censiti), la Sardegna (più di 850 DAE censiti).

In Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche sono state introdotte dalle aziende sanitarie locali applicazioni per cellulari che permettono ai cittadini di individuare attraverso la geolocalizzazione il DAE più vicino al luogo dell’emergenza: i DAE rintracciabili in Emilia-Romagna grazie all’applicazione DAErespondER sono oltre 5.500; nell’applicazione del Friuli Venezia Giulia, DAE FVG, risultano oltre 1.500 DAE censiti sul territorio regionale. Nell’applicazione DAE Marche i defibrillatori registrati sono 2.380. Anche San Marino si è dotata di un’applicazione analoga su cui risultano geolocalizzati oltre 40 DAE (dati aggiornati al 17 settembre 2025).

“VIVA! La settimana della rianimazione cardiopolmonare”

Attraverso incontri, simulazioni e giochi aperti a tutti, VIVA!, giunta alla tredicesima edizione, punta a diffondere la cultura del primo soccorso e insegnare le manovre salvavita, come eseguire un massaggio cardiaco o utilizzare il defibrillatore.

Promossa da Italian Resuscitation Council (IRC), l’iniziativa prevede uncalendario di eventi, ancora in fase di aggiornamento, che vede già coinvolte Roma, Bologna, Cagliari, Modena, Chiavari, Novara, Gela e Nuoro. Tra le attività in programma anche una maxi-formazione sull’Isola della Maddalena (Sardegna) che coinvolgerà oltre 300 partecipanti.

L’iniziativa culminerà il 16 ottobre nella Giornata Internazionale della Rianimazione Cardiopolmonare – World Restart A Heart Day, promossa da European Resuscitation Council (ERC).

Frena la spesa per i farmaci acquistati direttamente dalle Regioni

Si arresta la crescita della spesa per gli acquisiti diretti dei medicinali da parte delle Regioni nel periodo gennaio-aprile 2025 (+0,1%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando nel medesimo periodo era stato registrato un incremento del +14,95%. In termini assoluti la spesa per acquisti diretti è sostanzialmente stabile rispetto a quella registrata nel medesimo periodo nel 2024, facendo registrare una contrazione della percentuale della spesa sul FSN, rispetto al tetto programmato. È quanto emerge dal “Monitoraggio della spesa farmaceutica Nazionale e Regionale gennaio-aprile 2025” presentato al Cda dell’AIFA. Un documento che ha richiesto tempi più lunghi di elaborazione dei dati a causa dello svolgimento delle procedure tecniche imposte dall’aggiornamento con l’ultima legge finanziaria della disciplina dei farmaci innovativi.

In totale la spesa farmaceutica (acquisiti diretti + convenzionata) nei primi quattro mesi dell’anno si attesa a 8 miliardi e 166 milioni, con uno scostamento dal tetto programmato del 18,10%, stabile rispetto a quello rilevato nel 2024 del 18,13%.

In valori assoluti, la spesa per acquisti diretti totale (A, H e C) nel primo quadrimestre dell’anno si è attestata a 5 miliardi e 850 milioni, 5,3 milioni in più rispetto a quelli rilevati nell’analogo periodo dello scorso anno (+0,1%). Nonostante la nuova regolamentazione dei farmaci innovativi abbia ampliato all’inserimento degli ex innovativi condizionati, il monitoraggio del tetto degli acquisti diretti ha risentito di un calo da 393 a 233 milioni (-40,7%) della spesa per i farmaci innovativi, di contro sale del +2,9%, da 5,191 miliardi a 5, 340 quella per i farmaci non innovativi.

Lo scostamento della spesa rispetto al tetto programmato per gli acquisti diretti è di 1 miliardo e 461 milioni, ma cala, sia pur lievemente, l’incidenza sul Fondo sanitario nazionale, che passa dall’11,80% dei primi quattro mesi del 2024 all’11,72% dell’analogo periodo di quest’anno. Da rilevare che i primi quattro mesi dell’anno fanno registrare storicamente maggiori volumi di spesa rispetto ad altri periodi dell’anno, sia per la maggiore incidenza delle malattie stagionali che per la tendenza delle Regioni a concentrare nella prima parte dell’anno gli approvvigionamenti di medicinali per le strutture sanitarie.

Anche in questo Monitoraggio si evidenziano sensibili differenze regionali in termini di spesa per gli acquisti diretti, con un’incidenza della spesa rispetto al Fondo sanitario nazionale che fluttua dal 13% e più di Sardegna e Umbria fino al 9,81% e al 9,36% rispettivamente di Lombardia e provincia di Trento; benché ci sia anche una ampia variabilità regionale nella differenza tra incidenza della spesa sul FSN nel 2025 rispetto al 2024.

Riguardo la spesa farmaceutica convenzionata, ossia quella dei medicinali a carico del SSN dispensati attraverso le farmacie aperte al pubblico, il Monitoraggio evidenzia già da tempo un cambio di tendenza dei consumi con una crescita dello +0,8% del numero di dosi giornaliere dispensate, a cui corrisponde un conseguente incremento della spesa convenzionata lorda del +0,6%, corrispondente a 3 miliardi e 326 milioni di euro. La spesa netta a carico delle Regioni cresce di 110,9 milioni di euro (+4,1%) in aumento rispetto all’anno precedente, tuttavia, la variazione di spesa risente dell’assenza per tre mesi del 2024 della nuova remunerazione delle farmacie. In valori assoluti la spesa per la convenzionata da tetto (6,38% FSN) che concorre al tetto programmato (6,8%) è stata pari a 2 miliardi e 879 milioni, che corrisponde ad un avanzo rispetto al tetto di 188,4 milioni di euro.

Anche in questo Monitoraggio si evidenziano sensibili differenze regionali in termini di spesa convenzionata, con 8 Regioni in sfondamento del tetto del 6,8% e 4 Regioni ampiamente all’interno del tetto (<5,4%). Tuttavia, anche su questo capitolo della spesa farmaceutica si evidenzia una ampia variabilità regionale, con segni opposti nella differenza tra incidenza della spesa sul FSN nel 2025, rispetto al 2024.

Mese Mondiale Alzheimer: un decalogo per la prevenzione

In occasione del XIV Mese Mondiale Alzheimer e della XXXII Giornata Mondiale Alzheimer (21 settembre), la Federazione Alzheimer Italia presenta un Decalogo per la prevenzione della demenza, elaborato da Simone Salemme, neurologo e consulente dell’Istituto Superiore di Sanità, e da Davide Mangani, ricercatore immunologo dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina di Bellinzona.

Il decalogo raccoglie le più recenti evidenze scientifiche e traduce la ricerca in indicazioni concrete, con una doppia prospettiva: quella del singolo, che può adottare comportamenti protettivi nella vita quotidiana, e quella della società. Governi e Istituzioni, infatti, sono chiamati a mettere in campo politiche pubbliche e scelte strutturali a tutela della salute cerebrale collettiva.

«Oggi sappiamo che la prevenzione è una leva potente: fino al 40% dei casi di demenza potrebbe essere evitato o ritardato intervenendo sui fattori di rischio modificabili», afferma Simone Salemme. «Il decalogo unisce responsabilità individuali e responsabilità collettive. È un invito a ciascuno di noi, ma anche alla politica, alle Istituzioni e a tutta la comunità, ad agire per costruire un futuro con un minore impatto della demenza», aggiunge Davide Mangani.

I numeri

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) stima oggi che in Italia vi siano circa 1.200.000 casi di demenza nella fasca d’eta uguale o superiore ai 65 anni e circa 24.000 casi di demenza giovanile compresi nella fascia d’età 35-64 anni. Inoltre è possibile stimare in circa 950.000 le persone con Mild Cognitive Impairment, un condizione che talvolta precede l’inizio della demenza. Se si considera che accanto a queste 2.200.000 persone con un disturbo cognitivo vivono circa 4 milioni di familiari è possibile stimare che circa il 10% della popolazione italiana si trova ad affrontare questo problema.

Il costo complessivo della demenza è stato stimato in 23 miliardi di euro l’anno di cui il 63% a carico delle famiglie.

Il principale fattore di rischio non modificabile associato alla demenza è l’età ma vi sono ad oggi 14 fattori di rischio modificabili (basso livello di istruzione, ipertensione, ipoacusia, obesità, fumo, depressione, inattività fisica, diabete, scarse relazioni sociali, eccessivo consumo di alcol, esposizione all’inquinamento atmosferico,traumi cerebrali, deficit visivo non trattato e alti livelli di colesterolo LDL) che possono consentire di ridurre fino al 45% i casi di demenza. Inoltre, va segnalato che alcune mutazioni genetiche sono responsabili di forme rare a trasmissione autosomica dominante.

Decalogo per la prevenzione della demenza

1. Pressione arteriosa sotto controllo

L’ipertensione è un “killer silenzioso”: tenerla sotto controllo significa proteggere cuore e cervello.

  • Cosa può fare il singolo: misurare regolarmente la pressione, seguire le cure prescritte, ridurre l’uso del sale, mantenere uno stile di vita attivo, tenere sotto controllo il peso.
  • Cosa può fare la società: promuovere screening diffusi, facilitare l’accesso ai farmaci, progettare città che incoraggino il movimento, con parchi e piste ciclabili.

2. Colesterolo LDL: conoscerlo e trattarlo

Il colesterolo alto nella mezza età aumenta il rischio di demenza e ictus.

  • Cosa può fare il singolo: tenere sotto controllo i livelli dei lipidi, seguire una dieta mediterranea, fare attività fisica, non fumare e limitare l’alcol.
  • Cosa può fare la società: offrire check-up cardiovascolari accessibili, garantire l’accesso a farmaci e terapie, promuovere politiche per un’alimentazione sana e l’uso di etichette nutrizionali chiare. 

3. Proteggere l’udito

La perdita uditiva non trattata, spesso a causa di costi e stigma, favorisce isolamento e declino cognitivo.

  • Cosa può fare il singolo: fare screening dopo i 60 anni, usare gli apparecchi acustici se necessario, proteggere l’udito dal rumore (usando tappi se necessario e moderando il volume di tv, radio, ecc.), condurre una vita sociale attiva.
  • Cosa può fare la società: rendere accessibili ausili e riabilitazione, creare ambienti pubblici con ascolto assistito (ovvero garantire che auditorium, teatri e spazi comunitari siano dotati di sistemi audio che permettano l’accessibilità a persone con perdite uditive), promuovere campagne per combattere lo stigma.

4. Proteggere la vista

Vederci bene mantiene autonomia e stimolazione cognitiva.

  • Cosa può fare il singolo: sottoporsi regolarmente a visite oculistiche, avvalersi di occhiali o lenti adeguati, non rimandare interventi necessari come la cataratta, usare un’illuminazione domestica adeguata.
  • Cosa può fare la società: ridurre le liste d’attesa per gli interventi, promuovere screening visivi, rendere accessibili i presidi oculistici, migliorare l’illuminazione e la segnaletica pubblica. 

5. Attività fisica regolare

Il movimento è una delle armi più efficaci per la salute del cervello.

  • Cosa può fare il singolo: camminare, nuotare, ballare, alternare esercizi aerobici e di potenziamento, per spezzare la sedentarietà.
  • Cosa può fare la società: sviluppare città “active friendly”, sostenere palestre e programmi sociali, incentivare la mobilità attiva e il trasporto pubblico, promuovere l’attività fisica con campagne nazionali di sensibilizzazione. 

6. Alimentazione di tipo mediterraneo

La dieta mediterranea protegge da infiammazione e declino cognitivo.

  • Cosa può fare il singolo: consumare frutta, verdura, cereali integrali, legumi, pesce, olio d’oliva; limitare zuccheri e cibi processati.
  • Cosa può fare la società: garantire mense pubbliche, scolastiche e lavorative “mediterranee”, rendere maggiormente accessibili cibi freschi, sostenere le filiere locali, disincentivare con politiche fiscali idonee la diffusione di cibi ultraprocessati.

7. Stop al fumo e agli eccessi dell’alcol

Tabacco e alcol danneggiano i vasi, alzano la pressione e favoriscono infiammazione e atrofia cerebrale.

  • Cosa può fare il singolo: smettere di fumare, evitare il fumo passivo, limitare l’alcol ed evitare le “abbuffate alcoliche”.
  • Cosa può fare la società: rafforzare le politiche antifumo, offrire servizi di sostegno per le dipendenze, regolamentare la vendita e la pubblicità degli alcolici. 

8. Diabete, peso e salute metabolica

Il diabete di tipo 2 e l’obesità aumentano il rischio di demenza.

  • Cosa può fare il singolo: monitorare glicemia e peso, seguire le terapie, adottare uno stile di vita sano, dormire a sufficienza e fare attenzione allo stress eccessivo.
  • Cosa può fare la società: attivare programmi di prevenzione, facilitare l’accesso a nutrizionisti, adottare politiche che limitino il consumo di bevande zuccherate, promuovere politiche per garantire equità nell’accesso a cibi sani. 

9. Mente attiva e relazioni sociali

Relazioni e stimoli mentali rafforzano la riserva cognitiva.

  • Cosa può fare il singolo: imparare cose nuove, coltivare hobby, partecipare ad attività sociali, chiedere aiuto in caso di depressione.
  • Cosa può fare la società: garantire un’istruzione di qualità fin dall’infanzia, promuovere centri comunitari e biblioteche, sostenere università della terza età, garantire servizi di salute mentale accessibili. 

10. Attenzione ai rischi ambientali e ai traumi

Incidenti e inquinamento atmosferico pesano anche sulla salute cerebrale.

  • Cosa può fare il singolo: indossare il casco in bici e in monopattino; usare protezioni adeguate per l’attività sportiva; prevenire le cadute in casa con l’utilizzo di tappeti antiscivolo, corrimani e di un’illuminazione adeguata; ridurre le combustioni domestiche; preferire luoghi meno inquinati.
  • Cosa può fare la società: attuare piani “aria pulita” per ridurre traffico e combustioni, aumentare il verde urbano, rafforzare la sicurezza stradale e la prevenzione delle cadute domestiche, realizzare abitazioni e quartieri a misura di anziani.

Le attività dell’Osservatorio Demenze

L’Osservatorio contribuisce a promuovere e valutare politiche di prevenzione e di adozione di programmi integrati della demenza, attraverso la partecipazione a tavoli istituzionali, ad attività di ricerca in sanità pubblica e internazionale. Si occupa tra le altre cose delle attività legate all’implementazione del Piano Nazionale Demenze e del Fondo per l’Alzheimer e le demenze e della mappa dinamica online dei servizi dedicati.

Per quanto riguarda le attività del piano nazionale, tra  i traguardi raggiunti, recentemente descritti anche da un articolo pubblicato su BMJ Public Health, ci sono un’analisi nazionale e regionale delle politiche di prevenzione primaria della demenza, tre survey nazionali sull’organizzazione dei nodi assistenziali della rete per la demenza, un’indagine su oltre 2.300 caregiver di persone con demenza, che ha permesso di approfondire le condizioni socioeconomiche delle famiglie e le differenze territoriali nell’accesso a diagnosi, cure e servizi socio-assistenziali.

È stata redatta e pubblicata sul Sistema Nazionale Linee Guida inoltre la prima Linea Guida Nazionale su diagnosi e trattamento di demenza e Mild Cognitive Impairment. Per quanto riguarda la mappatura dei servizi dedicati alle demenze, l’Osservatorio ha censito  511 Centri per i disturbi cognitivi (223 al nord, 102 al centro e 186 al sud), 1671 RSA (1157 al nord, 368 al centro, 146 al sud) e 443 centri diurni (307 al nord, 87 al centro e 49 al sud).